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	<title>#migrazioni Archivi &#8211; MondoDem</title>
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	<title>#migrazioni Archivi &#8211; MondoDem</title>
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		<title>Cambiamento climatico, conflitti, migrazioni.</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 09 Sep 2018 17:23:49 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[L'Italia nel mondo]]></category>
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		<category><![CDATA[Clima]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>In questa videointervista di Luca Bergamaschi, realizzata a margine della Festa de L&#8217;Unità di Modena, Antonello Pasini, noto fisico&#8230;</p>
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<video class="wp-video-shortcode" id="video-1193-1" width="720" height="480" preload="metadata" controls="controls"><source type="video/mp4" src="https://www.mondodem.it/wp-content/uploads/2018/09/Festa-Modena_clima.mp4?_=1" /><a href="https://www.mondodem.it/wp-content/uploads/2018/09/Festa-Modena_clima.mp4">https://www.mondodem.it/wp-content/uploads/2018/09/Festa-Modena_clima.mp4</a></video></div>
<p>In questa videointervista di <a class="profileLink" href="https://www.facebook.com/bergalu?fref=mentions&amp;__xts__%5B0%5D=68.ARDUcWhmyIIUZ2wRXwPYEB-7Vkds6Yg_AR0WDn65FeRawKJqh7_HYCSoNJ9NrsO5FoXPWtphGE-iUaoE4_6iFDuyVXXexa_7oxT3LGkHmZu1fBiHvQ6mo5N8uzm9UAaAfoOsUNaAcqrFZG8NOJWzFYqqQABIpy6ydWFJggcgkXXiOMc6-PMtsg&amp;__tn__=K-R" data-hovercard="/ajax/hovercard/user.php?id=809792239&amp;extragetparams=%7B%22fref%22%3A%22mentions%22%7D" data-hovercard-prefer-more-content-show="1">Luca Bergamaschi</a>, realizzata a margine della Festa de L&#8217;Unità di Modena, Antonello Pasini, noto fisico del CNR spiega come il cambiamento climatico sia alla base per il governo dei conflitti, delle migrazioni e dello sviluppo dell&#8217;Africa.</p>
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		<title>Eritrea tra accordi di cooperazione e tutela dei diritti umani</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 31 Jul 2018 11:51:56 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Africa subsahariana]]></category>
		<category><![CDATA[L'Italia nel mondo]]></category>
		<category><![CDATA[#migrazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Africa]]></category>
		<category><![CDATA[Cooperazione]]></category>
		<category><![CDATA[diritti umani]]></category>
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		<category><![CDATA[Unione Europea]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Di Claudia Barbarano 14 anni fa veniva abolita la leva obbligatoria in Italia. La coscrizione era in vigore&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Di Claudia Barbarano </em></p>
<p>14 anni fa veniva abolita la leva obbligatoria in Italia. La coscrizione era in vigore da 143 anni. L&#8217;ultimo giorno veniva fissato al 30 giugno 2005.</p>
<p><strong>Fa eco</strong> a questa ricorrenza,<strong> la recente notizia della fine della coscrizione illimitata per i giovani e le giovani eritree.</strong> Sembra, infatti, che i parenti di un ultimo gruppo di reclute abbiano riferito che in un discorso formale sia stato annunciato che la leva non sarà più a tempo indefinito (con una durata media di 20-30 anni), ma si limiterà a 18 mesi, dei quali 6 di addestramento e il restante di servizio civile.</p>
<p>Proprio, il carattere apparentemente pubblico dell&#8217;annuncio, rafforzato dall&#8217;accordo di pace appena intercorso con l&#8217;Etiopia, ravviva la speranza che questa decisione dia degli immediati riscontri. Già nel 2014, anno in cui 5000 eritrei abbandonavano il paese ogni mese, esponenti del governo del presidente Afewerki (insediatosi nel 1993), rassicurarono altri Stati, tra cui Regno Unito e Danimarca sul fatto che avrebbero limitato il periodo di leva ripristinando i limiti originariamente previsti dalla legge nazionale. Non fece seguito alcun effetto, salvo un incremento del 66% nei provvedimenti di rigetto della protezione internazionale da parte degli organi di prima istanza britannici.</p>
<p><strong>Dalle agenzie internazionali si evince che, proprio dal 2015, gli eritrei sono per numero la terza nazionalità ad entrare in Europa via mare, registrandosi quinti nel giugno 2018 per numero di arrivi in Italia attraverso la rotta del Mediterraneo centrale.</strong> Di essi, il 90% è composto da uomini e donne di età compresa tra i 18 e i 24 anni, in fuga dalla schiavitù, dalle esecuzioni e dalle lunghe detenzioni arbitrarie con cui vengono punite le diserzioni e, soprattutto, dal lavoro forzato nell&#8217;esercito che, con un salario mensile di appena 450 nafka, 40 dollari (equivalente tuttavia, a 10 dollari sul mercato nero locale), non consente loro non solo di sostenersi, ma neppure di provvedere alle proprie famiglie dalle quali sono lungamente separati.</p>
<p><strong>A ciò si aggiunga il fatto che anche i minori sono obbligati a servire nella <em>Defence Force</em>, anzi il primo metodo di coscrizione è rappresentato proprio dalle scuole: tutti gli alunni devono seguire il grado 12 della scuola secondaria presso il campo militare di Sawa, dove vivono in condizioni deplorevoli, soggetti a regole disciplinari di stampo militare e addestrati all’uso delle armi. Le donne, in particolare, subiscono varie forme di trattamento inumano, come la riduzione in schiavitù sessuale, la tortura e abusi.</strong> Non è un caso che molti adolescenti lascino le scuole molto presto &#8211; esponendosi al rischio di lunghe carcerazioni &#8211; per aiutare economicamente le proprie famiglie, o per spostarsi da soli verso altri territori, spingendosi fino al Sudan, la Libia o, addirittura all&#8217;Europa per non trovarsi nella condizione di fratelli, sorelle e genitori di cui spesso, non hanno più notizie (numerose sono le testimonianze di soldati che dicono di vedere i propri figli una volta all&#8217;anno, mentre una rifugiata di 34 anni ha riferito a operatori di Amnesty International di non aver mai incontrato il padre, preso dalle milizie ancor prima della sua nascita).</p>
<p>A questo drammatico scenario di violazione sistematica dei diritti umani, fa da inevitabile corollario, il paradosso per cui nei paesi europei e in particolare, in Italia, a chi, originario dell&#8217;Eritrea, dice alle Commissioni Territoriali di essere approdato sulle nostre coste per istruirsi e lavorare, difficilmente viene riconosciuta la protezione internazionale perché bollato con disarmante facilità come migrante economico.</p>
<p>Eppure, con la cessazione delle ostilità con l&#8217;Etiopia sembra riaccendersi una speranza di riconciliazione tra la popolazione e le istituzioni, di normalizzazione e, finalmente, di ripresa economica.</p>
<p><strong>Negli ultimi anni, infatti, l&#8217;Unione Europea ha siglato con il Governo eritreo fino al 2020 il <em>National Indicative Program</em>, un programma di sviluppo nazionale che punta ad accrescere il settore energetico, favorire lo sviluppo socio-economico, creare nuovi posti di lavoro e modernizzare la governance finanziaria.</strong> Il piano prevede 175 milioni di euro (dei 200 complessivi) da destinare al settore energetico, attraverso lo sviluppo e la diffusione delle energie rinnovabili – solare, eolica e geotermica – e il rifacimento della rete elettrica nazionale con il doppio obiettivo di garantire efficienza energetica e sostenibilità. <strong>La Germania, al fine di rafforzare l&#8217;impegno comunitario e di affrontare la crisi umanitaria dei giovani eritrei in fuga dal paese, ha firmato un protocollo di cooperazione con il quale si è assunta l&#8217;onere di avviare progetti di formazione e percorsi di <em>empowerment </em>per gli esuli, promuovendo la costituzione di piccole e medie imprese.</strong></p>
<p>A questo proposito, nell&#8217;ottobre del 2016, il ministro degli Esteri eritreo, Osman Saleh Mohammed, dichiarò in una intervista ad askanews: “Stiamo collaborando con l’Ue, con la Germania e altri Paesi europei, ma non con l’Italia … l’Italia non vuole collaborare con l’Eritrea e non sappiamo perchè”. Cogliendo questo monito, rafforzato da una richiesta di maggiori investimenti Italiani avanzata da Yemane Gebreab, consigliere del Presidente eritreo, durante una visita a Roma risalente al 2017, <strong>sarebbe senz&#8217;altro auspicabile che l&#8217;Italia riprendesse le fila del lavoro di cooperazione avviato dall&#8217;ex viceministro agli Esteri, in quota PD, Lapo Pistelli, e poi bloccatosi nel 2015 con la sua uscita di scena, contribuendo a sostenere insieme con le organizzazioni internazionali e i Paesi già coinvolti nei programmi di sviluppo, la riduzione del  controllo governativo sulla popolazione e la cessazione, nei fatti, della leva illimitata, smobilitando risorse per la formazione, la crescita occupazionale di un territorio nel quale ancora operano numerose aziende italiane e di cui l’Italia è il secondo partner commerciale, intervenendo nel settore dell&#8217;educazione degli adulti, promuovendo la ricostituzione delle università come quella di Asmara, fondata dalle sorelle Comboniane, frequentata in larga parte da Italiani fino agli anni &#8217;50 e, poi, definitivamente chiusa negli anni 2000.</strong></p>
<p>In un contesto in cui la crisi dei rifugiati contava 124.000 arrivi, a fronte degli appena 16.000 del 2018, Pistelli aveva ben chiaro che politiche solo repressive &#8211; come quelle imposte dall’attuale Governo, volte a criminalizzare la povertà e la disperazione &#8211; ben lungi dal rispondere all’emergenza allora in corso, avrebbero fortemente minato la credibilità dell’Italia sul proscenio internazionale. Fece, pertanto, dei diritti umani una parte integrante e imprescindibile dei negoziati di Asmara del 2 luglio 2014. Il piano era chiaro: rilanciare le relazioni bilaterali e promuovere il pieno reinserimento dell’Eritrea quale attore responsabile, fondamentale della comunità internazionale e possibile elemento stabilizzatore del Corno d’Africa.</p>
<p><strong>La crisi delle migrazioni con i suoi numeri, dietro i quali ci sono volti, nomi, cognomi, reti di relazioni, ci mostra con prepotente evidenza l&#8217;importanza di un intervento internazionale umanitario che si concretizzi non solo nell&#8217;apertura di corridoi migratori sicuri e regolari ma anche e soprattutto in un&#8217;azione mirata, matura, capace di coniugare cambiamento, speranza nel futuro e opportunità e che porti le popolazioni locali</strong>, nel caso di specie gli eritrei, a vivere con dignità nel proprio Paese, lasciando che la migrazione rappresenti una scelta e non più una necessità.</p>
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		<title>L’impatto della migrazione musulmana in Europa e sull’Islam europeo</title>
		<link>https://www.mondodem.it/817/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 03 Nov 2017 22:52:46 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Policy brief]]></category>
		<category><![CDATA[#migrazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Islam]]></category>
		<category><![CDATA[Italia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Di Michele Gradoli Una migrazione “musulmana” Negli ultimi venti anni, le migrazioni musulmane verso l’Europa sono cresciute stabilmente&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><span style="color: #000000;"><em>Di Michele Gradoli</em></span></p>
<h3 id="una-migrazione-musulmana"><span style="color: #000000;">Una migrazione “musulmana”</span></h3>
<p><span style="color: #000000;">Negli ultimi venti anni, le migrazioni musulmane verso l’Europa sono <strong>cresciute stabilmente </strong>e stanno ridisegnando gli equilibri delle società mediterranee pertanto i Paesi europei sono chiamati a:</span></p>
<ul>
<li><span style="color: #000000;">garantire una <strong>gestione accettabile </strong>dei flussi migratori;</span></li>
<li><span style="color: #000000;">elaborare una strategia che tuteli i <strong>diritti fondamentali </strong>di ciascuno e il rispetto del <strong>pluralismo religioso</strong>;</span></li>
<li><span style="color: #000000;">garantire la <strong>sicurezza </strong>delle comunità nazionali (ed europea).</span></li>
</ul>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="color: #000000;">I dati dei flussi migratori del 2015 evidenziano come gran parte delle migrazioni esterne verso l’Europa proviene da <strong>Paesi islamici </strong>e dimostrano anche che l’Europa settentrionale (soprattutto la Germania e la Svezia) – e non i Paesi Arabi – è scelta come destinazione finale.</span></p>
<p><span style="color: #000000;"><a href="https://www.mondodem.it/wp-content/uploads/2017/11/1.png"><img fetchpriority="high" decoding="async" class="size-full wp-image-818 aligncenter" src="https://www.mondodem.it/wp-content/uploads/2017/11/1.png" alt="" width="650" height="314" srcset="https://www.mondodem.it/wp-content/uploads/2017/11/1.png 650w, https://www.mondodem.it/wp-content/uploads/2017/11/1-300x145.png 300w" sizes="(max-width: 650px) 100vw, 650px" /></a><a href="https://www.mondodem.it/wp-content/uploads/2017/11/2.png"><img decoding="async" class="size-full wp-image-819 aligncenter" src="https://www.mondodem.it/wp-content/uploads/2017/11/2.png" alt="" width="534" height="195" srcset="https://www.mondodem.it/wp-content/uploads/2017/11/2.png 534w, https://www.mondodem.it/wp-content/uploads/2017/11/2-300x110.png 300w" sizes="(max-width: 534px) 100vw, 534px" /></a></span></p>
<p><span style="color: #000000;">In   particolare, i dati dell’UNHCR dimostrano che la metà del 2015 ha rappresentato il momento più drammatico a causa dell’inasprirsi delle violenze jihadiste in Medio Oriente, nel Nord Africa e nell&#8217;Africa subsahariana.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Questa migrazione che potremmo definire “musulmana” solleva una serie di criticità che l’Unione europea e i Paesi UE devono considerare soprattutto in un momento in cui la presenza islamica è presentata come particolarmente problematica o addirittura minacciosa. D’altro canto, tuttavia, va riconosciuto che, nonostante i toni sensazionalistici delle cronache più recenti, la presenza islamica in Europa non è una novità: l’Islam è sempre stato l’<strong><em>alter ego </em></strong>con cui l’Europa si è confrontata nel corso dei secoli, alternando tensioni a periodi di convivenza pacifica.</span></p>
<p><span style="color: #000000;"><a href="https://www.mondodem.it/wp-content/uploads/2017/11/3.jpg"><img decoding="async" class="size-full wp-image-820 aligncenter" src="https://www.mondodem.it/wp-content/uploads/2017/11/3.jpg" alt="" width="426" height="538" srcset="https://www.mondodem.it/wp-content/uploads/2017/11/3.jpg 426w, https://www.mondodem.it/wp-content/uploads/2017/11/3-238x300.jpg 238w" sizes="(max-width: 426px) 100vw, 426px" /></a></span></p>
<p><span style="color: #000000;">Nel 2015, i musulmani in Europa erano il <strong>5,8% </strong>della popolazione (<a href="https://www.internazionale.it/notizie/2015/01/08/quanti-sono-i-musulmani-in-europa-davvero">INTERNAZIONALE</a>) e si tratta di una comunità destinata a crescere tanto che si stima che raggiungeranno l’<strong>8% </strong>della popolazione europea nel <strong>2030 </strong>(<a href="http://www.pewresearch.org/fact-tank/2016/07/19/5-facts-about-the-muslim-population-in-europe/">PEW</a>).</span></p>
<p><span style="color: #000000;">È comunque difficile fornire un quadro unitario della presenza islamica in Europa, perché a differenza di altri gruppi religiosi, i musulmani e le loro comunità costituiscono un insieme di tradizioni variegato, eterogeneo e caratterizzato da:</span></p>
<ul>
<li><span style="color: #000000;">Assenza di una <strong>gerarchia</strong>;</span></li>
<li><span style="color: #000000;">Coesistenza di diverse interpretazioni;</span></li>
<li><span style="color: #000000;">Tendenza alla <strong>frammentarietà</strong>.</span></li>
</ul>
<p><span style="color: #000000;">La recente diffusione del <strong>terrorismo jihadista </strong>inoltre ha complicato le relazioni con le comunità islamiche tanto che una delle conseguenze più gravi degli attentati è stato un aumento dell’<strong>islamofobia europea. </strong>In particolare, i Paesi UE più colpiti dall’ondata migratoria hanno dimostrato di avere opinioni sfavorevoli nei confronti dei musulmani confondendo così le <strong>migrazioni </strong>con lo stesso <strong>terrorismo </strong>che le ha originate.</span></p>
<p><span style="color: #000000;"><a href="https://www.mondodem.it/wp-content/uploads/2017/11/4.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-821 aligncenter" src="https://www.mondodem.it/wp-content/uploads/2017/11/4.jpg" alt="" width="664" height="399" srcset="https://www.mondodem.it/wp-content/uploads/2017/11/4.jpg 664w, https://www.mondodem.it/wp-content/uploads/2017/11/4-300x180.jpg 300w" sizes="auto, (max-width: 664px) 100vw, 664px" /></a></span></p>
<p><span style="color: #000000;">La brutalità dello Stato islamico, inoltre, anche in seguito ai spaventosi attacchi sul territorio europeo, ha incendiato i <strong>sospetti degli europei </strong>nei confronti dei musulmani accusati sempre più spesso di essere collegati/collegabili al crescente fenomeno del jihadismo europeo. Confondendo così le comunità islamiche con potenziali incubatori di terroristi, è cresciuto il rischio che si cada nella trappola dei terroristi intenzionati a aumentare il presunto <strong><em>clash of civilization </em></strong>con l’Occidente.</span></p>
<p><span style="color: #000000;"><a href="https://www.mondodem.it/wp-content/uploads/2017/11/5.png"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-822 aligncenter" src="https://www.mondodem.it/wp-content/uploads/2017/11/5.png" alt="" width="644" height="400" srcset="https://www.mondodem.it/wp-content/uploads/2017/11/5.png 644w, https://www.mondodem.it/wp-content/uploads/2017/11/5-300x186.png 300w" sizes="auto, (max-width: 644px) 100vw, 644px" /></a>Altro fattore, infine, che ha scatenato le insofferenze europee nei confronti dei musulmani e dei migranti è stata la combinazione della crisi migratoria con quella economica: le migrazioni, infatti, hanno suscitato paure diverse nei Paesi UE anche in seguito al timore che la crisi finanziaria, ancora non superata, potesse ulteriormente aggravarsi e impoverire ancora gli europei.</span></p>
<p><span style="color: #000000;"><a href="https://www.mondodem.it/wp-content/uploads/2017/11/6.png"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-823 aligncenter" src="https://www.mondodem.it/wp-content/uploads/2017/11/6.png" alt="" width="661" height="461" srcset="https://www.mondodem.it/wp-content/uploads/2017/11/6.png 661w, https://www.mondodem.it/wp-content/uploads/2017/11/6-300x209.png 300w" sizes="auto, (max-width: 661px) 100vw, 661px" /></a></span></p>
<p><span style="color: #000000;">È difficile tracciare una mappa demografica della futura concentrazione dei musulmani e dei migranti musulmani ma sarebbe molto utile e necessario per permettere ai policy-maker europei e nazionali di elaborare le migliori politiche di convivenza per le  popolazioni locali. È infatti necessario che la discussione politica superi la dimensione emergenziale della crisi migratoria e inizi a interrogarsi sull’impatto a lungo periodo che questa avrà sulle società europee: a causa della complessità delle loro origini, infatti, è altamente probabile che le migrazioni musulmane siano di <strong>lungo termine </strong>e destinate a mettere radici profonde in Europa. Da un lato, un segnale incoraggiante in questa direzione era rappresentato dall’<strong>Agenda europea sulle migrazioni </strong>e la relativa strategia di accoglienza delle quote di migranti fra i Paesi UE che avrebbe non solo migliorato la gestione dell’emergenza ma avrebbe anche disegnato la <strong>mappa demografica </strong>della futura presenza islamica.</span></p>
<p>&nbsp;</p>
<h3 id="lideologia-dellislamofobia"><span style="color: #000000;">L’ideologia dell’islamofobia</span></h3>
<p><span style="color: #000000;">I movimenti nazionalisti europei sono riusciti a connettere questi elementi (sicurezza, crisi migratoria, terrorismo, crisi economica e identità nazionali) creando una versione moderna e seducente dell’<strong>islamofobia</strong>.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Attualmente non esiste una definizione unica del termine/crimine “islamofobia” pertanto si considerano islamofobi quei sentimenti di <strong>paura</strong>, <strong>intolleranza </strong>e/o le <strong>discriminazioni </strong>nei confronti dei musulmani in virtù della fede professata.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">L’islamofobia moderna tende a rappresentarsi in 8 elementi:</span></p>
<p><span style="color: #000000;"><strong>1. unicità </strong>del mondo islamico: L’islamofobo concepisce il frastagliato mondo islamico come <strong>un’unica entità monolitica</strong>, priva di sfumature interpretative interne, nonostante proprio l’universo islamico ne rappresenti l’antitesi con la presenza delle sue scuole interpretative e la sua capacità nel corso dei secoli di diffondersi in Paesi e culture anche molto diverse fra di loro.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">2. <strong>separatezza </strong>della cultura islamica da quella europea: la cultura islamica è considerata <strong>separata </strong>da quella occidentale ed europea, tradizioni prima religiose e poi filosofico &#8211; giuridiche considerate <strong>inconciliabili, </strong>poiché nate e sviluppatesi in contesti ritenuti diversi e sostanzialmente divergenti. Questa seconda argomentazione è abbastanza diffusa, come dimostra la convinzione di gran parte degli europei che i musulmani vogliano <strong>distinguersi </strong>dagli europei.</span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="color: #000000;"><a href="https://www.mondodem.it/wp-content/uploads/2017/11/7.png"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-824 aligncenter" src="https://www.mondodem.it/wp-content/uploads/2017/11/7.png" alt="" width="310" height="418" srcset="https://www.mondodem.it/wp-content/uploads/2017/11/7.png 310w, https://www.mondodem.it/wp-content/uploads/2017/11/7-222x300.png 222w" sizes="auto, (max-width: 310px) 100vw, 310px" /></a></span></p>
<p><span style="color: #000000;"><strong>3. inferiorità </strong>dell&#8217;Islam al Cristianesimo: Secondo l&#8217;ideologia islamofoba, la tradizione islamica non solo si sarebbe sviluppata divergente da quella occidentale ma sarebbe anche <strong>carente di una serie di passaggi storici </strong>– considerati fondanti per l’Occidente – che invece avrebbero potuto avvicinarla alla laica e secolarizzata tradizione europea.</span></p>
<p><span style="color: #000000;"><strong>4. naturale opposizione </strong>dell’Islam all&#8217;Occidente: l’Islam è considerato come un <strong>nemico naturale </strong>dell’Occidente, intriso di quei valori che l’Europa ha cercato per secoli di reprimere e combattere, riuscendo a raggiungere un’ipotizzata identità laica.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">5. rifiuto delle <strong>analisi critiche </strong>e fusione della religione con le <strong>ideologie anti- occidentali e jihadiste</strong><strong>: </strong>l’Islam rifiuterebbe qualsiasi analisi critica all’interno del suo sistema valoriale in quanto ideologia politica oltre che religiosa, capace di incoraggiare i propri fedeli ad abbracciare la Guerra Santa o qualsiasi altra forma di ostilità nei confronti dell’Occidente.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">6. l&#8217;islamofobia come <strong>reazione naturale </strong>degli europei nei confronti dei musulmani: Secondo gli islamofobi, gli europei dovrebbero <strong>reagire anche in maniera aggressiva </strong>nei confronti di un’eventuale presenza islamica in Europa, giustificando qualsiasi tipo di discriminazione e considerando l’islamofobia stessa come un <strong>sentimento naturale </strong>per un occidentale. In particolare, la giustificazione di questo tipo di discriminazioni è uno dei caratteri più insidiosi perché spesso l’intento discriminatorio è <strong>dissimulato </strong>in quanto accompagnato da una serie di dissertazioni basate sulla necessaria <strong>difesa dei valori europei</strong>.</span></p>
<h3 id="lislamofobia-mascherata"><span style="color: #000000;">L’Islamofobia mascherata:</span></h3>
<p><span style="color: #000000;">Accade spesso che le argomentazioni islamofobe siano camuffate come <strong>protezione dell’identità democratica </strong>tipica delle società occidentali, presupponendo che la crisi di queste ultime sia dovuta anche alle ondate migratorie provenienti dai Paesi islamici e, d’altro canto, ammette <em>a priori </em>che i Paesi europei abbiano raggiunto un tale livello di democraticità e di garanzia del pluralismo interno.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Il rischio maggiore è che, utilizzando la democrazia come elemento “originalmente occidentale”, le teorie islamofobe riescono a penetrare fasce di popolazione sempre maggiori che altrimenti non assumerebbero posizioni razziste o conservatrici. Con questi presupposti, inoltre, va rilevato che recentemente l’islamofobia è divenuta centrale non solo del dibattito politico e culturale ma anche nei profili di alcuni partiti politici europei che l’hanno addirittura assunta come un dato caratteristico della propria missione politica.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Anche in questo caso, i dati confermano che i Paesi di primo approdo dei migranti sono quelli in cui l’islamofobia è più rappresentata anche nei partiti politici.</span></p>
<p><span style="color: #000000;"><a href="https://www.mondodem.it/wp-content/uploads/2017/11/8.png"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-825 aligncenter" src="https://www.mondodem.it/wp-content/uploads/2017/11/8.png" alt="" width="419" height="662" srcset="https://www.mondodem.it/wp-content/uploads/2017/11/8.png 419w, https://www.mondodem.it/wp-content/uploads/2017/11/8-190x300.png 190w" sizes="auto, (max-width: 419px) 100vw, 419px" /></a></span></p>
<h3 id="quali-sfide-per-lunione-europea-e-non-solo"><span style="color: #000000;">Quali sfide per l’Unione europea (e non solo)?</span></h3>
<p><span style="color: #000000;">Nel lungo periodo, una volta superata la gestione immediata dell’emergenza migratoria, sono tre le sfide alle quali l’Unione europea e gli Stati membri sono chiamati a rispondere:</span></p>
<h3 id="%c2%b7-protezione-della-sicurezza"><span style="color: #000000;">·         <u>Protezione della sicurezza</u></span></h3>
<p><span style="color: #000000;">È stato dimostrato che i fenomeni di radicalizzazione sono esterni ai circuiti religiosi e che non si assiste a una radicalizzazione dell’Islam ma a una “<strong>islamizzazione del radicalismo” </strong>(<a href="https://www.internazionale.it/opinione/olivier-roy/2015/11/27/islam-giovani-jihad">ROY</a>).</span></p>
<p><span style="color: #000000;">La collaborazione con le moschee e le organizzazioni religiose quindi è necessaria nell’individuazione e nell’isolamento dei soggetti pericolosi o a rischio ma non è sufficiente. Piuttosto è necessario avviare e rafforzare le operazioni di monitoraggio dei percorsi di formazione degli imam e delle attività dei gruppi islamisti online o in contesti a rischio come le carceri.</span></p>
<h3 id="%c2%b7-protezione-dalle-discriminazioni"><span style="color: #000000;">·         <u>Protezione dalle discriminazioni</u>:</span></h3>
<p><span style="color: #000000;">Viviamo un tempo in cui l’islamofobia ha raggiunto una <strong>diffusione </strong>inaccettabile e pericolosa, pertanto è necessario avviare un’azione di repressione dei fenomeni discriminatori e di incitamento all’odio sempre più diffusi.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Le strategie possibili sono:</span></p>
<ul>
<li><span style="color: #000000;">Produzione di una normativa repressiva dell’islamofobia, che definisca giuridicamente il termine “islamofobia” e ne sanzioni le espressioni. Tale soluzione tuttavia risulta di difficile attuazione perché richiederebbe un impegno ulteriore del legislatore in un periodo anche particolarmente ostile alla presenza islamica. Inoltre, l’elaborazione di una normativa del genere risulterebbe assai complicata perché allo stato attuale sembra assai arduo concordare una definizione del termine con le comunità islamiche che ancora non hanno firmato un’intesa con lo Stato italiano e che probabilmente potrebbero presentare un concetto di “islamofobia” più ampio rispetto anche agli orientamenti della Corte di Giustizia dell’Unione europea, come espressi nelle sentenze C-157/15 Achbita, Centrum voor Gelijkheid van kansen en voor racismebestrijding / G4S Secure Solutions e C-188/15 Bougnaoui e Association de défense des droits de l’homme (ADDH) / Micropole</span></li>
<li><span style="color: #000000;">Repressione dell’islamofobia in quanto discriminazione religiosa secondo la normativa già esistente (es. legge 25 giugno 1993, n. 205). Tale soluzione sembra di più facile attuazione perché non richiede all&#8217;ordinamento di dotarsi di strumenti ulteriori ma gli permette di attuare normative già disponibili la cui applicazione va incoraggiata e sostenuta.</span></li>
</ul>
<h3 id="%c2%b7-protezione-della-liberta-religiosa"><span style="color: #000000;">·         <u>Protezione della libertà religiosa</u></span></h3>
<p><span style="color: #000000;">La migrazione musulmana accrescerà il pluralismo culturale e religioso in Italia e nei Paesi UE che necessariamente dovranno dotarsi degli strumenti appropriati per il monitoraggio delle attività dei gruppi religiosi e dei training dei leader religiosi e per la protezione della libertà religiosa, anche attraverso la firma dell’intesa che, dopo il Patto per un Islam italiano firmato nel 2017 sembra essere più vicina.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">In attesa che si firmi l’intesa con le comunità islamiche, il Patto per un Islam italiano presenta un insieme completo degli impegni che comunità islamiche e Istituzioni si assumeranno per raggiungere gli obiettivi qui esposti e in particolare convergono in tale direzione le seguenti iniziative:</span></p>
<ul>
<li><span style="color: #000000;">L’alleanza nella lotta al terrorismo;</span></li>
<li><span style="color: #000000;">La collaborazione delle comunità islamiche con le istituzioni;</span></li>
<li><span style="color: #000000;">L’istituzione di un registro degli imam;</span></li>
<li><span style="color: #000000;">L’apertura dei luoghi di culto e delle comunità alla cittadinanza;</span></li>
<li><span style="color: #000000;">Il sostegno e l’affiancamento delle istituzioni nella costituzione e nella gestione delle comunità.</span></li>
</ul>
<h3 id="lalleanza-con-le-comunita-islamiche-nella-gestione-del-fenomeno-migratorio"><span style="color: #000000;">L’alleanza con le comunità islamiche nella gestione del fenomeno migratorio</span></h3>
<p><span style="color: #000000;">La collaborazione con le comunità islamiche deve uscire dai binari stretti del binomio <strong>jihadismo-sicurezza </strong>e abbracciare campi più ampi producendo un’alleanza anche nella <strong>gestione del fenomeno migratorio </strong>perché:</span></p>
<p><span style="color: #000000;">&#8211; le comunità islamiche possono dotarsi più facilmente di un <strong>linguaggio comune </strong>con i migranti musulmani;</span></p>
<p><span style="color: #000000;">&#8211; le migrazioni musulmane hanno un <strong>impatto anche sull’Islam europeo</strong>. L’incontro, infatti, dei migranti musulmani con le comunità islamiche europee potrebbe dare differenti output:</span></p>
<ul>
<li><span style="color: #000000;">Le comunità islamiche europee più strutturate e meglio organizzate potrebbero includere i migranti musulmani. Le comunità islamiche europee potrebbero essere incluse nella formulazione delle politiche e nelle operazioni di accoglienza.</span></li>
<li><span style="color: #000000;">Gruppi di migranti musulmani potrebbero costruire nuove comunità nei territori dove la presenza islamica non è consistente.</span></li>
<li><span style="color: #000000;">Altre e nuove comunità islamiche potrebbero crearsi sulla base della nazionalità dei migranti. Questo tipo di comunità potrebbero complicare i processi di inclusione sociale.</span></li>
<li><span style="color: #000000;">L’ultima opzione è rappresentata dallo scontro delle comunità islamiche europee e i gruppi dei migranti a causa di differenze ideologiche o – più probabilmente – per stabilire un’influenza su un territorio o su una comunità. Quest’ultima prospettiva potrebbe rallentare o bloccare i processi di inclusione sociale. Tuttavia tale scenario potrebbe essere prevenuto con lo studio dell’origine dei migranti.</span></li>
</ul>
<p>&nbsp;</p>
<h3 id="quale-ruolo-per-la-politica"><span style="color: #000000;">Quale ruolo per la politica?</span></h3>
<p><span style="color: #000000;">La lotta all’islamofobia e alle tensioni che accompagnano il tema islamico in Europa spesso escono dall’ambito del Diritto e dall’azione delle Istituzioni tanto da richiedere un impegno più ampio ai <strong>cittadini </strong>e <em>in primis </em>alla <strong>Politica</strong>:</span></p>
<ul>
<li><span style="color: #000000;"><strong>Responsabilità </strong>nell’espressione: gran parte del clima di intolleranza è spesso acceso e esasperato da dichiarazioni aggressive che, amplificate dai mezzi di stampa e dai social media, possono concretizzarsi in azioni discriminatorie reali. In particolare, accade che la sovraesposizione della presenza islamica nei media e nel dibattito politico combinata all’utilizzo costante di toni violenti contribuisce a “normalizzare” l’islamofobia.</span></li>
<li><span style="color: #000000;"><strong>Affidabilità </strong>delle azioni: in un tempo di post-verità e <em>fake news</em>, la politica è chiamata a testimoniare concretamente la possibilità della convivenza pacifica e a collegare oggi più che mai pensiero e azioni, dichiarazioni con numeri e fatti visibili e concreti che facciano riacquistare la fiducia dei cittadini, soprattutto rispetto a un tema in cui l’odio razziale e religioso sta raggiungendo livelli preoccupanti e rischiosi.</span></li>
<li><span style="color: #000000;"><strong>Riconoscibilità </strong>degli obiettivi: è necessario che la politica torni a essere compresa dai cittadini e che le politiche siano seguite da spiegazioni esaustive e chiare per la popolazione che potrebbe confondere le finalità e gli obiettivi delle azioni. In particolare, le misure anti-terrorismo vanno spiegate con chiarezza per evitare che siano percepite come azioni anti-Islam, come è avvenuto in altri Paesi europei, complicando così le relazioni con le comunità islamiche e scatenando gli scenari più favorevoli alla diffusione del jihadismo.</span></li>
</ul>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="color: #000000;">*LUISS Guido Carli, Professore a contratto di “<em>Islam in Europa: migrazioni, integrazione e sicurezza</em>” nell’anno accademico 2017/2018</span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Il presente paper rappresenta il contributo dell&#8217;autore per la conferenza &#8220;La politica estera ed europea dell&#8217;Italia: le proposte del PD&#8221;. Esso non impegna in alcun modo il Partito e il suo programma. </em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/817/">L’impatto della migrazione musulmana in Europa e sull’Islam europeo</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
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		<title>La sfida delle migrazioni per l’Italia e l’Europa: come affrontarne i rischi e coglierne le opportunità</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 01 Nov 2017 16:29:23 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Policy brief]]></category>
		<category><![CDATA[#migrazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[Italia]]></category>
		<category><![CDATA[Libia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Roberto Forin* Attualmente, in Italia e altrove in Europa, sembra che “come affrontare i rischi”, reali o percepiti,&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/770/">La sfida delle migrazioni per l’Italia e l’Europa: come affrontarne i rischi e coglierne le opportunità</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><span style="color: #000000;"><em>Roberto Forin*</em></span></p>
<p>Attualmente, in Italia e altrove in Europa, sembra che “<em>come affrontare i rischi</em>”, reali o percepiti, legati ai flussi migratori si sia delineata come una imprescindibile priorità politica, spesso invocata come reazione necessaria all’affermarsi di una forte retorica populistica anti-immigrazione. Ne sono un buon esempio le recenti iniziative Italiane nel Mediterraneo, e particolarmente in Libia, mirate al contenimento dei flussi. Tuttavia, nonostante la loro efficacia di breve termine, nel medio-lungo termine tali politiche rischiano di dimostrarsi inefficaci e, peggio ancora, controproducenti, come cercherò di dimostrare.</p>
<p>Le “<em>migrazioni</em>” non sono né un fenomeno contemporaneo né temporaneo. Sono parte integrante di più ampi processi di trasformazione sociale ed economica, legati alla globalizzazione. Come è stato più volte evidenziato da numerosi economisti e sociologi, le migrazioni stanno già dando un importante contributo alla crescita economica e alla trasformazione sociale del nostro paese. Ecco perché, anche in Italia, una prospettiva di medio-lungo termine, mirante a “cogliere le opportunità” legate a tale contributo, dovrebbe fare parte integrante di ogni discussione riguardante le politiche migratorie.</p>
<p>Detto ciò, considerando la complessità della questione e la brevità di questo paper il mio contributo si limiterà all’analisi di alcune delle più recenti iniziative in Libia e Italia. L’obiettivo è quello di identificare alcuni dei rischi e delle opportunità legati a tali iniziative e presentare alcune proposte concrete di policy ad esse associate.</p>
<p><strong><em><u>Politiche migratorie nel Mediterraneo</u></em></strong></p>
<p>Dopo il picco di arrivi attraverso la cosiddetta rotta balcanica nel 2015/2016, la rotta del Mediterraneo centrale è ridiventata la principale porta d’entrata verso l’Europa. Nel 2016, più di 180.000 migranti irregolari, di cui la stragrande maggioranza diretta verso Italia, sono stati intercettati nel Mediterraneo centrale. Il 2016 è anche stato l’anno record per le vittime in mare, con più di 4.500 vittime durante la traversata. Nel 2017, al 31 Ottobre, 111.397 migranti  avevano raggiunto le coste Italiane, 95% dei quali provenienti dalla Libia. I primi cinque paesi di origine, per ordine di importanza, erano Nigeria (16%), Guinea (9%), Bangladesh (8%), Costa d’Avorio (8%), Mali (6%)</p>
<p>In Libia, gli sforzi del governo Italiano si sono concentrati sulla riduzione delle partenze verso l’Italia. Negli ultimi mesi, questo approccio ha portato a una significativa riduzione degli arrivi (80% in meno rispetto a Ottobre rispetto al 2016). Tuttavia, in seguito a tale riduzione, una serie di nuove problematiche sono emerse (o si sono acuite) in Libia.</p>
<p><strong>L’effetto più preoccupante, ampiamente dibattuto nelle ultime settimane, è il  numero crescente  di migranti bloccati nel Paese, esposti a sistematiche violazioni dei diritti </strong><strong>umani, particolarmente nei centri di detenzione per migranti. </strong>In Libia, il conflitto e l’instabilità hanno portato al collasso dello stato di diritto in vaste aree. Approfittando dell’impunità, molte milizie, gruppi criminali e individui partecipano allo sfruttamento e agli abusi dei migranti, particolarmente nei centri di detenzione.</p>
<p><strong>Nel contesto Libico, un approccio di breve termine basato esclusivamente sul contenimento dei flussi rischia di rivelarsi controproducente nel medio/lungo termine. </strong> Diverse ricerche hanno documentato come la discriminazione e gli abusi verso i migranti, causando il loro progressivo “disempowerment”, piuttosto che “contenerli” in Libia rischia semplicemente di spingerli verso la decisione  di continuare il viaggio verso paesi più sicuri, quali l’Italia.</p>
<p><strong>Nel lungo termine l’approccio attuale rischia di compromettere ulteriormente la già  fragile economia locale Libica, l’economia della regione del Sahara e, per finire, la stabilità dell’intera area.  </strong>L’approccio attuale sottovaluta il fatto che la Libia è storicamente, e rimane a tutt’oggi, la destinazione di molti migranti, soprattutto di quelli provenienti dai Paesi affacciati sull’altra sponda del deserto.  Particolarmente nel sud della Libia, i migranti forniscono un contributo fondamentale all’economia della regione. Inoltre, attraverso le rimesse e i movimenti stagionali, essi contribuiscono positivamente all’economie delle loro Nazioni d’origine.</p>
<p><strong><em><u>Politiche migratorie in Italia</u></em></strong></p>
<p>In Italia ci sono approssimativamente 2.700.000 lavoratori stranieri. Fra questi, circa 600.000 lavorano come badanti, baby-sitter e personale domestico, 450.000 lavorano in agricoltura e circa 250.000 nell’edilizia. Negli ultimi quattro anni il numero di imprese gestite da lavoratori stranieri è aumentato del 20%,  arrivando a rappresentare il 10% del totale delle piccole imprese Italiane. Nel 2016 il loro contributo all’economia nazionale è stato stimato intorno ai 123 miliardi di Euro, il 9% del PIL.</p>
<p>Appare dunque chiaro come, al di là della gestione dei flussi attraverso il Mediterraneo, la creazione in Italia delle condizioni appropriate affinché le migrazioni possano continuare a contribuire all’economia del paese sia un obiettivo di  fondamentale importanza. In tal senso, le politiche migratorie dovrebbero essere viste come delle opportunità per rilanciare l’innovazione e il capitale umano nel nostro Paese.</p>
<p>L’introduzione dello <em>Ius solis</em> e dello <em>Ius culturae, </em>in discussione al Senato, darebbe un contributo positivo concreto all’integrazione di un numero significativo di famiglie di stranieri in Italia. Tuttavia, tale iniziativa dovrebbe essere accompagnata da altre misure miranti alla creazione di un sistema di accesso dei lavoratori stranieri al mercato del lavoro più organizzato, efficiente e trasparente. Tali misure contribuirebbero simultaneamente alla riduzione  del numero di lavoratori stranieri irregolari presenti sul territorio e  all’integrazione dei lavoratori stranieri regolari.</p>
<ol>
<li><strong><u>Proposte di politiche migratorie in Libia </u></strong></li>
</ol>
<p><strong>Nel breve periodo: rafforzare la protezione dei migranti nei centri di detenzione e l’accesso ai servizi di base</strong></p>
<p>L’affermarsi in Libia di un governo centrale legittimo e efficiente rimane un obiettivo distante. Il controllo del territorio da parte del Governo di Unità Nazionale, presieduto dal Primo Ministro Fayez al Sarraj, rimane estremamente limitato e gli ultimi sviluppi sul terreno non lasciano intravedere una soluzione rapida a tale situazione di impasse. Ciononostante, pur rimanendo realista rispetto ai progressi che il paese Nord Africano può compiere nella gestione dei flussi migratori, l’Italia dovrebbe fissarsi una serie di chiari obbiettivi  strategici di breve e medio termine in tale ambito. Tali obbiettivi dovrebbero formare parte integrante di più ampie relazioni diplomatiche fra i due Paesi, nonché del ruolo che l’Italia dovrebbe rivestire nelle politiche riguardanti la zona del Mediterraneo sia a livello bilaterale che nell’ambito delle politiche Europee.</p>
<p>In linea con l’art. 5 dell’accordo fra il Governo Italiano e il Governo di Unità Nazionale Libico stipulato a Roma il 2 Febbraio 2017 e con i principi dei precedenti accordi fra i due paesi (2012 e 2008), qualsiasi tipo di supporto alle autorità libiche dovrà essere condizionato al rispetto dei diritti dei migranti. Tale supporto include le attività di rafforzamento delle capacità e di supporto tecnico ai centri di detenzione previsti dall’art. 2 del suddetto accordo nonché le azioni intese a rafforzare la capacità della Libia di controllo delle frontiere proposte dall’Italia e dalla Commissione Europea e finanziate attraverso il Fondo Fiduciario EU-Africa (€46 milioni)</p>
<p>In questa prospettiva, le misure che dovrebbero essere immediatamente adottate dalle autorità Libiche includono:</p>
<ul>
<li>La chiusura dei centri di detenzione che agiscono in violazione della giurisdizione del Dipartimento per la Lotta alla Migrazione Illegale (DCIM).</li>
<li>La cessazione della detenzione arbitraria dei migranti;</li>
<li>L’apertura di indagini sui rapporti di violazioni dei diritti umani da parte dei funzionari governativi</li>
<li>Il miglioramento delle condizioni di detenzione nei centri gestiti dal Dipartimento per la lotta alla Migrazione Illegale (DCIM)</li>
</ul>
<p>Per facilitare l&#8217;attuazione di tali misure, l&#8217;accesso ai centri di detenzione da parte dell&#8217;Alto Commissario delle Nazioni Unite per i rifugiati (UNHCR), dell&#8217;Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (IOM), nonché delle organizzazioni della società civile libica dedite alle attività di monitoraggio delle condizioni nei centri di detenzione dovrebbero essere facilitati dal Governo di Unità Nazionale.</p>
<p>Al fine di perseguire gli obiettivi summenzionati, il Governo italiano potrebbe fare riferimento all&#8217;art. 3 dell’accordo del 2017, che prevede la creazione di un comitato direttivo per accompagnare l&#8217;attuazione dei termini dell&#8217;accordo.</p>
<p><strong>Nel medio-lungo periodo: riforma del quadro giuridico e rilancio dell’economia locale </strong></p>
<p>Il prerequisito essenziale per l’attuazione di una strategia di medio-lungo periodo nell’ambito delle politiche migratorie in Libia è il progressivo consolidamento di un governo centrale legittimo, stabile e capace di affermare la propria autorità sulla totalità del territorio. In tal senso, l’adozione del progetto costituzionale approvato dal Governo di Unità Nazionale nel Luglio del 2017, ancora in corso di negoziazione fra i vari centri di potere, sembra essere un primo e fondamentale passo.</p>
<p>In questa prospettiva, una strategia di medio-lungo termine dovrebbe mirare al  riconoscimento delle esigenze di protezione dei migranti vulnerabili e dei richiedenti asilo in Libia, alla promozione della loro integrazione nella  struttura socio economica libica attraverso il miglioramento delle condizioni di lavoro dei lavoratori stranieri nel paese. Dovrebbero invece essere evitati  interventi miranti a “sigillare” i confini meridionali libici con il Ciad, il Niger e il Sudan. Tali misure comprometterebbero le attuali dinamiche di mobilità nella regione, basati sull’informalità, sulla porosità delle frontiere e sulla migrazione stagionale. Rischierebbero quindi di avere conseguenze negative per le economie locali, creando in ultima istanza un terreno fertile per l’aumento delle attività di contrabbando e di traffico di esseri umani piuttosto che per una loro riduzione.</p>
<p>Sulla base di queste premesse, le seguenti azioni dovrebbero essere avviate:</p>
<ol>
<li><u> Promuovere la adozione di una legge nazionale sul asilo e la decriminalizzazione del reato d’immigrazione clandestina. </u></li>
</ol>
<p>La Libia, pur non essendo parte contraente della Convenzione di Ginevra, ha tuttavia ratificato la Carta africana dei diritti dell’uomo e dei popoli (1981), che all’art. 12 riconosce il diritto di ricercare e ricevere asilo in territorio straniero e vieta le espulsioni collettive. Ha inoltre ratificato la Convenzione sugli aspetti propri ai problemi dei rifugiati in Africa, che prevede, all’art. II, il divieto di refoulement. L’Italia dovrebbe supportare la trasposizione dell’istituto dell’Asilo Politico e del principio di <em>non-refoulement </em>nella giurisdizione nazionale. Fra l’altro è importante far notare che il riconoscimento di tali principi è contenuto nella bozza di costituzione sopra menzionato che all’art. 14 stabilisce che <em>“lo Stato garantisce l’Asilo Politico. E’ proibita il trasferimento dei rifugiati politici con l’eccezione dei tribunali internazionali, le cui condizioni e circostanze sono stabilite per legge” </em>(traduzione del autore).</p>
<p>Inoltre, la revisione dell’attuale Legge 19 del 2010 sulla “lotta all’immigrazione clandestina” dovrebbe essere considerata. Criminalizzando l’immigrazione irregolare, questo quadro giuridico esclude <em>de iure</em> e <em>de facto</em> ogni possibile iniziativa nell’ambito delle alternative ala detenzione, che potrebbero altrimenti messe in atto attraverso il supporto della comunità internazionale.</p>
<p>Al fine di perseguire tali obiettivi di medio termine l’Italia dovrebbe impegnarsi  sia sul fronte del supporto alle autorità Libiche che attraverso una posizione di leadership in ambito Europeo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<ul>
<li>In Libia l’Italia dovrebbe appoggiare la formazione e i lavori del Consiglio Nazionale per i Diritti Umani, uno degli organismi costituzionali indipendenti previsti dalla sopra citata bozza di Costituzione (art. 159). Fra le funzioni di tale organismo la bozza di costituzione prevede il monitoraggio del rispetto dei diritti umani, la difesa dei diritti inscritti nel testo costituzionale, la ratifica e/o accessione dei trattati internazionali in difesa dei Diritti Umani e la cooperazione con organizzazioni nazionali e internazionale in questo ambito.</li>
</ul>
<p>&nbsp;</p>
<ul>
<li>A livello Europeo, l’Italia dovrebbe inserire le sopra citate riforme legislative come una delle tappe di una più ampia strategia volta a rilanciare le discussioni per l&#8217;inclusione della Libia nella Politica Europea di Vicinato (ENP)</li>
</ul>
<p>&nbsp;</p>
<ol start="2">
<li><u>Rilanciare lo sviluppo socio-economico e l’inclusione dei migranti nella economia locale </u></li>
</ol>
<p>Al di là dell&#8217;obiettivo immediato della stabilizzazione del Paese, il recupero della economia libica è una precondizione essenziale per la messa in atto di qualsiasi politica migratoria fruttuosa. Rilanciare l’economia locale significherebbe creare delle opportunità che riporterebbero molti trafficanti verso la legalità e, allo stesso tempo, aumenterebbero le occasioni di lavoro a favore dei migranti provenienti dall’Africa Subsahariana e altrove.  Appare quindi chiaro come il rilancio dell’economia libica, particolarmente a livello locale, debba essere una delle priorità del governo italiano nel medio termine.</p>
<p>L’iniziativa del Forum Economico di Agrigento, tenutosi nel Luglio 2017, segna sicuramente un primo passo nella giusta direzione. Tuttavia sarebbe opportuno andare al di la degli aspetti meramente economici con iniziative collaterali miranti al rafforzamento della cooperazione fra l’Italia e la Libia in altri importanti settori, quali ad esempio la cultura e l’educazione. Alcuni dei punti inclusi nel trattato di amicizia Italo-Libico del 2008 (articolo 15 e articolo 16) rappresenterebbero un precedente di cooperazione interessante in questo ambito e potrebbero quindi essere riesaminati con le controparti libiche.</p>
<ul>
<li>Lo sviluppo socio-economico, gli scambi culturali e la cooperazione nell’ambito dell’alta formazione in Libia dovrebbero essere incluse nelle priorità del “Fondo Africa” 2017-2020</li>
</ul>
<p>Il rilancio dello sviluppo socio-economico e l’inclusione dei migranti nelle economie locali sono anche punti chiave del piano d’azione varato a La Valletta nel 2015, fortemente voluto dall’Italia. Tuttavia, solamente 42 dei 136 milioni di euro stanziati dal Fondo Fiduciario Europeo per l’Africa per le attività nel paese libico saranno destinati allo sviluppo locale. Anche in questo caso è importante notare come la bozza di costituzione del 29 luglio fornirebbe un quadro giuridico adeguato per questo tipo di iniziative, sia a livello bilaterale che europeo. L’articolo 159 della bozza di costituzione sancisce che <em>“… le unità di  governo locale stabiliscono, sotto la supervisione dal governo centrale, relazioni di partenariato e cooperazione all’estero con l’ obiettivo di supportare uno sviluppo equo e sostenibile.” </em>(traduzione del autore).</p>
<ul>
<li>L’Italia dovrebbe farsi promotrice a livello europeo di un aumento del budget stanziato per lo sviluppo socio-economico e la <em>governance</em> a livello municipale e regionale. Sul piano bilaterale l’Italia dovrebbe provvedere supporto tecnico alle istituzioni locali e nazionali libiche per un uso efficace e trasparente dei fondi (gestione dei progetti, <em>monitoring &amp; evaluation).</em></li>
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<li><strong><u>Proposte di politiche migratorie in Italia </u></strong></li>
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<p>E’ estremamente importante evitare di accreditare la percezione, attualmente abbastanza diffusa in molti paesi del Nord Africa e dell’ Africa Subsahariana, che la Comunità Europea e l’Italia vogliano trasformare la Libia nei guardiani dell’ Europa, a ogni costo. Occorre quindi dare dei segnali forti di apertura e dimostrare che l’Italia e l’Europa sono anche disposte a mettersi in gioco direttamente. In tal senso, il dialogo bilaterale e multilaterale con i Paesi africani nell’ ambito dei canali di migrazione legale, quali i visti di studio e lavoro, i programmi di <em>resettlement</em> e i corridoi umanitari, vanno rilanciati. Non si tratta solamente di rispondere ad un imperativo morale e a interessi di politica estera: l’apertura di canali di migrazione legale ha il potenziale di ridurre gli arrivi di migranti irregolari in Italia, creando allo stesso tempo le condizioni necessarie affinché la forza lavoro dei migranti possa contribuire allo sviluppo economico e alla prosperità del Paese.</p>
<p>Anche in questo caso, l’Italia dovrebbe combinare un impegno bilaterale con i partner africani (in linea con il “Fondo Africa” di recente costituzione) con una leadership più incisiva e dinamica a livello europeo, dove l’Italia dovrebbe <em>“lead by example”</em> e attraverso un protagonismo rinnovato nei dialoghi esistenti.</p>
<ul>
<li>Sulla base di accordi bilaterali con i principali Paesi d’origine dei migranti in Italia, l’Italia dovrebbe aumentare le attuali quote lavoro annuali (solamente 30.000 nel 2017), il numero dei visti per studio e delle borse di studio (in linea con le iniziative europee Erasmus e Blue Card)</li>
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<li>L’Italia dovrebbe contribuire al programma di <em>resettlement </em>dell’ Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (ACNUR) e promuovere i corridoi umanitari (vedi l’iniziativa della comunità di Sant’Egidio), permettendo alle organizzazioni e comunità locali di assumere responsabilità per gestire direttamente il <em>resettlement</em> dei richiedenti asilo e la loro accoglienza.</li>
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<li>A livello europeo, in linea con il lavoro intrapreso attraverso il <em>Migration Compact</em> del 2015, l’Italia dovrebbe assumere la leadership per l’implementazione della seconda priorità del piano d’azione di La Valletta, “Migrazioni legali e mobilità”, attraverso i processi di Rabat e Khartoum e il <em>“Migration and Mobility Dialogue”.</em></li>
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<p><em>Questa proposta si basa sulle ricerche riguardanti le esperienze dei migranti bloccati in Libia durante il conflitto del 2011, effettuate presso l’università di Oxford e per il Humanitarian Policy Group del Overseas Development Institute (vedi https://www.odi.org/sites/odi.org.uk/files/resource-documents/10527.pdf ). </em><em>Si basa anche, in parte, sul risultato delle ricerche sullo sfruttamento lavorativo dei migranti nel settore dell’ agricoltura realizzate per il Migration Policy Group del Istituto Universitario Europeo di Firenze (pubblicazione in corso).  </em></p>
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<p>* Roberto Forin lavora come responsabile della ricerca per I’International Centre for Migration Policy Development (ICMPD) con sede a Vienna, dove coordina un progetto di ricerca sulla tratta lungo le rotte migratorie in Europa e si occupa di migrazione nei paesi in crisi, in particolare la Libia . Prima di entrare all’ICMPD, ha lavorato come Vice Capomissione per il Comitato Internazionale della Croce Rossa (CICR) in Grecia nel 2015/2016. Roberto ha oltre dieci anni di esperienza nella protezione e assistenza dei rifugiati e delle popolazioni sfollate in zone di conflitto in Africa, Medio Oriente e Sud America, principalmente con il CICR e l&#8217;Organizzazione internazionale per le migrazioni (IOM). Dal 2014, dopo un anno di studi sulle migrazioni  presso l&#8217;Università di Oxford, ha approfondito le problematiche migratorie nel Mediterraneo e nel Nord Africa come ricercatore e operatore umanitario. A Oxford, ha condotto ricerche sull’“immobilità involontaria” e sulle migrazioni in paesi in crisi. Successivamente, ha collaborato con il Migration Policy Center presso l&#8217;Istituto Universitario Europeo di Firenze e il Humanitarian Policy Group presso l&#8217;Overseas Development Institute per delle ricerche sullo sfruttamento lavorativo dei migranti in Italia e sulla protezione dei migranti in Libia.</p>
<p><em>Il presente paper rappresenta il contributo dell&#8217;autore per la conferenza &#8220;La politica estera ed europea dell&#8217;Italia: le proposte del PD&#8221;. Esso non impegna in alcun modo il Partito e il suo programma. </em></p>
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