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	<title>Internet Archivi &#8211; MondoDem</title>
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	<description>Laboratorio di Politica Internazionale</description>
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	<title>Internet Archivi &#8211; MondoDem</title>
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		<title>Tra internet e realtà: le basi umane della radicalizzazione</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 19 Nov 2017 15:20:56 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Democrazia 2.0]]></category>
		<category><![CDATA[Osservatori]]></category>
		<category><![CDATA[Internet]]></category>
		<category><![CDATA[Radicalizzazione]]></category>
		<category><![CDATA[Terrorismo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>di Erika Panuccio* La radicalizzazione di un individuo si sviluppa spesso nell’ombra, tanto che a volte famigliari e&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/881/">Tra internet e realtà: le basi umane della radicalizzazione</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em>di Erika Panuccio*</em></p>
<p>La radicalizzazione di un individuo si sviluppa spesso nell’ombra, tanto che a volte famigliari e amici se ne accorgono solo quando è troppo tardi. Soprattutto in questi casi si è spesso parlato di una radicalizzazione “silenziosa” che avviene in rete all’insaputa delle persone attorno. Una radicalizzazione “nuova” e “diversa”, soprattutto dalla radicalizzazione “offline”, ovvero quella che avviene attraverso relazioni sviluppate di persona. Nonostante molteplici studi e analisi, persistono dei dubbi su come porre in relazione la radicalizzazione «on line» e «off line». C’è una tendenza a considerarli come processi differenti e a sé stanti, da analizzare separatamente. Soprattutto la variante “online” è stata al centro del dibattito dopo l’avvento di Isis ed è spesso additata come uno dei “mali” portati dalla rete. Ma è proprio così? Esiste una differenza netta tra radicalizzazione “offline” ed “online”? Ed è quest’ultima veramente indipendente da relazioni “offline”?</p>
<p>Per rispondere a queste domande bisogna prima di tutto chiarire di cosa si parla quando si parla di radicalizzazione. L’Expert Group on Violent Radicalisation, stabilito dalla Commissione Europea nel 2006, ha descritto la radicalizzazione come un fenomeno legato al contesto, dipendente da fattori globali, sociologici, politici e dalla dimensione ideologica e psicologica del singolo.<a href="#_edn1" name="_ednref1">[i]</a> La ricerca di una definizione più precisa significa ha messo in difficoltà ricercatori ed esperti, ma individuarne le cause risulta essere una sfida ancora maggiore: povertà, disuguaglianze, oppressione politica, alienazione sociale dei giovani, rifiuto della dimensione culturale “occidentale”, frustrazione? Come chiarisce Magnus Ranstorp in un rapporto del RAN Centre of Excellence (<em>The Root Causes of Violent Extremism</em>, 14 gennaio 2016), centro fondato per volontà della Commissione Europea, l’estremismo violento non può essere spiegato come un fenomeno omogeneo, ma piuttosto come un «caleidoscopio di fattori», che si possono presentare o meno, con maggiore o minore intensità, in un singolo soggetto.</p>
<p><strong>Esempi di radicalizzazione on line e off line</strong></p>
<p>La radicalizzazione avviene, quindi, in diversi modi e per diversi motivi. Ad esempio, un individuo può aver covato negli anni un profondo disdegno per le ingerenze politiche, la corruzione e le guerre in Medio Oriente e le conseguenti sofferenze subite dalle popolazioni locali. Le sue opinioni possono trovare conforto e supporto nella retorica jihadista, che impara a conoscere tramite la rete. La lettura e visione di contenuti estremisti e le discussioni online con altre persone dalle idee simili, possono rinforzare nell’individuo le sue convinzioni e dare loro un taglio più estremizzato. A questo punto, inizia ad attingere informazioni solo da determinati siti o profili social e a diffidare dai media ufficiali, percepiti come inaffidabili e di parte. Un passo successivo può essere unirsi fisicamente a un’organizzazione, come modo concreto di portare giustizia tra le popolazioni minacciate da avversari identificati come “invasori stranieri” o “governanti totalitari”.<a href="#_edn2" name="_ednref2">[ii]</a> Una preoccupazione inizialmente umanitaria può quindi convertirsi in militanza violenta attraverso la radicalizzazione.</p>
<p>In un altro caso, il processo può coinvolgere un detenuto, isolato dalla realtà esterna, costretto a condividere con sconosciuti gli stessi ambienti e ad adeguarsi a nuove, rigide regole sociali. Lo shock e lo straniamento che prova lo portano a cercare nuovi punti di riferimento, tra cui la religione. Questa può anche rappresentare un modo per inserirsi in una sotto-comunità e trovarvi conforto, nonché protezione da altri gruppi di detenuti o dagli agenti penitenziari, se percepiti come una minaccia. A questo punto, se all’interno del gruppo si trova un individuo radicalizzato, è molto probabile che le sue ideologie vengano trasferite anche agli altri, poiché il proselitismo è uno degli obblighi di chi persegue il jihadismo. Sebbene la conversione o il riavvicinamento alla fede non siano da intendersi come segnali di certa radicalizzazione – anzi, in genere il soggetto radicalizzato evita di dare nell’occhio – il carcere è storicamente uno dei luoghi dove questo processo si sviluppa con maggior facilità.</p>
<p><strong>Di chi è la responsabilità?</strong></p>
<p>Nel primo esempio, il contributo maggiore sembra essere stato dato dagli strumenti di comunicazione. Negli ultimi anni, si è discusso di frequente sulle responsabilità di Internet e social network, che rappresentano efficientissimi canali per la diffusione di un messaggio a livello mondiale. Il caso di ISIS o Da’esh è un ottimo esempio in tal senso: ancora oggi, nonostante le difficoltà sul terreno fisico, continua ad attirare seguaci e a ispirare azioni di terrore grazie alla propaganda online. Se i suoi canali di comunicazione ufficiali hanno al momento ridotto la propria attività, probabilmente per la perdita di membri e attrezzature, il messaggio continua a essere veicolato dai suoi sostenitori, tramite gli account social personali o incontri fisici.</p>
<p>Nel secondo caso, la radicalizzazione si sviluppa in un luogo fisico, tramite l’influenza di un individuo che ha già abbracciato ideologie estremiste. In apparenza, si tratta esclusivamente di «radicalizzazione off line», ma non bisogna per questo concludere che nel processo non vengano coinvolti canali di comunicazione alternativi. L’individuo può entrare in contatto con la retorica jihadista in precedenza all’arresto – fornendo le basi per una successiva radicalizzazione – o in seguito alla scarcerazione – rafforzando le ideologie estremiste assorbite in carcere.</p>
<p><strong>Il fattore chiave: interazione umana</strong></p>
<p>Per cercare di rispondere al quesito iniziale, si può affermare che, in genere, la radicalizzazione non si svolge interamente in uno stesso luogo (o non-luogo), ma è il risultato di un processo graduale, che ha tempi diversi in base alle caratteristiche personali di un soggetto. Può avere inizio in un forum online e rafforzarsi con contatti reali, oppure può essere stimolata da un conoscente e solidificarsi tramite la propaganda diffusa sulla rete. Entrambe le situazioni condividono una base comune: l’interazione con individui che credono profondamente nell’ideologia jihadista.</p>
<p>Bisogna chiarire che, anche nei casi di persone radicalizzatesi esclusivamente tramite Internet, il fattore radicalizzante non è l’esposizione a contenuti estremisti, bensì l’interiorizzazione e appropriazione dell’ideologia che veicolano. Di conseguenza, il problema si lega al lato più intimo e umano, ossia la sfera emotivo-psicologica: è necessaria una tendenza a priori verso l’estremismo, di cui un individuo può anche non essere pienamente cosciente, perché avvenga la transizione definitiva.</p>
<p>L’interiorizzazione di ideologie estremiste è profondamente legata all’interazione umana. Si verifica più facilmente quando l’individuo entra in un sistema chiuso, che sia un gruppo di conoscenti, un forum/chat online o una prigione. In effetti, come indicato sul sito dell’iniziativa “Stop djihadisme”, promossa dal governo francese, «l’effetto di gruppo, che sia fisico o virtuale, gioca un ruolo chiave» in quanto «filtra le informazioni e reitera gli stessi concetti senza mai incontrare forme di opposizione».<a href="#_edn3" name="_ednref3">[iii]</a> Si tratta di zone di isolamento intellettuale, dove sono accettati solo individui che pensano nello stesso modo. Attraverso la reiterazione, le loro idee finiscono per radicarsi profondamente in ognuno di loro.</p>
<p><strong>Quali conclusioni?</strong></p>
<p>Esaminare le dinamiche comunicative tra individui piuttosto che descrivere fenomeni di massa, in cui la voce del singolo si perde nel rumore di fondo, può servire a capire come si sviluppi il processo di radicalizzazione. Sebbene la propaganda, narrazione corale del messaggio estremista, abbia un ruolo importante in questo processo, essa rappresenta per lo più uno scenario dove il messaggio viene amplificato e riempito via via di nuovi significati e connotati. Il fattore decisivo che radicalizza un individuo è il contatto fisico o virtuale con individui carismatici, capaci di rendere il messaggio più umano e condivisibile. Nel distinguere «radicalizzazione on line» e «radicalizzazione off line», oltre che trascurare la loro complementarietà, si perde anche di vista l’elemento che le accomuna, ossia l’interazione umana.</p>
<p><a href="#_ednref1" name="_edn1">[i]</a> Cfr. Schmid, Alex. <em>Radicalisation, De-Radicalisation, Counter-Radicalisation: A Conceptual Discussion and Literature Review</em>, International Centre for Counter-Terrorism, The Hague, March 2013</p>
<p><a href="#_ednref2" name="_edn2">[ii]</a> Ad esempio: reportage di David Meseguer, <em>De España a la Yihad en Siria</em>, 16 febbraio 2015, VICE News Spain, <a href="https://news.vice.com/es/article/de-espaa-a-la-yihad-en-siria">https://news.vice.com/es/article/de-espaa-a-la-yihad-en-siria</a></p>
<p><a href="#_ednref3" name="_edn3">[iii]</a> <a href="http://www.stop-djihadisme.gouv.fr/radicalisation/explication-du-phenomene/radicalisation-djihadiste-quest-ce-que-cest">http://www.stop-djihadisme.gouv.fr/radicalisation/explication-du-phenomene/radicalisation-djihadiste-quest-ce-que-cest</a></p>
<p><em>*Erika Panuccio: Laureata in Lingue e letterature straniere e successivamente in Comunicazione. Nel 2016 ha discusso una tesi di laurea sulla propaganda pro-ISIS su Twitter, selezionata dal DIS assieme ad altri lavori incentrati sul tema della sicurezza nazionale. Sebbene la geopolitica non sia la sua attuale occupazione, continua a coltivare questo interesse scrivendo analisi su Asia e Americhe. I principali paper sono disponibili qui: <a href="https://unimi.academia.edu/ErikaPanuccio" target="_blank" rel="noopener" data-saferedirecturl="https://www.google.com/url?hl=it&amp;q=https://unimi.academia.edu/ErikaPanuccio&amp;source=gmail&amp;ust=1511199718975000&amp;usg=AFQjCNG0Zq66o2sqgxnyTJ7XDYoY47oyjQ">https://unimi.academia.edu/<wbr />ErikaPanuccio</a></em></p>
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		<title>E’ giusto dire populismo?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 06 Feb 2017 12:38:45 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politologia]]></category>
		<category><![CDATA[Comunicazione]]></category>
		<category><![CDATA[Globalizzazione]]></category>
		<category><![CDATA[Internet]]></category>
		<category><![CDATA[Populismo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Di Mario Rodriguez* Che utilità abbiamo a usare il termine populismo? A cosa ci serve? Per comprendere, per&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Di <strong>Mario Rodriguez</strong>*</p>
<p>Che utilità abbiamo a usare il termine <strong>populismo</strong>? A cosa ci serve? Per comprendere, per adattarci al tempo che viviamo, per elaborare e mettere in pratica misure di contrasto, certo. Ma la domanda da porsi è se l’uso di un termine dalla carica simbolica così forte, ci aiuti a definire i fenomeni di cui stiamo facendo esperienza? Populismo è una parola nata quando non ne esistevano altre ancora più essenziali a identificare il nostro tempo: disintermediazione, <strong>globalizzazione</strong>, mediatizzazione, interdipendenze, per citarne alcune.</p>
<p>Uno dei saggi ateniesi Misone consigliava, secoli fa, di indagare le parole a partire dalle cose, non le cose a partire dalle parole. Ecco allora un paradosso: non possiamo che usare parole vecchie per descrivere fenomeni nuovi. Viviamo e, per affrontare i problemi, dobbiamo definirli. La definizione è infatti essenziale per arrivare alla sua soluzione, per mettere in atto comportamenti adeguati agli obiettivi che si perseguono. Per di più i fenomeni sociali non sono problemi matematici. La complessità sociale è più complessa di quella matematica. Le soluzioni possibili sono molte di più. Ciò nonostante abbiamo bisogno di definire i problemi e trovare parole o metafore che ci aiutino a prendere le misure, a mettere in campo comportamenti appropriati.</p>
<p>Successe così anche con il <strong>fascismo</strong> che peraltro fu un termine usato dai protagonisti stessi e non una definizione data dagli osservatori. Ci vollero anni per definire il fenomeno in modo che fosse possibile la convergenza dei comportamenti degli <strong>antifascisti</strong>. Nel ‘29 fu difficile per i comunisti italiani convincere i sovietici e gli altri aderenti alla III Internazionale che in Italia accomunare Matteotti e Mussolini usando il termine “socialfascismo” non era solo difficile ma controproducente. E solo dopo la metà degli anni ‘30 si adottò una definizione del fascismo che permise di lavorare per un fronte antifascista più ampio che comprendesse anche i socialisti e socialdemocratici. Si badi bene che la definizione del fascismo ebbe una utilità pratica indiscutibile ma oggi non è più usata (condivisa). Anche allora era insufficiente, approssimativa ma era migliore della precedente ed ebbe conseguenze pratiche apprezzabili.</p>
<p>Anche allora gli schemi interpretativi avevano forzato la comprensione della realtà. Si era partiti dalle parole, dai concetti, e non dalla realtà. Non dobbiamo fare lo stesso errore oggi con populismo. Dobbiamo partire dalla descrizione dei fenomeni cercando il più possibile di non farci condizionare (almeno essendone consapevoli) dagli schemi interpretativi che non possono che condizionare la nostra analisi.</p>
<p>“Al lupo, al lupo”.</p>
<p>Temo che l’uso del termine populismo sia una sorta di “al lupo al lupo!” Accade qualcosa che non ci aspettavamo e che ci preoccupa e lanciamo un allarme. Sembra un allarme che funziona perché molti hanno paura del lupo. I nostri bambini (la nostra comunità, il nostro popolo) sono stati educati con l’idea che il lupo è cattivo. Si pensa che se gridiamo “al lupo, al lupo”, i pigri, i distratti si mobiliteranno, ci capiranno, ci voteranno. Così continuiamo a considerare i coinvolti dal fenomeno con paternalismo e aristocraticismo e ci ostiniamo a non riconoscerli come portatori di visioni diverse non solo da rispettare ma da comprendere.</p>
<p>Ma il problema è che gli “altri” non vedono il lupo, anzi a qualcuno il lupo piace pure. Gli piace il selvaggio, il naturale, non importa che non abbiano pecore o galline da difendere, loro vivono in città. Il lupo è quello dei cartoon o del Wwf! Però è il loro modo di vivere le cose. Quando sentono “al lupo, al lupo” pensano che non sia un problema per loro e che lo si faccia solo in modo strumentale.</p>
<p>Allora bisogna ripartire dalle “cose stesse”, dai fenomeni che viviamo e che cataloghiamo tra le cause del populismo e quindi tra i problemi da risolvere. Cerchiamo di usare con parsimonia la parola populismo, vediamo se ce ne sono altre più connotative per spiegare cosa avviene. Anche perché populismo, come detto, è parola vecchia e usarla per descrivere fenomeni nuovi non aiuta a comprendere i fenomeni stessi.</p>
<p>Allora quali fenomeni stiamo vivendo?</p>
<p>In primo luogo credo sia necessario descrivere bene come si comportano coloro che definiamo “populisti”, che biografie hanno, come si comportato, che decisioni assumono, come vivono. Che tipi di lupi sono? Mangiano davvero le galline?</p>
<p>Dobbiamo mettere bene in evidenza perché per noi i populisti sono un pericolo per la <strong>democrazia</strong>. Non possiamo dare per scontato che l’uso del termine generi senso e consenso.</p>
<p>Io direi che il populismo attuale rappresenta prima di tutto la fase nuova di un contrasto antico che nasce con la cosiddetta democrazia dei moderni (non è un caso che la Casaleggio Srl scomodi Rousseau). Non un’eccezione ma il ritorno di un conflitto connaturato alla democrazia, il rapporto con il <em>demos</em> appunto. Dice Müller “Il populismo non è né la parte autentica della moderna politica democratica, né un tipo di patologia causata da cittadini irrazionali. È l’ombra permanente della <strong>politica</strong> rappresentativa.”</p>
<p>È il riapparire di persone che “parlano” in nome delle persone in carne e ossa e che criticano le élite. Ma non tutte le critiche alle élite sono populismo. E non tutti i populisti sono contro il principio della rappresentanza politica; molti insistono sul fatto che soltanto loro sono i rappresentanti legittimi, i veri interpreti della gente, delle persone comuni”. Qui sta il nocciolo duro della loro “illiberalità” la negazione del <strong>pluralismo</strong>.</p>
<p>Poi dobbiamo capire e mettere bene a fuoco perché questo fenomeno è riapparso negli anni recenti valorizzando soprattutto le differenze e le peculiarità del nostro tempo.</p>
<p>Tra questi io richiamerei brevemente: le conseguenze della quarta rivoluzione tecnologica; la diffusione di nuovi modi di vivere e lavorare; nuovi livelli di <em>education</em> e di informazione; la mondializzazione dell’economia e i processi di globalizzazione; il consolidamento delle interdipendenze; l’affermazione della multipolarità negli equilibri geo politici; la secolarizzazione; la crisi dei sistemi gerarchici che ancora reggevano alla fine della seconda guerra mondiale; la crisi dei sistemi di autorità connessi alla gerarchia; l’avvento della società individualizzata di massa. E quindi il crescente conflitto tra principio di competenza e principio di rappresentanza, appunto tra élite e popolo. Tutto questo porta all’accrescimento delle difficoltà di funzionamento delle società democratiche peraltro già avviatesi. E quindi alle decrescenti performance dei sistemi politici in un contesto non solo di crisi economica ma di ridefinizione degli equilibri su base mondiale.</p>
<p>Le persone vivono un disagio caratterizzato dalla fine della certezza del miglioramento delle loro condizioni di vita che aveva caratterizzato tutta la seconda metà del 900 e che era iniziata con lo slancio fondamentale della pace e della ricostruzione post bellica.</p>
<p>Il ritorno (non nascita perché non è un fenomeno nuovo) della sfiducia per le élite è strettamente legato al fatto semplice ma concreto che “le cose non vanno”. Il consenso ai partiti di massa della seconda metà del novecento può essere considerato certo adesione a forme culturali (religioni civili) ma era fortemente ancorato al fatto che le cose funzionavano, la vita quotidiana migliorava per tutti (chi più e chi meno, ovviamente).</p>
<p>Allora la contrapposizione al populismo parte dal rimettere in moto le istituzioni, il loro funzionamento, per poter arrivare alla soluzione (parziale e provvisoria, certo) dei problemi della vita quotidiana. Le persone credo chiedano di essere governate bene, di essere messe in condizione di vivere nel modo migliore auspicabile. In generale le persone (tranne un piccola ma significativa parte che va coinvolta) non credo chiedano di essere rappresentate o meglio credo che per loro essere rappresentate significhi vedere le proprie preoccupazioni prese in considerazione se non risolte del tutto. E si mobilitano soprattutto quando le cose non vanno! Per questo credo che il tema del funzionamento delle istituzioni democratiche e delle politiche pubbliche sia essenziale. Non credo che sia utile soffermarsi su un dibattito sulle credenze ma credo sia meglio concentrarsi sugli effetti pratici delle credenze sulla vita delle persone.</p>
<p>Una democrazia che funziona oggi significa però essere consapevoli che governare comporta anche governare le opinioni che i governati hanno dei governanti. Perché la nostra non è solo la società mediatizzata ma è la società dell’auto-<strong>comunicazione</strong> di massa.</p>
<p>Come costruiamo quindi democrazie “funzionanti”? Come ci occupiamo di <strong><em>governance</em></strong> e non solo di <em>government</em>? Abbiamo inventato due parole diverse perché abbiamo bisogno di mettere in luce due aspetti diversi del funzionamento delle istituzioni. Il governo formale e il governo concreto reale, quello che succede davvero.</p>
<p>Il contrasto al populismo si fa quindi in primo luogo comprendendone le cause o meglio comprendendo le ragioni di coloro che lo fanno vivere e secondariamente mettendo in atto politiche concrete che entrando nella vita quotidiana delle persone inducano un cambiamento nelle percezioni diffuse.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>*Mario Rodriguez è docente di Comunicazione Pubblica presso l’Università degli Studi di Milano e fondatore della MR &amp; Associati. Tra le altre opere, è autore, con Nicolò Addario, del libro “Comunicare la Politica, Consenso e Dissenso nell’Era di Internet”</em></p>
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		<title>Notizie False e Guerra Ibrida</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Davide Corazzini]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 15 Jan 2017 10:12:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Democrazia 2.0]]></category>
		<category><![CDATA[Cybersecurity]]></category>
		<category><![CDATA[Fakenews]]></category>
		<category><![CDATA[Globalizzazione]]></category>
		<category><![CDATA[Internet]]></category>
		<category><![CDATA[NATO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La diffusione di internet su scala globale ha permesso di aumentare in maniera talmente sensibile la quantità e&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>La diffusione di internet su scala globale ha permesso di aumentare in maniera talmente sensibile la quantità e la qualità delle <strong>informazioni</strong> da risultare rivoluzionaria in quasi tutti i settori della vita umana, dalla politica all’economia.</p>
<p>Se l’economia è uno dei settori che ha risentito maggiormente dell’avvento della società dell’informazione, anche il settore della difesa ne è stato profondamente influenzato. Nato in ambienti <strong>militari</strong> come mezzo di comunicazione in caso di emergenza, internet è entrato in maniera organica nella dottrina militare statunitense già negli anni ’90 con la cosiddetta “Revolution in Military Affairs”, che ha teorizzato e sistematizzato l’informatizzazione dello strumento militare, ormai net-centrico nella fase di raccolta ed elaborazione dei dati sensibili, nonché razionale e discrezionale nell’attività di “targeting”.</p>
<p>Fatta questa premessa, non possiamo non notare come in campo strategico il contesto attuale sia comunque caratterizzato da un’enorme sproporzione tecnologica e dottrinale tra i paesi <strong>NATO</strong> (e in particolare gli Stati Uniti) e quelli che possono essere considerati i loro principali avversari di portata strategica, cioè Russia e Cina. Infatti, al netto delle politiche di ammodernamento attualmente in corso a Mosca e a Pechino, nonché della capacità di esprimere una volontà politica tale da sostenere un intervento militare prolungato di tipo convenzionale, il divario tra Occidente ed Oriente rimane talmente grande da poter essere efficacemente colmato solamente attraverso modalità di ingaggio non convenzionali, che si esplichino spesso in maniera preventiva e su una moltitudine di piani, da quello militare a quello politico, passando per la dimensione <strong>informatica</strong> e comunicativa.</p>
<p>È pertanto in questo quadro di riferimento che andrebbe inserito e interpretato, almeno da un punto di vista puramente strategico, l’attuale dibattito sugli effetti politici di quelle che vengono ritenute, da più fonti, vere e proprie campagne di <strong>disinformazione</strong> sul <strong>web</strong> e che tanto sembrano preoccupare le cancellerie occidentali, specialmente dopo il per certi versi sorprendente risultato delle recentissime elezioni presidenziali negli Stati Uniti.</p>
<p>Infatti secondo numerosi osservatori, per altro trasversali allo spettro politico, tale risultato non sarebbe stato possibile se prima non fosse stato preceduto da quella che viene considerata una vera e propria campagna di disinformazione, non solo montata ad arte dal candidato poi risultato vincitore, ma apparentemente alimentata da una serie di rivelazioni che sarebbero state addirittura estratte grazie all’operato di ambienti informatici clandestini vicini ai servizi segreti russi. Queste informazioni, dal grado di effettiva sensibilità oggettivamente molto variabile, ma comunque politicamente imbarazzanti, sarebbero state messe successivamente a disposizione dei media attraverso portali online solamente in apparenza neutri, al fine di creare un clima ostile all’affermazione del candidato inizialmente dato per vincente e maggiormente suscettibile di continuare quel progetto economico e politico che – bene o male – va avanti dalla fine della guerra fredda e che, di fatto, è spesso risultato ostile agli interessi di un Paese come la Russia.</p>
<p>Ovviamente, l’apparente capacità russa di creare e diffondere contenuti dal grande potenziale virale, sia offline che online, sarebbe ben poca cosa se non facesse leva su una debolezza intrinseca dell’Occidente di oggi, sempre più impoverito da una <strong>globalizzazione</strong> economica che ha spostato in Asia il proprio centro di gravità e sempre più impaurito di fronte ad un fenomeno migratorio visto come incontrollato e incontrollabile. È quindi in questo scenario di profonda inquietudine che agisce la narrativa cosiddetta “populista”, la quale, servendosi anche degli strumenti tipici della “<strong>disinformatia</strong>”, mira a orientare il dibattito pubblico e a offrire una realtà delle cose il più aderente possibile a quello che viene ritenuto essere l’idem sentire dell’<strong>opinione pubblica</strong>, in opposizione a quella che, a torto o ragione, viene ormai percepita come una élite colta, ricca e cosmopolita, ormai distaccata dalla realtà.</p>
<p>Il tema della disinformazione appare tra l’altro strettamente legato a quello della sicurezza informatica ed entrambe le questioni, alla luce degli ultimi accadimenti, risultano peraltro estremamente attuali. Se è vero, come sembra, che l’apparentemente stato confusionale delle nostre opinioni pubbliche può essere imputato anche a cause non strettamente oggettive, ma frutto di una manipolazione artatamente condotta dall’esterno, risulta allora di primaria importanza poter difendere i propri assetti politici ed economici dall’azione malevola di agenti ostili ai nostri interessi.</p>
<p>Poiché ormai la dimensione <strong>cyber</strong> costituisce a tutti gli effetti la “quinta dimensione” dei moderni conflitti armati (dopo terra, mare, aria e spazio), i principali Paesi del mondo stanno dedicando sempre più risorse, sia umane che economiche, a uno sviluppo tecnologico e dottrinario che consenta di incrementare le proprie capacità di attacco e difesa in ambiente informatico.</p>
<p>Di fronte all’evenienza che paesi stranieri dalle agende politiche potenzialmente confliggenti con le nostre possano, di fatto influenza in maniera determinante l’esito delle prossime tornate elettorali europee, diventa quindi di particolare attualità l’esigenza di razionalizzare e modernizzare l’impianto di <strong>cybersecurity</strong> del nostro paese, ovviamente in linea con le migliori pratiche dei nostri alleati, attuando possibilmente, a livello nazionale, quella centralizzazione delle attività di coordinamento e controllo che da più parti viene auspicata come necessaria a garantire la sicurezza e la competitività del nostro sistema politico ed economico nazionale, specialmente in una fase storica che sta vedendo la rapida affermazione dell’interconnessione totale tra gli oggetti del vivere quotidiano (<strong>IoT – Internet of Things</strong>).</p>
<p>Tutto ciò pone ovviamente degli interrogativi in particolare a un paese come il nostro, peraltro perennemente in bilico tra una solida e incrollabile fede nell’alleanza euro-atlantica e la necessità di differenziare le proprie relazioni politiche ed economiche, spesso guardando a est, per compensare un quadro continentale e/o atlantico non sempre particolarmente benevolo.</p>
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