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	<title>Joe Biden Archivi &#8211; MondoDem</title>
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	<description>Laboratorio di Politica Internazionale</description>
	<lastBuildDate>Sat, 31 Jul 2021 11:48:18 +0000</lastBuildDate>
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	<title>Joe Biden Archivi &#8211; MondoDem</title>
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		<title>We don&#8217;t just fix for today, we build for tomorrow: lavoro e inclusione nell’America di domani</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Benedetta Albano]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 27 Jul 2021 15:13:15 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[USA e Americhe]]></category>
		<category><![CDATA[America]]></category>
		<category><![CDATA[Joe Biden]]></category>
		<category><![CDATA[Stati Uniti]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Uno degli indubbi meriti della campagna elettorale di Joe Biden è stato quello di saper leggere le narrazioni&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/2494/">We don&#8217;t just fix for today, we build for tomorrow: lavoro e inclusione nell’America di domani</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
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<p class="has-drop-cap">Uno degli indubbi meriti della campagna elettorale di <strong>Joe Biden</strong> è stato quello di saper leggere le narrazioni storiche contemporanee e riappropriarsene. In un’epoca in cui ogni giorno viene ricordato il costante impoverimento della classe media e lo scollamento fra partiti di centrosinistra e la base elettorale, Joe Biden è riuscito a riprendere in mano queste due narrazioni, a partire dallo slogan scelto come contraltare del Make America Great Again di Donald Trump: Build Back Better. Uno slogan che spiega chiaramente la sua storia personale e il suo confronto con l’ala del partito che fa riferimento a Bernie Sanders sui temi cari al mondo progressista di entrambe le sponde dell’Atlantico: il lavoro, la sanità pubblica, la lotta alle disuguaglianze. Questi fattori hanno portato a un <a href="http://Uno degli indubbi meriti della campagna elettorale di Joe Biden è stato quello di saper leggere le narrazioni storiche contemporanee e riappropriarsene. In un’epoca in cui ogni giorno viene ricordato il costante impoverimento della classe media e lo scollamento fra partiti di centrosinistra e la base elettorale, Joe Biden è riuscito a riprendere in mano queste due narrazioni, a partire dallo slogan scelto come contraltare del Make America Great Again di Donald Trump: Build Back Better. Uno slogan che spiega chiaramente la sua storia personale e il suo confronto con l’ala del partito che fa riferimento a Bernie Sanders sui temi cari al mondo progressista di entrambe le sponde dell’Atlantico: il lavoro, la sanità pubblica, la lotta alle disuguaglianze. Questi fattori hanno portato a un programma elettorale chiaro e strutturato, in cui veniva espressamente proposto non un ritorno al passato e ai boom economici del Novecento, ma una visione di economia (e di America) più giusta, con meno disuguaglianze e eque opportunità per tutti, specialmente per le famiglie1. Una proposta sicuramente ambiziosa, che ha portato molti giornalisti e analisti politici a essere dubbiosi sull’effettiva riuscita del piano e a predire che i Democratici avrebbero dovuto mettere in moto una serie di cambiamenti radicali entro le Midterms del 2022 per confermare l’attuale maggioranza in entrambe le Camere.  In questa analisi ci concentreremo sulle ricette di Joe Biden e del Partito Democratico per quanto riguarda il mondo del lavoro, fortemente colpito dalle conseguenze della pandemia e dalle veloci evoluzioni tecnologiche e sociali degli ultimi anni. Andremo ad approfondire nel dettaglio gli aspetti più specifici approvati a livello legislativo in questi ultimi mesi, ma riteniamo importante sottolineare sin da ora le direttrici di questa analisi. In primis, le già citate conseguenze socioeconomiche causate dalla pandemia, che hanno accentuato le disuguaglianze già presenti e mostrato fragilità dei sistemi economici e statali: secondo uno studio di Human Rights Watch sono state le famiglie a basso reddito quelle colpite in maniera più significativa, con tassi di disoccupazione che hanno toccato il 62% nei momenti più critici della pandemia. Un altro tema di fondamentale rilevanza è la traiettoria del mondo del lavoro e il contestuale sviluppo dei diritti dei lavoratori in un’epoca in cui la trasformazione tecnologica è profondamente in atto. In ultimo, il rapporto a doppio filo che lega il Partito Democratico e il suo elettorato, su cui si è discusso molto negli ultimi anni, a partire dalle narrazioni sulla working class che gli preferisce Donald Trump. Per quanto suggestive, riteniamo che spesso non colgano il punto, e intendiamo chiederci: quale è il rapporto fra un partito di centrosinistra e il suo elettorato in un mondo multicentrico, in cui i centri di potere e di influenza sono spesso fluidi e complessi, e cosa può riavvicinarli?  Il cuore delle proposte di Biden in tema di lavoro si incentra su due linee guida principali che si integrano a vicenda: il sostegno ai singoli lavoratori e il sostegno ai sindacati. Il Presidente ha più volte citato il New Deal di Roosevelt e la Great Society di Johnson come ispiratori di quella che a oggi è la sua proposta più ambiziosa: l’American Jobs Plan, un piano per creare posti di lavoro attraverso gli investimenti nelle infrastrutture, sia fisiche che umane, e con un forte focus sull’ambiente. Il tema degli investimenti pubblici – in particolare quelli rivolti alle aree più rurali del paese e con un focus sull’occupazione giovanile – unisce sia gli Stati Uniti che l’Italia, specialmente per quanto riguarda il cambio di paradigma a livello economico, caratterizzato, negli ultimi anni, da politiche volte a ridurre il debito pubblico. L’investimento previsto di 2.3 trilioni di dollari per una durata di otto anni è invece espressione di politiche economiche di chiara ispirazione keynesiana e di creazione di debito “buono” per le riforme strutturali necessarie al rinnovamento del paese. Prima di esaminarla, vogliamo brevemente citare l’altra proposta già diventata legge: l’American Rescue Plan Act, incentrato sul contrasto alle conseguenze economiche della pandemia, anch’esso contenente molte delle idee già presentate durante la campagna elettorale. Infatti, nonostante i Democratici abbiano dovuto rinunciare a una delle loro proposte più ambiziose – l’innalzamento del salario minimo a 15 dollari orari – molte sono state le vittorie: l’estensione temporale dei sussidi di disoccupazione, l’aumento del 15% dei buoni alimentari, crediti fiscali per le famiglie e l’istituzione di vari fondi per l’educazione, le politiche di housing e le piccole imprese. Sul solco di queste prime riforme si inserisce l’American Jobs Plan, che porta in sé molti dei punti elettorali dei Democratici di varie aree del partito. Presentato il 31 marzo da Biden con espliciti riferimenti a due dei più grandi piani di investimento contemporanei – la corsa allo spazio e la creazione delle Interstate Highways – il piano vuole essere ambizioso non solo nei contenuti ma anche nelle modalità di finanziamento: attraverso un aumento della tassa sulle imprese. Ed è qui che si vede chiaramente la visione che Biden ha per il futuro dell’America: non solo un Paese che deve rilanciare la propria economia ma anche un Paese che trova un nuovo modo di affrontare le disuguaglianze. Nel progetto infatti molte sono le voci dedicate al rinnovamento del paese “fisico” – in particolare nelle sue zone più rurali, con investimenti per la tecnologia di banda larga e i trasporti, sempre con un occhio alla sostenibilità climatica di tali progetti – quante quelle dedicate al rinnovamento di risorse per i cittadini stessi, come il sostegno agli anziani e alle persone con disabilità, gli investimenti per lo sviluppo del know-how dei lavoratori e per le piccole imprese, il tutto con una particolare attenzione alle comunità più fragili socialmente ed economicamente. Nelle parole del Presidente stesso, “we don’t just fix for today, we build for tomorrow”: l’America del futuro per Biden è democratica, aperta a tutti e più equa, oltre a essere di nuovo competitiva nel contesto globale.  Parallelamente a questa proposta, Joe Biden ha più volte espresso il suo supporto nei confronti dei sindacati, non solo in fase elettorale ma anche una volta eletto alla Casa Bianca, in particolare durante la fase di costituzione del sindacato dei lavoratori di Amazon in Alabama. I lavoratori in seguito non si sono espressi a favore della creazione del sindacato, ma Joe Biden ha più volte ricordato l’importanza di strumenti quali la contrattazione collettiva e l’adesione ai sindacati, criticando i suoi colleghi Repubblicani a livello statale e accusandoli di aver promosso leggi limitanti delle libertà e dei diritti dei lavoratori. Per questo ha incoraggiato la Camera a passare il PRO Act, che rafforzerebbe le leggi federali che proteggono i lavoratori in caso decidano di formare o aderire a un sindacato, e che si trova al momento sotto esame al Senato. In un Paese che è stato il pioniere della gig economy e che ospita le sedi dei colossi tecnologici della Silicon Valley le posizioni di Biden sono molto diverse da quelle delle sue controparti Repubblicane ma anche di molti Democratici, e non sono state oggetto del dibattito pubblico degli ultimi anni. Il suo sostegno al rafforzamento dei corpi intermedi e all’autonomia dei lavoratori rispecchia quanto già presente nel suo piano infrastrutturale: la volontà di creare reti di protezione per i cittadini americani dove prima erano assenti e una visione di futuro più inclusiva. Non sappiamo se il PRO Act passerà al Senato e se l’American Jobs Plan verrà approvato, ma di certo il Presidente Biden non abbandonerà i temi chiave di queste proposte e della sua Presidenza.  Leggendo queste misure nella loro interezza, possiamo notare chiaramente dei fattori ispiratori che puntano a rafforzare la middle class americana e si rifanno ai grandi pacchetti di investimenti pubblici che hanno caratterizzato l’America e l’Europa nel Novecento, non diversamente dalle idee alla base del Next Generation EU lanciato dall’Unione Europea. In questo contesto, molte scelte di policy possono essere trasversali: ad esempio quelle che prevedono la creazione di nuovi posti di lavoro tramite le infrastrutture digitali e l’investimento sulla forza lavoro attraverso lo sviluppo di nuove competenze. Quello che forse l’America e il Partito Democratico di Biden ci mostrano meglio, però, è la chiarezza della comunicazione di queste ambizioni ai propri elettori e a tutti i cittadini, specialmente quelli dell’America più profonda, a cui Trump, diversamente dal Partito Democratico degli ultimi anni, si era rivolto più volte – e che Biden ha chiara intenzione di ascoltare. Il dialogo con essi è fondamentale per ogni forza politica, non solo per rinsaldare il legame fra partito e elettorato, ma anche per far sentire la vicinanza della politica, in particolare in questo momento storico di crisi e incertezza. Nonostante la comunanza di linee guida e di policies, spesso i progressisti in Europa non sono riusciti a far sentire lo stesso tipo di coinvolgimento, e l’impostazione americana potrebbe essere una buona ispirazione: parlare con chiarezza delle proprie ambizioni per il futuro, tornando a parlare dei propri ideali e della visione di società che si vuole andare a costruire. In questi  mesi è stato spesso ripetuto che nulla sarà mai come prima, guardando in maniera pessimistica al futuro; i progressisti dovrebbero tornare a chiedere: e se fosse meglio di prima?" target="_blank" rel="noreferrer noopener">programma elettorale chiaro e strutturato</a>, in cui veniva espressamente proposto non un ritorno al passato e ai boom economici del Novecento, ma una visione di economia (e di America) più giusta, con <strong>meno disuguaglianze e eque opportunità</strong> per tutti, specialmente per le famiglie. Una proposta sicuramente ambiziosa, che ha portato molti giornalisti e analisti politici a essere dubbiosi sull’effettiva riuscita del piano e a predire che i Democratici avrebbero dovuto mettere in moto una serie di cambiamenti radicali entro le <strong>Midterms del 2022 </strong>per confermare l’attuale maggioranza in entrambe le Camere.</p>



<p>In questa analisi ci concentreremo sulle ricette di Joe Biden e del Partito Democratico per quanto riguarda il mondo del lavoro, fortemente colpito dalle conseguenze della pandemia e dalle veloci evoluzioni tecnologiche e sociali degli ultimi anni. Andremo ad approfondire nel dettaglio gli aspetti più specifici approvati a livello legislativo in questi ultimi mesi, ma riteniamo importante sottolineare sin da ora le direttrici di questa analisi. In primis, le già citate conseguenze socioeconomiche causate dalla pandemia, che hanno accentuato le disuguaglianze già presenti e mostrato fragilità dei sistemi economici e statali: secondo uno studio di <strong>Human Rights Watch</strong> sono state le famiglie a basso reddito quelle colpite in maniera più significativa, con tassi di disoccupazione che hanno toccato il 62% nei momenti più critici della pandemia. Un altro tema di fondamentale rilevanza è la traiettoria del mondo del lavoro e il contestuale sviluppo dei diritti dei lavoratori in un’epoca in cui la trasformazione tecnologica è profondamente in atto. In ultimo, il rapporto a doppio filo che lega il Partito Democratico e il suo elettorato, su cui si è discusso molto negli ultimi anni, a partire dalle narrazioni sulla <strong>working class che gli preferisce Donald Trump</strong>. Per quanto suggestive, riteniamo che spesso non colgano il punto, e intendiamo chiederci: quale è il rapporto fra un partito di centrosinistra e il suo elettorato in un mondo multicentrico, in cui i centri di potere e di influenza sono spesso fluidi e complessi, e cosa può riavvicinarli?</p>



<p>Il cuore delle proposte di Biden in tema di lavoro si incentra su due linee guida principali che si integrano a vicenda: il sostegno ai singoli lavoratori e il sostegno ai sindacati. Il Presidente ha più volte citato il New Deal di Roosevelt e la Great Society di Johnson come ispiratori di quella che a oggi è la sua proposta più ambiziosa: l’American Jobs Plan, un piano per creare posti di lavoro attraverso gli investimenti nelle infrastrutture, sia fisiche che umane, e con un forte focus sull’ambiente. Il tema degli investimenti pubblici – in particolare quelli rivolti alle aree più rurali del paese e con un focus sull’occupazione giovanile – unisce sia gli Stati Uniti che l’Italia, specialmente per quanto riguarda il cambio di paradigma a livello economico, caratterizzato, negli ultimi anni, da politiche volte a ridurre il debito pubblico. L’investimento previsto di <strong>2.3 trilioni di dollari </strong>per una durata di otto anni è invece espressione di politiche economiche di chiara ispirazione keynesiana e di creazione di debito “buono” per le riforme strutturali necessarie al rinnovamento del paese. Prima di esaminarla, vogliamo brevemente citare l’altra proposta già diventata legge: l’American Rescue Plan Act, incentrato sul contrasto alle conseguenze economiche della pandemia, anch’esso contenente molte delle idee già presentate durante la campagna elettorale. Infatti, nonostante i Democratici abbiano dovuto rinunciare a una delle loro proposte più ambiziose – l’innalzamento del salario minimo a 15 dollari orari – molte sono state le vittorie: l’estensione temporale dei sussidi di disoccupazione, l’aumento del 15% dei buoni alimentari, crediti fiscali per le famiglie e l’istituzione di vari fondi per l’educazione, le politiche di housing e le piccole imprese. Sul solco di queste prime riforme si inserisce l’American Jobs Plan, che porta in sé molti dei punti elettorali dei Democratici di varie aree del partito. Presentato il 31 marzo da Biden con espliciti riferimenti a due dei più grandi piani di investimento contemporanei – la corsa allo spazio e la creazione delle<strong> Interstate Highways</strong> – il piano vuole essere ambizioso non solo nei contenuti ma anche nelle modalità di finanziamento: attraverso un aumento della tassa sulle imprese. Ed è qui che si vede chiaramente la visione che Biden ha per il futuro dell’America: non solo un Paese che deve rilanciare la propria economia ma anche un Paese che trova un nuovo modo di affrontare le disuguaglianze. Nel progetto infatti molte sono le voci dedicate al rinnovamento del paese “fisico” – in particolare nelle sue zone più rurali, con investimenti per la tecnologia di banda larga e i trasporti, sempre con un occhio alla sostenibilità climatica di tali progetti – quante quelle dedicate al rinnovamento di risorse per i cittadini stessi, come il sostegno agli anziani e alle persone con disabilità, gli investimenti per lo sviluppo del know-how dei lavoratori e per le piccole imprese, il tutto con una particolare attenzione alle comunità più fragili socialmente ed economicamente. Nelle parole del Presidente stesso, <strong><em>“we don’t just fix for today, we build for tomorrow”</em></strong>: l’America del futuro per Biden è democratica, aperta a tutti e più equa, oltre a essere di nuovo competitiva nel contesto globale.</p>



<p>Parallelamente a questa proposta, Joe Biden ha più volte espresso il suo supporto nei confronti dei sindacati, non solo in fase elettorale ma anche una volta eletto alla Casa Bianca, in particolare durante la fase di costituzione del sindacato dei lavoratori di Amazon in Alabama. I lavoratori in seguito non si sono espressi a favore della creazione del sindacato, ma Joe Biden ha più volte ricordato l’importanza di strumenti quali la contrattazione collettiva e l’adesione ai sindacati, criticando i suoi colleghi Repubblicani a livello statale e accusandoli di aver promosso leggi limitanti delle libertà e dei diritti dei lavoratori. Per questo ha incoraggiato la Camera a passare il <strong>PRO Act</strong>, che rafforzerebbe le leggi federali che proteggono i lavoratori in caso decidano di formare o aderire a un sindacato, e che si trova al momento sotto esame al Senato. In un Paese che è stato il pioniere della gig economy e che ospita le sedi dei colossi tecnologici della <strong>Silicon Valley</strong> le posizioni di Biden sono molto diverse da quelle delle sue controparti Repubblicane ma anche di molti Democratici, e non sono state oggetto del dibattito pubblico degli ultimi anni. Il suo sostegno al rafforzamento dei corpi intermedi e all’autonomia dei lavoratori rispecchia quanto già presente nel suo piano infrastrutturale: la volontà di creare reti di protezione per i cittadini americani dove prima erano assenti e una visione di futuro più inclusiva. Non sappiamo se il PRO Act passerà al Senato e se l’American Jobs Plan verrà approvato, ma di certo il Presidente Biden non abbandonerà i temi chiave di queste proposte e della sua Presidenza.</p>



<p>Leggendo queste misure nella loro interezza, possiamo notare chiaramente dei fattori ispiratori che puntano a rafforzare la middle class americana e si rifanno ai grandi pacchetti di investimenti pubblici che hanno caratterizzato l’America e l’Europa nel Novecento, non diversamente dalle idee alla base del <strong>Next Generation EU </strong>lanciato dall’Unione Europea. In questo contesto, molte scelte di policy possono essere trasversali: ad esempio quelle che prevedono la creazione di nuovi posti di lavoro tramite le infrastrutture digitali e l’investimento sulla forza lavoro attraverso lo sviluppo di nuove competenze. Quello che forse l’America e il Partito Democratico di Biden ci mostrano meglio, però, è la chiarezza della comunicazione di queste ambizioni ai propri elettori e a tutti i cittadini, specialmente quelli dell’America più profonda, a cui Trump, diversamente dal Partito Democratico degli ultimi anni, si era rivolto più volte – e che Biden ha chiara intenzione di ascoltare. Il dialogo con essi è fondamentale per ogni forza politica, non solo per rinsaldare il legame fra partito e elettorato, ma anche per far sentire la vicinanza della politica, in particolare in questo momento storico di crisi e incertezza. Nonostante la comunanza di linee guida e di policies, spesso i progressisti in Europa non sono riusciti a far sentire lo stesso tipo di coinvolgimento, e l’impostazione americana potrebbe essere una buona ispirazione: parlare con chiarezza delle proprie ambizioni per il futuro, tornando a parlare dei propri ideali e della visione di società che si vuole andare a costruire. In questi mesi è stato spesso ripetuto che nulla sarà mai come prima, guardando in maniera pessimistica al futuro; i progressisti dovrebbero tornare a chiedere: e se fosse meglio di prima?</p>
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		<title>L’approccio di Biden all’ambiente abbraccia l’intero governo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Viola Stefanello]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 13 Jun 2021 08:18:33 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[USA e Americhe]]></category>
		<category><![CDATA[Ambiente]]></category>
		<category><![CDATA[Joe Biden]]></category>
		<category><![CDATA[Stati Uniti]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Sotto l’ampio ombrello delle politiche ambientali convivono le risposte, talvolta in conflitto tra loro, a una lunga serie&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/2476/">L’approccio di Biden all’ambiente abbraccia l’intero governo</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
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<p class="has-drop-cap">Sotto l’ampio ombrello delle politiche ambientali convivono le risposte, talvolta in conflitto tra loro, a una lunga serie di problematiche complesse e spesso prive di una soluzione immediata: inquinamento, approvvigionamento energetico, sfruttamento delle risorse non rinnovabili, riscaldamento globale e cambiamento climatico, deforestazione, distruzione degli ecosistemi e perdita di biodiversità, emissione di gas serra, smaltimento dei rifiuti, pratiche agricole non sostenibili.</p>



<p>Incastrati tra disinformazione negazionista, interessi contrastanti, l’intrinseca transnazionalità della questione, e soluzioni che richiedono un ripensamento radicale dei sistemi su cui si basa gran parte dell’economia contemporanea, nessun governo può riuscire da solo ad invertire le tendenze più distruttive. Il fatto che gli Stati Uniti stiano tornando ad interessarsene con uno slancio senza precedenti sotto l’amministrazione Biden offre la possibilità di osservare le risposte individuate dal Partito Democratico in un Paese che, da solo, contribuisce al 14,5% delle emissioni globali di CO2. <em>“Firmo oggi un ordine esecutivo per potenziare l&#8217;ambizioso piano della nostra amministrazione per affrontare la minaccia esistenziale del cambiamento climatico”</em>, <a href="https://www.whitehouse.gov/briefing-room/speeches-remarks/2021/01/27/remarks-by-pres ident-biden-before-signing-executive-actions-on-tackling-climate-change-creating-jobs-and-restoring-scientific-integrity" target="_blank" rel="noreferrer noopener">ha affermato Joe Biden il 27 gennaio</a>, a pochi giorni dal suo arrivo alla Casa Bianca. <em>“Ed è davvero una minaccia esistenziale”</em>.</p>



<h3 id="una-rinnovata-sensibilita" class="wp-block-heading">Una rinnovata sensibilità</h3>



<p>La dichiarazione è stata subito seguita da alcune azioni concrete: il presidente ha posto una moratoria temporanea dell&#8217;attività petrolifera e del gas nell&#8217;Arctic National Wildlife Refuge e ha annullato i piani per l&#8217;espansione dell&#8217;oleodotto Keystone XL, che avrebbe consegnato centinaia di migliaia di barili di petrolio al giorno dal Canada agli Stati Uniti. Benché alcune figure rilevanti del partito &#8211; tra cui Bernie Sanders e Alexandria Ocasio-Cortez, ma anche il Majority Leader del Senato Chuck Schumer &#8211; <a href="https://apnews.com/article/joe-biden-donald-trump-climate-climate-change-legislation-41f233cca7660 5c82957b10c190287ec" target="_blank" rel="noreferrer noopener">stiano cercando di spingere il governo</a> a fare un ulteriore passo dichiarando l’emergenza climatica, Biden sta già dimostrando una sensibilità alla questione ambientale molto superiore a quella dei suoi recenti predecessori. Fosse anche solo perché Donald Trump ha ritirato gli Stati Uniti dall’Accordo sul Clima di Parigi (e negato più volte di credere nel cambiamento climatico), ma anche<a href="https://www.vox.com/the-big-idea/2017/4/28/15472508/obama-climate-change-legacy-overrated-clean-power" target="_blank" rel="noreferrer noopener"> le politiche dall&#8217;amministrazione Obama</a> per ridurre l’impatto delle attività umane su clima e ambiente si sono rivelate a dir poco insufficienti.</p>



<p>A prescindere dai precedenti, è indubbio che la crescente urgenza del tema &#8211; incalzata dal celebre rapporto pubblicato dalle Nazioni Unite nell’ottobre 2018, che esortava i leader mondiali ad impegnarsi di più per limitare il riscaldamento globale a 1,5 gradi celsius rispetto ai livelli preindustriali &#8211; abbia spinto il Partito democratico statunitense a <a href="https://www.vox.com/2021/1/15/22233228/democrats-republicans-view-climate-change-global-warming" target="_blank" rel="noreferrer noopener">sostenere posizioni più nette</a> riguardo il cambiamento climatico, assieme a considerazioni elettorali. Ma non mancano le motivazioni economiche: i costi sempre più bassi delle energie rinnovabili le rendono più facili da sostenere per allontanarsi dai combustibili fossili, e se il cambiamento climatico dovesse continuare a questo passo, <a href="https://www.nrdc.org/sites/default/files/cost.pdf" target="_blank" rel="noreferrer noopener">solo i disastri naturali costerebbero al Paese quasi il 2% del PIL</a> ogni anno. Inoltre, <a href="https://www.americansecurityproject.org/wp-content/uploads/2019/01/DoD-Effects-of-a-Changing-Climate-to-the-Department-of-Defense.pdf" target="_blank" rel="noreferrer noopener">come viene fatto notare da anni al Department of Defense</a>, le conseguenze del cambiamento climatico stanno già agendo come <a href="https://nationalinterest.org/blog/buzz/climatizing-security-protecting-americans-age-climate-change-176454" target="_blank" rel="noreferrer noopener">“moltiplicatori di rischio” nel contesto globale</a>.</p>



<h3 id="la-strada-verso-lambiente-passa-per-il-lavoro" class="wp-block-heading">La strada verso l’ambiente passa per il lavoro</h3>



<p>La lente principale attraverso cui i Democratici hanno deciso di approcciare questa gigantesca questione, prima attraverso la piattaforma del Partito democratico in vista delle elezioni del 2020, poi nelle politiche ambientali finora annunciate da Biden, è stata quella dell’economia e del lavoro. <em>“I democratici credono che il cambiamento climatico rappresenti una minaccia reale e urgente per la nostra economia, la nostra sicurezza nazionale e la salute e il futuro dei nostri bambini, e che gli americani meritino i posti di lavoro e la sicurezza che derivano dal diventare la superpotenza dell&#8217;energia pulita del 21esimo secolo”</em>, dice <a href="https://democrats.org/where-we-stand/the-issues/environment/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">il sito del Partito</a>. La priorità è stata sottolineata anche <a href="https://www.whitehouse.gov/briefing-room/statements-releases/2021/04/23/fact-sheet-president-bidens-leaders-summit-on-climate/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">nell’annunciare le iniziative dell’amministrazione </a>in seguito al Summit virtuale sul clima, il 22 e 23 aprile. Nel riassumere la prima giornata del Summit, la Casa Bianca ha rimarcato <em>“l&#8217;impegno dell&#8217;America nel guidare una rivoluzione dell&#8217;energia pulita e creare posti di lavoro sindacalizzati e ben retribuiti, consci del fatto che i paesi che intraprendono un&#8217;azione decisiva ora ne raccoglieranno i benefici economici in futuro”</em>.</p>



<p>Dal punto di vista pratico, queste iniziative riflettono uno “whole-of-government approach”, impegnando la maggior parte dei ministeri e delle agenzie governative a livello federale, statale e locale in modo da valutare e considerare l’impatto ambientale delle politiche statunitensi, in casa e all’estero. Questo implica sia la creazione di un grande numero di nuovi forum, associazioni, fondi e partnership per lavorare in concerto con organizzazioni e governi stranieri &#8211; il che coincide, tra l’altro, con l’approccio di Biden alla politica estera &#8211; sia un approccio più energico alla regolamentazione di settori particolarmente inquinanti, da sostituire con soluzioni più sostenibili: a varie agenzie si chiede, ad esempio, di calcolare le esternalità ambientali nell’allocare fondi federali.</p>



<p>Tra le varie proposte spiccano l’intenzione di “rivitalizzare” il settore dei trasporti puntando su opzioni a basse emissioni, un piano per quadruplicare i finanziamenti per l&#8217;innovazione nell&#8217;energia pulita nei prossimi quattro anni e la volontà di promuovere lo sviluppo e la diffusione di tecnologie pulite, ad esempio nel settore del carburante per aviazione. Molte delle proposte si sommano all’American Jobs Plan da 2mila miliardi di dollari presentato in marzo, che punta a ridurre drasticamente <a href="https://grist.org/politics/even-bidens-best-shot-at-cutting-emissions-in-half-might-not-be-enough/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">le emissioni legate alla produzione di elettricità entro il 2035</a>.</p>



<p>Il piano di Biden incorpora, tra l’altro, molti spunti dal Green New Deal, il pacchetto di riforme economiche e sociali incentrate sul cambiamento climatico e le disuguaglianze economiche e sociali proposto per la prima volta da Ed Markey ed Alexandria Ocasio-Cortez nel 2018. Il piano si era arenato al Senato, come potrebbe tra l’altro accadere anche per il piano di Biden, considerata la</p>



<p>maggioranza risicata dei democratici e la possibilità di ricorrere al famigerato filibuster da parte della minoranza. Proprio come nel GND, il piano di Biden intende contrastare il cambiamento climatico adottando fonti energetiche rinnovabili e più pulite, ma pone come termine per raggiungere le zero emissioni il 2050. Inoltre, prende in prestito l’idea di lanciare dei Climate Conservation Corps che proteggano l’ambiente e di investire nella formazione di nuova forza lavoro che possegga le competenze necessarie per svolgere i “lavori verdi” del futuro. Ocasio-Cortez si è detta felice del fatto che il lavoro portato avanti da lei, Markey e gli attivisti per il clima negli ultimi anni sia alla base del nuovo piano, anche se <em>“siamo ad un ordine di grandezza molto inferiore a quello necessario”</em> e <em>“la portata di ciò che deve accadere in termini di occupazione e creazione di posti di lavoro, in termini di portata degli investimenti e di urgenza, sarà un terreno di lotta”</em>.</p>



<p>Il fatto che sul tema il Partito democratico statunitense si sia spostato su posizioni più radicali, che rispondono d’altronde a una richiesta bipartisan di <a href="https://www.vox.com/2021/1/15/22233228/democrats-republicans-view-climate-change-global-warming" target="_blank" rel="noreferrer noopener">maggiore attenzione al clima</a>, dimostra non soltanto l’impellenza della questione, ma anche il fatto che sia possibile integrare politiche simili nel programma di un partito che fino ad oggi aveva investito meno su queste tematiche. Lo stesso si può dire del Partito democratico italiano, a lungo diviso tra due retaggi &#8211; quello comunista e quello democristiano &#8211; che con l’ambientalismo avevano poco a che fare.</p>



<h3 id="conclusioni-uno-spazio-non-presidiato" class="wp-block-heading">Conclusioni: uno spazio non presidiato</h3>



<p>Come hanno dimostrato i risultati ottenuti da vari partiti Verdi alle elezioni europee del 2019 e le successive proteste dei giovani per il clima, che hanno portato migliaia di persone in piazza anche in Italia, anche da questa parte dell’Atlantico l’attenzione verso questi temi sta aumentando. Quanto a noi un sondaggio del Pew Research Center mostrava che nel 2020 l’83% degli italiani citava il cambiamento climatico <a href="https://www.pewresearch.org/global/2020/09/09/despite-pandemic-many-europeans-still-see-climate-change-as-greatest-threat-to-their-countries/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">come principale rischio per il futuro del proprio Paese</a>.</p>



<p>Al di là delle misure per la <em>“rivoluzione verde”</em> inserite nel Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR), quella di intavolare politiche ambientali di largo respiro che abbraccino l’intero sistema Paese e guardino all’occupazione è un terreno quasi totalmente inesplorato nel nostro Paese. Come ha scritto anche Ferdinando Cotugno su Domani, il Partito Democratico ha l’opportunità di mettere l’ecologia al centro del proprio progetto di rifondazione. Ritrovando al contempo identità e consenso e parlando <em>“a un pezzo di società e di economica non presidiato politicamente”</em>. E trovando senza dubbio un interlocutore interessato agli stessi temi oltreoceano.</p>
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		<title>Una visione trasformativa per le infrastrutture nell’American Jobs Plan</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 25 May 2021 16:27:32 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[USA e Americhe]]></category>
		<category><![CDATA[American Jobs Plan]]></category>
		<category><![CDATA[Joe Biden]]></category>
		<category><![CDATA[Stati Uniti]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>di Matteo Muzio e Emanuele Monaco &#8220;A people however, who are possessed of the spirit of Commerce—who see,&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<h6 id="di-matteo-muzio-e-emanuele-monaco" class="wp-block-heading">di Matteo Muzio e Emanuele Monaco</h6>



<p><em>&#8220;A people however, who are possessed of the spirit of Commerce—who see, &amp; who will pursue their advantages, may atchieve almost anything. In the meantime, under the uncertainty of these undertakings, they are smoothing the roads &amp; paving the ways for the trade of that Western World&#8221;. </em><br>George Washington, lettera a Benjamin Harrison V, 10 ottobre 1784</p>



<p>La storia della costruzione delle infrastrutture statunitensi, già a partire dall’800, ci trasmette una concezione molto tradizionale dell’infrastruttura come via di comunicazione e trasporto, che può appartenere a varie tipologie, che connette aree diverse e distanti soprattutto per scopi commerciali. Si tratta di una prospettiva ancora molto presente in Paesi come l’Italia. La rete infrastrutturale così concepita era sostenuta economicamente da alti dazi verso i prodotti stranieri, grazie ai quali finanziare i miglioramenti della rete interna. Un tale sistema è appunto noto come “American System”, secondo la definizione di Henry Charles Carey, capo dei consulenti economici di Lincoln, che rigettava il liberoscambismo di matrice britannica.</p>



<p>Al centro della partnership pubblico-privata alla base di questa rete infrastrutturale non c&#8217;erano né l&#8217;ambiente, né la lotta contro le disuguaglianze, né una visione sistemica degli interventi da fare. Quando Joe Biden ha presentato il suo nuovo piano in materia, tra i suoi consiglieri serpeggiava la preoccupazione che esso venisse percepito soltanto come la continuazione ideale di questo tipo di modernizzazione delle vie di comunicazione mirante più che altro a favorire l&#8217;economia o, al limite, allo stimolo della domanda interna. È proprio questo il punto che divide l&#8217; “American Jobs Plan” di Biden dai precedenti piani di rafforzamento infrastrutturale: non più autostrade o ferrovie che percorrono come cicatrici territori poveri &#8211; e a cui portano un beneficio soltanto relativo nel migliore dei casi e pesanti disagi nel peggiore &#8211; ma un progetto che mira a cambiare questo paradigma accompagnando la progettazione di nuove vie di comunicazione con la progettazione attorno a esse di un ecosistema di sviluppo delle comunità.</p>



<h5 id="il-piano-di-biden-una-nuova-prospettiva" class="wp-block-heading">Il piano di Biden: una nuova prospettiva</h5>



<p>Se le autostrade di Eisenhower contribuirono a costruire l’economia manifatturiera che fece la fortuna del Midwest, l’ ”American Jobs Plan” ha come obiettivo costruire una manifattura nuova, pronta per la rivoluzione verde. Il tutto accompagnato da investimenti in campi che nessuno fino ad ora ha mai associato alla parola “infrastrutture”: dall’assistenza sociale, alla sanità per l’infanzia, alle filiere dell’industria dell’auto elettrica. L’“American Jobs Plan”, un piano di spesa da duemila miliardi, è diviso in tre parti di circa 650 miliardi ciascuna. Fondi per la costruzione e manutenzione di ciò che comunemente associamo alla parola “infrastrutture” &#8211; ponti, strade, autostrade, canali, gallerie … &#8211; sono nella prima parte. Un capitolo è dedicato anche alla connessione Internet e all’adeguamento ambientale di tutti gli edifici pubblici e del sistema degli acquedotti, un obiettivo riconosciuto anche dalla contro-proposta presentata dal partito Repubblicano.</p>



<p>Tuttavia, la seconda e la terza parte del progetto sono più politicamente divisive perché ridefiniscono completamente il ruolo del governo nell&#8217;economia. La seconda parte, infatti, comporta enormi investimenti nella green economy, dai pannelli solari a batterie e auto elettriche, combinando la promessa della campagna di creare nuovi posti di lavoro nel manifatturiero con l&#8217;impegno di affrontare il cambiamento climatico. Questa parte include anche un programma di incentivi alle organizzazioni sindacali, cambiamenti negli standard di consumo del suolo e investimenti in comunità a rischio violenza e disoccupazione. Due sono le possibili critiche a questa parte del piano: la prima è che non ci sia il tempo o addirittura la necessità di costruire un&#8217;industria manifatturiera verde negli Stati Uniti quando è più facile e più conveniente acquistare dalla Cina. Tuttavia, essere in grado di competere con i cinesi in materia di innovazione e industria verde è un elemento cruciale dell’agenda di Biden, tanto da essere citato nella premessa del testo presentato.</p>



<p>L’altra critica è che lo Stato non possa decidere di sussidiare un’industria agendo in modo brusco sul mercato cercando di influenzarlo. Qui vi è l’elemento che più segnala il cambiamento di passo rispetto agli ultimi 40 anni di politica economica. Il piano di Biden abbraccia senza mezzi termini l’idea di un pesante intervento statale nell’economia, non solo negli ambiti in cui tradizionalmente lo Stato ha un vantaggio rispetto al privato &#8211; scuola, formazione, strade, ricerca di base &#8211; ma anche dove il passato consenso economico ci dice che il privato fa meglio, come lo scegliere quale industria finanziare, dove, quando e come. Questa era la grande lezione della fase economica che Clinton riassunse con “the era of big government is over”. </p>



<p>Biden invece propone una virata da quegli assiomi per due motivi precisi. Il primo è che non esiste più un consenso trasversale per politiche di laissez faire e responsabilità fiscale, come dimostra sia la riforma della tassazione sia la proposta, poi diventata lettera morta, di piano infrastrutturale dell’amministrazione Trump. L’altro è che le necessità che la legge si propone di affrontare, come il cambiamento climatico, l’impatto sociale delle infrastrutture, la costruzione di una manifattura verde, Internet veloce, l’assistenza ad anziani e bambini, sono delineate con gli stessi termini che Lucius Clay usò nel rapporto della commissione che Eisenhower nominò nel 1954 per decidere come spendere i soldi del Federal Aid Highway Act, “essential to the national interest”. Il che è in linea con il sentire della maggioranza del Paese.</p>



<p>La terza parte dell’ “American Jobs plan” fa un passo ulteriore, perché include nella definizione di “infrastrutture” capitoli di spesa che di solito non sono associati a questo concetto, e che segnano la maggiore distanza dai Repubblicani. Infatti, questa prevede quasi 400 miliardi per quella che viene chiamata “home care infrastructure”, l’assistenza sociale per anziani, malati e disabili, un settore dove lavorano soprattutto donne di colore, la più grande constituency del partito democratico. Un intervento del genere, soprattutto se unito a un altro capitolo dell’agenda Biden (l’“American Families Plan”, un piano da mille miliardi, che andrebbe a finanziare sanità e assistenza per l’infanzia), costituirebbe un nuovo tassello fondamentale. L’impatto sociale delle infrastrutture è l’altro elemento cruciale che rende innovativo l’“American Jobs Plan”, soprattutto quando parliamo di minoranze, un aspetto che viene approfondito anche nella prima parte dedicata a strade, ferrovie, ponti e infrastrutture digitali. </p>



<p>La problematica affrontata è sia l’accesso eguale alle opportunità del futuro sia soprattutto il rimediare torti storici sistemici. Soprattutto negli Stati Uniti, il legame tra la costruzione di infrastrutture e le tensioni sociali e razziali è infatti storicamente fortissimo, ed ha avuto un impatto soprattutto sulle comunità afroamericane. Da autostrade costruite sventrando interi quartieri abitati da minoranze, a ponti disegnati troppo bassi per impedire agli autobus di passare sotto, il sistema di trasporto americano è stato uno strumento di politica di segregazione razziale per decenni, e non per puro caso. In più, con le famiglie afroamericane che hanno tre volte meno probabilità di possedere un&#8217;auto rispetto alle famiglie bianche, intere comunità sono tagliate fuori dalle infrastrutture più privilegiate e finanziate dal governo.</p>



<h5 id="conclusioni-uno-stimolo-per-litalia" class="wp-block-heading">Conclusioni: uno stimolo per l’Italia</h5>



<p>Il modello di sviluppo delle infrastrutture in Italia è da sempre quello americano: fini commerciali e di miglioramento delle vie di comunicazione. E anche quando sono state realizzate con successo, come nel caso della linea ferroviaria ad Alta Capacità/Alta Velocità Torino-Salerno, non sempre il territorio interessato da quegli interventi ha avuto benefici a livello di opere compensative o rinnovamento delle vie di comunicazione esistenti. A inizio 2013 è stata lanciata da parte del ministro della coesione territoriale Fabrizio Barca la Strategia Nazionale Aree Interne (Snai), che tra gli altri obiettivi preposti ha anche quello della ricostruzione delle reti stradali nelle aree a bassa densità abitativa per limitare il senso di alienazione territoriale per 14 milioni di italiani che vivono in territori lontani dai grandi corridoi di comunicazioni che erano stati individuati dalla Legge Obiettivo. </p>



<p>Nell’audizione presso la Commissione Lavori Pubblici del Senato lo scorso 2 marzo il Ministro per le infrastrutture Enrico Giovannini ha dichiarato che il primo impegno del ministero era la &#8220;velocizzazione delle procedure&#8221; per la realizzazione di 58 opere. Impegno senz&#8217;altro encomiabile nell&#8217;ottica dei 25,4 miliardi previsti dal Pnrr, che recepisce l’input europeo di ridurre le emissioni e il trasporto su gomma di merci e passeggeri e la trasformazione e l’adeguamento di linee ferroviarie obsolete poste specialmente nel Centro-Sud, ma bisogna che questi interventi si integrino appieno nella Snai per non innescare nuovamente l&#8217;opposizione delle comunità locali come già avvenuto in Val di Susa durante le prime fasi della costruzione della linea ad alta velocità verso Lione. Come negli Stati Uniti, anche l&#8217;Italia deve utilizzare le infrastrutture in senso trasformativo e per la riduzione delle disuguaglianze.</p>
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		<title>America Assertiva: Biden, Putin e i dossier sul tavolo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Sofia Eliodori]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 21 Mar 2021 16:29:15 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Macroaree]]></category>
		<category><![CDATA[USA e Americhe]]></category>
		<category><![CDATA[America]]></category>
		<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[Joe Biden]]></category>
		<category><![CDATA[Putin]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Ha suscitato clamore in tutto il mondo la definizione di “assassino” data da Joe Biden a Vladimir Putin.&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-drop-cap">Ha suscitato clamore in tutto il mondo la definizione di <strong><em>“assassino”</em></strong> data da Joe Biden a Vladimir Putin. Al di là di questo caso specifico, gli elementi di tensione tra Stati Uniti e Russia sono numerosi e, dopo la pausa dell’amministrazione Trump, questi fattori sono tornati ad emergere anche nel dibattito pubblico e nella public diplomacy. Il Presidente Biden, il nuovo Segretario di Stato Blinken e gli altri advisor hanno il <strong>compito urgente di ricalibrare la politica estera USA</strong> sulla Russia ma anche su alcuni dossier estremamente delicati, tra cui spicca quello cinese. La linea generale sembra essere quella esplicitata dal presidente proprio in quella stessa intervista e resa al pubblico con un’efficace frase idiomatica statunitense, ossia che l’America è <em><strong>‘capace di camminare masticando una gomma’</strong></em>. Significa che gli Stati Uniti cercheranno di fare due cose contemporaneamente: da un lato utilizzeranno la diplomazia, un cavallo di battaglia che Biden ha sottolineato più volte con lo slogan<em><strong> “diplomacy is back” </strong></em>per segnare la discontinuità con Donald Trump; dall’altro lato utilizzeranno il proprio hard power, non solo militare ma anche economico, per tornare a essere incisivi nello scacchiere internazionale. Ma le motivazioni per una rinnovata asprezza dei toni con la Russia sono diversificate, complesse, e includono non solo il<strong> caso Navalny e la disputa sull’Ucraina</strong>. Tale approccio non significa, dunque, che la cooperazione con la Russia si sia arrestata, infatti, è di poche settimane fa il rinnovo quinquennale del trattato <strong>New Strategic Arms Reduction Treaty</strong> (START), un accordo bilaterale sul controllo degli armamenti nucleari, eredità di quegli stessi trattati che impedirono alla Guerra Fredda di detonare.</p>



<h3 id="nuove-interferenze-nelle-elezioni-usa" class="wp-block-heading">Nuove interferenze nelle Elezioni USA</h3>



<p>Il 15 marzo è stata pubblicata la versione <strong>declassificata del rapporto del National Intelligence Council</strong> (tavolo che riunisce organi della sicurezza e dell’intelligence USA e diversi ministeri) sulle minacce esterne alle elezioni del novembre 2020 (Foreign Threats to the 2020 Federal Elections). Dal rapporto emerge come la Russia, con responsabilità e decisione diretta del Presidente Putin, abbia investito risorse consistenti in propaganda digitale con molteplici obiettivi, tra cui in primis indebolire la credibilità pubblica di Joe Biden, favorire la rielezione di Donald Trump, minare la fiducia dei cittadini statunitensi nei processi democratici, esacerbare la polarizzazione politica. Tali contenuti vanno a corroborare le indagini precedenti sulle influenze russe rispetto alle elezioni del 2016. Infatti, il rapporto asserisce che queste attività d’interferenza siano continuativamente in atto già dal 2014 quando Biden era Vicepresidente. In senso più ampio, le istituzioni statunitensi prendono atto che la <strong>cyber warfare</strong> della propaganda è ormai uno strumento di politica estera utilizzato dai regimi autoritari sia per sostenere i propri interessi contro paesi democratici, sia per alimentare la narrazione che le democrazie siano sistemi obsoleti, caotici e inefficaci. È proprio su questo dossier che Biden si è pronunciato in maniera più netta nell’intervista, poiché su interferenze di questo tipo non c’è margine di diplomazia che tenga, tanto da dire che in qualche modo la Russia ‘pagherà’ per queste gravi intromissioni.</p>



<h3 id="il-gasdotto-nord-stream-2" class="wp-block-heading">Il gasdotto Nord Stream 2</h3>



<p>L’altro terreno dei <strong>rapporti con la Russia</strong> su cui gli Stati Uniti puntano ad un approccio muscolare è quello relativo al completamento del gasdotto Nord Stream 2, che fornirà ulteriore <strong>approvvigionamento energetico a Germania e Europa</strong>, giunto quasi al completamento e contro cui gli USA si oppongono a partire dall’era Obama. Finora, gli strumenti diplomatici messi in atto per</p>



<p>spingere la Germania a rinunciare sono falliti, lasciando spazio alle sanzioni economiche nei confronti delle imprese russe coinvolte nella costruzione. Si tratta per Biden di una prova molto importante anche di fronte agli avversari del Partito Repubblicano, tra cui<strong> Ted Cruz,</strong> che stanno attuando pressioni sul Congresso e sul Segretario di Stato affinché l’azione USA si dimostri efficace. Le sanzioni, infatti, erano iniziate durante l’amministrazione Trump e sono frutto di una collaborazione bipartisan sul tema, tanto da far pensare che il tema della dipendenza energetica dell’Europa dalla Russia sia centrale non solo per l’assetto geopolitico del vecchio continente ma anche per il futuro assetto delle relazioni multilaterali. Gli Stati Uniti, infatti, sarebbero pronti a utilizzare un loro avvallo del gasdotto come contropartita per un maggiore supporto europeo alla politica di contenimento nei confronti della Cina.</p>



<p>Si tratta, dunque, di un banco di prova fondamentale per la nuova amministrazione Biden che, per dimostrare a avversari e alleati che <em><strong>‘l’America è tornata’</strong></em>, deve dosare il giusto mix di soft e hard power che per Nye costituiscono l’essenza di una superpotenza intelligente.</p>
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		<title>Futuro rapporto tra USA e Cina con Biden</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giulia Cicino]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 14 Jan 2021 19:15:19 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Osservatori]]></category>
		<category><![CDATA[Cina]]></category>
		<category><![CDATA[Joe Biden]]></category>
		<category><![CDATA[Stati Uniti]]></category>
		<category><![CDATA[Xi Jinping]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il 20 gennaio 2021 Joe Biden si è insediato ufficialmente alla Casa Bianca come 46esimo presidente degli Stati&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-drop-cap">Il <strong>20 gennaio 2021</strong> Joe Biden si è insediato ufficialmente alla Casa Bianca come <strong>46esimo</strong> presidente degli Stati Uniti, e dovrà portare avanti una politica estera anche sulla base dell’eredità lasciata da Trump. Questi ha, in questi ultimi 4 anni, adottato un approccio competitivo nei confronti della Cina, basato su un rafforzamento delle alleanze bilaterali nell’Asia-Pacifico accompagnato parallelamente da una guerra commerciale nei confronti di Pechino, portata avanti con <strong>misure unilaterali e protezionistiche</strong>. L’eredità dell&#8217;amministrazione uscente è contenuta in un <strong>documento di 70 pagine</strong> rilasciato nel novembre 2020 dall’Ufficio del Segretariato di Stato, dal titolo “<a href="https://www.state.gov/wp-content/uploads/2020/11/20-02832-Elements-of-China-Challenge-508.pdf" target="_blank" rel="noreferrer noopener">The Elements of the China Challenge</a>”, che esamina la condotta “nociva” di Pechino, le sue vulnerabilità e come gli Stati Uniti dovrebbero rispondere. Tra i compiti di Washington sono annoverati l’ottenere una maggiore conoscenza e comprensione della <strong>sfida cinese</strong>, adottare una cooperazione pragmatica oppure contenere la Cina a seconda del bisogno, e più in generale rafforzare le alleanze statunitensi nel contesto asiatico.</p>



<p>Biden eredita quindi un contesto in cui le relazioni con la Cina sono ai <strong>minimi storici</strong>. La sua futura amministrazione cercherà ancora di contenere Pechino, considerato l&#8217;ampio consenso bipartisan in tema tra Democratici che ai Repubblicani, che condividono preoccupazione e frustrazione per lo <strong>sviluppo economico e tecnologico</strong> senza precedenti della Cina, che rischia di offuscare quello statunitense, e per le sue politiche aggressive in tema di <strong>commercio e diritti umani</strong> (per menzionare solo i settori più evidenti). Tuttavia, l’approccio di Biden sarà sicuramente diverso. Nell’ultimo confronto televisivo con Trump durante la campagna elettorale, Biden <a href="https://eu.usatoday.com/story/news/politics/elections/2020/10/23/debate-transcript-trump-biden-final-presidential-debate-nashville/3740152001/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">ha dichiarato</a> che, a differenza del presidente uscente lui è intenzionato a <strong>far rispettare le regole del commercio internazionali</strong> al Dragone, rinunciando ad una guerra dei dazi ha solo che avrebbe solo aumentato il deficit commerciale americano verso la Cina. Dal punto di vista più squisitamente diplomatico, Biden tenterà di ripristinare una politica estera intesa in senso classico, superando l’uso che il tycoon faceva dei social network, e cercando di riaprire un dialogo con il corpo diplomatico cinese – che, dopo questi ultimi anni di accuse statunitensi, si è indurito, assuefatto alla <strong><em>“diplomazia di Twitter”</em></strong> di Trump. Inoltre, il nuovo presidente ha una visione più inclusiva volta a rafforzare sia il <a href="https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/encircling-china-japan-quad-and-indians-22853" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Quadrilateral Security Dialogue</a> con Australia, India e Giappone, e sia le collaborazioni tradizionali con Indonesia e Corea del Sud. Rinvigorire queste alleanze, insieme a quelle con l’Unione Europea ed altri partner, significa aumentare il potere negoziale di Washington e potenzialmente permettere di indurre Pechino a rispettare gli standard del commercio internazionale e i <strong>diritti umani</strong>. In un <a href="https://www.foreignaffairs.com/articles/united-states/2020-01-23/why-america-must-lead-again" target="_blank" rel="noreferrer noopener">articolo</a> pubblicato a marzo 2020 sulla rivista Foreign Affairs, Biden aveva spiegato che il paese di Xi Jinping non avrebbe potuto ignorare un fronte comune di paesi che, insieme, costituiscono più della metà dell’economia globale. Questo permetterebbe agli Stati Uniti e ai loro alleati di tornare a decidere le regole concernenti tutti i campi, dall’ambiente al lavoro, che rispettino gli interessi e i valori democratici.</p>



<p>A tal fine, nell’articolo egli esprimeva la sua volontà di organizzare un <strong>Summit per la Democrazia</strong>, includente tutte le democrazie del mondo. Gli scopi dichiarati di questo Summit sarebbero combattere l’autoritarismo, rafforzare le istituzioni democratiche e difendere i diritti umani a livello domestico e internazionale, ma si tratterebbe di un evidente tentativo di coagulare una grande alleanza di paesi affini in funzione anti-cinese.</p>



<p>Inoltre, per vincere la competizione con Pechino Biden intende investire in ricerca e sviluppo, focalizzandosi tra le altre cose su <strong>energia pulita, intelligenza artificiale e 5G</strong>.</p>



<p>Il futuro presidente punterà a ristabilire la <strong>leadership globale americana</strong>, dopo gli anni del disimpegno globale dell’amministrazione. Biden è convinto che evitare che un altro paese prenda il posto della superpotenza statunitense, o che al contrario nessuno lo faccia e scoppi il caos, sia il modo migliore per proteggere gli interessi degli americani. L’uso della forza rimane relegato come ultima scelta, solo per difendere gli interessi fondamentali degli Stati Uniti e con il <strong>consenso popolare</strong>.</p>



<p>Biden darà priorità invece alla lotta al cambiamento climatico, ed cercherà di spingere Pechino a smettere di finanziare progetti energetici della <strong>Belt and Road Initiative</strong> che coinvolgano i carboni fossili. L’incarico di rilanciare la politica ecologista sarà affidato a <strong>John Kerry</strong>, il quale si occupò in prima persona dell’Accordo sul clima di Parigi quando era Segretario di Stato, e sarà adesso l’inviato speciale per il<strong> clima</strong>, carica che nelle amministrazioni precedenti non esisteva, segnale dell’importanza data al tema.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/2341/">Futuro rapporto tra USA e Cina con Biden</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
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		<title>Biden sceglie Blinken, l’America riparte dall’Europa</title>
		<link>https://www.mondodem.it/2261/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Sofia Eliodori]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 24 Nov 2020 16:04:47 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Elezioni USA 2020]]></category>
		<category><![CDATA[Osservatori]]></category>
		<category><![CDATA[Anthony John Blinken]]></category>
		<category><![CDATA[Barack Obama]]></category>
		<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[Joe Biden]]></category>
		<category><![CDATA[Stati Uniti]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Anthony John Blinken, classe 1962, è il futuro Segretario di Stato dell’amministrazione di Joe Biden che entrerà in&#8230;</p>
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<p class="has-drop-cap">Anthony John Blinken, classe 1962, è il futuro <strong>Segretario di Stato</strong> dell’amministrazione di Joe Biden che entrerà in carica dal <strong>20 gennaio 2021</strong>. Blinken, già Sottosegretario di Stato e poi Vice Consigliere per la Sicurezza Nazionale<strong> durante le due amministrazioni Obama</strong>, è un diplomatico di altissimo profilo ed è <strong>consigliere di Biden per la politica estera da tempo</strong>. La sua candidatura alla carica di Segretario di Stato si è rafforzata nel momento in cui si è iniziato a capire che Biden avrà probabilmente bisogno di qualche ‘Yea’ in più al Senato, dato che <strong>Blinken piace anche ai Repubblicani rimasti atlantisti</strong>, ma non solo. Biden l’ha scelto soprattutto per <strong>tre caratteristiche</strong>: 1) è il principale responsabile, con<strong> Jake Sullivan</strong>, dell&#8217;elaborazione della <strong>nuova politica estera internazionalista e multilaterale</strong> della nuova Amministrazione, definita una <strong><em>‘politica estera per la classe media’</em></strong>; 2) durante tutto il 2020 <strong>ha lavorato principalmente con i progressisti del partito democratico</strong> per elaborare questa nuova politica, ma è comunque gradito a tutte le aree del partito e oltre come; 3) ha <strong>un’impronta e una storia personale fortemente collegata all’Europa</strong>, dando un’idea chiara di quello che sarà l’orientamento di politica estera post-Trump. Inoltre, scegliendo Blinken, Biden vuole dimostrare continuità con l’amministrazione Obama, ma non diretta dipendenza (come avrebbe potuto sembrare se avesse scelto l’ex National Security Advisor Susan Rice). L’impressione che si vuole evitare di suscitare è che Biden intenda vivere nel passato o, peggio, che non voglia correggere la rotta rispetto ai passi falsi commessi durante l’era Obama: Blinken ha già avuto modo di dichiarare che il mondo non è quello di quattro anni fa, e su questo non si fa illusioni.</p>



<h5 id="la-leadership-usa-dovra-tornare-a-basarsi-sullue" class="wp-block-heading">La leadership USA dovrà tornare a basarsi sull’UE</h5>



<p>Uno degli aspetti più difficili della transizione sarà proprio quello delle <strong>relazioni internazionali degli USA</strong>. In questo settore, la transizione è stata anticipata dall’elaborazione della già menzionata nuova visione culturale e politica, un quadro teorico e programmatico reso pubblico con un articolo uscito su <strong>Foreign Affairs</strong>, a firma del futuro presidente: “<a href="https://www.foreignaffairs.com/articles/united-states/2020-01-23/why-america-must-lead-again" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Why America Must Lead Again</a>”. Si tratta di un ragionamento ad ampio spettro sui motivi per tornare al multilateralismo, accompagnati dalla descrizione programmatica degli obiettivi da raggiungere. Al centro di questo ragionamento c’è una forte <strong>presa di posizione anti-sovranista e antiautoritaria</strong>, atta a ribadire che il benessere economico e sociale degli Stati Uniti – da qui l’idea della politica estera “per la classe media” – si basa sulla capacità di leadership, e tale leadership non esisterebbe senza il <strong>multilateralismo e l’ideologia democratico-liberale</strong>. Tale leadership è basata sulle relazioni internazionali, la più importante delle quali è con l’Europa. Per Biden, l’intero sistema post Seconda Guerra Mondiale è basato sul fatto che la pace e la sicurezza nazionale degli Stati Uniti dipendono dal benessere e dalla stabilità del Vecchio Continente. Che si vada verso una maggiore autonomia strategica e militare europea, un rafforzamento delle istituzioni politiche comunitarie, o che si resti dove siamo, gli Stati Uniti hanno una sola carta forte da giocarsi – utile anche per tamponare contesti delicati come il Medio Oriente – che è quella di sostenere l’empowerment europeo, anche per riequilibrare il forte appoggio garantito ad Israele e Arabia Saudita. Questo nuovo focus verrà bilanciato dalla presenza di <strong>Linda Thomas-Greenfield come ambasciatrice alle Nazioni Unite</strong>, che ha una lunga esperienza come specialista di area africana, il cui compito sarà sicuramente quello di insidiare le strategie di Pechino in chiave multilaterale.</p>



<h5 id="competizione-con-la-cina" class="wp-block-heading">Competizione con la Cina</h5>



<p>Il contesto forse più mutato in questi anni è quello <strong>asiatico</strong>, dove Obama aveva puntato ad allargare la propria influenza contenendo l’ascesa del colosso cinese (esempio più noto è l’accordo di Trans-Pacific Partnership). L&#8217;ex Presidente aveva anche aperto a<strong> Xi Jinping</strong> i consessi internazionali più importanti, al fine di ‘socializzare’ la Cina con il normativismo liberale e democratico. Pechino aveva risposto approfittando delle aperture di Obama e successivamente della <strong>chiusura imposta da Trump</strong> e della perdita della capacità di leadership degli Stati Uniti, tanto da spingerli ad abbandonare istituzioni strategiche come l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS).</p>



<p>Oggi questa partita con la Cina – soprattutto la partita commerciale &#8211; si gioca da un’altra parte: <strong>l’Europa</strong>. Dopo decenni in cui l’eurocentrismo è decisamente passato di moda, per gli Stati Uniti sembrerebbe ora vitale difendere il proprio primato politico, diplomatico e militare con gli alleati europei, relazione in cui la Cina ha iniziato a insediarsi. La competizione con la Cina continuerà a definire il futuro degli Stati Uniti, ma <strong>la leadership degli Stati Uniti non si fonda solo sull’egemonia militare ma sulla capacità di costruire e consolidare alleanze</strong>. Alleanze fortemente minate dai quattro anni di America First.</p>
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