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	<title>globalizzzione Archivi &#8211; MondoDem</title>
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	<title>globalizzzione Archivi &#8211; MondoDem</title>
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		<title>Vincitori e perdenti della globalizzazione</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 05 Dec 2018 22:13:55 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[L'Italia nel mondo]]></category>
		<category><![CDATA[Commercio internazionale]]></category>
		<category><![CDATA[globalizzzione]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Di Massimo Ungaro* Da secoli il liberalismo economico teorizza che il commercio libero, ovvero l’abbattimento delle tariffe doganali&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/1256/">Vincitori e perdenti della globalizzazione</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Di Massimo Ungaro</em>*</p>
<p>Da secoli il liberalismo economico teorizza che il commercio libero, ovvero l’abbattimento delle tariffe doganali a favore dello scambio internazionale di beni, sia un motore di progresso economico per tutti i paesi che lo adottano. Con l’abbattimento delle tariffe doganali si riducono le distorsioni del mercato, aumenta l’efficienza nell’allocazione delle risorse e ogni paese può sfruttare il proprio ‘vantaggio competitivo’, come teorizzato da Ricardo, e  quindi crescere economicamente. Quando il liberalismo si afferma come corrente di pensiero dominante sancisce la fine del mercantilismo, del colbertismo, che identificava la ricchezza di un’economia con l’accumulazione assoluta di beni tangibili &#8211; e non la complessità e la sofisticazione degli inter-scambi economici – che aveva caratterizzato il pensiero economico fino ad Adam Smith. Nel corso del ventesimo secolo il liberalismo evolve teorizzando uno Stato regolatore, piccolo e forte, e poco presente nell’economia proprio per ridurre le distorsioni di mercato e dare libero corso alla ‘mano invisibile’. Si predica non solo l’apertura dei mercati dei beni, ma anche dei capitali e quindi la liberalizzazione delle partite correnti. Storicamente il processo di globalizzazione è considerato il prodotto di queste dottrine. La globalizzazione, ovvero l’apertura dei mercati e il conseguente aumento esponenziale dell’interconnessione tra le diverse economia del globo, è <strong>un fenomeno complesso</strong> spesso identificato come uno dei principali motori di progresso, specie per molti paesi in via di sviluppo<strong>,</strong> soprattutto quelli con maggiore peso demografico come i cosiddetti ‘BRICS’ (Brasile, Russia, India, Cina, Africa del Sud). L’apertura dei mercati ha gradualmente inserito questi paesi nelle catene di produzione e le catene di distribuzione a livello globale causando un forte aumento della produttività associata con la rapida urbanizzazione di centinaia di milioni di persone.<strong> La povertà nel mondo si è quindi ridotta negli ultimi 30 anni </strong>e il tenore di vita di centinaia di milioni di persone, specie cinesi e indiani, è drammaticamente migliorato. D’altra parte, la globalizzazione ha anche creato degli sconfitti.</p>
<p><strong> </strong><strong>La globalizzazione ha aumentato in parte le disuguaglianze sociali, anche nei paesi sviluppati.</strong> Schematizzando possiamo dire che nei paesi in via di sviluppo, ricchi di manodopera non qualificata e poveri di capitale, la globalizzazione ha creato una forte domanda per i lavoratori non qualificati andando cosi a diminuire il divario sociale tra lavoratori qualificati e lavoratori meno qualificati. Delocalizzando la propria produzione in quei paesi, anche grazie alla liberalizzazione delle partite correnti e attraverso un nuovo vigoroso flusso di investimenti, sia di portafoglio che diretti, i paesi in via di sviluppo hanno ricevuto nuovi capitali e intelligenza industriale, linfa vitale per aumentare la loro crescita potenziale. Nei paesi sviluppati invece è successo l’opposto: la globalizzazione ha creato più domanda per quei beni e servizi dell’ultima frontiera tecnologica portando quindi a una maggiore domanda per lavoratori qualificati a discapito dei lavoratori meno qualificati ora direttamente in competizione con i lavoratori dei paesi in via di sviluppo. Questo ha portato a un aumento del divario sociale, osservabile nell’aumento dell’indice <em>Gini</em> in vari paesi sviluppati, e quindi alla graduale <strong>‘erosione della classe media’</strong> determinando una <strong>‘polarizzazione sociale’</strong> spesso associata con la vittoria di partiti e movimenti populisti e protezionistici negli ultimi anni. A fronte di questa narrativa è importante ricordare che questa è una sfida che lo Stato può affrontare senza soluzioni categoriche come l’autarchia o il ‘<em>laissez faire’, </em>ma investendo sulla formazione e riqualificazione dei propri lavoratori. In altre parole, una scelta politica che richiede risorse e pianificazione, come testimonia l’esperienza di molte piccole economie aperte, dai paesi scandinavi ai paesi del <em>Commonwealth </em>in Asia.</p>
<p>La globalizzazione, o l’apertura dei mercati, non ha creato disuguaglianza solo tra le persone, ma anche fra le aziende e gli agenti economici. Mercati più grandi hanno portato a una concorrenza maggiore e non tutte le aziende sono pronte: a volte è impossibile competere con aziende multinazionali che possono usufruire di impressionanti economie di scala, sia per la produzione che per la distribuzione. Per il liberalismo classico questo non è un problema: ogni economia si deve concentrare su quello che sa fare meglio, e in questo modo ne beneficiano tutti, ma <strong>empiricamente molti dei paesi che nel dopoguerra aprirono i propri mercati dei beni e dei capitali non ne hanno beneficiato in termini economici</strong>. La commissione per l’America Latina delle Nazioni Unite negli anni ’70 denunciò il liberalismo predicato dall’Occidente e propose l’attuazione di politiche industriali volte all’autarchia per produrre direttamente i beni d’importazione e ridurre la propria dipendenza dai mercati esteri. Il risultato economico fu catastrofico.</p>
<p>Se quindi la chiusura dei mercati e la pianificazione non sono percorribili, ma l’immediata apertura dei mercati sembra minacciare lo sviluppo delle aziende domestiche, quale strada percorrere? È qui che nasce la narrativa dello Stato imprenditore, o, a seconda dei punti di vista, protettore: ‘<em>the infancy argument’</em> ovvero la capacità di uno Stato di aprire i propri mercati a seconda di quanto le aziende di ogni settore siano preparate alla concorrenza internazionale. Questo richiede <strong>un piano di politica industriale, un’idea di equilibrio macroeconomico e una visione di sviluppo per il proprio paese</strong>. Nel campo degli investimenti di portafoglio abbiamo due esempi eccellenti: proprio l’India e la Cina aprirono i propri mercati dei capitali solo molto gradualmente con un sistema complesso di quote e aste per i diritti di acquisto di titoli domestici per gli investitori stranieri, una lezione tratta a seguito della devastante crisi delle valute asiatiche del 1997.</p>
<p>Come bilanciare allora il bisogno di creare mercati ampi e privi di distorsioni e attuare una politica industriale efficace?  È opportuno attuare o accelerare un processo di industrializzazione? Queste domande rimangono tema di dibattito. Lo Stato ha tasche di solito molto più profonde di qualsiasi altro agente privato ed è quindi il miglior attore per intervenire quando i mercati non falliscono. Detto questo la storia ci insegna che l’intervento statale è spesso associato a distorsioni e inefficienze. Anche qui non esiste una risposta netta: guardiamo solo la differenza di risultati tra due paesi simili, la Francia e l’Italia, entrambe economie con una forte presenza dello Stato, eppure in Italia l’IRI era negli ultimi anni sempre in perdita mentre la stessa cosa non si può dire di molte aziende statali francesi.  Il tema si pone ugualmente per quei paesi non industrializzati ricchi in materie prime che, in un regime di mercato aperto, hanno subito il ‘male olandese’ (cosiddetto ‘<em>dutch disease’</em>), quando l’immediato flusso di capitale estero crea un apprezzamento della valuta locale soffocando tutti gli altri settori produttori di beni esportabili. L’unica soluzione rimane <strong>uno Stato accorto che riesca a mediare i diversi interessi</strong>, sappia decidere quali mercati aprire, quando e come in modo da ottimizzare il bene comune.</p>
<p>La globalizzazione e l’apertura dei mercati espongono l’economia di un paese a delle dinamiche globali che possono generare delle asimmetrie tra ceti sociali, tra imprese, tra stati. L’impatto di queste asimmetrie dipende in larga misura dalla struttura e dalla consistenza delle istituzioni esistenti in quel paese e della capacità politica di gestirle. Non esiste una risposta univoca alle sfide della globalizzazione: essa dipende dalle condizioni strutturali di ogni paese. <strong>Nel caso dell’Italia, un paese industrializzato e trasformatore, privo di materie prime, i vantaggi dell’apertura dei mercati sono indiscutibili ed è una condizione necessaria per sostenere la crescita economica</strong>. Alla sfida della disuguaglianza sociale si deve rispondere con investimenti in formazione, capitale umano, ricerca e sviluppo per modernizzare il sistema produttivo e raggiungere l’ultima frontiera tecnologica. Nel contesto della competizione internazionale <strong>l’Italia parte con alcuni punti di vantaggio</strong>:  l’Italia esporta di tutto. Secondo il Fondo Monetario Internazionale, siamo uno dei paesi con la più alta diversificazione delle proprie esportazioni &#8211; dai pizzi calabri ai radar, dai veicoli di lusso al tessile – che sono inoltre relativamente inelastiche alle fluttuazioni valutarie in confronto a molti altri paesi. Inoltre l’affermarsi di una nuova classe media nei paesi in via di sviluppo sostiene il turismo nel nostro paese. In un mondo che ha sempre più fame di bello l’Italia può vincere, se equipaggiata con le istituzioni e gli strumenti adeguati.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>*Deputato Partito Democratico</p>
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		<title>Diseguaglianza e globalizzazione: quanto ne sappiamo davvero?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giovanni Matteo Centore]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 31 Jul 2018 13:48:13 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[Lo stato della sinistra]]></category>
		<category><![CDATA[diseguaglianze]]></category>
		<category><![CDATA[globalizzzione]]></category>
		<category><![CDATA[Sinistra]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>di Eugenio Dacrema  Qualche settimana fa su MondoDem si parlava dell’incapacità di gran parte della sinistra di indirizzare&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/1163/">Diseguaglianza e globalizzazione: quanto ne sappiamo davvero?</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em>di <a href="https://twitter.com/Ibn_Trovarelli">Eugenio Dacrema </a></em></p>
<p><a href="https://www.mondodem.it/op-ed/il-pd-non-e-abbastanza-di-sinistra-non-ascolta-il-popolo-se-davvero-avessimo-perso-per-questo-sarebbe-una-pacchia-ma-purtroppo-la-verita-e-assai-piu-complessa/">Qualche settimana fa su MondoDem</a> si parlava dell’incapacità di gran parte della sinistra di indirizzare il sentire comune. Uno dei motivi è che su molti temi fondamentali dell’oggi abbiamo idee deboli, quando non drammaticamente contraddittorie. Per esempio, ineguaglianza e globalizzazione sono due temi su cui, soprattutto a sinistra, pensiamo di saperla lunga. Ma forse non è così, e se davvero desideriamo chiarire cosa pensiamo e cosa vogliamo su questioni così importanti è bene affrontarne la complessità.</p>
<p>Cominciamo con la faccenda dell’ineguaglianza. A questo proposito esiste una narrativa piuttosto diffusa e accettata: negli ultimi decenni, a causa dell’introduzione di riforme cosiddette neoliberiste, le disuguaglianze in tutto l’Occidente sono aumentate enormemente, causando crescenti sentimenti di frustrazione e alienazione tra le fasce più povere e andando a favorire la crescita dei partiti populisti. Giusto? Sbagliato.</p>
<p>Un primo errore di questa ricostruzione è parlare del fenomeno per tutto l’Occidente allo stesso modo, e pensare che argomentazioni che si adattano a una realtà come, per esempio, quella americana siano perfettamente applicabili anche da noi. Non è così, primo perché la disuguaglianza americana è molto più alta di quanto lo sia in Europa, ed è cresciuta a ritmi assai più sostenuti dagli anni Ottanta ad oggi. Il secondo è che, al contrario, in Europa, e soprattutto in Italia, la diseguaglianza è rimasta pressoché stabile negli ultimi due decenni. L’ultima volta che nel nostro paese si è assistito a un vero aumento è stato all’inizio degli anni Novanta. Poi, a parte oscillazioni alquanto trascurabili, intorno a un punto nell’indice di Gini<a href="#_ftn1" name="_ftnref1">[1]</a>, è rimasta stabile (nel 1995 era 32,7, nel 2015 33,3, mentre nello stesso periodo negli Usa è passata da 36 a 39, un aumento quasi sei volte superiore). Questa confusione deriva da un altro errore che si riscontra comunemente nel dibattito pubblico sulla disuguaglianza, ovvero quello di approssimare la percezione della disuguaglianza alla disuguaglianza reale. È vero infatti che se pure i dati reali non sono cambiati di molto da vent’anni a questa parte, la percezione è cresciuta notevolmente; la gente, insomma, percepisce disuguaglianze crescenti nonostante nella realtà queste non siano cresciute granché. Come è possibile ciò? Almeno parte della risposta la si può trovare nei risultati delle ricerche condotte in questi anni sulle percezioni economico-sociali delle persone, soprattutto in merito al proprio status e al proprio benessere. Richard Easterlin, per esempio, dimostrò che la crescita economica si correla all’aumento del benessere percepito solo all’inizio di un ciclo di crescita. Dopo qualche anno, infatti, il benessere percepito comincia a rimanere piatto pur di fronte a una crescita in continuo aumento (il cosiddetto Paradosso di Easterlin). Studi più recenti hanno invece affrontato direttamente il tema della percezione della diseguaglianza. Giacomo Corneo e Hans Gruner nel 2000 dimostrarono come la percezione di diseguaglianza in molti paesi europei non combacia minimamente coi dati reali ma tende a essere condizionata da valori diffusi tra la popolazione. Per esempio, negli ex paesi socialisti, dove decenni di comunismo reale avevano diffuso una forte sensibilità al tema, la percezione di disuguaglianza risultava molto più alta rispetto ai paesi anglosassoni, nonostante nei primi i dati reali mostrassero disuguaglianze assai inferiori rispetto ai secondi. Un fenomeno simile veniva registrato anche in paesi caratterizzati da un forte welfare redistributivo come la Francia. In seguito, numerosi altri studi, come quello di Alesina e Giuliano nel 2000, quello di Gimpelson and Mosusova del 2014 e quello di Brunori del 2017 hanno dimostrato con metodi quantitativi come la percezione di disuguaglianza non sia in nessun modo influenzata dal reale livello di disuguaglianza esistente, mentre risulta fortemente correlata con altri fattori sociali quali i valori socialmente diffusi sul tema, l’etica del lavoro e, soprattutto, il livello di mobilità sociale. È in particolare la mobilità sociale che emerge come il fattore più influente nel determinare la percezione di diseguaglianza in una popolazione. Una realtà, in fondo, spiegabile semplicemente con il fatto che se una persona ha la percezione concreta di poter scalare la piramide avrà meno la sensazione che tale piramide sia ingiusta, o particolarmente alta o ripida. Al contrario, qualunque sia l’altezza reale della piramide, per un soggetto che percepisce di non avere alcuna chance di farcela la piramide risulterà sempre (ingiustamente) altissima. “Gli ultimi saranno gli ultimi se i primi sono irraggiungibili”, canta Frankie Hi-NRG, e questo il più delle volte non dipende tanto dalla distanza tra primi e ultimi ma dagli ostacoli presenti sul percorso. Ne consegue che in società caratterizzate da un livello di diseguaglianza medio-basso, come gran parte delle nazioni europee, la percezione negativa di crescente disuguaglianza è probabilmente il frutto di una mobilità sociale inceppata da anni più che di una reale arricchimento dei già ricchi a discapito dei più poveri. Una realtà che stride fortemente con la narrativa diffusa e che ci dovrebbe far riflettere su che tipo di politiche intendiamo davvero quando parliamo di “lotta alla disuguaglianza”.</p>
<p>Il secondo tema, molto legato al primo, è quello della cosiddetta dicotomia tra “perdenti” e “vincenti” della globalizzazione. Anche in questo caso la narrativa diffusa è piuttosto chiara: l’apertura e la liberalizzazione dei mercati e dei flussi finanziari ha determinato l’arricchimento di una fascia ristretta di popolazione che ha saputo approfittare delle occasioni di investimento e di mobilità concesse dalla globalizzazione, anche grazie a una privilegiata posizione di partenza. Al contrario, le classi medie e basse sono rimaste danneggiate dai prodotti esteri e dalla competizione posta dalla forza di lavoro straniera che hanno portato a delocalizzazioni e schiacciamento dei salari. Per carità, gran parte di questa narrativa è ampiamente corroborata dai dati. È però, nel migliore dei casi, una narrativa solo parziale rispetto a quanto avvenuto nei decenni scorsi. Varrebbe la pena ricordare, infatti, come l’apertura dei mercati non ha portato solo compressione dei salari ma, ancora prima, ha portato compressione dei prezzi, soprattutto per quei prodotti diffusi tra le classi medio basse. Quelli che sono oggi accusano maggiormente Cina e paesi asiatici di aver sottratto industrie e posti di lavoro all’Occidente sono anche i maggiori consumatori dei prodotti provenienti da quei paesi. Una gran parte di quel benessere diventato scontato e che molti percepiscono oggi come declinante a causa della globalizzazione è in realtà formato per gran parte dall’accesso a prodotti e attività che proprio i primi decenni di apertura dei mercati hanno reso possibili. Vestiario e cibo, per non parlare di voli low cost, vacanze all-inclusive, e colf e badanti a basso costo; molti di costoro non si rendono conto esattamente cosa accadrebbe al loro accesso a beni e servizi che ormai considerano “di prima necessità” se la guerra commerciale a tutto campo propugnata dai loro beniamini populisti dovesse davvero cominciare. È una realtà finora poco esplorata, perché va contro la narrativa un po’ semplicistica ma romanticamente attraente del popolo oppresso dalle élite neoliberiste, ma che comincia a emergere finalmente anche a sinistra. In Italia se ne è fatto interprete in particolare Raffaele Alberto Ventura nel suo libro “Teoria della classe disagiata”. La globalizzazione andava bene a tutti quando noi ci trovavamo in cima alla catena alimentare, quando uno stipendio medio italiano era 10-20 volte quello di un operario cinese il cui lavoro ci consentiva di spendere meno della metà di un tempo in scarpe e viaggi pur mantenendo per il resto lo stesso livello salariale. Le cose sono cambiate quando gli altri hanno cominciato a scalare la stessa catena alimentare, avvicinandosi al nostro livello e attentando alle nostre posizioni consolidate. Forse dovremmo chiederci quindi se non valga la pena sottolineare con chiarezza quanto la globalizzazione forma oggi gran parte di quel benessere che noi diamo per scontato e che, anzi, siamo arrabbiati perché percepiamo in lenta diminuzione. Forse quello che dovremmo essere in grado di dire è che chiudere alla globalizzazione non farebbe che accelerare tale declino e che diventare competitivi non è un crudele mantra neoliberista ma l’unica risposta razionale a un mondo popolato da molta più che gente rispetto al passato che vuole, giustamente, quello che noi già abbiamo.</p>
<p><a href="#_ftnref1" name="_ftn1">[1]</a> L’indice di GINI è l’indicatore universalmente più utilizzato per misurare le disuguaglianze. Va da 0 (una situazione di completa uguaglianza in cui tutti godono dello stesso livello di ricchezza) e 1 (una situazione in cui una sola persona possiede tutta la ricchezza della società). La maggior parte dei paesi oscilla tra 25 e 40. Paesi con GINI intorno ai 40 o superiori sono considerati paesi ad alta diseguaglianza.</p>
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