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	<title>Tommaso Canetta, Autore presso MondoDem</title>
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	<description>Laboratorio di Politica Internazionale</description>
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	<title>Tommaso Canetta, Autore presso MondoDem</title>
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		<title>La risposta ai populismi è una sinistra europea che riscopra le proprie radici ideali</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Tommaso Canetta]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 26 Nov 2016 14:18:58 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Democrazia 2.0]]></category>
		<category><![CDATA[Lo stato della sinistra]]></category>
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		<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[Populismo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La marea crescente dei populismi in Occidente, dopo la Brexit e dopo la vittoria di Trump negli Usa,&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>La marea crescente dei populismi in Occidente, dopo la Brexit e dopo la vittoria di Trump negli Usa, sembra inarrestabile. La narrazione del centrosinistra e del centrodestra viene sempre più percepita come una timida conservazione dell’esistente e, pur fondandosi magari su parole d’ordine razionali e di buon senso, non può competere con la propaganda incendiaria di chi, spesso mentendo, semplificando ed esagerando, prefigura mutamenti rivoluzionari del sistema, tanto più seducenti per l’opinione pubblica quanto più forte mordono la crisi economica e le paure da essa generate.</p>
<p>A questo sonno della ragione è possibile reagire. Da sinistra, in particolare, è fondamentale riscoprire il valore dell’internazionalismo come prospettiva per i popoli, prima ancora che per gli Stati europei, ed è su un rinnovato concetto di “nazionalismo europeo” che si dovrebbero incentrare i programmi e la narrazione delle forze socialiste.</p>
<p>Non si tratta solo di una, pur nobile, tensione ideale, per cui ogni europeo dovrebbe essere fiero di appartenere alla civiltà più straordinaria mai apparsa sul pianeta, il punto di caduta di una storia cominciata con gli antichi Greci e l’Impero Romano e a noi arrivata attraverso momenti esaltanti ma anche terribili da cui – si spera – dovremmo aver tratto lezioni non dimenticabili.  Si tratta anche di una prospettiva economica e politica concreta. La sinistra europea deve tornare a far sperare i cittadini in un futuro migliore, in un progresso della condizione umana, e ha anche la fortuna – a differenza dei movimenti populisti – di avere una ricetta razionale e efficace iscritta nel proprio Dna da proporre: l’unione dei popoli europei in un’unica entità politica ed economica.</p>
<p>Un vero Stato europeo sarebbe in grado di competere con le altre potenze mondiali, ottenendo economie di scala inimmaginabili. Superando le diffidenze tipiche di un’Unione di Stati diversi, sarebbe possibile – in momenti di crisi come quello attuale – dare sostegno reale all’economia, all’occupazione, alla crescita. Qualcosa di decisamente più visibile, percepibile e determinante rispetto a quello che la Ue ha potuto fare finora. Sarebbe possibile gestire poi l’immigrazione in modo intelligente, senza che nessun popolo debba sopportare un carico eccessivo. Gli interessi europei sarebbero difesi e tutelati da una diplomazia europea e da un esercito europeo. A fronte di eventuali chiusure che venissero dagli Stati Uniti, dalla Russia o da altri Paesi, l’Europa avrebbe i mezzi per rendere credibile la minaccia di una reazione speculare e opposta. Si potrebbe anche avere un sistema pensionistico comune, che consenta a tanti nostri anziani di andare in pensione lasciando finalmente spazio alle forze giovani nel mercato.</p>
<p>E’ proprio questo il secondo pilastro su cui si dovrebbe fondare la reazione del centrosinistra all’avanzata dei populismi in Occidente: una gestione intelligente del conflitto generazionale. I successi dei movimenti anti-sistema si fondano da un lato sul voto delle fasce più anziane della popolazione, spaventate dai mutamenti del mondo circostante, dall’altro sulla mancata reazione delle fasce più giovani che, pur essendo quelle che più hanno da perdere in simili situazioni, rispondono all’appello in modo parziale e non sufficiente. Il centrosinistra deve rassicurare gli anziani, promettendo loro la sicurezza che cercano nell’orizzonte ideale di un sistema unico europeo, ma deve anche mobilitare i più giovani. Per mobilitarli, di nuovo, è fondamentale rinnovare l’idealismo, in particolare il nazionalismo europeo e la prospettiva di crescita economica che l’abbattimento di tutte le barriere esistenti tra i popoli europei saprebbe generare.</p>
<p>Non si possono biasimare gli elettori che finora hanno creduto ai populisti perché gli promettevano un futuro migliore, ingannandoli sulla possibilità di tornare indietro nel tempo. Né si possono biasimare quelli che si sono astenuti, immuni alle bugie dei populisti ma nemmeno coinvolti dalle altre forze politiche. Le alternative proposte erano quasi certamente più razionali e realistiche, ma del tutto prive di speranza e afflato ideale.</p>
<p>Per evitare che la catastrofe si abbatta sull’Europa – la morte dell’Unione europea per mano di Marine Le Pen o simili è oramai una prospettiva concreta – è il momento di scommettere tutto su una riscossa ideale dell’europeismo. Ma mentre si crea l’Europa (e serve tempo) non si può fare come si è fatto finora, trascurando di creare gli europei. Il programma Erasmus va benissimo, ma è uno strumento elitario. Per creare davvero un popolo europeo si deve cominciare a sognare un sistema di scuole pubbliche europee, con ore di lezione comuni a classi di diversi Paesi in una lingua comune (o con traduzione simultanea per i più piccoli). Si deve immaginare una leva europea e un servizio civile europeo di un anno. Si devono immaginare canali televisivi pubblici comuni a tutti i Paesi che facciano informazione su un’agenda europea. E via dicendo. Sono proposte che richiederebbero in ogni caso anni per essere implementate? Vero, ma per iniziare a parlarne ai cittadini, per dare loro un ideale in cui sperare, basterebbe invece pochissimo.</p>
<p>Con questo non si vuole ovviamente dire che le identità nazionali debbano andare perdute. Anzi, il contrario. Tanto più sono orgoglioso e consapevole della mia identità, tanto più sarò felice di condividerla e farla conoscere agli altri, sperando magari di ricevere in cambio lo stesso trattamento. Ma ai populisti e nazionalisti che invocano un ritorno al passato, alle monete nazionali, alle politiche economiche senza regole (le stesse che hanno “fregato” l’attuale generazione dei 30enni, e che le ricette populiste vorrebbero scaricare sulle spalle della prossima generazione), alla chiusura, il centrosinistra non può più opporre solo la razionalità del “perché tutto quel che proponete è sbagliato” (lo è), ma deve saper opporre anche la straordinaria forza della speranza. Quella di un popolo europeo di centinaia di milioni di persone, con la prima economia del pianeta, capace di creare crescita ed equità sociale, di difendere i propri interessi e – se mai l’aria intorno a noi nel mondo si facesse cattiva – capace di proteggere fino all’estremo i propri cittadini.</p>
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		<title>In Siria la Russia si prepara a colpire duro, ma le sanzioni sarebbero state un boomerang</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Tommaso Canetta]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 22 Oct 2016 15:26:30 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Grande Medio Oriente]]></category>
		<category><![CDATA[Russia e Asia centrale]]></category>
		<category><![CDATA[Assad]]></category>
		<category><![CDATA[Putin]]></category>
		<category><![CDATA[Russia]]></category>
		<category><![CDATA[Sanzioni]]></category>
		<category><![CDATA[Siria]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La speranza di fermare il massacro di Aleppo, se mai era nata, è già morta. Mosca sta preparando&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>La speranza di fermare il massacro di Aleppo, se mai era nata, è già morta. Mosca sta preparando una vittoria militare sul campo. <strong>L’intera flotta del Nord e parte della flotta del Baltico della marina russa</strong> – di cui fanno parte la portaerei <em>Kuznetsov</em>, l’incrociatore a propulsione nucleare <em>Pyotr Veliky </em>(il più grande del mondo nella sua categoria), due cacciatorpediniere, un sottomarino d’attacco, una petroliera, un rimorchiatore e una nave di sorveglianza – <strong>sono partite il 15 ottobre dall’Artico con destinazione il Mar Mediterraneo</strong> <strong>orientale</strong>. Il convoglio di navi da guerra dovrebbe arrivare di fronte alla costa siriana entro fine mese. I quindici aeroplani, tra <em>Su-33</em> e <em>MiG-29K/KUB</em>, e i dieci elicotteri (<em>Ka-52K, Ka-27</em> e <em>Ka-31</em>) imbarcati andranno quindi a coordinarsi con la flotta aerea russa presente nella base di Khmeimim per sferrare l’attacco finale sui quartieri orientali di Aleppo, ancora controllati dai ribelli. Secondo gli esperti si tratta di <strong>una mossa che va letta più dal punto di vista del crescente confronto tra Russia e Nato che non in quello della guerra siriana</strong>. L’aumento della forza di aviazione potrà infatti avere un impatto sul conflitto forte ma non decisivo. Per quello servirebbero fanteria e carri armati, un’escalation che finora Mosca ha sempre voluto evitare. E tuttavia <strong>non si può sottovalutare l’impatto simbolico e tattico</strong> che il nuovo dispiegamento militare russo avrà <strong>sulla battaglia di Aleppo</strong>.</p>
<p>La tregua di pochi giorni, concessa dal Cremlino mentre la flotta navale discende verso il Mediterraneo, e pensata per far defluire civili e combattenti dai quartieri assediati, è servita a Mosca più per pulirsi la coscienza che non per indebolire le fila dei ribelli: secondo la versione del ministro degli Esteri russo Lavrov, i qaedisti dell’ex Al Nousra hanno impedito con la violenza ai civili e agli insorti di abbandonare la città. Una mezza verità, che trova però eco nella decisione dell’Onu di non procedere all’evacuazione dei feriti dai quartieri controllati dai ribelli “perché mancano le condizioni di sicurezza”. In ogni caso <strong>il fallimento dell’evacuazione da un lato e il rafforzamento da parte di Mosca di un apparato bellico già impressionante dall’altro lasciano presagire un finale tragico</strong>.</p>
<p>Di fronte a questo scenario <strong>può far storcere il naso la linea diplomatica scelta dall’Italia </strong>in seno all’Unione europea, di impedire che venissero decise altre sanzioni contro la Russia per via della Siria. Si tratta di una decisione di realpolitik, che affonda le sue ragioni profonde in questioni che vanno oltre quella siriana, e che tuttavia proprio sulla questione siriana potrebbe avere un effetto utile. Si può infatti supporre che la minaccia delle sanzioni non avrebbe impedito a Putin di portare a compimento il suo piano di battaglia per Aleppo. In compenso avrebbe reso ancor più tesi i rapporti tra Stati europei e Mosca. <strong>Adottare misure inefficaci, e al contempo ostili verso il Cremlino, non sarebbe stata una buona base di partenza per qualsiasi futura trattativa sulla Siria</strong> – che, innegabilmente, non potrà prescindere dalla Russia – e sulla regione. E che una trattativa resti necessaria anche dopo una eventuale caduta di Aleppo est nelle mani dei lealisti è evidente: il regime e i suoi alleati controllano meno del 50% del Paese, Assad rimane una figura fortemente divisiva e Mosca lo sa, i Paesi del Golfo non danno segnale di voler recedere da questa guerra per procura, lo Stato Islamico non è vicino alla sconfitta, la Turchia ha propri uomini e mezzi nel nord della Siria, e i curdi non sembrano intenzionati a rinunciare alle proprie mire autonomiste.</p>
<p>Le sanzioni, pur giuste eticamente, avrebbero logorato il filo di dialogo che ancora l’Europa tiene in vita con il Cremlino, con il risultato di schiacciare la Russia (che, a torto o a ragione, percepisce come ignorate le proprie istanze) su posizioni sempre più oltranziste, in Siria ma non solo. <strong>Mantenendo invece aperto il canale con Putin sarà forse possibile influire in futuro – sia per ridurre il dramma umanitario della Siria sia per tutelare i nostri interessi, come Italia e come Unione europea – in sede di negoziati. </strong></p>
<p>Non si deve ignorare la complessità del quadro geopolitico e economico, specie in un <strong>momento storico in cui il Medio Oriente è in ebollizione e le alleanze storiche dell’Occidente (in primis quella con la Turchia) sono sottoposte a spinte e torsioni senza precedenti. </strong>A questo quadro si aggiunge l’incertezza sulla futura politica estera americana. Di sicuro in questo preciso momento pensare di prescindere dal dialogo con quella che è diventata una super-potenza in Medio Oriente e nel Mediterraneo orientale – la Russia ha sfruttato abilmente la sponda sciita (Iran, Iraq, Assad, Hezbollah) per portare armamenti avanzati nella regione e imporre la sua superiorità bellica; dopo aver rischiato uno scontro frontale ha avvicinato a sé la Turchia come non era mai successo; è in buoni rapporti con Israele, con l’Egitto e con Haftar in Libia – significa pensare di prescindere dalla realtà. E, per citare Ytzhak Rabin, <strong>“la pace non si fa coi propri amici, ma coi propri nemici”.</strong></p>
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		<title>Le guerre in Siria e Iraq e le ricadute in Europa</title>
		<link>https://www.mondodem.it/210/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Tommaso Canetta]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 07 Oct 2016 16:03:19 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Russia e Asia centrale]]></category>
		<category><![CDATA[Aleppo]]></category>
		<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[Libia]]></category>
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		<category><![CDATA[Siria]]></category>
		<category><![CDATA[Stato Islamico]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Se i due principali problemi per l’Europa sono l’emergenza migranti e il terrorismo – con le loro ricadute&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Se i due principali problemi per l’Europa sono l’emergenza migranti e il terrorismo – con le loro ricadute politiche e sociali, che stanno scuotendo l’Unione europea alle sue fondamenta – il massacro in corso a Aleppo in Siria e la prossima offensiva su Mosul (capitale dello Stato Islamico) in Iraq rischiano di aggravarli in modo significativo.</p>
<p><strong><em>L’aumento dei flussi di rifugiati e il rischio di radicalizzazione della popolazione locale.</em></strong></p>
<p>L’assedio del regime siriano sui quartieri orientali di Aleppo, controllati dai ribelli, dura da inizio settembre. Se la violenta offensiva in corso dei lealisti porterà alla caduta della zona est della città, è facile ipotizzare un incremento del numero di profughi. In molti cercheranno di scappare dalle milizie sciite e alauite, dalle ritorsioni della dittatura e dalla devastazione che delle loro case e delle loro vite ha lasciato giusto le macerie. Non solo. Si può anche immaginare che le fila delle formazioni più estremiste – come Jabhat Fateh al-Sham, già Jabhat al Nousra, branca siriana di Al Qaeda, e lo stesso Isis – saranno ingrossate da tanti disperati, sopravvissuti soli e senza mezzi alla distruzione di Aleppo, in cerca di vendetta contro Assad o anche solo di uno stipendio da mercenari. Allo stesso modo la prossima offensiva dell’esercito iracheno, aiutato dagli Stati Uniti ma anche (se non soprattutto) da milizie sciite filo-iraniane già tacciate in passato di violenze settarie, rischia di scatenare un esodo di massa della popolazione sunnita di Mosul e un travaso di consensi in favore dello Stato Islamico in Iraq.</p>
<p><strong><em>Che fare?</em></strong></p>
<p>Per quanto riguarda Mosul, una possibile strada sarebbe quella di fare pressione sugli Stati Uniti, affinché utilizzino le proprie leve per bloccare l’operazione voluta dal premier iracheno al Abadi, chiedendo che venga prima decisa una strategia su chi e come debba liberare la città e soprattutto sul dopo-liberazione.</p>
<p>Per quanto riguarda Aleppo invece il primo ostacolo da superare è di carattere teorico. C’è una diffusa convinzione secondo cui, per ottenere il prima possibile quella stabilità che è l’interesse principale dell’Europa, convenga lasciar fare a Putin e a Assad. In base a questa teoria, infatti, una volta conquistata la città, il regime e il suo alleato russo sarebbero disponibili a trattare una tregua stavolta reale, che porti anche a una spartizione delle aree di influenza nel Paese, se non del Paese stesso. Le critiche americane al massacro di Aleppo si spiegherebbero dunque come il tentativo di prolungare gli scontri fino all’insediamento del prossimo presidente che, magari attraverso una politica estera mediorientale più interventista, potrebbe riuscire nell’impresa di causare la caduta di Assad (cosa gradita, se non quasi pretesa, dagli alleati regionali dell’Occidente: Turchia e soprattutto Arabia Saudita).</p>
<p>Se la genuinità dell’idealismo americano può legittimamente suscitare qualche dubbio, il resto di questa teoria è però piuttosto debole. La maggioranza della popolazione siriana è composta da sunniti, molti di loro (anche se non tutti) vogliono la cacciata di Assad e non si fiderebbero di una sua permanenza al vertice del Paese. Anche tra le minoranze cristiana, sciita, drusa etc. – che pure temono l’eventuale ascesa al potere di estremisti religiosi sunniti – la dittatura trova critici e oppositori. Il regime è senza soldi e senza uomini. Viene tenuto in vita dai finanziamenti e dalle milizie che Russia e Iran riversano nel Paese. Difficilmente con Assad al potere, anche su una parte che non sia minoritaria del Paese, si uscirebbe mai da una situazione di conflitto perenne. Al momento, quindi, il meglio che si può fare – non solo umanitariamente ma anche in termini di interesse europeo – è fare pressione perché si interrompa la strage di Aleppo.</p>
<p>A tale scopo sarebbe utile intensificare i rapporti con Mosca, alleato di ferro del regime fin dai tempi dell’Urss (in Siria, a Tartous, c’è l’unica base navale russa nel Mediterraneo), offrendole un’alternativa. Putin non vuole perdere una pedina fondamentale, meno che mai dopo aver investito nell’ultimo anno in Siria ingenti risorse economiche e militari, ma non sarebbe contrario a sostituire Assad con altra figura meno divisiva. Il fallimento nella ricerca di una tale alternativa ha reso finora la Russia feroce nel difendere Assad, ma anche al Cremlino sembra esserci scetticismo sulla possibilità che il dittatore riesca mai a pacificare il Paese. È dunque con Mosca che va cercato un compromesso, offrendo magari anche qualche contropartita in aree più strategiche per la Russia. Per farlo bisogna però negoziare un accordo anche con Teheran, capo-fila dell’asse sciita e protettore di Assad. Alla Repubblica Islamica iraniana servono infatti rassicurazioni analoghe a quelle richieste da Mosca circa la tutela dei propri interessi e della propria influenza. Considerato lo scontro in atto con l’Arabia Saudita in diversi scenari mediorientali, si potrebbe, in cambio di determinate garanzie, offrire a Teheran anche una riduzione del sostegno militare occidentale a Riad (oltre agli americani anche francesi e altri europei vendono miliardi di dollari di armi alla monarchia saudita). Se la logica dell’accordo sul nucleare stipulato con l’Iran l’anno scorso era quella di propiziare un balance of power regionale, tentare la via di un disarmo – imposto da parte dei fornitori – dei contendenti potrebbe funzionare meglio di quanto abbia invece fatto finora ingozzarli di armamenti e lasciarli scannare in un pigro (o voluto, si pensi allo Yemen) disinteresse occidentale.</p>
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		<title>Verso una strategia per la Libia</title>
		<link>https://www.mondodem.it/219/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Tommaso Canetta]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 08 May 2016 16:10:40 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Grande Medio Oriente]]></category>
		<category><![CDATA[Featured]]></category>
		<category><![CDATA[Libia]]></category>
		<category><![CDATA[Stato Islamico]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Contributo di Arturo Varvelli (ISPI) La minaccia dello Stato Islamico Le risorse umane La Libia appare oggi sempre più&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/219/">Verso una strategia per la Libia</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Contributo di Arturo Varvelli (ISPI)</p>
<p><strong>La minaccia dello Stato Islamico</strong></p>
<p><em><strong>Le risorse umane</strong></em></p>
<p>La Libia appare oggi sempre più permeabile alla presenza di combattenti legati allo Stato Islamico (ISIS). Fonti affidabili reputano che ci siano complessivamente tra 5000 e 6000 miliziani Isis che operano in Libia (l’ONU a fine novembre dichiarava circa 3000-3500; il Dipartimento Stato USA a gennaio 5000; più recenti fonti di stampa attorno a 6000). Il nucleo principale di questa presenza si attesta nella città di Sirte, sulla costa mediterranea nella Libia centrale. Il contesto dell’ascesa di Isis a Sirte appare per certi versi simile a quello che lo aveva inizialmente favorito in Iraq, ossia l’esclusione di parte della popolazione da un processo di partecipazione politica. Non appare un caso che Sirte sia la città natale di Muammar Gheddafi, e territorio dove è presente la tribù Qaddafa. Dalla sua caduta, la tribù è stata emarginata e ostracizzata dal governo di Tripoli, accusata da altre milizie di connivenza con il passato regime e, in più di un’occasione, duramente colpita per questo motivo. Parte dei giovani della tribù e di seconde linee del regime (figure più defilate rispetto al caso iracheno), a cominciare dalla primavera 2015 hanno quindi sposato la causa dell’Isis, più per motivazioni politiche che ideologiche. Appare poi piuttosto certa e in costante aumento la presenza di stranieri, in particolare iracheni (tra i vertici) e tunisini.<br />
<em><strong>La presenza territoriale</strong></em></p>
<p>Il sedicente Stato islamico è presente nell’area di Sirte, dove pare controllare circa 180/200 chilometri di costa mediterranea. La debolezza delle forze locali che si oppongono a Isis, rischia di facilitare la conquista, più volte minacciata da parte del gruppo, delle infrastrutture petrolifere del Bacino della Sirte, che tra dicembre 2015 e febbraio 2016 sono state bersaglio di numerosi attacchi. L’eventuale caduta di queste aree, priverebbe lo Stato libico delle uniche entrate di cui dispone: i proventi del petrolio. In seconda battuta garantirebbe rendite consistenti al sedicente Stato Islamico, sebbene, data la posizione geografica, la vendita irregolare del greggio sia molto più complessa da operare rispetto a Siria e Iraq. La decisione di Isis di orientare il fronte operativo a est, garantirebbe al movimento un importante vantaggio strategico evitandogli, almeno per il momento, uno scontro diretto con le milizie di Misurata, tra le meglio attrezzate in Libia. L’Isis appare inoltre disporre di altre aree di controllo in tutto il paese, da Derna, dove aveva inizialmente stabilito una prima enclave alla fine del 2014, fino a Sabratha, dove un campo di addestramento è stato colpito di recente da un raid statunitense. Nelle ultime settimane, a seguito di una escalation degli scontri tra ISIS e le milizie limitrofe, vi è stata un’apparente mobilitazione di alcune forze (comprese quelle del Generale Khalifa Haftar) in vista di un possibile attacco alle zone sotto il controllo di ISIS. Le reali intenzioni sono da chiarire.<br />
<strong>Il quadro politico-strategico</strong></p>
<p>Il 17 dicembre scorso, nella cittadina marocchina di Skhirat, sotto l’egida dell’ONU e del nuovo inviato Martin Kobler, i rappresentanti di alcune fazioni hanno firmato un nuovo “Accordo Politico Libico” che prevede un governo di unità nazionale e la condivisione del potere tra il parlamento di Tobruk, espressione delle elezioni del giugno 2014, e quello di Tripoli, re-instaurato nel settembre dello stesso anno. L’accordo è stato ufficialmente adottato con la risoluzione Onu 2259, approvata il 23 dicembre 2015. La risoluzione obbliga gli stati membri a relazionarsi soltanto con il governo di unità nazionale scaturito dal processo di Skhirat mentre, al contempo, stabilisce che la comunità internazionale possa intervenire militarmente contro lo Stato Islamico solamente previa “richiesta del governo libico”. Faiez Serraj ha ricevuto l’incarico di guidare il governo, co-adiuvato da un Consiglio Presidenziale di 9 membri. A metà febbraio, Serraj ha presentato il proprio esecutivo composto da 18 nomi che è ora in attesa di approvazione da parte del parlamento di Tobruk, l’unico riconosciuto a livello internazionale. Il 13 febbraio il Consiglio di presidenza libico ha deciso di non attendere più il voto di fiducia del parlamento libico, e di auto-legittimarsi sulla base di un documento a favore del governo di unità nazionale firmato da 101 deputati del parlamento di Tobruk. Nell’ultimo mese il parlamento di Tobruk non è riuscito a raggiungere il numero legale (e votare l’approvazione del nuovo governo) a causa delle intimidazioni subite dai deputati favorevoli. La comunità internazionale e l’inviato speciale ONU Martin Kobler, hanno espresso pieno sostegno alla mossa del Consiglio di presidenza. Nella fase iniziale il nuovo governo di Serraj (GNA, General National Accord) ha operato dall’estero, in particolare da Tunisi, e non in Libia perché la capitale Tripoli, conquistata nell’estate del 2014, era – ed è ancora oggi in gran parte – sotto il controllo del General National Congress (GNC). Il 30 marzo il governo di Serraj è giunto a Tripoli via mare (l’aeroporto della capitale era stato fatto chiudere in precedenza pare proprio per evitare l’arrivo del governo unitario) e si è insediato nella base navale di Abu Sittah, a 3 km dal centro della città. Il governo/parlamento di Tripoli (GNC) sembra non essere più attivo. Serraj sembra aver consolidato la propria presenza nella capitale grazie al supporto di una parte delle milizie locali, tuttavia, permane il timore che il nuovo governo di unità nazionale sia percepito come una imposizione da parte della comunità internazionale, in particolare occidentale.<br />
<strong>Obiettivi politici</strong></p>
<p>Il presupposto fondamentale di ogni intervento armato è che sia chiaro l’obiettivo politico. Conseguentemente l’intervento deve essere valutato, nella sua opportunità e nelle modalità, in base a tale premessa che, sebbene appaia scontata, viene spesso dimenticata. Lo dimostra la scarsa chiarezza, in termini di obiettivi politici, che ha caratterizzato molti dei recenti interventi militari occidentali nei teatri mediorientali. Questa mancata chiarezza conduce a missioni a tempo indeterminato, la cui efficacia politica viene progressivamente erosa. Si pensi ancora al caso dell’Iraq o dell’Afghanistan.<br />
La finalità di un eventuale intervento in Libia, dovrebbe essere quella di contribuire al rafforzamento del governo unitario. Finora sono stati considerati requisiti necessari per una possibile azione militare straniera in Libia l’accordo tra fazioni libiche, la formazione del governo ed una successiva richiesta di intervento da parte dello stesso. Alcune recenti indiscrezioni, tuttavia, lasciano intendere che alcuni attori abbiano valutato l’opportunità di cambiare strategia, considerando l’ipotesi di avviare bombardamenti più massicci e interventi militari diretti contro l’Isis, anche senza una formale richiesta da parte di un legittimo governo libico. Il potenziale di rischio di una scelta in tal senso, come dimostrano numerose esperienze passate, compreso l’intervento NATO in Libia del 2011, è terribilmente alto.<br />
<strong>Presupposto per l’individuazione di un eventuale intervento</strong></p>
<p>Il presupposto analitico della scelta politica di un intervento, si fonda sul fatto che il contenimento e/o contrasto militare all’ISIS – condotto principalmente tramite bombardamenti aerei – non sia sufficiente. Questo appare piuttosto evidente in Siria e Iraq. Se, inoltre, si tiene presente come le cause profonde dell’ascesa dell’ISIS, e di altri gruppi islamico radicali in Medio Oriente e Africa, siano da rintracciarsi principalmente nello sfaldarsi delle entità statuali – con le definizioni politologiche di “Stati fragili”, “Stati falliti” o “Stati in via di fallimento” – emerge chiaramente come soltanto attraverso il contributo con politiche attive alla ricostruzione di questi Stati, e in questo caso dello Stato libico, sia possibile arginare la minaccia di contesto anarchico favorevole all’espansione dello Stato Islamico.<br />
Quando nel corso degli ultimi cinque anni si è più volte ripetuto che “ci si deve occupare della Libia”, certamente si immaginava qualcosa di più di un nuovo intervento armato.<br />
Si intendeva, in primis, accompagnare il tentativo libico di sviluppare un sistema politico partecipativo, per il quale nel 2012 andarono a votare più del 60% degli aventi diritto, pur non avendo una chiara idea di cosa comportasse un sistema di voto democratico, dopo oltre 40 anni di regime di Gheddafi. Si intendeva la necessità di favorire il processo di “nation bulding” e di “state building” in un paese dall’identità nazionale ancora fragile, che si era retto negli ultimi decenni unicamente sulla figura di un leader totalitario che aveva smantellato sistematicamente ogni istituzione in gradi di agire da contrappeso alla sua personale gestione del potere. Un potere che gli derivava principalmente dai proventi del petrolio. Un obiettivo politico chiaro insomma, seppur estremamente complesso e articolato.<br />
Eppure, nel calderone delle semplificazioni giornalistiche di questi giorni, è spesso implicita una corrispondenza pericolosa: non dare immediatamente avvio ad una spedizione militare, vorrebbe dire non avere un ruolo. Ergo, vorrebbe dire non occuparsi della Libia. In realtà occuparsi della Libia significa affrontare le difficoltà del Paese. E non sembra che con i bombardamenti aerei si possa porre rimedio alla fragilità delle istituzioni, ricomporre il quadro politico, e ridare fiducia ad una popolazione che nel 2014 ha fatto registrare un’affluenza al voto per le elezioni legislativa soltanto del 18%, dimostrando come in pochi mesi, gran parte di coloro che avevano creduto in un processo di partecipazione democratica avevano già perso ogni fiducia. Occorre dunque continuare il percorso di ricostruzione del Paese. Serve un nuovo “patto civile e sociale” che faccia da argine alla frammentazione, serve affrontare i nodi politici interni e internazionali.<br />
<strong>Nodi politici irrisolti e rischi di un intervento senza accordo politico tra le fazioni libiche</strong></p>
<p>Pertanto, la stabilizzazione di un governo unitario dovrebbe essere l’obiettivo prioritario e, come tale, va perseguito con tutti gli strumenti possibili dalla comunità internazionale e dall’Italia. I nodi che finora hanno impedito il successo del negoziato sono ancora da sciogliere, in particolare il ruolo che avrà il generale Haftar nel futuro della Libia e la perdurante ostilità all’accordo di buona parte delle milizie e delle forze politiche della Tripolitania, che fanno riferimento al presidente islamista del Parlamento di Tripoli, Nuri Abu Sahmein. È poi logico pensare che un intervento armato in un paese che faticosamente cerca di ricomporre il quadro politico possa definitivamente compromettere le residue speranze di pacificazione. È molto facile che un intervento esterno faciliti il compattamento dei gruppi islamisti attorno alla forza preponderante, il sedicente Stato islamico, offrendo ad esso una potente arma propagandistica ed aumentandone il potenziale bacino di reclutamento. Il panorama politico libico sembra ancora vittima degli interessi di parte contro gli interessi generali della nazione. Nell’ultimo mese il parlamento di Tobruk non è riuscito a raggiungere il numero legale (e votare l’approvazione del nuovo governo) a causa delle forti intimidazioni subite dai deputati favorevoli. Non è d’altra parte auspicabile per gli interessi italiani ed europei, che si creino le condizioni di operatività del nuovo governo di Serraj senza che vi sia una piena volontà politica delle amministrazioni Tobruk e Tripoli di aderirvi.<br />
Vi è da considerare che agli occhi dei libici un nuovo intervento esterno, anche nel caso che fosse un governo libico unitario a richiederlo, potrebbe svuotare definitivamente quest’ultimo di qualsiasi credibilità, facendolo apparire palesemente irrilevante o peggio un “fantoccio” dell’Occidente, causandone rapidamente il boicottaggio da parte di numerosi paesi arabi. È bene ricordare che l’obiettivo finale dovrebbe essere una reale stabilità della Libia, e questo può essere conseguito soltanto attraverso politiche di stabilizzazione di lungo periodo. Per questo è necessario guardare non solo al quadro libico, ma a quello internazionale. Per esempio, è auspicabile rassicurare l’Egitto e trovare un accordo, affinché il governo si liberi della carta Haftar, che rappresenta un impedimento troppo rilevante al processo di riconciliazione nazionale. Nonostante lo scorrere del tempo favorisca l’Isis, sono necessarie pazienza ed una visione politica lucida e di lungo periodo, non aggressività militare.<br />
<strong>Politiche di stabilizzazione</strong></p>
<p>In sintesi, la comunità internazionale, l’Europa e i principali attori coinvolti nella crisi libica (Italia, Stati Uniti, Francia, Gran Bretagna e Germania) dovrebbero:</p>
<ul>
<li>De-enfatizzare la questione della “legittimità” nelle dichiarazioni pubbliche e porre invece enfasi sulla partecipazione ai negoziati condotti dalle Nazioni Unite e sul comportamento degli attori sul terreno, in particolare l’aderenza al cessate il fuoco. Al contempo, è necessaria una decisa azione diplomatica per rafforzare il nuovo governo di Serraj e permettergli di prendere pieno possesso della capitale e dell’amministrazione reale del paese, attraverso consultazioni con le forze politiche libiche e le milizie, in particolare della Tripolitania. Continuare un processo di consultazione tra gli attori chiave del paese: partiti politici, rappresentanti locali delle municipalità, società civile, rappresentanti delle minoranze (tebu, tuareg, berberi) e delle tribù per quanto possibile (sulla traccia di quanto già iniziato a Skhirat). Il processo di legittimazione del nuovo governo deve avvenire in un costante processo di costruzione di consenso vero tra forze politiche e milizie.</li>
<li>Essere più espliciti nel confronto con gli attori regionali che contribuiscono ad alimentare ancora il conflitto fornendo armi o altro aiuto militare o politico – in particolare Ciad, Egitto, Qatar, Sudan, Turchia ed Emirati Arabi Uniti (EAU) – e incoraggiarli a premere i loro alleati libici a negoziare in buona fede alla ricerca di una soluzione politica. Gli attori regionali che tentano di sostenere i negoziati, in particolare Algeria e Tunisia, dovrebbero essere incoraggiati e sostenuti.</li>
<li>Elaborare strategie politiche e militari per combattere il terrorismo, in coordinamento con le forze politiche libiche di ogni area, astenendosi al contempo dal sostenere un intervento militare esterno per combattere l’ISIS, nonché facilitare in tal senso un coordinamento sul terreno delle forze vicine a Serraj e di quelle facenti capo a Haftar, anche come primo passo di appeasement politico.</li>
<li>Mantenere per ora l’embargo sulle armi delle Nazioni Unite, respingendo espressamente la sua revoca totale o parziale e rafforzarne invece l’attuazione, per quanto possibile.</li>
<li>Ampliare le sanzioni ONU e UE ad personam contro coloro che si oppongono al processo politico e al nuovo governo di unità nazionale sulla base di criteri trasparenti e oggettivi, in particolare contro chi si rende colpevole di incitamento o partecipazione a violenze.</li>
<li>Sostenere, anche militarmente laddove necessario, l’incolumità fisica dei nuovi rappresentanti politici, del governo e delle istituzioni economico-finanziarie, che devono essere messi in condizione di prendere decisioni senza le pressioni e le intimidazioni delle milizie.</li>
<li>Proteggere la neutralità e l’indipendenza delle istituzioni finanziarie e petrolifere: la Central Bank of Libya (CBL), la Società National Oil (NOC) e la Libyan Investment Authority (LIA); nonché garantire che queste gestiscano la ricchezza nazionale in modo da far fronte alle esigenze fondamentali dei cittadini e contribuire ad una soluzione politica negoziata.</li>
<li>Avviare programmi di disarmo, smobilitazione e reintegrazione per i miliziani che siano legati ad incentivi economici da parte del nuovo governo. Avviare reali programmi di integrazione di alcune milizie all’interno delle forze di polizia e dell’esercito. Terminare il pagamento indiscriminato ai miliziani subordinando tali pagamenti all’adesione dei programmi del nuovo governo.</li>
<li>Avviare un reale processo di “State-building / Institution building” con l’ausilio dell’ONU e della UE.</li>
<li>L’Italia si è dichiarata pronta a prendere il comando delle operazioni, ma è necessario che il compito di affrontare sul campo l’ISIS venga demandato alle forze libiche sostenute, addestrate e ‘consigliate’ da quelle internazionali sulla base del principio SFA (Security Forces Assistance): train, assist e advise in linea con quanto già avviene in altri teatri di guerra, dall’Afghanistan al Kurdistan.</li>
</ul>
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