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	<title>Green Deal Archivi &#8211; MondoDem</title>
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	<description>Laboratorio di Politica Internazionale</description>
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	<title>Green Deal Archivi &#8211; MondoDem</title>
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		<title>Verso un&#8217;Europa verde: intervista a Anne Houtman</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Allegra Semenzato]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 25 Jan 2021 11:52:11 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[Macroaree]]></category>
		<category><![CDATA[Anne Houtman]]></category>
		<category><![CDATA[Green Deal]]></category>
		<category><![CDATA[Intervista]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Nelle scorse settimane abbiamo intervistato Anne Houtman &#8211; già vice capo di gabinetto della Commissione Prodi ed ex&#8230;</p>
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<p class="has-drop-cap">Nelle scorse settimane abbiamo intervistato <strong>Anne Houtman</strong> &#8211; già vice capo di gabinetto della Commissione Prodi ed ex direttore generale dei DG Mercato interno e poi Trasporto ed Energia &#8211; sui temi del <strong>Green Deal europeo</strong>, l’ambizioso progetto per combattere i cambiamenti climatici e azzerare le emissioni di gas serra entro il 2050 nel continente, e sulla politica energetica dell’Unione Europea.</p>



<p>Il Green Deal europeo rappresenta un insieme di strategie, da Farm2Fork alla strategia per la biodiversità e l’adattamento, che sono state presentate di recente dalla Commissione europea o presto lo saranno. <strong>Qual è ora il passaggio dalla teoria alla pratica?</strong></p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>Oggi il Green Deal europeo rappresenta un grande progetto politico sulla carta e la sfida che ci attende è proprio quella di trasformarlo in realtà e quindi l’implementazione di tali strategie. Ciò che mi ha stupito, però, è che la presidente della Commissione Von der Leyen, che prima di essere eletta lo scorso anno aveva già preannunciato questo progetto, è rimasta fedele alla sua promessa e ha fatto del Green Deal il punto cardine della sua presidenza. Questo è diventato di fatto il marchio di fabbrica di questo collegio di commissari e mira a coinvolgere tutte le politiche europee per attuare una trasformazione profonda dell’economia e dello stile di vita europei.</p></blockquote>



<p>A questo proposito, la presidente Von der Leyen ha spesso sottolineato l’importanza di non lasciare nessuno indietro.<strong> Come si farà fronte quindi alle implicazioni socio-culturali della transizione verde?</strong></p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>Questo progetto non fa riferimento alla sostenibilità nel senso stretto del termine e quindi al raggiungimento della neutralità climatica, ma piuttosto ad una sostenibilità ambientale che prende in considerazione i benefici della transizione nella nostra vita come un minore inquinamento urbano, ma anche l’impatto dello stesso cambiamento. Se pensiamo infatti alla filosofia dietro il Green Deal, la dimensione sociale gioca un ruolo estremamente importante. Come in tutte le trasformazioni del passato, d’altronde, c’è chi vince e chi perde ed è necessario far in modo che queste considerazioni vengano affrontate. Per esempio, si tratta di riqualificare quei lavoratori che ad oggi sono impiegati nelle industrie del petrolio e del carbone e di rendere più accessibile l’energia pulita ai cittadini, già adesso considerati ‘i poveri dell’energia’. Inoltre, rendere i cittadini partecipi di questa trasformazione sarà essenziale proprio per assicurarsi il loro supporto.</p></blockquote>



<p>Ha fatto riferimento ai cittadini, ma come pensa si possa <strong>coinvolgere l’industria europea?</strong></p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>Spesso l’UE è stata criticata per non avere una politica industriale, mancava un accordo tra stati membri su quale fosse la direzione di questa politica. Questo progetto invece ha portato proprio a definire una politica industriale europea basata sul consenso.</p></blockquote>



<p>Sembra quindi che in Europa la <strong>decarbonizzazione</strong> sia ormai un dato di fatto. Tuttavia, ci sono <strong>paesi che non sono ancora pronti ad accettare il cambiamento?</strong></p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>Certamente. Paesi come Polonia, Ungheria, ma anche la vicina Russia, le cui economie sono basate per la maggior parte, se non totalmente, sull’estrazione dei combustibili fossili si trovano davanti ad un enorme problema: la diversificazione. Purtroppo, questi paesi per cui la trasformazione sarà più ardua continuano a posticipare le necessarie azioni di cambiamento radicale. Per fortuna, la salvaguardia del pianeta, che prima era considerata un costo, viene ora pensata come un’opportunità e il conseguente spostamento degli investimenti dall’industria del carbone alle energie rinnovabili potrebbe in fin dei conti sollecitare la trasformazione in questi paesi. D’altronde restare indietro in questo contesto significa avere a disposizione risorse che in futuro non avranno più alcun valore sul mercato.</p></blockquote>



<p>E qui si giunge a quell’idea di <strong>‘transizione giusta’</strong> sempre enfatizzata all’interno delle strategie parte del Green Deal.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>Sono convinta che tutti vogliano salvare il pianeta e dare un futuro alle prossime generazioni, per alcuni però lo sforzo sarà maggiore e l’accettazione della trasformazione richiederà più tempo. Per questo, quando si fa riferimento alla governance del Green Deal, è importante sottolineare il bisogno di una transizione giusta, che permetta a tutti di avanzare e vedere il cambiamento come un progresso di cui essere orgogliosi.</p></blockquote>



<p>In quanto alla governance e quindi alle regole ed i principi che permettono di concretizzare il Green Deal europeo, pensa che questa sia <strong>all’altezza della sfida che la decarbonizzazione rappresenta?</strong></p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>Il sistema di governance fa riferimento soprattutto ai Piani Nazionali per l’Energia ed il Clima sottoposti al giudizio della Commissione europea lo scorso anno e sulla base dei quali la stessa Commissione ha poi pubblicato le raccomandazioni per i singoli stati. Da queste è emerso che le proposte avanzate in alcuni Piani non sono sufficienti a raggiungere gli obiettivi dell’UE nel quadro dell’accordo di Parigi del 2015 (ridurre le emissioni di gas serra di almeno 40% entro il 2030 rispetto ai livelli del 1990, ndr). Per esempio, riguardo al Piano Nazionale proposto dal Belgio, la Commissione ha riferito che non è abbastanza ambizioso relativamente alla riduzione della domanda e allo sfruttamento delle energie rinnovabili. Per dipiù, dopo Parigi, l’Unione si è anche impegnata a raggiungere la neutralità climatica entro il 2050 ed è quindi necessario rivedere il disegno generale.</p></blockquote>



<p>Ha nominato le <strong>energie rinnovabili</strong>, pensa che in Europa ci si stia <strong>impegnando a sufficienza</strong> su questo fronte?</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>Per il momento c’è un problema fondamentale con cui bisogna fare i conti per quanto riguarda questo settore: la flessibilità della rete elettrica. E’ inevitabile adattare la rete elettrica ad una produzione incostante perchè nel caso dello sfruttamento dell’energia eolica e solare, per esempio, le fonti sono variabili. Ciò può essere realizzato tramite l’utilizzo di un’altra fonte, lo stoccaggio, gestendo la domanda o favorendo un mercato europeo interno delle energie, puntando così a mantenere l’equilibrio tra domanda e offerta ed evitando blackout. In aggiunta, è importante agire sulle infrastrutture per incentivare anche i cittadini a usufruire delle energie rinnovabili. D’altro canto senza stazioni di ricarica, per esempio, i cittadini non acquistano auto elettriche. Inoltre, a livello europeo si parla sempre più di “sistema energetico”, nel senso che viene favorita una visione per cui l’energia utilizzata è considerata come un <em>continuum</em>, c’è un legame tra la rete elettrica e del gas, tra la ricarica delle batterie e l’utilizzo delle energie rinnovabili e così via. Ciò contribuirà a fornire maggiore sicurezza alle persone, alle quali verrà però richiesto di cambiare anche le proprie abitudini.</p></blockquote>



<p>Di recente è stata riservata particolare attenzione ad una tipologia di energia rinnovabile, il cosiddetto “<strong>idrogeno verde</strong>”. Questa fonte è stata presentata come una via di fuga dai combustibili fossili nei settori del trasporto pesante. <strong>Lei crede che questa tecnologia sia così promettente?</strong></p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>È incontestabile che da qualche mese ci sia una promozione dell’idrogeno e che sia un elemento fondamentale per raggiungere la neutralità climatica. Inoltre, la strategia dell’UE per l’idrogeno è stata presentata insieme a quella per l’integrazione intelligente del sistema energetico promuovendo anche qui la logica di un sistema unico che connette i vari settori. Tuttavia, bisogna essere cauti. L’idrogeno non risolve tutti i problemi e non sarebbe efficace utilizzarlo ovunque. La strategia servirà però a promuovere l’utilizzo dell’idrogeno pulito in quei settori che lo utilizzano ora ‘sporco’, cioè prodotto attraverso l’utilizzo di gas e carbone, a decarbonizzare quelle industrie come quella dell’acciaio e del vetro che è complicato trasformare in altra maniera, e può rappresentare una soluzione nel settore del trasporto pesante e marittimo. </p></blockquote>



<p>Qual è, secondo lei, <strong>l’obiettivo principale della strategia europea</strong> per l’idrogeno pulito?</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>Si ritorna sempre ad una questione prettamente economica: il bisogno di diminuire i prezzi e creare un mercato. Stiamo parlando di tecnologie in cui l’Europa è leader e più si diffondono e più il prezzo si abbassa, dove la differenza sta nella tecnologia stessa e non nella materia prima. Poi, certamente, aumentare la diffusione dell’idrogeno verde è una strada da percorrere. Si ipotizza che nel 2050 questa fonte di energia rappresenterà una parte indispensabile e significativa – anche se non esorbitante (13-14% secondo le più recenti stime europee) &#8211; del sistema energetico europeo.</p></blockquote>



<p>Abbiamo discusso di varie strategie europee riguardanti l’energia ed il clima, ma come si può promuovere <strong>una cooperazione efficiente a livello europeo</strong> tra tutte queste proposte?</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>Ci sono vari modi e livelli di cooperazione. Per esempio, all’interno del regolamento sulla governance è stabilito che gli stati membri hanno l’obbligo di coordinare le politiche con gli stati confinanti, promuovendo così coordinazione e cooperazione. Inoltre, a livello europeo vengono promossi degli incentivi per favorire la collaborazione tra paesi in progetti riguardanti l’energia. Infine, non bisogna dimenticare il ruolo di iniziative che coinvolgono regioni e città, come il Patto dei Sindaci per il Clima e l’Energia dell’UE, che puntano a implementare gli obiettivi comunitari su queste tematiche.</p></blockquote>



<p>Una <strong>nota conclusiva</strong>?</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>Penso che l’Europa abbia la giusta ambizione e che abbiamo oggi una Commissione volenterosa di attuare il cambiamento radicale necessario. Sono ottimista, ma anche in affanno perché bisogna agire subito.</p></blockquote>
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		<title>Il Comitato europeo delle regioni come quarta via per l’implementazione del Green Deal europeo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Allegra Semenzato]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 26 Oct 2020 14:58:53 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[Green Deal]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Il Comitato europeo delle regioni (CdR) è un’istituzione poco conosciuta ai più, che svolge un ruolo fondamentale all’interno dell’equilibrio istituzionale europeo e che potrebbe diventare essenziale nella riuscita del Green Deal europeo, l’ambizioso progetto promosso dalla Commissione per raggiungere la neutralità climatica entro il 2050 in Europa, e assistere i governi locali e regionali italiani nel dare il loro contributo all’attuazione del Recovery Fund.</p>



<p>Il CdR è nato all&#8217;interno del trattato di Maastricht e funge da intermediario tra istituzioni europee, come Commissione, Consiglio e Parlamento, e le regioni. Si occupa di “avvicinare l’Unione europea ai cittadini” a partire dai legami tra autorità locali, regionali ed istituzioni europee per far sì che l’Unione rispecchi una governance multilivello. Soprattutto per quanto riguarda le trasformazioni in atto, da quella digitale a quella ambientale, il CdR potrà dare il suo contributo. Il Comitato rappresenta un’arena dove figure elette di città e regioni possono esprimere la propria opinione sulle normative europee che riguardano le entità governative al di sotto degli stati, il che coinvolge quasi il 70% della legislazione europea. Tuttavia, poiché, questa opinione non risulta vincolante, il CdR difficilmente riesce ad ostacolare le decisioni prese da Commissione, Consiglio e Parlamento europei.</p>



<p>In ogni caso però, questa istituzione rappresenta un organo essenziale all’interno della governance multilivello europea, nonché l’entità all’interno della quale viene discussa l’applicazione del principio di sussidiarietà (art. 10, par. 3, TUE). Con la creazione del CdR le regioni non sono diventate solo più consapevoli della loro influenza in Europa, ma sono pure state incluse direttamente all’interno del processo di potenziamento delle istituzioni e decisionale europeo. Tramite la presenza di uffici regionali a Bruxelles, la formazione di network cittadini e le attività di lobbying, le regioni sono quindi riuscite a fare sentire la propria voce ed acquisire un ruolo all’interno dell’Unione promuovendo una governance “soft”.</p>



<p>Nell’ultima plenaria del CdR lo scorso luglio, le discussioni si sono incentrate sull’implementazione del Recovery Fund e, in particolare, sul ruolo del Comitato all’interno della ripresa verde e del Green Deal europeo. Per esempio, è stato istituito il “Green Deal Going Local”, un gruppo di lavoro all’interno del CdR che ha come finalità il posizionamento delle città e delle regioni al centro del programma per la transizione verde. Secondo quanto riferito dal CdR (2020), il gruppo di lavoro ha infatti tre obiettivi principali: fornire una visione trasversale sugli ambiti di intervento del Green Deal, rafforzare l’influenza del Comitato all’interno del programma e mediare tra le richieste delle autorità regionali e quelle sovranazionali.</p>



<p>La crisi sanitaria ed economica attuale e la conseguente risposta dell’Unione europea, hanno dimostrato la necessità di una collaborazione tra le unità subnazionali e quelle sovranazionali. Soprattutto per quanto riguarda la crescita sostenibile, sarà doveroso includere nella discussione gli enti locali e regionali, i quali possono attuare efficacemente il Green Deal. Se da un lato i cambiamenti climatici rappresentano un problema globale da risolvere attraverso una governance multilivello, dall’altro l’impatto del riscaldamento globale colpisce profondamente le regioni e le comunità locali coinvolte.</p>



<p>In un recente parere consultivo, il Comitato (2020) ha sollecitato la creazione di una procedura tramite la quale assegnare direttamente i fondi europei per la transizione ambientale in modo da favorire l’implementazione di misure in linea con gli obiettivi e le caratteristiche delle realtà regionali e cittadine. Non solo ciò permetterebbe di modellare i progetti in base all’entità, ma favorirebbe pure il consenso e la partecipazione cittadina. Sarà quindi necessario prendere in considerazione le caratteristiche territoriali, evitando di promuovere un approccio “one-size-fits-all”, cioè uguale per tutti.</p>



<p>Attraverso il gruppo di lavoro “Green Deal Going Local”, il Comitato si pone quindi come intento quello di individuare come adeguare il Green Deal europeo alle esigenze delle città e delle regioni. Tuttavia, per fare ciò, è necessario che il CdR collabori con le altre tre grandi istituzioni europee così da rafforzare la governance multilivello e la cooperazione tra le diverse posizioni. Allo stesso tempo, sarà inoltre essenziale che le regioni e città possano partecipare attivamente alla redazione dei piani di ripresa e per l’energia ed il clima dei governi, in modo da favorire un processo decisionale dal basso verso l’alto e, quindi, che il Comitato incoraggi questo iter. A questo proposito, il CoR, oltre a monitorare l’implementazione delle politiche proposte, ha il compito di valutare il potenziale impatto delle proposte legislative europee sul campo, cosicché i fondi vengano poi spesi in maniera coordinata dove ce n&#8217;è più bisogno.</p>



<p>Infine, come riportato nel Barometro europeo regionale e locale (2020) del CoR presentato in questi giorni, l’inclusione dei governi locali e regionali all’interno della discussione sul disegno del piano nazionale di ripresa potrebbe ridurre il deficit democratico presente all’interno del processo. Per quelle regioni italiane, come Veneto (2,4 miliardi di euro in finanziamenti europei per il ciclo 2014-2020) e Emilia Romagna (3,4 miliardi per lo stesso periodo), per menzionarne alcune, che più di altre sono state capaci di sfruttare le opportunità offerte dall’Europa grazie anche a una presenza attiva a Bruxelles, questa occasione è sicuramente da non perdere.</p>



<hr class="wp-block-separator"/>



<p><strong>Bibliografia </strong></p>



<p>Christiansen, T. (1996). Second thoughts on Europe’s “third level”: the European Union’s</p>



<p>Committee of the Regions. <em>Publius: the Journal of Federalism, 26</em>(1), pp. 93-116.</p>



<p>Comitato europeo delle regioni. (2020). <em>Impatto dei cambiamenti climatici sulle</em> <em>regioni/valutazione del Green Deal europeo.</em> https://webapi2016.cor.europa.eu/v1/documents/COR-2020-03120-00-00-DT-TRA-IT.docx/content</p>



<p>Committee of the regions. (2020). <em>EU annual regional and local barometer. </em>Full report.</p>



<p>Huggins, C. (2018). Subnational government and transnational networking: the rationalist logic of local level europeanization, <em>Journal of Common Market Studies, 56</em>(6), pp. 1263-1282.</p>



<p>Kern, K. &amp; Bulkley, H. (2009). Cities, Europeanization and multilevel governance: governing climate change through transnational municipal networks, <em>Journal of COmmon Market Studies, 47(2), pp. 309-332.</em></p>



<p>OpenCoesione. Links accessed on 12 October 2020.&nbsp;&nbsp; https://opencoesione.gov.it/it/territori/emilia-romagna-regione/?ciclo_programmazione=2</p>



<p><a href="https://opencoesione.gov.it/it/territori/veneto-regione/?ciclo_programmazione=2">https://opencoesione.gov.it/it/territori/veneto-regione/?ciclo_programmazione=2</a></p>



<p>Perkman, M. (2007). Policy entrepreneurship and multilevel governance: a comparative study of European cross-border regions, <em>Environment and Planning C: Government</em> <em>and Policy, 25</em>(6), pp. 861-879.</p>



<p>Pirozzi, N., &amp; Tortola, P. D. (2016). <em>Negotiating the European Union’s dilemmas: Proposals on governing Europe (</em>Working paper No.16❘24<em>).</em></p>



<p>Tortola, P. D. &amp; Couperus, S. (2020). <em>Differentiation from below: sub-national authority networks as a form of differentiated cooperation. </em>(Research paper No. 6).</p>
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		<title>Un Piano Marshall per il clima? Opportunità e rischi per l’Italia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Bergamaschi]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 19 Oct 2020 09:59:06 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Ecologia]]></category>
		<category><![CDATA[COVID-19]]></category>
		<category><![CDATA[Green Deal]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Gli ingenti investimenti che saranno messi in campo con il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza fino al&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-drop-cap">Gli ingenti investimenti che saranno messi in campo con il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza fino al 2023 e con il nuovo budget europeo fino al 2027 potrebbero fare da volano per la crescita, la creazione di migliaia di nuovi posti di lavoro e permettere al debito nazionale di rientrare a livelli pre-COVID in tempi relativamente rapidi, se utilizzati con un focus specifico per la transizione ecologica. Questo è quanto emerge dall’analisi redatta da oltre trenta economisti e ricercatori italiani <a href="mailto:https://www.ref-e.com/it/focus-light/ossigeno-per-la-crescita">“Ossigeno per la crescita. La decarbonizzazione al centro della strategia economica Post-Covid”</a>, la prima in Italia a guardare alla decarbonizzazione come un cambio di sistema. L&#8217;impatto economico in Italia di una spesa incentrata su decarbonizzazione e resilienza sarebbe imponente: un tasso di crescita medio annuo vicino al 5% per i primi anni e del 3,5% nel medio termine, convergendo al 2% nel lungo termine. Sarebbe l’unico modo per riportare il debito pubblico italiano ai livelli pre-COVID entro il 2030, e di ottenere entro la stessa data un aumento complessivo del PIL del 30%, e del tasso di occupazione dell&#8217;11%.</p>



<p>Inoltre, un utilizzo dei fondi del PNRR centrato sulla riconversione ecologica sarebbe anche l’unico modo per raggiungere i nuovi obiettivi climatici al 2030 (è in discussione il taglio delle emissioni di almeno il 55% rispetto al 1990, il Parlamento Europeo chiede il 60%) e la neutralità climatica – ovvero la somma zero tra emissioni rimanenti e quelle assorbite – al 2050.</p>



<p>L’altra buona notizia arriva dalle <a href="mailto:https://www.ilsole24ore.com/art/anche-il-gas-ora-l-aie-intravvede-declino-nell-energia-trionfera-sole-ADSeZrv">nuove proiezioni dell’Agenzia internazionale dell’energia</a>: le rinnovabili sono oggi più competitive dei fossili. In particolare, il fotovoltaico è diventato nella maggior parte del mondo molto più vantaggioso rispetto a gas o carbone. Il tramonto di tutti i combustibili fossili subirà un’accelerazione nei prossimi anni. Per l’Italia, tra i paesi più ricchi di energia solare, è un’opportunità senza precedenti di ripensare il suo ruolo: passare cioè da <em>hub</em> del gas ad <em>hub</em> del solare ed eolico). Questo, però, a patto che la politica italiana riveda l’attuale politica incentrata sull’industria fossile più potente e influente in Italia: quella appunta del gas. Quest’ultimo non può più essere &nbsp;considerato un combustibile di transizione, vista la disponibilità di tecnologie che permettono di integrare e gestire il flusso variabile delle rinnovabili in tutta sicurezza (batterie, reti elettriche intelligenti e digitalizzazione, ).</p>



<p>Insomma, i capitali ci sarebbero e la tecnologia a zero emissioni è matura e competitiva. Ora la politica deve definire le scelti “verdi” che vuole adottare. Occorre specificare su quali tecnologie e in quali infrastrutture si vuole puntare, perché queste determineranno il percorso industriale ed emissivo dei prossimi 30 anni. Il rischio di <em>greenwashing</em> è molto alto. Ci sono scelte da prendere: ad esempio, l’Italia investirà i miliardi a disposizione nell’idrogeno blu, cioè la produzione di idrogeno da gas con sequestro della CO2 nel sottosuolo favorita dall’industria fossile, o nell’idrogeno verde, cioè la produzione di idrogeno a zero emissioni da rinnovabili favorita dall’industria pulita?</p>



<p>Un altro tassello importante per la reale applicazione della ripresa verde è la condivisione degli obiettivi climatici con tutta la pubblica amministrazione ed il suo coinvolgimento, così come quello delle regioni e degli enti locali, nel processo di &nbsp;decarbonizzazione, per la coerenza delle priorità. In parallelo poi dovrà essere urgentemente potenziata la capacità tecnica e di risorse umane qualificate di questi attori se si vuole riuscire a spendere gli ingenti capitali in modo coerente e nei tempi richiesti.</p>



<p>La ripresa verde post-COVID può diventare dunque la più grande opportunità di ricostruzione e rilancio del tessuto industriale italiano. Viceversa,  perdere questa occasione significherà la perdita di migliaia di posti di lavoro con conseguenze sociali e politiche devastanti, inclusa la futura permanenza nell’Unione Europea. Una delle industrie più esposte è quella automotive con <a href="mailto:https://assets.ey.com/content/dam/ey-sites/ey-com/it_it/generic/generic-content/ey-settore-automotive-e-covid-19.pdf">oltre 300 mila unità nel 2018</a>. L’Italia parte da una situazione di svantaggio per i mancati investimenti in batterie e sistemi di produzione elettrici negli ultimi 10 anni. Oggi importiamo quasi la totalità delle batterie e molti componenti. Il piano di ripresa è l’ultima possibilità di costruire una base e catena manifatturiera per la mobilità elettrica. <a href="mailto:https://theicct.org/sites/default/files/publications/Combustion-engine-phase-out-briefing-may11.2020.pdf">Come Francia, Regno Unito, Spagna e altri paesi europei</a>, anche l’Italia dovrebbe pensare a uno stop alla vendita delle auto a combustione entro una certa data (per esempio il 2030). Ciò non deve essere visto come una politica ambientalista ma un principio economico per guidare gli investimenti, le scelte industriali e le scelte sindacali dei prossimi 10 anni e per salvaguardare la salute pubblica.</p>



<p>Perdere il treno della rivoluzione verde, cioè, significa fallire a livello politico, economico e occupazionale. Non è difficile immaginare come tale fallimento possa diventare terreno fertile per una seconda violenta ondata di sovranismo e anti-europeismo negli anni 20 di questo secolo, che addossi all’apertura dei mercati e alla competizione estera la responsabilità della futura nuova crisi industriale. La politica è allora chiamata a costruire con decisione le basi industriali e occupazionali della mobilità elettrica, accompagnando il declino dell’occupazione fossile attraverso programmi di giusta transizione.</p>



<p>La ripresa verde è, infine, anche una grande opportunità di ripensare la nostra politica estera. Se il gas non è più una soluzione sostenibile e se ne avremo sempre meno bisogno (la Commissione Europea stima per i prossimi 10 anni un calo di oltre un quarto della domanda di gas in Europa, rendendo nuove infrastrutture a gas &nbsp;superflue) occorre ripensare il modello di sviluppo che promuoviamo nel vicinano e oltre. Occorre immaginare e disegnare un <em>Green Deal</em> anche per Libano, Egitto, Algeria, ma anche Libia e Mozambico, che crei occupazione di qualità e di lungo periodo, diffusa sul territorio, che contrasti la disoccupazione giovanile creando filiere industriali sostenibili in loco. Possiamo partire tenendo fede a quando <a href="mailto:https://www.repubblica.it/politica/2019/09/04/news/programma_governo_conte_2_bis-235177774/">concordato nel programma di Governo del Conte bis</a> un anno fa: <em>“Bisogna introdurre una normativa che non consenta, per il futuro, il rilascio di nuove concessioni di trivellazione per estrazione di idrocarburi. In proposito, il Governo si impegna a promuovere accordi internazionali che vincolino anche i Paesi che si affacciano sul Mediterraneo a evitare quanto più possibile concessioni per trivellazione.”</em></p>
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		<title>L’Europa scommette sul Green Deal. E L&#8217;Italia?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Claudia Schettini]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 30 Mar 2020 17:31:20 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[Green Deal]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L’Europa scommette sul Green Deal per assumere il ruolo di leader nella lotta al cambiamento climatico. Riuscirà l’Italia&#8230;</p>
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<p><strong>L’Europa scommette sul Green
Deal per assumere il ruolo di leader nella lotta al cambiamento climatico.
Riuscirà l’Italia a conquistare una posizione di rilievo?</strong></p>



<p class="has-drop-cap">Assunta la presidenza della Commissione Europea, Ursula von Der Leyen
ha stabilito che, nei primi anni del suo mandato, la priorità dell’Unione sarebbe
stata l’implementazione del “Green Deal”, un insieme di misure volte a decarbonizzare
l’economia, orientare gli investimenti comunitari verso attività più
sostenibili e, al contempo, rendere più sostenibile lo stile di vita degli
europei. Lo scopo principale di tale strategia è la limitazione del
surriscaldamento globale entro l’1,5° come stabilito dall’International Panel
on Climate Change (IPCC) delle Nazioni Unite durante la COP21 di Parigi. Come
obiettivo a lungo termine, l’UE si impegna ad azzerare le proprie emissioni
inquinanti entro il 2050 e, a tale fine, nel breve e medio termine sarà
necessario rendere più sostenibile la produzione di energia elettrica,
attualmente responsabile del 35% delle emissioni dei gas serra all’interno dei
paesi dell’Unione.</p>



<p>Ad oggi due sono le misure di cui maggiormente si sta discutendo: la
“Legge sul Clima” e il “Just Transition Fund”. Elevate sono le aspettative
sulla suddetta legge, la cui proposta è stata presentata dalla Commissione il 4
marzo scorso, essendo la prima volta in cui l’Unione si doterà di una legge
quadro sul clima, materia fino ad adesso affidata a regolamenti e direttive
attuate dagli stati membri ai sensi dell’art 288 del TFUE. In qualità di base
legislativa per tutti i provvedimenti in materia, la Legge sul Clima, con la
successiva approvazione da parte del Parlamento e del Consiglio seguendo la
procedura di codecisione ex art 294 TFUE, ufficializzerà l’azzeramento delle
emissioni nette entro il 2050. In parallelo alla proposta legislativa, la
Commissione ha lanciato altre iniziative ad essa collegate tra cui risaltano
l’inizio della valutazione dell’impatto del meccanismo della “borden tax” e
l’avvio del processo di revisione della direttiva sulla tassazione energetica. I
fondi che confluiranno invece nel&nbsp; “Just
Transition Fund”, volto a finanziare iniziative e programmi sostenibili degli
stati membri e delle regioni europee più arretrate in materia di sostenibilità
e transizione energetica, proverranno da fondi strutturali già esistenti quali
il Fondo europeo di sviluppo regionale e di sviluppo sociale, da programmi di
cofinanziamento degli stati, da prestiti a interessi di favore della Banca
Europea per gli Investimenti e da una parte del fondo InvestEU. Tali
stanziamenti saranno destinati prevalentemente ai paesi la cui economia dipende
ancora in gran parte dal carbone e ai paesi che rilasciano un elevato livello
di emissioni a effetto serra proveniente da impianti industriali e che
presentano un alto tasso occupazionale nel settore dell’estrazione carbonifera
e del nichel. Si tratta principalmente dei paesi dell’Est Europa mentre, da
parte sua, l’Italia otterrà circa 464 milioni. </p>



<p>L’obiettivo emissioni zero al 2050 non potrà, tuttavia, essere mandato
avanti unicamente dalla Commissione Europea ma sarà richiesta la collaborazione
degli stati membri, soprattutto in sede di definizione del budget pluriennale. La
creazione di una leadership europea credibile non può infatti che incominciare
con l’implementazione di una valida azione domestica che, al contempo, mobiliti
e sensibilizzi una larga fetta della popolazione tramite le c.d. campagne di
“greenwashing”. L’Italia potrebbe ben sfruttare tale opportunità per divenire
un attore geopolitico chiave nella lotta al cambiamento climatico, essendo la
transizione ecologica uno dei pilastri dell’attuale governo. Oltre che fungere
da collante politico, l’azione per il clima può avere il ruolo fondamentale di rilanciare
il ruolo internazionale e l’economia dell’Italia. Ciò su cui vale la pena riflettere
è la modalità con cui la transizione ecologica dovrà essere realizzata, tenendo
in debita considerazione i settori che verranno maggiormente impattati, quali
il settore automobilistico, quello dell’industria pesante e quello energetico,
nonché le conseguenze sui lavoratori operanti in tali settori. La buona
riuscita del Green Deal necessita, infatti, non solo del passaggio da
un’economia basata sull’utilizzo di combustibili fossili ad un modello
economico decarbonizzato, ma anche della sostenibilità della transizione stessa
dal punto di vista sociale. Banco di prova per la credibilità&nbsp; del ruolo che l’Italia vorrà assumere in
materia saranno i vertici internazionali previsti da qui a due anni. Di comune
accordo con la Gran Bretagna, all’Italia spetterà un ruolo chiave nella
preparazione degli eventi della COP26 prevista a Glasgow: a tal fine, dal 28
settembre al 2 ottobre c.a. (salvo posticipi causa emergenza pandemica), Milano
ospiterà la pre-COP e la YouthCOP, una conferenza di giovani provenienti dai
197 paesi membri dell’UNFCCC impegnati nella lotta contro il cambiamento
climatico. Inoltre il 2021 sarà, inoltre, l’anno della presidenza italiana del
G20, presidenza che porterà il paese al centro dei processi decisionali su una
delle più grandi sfide geopolitiche del nostro tempo. </p>



<p>La volontà dell’attuale governo di fare da capofila nei tentativi di promuovere
la sostenibilità ambientale comporterà una necessaria riforma del modello di
sviluppo economico italiano tramite investimenti pubblici in energie
rinnovabili, maggiore attenzione al tema dell’economia circolare e tutela della
biodiversità. </p>



<p>Il Green Deal rappresenta un’opportunità per l’Unione Europea di giocare
un ruolo da protagonista nella lotta al cambiamento climatico attraverso il
raggiungimento della neutralità carbonica. Se le azioni che verranno
implementate basteranno a contenere l’aumento della temperatura entro 1,5° è la
domanda che tutti gli attori coinvolti si stanno ponendo. Allo stato attuale è
ancora presto per capire quale sarà il reale impatto del Green Deal
sull’ambiente anche se l’opinione più diffusa tra le fila degli ambientalisti è
quella di aumentare al 65% (10 punti percentuali in più rispetto all’annuncio
di von der Leyen) il taglio delle emissioni nette di carbonio. A livello
globale, il ritiro degli USA dall’Accordo di Parigi renderà senza dubbio tutto
più intricato, a meno che nel novembre 2020 non prenda la guida della Casa
Bianca un presidente democratico. Dal canto suo, l’Italia, per acquisire una
posizione di rilievo nel processo di transizione energetica, dovrebbe
contribuire essa stessa alla trasformazione dell’Unione Europea in una vera e
propria potenza globale in grado di affrontare le sfide poste dall’emergenza
climatica. A tal fine, oltre a mandare avanti le trattative con l’Alleato
statunitense , il governo italiano dovrebbe gestire in maniera più appropriata
le relazioni con i paesi africani per far fronte ad un’altra emergenza, quella
delle migrazioni, di cui il cambiamento climatico ne è ora più che mai una
causa primaria; affrontare e tentare di svolgere un ruolo chiave nel ristabilimento
dei disordini in seno ai paesi MENA, fondamentali per i mercati energetici
globali e, infine, mandare avanti il partenariato con la Cina al fine di
esortare l’Impero Celeste a divenire un attore ambientale sempre più
responsabile. </p>
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