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	<title>Chiara Macchi, Autore presso MondoDem</title>
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		<title>Nuovi orizzonti: verso un trattato internazionale in materia di imprese e diritti umani</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Chiara Macchi]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 18 Dec 2019 11:15:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Diritti Umani]]></category>
		<category><![CDATA[diritti umani]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La negoziazione di un trattato internazionale sul tema imprese e diritti umani, attualmente in corso sotto l’egida delle&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/1781/">Nuovi orizzonti: verso un trattato internazionale in materia di imprese e diritti umani</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-drop-cap">La negoziazione di un trattato internazionale
sul tema imprese e diritti umani, attualmente in corso sotto l’egida delle
Nazioni Unite, sembrava impensabile fino a un decennio fa. Si deve innazitutto
ricordare come, alle sue origini, il dibattito in materia non utilizzasse
affatto il linguaggio dei diritti umani, rifacendosi piuttosto alle categorie
dei rapporti industriali, della protezione dell’ambiente e dello sviluppo.
Inoltre, già negli anni ’70 la comunità degli stati era divisa circa
l’approccio da adottare, con molti paesi in via di sviluppo favorevoli ad una
regolamentazione delle imprese transnazionali che ne limitasse il potere
‘neo-coloniale’ (si veda il dibattito sul ‘Nuovo Ordine Economico
Internazionale’) e gli stati membri dell’OCSE interessati a un approccio più
blando, che incoraggiasse piuttosto l’auto-regolamentazione da parte delle
imprese stesse. </p>



<p>L’ingresso della nozione di ‘diritti umani’ nel
discorso internazionale sugli impatti d’impresa ha inizialmente avuto l’effetto
di polarizzare queste differenze, traducendosi in esperimenti caratterizzati da
un insufficiente grado di consenso (come un progetto di ‘Norme’ vincolanti,
elaborato sotto l’egida ONU e abbandonato nel 2004) o di incisività (il Global
Compact ONU, piattaforma ad adesione volontaria per le imprese).</p>



<p>Il compito di rianimare un dialogo che ormai
sembrava congelato è stato affidato nel 2005 al Rappresentante Speciale John G.
Ruggie, eminente studioso di Relazioni Internazionali, che ha promosso con
successo l’elaborazione dei <em>Principi
Guida ONU su Imprese e Diritti Umani</em> (2011) attraverso due strategie
principali: legittimare il processo conducendo consultazioni estensive con
stati, imprese e società civile, e proporre un linguaggio che fosse
condivisibile da tutti gli attori coinvolti. Il risultato è un documento
autorevole, seppur non giuridicamente vincolante, che ribadisce gli obblighi
degli stati sanciti dal diritto internazionale, ma afferma anche che le imprese
hanno, a loro volta, la ‘responsabilità’ di rispettare i diritti umani. </p>



<p>Emerge così il concetto di <em>human rights due diligence </em>(HRDD), ormai pienamente entrato a far
parte del linguaggio comune, ovvero il dovere delle imprese di monitorare e
mitigare il rischio che le proprie attività e le proprie relazioni commerciali
siano connesse a violazioni dei diritti umani. Tale concetto è rivoluzionario
in quanto contribuisce ad eclissare definitivamente l’idea di friedmaniana
memoria che l’unica responsabilità sociale delle imprese sia generare profitto.</p>



<p>Il grande consenso generato dai Principi Guida
non ha tuttavia sopito la volontà, da parte di alcuni stati e della società
civile, di promuovere norme giuridicamente vincolanti a livello internazionale.
Molte buone ragioni sostengono tale richiesta, tra cui l’insufficiente
attuazione dei Principi Guida sia da parte di molti stati (solo 22 paesi hanno
finora adottato un piano d’azione in materia) che da parte delle imprese,
nonché le perduranti difficoltà che spesso le vittime incontrano nell’accesso a
rimedi effettivi, soprattutto quando le violazioni hanno portata
transnazionale.</p>



<p>&nbsp;E’ forse
proprio grazie alla nuova linfa conferita dai Principi Guida al dibattito
internazionale che un gruppo di paesi guidati da Ecuador e Sudafrica sono
riusciti nel 2014 a ottenere l’approvazione in seno al Consiglio ONU per i
Diritti Umani di una risoluzione che dava il via alla discussione di un
trattato internazionale vincolante in tema di diritti umani e imprese. La più
recente bozza del trattato è stata pubblicata a luglio 2019 dal gruppo di
lavoro intergovernativo, che ha condotto 5 round negoziali dal 2015. La
proposta è stata sin dall’inizio divisiva, sostenuta da molti paesi in via di
sviluppo (con l’appoggio anche di Cina e Russia), ma per lo più avversata dai
paesi occidentali, tra cui Regno Unito, Stati Uniti e, almeno inizialmente, i
paesi membri dell’Unione Europea. </p>



<p>L’atteggiamento dell’UE rispetto al trattato è
stato ambivalente. Sotto presidenza italiana, ha votato contro la risoluzione
del 2014, sostenendo piuttosto la necessità di operare per dare concreta
attuazione ai Principi Guida e dichiarando che gli stati membri non avrebbero
preso parte ai negoziati. In seguito, pur avendo presenziato alle riunioni del
gruppo di lavoro, è stata fortemente criticata dalla società civile (si vedano
ad esempio i recenti resoconti di Friends of the Earth e FIDH, tra gli altri)
per aver mantenuto un atteggiamento poco costruttivo e aver disertato alcune
delle discussioni cruciali. Nonostante all’interno dell’UE ci siano forti voci,
tra cui quella del Parlamento Europeo, a sostegno di un trattato internazionale,
la sostanziale riluttanza del Consiglio dell’UE è indubbiamente influenzata da
preoccupazioni circa la competitività delle imprese europee, soprattutto alla
luce dell’assenza dai negoziati delle principali potenze commerciali
occidentali. L’attuale posizione della Commissione UE è invece quella di voler
sostenere la negoziazione del trattato, purché sia il più possibile allineato
ai Principi Guida dell’ONU e crei un <em>level
playing field</em>, ovvero armonizzi, per quanto possibile, l’approccio della
comunità internazionale alla regolamentazione delle attività transnazionali
d’impresa. </p>



<p>Dal punto di vista della protezione dei diritti
umani, l’efficacia del trattato dipenderà non soltanto dalla qualità del testo
finale, ma anche dal numero di paesi che decideranno di ratificarlo e di darvi
concreta attuazione. Per com’è stato finora concepito, infatti, il nuovo
strumento non darebbe vita ad obblighi internazionali direttamente vincolanti
le imprese, ma richiederebbe agli stati l’adozione di misure che ne regolamentino
la condotta e che migliorino l’accesso ai rimedi per le vittime di violazioni.
Conferirebbe, insomma, maggior specificità a quegli obblighi internazionali in
materia d diritti umani cui gli stati sono già vincolati (si veda il contributo
di Fasciglione in questo numero).</p>



<p>Le imprese sono attualmente titolari a livello
internazionale di ampi diritti, ad esempio quelli di cui godono grazie agli
accordi d’investimento e che possono far valere tramite l’efficace strumento
dell’arbitrato investitore-Stato. Le vittime di violazioni, specialmente quando
cittadini di paesi in via di sviluppo, incontrano enormi difficoltà pratiche,
economiche e legali nell’ottenere giustizia per il danno subito a opera di
un’impresa straniera o di una sua filiale. Il nuovo strumento internazionale
potrebbe in parte correggere questi equilibri, facilitando anche quell’accesso
ai rimedi in cause transnazionali che, come illustrato da Bonfanti in questa
pubblicazione, sono già una realtà in alcuni paesi. Nel frattempo, ciò che gli stati
possono fare per prepararsi adeguatamente all’emergenza di nuove norme
internazionali è mettere allo studio proposte di legislazione sulla HRDD
prendendo ispirazione dagli esempi migliori attualmente esistenti, quale quello
francese (v. il contributo di Bordignon in questo numero). L’UE è già attiva su
questo fronte: la Commissione, come richiesto a gran voce dal Parlamento
Europeo, sta considerando varie opzioni per una possibile iniziativa
legislativa a livello europeo e dovrebbe presentare un report in materia nella
primavera del 2020. L’“Agenda for Action on Business and Human Rights” lanciata
a Bruxelles il 2 dicembre dalla Presidenza finlandese del Consiglio dell’UE
sancisce chiaramente questa priorità, mentre non contiene riferimenti specifici
al trattato internazionale su imprese e diritti umani.</p>
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