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	<title>Disuguaglianza Archivi &#8211; MondoDem</title>
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	<title>Disuguaglianza Archivi &#8211; MondoDem</title>
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		<title>Disuguaglianza e Populismo: Quanto ha contato la disuguaglianza dei redditi nel voto sulla Brexit?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 28 Jul 2017 22:49:13 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[Lo stato della sinistra]]></category>
		<category><![CDATA[Macroaree]]></category>
		<category><![CDATA[Osservatori]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Questo studio costituisce la seconda puntata della serie &#8220;Disuguaglianza e Populismo&#8221; (qui la prima puntata su disuguaglianza ed&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/690/">Disuguaglianza e Populismo: Quanto ha contato la disuguaglianza dei redditi nel voto sulla Brexit?</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Questo studio costituisce la seconda puntata della serie &#8220;Disuguaglianza e Populismo&#8221; (<a href="https://www.mondodem.it/policy-brief/disuguaglianza-e-populismo-quanto-ha-contato-la-disuguaglianza-dei-redditi-nella-vittoria-di-donald-trump/">qui</a> la prima puntata su disuguaglianza ed elezioni americane) a cura del <a href="http://tortugaecon.eu/">think tank Tortuga</a>. Il ciclo si propone di analizzare la relazione tra variazioni negli indici di disuguaglianza a livello territoriale negli ultimi anni e l’andamento del voto per i partiti populisti. Una terza puntata si occuperà delle elezioni francesi del 2017. </em></p>
<p>_____________________________________________________________</p>
<p>Il 23 giugno 2016 il popolo inglese ha votato per uscire dall’Unione Europea. In questi giorni, un anno dopo, sono iniziati ufficialmente i negoziati tra Commissione e Regno Unito, in un clima di grande incertezza politica oltremanica. La scommessa della premier May di chiamare alle elezioni anticipate per rafforzare la sua maggioranza non ha pagato: i Conservatori hanno infatti perso 12 seggi rispetto ai 330 su cui potevano contare in precedenza, indebolendo la propria maggioranza e il potere contrattuale con cui negoziare con Bruxelles. A riprova di ciò, l’annuncio della May sulla tutela dei cittadini comunitari residenti in Gran Bretagna è stata velocemente definita “vaga e inadeguata” da molti leader europei.</p>
<p>Tutto ciò si inserisce in un quadro economico <a href="http://www.politico.eu/article/a-year-after-brexit-in-figures-eu-referendum-immigration-inflation-united-kingdom-emigration/">tutt’altro che roseo</a>, che sarebbe presuntuoso definire prevedibile, ma di cui alcuni aspetti erano pronosticabili, e presenti nella campagna a favore del <em>Remain</em>. È dunque necessario cercare di comprendere quali fattori, al di là delle ragioni economiche, abbiano giocato un ruolo chiave nel convincere il popolo inglese a credere nelle promesse dell’UKIP e decidere di abbandonare l’Unione Europea.</p>
<p>In questa serie di studi (il precedente sull’<a href="https://www.mondodem.it/policy-brief/disuguaglianza-e-populismo-quanto-ha-contato-la-disuguaglianza-dei-redditi-nella-vittoria-di-donald-trump/">elezione di Trump</a>) ci concentriamo sulla crescita della disuguaglianza economica negli ultimi anni e ne analizziamo l’impatto sull’emergere dei voti di protesta che hanno caratterizzato il clima politico del 2016.</p>
<p><strong>Contributi sulla vittoria del <em>Leave</em></strong></p>
<p>Numerosi studi hanno analizzato le determinanti del voto del referendum inglese, trovando risultati spesso molto diversi. Alcuni evidenziano l’importanza dei livelli di istruzione, dei principali indicatori economici e di fattori demografici come ad esempio l’età degli elettori (come <a href="http://voxeu.org/article/fundamental-factors-behind-brexit-vote">Becker e coautori</a>). Altri invece enfatizzano il ruolo delle attitudini personali. Ad esempio, <a href="http://blogs.lse.ac.uk/politicsandpolicy/personal-values-brexit-vote/">c’è chi argomenta</a> che le opinioni sull’immigrazione, sulla pena di morte e altre caratteristiche della personalità siano più importanti di molti fattori economici nello spiegare le diverse percentuali del <em>Remain </em>nelle diverse località del Regno Unito.</p>
<p>Questi studi tuttavia mostrano solamente delle pure correlazioni, le quali, benché possano suggerire la presenza di rapporti di causa-effetto, non ne forniscono alcuna prova. Al contrario, uno studio di <a href="http://voxeu.org/article/globalisation-and-brexit">due professori della Bocconi </a>mostra una più probabile relazione causale tra la globalizzazione e un aumento dei voti a favore del <em>Leave</em>, sfruttando il fatto che diverse contee fossero state esposte in misura differente alla concorrenza delle importazioni cinesi. Le conclusioni suggeriscono quindi che gli effetti redistributivi derivanti dalla globalizzazione abbiano giocato un ruolo chiave nell’influenzare il voto.</p>
<p><strong>La nostra analisi: il ruolo delle disuguaglianze</strong></p>
<p>Alla luce di questa letteratura, ci siamo chiesti se la disuguaglianza di reddito possa spiegare efficacemente i risultati di Brexit. Ci siamo concentrati sugli anni successivi alla crisi, ossia dal 2008 al 2015, anno precedente al referendum, focalizzandoci su Inghilterra, Galles e Scozia. Abbiamo suddiviso queste regioni in 168 distretti, e per ciascun distretto abbiamo acquisito alcuni dati socio-economici dall’<a href="https://www.ons.gov.uk/"><em>Office for National Statistics</em></a> del Regno Unito. Tale suddivisione geografica rappresenta una buona soluzione per ottenere un dataset con più osservazioni al fine di portare avanti delle analisi statistiche, al costo, però, di rendere alcuni indici inutilizzabili per via del livello di dettaglio eccessivo (ad esempio l’indice di <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Coefficiente_di_Gini">Gini</a>, la cui stima richiede popolazioni più numerose).</p>
<p>A questo punto abbiamo impiegato una regressione lineare in cui la variabile dipendente è la percentuale di voti per il <em>Leave </em>nel referendum del 23 giugno 2016. La variabile esplicativa principale è invece un indice della disuguaglianza di reddito, costituito dalla differenza tra il reddito medio e il reddito mediano a livello di distretto, presa in variazione tra l’anno 2008 e il 2015. Se infatti il reddito mediano cattura il punto centrale nella distribuzione dei redditi individuali, il reddito medio è influenzato dai valori estremi della distribuzione. Questo significa che ad un aumento della concentrazione di ricchezza nelle fasce più alte, corrisponderà un aumento della media maggiore che della mediana. Utilizzare la variazione della differenza tra queste misure tra il 2008 e il 2015 ci permette di capire se la distribuzione si sia fatta più sbilanciata a favore dei redditi alti (in caso di variazione positiva) o di quelli bassi (in caso di variazione negativa).</p>
<p>Se la percentuale di voti a favore del <em>Leave </em>è positivamente correlata con questo indice, significa che nei distretti dove la distribuzione dei redditi si è fatta meno equilibrata si è riscontrato un appoggio maggiore alla proposta di uscire dall’Unione Europea rispetto agli altri distretti. Infine, abbiamo aggiunto alla regressione alcune variabili di controllo, tra cui il tasso di disoccupazione, la composizione della popolazione per età e il peso dei tagli fiscali annuali sui redditi dei lavoratori a livello di distretto, oltre alle caratteristiche fisse delle macro regioni cui appartengono i distretti (es. Scozia o West Midlands).</p>
<p>La nostra analisi suggerisce che i voti espressi per l’opzione <em>Leave</em> siano stati più numerosi nei distretti dove la distanza tra reddito medio e reddito mediano è cresciuta maggiormente, <em>ceteris paribus</em>. <a href="https://www.dropbox.com/s/yzmsp1ugzwi11cm/risultati_regressione_brexit.txt?dl=0">Nello specifico</a>, una sterlina aggiuntiva nella variazione della differenza tra reddito medio e mediano causa l’aumento di 1,7 punti percentuali a favore del <em>Leave</em>.</p>
<p>Occorre tuttavia sottolineare come il coefficiente ottenuto in questa regressione non sia particolarmente robusto a livello statistico. L’inclusione di altre variabili di controllo porta il coefficiente a variare o addirittura a perdere di significatività. Questo può essere dovuto a diversi fattori. Il primo è la qualità dei dati sulla disuguaglianza. Infatti, diversamente dall’analisi degli effetti della disuguaglianza sull’elezione di Trump, non è stato possibile fare affidamento sull’indice di Gini, che misura in maniera più fine le disuguaglianze di reddito. Inoltre, alcune delle variabili di controllo “spiegano” i risultati del referendum in modo più preciso rispetto al nostro indice di disuguaglianza. Ad esempio, due variabili correlate con la quantità di voti per il <em>Leave </em>in modo piuttosto robusto sono quelle relative al numero di individui con più di 65 anni di età e all’importanza del settore manifatturiero, a livello di distretto.</p>
<p>Come abbiamo già ricordato, esistono <a href="http://time.com/4381878/brexit-generation-gap-older-younger-voters/">vari studi</a> che hanno puntato alla presenza di un <em>age divide </em>nel referendum per Brexit. <a href="http://www.independent.co.uk/news/uk/politics/brexit-why-did-old-people-vote-leave-young-voters-remain-eu-referendum-a7103996.html">Una survey condotta</a> dal quotidiano inglese <em>Independent </em>sulle ragioni del voto a favore di Brexit può aiutare a gettare luce sulla questione. Tra le altre cose, l’indagine ha infatti mostrato che gli elettori più anziani sono in genere più sensibili alla tematica dell’identità culturale e della sovranità. Questo si declina sia nel sentirsi Gallesi, Scozzesi o anche Inglesi piuttosto che Britannici, sia nel ritenere che questioni come la gestione dell’immigrazione o la sostenibilità del <em>welfare state </em>siano più facilmente affrontabili dal di fuori dell’Unione Europea. D’altro canto, simili tendenze si riscontrano assai più raramente tra gli elettori più giovani.</p>
<p>Per quanto riguarda il ruolo del settore manifatturiero invece, il coefficiente positivo e significativo di questa variabile sembra dar credito all’ipotesi che trova le ragioni fondanti della vittoria del <em>Leave </em>negli effetti dell’accresciuta competizione globale che il settore manifatturiero ha affrontato negli ultimi anni. Le merci a buon mercato provenienti dai paesi in via di sviluppo, specialmente dalla Cina, hanno infatti portato molte imprese manifatturiere del mondo Occidentale a soccombere o ad attraversare periodi di maggiori difficoltà, nel già difficile momento della Grande Recessione. Il Regno Unito non è un’eccezione: quelle comunità in cui il settore manifatturiero ha maggiore importanza possono aver dunque avvertito più disagi che vantaggi dal processo di globalizzazione, manifestando il loro desiderio per un maggior protezionismo attraverso il voto per il <em>Leave</em>.</p>
<p><strong>Per concludere</strong></p>
<p>In definitiva, la nostra analisi suggerisce una possibile relazione tra disuguaglianza di reddito e vittoria del <em>Leave </em>in occasione del referendum per Brexit, ma i risultati vanno interpretati con prudenza. Per la natura del voto, infatti, le ragioni che possono aver spinto gli elettori a optare per il <em>Leave </em>sono molteplici e variegate, passando dalle cause economiche o la paura per l’immigrazione, dall’avversione per l’establishment fino alla diffidenza nei confronti dell’Unione Europea.</p>
<p>Più nel profondo, poi, il desiderio di riguadagnare una “sovranità” nazionale, attraverso la rottura con l’Unione Europea, può essere sintomo di un diverso, ma più complesso e indefinito disagio che il mondo contemporaneo causa nell’individuo. Questo scaturisce dal senso di impotenza che deriva dalla coscienza di far parte di un sistema politico multipolare, caotico e privo di una chiara leadership. Forse è proprio questo diffuso disagio che ha spinto gli elettori inglesi a decretare il divorzio dal vecchio continente, secondo delle modalità che tuttavia, per ora, rimangono tanto indefinite quanto le ragioni che hanno spinto a intraprendere questa strada.</p>
<p><em>*Tortuga è un think-tank di studenti di Economia sparsi tra Milano, Berlino, Amsterdam, Francoforte e gli Stati Uniti. Nasce nel 2015 e conta attualmente 25 membri. Scrive articoli di economia, politica ed attualità, ed offre alle Istituzioni un supporto professionale ad attività di ricerca o di policy-making.</em><br />
<em><a href="http://tortugaecon.eu/">http://tortugaecon.eu</a> – tortugaecon@gmail.com</em></p>
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		<title>Disuguaglianza e Populismo: Quanto ha contato la disuguaglianza dei redditi nella vittoria di Donald Trump?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 10 May 2017 07:50:47 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Policy brief]]></category>
		<category><![CDATA[USA e Americhe]]></category>
		<category><![CDATA[Disuguaglianza]]></category>
		<category><![CDATA[Populismo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Con questo studio inauguriamo il ciclo intitolato “Disuguaglianza e Populismo” a cura del think tank Tortuga*. Il ciclo&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/611/">Disuguaglianza e Populismo: Quanto ha contato la disuguaglianza dei redditi nella vittoria di Donald Trump?</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Con questo studio inauguriamo il ciclo intitolato “Disuguaglianza e Populismo” a cura del <a href="http://tortugaecon.eu/">think tank Tortuga</a>*. Il ciclo si propone di analizzare la relazione tra variazioni negli indici di disuguaglianza a livello territoriale negli ultimi anni e l’andamento del voto per i partiti populisti. Il primo articolo si occupa degli Stati Uniti mentre seguiranno due studi su Gran Bretagna e Francia.</em></p>
<p>_____________________________________________________________________</p>
<p>Di recente l’amministrazione di Donald Trump ha visto passare il suo centesimo giorno. Attraverso misure drastiche, come ad esempio <a href="http://www.ilsole24ore.com/art/mondo/2017-01-23/usa-fuori-tpp-trump-firma-l-ordine-esecutivo-175959.shtml?uuid=AETW34F">lo stralcio del TTP</a>, <a href="http://www.repubblica.it/esteri/2017/01/27/news/usa_gb_trump_incontra_theresa_may_alla_casa_bianca-157022728/">controlli sull’immigrazione</a> più severi e un comportamento molto meno prudente del suo predecessore in politica estera, il neoeletto inquilino della Casa Bianca non ha atteso a far parlare di sé, prendendo sempre più le distanze dall’amministrazione Obama.</p>
<p>Rispetto al giorno del suo insediamento, Trump sta soffrendo, per ora, di livelli di <a href="http://www.ansa.it/sito/notizie/mondo/2017/04/23/dopo-100-giorni-trump-e-il-meno-popolare_9e4c2fb3-f87a-490b-97c3-8c0db169cb05.html">impopolarità senza precedenti</a>, dovuti per buona parte alla sua lentezza nel rispondere alle esigenze del suo elettorato. Tra le numerose problematiche che gravano sulla società americana e che hanno forse contribuito alla vittoria del miliardario newyorkese, uno dei più sottovalutati è quello della disuguaglianza economica. Quasi negli stessi giorni in cui Trump completava il suo primo ingresso nello studio ovale, usciva infatti il rapporto Oxfam 2017 <a href="https://www.oxfamitalia.org/wp-content/uploads/2017/01/Rapporto-Uneconomia-per-il-99-percento_gennaio-2017.pdf">“Un’economia per il 99%”</a>. Questo rapporto aveva aperto un vivace dibattito sullo stato delle disuguaglianze nel mondo e ha offerto dati piuttosto d’effetto (ad esempio il fatto che le otto persone più ricche del pianeta possiedono più ricchezza di tutta di tutta la metà più povera della popolazione mondiale), ponendo nuovamente l’accento sull’influenza esercitata dalle disuguaglianze sociali ed economiche su molteplici altre variabili, non solo economiche.</p>
<p>Certo non si tratta del primo studio che denunci l’innalzarsi dei livelli di disuguaglianza nei paesi Occidentali: senza andare troppo in là nel tempo infatti, agli inizi del 2016, negli Stati Uniti il problema della distribuzione dei redditi si era fatto sentire sin dalle prime battute della campagna elettorale che ha portato alle ultime elezioni. Tant’è che uno dei candidati Democratici, il senatore Bernie Sanders, ne aveva fatto il suo cavallo di battaglia. La risonanza dell’argomento nel dibattito pubblico èchiaro indicatore della gravità del problema, o quantomeno del fatto che la società americana, nonostante sia abituata a livelli di disuguaglianza ben maggiori di quelli Europei, cominci a percepire un disagio tangibile.</p>
<p>Numerosi studiosi hanno già affrontato il tema della disuguaglianza e delle sue conseguenze politiche. A partire dagli studi dell’economista <a href="https://www.theguardian.com/books/2015/jun/26/inequality-what-can-be-done-anthony-b-atkinson">Tony Atkinson</a>, pioniere in materia, passando dagli studiosi <a href="https://ecpr.eu/Filestore/PaperProposal/a47c0359-276e-4a48-9c16-c46bd345968d.pdf">Persson</a> e <a href="http://www.jstor.org/stable/2118070?seq=1#page_scan_tab_contents">Tabellini</a> fino al celebre volume “il Capitale nel XXI secolo” di Thomas Piketty, sono state evidenziate diverse modalità attraverso le quali la disuguaglianza può essere motore di stravolgimenti politici. Ad esempio l’incrinazione della pace sociale, la polarizzazione delle preferenze politiche o il rallentamento della mobilità sociale: la disuguaglianza può essere stata dunque una risorsa (o un impedimento) anche per i candidati delle scorse elezioni presidenziali americane.</p>
<p><strong>La nostra analisi </strong></p>
<p>Data questa premessa, vale dunque la pena chiedersi se Trump stesso non sia riuscito a ricavare un vantaggio dai livelli di disuguaglianza di reddito americani nella sua corsa verso la Casa Bianca. Ebbene, analizzando i dati forniti dall’<a href="http://www.census.gov/en.html">American Census Bureau</a>, è possibile confermare questa ipotesi: più alti livelli di sperequazione dei redditi sono corrisposti a margini elettorali maggiori per Trump.</p>
<p>Ci siamo focalizzati su quel che è successo negli anni che vanno dall’inizio della crisi del 2008 ad oggi e che combaciano con la durata del mandato di Obama. Nello specifico, abbiamo osservato le contee americane (il secondo livello amministrativo nell’ordinamento USA dopo gli Stati federali) più rilevanti, ossia quelle con almeno 65˙000 abitanti. Per ciascuna di esse abbiamo misurato la variazione percentuale di voti guadagnati da Trump nel 2016 rispetto a quelli vinti dall’allora candidato Repubblicano McCain nelle elezioni del 2008. In seguito abbiamo considerato le variazioni percentuali a livello di contea tra il 2008 e la fine del 2015 dell’<a href="http://www.treccani.it/enciclopedia/indice-di-gini_(Dizionario-di-Economia-e-Finanza)/">indice di Gini</a>, il più diffuso indicatore della disuguaglianza economica<a href="#_ftn1" name="_ftnref1">[1]</a>. Infine, abbiamo raccolto altri dati relativi ad alcune caratteristiche socioeconomiche delle popolazioni delle contee in esame, quali tasso di disoccupazione, livelli di istruzione e composizione etnica.</p>
<p><strong>I risultati</strong></p>
<p>Abbiamo dunque implementato una <a href="http://www.treccani.it/enciclopedia/regressione-parametrica-modelli-e-stime-di_%28Dizionario-di-Economia-e-Finanza%29/">regressione lineare</a>, pesando per la popolazione delle contee, usando le variabili socioeconomiche come controlli e tenendo conto degli effetti fissi degli stati. I risultati ci permettono di concludere che <strong>l&#8217;aumento dei voti a favore del partito repubblicano è stato maggiore nelle contee caratterizzate da un aumento più marcato delle disuguaglianze</strong>; in particolare, un aumento di 1 punto percentuale dell&#8217;indice di Gini è associato a un aumento di 1.2 punti percentuali della fetta di voti ai repubblicani.</p>
<p>Lo stesso Piketty, uno dei più celebri studiosi in materia di disuguaglianze, nel febbraio del 2016, <a href="https://www.theguardian.com/us-news/commentisfree/2016/feb/16/thomas-piketty-bernie-sanders-us-election-2016">accoglieva con favore</a> la candidatura di Bernie Sanders, auspicando ad una “nuova era politica” e salutando la rinnovata attenzione degli americani per le questioni redistributive relative alla disuguaglianza economica. Non sapeva ancora, però, che Sanders avrebbe, di lì a qualche mese, abbandonato la corsa per la presidenza e che se si osserva il contenuto delle proposte programmatiche contenute sulla piattaforma online di Trump, futuro vincitore, le parole “inequality” o “redistribution” non figurano nemmeno una volta nel testo dei suoi programmi.</p>
<p>Più che far leva sulle tematiche redistributive, infatti, Donald Trump ha incanalato il risentimento generato da un’accresciuta disuguaglianza e l’ha dirottato contro tre principali obbiettivi: l’establishment (più nello specifico la governance democratica dell’amministrazione Obama), <a href="https://www.washingtonpost.com/news/monkey-cage/wp/2016/12/02/trump-won-where-import-shocks-from-china-and-mexico-were-strongest/?utm_term=.f11cf54d9445">la concorrenza straniera</a> (principalmente di Messicani e Cinesi) e l’influenza negativa degli immigrati sui salari americani. Nel suo <a href="https://www.washingtonpost.com/news/the-fix/wp/2017/01/20/donald-trumps-full-inauguration-speech-transcript-annotated/?utm_term=.39b4331a05c7">discorso di insediamento</a>, tutti questi tre temi sono stati menzionati, mentre Trump non ha mai manifestato intenzione di voler implementare politiche fiscali redistributive (semmai il <a href="https://www.ft.com/content/b5b78c76-a769-11e6-8898-79a99e2a4de6">contrario</a>). Sembra dunque improbabile che il nuovo presidente tenterà di risolvere le disparità nella redistribuzione del reddito in America.</p>
<p><strong>La differenza tra zone rurali e urbane</strong></p>
<p>Esiste un possibile corollario al nostro principale risultato empirico. Infatti, la relazione tra disuguaglianza e risultati elettorali sembra contribuire a dare ragione di un altro fatto emerso con sostenuta evidenza all’indomani dei risultati elettorali, ossia il sistematico conflitto tra campagna e città. Se si osserva il territorio americano distinguendo tra <a href="http://www.census.gov/population/metro/">aree metropolitane</a> e non, si può infatti osservare come le zone urbane abbiano generalmente votato a favore di Hillary Clinton, mentre il contrario vale per le zone “rurali”(ossia al di fuori delle aree metropolitane), più di frequente a favore di Trump. Inoltre questa tendenza è in aumento se confrontata con le elezioni del 2008. Se ci basiamo nuovamente sui dati tratti <a href="https://www.census.gov/programs-surveys/acs/">dall’American Community Survey</a> del 2015, risulta che tra il 2008 e il 2015 la disuguaglianza economica è aumentata sia nelle zone metropolitane che nelle zone rurali. Tuttavia, se facciamo interagire i dati relativi ai livelli di disuguaglianza con i tassi di povertà a livello di contea, otteniamo risultati più netti: oltre ad aver registrato un tendenziale aumento dei livelli di disuguaglianza, le contee rurali sono quelle in cui si riscontrano i più alti livelli di povertà, come appare evidente dalle immagini sottostanti. Dunque la combinazione tra crescenti disuguaglianze e povertà maggiormente diffusa può aver avuto un ruolo determinante nel motivare gli elettori delle aree rurali degli Stati Uniti  a votare per il candidato anti establishment Donald Trump.</p>
<p><a href="https://www.mondodem.it/wp-content/uploads/2017/05/Grafico-1.png"><img fetchpriority="high" decoding="async" class="wp-image-612 aligncenter" src="https://www.mondodem.it/wp-content/uploads/2017/05/Grafico-1-768x615.png" alt="" width="478" height="383" srcset="https://www.mondodem.it/wp-content/uploads/2017/05/Grafico-1-768x615.png 768w, https://www.mondodem.it/wp-content/uploads/2017/05/Grafico-1-300x240.png 300w, https://www.mondodem.it/wp-content/uploads/2017/05/Grafico-1-1024x819.png 1024w, https://www.mondodem.it/wp-content/uploads/2017/05/Grafico-1.png 2083w" sizes="(max-width: 478px) 100vw, 478px" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="https://www.mondodem.it/wp-content/uploads/2017/05/grafico-2.png"><img decoding="async" class="wp-image-613 aligncenter" src="https://www.mondodem.it/wp-content/uploads/2017/05/grafico-2-768x614.png" alt="" width="475" height="380" srcset="https://www.mondodem.it/wp-content/uploads/2017/05/grafico-2-768x614.png 768w, https://www.mondodem.it/wp-content/uploads/2017/05/grafico-2-300x240.png 300w, https://www.mondodem.it/wp-content/uploads/2017/05/grafico-2.png 1000w" sizes="(max-width: 475px) 100vw, 475px" /></a></p>
<p>È possibile inoltre che la campagna si sia sentita trascurata rispetto alla città, dove si concentrano le attività più redditizie e i luoghi di potere. Inoltre nelle campagne l’impatto di disfacimento del tessuto sociale dovuto alla deindustrializzazione è avvertito molto più intensamente dalle comunità, più prone dunque ad approvare la retorica dell’<em>”America first”</em>. Tutti questi fattori danno vita ad un vero e proprio fenomeno di rancore verso la città da parte della campagna, o “<em>rural resentment”</em>, come è già stato definito dalla sociologa <a href="https://www.washingtonpost.com/news/monkey-cage/wp/2016/11/13/how-rural-resentment-helps-explain-the-surprising-victory-of-donald-trump/?utm_term=.7ba05a2f2e33">Katherine Cramer</a>.</p>
<p><a href="#_ftnref1" name="_ftn1">[1]</a> L’indice può variare tra 0 e 1 e più è alto più la distribuzione dei redditi è squilibrata; i paesi in cui si registrano i livelli di disuguaglianza più alti presentano un Gini di circa 0,5, (e.g. i paesi del Sud America), mentre i paesi con le distribuzioni più equilibrati si collocano intorno allo 0,3 (e.g. i paesi Scandinavi).</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>*Tortuga è un think-tank di studenti di Economia sparsi tra Milano, Berlino, Amsterdam, Francoforte e gli Stati Uniti. Nasce nel 2015 e conta attualmente 25 membri. Scrive articoli di economia, politica ed attualità, ed offre alle Istituzioni un supporto professionale ad attività di ricerca o di policy-making.</em><br />
<em><a href="http://tortugaecon.eu">http://tortugaecon.eu</a> &#8211; tortugaecon@gmail.com</em></p>
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		<title>“La disuguaglianza non è inevitabile”: la lezione di Tony Atkinson</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Clara Capelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 10 Jan 2017 12:47:45 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[Disuguaglianza]]></category>
		<category><![CDATA[Povertà]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Barba curata e modi distinti, l’economista Anthony Barnes Atkinson – meglio conosciuto come Tony – sembrava nell’aspetto un&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Barba curata e modi distinti, l’economista Anthony Barnes Atkinson – meglio conosciuto come Tony – sembrava nell’aspetto un gentiluomo da romanzo dell’Ottocento. Scomparso il primo gennaio dopo una lunga malattia, Atkinson era soprattutto un intellettuale molto attento al mondo in cui viveva, così lucido nelle analisi da riconoscere come pochi suoi pari le dinamiche economiche di lungo periodo e prevederne le problematiche con diversi anni di anticipo.</p>
<p>Sconosciuto al mondo non accademico, <strong>Tony Atkinson</strong> è stato uno dei principali studiosi contemporanei della disuguaglianza nelle sue diverse dimensioni. <em>Poverty in Britain and the Reform of Social Security</em>, libro basato sulle ricerche condotte da Atkinson per la sua tesi di dottorato, è del 1969, quando la crescita economica successiva alla Seconda Guerra Mondiale aveva fatto dimenticare che il miracolo non era stato per tutti, che i poveri rimanevano numerosi e che molti erano rimasti indietro. Seguiranno fra gli altri <em>Economics of Inequality </em>nel 1975 e <em>Lectures on Public Economics</em> – scritto con Joseph <strong>Stiglitz</strong> – nel 1980, quest’ultimo considerato una lettura imprescindibile per chi si occupi di fiscalità e welfare.</p>
<p>Atkinson non ha mai smesso di occuparsi di <strong>povertà</strong> e <strong>disuguaglianza</strong>, anche quando il tema aveva perso di interesse, offuscato dagli entusiasmi del <em>trickle-down effect</em> e degli automatismi del libero mercato degli anni Ottanta-Novanta. Nel 1992, quando Fukuyama scrive che la storia è finita con il crollo dell’URSS, l’economista britannico pubblica <em>Economic Transformations in Eastern Europe and the Distribution of Income</em> con Micklewright, mettendo in guardia sulle conseguenze socio-economiche della transizione nell’ex blocco sovietico.</p>
<p>Nel corso dell’ultimo decennio la disuguaglianza è tornata a essere considerata una questione di cruciale importanza, sia sufficiente pensare allo slogan “Noi siamo il 99%” dei diversi movimenti di protesta ispirati da <em>Occupy Wall Street</em> o alle recenti analisi che cercano di spiegare l’avanzata dei populismi, dalla <strong>Brexit</strong> alla vittoria di Trump. O a un libro che nel 2014 fece molto parlare di sé, ponendo la questione della disuguaglianza e della eccessiva concentrazione della ricchezza nelle mani di pochi: <em>Il Capitale nel XXI Secolo</em> di Thomas <strong>Piketty</strong>. Atkinson è stato il maestro di Piketty e nella scrittura di quest’ultimo si ritrova spesso il gusto divulgativo per i riferimenti letterari che caratterizza molta della produzione dell’economista britannico, così come la lucida consapevolezza che ogni analisi debba essere accompagnata da una <em>pars construens</em>, da proposte di politica economica che possano servire per contenere o mitigare i problemi individuati.</p>
<p>Atkinson aveva la rara capacità di sapere leggere i fenomeni economici attraverso diverse lenti teoriche – perché “come in un matrimonio ci sono elementi di verità da entrambe le parti”, come disse in una <em>lectio</em> al WIDER (World Institute for Development Economics Research) di Helsinki nel 1999 – e al tempo stesso di prendere posizione in modo netto e deciso, forte del suo rigore di studioso.</p>
<p>“La disuguaglianza non è inevitabile, c’è molto che possiamo fare”, disse sempre nel corso della lectio al WIDER. Oltre quindici anni dopo, pubblicò un libro che oggi appare quasi come il suo testamento intellettuale, <em>Inequality. What can be done?</em> (disponibile in italiano per Cortina con il titolo <em>Disuguaglianza. Che cosa si può fare</em>). In esso Atkinson presenta in modo chiaro ed esaustivo come solo un navigato didatta saprebbe fare le recenti tendenze mondiali in termini di povertà e disuguaglianza, dedicando tutta la seconda parte dell’opera a discutere una quindicina di proposte concrete per contrastare l’acuirsi delle disparità socio-economiche. Dalla fiscalità che deve redistribuire e modulare la concentrazione dei patrimoni al welfare state che è chiamato a garantire giustizia ed eque opportunità per tutti, le misure suggerite da Atkinson dovrebbero – ora più che mai – essere oggetto di attenta riflessione per i decisori pubblici così come per la società civile.</p>
<p>La dedica del libro è “alle meravigliose persone del servizio sanitario nazionale”. Atkinson, ha voluto ricordare anche in questo modo la fondamentale importanza dei servizi pubblici come garanzia di una società più giusta e meno incattivita. Un’importanza di cui spesso prendiamo coscienza solo quando i tempi si fanno troppo bui. Fare luce prima che sia troppo tardi, ecco invece la più grande lezione che questo <strong>economista</strong> ci ha lasciato.</p>
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