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	<title>Donald Trump Archivi &#8211; MondoDem</title>
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	<description>Laboratorio di Politica Internazionale</description>
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	<title>Donald Trump Archivi &#8211; MondoDem</title>
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		<title>No man’s land: vecchie e nuove migrazioni</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Federica Roia]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 01 Nov 2021 15:28:44 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Diritti Umani]]></category>
		<category><![CDATA[Osservatori]]></category>
		<category><![CDATA[Donald Trump]]></category>
		<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[Stati Uniti]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il 21 settembre scorso si è dimesso Daniel Foote, inviato speciale degli USA ad Haiti. Dimissioni che arrivano&#8230;</p>
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<p class="has-drop-cap">Il 21 settembre scorso si è dimesso Daniel Foote, inviato speciale degli USA ad Haiti. Dimissioni che arrivano dopo una settimana in cui l’amministrazione Biden ha rimpatriato centinaia dei 13 mila migranti haitiani che si erano radunati sotto a un ponte al confine tra Usa e Messico. Una drammatica rappresentazione di ciò che succede da tempo alla frontiera tra i due paesi, dove nei primi mesi dell’anno sono stati intercettati 1,3 milioni di migranti. Il loro ammassarsi alla frontiera statunitense rievoca le immagini delle “carovane” di migranti che nel 2018-2019 avevano messo sotto pressione l’amministrazione Trump e le più recenti fotografie dei richiedenti asilo haitiani al confine con il Messico respinti con la frusta dai rangers di frontiera in Texas.</p>



<p>Quello delle migrazioni rappresenta un tema caldo anche per l’Unione Europea che ha rivelato problematiche a livello politico, istituzionale e umanitario. Gli Stati Membri hanno spesso prediletto la rivendicazione di egoismi nazionali alla realizzazione di un necessario clima di fiducia e solidarietà collettiva.</p>



<p>Gli sviluppi del contesto geopolitico attuale, come i disordini dopo il colpo di stato in Mali, i lunghi conflitti in Libia e Siria e la dittatura bielorussa di Lukashenko, mostrano possibili conseguenze sugli spostamenti di popolazione e sulle rotte migratorie verso l’Unione Europea. Questo quadro instabile chiede necessariamente un nuovo approccio verso l’immigrazione. Un’Europa unita non deve infatti fermare le migrazioni, deve saperle gestire.</p>



<p>Eppure, spesso le risposte al fenomeno migratorio si traducono in un trasferimento verso l’esterno delle problematiche e dei costi dovuti all’arrivo dei rifugiati e la tendenza politica generale è di leggere il fenomeno migratorio come una minaccia alla sicurezza. Per questi motivi, i progressi faticano a realizzarsi e il divario tra i paesi europei sul tema delle migrazioni è ancora ampio. Lo dimostra l’atteggiamento di alcuni paesi alla vigilia del Consiglio dell’UE «Giustizia e affari interni», tenutosi a inizio ottobre. I dodici Stati Membri (tra cui Danimarca, Grecia, Austria, Polonia e Ungheria) hanno indirizzato una lettera alla Commissione europea per chiedere nuove misure in materia migratoria. Tra queste, finanziare la costruzione di muri e recinzioni per frenare i flussi di migranti, provenienti in particolare dalla Bielorussia. La commissaria agli Affari Interni ha spiegato come le pressioni migratorie richiedano l’implementazione del Patto sull’immigrazione e l’asilo per una migliore gestione del fenomeno respingendo dunque la richiesta dei paesi. In sostanza, niente fondi comunitari per tutelare le frontiere esterne dell’UE senza però escludere la possibilità per i singoli Stati di ricorrere a strumenti di protezione dei confini.</p>



<p>Dunque, barriere fisiche e difensive in un clima in cui i timori delle migrazioni incontrollate legittimano misure restrittive. Dal 2018, sono aumentate le chiusure ai confini esterni dell’Unione. La Turchia vede una frontiera al confine con la Bulgaria e una al confine con la Grecia. Molti muri poi percorrono i Balcani: Polonia e Lituania hanno innalzato barriere difensive all’arrivo al confine dei migranti che fuggivano dalla Bielorussia, sono poi presenti muri anche tra Grecia e Macedonia del Nord, tra Croazia e Slovenia, tra Serbia e Ungheria. La Spagna ha potenziato le sue recinzioni a Melilla e Ceuta, mentre la Francia è intenzionata a fortificare la sua frontiera attorno al porto di Calais.</p>



<p>Va poi considerata una nuova forma di migrazione, quella causata dal cambiamento climatico. Almeno 216 milioni di persone nel mondo saranno infatti costretti a lasciare le loro abitazioni e migrare a causa del cambiamento climatico entro il 2050. È il numero evidenziato dall’ultimo Rapporto Growndshell della Banca Mondiale, che ricorda come l’impatto sui mezzi di sussistenza delle persone e la perdita di vivibilità di luoghi altamente esposti a eventi climatici estremi spingeranno un numero importante di cittadini, in tutto il mondo, a spostamenti interni o transnazionali. La rilevanza del fenomeno migratorio causato dai cambiamenti climatici è tale da aver portato il Comitato per i diritti umani delle Nazioni Unite ad estendere l’applicazione del divieto di refoulement ai cosiddetti “rifugiati climatici”. Nello specifico, quest’ultimo ha riconosciuto come il cambiamento climatico, con tutti gli aspetti a esso connessi, possa tradursi in un rischio di violazione dei diritti umani fondamentali come il diritto alla vita e possa, di conseguenza, comportare il sorgere di obblighi legati al divieto di respingimento in capo agli Stati ai quali le domande d’asilo vengono presentate.</p>



<p>Da ultimo, vi è poi da considerare l’emergenza pandemica: il Covid – 19 ha infatti aggravato situazioni di povertà e degrado preesistenti e la chiusura dei confini ha convinto molti migranti a rimandare la partenza fino a oggi.</p>



<p>Cosa fare dunque? Serve una duplice azione. Sul piano umanitario, occorrono canali sicuri di ingresso per mettere in salvo i più fragili e le persone in stato di bisogno. A livello politico, serve agire concretamente sulle cause profonde delle migrazioni, tramite accordi di partenariato con paesi terzi, azioni di peace building e prevenzione dei conflitti. Serve poi uno slancio concreto nella lotta al cambiamento climatico, le cui conseguenze sono un fattore sempre più rilevante per le migrazioni. Ma tutto questo può realizzarsi solo con una concreta solidarietà dell’azione della comunità internazionale e dell’UE. Superare il conflitto tra la vocazione sovranazionale delle istituzioni e il mantenimento delle prerogative nazionali gelosamente custodite dagli Stati è fondamentale per rafforzare le competenze dell’UE in materia di immigrazione.</p>
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		<title>Il pelo nell’uovo di Colombo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Sofia Eliodori]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 01 Jul 2020 08:35:44 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Analisi in Pillole]]></category>
		<category><![CDATA[USA e Americhe]]></category>
		<category><![CDATA[Black Lives Matter]]></category>
		<category><![CDATA[Donald Trump]]></category>
		<category><![CDATA[Stati Uniti]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Sabato 20 giugno, il presidente Donald Trump ha tenuto il suo primo raduno elettorale in vista delle elezioni&#8230;</p>
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<p class="has-drop-cap">Sabato 20 giugno, il<strong> presidente Donald Trump</strong> ha tenuto il suo <strong>primo raduno elettorale in vista delle elezioni del 4 novembre</strong> di quest’anno, a Tulsa (Oklahoma). In realtà, il comizio avrebbe dovuto tenersi il giorno precedente, il cosiddetto “Juneteenth”, la festività che ricorda l’anniversario dell’abolizione della schiavitù nel 1865, ma è stato posticipato al giorno successivo a causa delle polemiche scatenate. Questa ‘coincidenza’ temporale controversa si sommava ad un’altra coincidenza spaziale. Infatti, Tulsa, tra i mesi di maggio e giugno del 1921, fu il luogo di un orrendo massacro ai danni della fiorente comunità afroamericana. <strong>L’evento è stato un flop</strong>, l’arena mezza vuota ben visibile nelle foto (in tutto diciannovemila posti), quando invece gli organizzatori si aspettavano tra le 800mila e 1 milione di persone. <strong>Le motivazioni di questa brutta figura sono molteplici</strong>: la paura della diffusione del virus, i giovani che su Tik Tok hanno prenotato in massa senza presentarsi, l’ambiguità della scelta di luogo e data – per Trump un modo per celebrare il lavoro fatto per gli afroamericani, per gli oppositori un <a aria-label="undefined (apri in una nuova scheda)" href="https://www.washingtonpost.com/politics/with-kung-flu-thugs-and-our-heritage-trump-leans-on-racial-grievance-as-he-reaches-for-a-campaign-reset/2020/06/21/945d7a1e-b3df-11ea-a510-55bf26485c93_story.html" target="_blank" rel="noreferrer noopener">oltraggio alla memoria</a>. <strong>A partire dall’episodio della morte di George Floyd a Minneapolis</strong>, proteste pacifiche ma anche scontri hanno scosso gli Stati Uniti, alimentando un dibattito sul razzismo sistemico e sull’inclusione sociale che ha raggiunto anche l’Italia. Si tratta di uno spunto interessante per analizzare quanto l’unità e l’identità di un paese siano essenziali per mettere in atto politiche efficaci, di cui c’è estremo bisogno nel mezzo di una pandemia globale.</p>



<h5 id="wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading-373f52fa" class="wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading-373f52fa"><span id="lidentita-nazionale-tra-dibattiti-e-discussioni">L&#8217;identità nazionale tra dibattiti e discussioni</span></h5>



<p><strong>Il tema dell’identità di una nazione è sempre in discussione nelle democrazie</strong>, che sulla pluralità interpretativa della nozione di ‘bene comune’ fondano la propria dialettica, con sfumature che vanno ad incidere sul senso profondo dello Stato, definendo i suoi simboli caratterizzanti. Da sinistra, ad esempio, ci stupiscono le differenze che esistono sulla concezione di apertura della democrazia e dei diritti, ma ancora più essenziale è riflettere sui temi trasformativi. Ovvero, su come si afferma e perché una determinata lettura e che impatto può avere sul progresso – o regresso – sociale. <strong>Le nostre comunità politiche sono fondate sulla convivenza di due elementi</strong>: continuità e progresso che, se bilanciati, portano ad uno sviluppo che oggi definiremmo sostenibile. Un equilibrio labile che può rompersi quando la storia porta a strappi che generano un conflitto fra questi due termini della realtà: riforma e controriforma, rivoluzione e restaurazione. <strong>L’osservazione degli eventi che stanno sconvolgendo sia il mondo sia la nostra quotidianità attraverso il filtro dei termini teorici</strong>, ci aiuta a raffreddare il nostro punto di vista, permettendoci una prospettiva relativamente più distaccata.</p>



<p>È proprio in questa prospettiva che le manifestazioni iniziate negli Stati Uniti ed esportate <strong>in Europa assumono un significato più complesso che scavalca la semplice influenza culturale e la solidarietà</strong>, installandosi nella capacità anticipatoria di quel contesto. Infatti, sebbene in Italia le manifestazioni sotto il cappello di Black Lives Matter siano state espressione di una minoranza &#8211; mentre negli USA si tratta di un movimento ben più consistente – hanno generato un importante <strong>dibattito che va dalla tragedia delle morti nel mediterraneo alla statua di Indro Montanelli a Milano</strong>. Questo dibattito ha stimolato riflessioni tutt’altro che minoritarie nel Paese, con implicazioni spinose proprio per l’interpretazione di quell’identità nazionale espressa in dialettica dalle democrazie. A questa dialettica ontologica si ricollegano <a href="https://www.theguardian.com/us-news/2020/jun/15/joe-biden-race-reforms-democrat-seizes-moment" target="_blank" aria-label="undefined (apri in una nuova scheda)" rel="noreferrer noopener">le parole del candidato democratico</a> alla presidenza degli Stati Uniti,<strong> <a href="https://www.mondodem.it/osservatori/elezioni-usa-2020/elezioni-usa-2020-le-difficolta-che-devono-affrontare-i-democratici/" target="_blank" aria-label="undefined (apri in una nuova scheda)" rel="noreferrer noopener">Joe Biden</a></strong>, che qualche giorno fa ha detto:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p><em>“Questa è una battaglia per l’anima dell’America. Chi siamo? Chi vogliamo diventare? Come vediamo noi stessi? E come pensiamo che dovremmo essere?”</em></p></blockquote>



<h5 id="wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading-69784c1e" class="wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading-69784c1e"><span id="la-diatriba-sui-monumenti-che-riguarda-anche-cristoforo-colombo">La diatriba sui monumenti che riguarda anche Cristoforo Colombo</span></h5>



<p>Dopo anni di <em>identity politics</em> e polarizzazione kafkiana, esacerbate dalla presidenza di Donald Trump negli USA e dal populismo in Europa, definire le cose che abbiamo in comune è molto difficile. <strong>Il riconoscimento pubblico delle differenze, e di ciò che tali differenze comportano, è utile a far sì che la collettività adotti delle misure adeguate a rispondere alle esigenze degli individui</strong>. Dall’altro lato, può portare ad un ragionamento per compartimenti stagni, come sistemi chiusi, stimolando la balcanizzazione delle comunità politiche quando, invece di includere, esclude. Se sulle policy da mettere in atto si possono più facilmente trovare compromessi, è proprio sui simboli che si determina lo scontro, poiché oggi sono sempre più interpretati in un’ottica soggettiva o di gruppo. Da qui la diatriba sui monumenti a <strong>Cristoforo Colombo</strong>, che coinvolge indirettamente anche l’Italia attraverso l’importante comunità italo-americana negli USA. Sebbene Colombo non possa essere imputato direttamente di schiavismo, è stato incluso già da tempo, da una parte del movimento, tra i simboli dell’imperialismo e dell’oppressione. L’espiazione di questo peccato originale, che affonda le proprie radici nella storia statunitense, riguarda in realtà tutto l’occidente e, dal punto di vista politico, è tremendamente difficile da gestire, soprattutto per le sinistre. Se, da un lato, Trump gioca sul sentimento di accerchiamento da parte dei bianchi, sul rigetto del senso di colpa rispetto alle azioni dei loro predecessori, sul rifiuto di mettere in discussione la propria identità e sulla frustrazione per <a aria-label="undefined (apri in una nuova scheda)" href="https://www.theguardian.com/society/2018/mar/01/how-americas-identity-politics-went-from-inclusion-to-division" target="_blank" rel="noreferrer noopener">l’impossibilità di rivendicarla anche parzialmente</a>, dall’altro lato, ancora orfani della leadership di Obama, i democratici americani sono chiamati a mettere in atto un’agenda ancora più coraggiosa.</p>



<h5 id="wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading-d40f9a2a" class="wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading-d40f9a2a"><span id="il-fallimento-della-policy">Il fallimento della policy </span></h5>



<p>Nel 2004, alla Convention democratica dove si fece notare per la prima volta, <strong>Barack Obama</strong> disse che <em>“Non esiste un’America nera e un’America bianca, un’America latina e un’America asiatica, esistono gli Stati Uniti d’America.”</em> Oggi sembra impossibile pensare ad un messaggio unitario di questo tipo, senza che nessuno dei gruppi citati si senta minacciato nella riconoscibilità della sua esistenza. Donald Trump sa che questo è un punto debole per i Dem, da cui immagina di poter trarre vantaggio, dipingendoli come sotto scacco della sinistra radicale. <strong>Il bisogno che ha il partito democratico statunitense di definire un messaggio più efficace su questi temi</strong>, è lo stesso anche dal lato europeo dell’Atlantico, aggravato da una pandemia globale in corso, in cui i cittadini hanno bisogno di risposte estremamente concrete contro la povertà e la marginalizzazione sociale. L’identità collettiva passa attraverso i filtri dell’identità individuale, valori e principi attraverso cui si dà senso alla realtà, perciò le politiche che si mettono in atto per risolvere i problemi variano da <em>policymaker</em> a <em>policymaker</em>. Per Trump, ad esempio, il razzismo e la violenza non sono problemi sistemici, sono sufficienti misure accessorie come l’eliminazione della presa al collo – la famigerata Knee-on-neck che ha ucciso George Floyd &#8211; da parte della polizia. <strong>Se l’interpretazione fallisce, anche la policy fallisce</strong>.</p>



<p>In questo senso, l’identità collettiva è una proiezione di come noi leggiamo la nostra realtà e da cui, quindi, derivano le risposte che daremo a quelle domande, a quei bisogni, che siamo in grado di intuire e rappresentare. Perché è questo il compito di una democrazia rappresentativa. Se tra queste domande e le loro risposte si insinua un dilemma di incoerenza narrativa, il risultato sarà intuitivamente di disturbo e rischia di mettere in crisi l’efficacia della campagna elettorale in atto; come una nota fuori posto, uno scontro sulla narrativa del ‘noi’ che sembra essere solo all’inizio, un pelo nell’uovo di Colombo.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/2115/">Il pelo nell’uovo di Colombo</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
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