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	<title>lavoro Archivi &#8211; MondoDem</title>
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	<description>Laboratorio di Politica Internazionale</description>
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	<title>lavoro Archivi &#8211; MondoDem</title>
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		<title>Il Piano Draghi e la sfida delle competenze, tra sostegno alla formazione e protezione dei lavoratori &#8211; Appunti sul Rapporto Draghi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Riccarda Lopetuso]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 20 Jun 2025 08:03:47 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[draghi]]></category>
		<category><![CDATA[Italia]]></category>
		<category><![CDATA[lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[Unione Europea]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Questo articolo fa parte di una serie di approfondimenti tematici promossi da MondoDem sul “Rapporto Draghi” sul futuro della competitività&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/673490/">Il Piano Draghi e la sfida delle competenze, tra sostegno alla formazione e protezione dei lavoratori &#8211; Appunti sul Rapporto Draghi</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
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<p><em>Questo articolo fa parte di una serie di approfondimenti tematici promossi da MondoDem sul <strong>“Rapporto Draghi” sul futuro della competitività europea</strong>. Crediamo che, per affrontare davvero le sfide delineate nel Rapporto, sia necessario declinare le sue proposte in chiave progressista, tenendo insieme innovazione, giustizia sociale e sostenibilità. Per questo abbiamo scelto di analizzare alcuni dei nodi principali emersi dal lavoro di Draghi, offrendo spunti e proposte utili al dibattito pubblico e all’elaborazione politica di chi vuole costruire un’Europa più equa, innovativa e democratica.</em></p>



<p>L’Europa ha davanti a sé sfide complesse legate all’invecchiamento della popolazione e conseguente diminuzione della forza lavoro, alla carenza di professionalità legate alla transizione digitale e alla rivoluzione legata all’AI.</p>



<p>Il cambiamento strutturale del mercato del lavoro &#8211; con l’aumento dei lavoratori inquadrati nella Gig economy e la perdita di alcuni posti di lavoro connessi alla transizione ecologica e all’AI &#8211;&nbsp; pone un serio&nbsp; problema di protezione sociale e di garanzia dei diritti dei lavoratori.</p>



<p>È quanto emerge anche dal Rapporto Draghi sulla competitività europea che, concentrato in 5 punti chiave per l’Europa di domani, vede proprio al primo punto il tema relativo alle competenze e alla coesione.</p>



<p>Un tema &#8211; quello della competitività europea &#8211; posto al centro della seconda Commissione Vor Der Leyen e che necessità di riforme economiche e strutturali in seno all’architettura europea.</p>



<p>Per rilanciare l’economia europea l’ex presidente della BCE indica alcune soluzioni da implementare ed individua il divario di competenze tra UE, Usa&nbsp; e Cina come uno dei principali ostacoli all’aumento della competitività del vecchio continente in un contesto geopolitico complesso e frammentato.</p>



<p>Un’Europa che inoltre dovrà affrontare una pesante diminuzione della forza lavoro, destinata a ridursi di 2 milioni all’anno entro il 2040, a cui è da aggiungersi un aumento dei pensionati e un pesante deficit di competenze legate ai settori che trascineranno l’economia europea, la transizione green e lo sviluppo dell’intelligenza artificiale.</p>



<p>Già attualmente molte imprese non riescono a trovare professionalità adeguatamente formate a causa di sistemi scolastici, universitari e di formazione professionale che non hanno ancora aggiornato i loro piani didattici al fabbisogno di competenze, con il risultato paradossale di un elevatissima disoccupazione &#8211; specie per gli under 30 i cosiddetti NEET &#8211; e di una domanda di lavoro che non riesce ad essere colmata. Il risultato sono aziende europee che non trovano personale formato specie nei settori legati al green e digitale.</p>



<p>Problema atavico del mercato del lavoro europeo è la difficoltà di implementare adeguate politiche attive che siano efficienti nella riqualificazione dei lavoratori per garantire loro un futuro lavorativo anche dopo la perdita del loro posto di lavoro, rischio concreto soprattutto nei settori legati a AI.</p>



<p>Attualmente, come rileva il report Draghi, la coesione è sostanzialmente garantita da robusti sistemi sociali e sanitari che assicurano ai cittadini europei sanità gratuita, istruzione, protezione sociale in caso di malattia, disoccupazione e inabilità al lavoro.</p>



<p>Quali possono essere le soluzioni da proporre &#8211; specie dal punto di vista progressista e riformista &#8211; implementare le preziose raccomandazioni dell’ex premier Mario Draghi?</p>



<p>Compito di queste forze politiche è da sempre sostenere la crescita garantendo i diritti sociali, già assicurati agli europei dallo Stato sociale europeo.</p>



<p>Primariamente, occorre rafforzare la protezione e i diritti per tutti i lavoratori, su tutti gli impiegati nella&nbsp; gig economy (lavoratori delle piattaforme), un settore che nel 2025 impiegherà in tutta Europa 43 milioni di lavoratori. Di questo tema critico si è occupata la Direttiva sui lavoratori delle piattaforme, approvata dopo un percorso durato anni e pieno di ostacoli.</p>



<p>La direttiva prevede divieti all’uso dell’algoritmo nella scelta di curriculum e criteri stringenti che garantiscano diritti a questi lavoratori che a tutti gli effetti sono lavoratori subordinati ma che sono attualmente considerati autonomi.</p>



<p>Auspicabile è che tutti gli stati membri si impegnino a recepire questa direttiva in tempi rapidi e che i partiti delle famiglie politiche più vicine alla tutela dei diritti sociali si attivino per accelerare questo processo.</p>



<p>Altra raccomandazione auspicabile, tesa a garantire protezione ai lavoratori che potrebbero perdere il lavoro, nonché di sostegno alle finanze pubbliche, sarebbe quella di rendere strutturale Sure, lo strumento usato durante il periodo pandemico che ha garantito sostegno al reddito a dipendenti e lavoratori autonomi attraverso prestiti agevolati agli stati membri finanziati con il debito comune europeo.</p>



<p>Ma come già detto il problema che più di ogni altri attanaglierà l’economia europea sarà il deficit di competenze nel settore dell’AI, delle nuove tecnologie e nella transizione verde.</p>



<p>Servirà tempo per formare queste professionalità e il treno della competitività non può aspettare.</p>



<p>Primariamente sarebbe indicato reindirizzare, attraverso specifici programmi europei finanziati con i fondi della politica regionale,&nbsp; i disoccupati e i percettori di ammortizzatori sociali verso programmi formativi specifici e magari esportare anche nel resto d’Europa il sistema ITS italiano che garantisce percorsi altamente professionalizzanti ascoltando il fabbisogno specifico delle imprese. Fondamentale resta garantire la coesione sociale, rendendo agevole l’ingresso nel mondo del lavoro alle donne &#8211; specie nei territori a rischio esclusione &#8211; con adeguati strumenti di aiuto alle lavoratrici madri potenziando il welfare ed estendendo esempi virtuosi di welfare aziendale.</p>



<p>Una possibile soluzione potrebbe inoltre essere quella di allargare la platea di alcuni programmi europei quali la Youth Guarantee, estendendola ai maggiori di 30 anni e prevedendo programmi specifici per le donne maggiormente escluse dal mondo del lavoro, colmando quel gap culturale che vede le donne ancora poco inclini a scegliere materie connesse alle nuove tecnologie.</p>



<p>Un rilancio della competitività che tuttavia non deve registrare un aumento delle diseguaglianze. Per questo servirà garantire e irrobustire lo Stato sociale europeo e i sistemi di welfare.</p>



<p>Ruolo dei partiti progressisti delle famiglie europee sarà quello di vigilare su questo processo. Avendo come stella polare la tutela dei diritti sociali ma senza trascurare la crescita e il progresso economico.</p>
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		<title>Come sta andando il mercato del lavoro in Europa &#8211; e perché serve un nuovo SURE</title>
		<link>https://www.mondodem.it/2977/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Riccarda Lopetuso]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 23 May 2022 16:18:23 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[Unione Europea]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>I dati sulla disoccupazione in Italia tornano ai livelli pre- pandemia. L’ Istat ha certificato che a marzo&#8230;</p>
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<p>I dati sulla disoccupazione in Italia tornano ai livelli pre- pandemia. L’ Istat ha certificato che a marzo 2022 il tasso di disoccupazione è all’ 8,3%, stesso dato di febbraio 2020, con un tasso di occupazione che sale al 59,9% con 170mila occupati in più (anche se con contratti a termine) con il dato negativo della disoccupazione giovanile che sale al 24,5%.</p>



<p>Se ripensiamo agli scenari che venivano prospettati, con lo spettro di milioni di licenziamenti e conseguente crisi sociale, si potrebbe dire che il peggio è passato &nbsp;e che il nostro mercato del lavoro ha retto durante i due anni di pandemia. Questo anche grazie &nbsp;agli strumenti messi in campo dai governi durate le ondate pandemiche, come il blocco dei licenziamenti e la Cassa integrazione finanziata anche grazie a Sure, il programma della Commissione europea che -attraverso prestiti – ha aiutato l’Italia e altri 18 paesi membri a sostenere gli strumenti di sostegno al reddito.</p>



<p>Ma i problemi ci sono, e il mercato del lavoro di oggi è radicalmente cambiato rispetto a febbraio 2020, prima della pandemia.</p>



<p>Da un parte lo smart working che chiede di essere regolamentato, dall’altro l’aumento dei lavoratori che si dimettono volontariamente, il settore della ristorazione che non riesce a coprire gli organici e la crisi del turismo che lentamente prova a ripartire, con lo spettro della difficoltà che si faranno più evidenti in&nbsp; altri settori a causa della guerra in Ucraina e l’aumento delle spese energetiche per le imprese.</p>



<p>Ma non solo. Il Pnrr richiede professionalità che il mercato non riesce a fornire, mancando il passaggio fondamentale della riqualificazione dei lavoratori verso i settori in espansione.</p>



<p>Problemi dell’incrocio tra domanda e offerta e riqualificazione dei lavoratori che la riforma delle politiche attive dovrebbe ridurre, assieme a Gol, Garanzia di occupabilità dei lavoratori, misura messa in campo dal Governo e prevista dal Pnrr – missione 5, Componente 1- con lo scopo di rilanciare l’occupazione e combattere la disoccupazione attraverso il reinserimento lavorativo dei lavoratori, disoccupati, cassaintegrati, giovani e donne.</p>



<p>Ma &nbsp;l problema disoccupazione in Italia è ancora drammatico e registra i soliti divari territoriali, all’apparenza impossibili da colmare a breve termine.</p>



<p>Esempio plastico dell’Italia a due velocità sono i dati di Eurostat sull’occupazione delle regioni europee relativi al 2021.</p>



<p>Tra i primi 5 posti ci sono 4 italiane: Sicilia, Calabria, Campania e Puglia, con numeri ancora più cupi per i giovani e le donne.</p>



<p>Conseguenze di problemi strutturali che interessano il sud Italia, con interventi del legislatore poco efficaci nel versante delle politiche attive considerando il nostro paese nel complesso dove in media nel 2021 il tasso di occupazione è del 58,2%</p>



<p>Ma come stanno andando le cose nei nostri vicini europei ?</p>



<p>Rilevanti sono i dati che provengono dal mercato del lavoro spagnolo dopo l’approvazione della riforma da parte del governo socialista di Pedro Sanchez.</p>



<p>Madrid non ha risentito della crisi occupazionale dovuta alla pandemia, ma lo scorso anno il governo è intervento con una riforma per ridurre il precariato e i contratti a tempo determinato, riforma chiesta da Bruxelles per sfruttare al meglio i fondi del Next Generation Eu destinati a Madrid . I numeri degli occupati a tempo indeterminato del primo trimestre del 2022 premiano la scelta del governo: attualmente 12,8 milioni di spagnoli hanno un contratto a tempo indeterminato, con un tasso di disoccupazione che nel primo trimestre del 2022 è al 13,5%, il paese Ue con il tasso più alto.</p>



<p>Situazione molto diversa in Francia, dove a fine 2021 la disoccupazione &nbsp;raggiungeva il 7,4%, un tasso ben più basso dei livelli pre covid. Per trovare un tasso simile bisogna andare al 2008 prima della crisi finanziaria.</p>



<p>Merito &nbsp;delle politiche di Macron, della sua coraggiosa riforma del mercato del lavoro del 2017- la “loi travail” il Jobs act francese che ha puntato sulla flessibilità- e il potenziamento del contratto di apprendistato del 2018. Ottimi difatti, i numeri della disoccupazione giovanile, al 15 % (era al 24 quando Macron è stato eletto per il primo mandato). Attualmente il tasso di occupati in Francia è al 73,3%.</p>



<p>Spostandoci a Berlino, nella locomotiva d’Europa, il tasso di disoccupazione è del 5%, gli stessi tassi di prima della pandemia.</p>



<p>Eppure anche in Germania il mercato del lavoro deve affrontare problemi seri legati alla mancanza di manodopera specializzata e all’aumento dei costi energetici che ha portato molte aziende a rivolgersi alla Kurzarbeit, la cassa integrazione tedesca.</p>



<p>I dati di Eurostat nel complesso rilevano un mercato del lavoro in Europa in ripresa, con la disoccupazione a marzo che cala al 6,8% nell’ eurozona, ai minimi storici.</p>



<p>In attesa però degli effetti che la guerra in Ucraina avrà sulle nostre imprese, già fortemente penalizzate dall’aumento dei costi energetici. Questa previsione &nbsp;dovrebbe indurre i leader e le istituzioni comunitarie ad accelerare sul versante dell’Unione energetica , ma anche a continuare sulle politiche di sostegno alle economie dei paese membri, magari attraverso un nuovo programma Sure, che continuerebbe – in una veste e con uno scopo diverso- a elargire prestiti agli Stati membri e proteggere lavoratori</p>
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		<title>Distruzione creatrice? Intelligenza artificiale, una sfida per il lavoro</title>
		<link>https://www.mondodem.it/1081/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 01 Jun 2018 13:30:38 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Democrazia 2.0]]></category>
		<category><![CDATA[Osservatori]]></category>
		<category><![CDATA[digitale]]></category>
		<category><![CDATA[Intelligenza artificiale]]></category>
		<category><![CDATA[lavoro]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Di Bernardo Tarantino*  Siamo abituati a considerare l’intelligenza artificiale[1] (IA) come qualcosa di fantascientifico e futuristico, quando invece&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Di Bernardo Tarantino* </em></p>
<p>Siamo abituati a considerare l’intelligenza artificiale<a href="#_ftn1" name="_ftnref1"><sup>[1]</sup></a> (IA) come qualcosa di fantascientifico e futuristico, quando invece è parte integrante del nostro presente. L’applicazione di nuove tecnologie come la robotica avanzata, la blockchain, i mezzi di trasporto autonomi e la tecnologia <em>cloud</em> avrà effetti potenzialmente dirompenti, modificando i processi produttivi, l’organizzazione del lavoro e la distribuzione del reddito.</p>
<p><strong>Grazie allo sviluppo dell’apprendimento automatico</strong><a href="#_ftn2" name="_ftnref2"><strong><sup>[2]</sup></strong></a><strong> e alla “datizzazione” (“<em>datification”</em>)</strong><a href="#_ftn3" name="_ftnref3"><strong><sup>[3]</sup></strong></a><strong> del mondo, l’IA ci aiuta ad affrontare le principali sfide del nostro tempo</strong>: dal trattamento delle malattie croniche alla riduzione degli incidenti stradali, dalla lotta contro il surriscaldamento globale al rafforzamento della cybersecurity. Non a caso l’IA occupa una posizione di rilievo nei discorsi di politica generale dei leader mondiali. Nel 2016, Barack Obama, <a href="https://www.wired.com/2016/10/president-obama-mit-joi-ito-interview/">in un’intervista a Wired</a>, individuava nell’IA un formidabile strumento di <em>soft power</em> per gli Stati Uniti. Lo stesso Vladimir Putin ha enfaticamente dichiarato che “chi diventerà leader in questo settore sarà il padrone del mondo”. Recentemente, Emmanuel Macron ha lanciato la <a href="https://www.aiforhumanity.fr/en/">strategia francese</a> per lo sviluppo dell’IA auspicando la costituzione di un ecosistema europeo dei dati.</p>
<p><strong>L’Unione europea e gli Stati membri, senza una strategia per lo sviluppo dell’IA, rischiano di diventare “colonie digitali” dei giganti asiatici e nord-americani</strong>. Non è soltanto una questione di sviluppo economico, ma anche di sovranità, indipendenza e interesse nazionale. L’Europa possiede tutte le caratteristiche necessarie per poter raggiungere un’autonomia strategica e diventare competitiva nella corsa all’IA. Una ricerca all’avanguardia, la leadership nei settori dei trasporti, della salute e della manifattura, il Mercato Unico Digitale sono i suoi principali punti di forza. Tuttavia, gli investimenti europei in IA restano relativamente modesti se comparati a quelli dei principali competitor. Recentemente la <a href="https://ec.europa.eu/digital-single-market/en/news/communication-artificial-intelligence-europe">Commissione europea</a> ha proposto di portare questi investimenti a 20 miliardi di euro entro la fine del 2020 e ha inserito la trasformazione digitale tra le priorità del <a href="https://ec.europa.eu/commission/sites/beta-political/files/communication-modern-budget-may_2018_en.pdf">Multiannual Financial Framework 2021-2027</a>. Assieme agli investimenti, l’accesso ai dati resta una condizione essenziale per lo sviluppo di un’industria europea dell’IA. I dati rappresentano un vantaggio competitivo nella corsa mondiale per l’IA e da questo punto di vista, è innegabile che i giganti del settore informatico partano considerevolmente avvantaggiati. Per invertire la tendenza occorre creare un ecosistema europeo che favorisca una maggiore accessibilità e libertà di movimento dei dati.</p>
<p><strong>La strategia europea per l’IA ha soprattutto bisogno di una visione</strong>. Non serve emulare gli esempi nord-americani o asiatici per poter competere nella corsa mondiale dell’innovazione tecnologica. Piuttosto, occorre interrogarsi su come mettere l’IA a servizio dei cittadini europei valorizzando le nostre tradizioni giuridiche e politiche in materia di protezione degli individui. Gli elevati standard europei in materia di protezione dei dati personali e di tutela dei diritti dei lavoratori sono elementi caratterizzanti del nostro modello di sviluppo e rappresentano opportunità strategiche e valori che differenzieranno il modello europeo nella corsa mondiale all’intelligenza artificiale.</p>
<p><strong>In questo quadro, è indispensabile avviare una profonda riflessione sulle potenziali ricadute  dell’AI sull’occupazione e sulla distribuzione del reddito</strong>. L’AI, come ogni innovazione tecnologica, avrà effetti rilevanti sull’organizzazione del lavoro. Creerà nuove professioni, ma al tempo stesso distruggerà posti di lavoro ormai sopravanzati dalla tecnologia. Non è un dibattito nuovo. La relazione tra progresso tecnologico e occupazione è un punto molto discusso nell’analisi economica sin dai tempi di Ricardo. I principali approcci teorici hanno abbracciato la teoria della compensazione, secondo la quale la disoccupazione causata dal progresso tecnologico sarebbe compensata, prima o poi, dalla creazione di nuovi posti di lavoro. Lo stesso Keynes, che coniò il termine “disoccupazione tecnologica” &#8211; situazione in cui un rapido aumento della produttività non è sostenuto da una sufficiente crescita della domanda aggregata &#8211; sosteneva che la distruzione dei posti di lavoro causata dal progresso tecnico era “una fase temporanea di aggiustamento”.</p>
<p><strong>Più dettagliatamente, il progresso tecnologico può avere due diversi effetti sull’occupazione</strong>: un “effetto spiazzamento” (<em>diplacement effect),</em> che produrrebbe una distruzione di posti di lavoro, e un “effetto produttività” (<em>productivity effect</em>), che, invece, farebbe aumentare la domanda di lavoro nei settori sviluppatisi grazie all’innovazione tecnologica. Finora, in tutti i periodi di transizione tecnologica, ha prevalso “l’effetto produttività”. Dalle prime tecnologie agricole alle macchine introdotte dalla rivoluzione industriale fino alla più recente invenzione del computer, la storia dell’umanità e del mondo del lavoro è stata attraversata da numerosi fasi di trasformazione tecnologica. Eppure, al netto delle periodiche crisi economiche e nonostante il progressivo aumento della forza lavoro, i profondi mutamenti in campo tecnologico non hanno comportato un incremento di lungo termine della disoccupazione.</p>
<p><strong>Nell’era dell’Intelligenza Artificiale, quale dei due effetti &#8211; spiazzamento e produttività &#8211; prevarrà?</strong> Questa volta potrebbe essere diverso. Acemoglu e Restrepo nel loro famoso studio <em>“</em><a href="https://economics.mit.edu/files/12763">Robots and Jobs: Evidence from US Labour Market</a>” hanno rilevato che l’effetto spiazzamento potrebbe avere la meglio sull’effetto produttività. Ciò significa che il numero di posti di lavoro distrutti dall’utilizzo dei robot industriali potrebbe essere superiore al numero dei lavori creati. Inoltre, l’introduzione dei robot nei processi produttivi avrebbe ricadute negative non solo sull’occupazione ma anche sulla distribuzione del reddito, determinando rilevanti divari salariali tra i lavoratori più qualificati e i lavoratori meno qualificati. Questi risultati sono stati confermati da un recentissimo <a href="http://bruegel.org/wp-content/uploads/2018/04/Working-Paper-AB_25042018.pdf">studio condotto dal Think Tank Bruegel</a> sull’impatto prodotto dai robot industriali sull’occupazione in Europa. Secondo lo studio, l’introduzione dei robot nei processi produttivi produrrebbe un effetto spiazzamento significativo distruggendo numerosi posti di lavoro, specialmente tra giovani lavoratori mediamente qualificati. Meno negativo sarebbe, invece, l’effetto sui salari.</p>
<p><strong>Come conciliare quindi la corsa europea all’AI con la necessità di proteggere i cosiddetti “perdenti&#8221; dell’innovazione tecnologica</strong>? Occorre lasciare agire la “mano invisibile” o serve una strategia di ampio respiro che accompagni la transizione verso la società del digitale e della robotica? Occorre arginare il progresso tecnologico per proteggere i lavoratori meno qualificati? Sono questioni che investono direttamente le forze progressiste europee impegnate in un necessario riposizionamento sulle questioni legate agli spiazzamenti provocati dalla globalizzazione e dal progresso tecnologico. Occorre cambiare prospettiva e comprendere che è prioritario, da un lato, rafforzare la capacità di agganciare l’innovazione e il progresso tecnologico, motori fondamentali di crescita e benessere, e, dall’altro, far sì che tutti possano parteciparvi e goderne i frutti.</p>
<p><strong>In primo luogo, non bisogna cedere a soluzioni facili.</strong> La strada non può essere quella luddista di frenare il progresso tecnologico. Applicare una tassa sui robot, non solo sarebbe inutile ma significherebbe perdere la corsa all’Intelligenza artificiale. Trattandosi di un fenomeno globale, il risultato sarebbe quello di trasferire il progresso all’estero con inevitabili ricadute negative sul nostro sistema economico e sull’occupazione.</p>
<p><strong>Non serve però trincerarsi dietro l’ineluttabilità del progresso tecnologico. </strong>Affermare che nel lungo periodo la distruzione tecnologica in corso porterà crescita e benessere non è sufficiente. Occorre pensare anche al presente per accompagnare e proteggere i “perdenti” nella transizione verso la società digitale. È questa la principale sfida delle forze progressiste che intendono rappresentare gli interessi e i bisogni di chi è rimasto indietro. Occorre pertanto attuare strategie di breve e lungo periodo tenendo conto dei difficili equilibri di finanza pubblica che caratterizzano alcune economie europee, tra cui l’Italia.</p>
<p>Data l’imprevedibilità e la velocità con cui si sta attuando l’attuale transizione tecnologica sembra prioritario poter individuare con anticipo gli eventuali impatti sull’organizzazione del lavoro. A tal fine, si potrebbe valutare l’istituzione di un <strong>Osservatorio permanente sull’impatto delle nuove tecnologie sulle dinamiche del lavoro </strong>che avrà il compito di analizzare e produrre rapporti  pubblici sull’automatizzazione del lavoro, sui mestieri più colpiti e sugli impieghi creati dall’applicazione dell’intelligenza artificiale.</p>
<p><strong>Più volte si è intervenuto sulla necessità di investire in conoscenza</strong>. Le innovazioni tecnologiche richiedono che gli individui abbiano diverse e nuove professionalità. Per limitare gli effetti distorsivi dell’innovazione tecnologica occorre riflettere su come rendere complementari l’intelligenza umana e l’intelligenza artificiale. Non si tratta di favorire una complementarietà alienante, ma di valorizzare le competenze umane difficilmente replicabili dall’IA: creatività, capacità di risolvere i problemi, esercizio del pensiero critico, capacità di comunicare in modo efficace. Lo sviluppo di queste abilità e delle competenze tecniche in materia di AI passa per una rimodellazione dei percorsi scolastici, universitari e di formazione professionale. Bisogna favorire la nascita di percorsi universitari interdisciplinari (una doppia laurea in diritto o psicologia e intelligenza artificiale può essere un esempio). Serve stimolare la formazione professionale permanente, coinvolgendo anche gli atenei universitari, non solo in età universitaria ma anche durante percorsi professionali già avviati. Si tratta di rompere, in parte, con la logica che vede l’individuo unico responsabile della propria transizione professionale.</p>
<p>Infine occorre <strong>rafforzare la rete di protezione sociale</strong> a favore di chi è rimasto indietro nel processo di transizione. Si tratta di pensare al presente, al breve periodo, senza perdere di vista il futuro. Si dibatte, in particolare, sulla necessità di dare un sostegno al reddito agli individui spiazzati dal progresso tecnologico e dalla globalizzazione. Pur considerando la proposta di adottare un cosiddetto “reddito di cittadinanza” poco utile e difficilmente realizzabile, le forze progressiste non possono sottrarsi al dibattito sulle misure da adottare per tamponare eventuali disagi di ordine economico-sociale prodotti dalla distruzione tecnologica. Un passo importante è stato fatto in Italia con l’adozione del reddito d’inclusione di cui si auspica l’estensione. L’Unione europea, nei limiti delle sue competenze, potrebbe rafforzare la propria dimensione sociale erogando fondi a sostegno dei lavoratori spiazzati dal progresso tecnologico. A tal fine, nella già citata Comunicazione sull’IA, la Commissione propone di allargare l’ambito di applicazione dell’<a href="http://ec.europa.eu/social/main.jsp?catId=326&amp;langId=en">European Globalisation Adjustement Fund</a> ai casi di licenziamento determinati dalla digitalizzazione e dall’automazione.</p>
<p>La nuova ondata di distruzione creatrice prodotta dalle tecnologie legate allo sviluppo dell’IA richiede una maggiore attenzione riguardo gli effetti negativi sull’occupazione e sulla distribuzione del reddito. È una questione economica, ma anche politica. Forse bisogna sfatare il mito dell’individuo massimizzante e dell’infallibile efficienza dei mercati per riscoprire l’economia come una rigorosa disciplina con una propria dimensione sociale. Dal punto di vista eminentemente politico, le forze progressiste devono riposizionarsi su queste tematiche per governare le transizioni tecnologiche, attutendone le conseguenze sociali negative e garantendo che vi sia un’equa partecipazione ai frutti del progresso. All’indomani della Brexit, della vittoria di Donald Trump e dell’affermazione delle forze populiste in Europa, su queste tematiche stenta a svilupparsi un dibattito serio e partecipato.</p>
<p>*<em>Bernardo Tarantino è consulente relazioni internazionali e istituzionali. A Expo Milano 2015, si occupato dell’organizzazione delle attività internazionali e delle iniziative di Promozione del Sistema Paese all’estero. In qualità di allievo dell’École Nationale d’Administration, ha svolto servizio alla Rappresentanza permanente della Francia presso l’Unione europea ed è stato membro del gabinetto del Prefetto del Lot-et-Garonne (Fr).      </em></p>
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<p><a href="#_ftnref1" name="_ftn1"><sup>[1]</sup></a> L’intelligenza artificiale è l’insieme di studi e tecniche che tendono alla realizzazione di macchine, specialmente calcolatori elettronici, in grado di risolvere problemi e di riprodurre attività proprie dell&#8217;intelligenza umana. Dizionario De Mauro.</p>
<p><a href="#_ftnref2" name="_ftn2"><sup>[2]</sup></a> In inglese <em>Machine learning, </em>ovvero abilità delle macchine (intese come computer) di apprendere senza essere state esplicitamente e preventivamente programmate.</p>
<p><a href="#_ftnref3" name="_ftn3"><sup>[3]</sup></a> Trasformazione in dati di tutto ciò che facciamo pensiamo, preferiamo e di tutte le relazioni che intratteniamo con privati e con istituzioni.</p>
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