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	<title>welfare Archivi &#8211; MondoDem</title>
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	<description>Laboratorio di Politica Internazionale</description>
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	<title>welfare Archivi &#8211; MondoDem</title>
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		<title>Il ritorno del welfare nell’Europa che verrà</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Benedetta Albano]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 26 May 2020 14:09:33 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Analisi in Pillole]]></category>
		<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[welfare]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Poco più di trent’anni fa l’allora Primo Ministro britannico Margaret Thatcher veniva intervistata per il periodico Woman’s Own.&#8230;</p>
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<p class="has-drop-cap">Poco più di trent’anni fa l’allora <strong>Primo Ministro britannico Margaret Thatcher </strong>veniva intervistata per il periodico <em>Woman’s Own</em>. L’intervista viene ricordata principalmente per la famosa frase che ha, per molti versi, simboleggiato l’epoca che ha visto la Lady di ferro come una dei protagonisti: “<em>There is no such thing as a society; there are individual men and women</em>” – in risposta  a chi si rivolgeva alla società, allo Stato,  per ottenere servizi di previdenza e assistenziali.</p>



<p>Questo <strong>paradigma sociale e economico</strong>, già messo in discussione negli ultimi anni, sembra destinato a tramontare definitivamente in una fase come quella che stiamo vivendo, dove più che mai è emersa <strong>la necessità di uno Stato e di una collettività forte per fronteggiare la pandemia e la crisi economica che ne conseguirà</strong>, a livello sia nazionale che europeo.</p>



<h5 id="wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading-fe06d9f7" class="wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading-fe06d9f7"><span id="welfare-una-necessita-da-garantire-con-misure-straordinarie">Welfare: una necessità da garantire con misure straordinarie</span></h5>



<p>In questi mesi abbiamo visto un susseguirsi di proposte in Europa e nel nostro Paese che avranno conseguenze non solo dal punto di vista economico ma anche politico: <strong>è rientrato nell&#8217;immaginario collettivo un discorso sul welfare come necessità da garantire ai propri cittadini, specialmente per quanto riguarda ambiti quali la sanità e il lavoro</strong>. Come rispondere a queste domande è il terreno su cui si giocherà la grande sfida dei prossimi anni, in particolare per la ripartizione delle competenze che avverrà fra Stati nazionali e Unione Europea. Una ripartizione che porterà al delinearsi dell’Europa che verrà, in base alle scelte che gli Stati membri faranno su questi temi.</p>



<p>Nel giro di due mesi sono state introdotte <strong>misure che prima della pandemia sembravano quasi impossibili</strong>: un MES senza condizionalità per sostenere le spese sanitarie, la promozione e i finanziamenti per la ricerca per i trattamenti medici contro il virus, la creazione di un sistema di cassa integrazione a livello europeo a beneficio dei lavoratori dei settori più colpiti, l’allargamento del <em>quantitative easing</em> operato dalla BCE, i prestiti alle imprese garantiti dalla BEI e la sospensione  del patto di stabilità previsto nei Trattati. La proposta certamente più ambiziosa è quella legata al c.d. <em>Recovery Fund</em>, un fondo garantito dal bilancio dell’Unione Europea con lo scopo di emettere titoli obbligazionari, che in questi giorni è in corso di definizione per quanto riguarda l’ammontare e le modalità di utilizzo. </p>



<h5 id="wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading-aa6a08b0" class="wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading-aa6a08b0"><span id="leuropa-e-limportanza-di-un-welfare-comunitario">L&#8217;Europa e l&#8217;importanza di un welfare comunitario</span></h5>



<p>Sul tavolo c’è un’azione coordinata dell’Unione, che sembra intenzionata a reagire in maniera radicalmente diversa a questa crisi rispetto a quelle che l’hanno preceduta, come ad esempio la crisi finanziaria del 2008. Attraverso l’approvazione di queste misure di finanziamento e sostegno in vari ambiti – da quello più strettamente sanitario a quello lavorativo e di supporto all’economia – lo scenario europeo che ci troviamo di fronte è cambiato. Spesso l’Europa è stata accusata di essere un mero mercato comune e di non perseguire nella realtà dei fatti gli obiettivi di protezione dei diritti e solidarietà fra i popoli che hanno ispirato la sua fondazione: le misure sopracitate sembrano tracciare un percorso ancora non battuto a livello europeo, che potrebbe portare a una maggiore integrazione e connessione fra gli Stati membri.</p>



<p><strong>Il tema del welfare è essenziale in questa fase</strong>: garantendo ai cittadini quanto è necessario per fronteggiare questo periodo storico incerto e difficile, si potrà costruire una società e un’Europa più equa per chi la vive a livello politico, sociale e civile. Questa impostazione è legata a doppio filo con una visione del mondo che ha guidato il progetto europeo fin dal suo inizio: il rifiuto categorico delle dittature della prima metà del Novecento e la volontà di fornire ai propri cittadini uno spazio democratico in cui essi possano trovare la loro piena espressione e realizzazione.</p>



<p>Per rispondere idealmente alla citazione di Margaret Thatcher all’inizio di questo articolo, sceglieremmo sicuramente la frase del Presidente Pertini, che ci pare molto più attuale per i tempi che stiamo vivendo:<em><strong> “Non vi può essere vera libertà senza giustizia sociale, così come non vi può essere vera giustizia sociale senza libertà.”</strong></em> Una frase che ci ricorda come i valori fondamentali di libertà ed uguaglianza che hanno ispirato la fondazione dell’Unione possano essere anche quelli che la guideranno in questa nuova era politica.</p>
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		<title>Il welfare come elemento di competitività: contro il familismo, il modello del Nord-Europa</title>
		<link>https://www.mondodem.it/1271/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 05 Dec 2018 22:34:40 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[L'Italia nel mondo]]></category>
		<category><![CDATA[Commercio internazionale]]></category>
		<category><![CDATA[Globalizzazione]]></category>
		<category><![CDATA[welfare]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Di Igor Guardiancich In un famoso articolo del 1996, il politologo Maurizio Ferrera classificò l’Italia come facente parte&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Di Igor Guardiancich</em></p>
<p>In un famoso articolo del 1996, il politologo Maurizio Ferrera classificò l’Italia come facente parte di un regime di welfare ‘mediterraneo’ o ‘sudeuropeo’. Una delle caratteristiche cardine di tale regime è la sussidiarietà, in base alla quale, lo Stato – al contrario di quanto avviene nei regimi ‘nordici’ o ‘socialdemocratici’ – interviene a tutela dei bisogni sociali solo quando la capacità previdenziale della società e in primis della famiglia è esaurita. Pertanto, il benessere della famiglia è stato in gran parte concepito come una responsabilità privata e prevalentemente femminile. <strong>Questo ‘familismo implicito’ nel regime mediterraneo ha fatto sì che gli aiuti statali, soprattutto l’offerta di servizi in natura, quali l’assistenza all’infanzia e la cura di anziani e/o disabili, siano deboli e sottosviluppati, contribuendo in maniera fondamentale alle disparità di genere.</strong></p>
<p><strong> </strong>Come scrive il sociologo Egidio Riva, negli ultimi decenni del secolo scorso, svariate pressioni hanno aumentato la salienza del problema della conciliazione tra tempi di vita e tempi di lavoro. La necessità di affrontare i ‘nuovi rischi sociali’, derivanti dall&#8217;aumento della partecipazione delle donne alla forza lavoro, la preoccupazione per i cambiamenti demografici, l’istituzionalizzazione del dibattito sulle pari opportunità ed un crescente consenso riguardo al rafforzamento dell’assistenza all’infanzia hanno fatto sì che il dibattito politico si occupasse della questione femminile. Questa nuova agenda politica è stata decisamente influenzata dall&#8221;Unione europea, che, a partire dagli anni ’90, ha contribuito allo sviluppo di politiche sociali specifiche. Tuttavia, dopo quasi tre decenni e svariati tentativi di riforma, il nocciolo delle politiche in tema di conciliazione famiglia-lavoro non è sostanzialmente cambiato. Gli indicatori di <em>policy outcome</em> non potrebbero essere più espliciti. Nonostante un progressivo miglioramento, il numero di bambini sotto i 3 anni che non ottengono un posto in un’istituzione per l’infanzia è del 65.6% [1]. Nonostante il dato sia equiparabile alla media europea (67.1% nel 2016), esso risulta molto elevato se raffrontato con i paesi Scandinavi, con la Francia, l’Olanda o il Belgio, i quali investono di più in un <strong>armonioso bilanciamento degli impegni lavorativi e familiari</strong>.</p>
<p>Andiamo ad analizzare i casi paradigmatici della Danimarca e dell’Olanda. Il paese Scandinavo è rappresentante indiscusso di un equilibrio di assistenza all’infanzia <em>full-time</em>. Nel 2016, solo il 30% dei bambini Danesi sotto in 3 anni non fruivano di una forma istituzionalizzata di <em>childcare</em>. Del restante 70%, quasi 9 infanti su 10 frequentavano un asilo o una <em>crèche</em> per più di 30 ore settimanali. Ciò fa sì che <strong>le mamme abbiano la possibilità di dedicarsi esse stesse ad un lavoro a tempo pieno</strong>. I Paesi Bassi invece sono rappresentativi di un equilibrio di assistenza all’infanzia <em>part-time</em>. Infatti, secondo l’Eurostat, il 47.6% dei bambini sotto i 3 anni nel 2016 partecipavano ad istituzioni prescolastiche che offrivano i loro servizi per una durata da 1 alle 29 ore settimanali, e solo il 5.4% a istituzioni che si prendevano cura dei bimbi per più di 30 ore a settimana. Tale equilibrio si riflette specularmente nel numero di donne che hanno un impiego part-time, ovvero ben il 62.8% del totale.</p>
<p>Questa maggiore attenzione al duplice ruolo delle donne in quanto lavoratrici e madri ha un impatto considerevole sulla società. Al netto delle differenze, i due paesi del nord Europa innescano <strong>un circolo virtuoso tra occupazione femminile nel privato e nel pubblico, disponibilità di posti in istituzioni per l’assistenza all’infanzia e natalità</strong>. In entrambi i casi, la lavoratrice-madre può rientrare nel mercato del lavoro (a tempo pieno o meno) pochi mesi dopo il parto, evitando pertanto l’obsolescenza delle proprie competenze. Le tasse (elevate in ambedue i paesi) pagate dalle lavoratrici vengono reinvestite in asili e nidi, aumentando ulteriormente il tasso di occupazione, prevalentemente femminile, attraverso il pubblico impiego (o attraverso sussidi pubblici a istituzioni private). Si tratta, come è facilmente intuibile, di una situazione <em>win-win</em>: <strong>l’assistenza ai figli viene ‘defamilializzata’, contribuendo ad un innalzamento della natalità</strong>. Non è un caso, infatti, che il tasso totale di fertilità nei paesi Scandinavi (Danimarca, Norvegia e Svezia) fosse di 1,78 figli per donna nel 2016, quello della Francia, primatista europea, di 1,92 figli, e quello dell’Italia di soli 1,34 figli per donna durante il medesimo anno. Al contempo, i due paesi staccano l’Italia di 20 punti percentuali per quel che riguarda l’occupazione femminile: nel 2017, il 73.7% delle donne danesi ed il 72.8% delle donne olandesi erano occupate contro il 52.5% delle italiane.</p>
<p>Possiamo pertanto affermare che l’Italia si trovi in un vero e proprio circolo vizioso tra bassa natalità, ridotta occupazione femminile e insufficiente investimento nei servizi per l’infanzia. A questo bisogna aggiungere che <strong>le famiglie italiane, per far fronte alle carenze istituzionali, si avvalgono spesso di servizi offerti privatamente da badanti e baby-sitter</strong>: un equilibrio basato, in parte, sui migranti e, in parte, sul lavoro irregolare, viste le deduzioni irrisorie di tali servizi dall’imponibile.</p>
<p>Ovviamente i modelli danese e olandese non possono essere semplicemente replicati nel contesto italiano, in assenza di una preparazione certosina ad un passaggio progressivo dall’elargizione di denaro ai genitori all’offerta di servizi per l’infanzia. Tra i possibili interventi si possono auspicare <strong>un aumento della copertura degli asili nido, sgravi per le famiglie sia per le rette dei nidi e sia per l’impiego di badanti e baby-sitter, per non parlare del maggior coinvolgimento dei padri attraverso un utilizzo sistematico del congedo di paternità</strong>. Solo allora si potrà pensare all’implementazione di un sistema autosufficiente, con possibili benefici per la competitività dell’Italia sulla scena globale.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>*Ricercatore Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="#_ftnref1" name="_ftn1">[1]</a> Tutti i dati citati nell’articolo provengono dalle banche dati Eurostat, che assicurano la comparabilità a livello europeo. I dati Istat potrebbero pertanto deviare dalle statistiche qui riportate. Ad esempio, il numero di bambini che hanno accesso agli asili nido in Italia è, secondo l’Istat, notevolmente più basso.</p>
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