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	<title>green economy Archivi &#8211; MondoDem</title>
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	<description>Laboratorio di Politica Internazionale</description>
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	<title>green economy Archivi &#8211; MondoDem</title>
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		<title>La codeterminazione come elemento di sostenibilita&#8217; economica</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Leonardo Scimmi]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 18 Jul 2022 08:12:50 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[ESG]]></category>
		<category><![CDATA[green economy]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Negli ultimi anni abbiamo assistito a un incremento esponenziale dell&#8217;attenzione dedicata ai temi della sostenibilità economica. Parole come&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/3009/">La codeterminazione come elemento di sostenibilita&#8217; economica</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
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<p>Negli ultimi anni abbiamo assistito a un incremento esponenziale dell&#8217;attenzione dedicata ai temi della sostenibilità economica. Parole come ESG &#8211; acronimo di environmental social e governance &#8211; green economy, sustainable o greenwashing sono all&#8217;ordine del giorno nei settori economia ed energia.&nbsp;</p>



<p>Vorremmo sottolineare qui come il tema della Mitbestimmung &#8211; in tedesco&#8221; codeterminazione&#8221;, riferito ad un’azienda &#8211; sia stato antesignano delle tematiche ESG, ma ne sia stato anche assurdamente escluso oggi in sede legiferante.</p>



<p>Anche in Italia è oramai famosa la secca ed illuminante risposta che il giurista Walter Rathenau diede decenni fa agli azionisti della&nbsp;Norddeutscher Lloyd, i quali&nbsp; si lamentavano di non aver guadagnato abbastanza dal loro investimento azionario.</p>



<p>L’insigne giurista rispose che la società non esisteva per “distribuire dividendi a lorsignori, ma per far andare i battelli sul Reno”.<br>L’espressione “i Battelli del Reno” è diventata da allora sinonimo dell’interesse sociale, cioè della oggettivizzazione della impresa e, con essa, della proprietà, al punto da determinare una contrapposizione fra interesse degli azionisti, legittimi proprietari dell’impresa, e l’interesse dell’impresa in sé.<br>La crisi finanziaria del 2008 ha messo alle strette il sistema di&nbsp;<em>governance</em>&nbsp;ed i rapporti fra pubblico e privato ed ancora oggi fornisce esempi e spunti validi di discussione e riforme.<br>La crisi ha imposto una riflessione sul sistema attuale di&nbsp;<em>Corporate Governance</em>&nbsp;che ha mostrato limiti e difetti.<br>In questo contesto si inserisce la revisione dei principi del codice di&nbsp;<em>Corporate Governance</em>&nbsp;mondiali ma anche e soprattutto la stesura dei criteri fondanti delle valutazioni ESG che &#8211; ad oggi, nella categoria &#8221; S&#8221;, non annovera &#8211; sorprendentemente &#8211; il diritto dei lavoratori a partecipare alla gestione dell&#8217;azienda.<br>E in questo contesto si inserisce l’insegnamento di Rathenau che ci riporta alla fondamentale questione del valore della azienda quale insieme di contratti e rapporti giuridici che trascende il mero interesse economico al dividendo.<br>L’interpretazione che emerge dall’esempio del pensatore tedesco Walter Rathenau è il passaggio da un’ottica di cosiddetta&nbsp;<em>sharesholders value</em>&nbsp;a quella di&nbsp;<em>stakeholders value</em>.<br>Questo passaggio implicherebbe considerare l’Impresa non come mera organizzazione nelle mani dei proprietari capitalisti e deputata a creare profitti, ma quale organizzazione complessa composta dal capitale iniziale, dai lavoratori, dai creditori, dal territorio.<br>Il cambiamento di vedute potrebbe risultare inizialmente sorprendente ed inaccettabile, ma tutti ne avrebbero qualcosa da guadagnare nel lungo periodo.<br>Ovviamente tale prospettiva comporta dei cambiamenti soprattutto a livello di&nbsp;<em>governance</em>&nbsp;ed infatti i maggiori cambiamenti sono destinati ad avvenire nella composizione dei Consigli di Amministrazione.<br>In tal senso, gli organi direttivi (siano essi i conosciuti Consigli di Amministrazione o i Consigli di Gestione e di Sorveglianza del sistema duale di origine tedesca) dovrebbero ospitare – a prescindere dalla relativa presenza nel capitale e&nbsp; quindi per legge – rappresentanti degli&nbsp;<em>stakesholders</em>&nbsp;di cui sopra, vale a dire dei lavoratori in primis, dei creditori finanziatori e, perché no, delle istituzioni territoriali e/o delle autorità di controllo.<br>Questo mix garantirebbe la rappresentanza di tutti i soggetti interessati al business dell’Impresa e potrebbe essere un freno alle operazioni troppo spericolate che poi portano alle crisi cicliche superficialmente definite ‘inevitabili’, oltre ai noti vantaggi in termini di produttività e pace sociale.</p>



<p>Sarebbe quindi utile aprire il dibattito sull&#8217;inserimento della Mitbestimmung (codeterminazione nella gestione dell&#8217;azienda) fra i criteri di valutazione ESG negli investimenti.</p>
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		<title>Un Piano Marshall per il clima? Opportunità e rischi per l’Italia</title>
		<link>https://www.mondodem.it/2200/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Bergamaschi]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 19 Oct 2020 09:59:06 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Ecologia]]></category>
		<category><![CDATA[COVID-19]]></category>
		<category><![CDATA[Green Deal]]></category>
		<category><![CDATA[green economy]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Gli ingenti investimenti che saranno messi in campo con il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza fino al&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/2200/">Un Piano Marshall per il clima? Opportunità e rischi per l’Italia</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-drop-cap">Gli ingenti investimenti che saranno messi in campo con il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza fino al 2023 e con il nuovo budget europeo fino al 2027 potrebbero fare da volano per la crescita, la creazione di migliaia di nuovi posti di lavoro e permettere al debito nazionale di rientrare a livelli pre-COVID in tempi relativamente rapidi, se utilizzati con un focus specifico per la transizione ecologica. Questo è quanto emerge dall’analisi redatta da oltre trenta economisti e ricercatori italiani <a href="mailto:https://www.ref-e.com/it/focus-light/ossigeno-per-la-crescita">“Ossigeno per la crescita. La decarbonizzazione al centro della strategia economica Post-Covid”</a>, la prima in Italia a guardare alla decarbonizzazione come un cambio di sistema. L&#8217;impatto economico in Italia di una spesa incentrata su decarbonizzazione e resilienza sarebbe imponente: un tasso di crescita medio annuo vicino al 5% per i primi anni e del 3,5% nel medio termine, convergendo al 2% nel lungo termine. Sarebbe l’unico modo per riportare il debito pubblico italiano ai livelli pre-COVID entro il 2030, e di ottenere entro la stessa data un aumento complessivo del PIL del 30%, e del tasso di occupazione dell&#8217;11%.</p>



<p>Inoltre, un utilizzo dei fondi del PNRR centrato sulla riconversione ecologica sarebbe anche l’unico modo per raggiungere i nuovi obiettivi climatici al 2030 (è in discussione il taglio delle emissioni di almeno il 55% rispetto al 1990, il Parlamento Europeo chiede il 60%) e la neutralità climatica – ovvero la somma zero tra emissioni rimanenti e quelle assorbite – al 2050.</p>



<p>L’altra buona notizia arriva dalle <a href="mailto:https://www.ilsole24ore.com/art/anche-il-gas-ora-l-aie-intravvede-declino-nell-energia-trionfera-sole-ADSeZrv">nuove proiezioni dell’Agenzia internazionale dell’energia</a>: le rinnovabili sono oggi più competitive dei fossili. In particolare, il fotovoltaico è diventato nella maggior parte del mondo molto più vantaggioso rispetto a gas o carbone. Il tramonto di tutti i combustibili fossili subirà un’accelerazione nei prossimi anni. Per l’Italia, tra i paesi più ricchi di energia solare, è un’opportunità senza precedenti di ripensare il suo ruolo: passare cioè da <em>hub</em> del gas ad <em>hub</em> del solare ed eolico). Questo, però, a patto che la politica italiana riveda l’attuale politica incentrata sull’industria fossile più potente e influente in Italia: quella appunta del gas. Quest’ultimo non può più essere &nbsp;considerato un combustibile di transizione, vista la disponibilità di tecnologie che permettono di integrare e gestire il flusso variabile delle rinnovabili in tutta sicurezza (batterie, reti elettriche intelligenti e digitalizzazione, ).</p>



<p>Insomma, i capitali ci sarebbero e la tecnologia a zero emissioni è matura e competitiva. Ora la politica deve definire le scelti “verdi” che vuole adottare. Occorre specificare su quali tecnologie e in quali infrastrutture si vuole puntare, perché queste determineranno il percorso industriale ed emissivo dei prossimi 30 anni. Il rischio di <em>greenwashing</em> è molto alto. Ci sono scelte da prendere: ad esempio, l’Italia investirà i miliardi a disposizione nell’idrogeno blu, cioè la produzione di idrogeno da gas con sequestro della CO2 nel sottosuolo favorita dall’industria fossile, o nell’idrogeno verde, cioè la produzione di idrogeno a zero emissioni da rinnovabili favorita dall’industria pulita?</p>



<p>Un altro tassello importante per la reale applicazione della ripresa verde è la condivisione degli obiettivi climatici con tutta la pubblica amministrazione ed il suo coinvolgimento, così come quello delle regioni e degli enti locali, nel processo di &nbsp;decarbonizzazione, per la coerenza delle priorità. In parallelo poi dovrà essere urgentemente potenziata la capacità tecnica e di risorse umane qualificate di questi attori se si vuole riuscire a spendere gli ingenti capitali in modo coerente e nei tempi richiesti.</p>



<p>La ripresa verde post-COVID può diventare dunque la più grande opportunità di ricostruzione e rilancio del tessuto industriale italiano. Viceversa,  perdere questa occasione significherà la perdita di migliaia di posti di lavoro con conseguenze sociali e politiche devastanti, inclusa la futura permanenza nell’Unione Europea. Una delle industrie più esposte è quella automotive con <a href="mailto:https://assets.ey.com/content/dam/ey-sites/ey-com/it_it/generic/generic-content/ey-settore-automotive-e-covid-19.pdf">oltre 300 mila unità nel 2018</a>. L’Italia parte da una situazione di svantaggio per i mancati investimenti in batterie e sistemi di produzione elettrici negli ultimi 10 anni. Oggi importiamo quasi la totalità delle batterie e molti componenti. Il piano di ripresa è l’ultima possibilità di costruire una base e catena manifatturiera per la mobilità elettrica. <a href="mailto:https://theicct.org/sites/default/files/publications/Combustion-engine-phase-out-briefing-may11.2020.pdf">Come Francia, Regno Unito, Spagna e altri paesi europei</a>, anche l’Italia dovrebbe pensare a uno stop alla vendita delle auto a combustione entro una certa data (per esempio il 2030). Ciò non deve essere visto come una politica ambientalista ma un principio economico per guidare gli investimenti, le scelte industriali e le scelte sindacali dei prossimi 10 anni e per salvaguardare la salute pubblica.</p>



<p>Perdere il treno della rivoluzione verde, cioè, significa fallire a livello politico, economico e occupazionale. Non è difficile immaginare come tale fallimento possa diventare terreno fertile per una seconda violenta ondata di sovranismo e anti-europeismo negli anni 20 di questo secolo, che addossi all’apertura dei mercati e alla competizione estera la responsabilità della futura nuova crisi industriale. La politica è allora chiamata a costruire con decisione le basi industriali e occupazionali della mobilità elettrica, accompagnando il declino dell’occupazione fossile attraverso programmi di giusta transizione.</p>



<p>La ripresa verde è, infine, anche una grande opportunità di ripensare la nostra politica estera. Se il gas non è più una soluzione sostenibile e se ne avremo sempre meno bisogno (la Commissione Europea stima per i prossimi 10 anni un calo di oltre un quarto della domanda di gas in Europa, rendendo nuove infrastrutture a gas &nbsp;superflue) occorre ripensare il modello di sviluppo che promuoviamo nel vicinano e oltre. Occorre immaginare e disegnare un <em>Green Deal</em> anche per Libano, Egitto, Algeria, ma anche Libia e Mozambico, che crei occupazione di qualità e di lungo periodo, diffusa sul territorio, che contrasti la disoccupazione giovanile creando filiere industriali sostenibili in loco. Possiamo partire tenendo fede a quando <a href="mailto:https://www.repubblica.it/politica/2019/09/04/news/programma_governo_conte_2_bis-235177774/">concordato nel programma di Governo del Conte bis</a> un anno fa: <em>“Bisogna introdurre una normativa che non consenta, per il futuro, il rilascio di nuove concessioni di trivellazione per estrazione di idrocarburi. In proposito, il Governo si impegna a promuovere accordi internazionali che vincolino anche i Paesi che si affacciano sul Mediterraneo a evitare quanto più possibile concessioni per trivellazione.”</em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/2200/">Un Piano Marshall per il clima? Opportunità e rischi per l’Italia</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
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