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	<title>Nucleare Archivi &#8211; MondoDem</title>
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	<title>Nucleare Archivi &#8211; MondoDem</title>
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		<title>Germania: A occhi chiusi nel neutralismo?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Michelangelo Freyrie]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 16 May 2020 16:01:14 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[Lo stato della sinistra]]></category>
		<category><![CDATA[Germania]]></category>
		<category><![CDATA[NATO]]></category>
		<category><![CDATA[Nucleare]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Dal 1982, quando Helmut Schmidt venne sfiduciato dal suo stesso partito per aver approvato lo schieramento di missili&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-drop-cap">Dal 1982, quando Helmut Schmidt venne sfiduciato dal suo stesso partito per aver approvato lo schieramento di missili Pershing americani, l’SPD tedesco si dibatte fra pacifismo a oltranza e posizioni più moderate e realiste, sia riguardo gli interventi armati all’estero che riguardo il nucleare. La diatriba ha però assunto tutta una nuova dimensione. La politica di difesa tedesca, infatti, si è ormai trasformata in terreno di scontro fra l’ala più tradizionalmente euro-atlantica del partito e il nuovo corso, pseudo-corbynista, dei nuovi segretari Esken e Borjan.</p>



<p>Come è spesso il caso, i socialdemocratici manifestano platealmente movimenti tettonici che riguardano in realtà dinamiche interne a tutta la sinistra tedesca. In marzo, un <a href="https://www.zeit.de/politik/deutschland/2020-03/gruen-rot-rote-koalition-bundestagswahl-waehlerumfrage" target="_blank" rel="noreferrer noopener">sondaggio </a>aveva suggerito che, per la prima volta da anni, una coalizione verde-rossa-rossa (quindi fra ecologisti, socialdemocratici e sinistra radicale Linke) avrebbe potuto formare una maggioranza parlamentare. L’occasione sembra aver suscitato <a href="https://www.spiegel.de/politik/deutschland/linke-parteispitze-draengt-auf-rot-rot-gruen-a-038f894f-9730-4059-82d7-fd10f0fe8e33" target="_blank" rel="noreferrer noopener">sommovimenti </a>in seno ai tre partiti per accelerare una possibile convergenza di tutto il campo progressista.</p>



<p>A dire il vero, già durante le trattative per l’abortito governo CDU-Verdi-Liberali, gli ecologisti si erano mostrati molto concilianti su interventi militari e budget della difesa, una tendenza che si è solo rafforzata negli ultimi sei mesi. A suo modo, anche la Linke si era mossa, nominando a sorpresa il grande vecchio Gregor Gysi portavoce per la politica estera ed impedendo così l’elezione di candidati più smaccatamente sovranisti ed anti-atlantisti.</p>



<p>La trasformazione della politica di difesa socialdemocratica non sarà altrettanto indolore. Il dibattito sul merito, infatti, si accavalla alla resa dei conti fra la nuova segreteria di Esken e Borjan e il cosiddetto <em>Seeheimer Kreis</em>, la corrente di appartenenza di notabili quali il ministro Olaf Scholz, l’ex cancelliere Gerhard Schröder, l’ex candidato cancelliere Martin Schulz, il presidente della repubblica ed ex ministro degli esteri Frank Walter Steinmeier.</p>



<p>Che lo scontro fosse nell’aria si era capito a inizio anno, quando il portavoce per la difesa Fritz Felgentreu (un membro diciamo ‘non praticante’ del <em>Seeheimer</em>) presentò la <a href="https://www.swp-berlin.org/10.18449/2020A19/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">nuova proposta</a> SPD per la difesa europea, che prevedeva una piccola formazione militare a disposizione della Commissione, abbastanza autonoma per poter intervenire in focolai di crisi e idealmente un primo germe di un futuro esercito europeo. Il risultato fu qualche rilancio di agenzia, discussione fra i soliti noti, poi nulla. In molti sospettarono che l’iniziativa sia stata affossata dalla segreteria, generalmente poco entusiasta di qualsiasi cosa in mimetica, con o senza la bandierina a dodici stelle.</p>



<p>Poi è arrivato il caso Högl. La miccia che ha dato fuoco allo scontro è stata la scadenza del mandato di Hans-Peter Bartels, il <em>Wehrbeauftragter, </em>o plenipotenziario del Bundestag in materia di difesa: figura unica all’ordinamento tedesco, è il garante della supremazia del parlamento sulle forze armate, vigila affinché l’esercito promuova valori democratici e funge da ombudsman per le truppe. In tale ruolo, Bartels si era molto impegnato affinché la Bundeswehr godesse di un budget adeguato, indicando per di più l’integrazione europea come obiettivo morale e civico per l’esercito tedesco.  A lui è succeduta &nbsp;la giurista Eva Högl, scelta dalla nuova segreteria. Högl non ha alcuna esperienza nel campo né sembra nutrire alcun interesse per le questioni strategiche, preferendo concepire il proprio ruolo come semplice “avvocato dei soldati”.</p>



<p>La terza e più recente polemica interna alla SPD sulle questioni della difesa è ancora in corso e riguarda la condivisione nucleare. Come in Italia, la Luftwaffe ha la responsabilità di impiegare armi nucleari americane stanziate sul territorio tedesco in caso di <em>escalation</em> nucleare, una politica NATO osteggiata da molti socialdemocratici. La Repubblica Federale dovrebbe decidere a breve l’acquisto di aerei che vadano a sostituire i vecchi caccia Tornado,  gli unici nell’arsenale tedesco armabili con le bombe B-61 statunitensi. Cogliendo la palla al balzo, il segretario (assieme a molti altri) si è <a href="https://www.tagesschau.de/inland/nukleare-teilhabe-streit-101.html" target="_blank" rel="noreferrer noopener">opposto </a>fermamente alla possibilità che in Germania possano rimanere “armi disumane” operate da un presidente “imprevedibile”: il problema, secondo Borjans, sarebbe quindi l’America di Trump. La condivisione nucleare, tuttavia, è un elemento fondamentale per il rapporto transatlantico, e quindi ingombrante e difficile da rimuovere. Un suo ritiro susciterebbe, a dire dei suoi sostenitori, seri dubbi sulla volontà tedesca di farsi carico della difesa collettiva della NATO. &nbsp;</p>



<p>La polemica infuria, con grandi firme giornalistiche (ma anche il grande storico di rito schmidtiano Heinrich Winkler) che accusano il partito di rinunciare alla responsabilità di governo. Ciò che fa più impressione è forse quanto queste scelte, forse legittime se lette isolatamente, giungano al termine di un sistematico rifiuto di considerare qualsiasi alternativa, a partire dal rafforzamento della difesa europea. Per quanto diverse figure nel partito e nella fondazione FES cerchino un consenso europeo in materia di difesa, essi rischiano di perdere ogni tipo di copertura politica a Berlino. E anche se è difficile vedere malignità in quella che è una “semplice” resa dei conti interna, il vero rischio è che l’SPD scivoli per sbaglio in quella neutralità isolazionista che sembrava aver superato con Willy Brandt.&nbsp;</p>
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		<title>Un Nobel per la pace contro il nucleare</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 08 Oct 2017 19:58:23 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Esteri a confronto]]></category>
		<category><![CDATA[#ICAN]]></category>
		<category><![CDATA[#Nobel]]></category>
		<category><![CDATA[#people]]></category>
		<category><![CDATA[Nucleare]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Di Annalisa Perteghella È morto lo scorso maggio a 78 anni Stanislav Petrov, tenente colonnello sovietico che la&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Di Annalisa Perteghella</em></p>
<p><strong>È morto lo scorso maggio a 78 anni Stanislav Petrov, tenente colonnello sovietico che la notte del 26 settembre 1983 era di servizio in un bunker alle porte di Mosca con il compito di monitorare i possibili missili in arrivo dagli Stati Uniti.</strong> Erano gli anni della Guerra fredda, quella vera, dell’Impero del male e dei bunker anti-atomici costruiti nelle maggiori città europee. Quella notte nel sistema si accese una luce rossa, segnale che un missile statunitense era in arrivo. In una manciata di secondi Petrov, che avrebbe dovuto trasmettere l’informazione ai piani superiori dai quali sarebbe poi partito l’ordine della rappresaglia, concluse che non poteva trattarsi di un vero allarme e si trattenne dal comunicarlo: la rappresaglia massiccia sovietica avrebbe certamente comportato il lancio (questa volta vero) dei missili statunitensi, con il risultato dell’Apocalisse nucleare. Petrov aveva ragione, il sistema era stato ingannato da riflessi di luce sulle nuvole, non c’era nessun missile statunitense in arrivo. Se Petrov non avesse dato retta al suo intuito di analista, se non avesse fatto emergere l’elemento umano nel sistema, le rigide logiche della burocrazia e della paranoia nucleare avrebbero prevalso, portando il mondo a un nuovo Olocausto. In quell’occasione dunque fu un uomo, un semplice ingranaggio nel sistema, a intervenire sull’arena anarchica degli Stati e scongiurare il rischio dell’irrimediabile. “Ero l’uomo giusto al posto giusto nel momento giusto” avrebbe poi dichiarato anni dopo, senza cercare di attribuirsi onori che, del resto, in patria non gli vennero mai tributati.</p>
<p id="9a21" class="graf graf--p graf--startsWithDoubleQuote graf-after--figure"><strong>“Viviamo oggi in un mondo in cui il rischio di un conflitto nucleare torna dopo molti anni a essere alto”,</strong> così la portavoce del Comitato per il Nobel norvegese Berit Reiss-Andersen nel discorso di proclamazione del vincitore del Premio Nobel per la Pace 2017, assegnato alla Campagna internazionale per l’abolizione delle armi nucleari (ICAN).</p>
<p id="b1fa" class="graf graf--p graf-after--p"><strong>Originatasi in Australia e lanciata ufficialmente a Vienna nel 2007, oggi l’ICAN opera dal suo quartier generale di Ginevra coordinando oltre 440 organizzazioni non governative basate in più di 100 paesi diversi.</strong> Una vera e propria coalizione globale che, grazie allo sforzo congiunto di milioni di persone, cerca di colmare il gap nel regime internazionale di non proliferazione nucleare. Lo scorso luglio, proprio grazie all’impegno dell’ICAN, la Conferenza delle Nazioni Unite ha approvato il Trattato sul divieto delle armi nucleari, raggiunto dopo negoziati durati quattro settimane a cui hanno partecipato le delegazioni provenienti da circa 140 paesi e dalla società civile. Il Trattato, poi adottato con il voto favorevole di 122 stati, un voto contrario (Paesi Bassi) e un astenuto (Singapore) è il primo accordo internazionale legalmente vincolante per la completa proibizione delle armi nucleari. Se infatti negli scorsi decenni la comunità internazionale ha sancito divieti contro le armi biologiche e chimiche, contro le mine antiuomo e contro le bombe a grappolo, le armi nucleari non erano ancora state oggetto di un trattato vincolante per gli Stati che vi avessero aderito.</p>
<p id="2f5d" class="graf graf--p graf-after--p">Proprio il recente successo ottenuto a New York sconfessa in parte le critiche di chi ha giudicato l’attribuzione di questo Nobel come l’ennesima “premiazione delle intenzioni”, la celebrazione dell’idealismo che si manifesta in una buona causa ma che, in ultima analisi, non è in grado di produrre risultati concreti che modifichino il comportamento degli Stati. Una critica, questa, alla quale in parte ha risposto lo stesso Comitato per il Nobel, che sempre per mezzo della portavoce Reiss-Andersen ha ribadito che i depositari della decisione di sviluppare e utilizzare armi nucleari sono gli Stati, ed è pertanto rivolto a loro l’appello a dare seguito alle richieste della società civile. <strong>Tuttavia, l’assegnazione di questo Nobel rivela il riconoscimento del ruolo che la società civile può esercitare nel plasmare il vuoto politico nel quale si muovono gli Stati. È, in un certo senso, la risposta della scuola costruttivista delle Relazioni Internazionali alla ben più affermata tradizione hobbesiana-realista che vede il mondo caratterizzato da anarchia internazionale statocentrica e pessimismo antropologico.</strong></p>
<p id="9ce9" class="graf graf--p graf-after--p"><strong>Senza sconfinare nell’idealismo puro, si può quindi affermare che, se gli Stati detengono la decisione ultima, le azioni della società civile e dei movimenti transnazionali possono intervenire a rendere determinate decisioni più “costose” dal punto di vista della reputazione internazionale; un modo se non per eliminare, almeno per stemperare l’anarchia internazionale.</strong></p>
<p id="b915" class="graf graf--p graf-after--p"><strong>Se la proliferazione nucleare non si è mai davvero fermata nonostante i tentativi di regolamentazione, il premio all’ICAN e alla causa dell’eliminazione delle armi nucleari giunge in un momento in cui davvero il rischio dell’utilizzo delle armi nucleari torna a farsi sentire prepotentemente.</strong> Se le atmosfere kubrickiane da Dottor Stranamore sembravano oramai acqua passata, e la crisi dei missili di Cuba materiale chiuso nei libri di storia, il riaccendersi negli ultimi mesi della crisi del nucleare di PyongYang ha portato molti a interrogarsi sul rischio di una possibile deflagrazione nella penisola coreana. Una catastrofe che sarebbe possibile evitare grazie all’utilizzo del negoziato e dell’arma diplomatica, ma che rischia di finire fuori controllo a causa dell’irrigidirsi delle posizioni dei principali attori coinvolti — Nord Corea e Stati Uniti. Al pari, il premio alla causa dell’eliminazione delle armi nucleari giunge nel momento in cui gli Stati Uniti, o meglio il presidente Trump, si prepara contro il parere dei suoi stessi collaboratori a ripudiare l’intesa sul nucleare iraniano che a partire dal luglio 2015 ha fermato le centrifughe di Teheran, permettendo di scongiurare il rischio di proliferazione in Medio Oriente. Un accordo, quello tra Iran e P5+1, che sta funzionando, come certificato da otto rapporti dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica, e che se stracciato potrebbe portare a una ripresa delle attività nucleari da parte dell’Iran, con una significativa diminuzione della sicurezza collettiva.</p>
<p id="f4d6" class="graf graf--p graf-after--p graf--trailing"><strong>La piccola storia di Stanislav Petrov, inserita nella Grande Storia degli eventi, è lì a ricordarci che gli esseri umani fanno la differenza, che non esiste solo la politica di potenza degli Stati che si muovono come gladiatori bendati sul ring internazionale.</strong> È per questo che il Premio Nobel di quest’anno è anche un po’ suo e di tutte le persone che dall’epoca della Guerra fredda a oggi sono scese in piazza, hanno fatto pressione, hanno scritto canzoni di denuncia e hanno agito in nome di una causa comune. Congratulazioni dunque all’ICAN e alle migliaia di persone che, nel loro piccolo, si muovono per modificare la Grande Storia cercando di sospingerla sui binari del bene comune.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><iframe title="Patti Smith - People Have The Power" width="1200" height="900" src="https://www.youtube.com/embed/pPR-HyGj2d0?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture" allowfullscreen></iframe></p>
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		<title>Il dossier iraniano nell’era Trump: i rischi e il possibile ruolo dell’UE</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Annalisa Perteghella]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 18 Nov 2016 14:27:53 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Grande Medio Oriente]]></category>
		<category><![CDATA[Elezioni USA]]></category>
		<category><![CDATA[Iran]]></category>
		<category><![CDATA[Nucleare]]></category>
		<category><![CDATA[Trump]]></category>
		<category><![CDATA[Unione Europea]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Tra le numerose incognite che circondano l’elezione di Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti ve n’è una&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/135/">Il dossier iraniano nell’era Trump: i rischi e il possibile ruolo dell’UE</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Tra le numerose incognite che circondano l’elezione di Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti ve n’è una che tiene con il fiato sospeso attori internazionali diversissimi fra loro: Cina, Russia, Unione europea, Iran. Proprio quest’ultimo paese infatti è stato oggetto di aspri attacchi da parte del neoeletto presidente, che più volte durante la campagna elettorale ha ribadito di voler “stracciare” l’accordo sul nucleare e negoziarne uno nuovo. È comprensibile che in questo delicato momento le cancellerie dei paesi coinvolti nel negoziato, così come gli stessi iraniani, guardino con un misto di ansia e preoccupazione a quello che succederà dopo l’insediamento. A destare preoccupazione non è tanto la possibilità che la nuova amministrazione possa “stracciare l’accordo” (cosa tecnicamente possibile ma politicamente sconsigliabile, in primis per le ripercussioni in termini di credibilità presso i propri alleati), quanto la possibilità che gli Stati Uniti possano intraprendere azioni fortemente punitive nei confronti dell’Iran, che finirebbero per inficiare i buoni risultati ottenuti finora in termini di costruzione del dialogo e della fiducia reciproca. Tali azioni, inoltre, renderebbero estremamente probabile una emarginazione dell’amministrazione moderata di Rouhani a favore delle ali più radicali del regime, portando dunque a una nuova “chiusura” del sistema e a un comportamento più aggressivo nella regione.</p>
<p>Due elementi concorrono a rafforzare la preoccupazione per quanto in questi giorni accade al di là dell’Atlantico: il fatto che il partito Repubblicano – tra i più forti oppositori dell’accordo – potrà dal prossimo gennaio trovare nella presidenza una sponda per le proprie istanze punitive nei confronti di Teheran (non ci sarà più Obama a porre il veto alle proposte di nuove sanzioni) e la mancanza di esperienza del neoeletto presidente, che lo porterà a delegare decisioni, o a essere fortemente influenzato, dalle persone di cui si circonderà. Guardando alla rosa dei nomi che ha preso a circolare in questa settimana, le premesse sono tutt’altro che rosee: John Bolton, Newt Gingrich, Rudy Giuliani (di cui si parla per incarichi alla segreteria di Stato e alla Difesa) si sono in passato distinti per posizioni radicali nei confronti dell’Iran, sposando, quando non avanzando, la tesi del <em>regime change</em>. Tutti e tre hanno partecipato – dietro lauto compenso – a manifestazioni organizzate dal gruppo Mojaheddin-e Khalq (MEK), un gruppo terrorista di stampo marxista incentrato sul culto personale del proprio leader, che dal 1979 si autoproclama governo iraniano in esilio e che avoca il cambiamento di regime a Teheran.</p>
<p>Per il momento, l’Iran reagisce con calma apparente: tanto il presidente Rouhani quanto il ministro degli Esteri Zarif hanno speso parole rassicuranti in questi giorni per tranquillizzare la popolazione circa il fatto che il risultato elettorale negli Usa non inciderà sull’accordo, “perché si tratta di un accordo multilaterale incastonato in una risoluzione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite”. La Guida suprema, ayatollah Ali Khamenei, sembra invece al momento impegnata a tenere a bada i falchi con dichiarazioni che reiterano l’indifferenza di Teheran nei confronti del risultato elettorale di un paese di cui, comunque, “non ci si può fidare”. La calma è però, per l’appunto, solo apparente, per via delle motivazioni accennate sopra: l’attuale amministrazione teme che la rinnovata ostilità degli Stati Uniti possa fare il gioco delle fazioni del regime più radicali; nel caso, se non dello stralcio dell’accordo, del varo di nuove sanzioni, Rouhani incontrerebbe enorme difficoltà a giustificare la continuazione dell’attuale politica di “moderata apertura”; la mancata “delivery” in termini di benefici economici per la popolazione, infine, potrebbe costargli la rielezione il prossimo maggio (secondo un copione già visto nel 2005 con il passaggio da Mohammad Khatami a Mahmoud Ahmadinejad).</p>
<p>Di fronte all’incertezza per quello che accadrà negli Stati Uniti a partire da gennaio, e di fronte alle poche certezze che non lasciano molto spazio all’ottimismo, è questo il momento per l’Unione europea, che ha giocato un ruolo decisivo nella mediazione del negoziato tra i P5+1, di elevarsi in maniera ancora più decisiva a garante dell’accordo nucleare e di proseguire nell’invio di segnali distensivi a Teheran. Un ruolo, questo, che l’Alto rappresentante Federica Mogherini ha prontamente rivendicato lo scorso 13 novembre al termine della cena informale dei ministri degli Esteri Ue: “<em>Let me tell you very clearly that this is not a bilateral agreement, it is a multilateral agreement, endorsed by the UN Security Council resolution. </em><em>So it is in our European interest, but also in the UN interest and duty to guarantee that the agreement is implemented in full</em>”. Pur rimanendo nel solco dell’indispensabile dialogo transatlantico, l’Unione europea deve prepararsi nei prossimi mesi a compiere scelte coraggiose (non solo sul dossier iraniano).</p>
<p>A questo scopo, sarà cruciale nei prossimi mesi la capacità di mantenere compatto almeno il fronte degli EU3, i tre paesi (Francia, Germania, Regno Unito) che hanno preso parte al negoziato con Teheran. Purtroppo, dall’analisi del trend in corso non emergono segnali incoraggianti. Con un Regno Unito fuori dall’Unione europea e una Francia ostaggio il prossimo anno di un turno elettorale con ogni probabilità polarizzante (e di una politica estera tradizionalmente più vicina ai paesi del Golfo), al momento sembra rimanere un solo paese: la Germania. In questo contesto, l’Italia – forte di una relazione storica con l’Iran e di un atteggiamento finora pragmatico – potrebbe, e dovrebbe, giocare un nuovo ruolo propulsivo in sede europea per garantire che rimanga aperto il canale di dialogo, così come le relazioni economiche, con Teheran.</p>
<p>Solo tenendo saldo il timone si potrà passare indenni attraverso la tempesta in arrivo da oltre Atlantico: l’accordo nucleare con l’Iran, dopo aver rappresentato un successo della diplomazia europea, si candida a diventare uno dei possibili dossier che possono aiutare l’Ue a “diventare grande”. Solo così si potrà dimostrare che il multilateralismo e la soluzione negoziata delle crisi non sono sacrificabili sull’altare degli egoismi nazionali.</p>
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