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	<title>V.B., Autore presso MondoDem</title>
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	<description>Laboratorio di Politica Internazionale</description>
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	<title>V.B., Autore presso MondoDem</title>
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		<title>Migliore amico, peggior nemico?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[V.B.]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 17 Jul 2018 18:34:21 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[L'Italia nel mondo]]></category>
		<category><![CDATA[difesa europea]]></category>
		<category><![CDATA[NATO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il disastroso vertice NATO di Bruxelles ha dimostrato oltre ogni ragionevole dubbio, se ancora ce ne fosse stato&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Il disastroso vertice NATO di Bruxelles ha dimostrato oltre ogni ragionevole dubbio, se ancora ce ne fosse stato bisogno, che <strong>il Presidente degli Stati Uniti considera l’Alleanza Atlantica un fardello</strong> e non uno strumento prezioso.</p>
<p>L’unica ragione per cui Trump mantiene, a malincuore, il suo paese nell’Alleanza è la forza inerziale di una storia settantennale, con tutto il suo carico di accordi, cooperazione, legami, eccetera, che fortunatamente non possono essere dissolti in un paio d’anni.</p>
<p>Anche se gli Usa pensano di poterne fare a meno, la NATO continua però ad essere chiaramente essenziale per la sicurezza europea e italiana. Militarmente, i paesi UE non sono ancora neanche in grado di esprimere una vera forza di intervento, figurarsi se possono assumere da soli il peso di una difesa territoriale (per non parlare dell’ombrello nucleare). Politicamente, la NATO continua a costituire una utile placenta che contribuisce a tenere insieme gli Stati membri di una Unione talmente fragile da rischiare di spaccarsi sotto i colpi di una crisi largamente immaginaria, quella dei migranti. La situazione, quindi, è che come europei continuiamo ad essere dipendenti da un’Alleanza oggi disprezzata dal suo principale garante e sostenitore materiale. Una situazione, com’e evidente, assai pericolosa.</p>
<p>Ancora peggio, il nostro protettore sembra lavorare apertamente alla destabilizzazione di alcuni paesi alleati (Germania e Regno Unito) e allo sfaldamento dell’UE che, afferma esplicitamente, è da considerare entità estranea e nemica alla stregua di Cina e Russia. Anzi, a giudicare dall’incredibile vertice bilaterale di Helsinki, definito da un commentatore americano “<em>the surrender summitt</em>”, il Presidente sembra più che pronto ad impostare una trattativa bilaterale con Mosca senza tenere in alcun conto gli interessi europei. Nell’era Trump, <strong>gli Stati Uniti rischiano di essere non solo il nostro miglior amico, ma anche il nostro peggior nemico</strong>.</p>
<p>Anche se la tentazione di rispondere al biondastro Presidente con la sua stessa moneta è comprensibilmente forte, semplicemente non ce lo possiamo permettere. Abbiamo accettato per 60 anni la protezione degli Stati Uniti in cambio della libertà di spendere i nostri soldi in burro anziché in cannoni: <strong>ora non siamo (ancora) in grado di camminare da soli</strong>. Pertanto, è nell’interesse degli Stati europei <strong>continuare a sostenere in ogni modo la NATO</strong> contrastando l’azione distruttiva di Trump. Allo stesso tempo, la concreta materializzazione del rischio insito in ogni rapporto di dipendenza – che cioè ad un certo punto il protettore decida, a torto o a ragione, di abbandonare il protetto – dovrebbe spingerci ad un colpo di reni in direzione di una maggiore integrazione e indipendenza.</p>
<p>Prendere sul serio l’Europa della difesa potrebbe contribuire al perseguimento di entrambi gli obiettivi. Negli ultimi due anni è stato fatto uno sforzo serio, da parte sia degli Stati membri che delle istituzioni europee, per lanciare una serie di strumenti che, se correttamente sviluppati e utilizzati, potrebbero nel giro di pochi anni produrre risultati visibili e concreti. La Cooperazione Strutturata Permanente (PESCO) tra gli Stati membri va resa più ambiziosa e concreta: il Fondo Europeo per la Difesa per la Commissione, la cui regolamentazione verrà discussa proprio ora, deve essere strutturato in modo da garantire lo sviluppo di nuove capacità e non solo fondi alle industrie: i vari strumenti sviluppati nell’ambito dell’Agenzia Europea per la Difesa (CDP, CARD, OSRA e tutto il resto della “zuppa di acronimi”) hanno grandi potenzialità ma necessitano del costante sostegno e della partecipazione degli Stati europei.</p>
<p>Questo enorme lavoro dovrebbe essere meglio comunicato ai cittadini, spiegando che contribuirà a massimizzare la sicurezza di tutti, e presentato come un contributo europeo alla sicurezza comune molto più rilevante del “2%”, concetto insensato e tossico che andrebbe dimenticato e seppellito per sempre.</p>
<p>Roma, che già oggi è uno degli attori principali in questo vasto processo, dovrà continuare a spingere e sollecitare i partner a perseguire con costanza lo sviluppo di questa pletora di strumenti, i quali potranno dare frutti solo se godranno della costante attenzione politica da parte delle grandi capitali. Ce ne sarà parecchio bisogno: nel 2019, tra la Brexit e l’elezione di un nuovo Parlamento Europeo, una nuova Commissione e un nuovo Alto Rappresentante, l’attenzione degli Stati membri sarà un bene assai ricercato. E la tendenza degli USA a legare questioni economiche a quelle di difesa lascia presagire un futuro tentativo di indurre uno o più Stati membri a togliere il piede dall’acceleratore sulla difesa europea in cambio di vantaggi commerciali. Eppure, alla luce dell’evoluzione dei rapporti transatlantici, <strong>la costruzione di un’Europa della difesa</strong> <strong>deve divenire un obiettivo strategico prioritario</strong>, non più solo qualcosa di semplicemente desiderabile o auspicabile.</p>
<p>Convincere Trump del valore della NATO sembra un’impresa impossibile. L’uomo, semplicemente, non crede nelle alleanze internazionali, ma solo in accordi contingenti e transazionali. L’unico modo per spingerlo a limitare i suoi istinti distruttivi è quindi convincerlo che l’Europa sia un partner forte e credibile. Se poi la cosa non dovesse funzionare, <strong>avere una capacità di azione militare autonoma sarà ancora più necessario</strong>.</p>
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		<title>Un’ Europa della difesa franco-tedesca (anche troppo?)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[V.B.]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 22 Jul 2017 08:54:43 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[L'Italia nel mondo]]></category>
		<category><![CDATA[#difesaeuropea]]></category>
		<category><![CDATA[PeSCo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Di VB L’ultimo Consiglio dei Ministri della Difesa di Francia e Germania si è concluso con la pubblicazione&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Di VB</em></p>
<p>L’ultimo <strong>Consiglio dei Ministri della Difesa di Francia e Germania</strong> si è concluso con la pubblicazione di un Comunicato che delinea una cooperazione futura sorprendente per ampiezza e profondità. Il risveglio del motore franco-tedesco e’, in generale, una buona notizia per la difesa europea: senza di loro, non si fanno passi avanti. E’ pertanto da valutare positivamente che Parigi e Berlino abbiano deciso di formalizzare il rilancio dei rapporti proprio mentre sono in discussione, a Bruxelles, numerose iniziative politiche che hanno bisogno di sostegno e sollecitazioni da parte degli Stati membri.</p>
<p>Tuttavia il motore franco-tedesco, per essere realmente efficace, non deve essere mandato fuori giri – e a vedere i risultati di quest’ultimo accordo sembra che questo sia il rischio che corriamo attualmente. La sostanza del Comunicato, in pratica, è la seguente: <strong>Francia e Germania si impegnano a promuovere una radicale convergenza delle proprie politiche industriali della difesa</strong>. Grazie alla posizione di assoluta preminenza così conseguita, Francia e Germania orienteranno lo sviluppo delle capacità militari europee, assegnando alla propria industria un ruolo primario e a quelle degli altri Stati quello di subcontractor (ben che vada). Quando Macron ha lanciato il suo slogan “L’Europe, c’est nous!”, intendeva forse “Io e Angela”?</p>
<p>Il comunicato</p>
<p>Le conclusioni del Consiglio toccano diversi temi: la <strong>Cooperazione Strutturata Permanente (PESCO)</strong>, sulla quale Francia e Germania avrebbero dovuto pubblicare un paper di cui ancora attendiamo l&#8217;uscita; cooperazione in ambito operativo nel Sahel e nella NATO; sicurezza e terrorismo.</p>
<p>La parte realmente impressionante è però quella relativa allo sviluppo di capacità militari. I due Paesi annunciano la creazione di un gruppo di lavoro di alto livello che definirà &#8220;una visione comune delle nostre ambizioni industriali in materia di sistemi terrestri&#8221;. Il comunicato parla esplicitamente di un carro armato e di un sistema di artiglieria di nuova generazione, progetti che saranno aperti anche alla partecipazione di altri Paesi europei &#8220;una volta raggiunto un certo livello di sviluppo&#8221; (traduzione: noi li facciamo secondo i nostri requisiti e necessità, voi li comprate).</p>
<p>Si parla poi di un &#8220;velivolo da combattimento europeo […] che rimpiazzerà nel lungo termine le flotte attuali&#8221;. Velivolo di sesta generazione, dunque, che sarà sviluppato sì a livello europeo, ma &#8220;sotto la direzione dei due Paesi&#8221; (traduzione: noi facciamo le parti pregiate, voi il resto: e poi li comprate). Da qui a metà 2018 dovrebbe concretizzarsi un piano di sviluppo.</p>
<p>Poi, importantissimo: <strong>Francia e Germania lavoreranno su &#8220;priorità comuni da finanziare tramite il futuro Programma Europeo per la Ricerca in materia di Difesa&#8221;</strong>, cioè con fondi comunitari, per &#8220;ottimizzare i finanziamenti comuni ed evitare la concorrenza tra i due Paesi&#8221; (traduzione: le cose di cui sopra le sviluppiamo noi, ma il costo lo paghiamo tutti). Ci saranno anche una strategia ed un piano industriale comuni per l’innovazione in materie quali intelligenza artificiale, la robotica, etc., e una cooperazione strutturata tra i comandi cyber dei due Paesi che permetta la creazione di sistemi di cybersicurezza comuni per i sistemi sviluppati congiuntamente. E poi un nuovo missile aria-terra, il prossimo elicottero Tigre, l’Eurodrone..</p>
<p>E noi?</p>
<p>Non è affatto certo che questo progetto, davvero ambizioso, si sviluppi effettivamente come previsto dal Comunicato: siamo ancora a livello di dichiarazioni di intenti, e nella politica i piani di lungo periodo spesso si trasformano in divenire. Bisognerà attendere almeno i prossimi mesi per vedere se i due Paesi hanno intenzioni serie.</p>
<p><strong>Ma se succedesse, l’Italia si troverebbe in una situazione delicata sia dal punto di vista politico-strategico che industriale.</strong> Le nostre priorità in termini di sviluppo di capacità militari a livello europeo verrebbero messe in un angolo, mentre sarebbero imposte quelle decise dalla coppia franco-tedesca: alla nostra industria, esclusa dallo sviluppo delle componenti di maggior rilievo tecnologico, rimarrebbero solo le briciole del mercato europeo, e nel medio-lungo periodo si troverebbe depauperata di capacità industriali e di innovazione.</p>
<p><strong>E’ evidente quindi che l’Italia dovrebbe reagire. Ma come? Ci sono diverse alternative.</strong> <strong>La prima è quella di tentare di farsi accettare come partner paritario dalla coppia franco-tedesca, trasformandola così in un triumvirato.</strong> Strada difficilmente praticabile: Parigi e Berlino dovrebbero accettare di dividere con un terzo partner il bottino grosso della difesa europea, e già avranno difficoltà nel dividerselo tra loro (avendo entrambe industrie mastodontiche, e fameliche). E in ogni caso l’accordo pare già fatto, la via segnata.</p>
<p><strong>La seconda è quella di costruire un “contro-direttorio” in grado di controbilanciare la coppia franco-tedesca.</strong> Opzione che pare velleitaria, per la semplice ragione che non c’è un partner cui appoggiarsi. La Gran Bretagna si è tagliata fuori dal consesso europeo e non avrà né voce né tantomeno potere decisionale in ambito politico comunitario: la sua industria rischia di essere tagliata fuori dalle supply chains continentali (e dai fondi di ricerca comunitari). La Spagna non è neanche lontanamente forte abbastanza. Altri non ce ne sono.</p>
<p><strong>La terza opzione è, realisticamente, quella che appare più percorribile. L’Italia dovrebbe farsi alfiere di una soluzione europea, all’interno della quale diluire l’accordo franco-tedesco coagulando attorno a sé tutti gli Stati membri.</strong> Questo significa insistere sull&#8217;utilizzo degli strumenti intergovernativi previsti dai Trattati, che garantiscono voce eguale a tutti i Paesi europei, per spingere avanti un processo di integrazione della difesa guidato dagli Stati membri. Ricordare, ad esempio, che lo sviluppo di capacità militari europee dovrebbe essere coordinato sulla base di strumenti come il Capability Development Plan, approvato ed influenzato da tutti gli Stati nel contesto dell’Agenzia Europea per la Difesa. Strumenti, insomma, che tolgano il volante dell’integrazione dalle mani di Parigi e Berlino per riportarlo in seno al consesso europeo. Sarà importante anche fare molta attenzione allo sviluppo del Fondo Europeo per la Difesa, evitando che le priorità vengano decise dalla Commissione (dove la presenza francese e tedesca è più influente) ed ancorandolo invece saldamente nella dimensione intergovernativa.</p>
<p>Nelle prossime settimane e mesi, dunque, <strong>Governo e Parlamento farebbero bene a seguire con rinnovata attenzione lo sviluppo delle varie iniziative politiche attualmente in divenire</strong>, per poter intervenire dove opportuno al fine di evitare una marginalizzazione dell’intero comparto difesa che sembra implicita nel progetto franco-tedesco. Che Parigi e Berlino vogliano spingere avanti l’integrazione della difesa europea è un’ottima notizia: che lo facciano, però, insieme e non a discapito del resto dell’Unione Europea.</p>
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		<title>Molto rumore per PeSCo?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[V.B.]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 14 Mar 2017 13:47:07 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[L'Italia nel mondo]]></category>
		<category><![CDATA[Difesa]]></category>
		<category><![CDATA[Europa]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L’impulso impresso all’integrazione della difesa europea negli ultimi mesi sembra gia’ sul punto di smorzarsi. L’elaborazione dell’annunciato piano&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>L’impulso impresso all’integrazione della difesa europea negli ultimi mesi sembra gia’ sul punto di smorzarsi. L’elaborazione dell’annunciato piano della Commissione Europea per finanziare e promuovere ricerca, sviluppo e produzione di capacità militari (European Defence Action Plan, EDAP) sembra ancora in alto mare. La Commissione pare ben lontana dall’aver definito una governance sostenibile e condivisa con gli Stati membri. E lo stesso sta succedendo a una proposta, ben piu’ rilevante, che aveva acceso gli entusiasmi: quella di lanciare una Cooperazione Strutturata Permanente (PeSCo, nel gergo eurocratico).<br />
La PeSCo, stando alla vaga definizione fornita dal Trattato di Lisbona, dovrebbe rappresentare un nucleo avanzato di integrazione: un’ “avanguardia rivoluzionaria” della difesa europea, costituita da un gruppo di Stati membri che intraprendono iniziative comuni di integrazione molto ambiziose (ad esempio, una reale forza di intervento europea). Una sorta di gruppo di precursori, costituito sulla base di criteri e obiettivi ben determinati che permettono di portare avanti il processo di integrazione in un campo specifico. In altre parole, il corrispettivo nel campo della difesa dei Paesi Schengen (per quanto riguarda la liberta’ di movimento dei cittadini) o dell’area euro (per la politica monetaria).<br />
Tuttavia, il contenuto reale della PeSCo stenta a prendere una forma riconoscibile, e ci sono evidenti segni che si stia preparando un compromesso al ribasso. Molte delle idee in circolazione sembrano centrate principalmente su nuovi progetti di sviluppo comune di equipaggiamenti o singole iniziative di integrazione (cose che vengono fatte da trent’anni, e per le quali non e’ necessaria alcuna PeSCo). Altre ipotesi prevedono addirittura di applicare, semplicemente, un cappello «PeSCo» su iniziative preesistenti, svuotando quindi la cooperazione permanente di qualsiasi contenuto innovativo. Le ultime notizie lasciano intuire che alcuni Stati membri, anche tra gli stessi che si erano fatti promotori della PeSCo, comincino a concepirla piu’ come una mera dichiarazione di intenti politica che come un nucleo avanzato di integrazione concreta.<br />
Il problema è che lanciare una PeSCo che non garantisca un reale passo avanti nell’integrazione della difesa, e che non apporti alcun reale valore aggiunto, significa sprecare un’opportunità che non si ripresenterà piu’. La PeSCO è infatti un’iniziativa unica e irripetibile : non sarà possibile, in futuro, lanciare una seconda PeSCo nel caso la prima non risulti soddisfacente. Fallire ora significa quindi cancellare per sempre dal Trattato il più importante e innovativo strumento oggi a nostra disposizione per spingere avanti l’integrazione della difesa europea.<br />
Va inoltre rilevato che, nell’era della contestazione isterica permanente via social media, la strategia di coprire una «scatola vuota» con un nome altisonante puo’ rivelarsi un pericoloso boomerang. Una PeSCo svuotata di ogni contenuto, a malapena giustificata da qualche programmino di scarso riliveo, finirebbe per divenire un ottimo argomento nelle mani di chi vuole dimostrare che il progetto europeo è in crisi irreversibile.<br />
Per queste ragioni l’Italia dovra’ esercitare il massimo dell’influenza nel discutere i criteri che determineranno la possibilita’ per uno Stato membro di accedere alla PeSCo, nonche’ gli obiettivi che la cooperazione dovra’ consentire di raggiungere. Dovremo mirare a un livello di ambizione quantomeno dignitoso, ad un reale « salto di qualita’ », e non accettare di meno. Per le ragioni esposte sopra, in questa occasione approvare semplicemente il « minimo comun denominatore » delle varie posizioni nazionali non sarebbe un atto di realismo politico, ma la fine di qualsiasi ambizione nel campo della difesa europea per il prossimo decennio. Roma dovrebbe battersi per far si’ che la costituenda PeSCo sia un esercizio serio e davvero ambizioso – o che non nasca affatto.<br />
Se invece, come è assolutamente auspicabile, la PeSCo si farà e si farà bene, questa potrebbe essere l’occasione giusta per riscoprire un po’ di sano orgoglio europeo ed europeista. Il risultato raggiunto dovrebbe essere sbandierato come un grande successo dell’integrazione, che garantisce più sicurezza ai cittadini con meno spreco di risorse e che dimostra come andare avanti verso gli Stati Uniti d’Europa si può e si deve. Ma per poterci vantare senza vergogna, dobbiamo prima raggiungere un risultato accetabile.</p>
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		<title>E’ ora di difendere la Nato, ma soprattutto il nostro interesse nazionale</title>
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		<dc:creator><![CDATA[V.B.]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 19 Dec 2016 12:58:52 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[L'Italia nel mondo]]></category>
		<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[Italia]]></category>
		<category><![CDATA[M5S]]></category>
		<category><![CDATA[NATO]]></category>
		<category><![CDATA[PD]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Dal 1976, da quando cioè Enrico Berlinguer dichiarò che neanche il PCI si opponeva più alla partecipazione alla&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Dal 1976, da quando cioè Enrico Berlinguer dichiarò che neanche il PCI si opponeva più alla partecipazione alla Nato, nessun grande partito italiano ha mai chiesto di abbandonare l’<strong>Alleanza atlantica</strong>. La ragione è evidente: l’Italia non guadagnerebbe nulla dall’abbandonare una coalizione di Stati che hanno promesso di accorrere in difesa l’uno dell’altro in caso di aggressione. Al contrario, perderebbe la garanzia di sicurezza fornita dallo stesso patto, trovandosi irrimediabilmente isolata in un ambiente internazionale che va purtroppo facendosi ogni giorno più difficile e pericoloso.</p>
<p style="text-align: justify;">A lavorare a questo scopo ci ha però pensato il <strong>Movimento 5 Stelle</strong>. Ad agosto, la Camera ha cominciato l’esame di una proposta di legge di iniziativa popolare, sponsorizzata dai 5 Stelle, intitolata “<a href="http://documenti.camera.it/Leg17/Dossier/Pdf/ES0507.Pdf">Trattati Internazionali, basi e servitù militari</a>”. Il progetto, giustamente affossato in Commissione Affari Esteri, chiedeva di fatto l’uscita dell’Italia dall’Alleanza atlantica, ma in modo indiretto e bizzarramente contorto. Secondo i proponenti, ad esempio, tutti i trattati internazionali avrebbero dovuto essere nuovamente autorizzati dal Parlamento ogni cinque anni: ma non avrebbero potuto essere rinnovati trattati e accordi militari con Paesi la cui legislazione non escluda l&#8217;utilizzo di armi nucleari (e cioè Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia, i principali alleati atlantici).</p>
<p style="text-align: justify;">Non sembra valere la pena di discutere sul contenuto di questo progetto, del resto già ampiamente smontato nella discussione parlamentare. Va invece osservato che, dopo l’appartenenza all’<strong>UE</strong>, anche il secondo cardine sul quale regge da decenni la politica estera italiana  &#8211; cioè la <strong>Nato</strong> &#8211; rischia ormai di essere esposto ad un attacco politico diretto. Questo tentativo dei 5 Stelle, obliquo e goffo, è stato facilmente rintuzzato, anche perché gli stessi 5 Stelle non lo hanno sostenuto con forza né sono in grado di proporre una scelta strategica alternativa. Ma le azioni dei grillini contro l’Alleanza atlantica sembrano farsi più frequenti ultimamente: già in giugno il Movimento, al Senato, in una mozione sul Vertice di Varsavia, aveva chiesto al Governo di “<a href="http://aic.camera.it/aic/scheda.html?core=aic&amp;numero=6/00196&amp;ramo=S&amp;leg=17">considerare esaurite le motivazioni dell&#8217;adesione italiana alla NATO</a>”. Nell’analoga mozione presentata dai 5S alla Camera questa frase non era stata inserita, <a href="http://formiche.net/2016/07/07/italia-fuori-dalla-nato-le-due-diverse-visioni-del-movimento-5-stelle-tra-camera-e-senato/">apparentemente per l’intervento moderatore di Luigi Di Maio</a>. Non è quindi da escludersi che, anche in considerazione della possibile perdita di influenza di Di Maio a causa della pessima gestione della situazione a Roma, i grillini intensifichino nel prossimo futuro la loro azione a sostegno dell’uscita dell’Italia dalla Nato, magari in chiave elettorale.</p>
<p style="text-align: justify;">E’ pertanto urgente riflettere su come il <strong>Partito Democratico</strong> possa affrontare una eventuale prossima sfida, a livello di discussione pubblica, che il <strong>M5s</strong> potrebbe imporre sul tema Nato, evitando di commettere nuovamente gli errori sui quali è già inciampato in passato nella discussione pubblica di temi di <strong>politica estera</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">Per troppi anni, ad esempio, i partiti europeisti hanno trascurato di elaborare chiaramente di fronte all’opinione pubblica le ragioni di base del loro sostegno all’<strong>Europa</strong>, ma anche di discuterne le debolezze e di presentare le proprie proposte con voce forte. Il risultato è stato di lasciare ampie praterie alle forze anti-europee per imporre la loro “narrativa” sull’Europa delle banche e simili sciocchezze, narrativa che si è però ormai radicata a livello popolare. Abbiamo perso la battaglia delle idee, nonostante la ragione fosse dalla parte nostra: e siamo passati, di fronte all’opinione pubblica, come quelli che rappresentano i difensori dei poteri forti e dell’Europa matrigna.</p>
<p style="text-align: justify;">Allo stesso modo, per troppo tempo si è lasciato campo libero a coloro, anche all’interno del Partito Democratico, che presentano la partecipazione italiana al progetto F35 come un inutile spreco, o peggio ancora come un affare di chissà quali influenze oscure. Anche in questo caso, abbiamo difeso le nostre idee e scelte con atteggiamento quasi di scusa: per colpa delle nostre stesse ambiguità e reticenze, abilmente sfruttate dai vari movimenti pacifisti, abbiamo perso la battaglia dell’opinione pubblica. E siamo finiti a sostenere quasi di nascosto e con vergogna una posizione corretta.</p>
<p style="text-align: justify;">Non possiamo permetterci un simile atteggiamento nel caso in cui la prossima sfida ci venisse posta sull’appartenenza all’Alleanza atlantica. Dobbiamo forse fare maggiore chiarezza su quali sono le nostre motivazioni e i nostri obiettivi (non sarebbe ad esempio il caso di creare, all’interno della Segreteria nazionale, un Responsabile Difesa?). Dobbiamo preparare il terreno, sollecitando ed intensificando le occasioni di confronti sui temi della difesa, e dobbiamo essere pronti a scendere in campo con convinzione per difendere l’adesione dell’Italia alla Nato: non perché questa sia un tradizionale “totem” inscalfibile della politica estera italiana, ma perché è una scelta coerente con i nostri interessi e la nostra sicurezza.</p>
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		<title>L’insostenibile leggerezza del contingente dell’Italia nel Baltico</title>
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		<dc:creator><![CDATA[V.B.]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 17 Oct 2016 15:34:16 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[L'Italia nel mondo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L’annuncio dell’invio nel Baltico di un piccolo contingente italiano, inserito in una più ampia forza Nato, ha scatenato&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>L’annuncio dell’invio nel Baltico di un piccolo contingente italiano, inserito in una più ampia forza Nato, ha scatenato una polemica isterica e sguaiata persino per gli standard della scena politica italiana. Secondo il segretario della Lega Nord, Matteo Salvini, lo schieramento di una compagnia sarebbe una “prova di guerra con la Russia” (!), mentre il leader del Movimento 5 Stelle,  Beppe Grillo ha lanciato il quanto mai incongruo hashtag <em>#iovogliolapace</em>. Anche Forza Italia, naturalmente, non ha fatto mancare il suo contributo, e dispiace che persino l’ex Presidente del Consiglio, Enrico Letta abbia colto l’occasione per polemizzare.</p>
<p>Si tratta di prese di posizioni disinformate oppure strumentali. La Nato invierà nel Baltico 4 battaglioni multinazionali, per un totale di 4.000 uomini circa. Vale la pena ricordare che Mosca mantiene nel suo Distretto Militare Occidentale tre intere armate (la 1° Armata Corazzata Guardie e la 6° e la 20° armata), equipaggiate con i più moderni mezzi a disposizione, più unità navali, aeree e altro, per un totale di circa 300.000 uomini. Quello Nato è dunque un contingente palesemente troppo piccolo per risultare una credibile minaccia per la Russia, e anche per montare una efficace difesa del Baltico in caso di attacco. Esso ha esclusivamente due scopi. Primo, dissuadere eventuali “omini verdi”, truppe russe senza insegne, dall’apparire improvvisamente per effettuare colpi di mano così come già fatto in Crimea. Secondo, è una <em>tripwire force</em> che lancia un preciso messaggio al Cremlino: se attacchi l’Estonia non sarai in guerra solo con Tallinn, ma con tutta l’Alleanza Atlantica. Il contingente Nato ha perciò un carattere esclusivamente difensivo e deterrente. La sua presenza serve a sconsigliare avventure militari, non a darvi inizio o a provocarne.</p>
<p>Che cosa spinge dunque i nostri rappresentanti a elevare così vibrate proteste? Tornano alla mente i giorni dei “partigiani della pace” degli anni ’50, movimento manovrato direttamente dal Cremlino per indebolire la coesione del fronte occidentale. Tuttavia, quei “partigiani” agivano quantomeno spinti da un impeto ideologico, mentre gli odierni, improbabili alfieri del pacifismo a senso unico paiono spinti esclusivamente dal tatticismo populista. Ma il risultato è lo stesso: esistono oggi, in Italia, grandi e rilevanti forze politiche disposte a scagliarsi contro ciò che, in ultima analisi, è una semplice espressione di solidarietà con dei nostri alleati che si sentono minacciati.</p>
<p>La decisione del Governo di partecipare al contingente dell’Alleanza Atlantica è corretta e addirittura scontata.  Il Capo dello Stato, nel suo recente discorso al Nato Defence College a Roma, ha opportunamente menzionato un concetto decisivo del Rapporto Harmel sui compiti futuri dell’Alleanza, approvato nel 1967 dal Consiglio atlantico: “Sicurezza militare e una politica di distensione”, scrivevano allora, ”non sono contraddittorie, bensì complementari”. Una politica di distensione è necessaria per evitare una pericolosa escalation di tensioni politiche e quindi anche militari. Tuttavia, non è certo auspicabile perseguire una politica di dialogo da una posizione minacciata, e quindi di debolezza. E’ pertanto necessario garantire adeguatamente la propria difesa in modo da non dare al potenziale avversario alcuna tentazione di sfruttare una situazione di superiorità, e poter poi intavolare con lui un dialogo tra pari.</p>
<p>È perciò opportuno che il PD difenda questa scelta con forza e con la consapevolezza che essa serve all’Italia e alla sua sicurezza. Occorre spiegare ai cittadini che l’unico modo per intavolare un dialogo proficuo con Mosca è su una base di parità. E che è necessario che nessun Paese alleato si senta minacciato dai russi, perché chi si sente minacciato tende a reagire aggredendo, e il rischio di confronto aumenta. Tutti gli alleati Nato, e in particolar modo i grandi paesi come l’Italia, hanno dunque l’obbligo politico di rispondere alla richiesta di sostegno degli alleati baltici e dell’Europa dell’est.</p>
<p>Dare un contributo, peraltro, significa anche acquisire automaticamente maggiore autorevolezza e credito nella comunità atlantica: che alleato è quello che, di fronte ad una legittima richiesta di aiuto, non fornisce neanche un contributo simbolico? Per l’Italia, inoltre, significa dimostrare che non siamo solo una potenza interessata al Mediterraneo, ma che siamo anche pronti – e in grado – di giocare su tutto lo scacchiere europeo, incluso quello nordico e orientale. E, fattore cruciale, essere credibili ci permette di continuare con sempre maggiore efficacia il lavoro che stiamo già facendo e dovremo continuare a fare: cioè spingere, dall’interno della comunità atlantica, per un nuovo processo di distensione con la Russia.</p>
<p>Sarà bene spiegare chiaramente al paese queste dinamiche e la posta in gioco. Facendo finta di nulla, difendendo timidamente queste scelte, si rischia di lasciare il campo al “pacifismo” strumentale di chi è disposto a indebolire l’Alleanza che garantisce la nostra sicurezza solo per guadagnare quattro voti. È soprattutto obbligatorio, per tutti i partiti che hanno a cuore l’interesse nazionale, fare in modo che le decisioni che hanno un impatto diretto sul posizionamento internazionale dell’Italia non rimangano ostaggio di polemiche interne di piccolo cabotaggio.</p>
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