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	<title>PD Archivi &#8211; MondoDem</title>
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	<description>Laboratorio di Politica Internazionale</description>
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	<title>PD Archivi &#8211; MondoDem</title>
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		<title>L’Europa federale, i progressisti e la costituente del PD</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Paolo Acunzo]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 16 Dec 2022 15:45:23 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[PD]]></category>
		<category><![CDATA[Unione Europea]]></category>
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<p><em>&nbsp;“La linea di divisione fra partiti progressisti e partiti reazionari&nbsp;cade ormai non lungo la linea formale della maggiore&nbsp;o minore democrazia, del maggiore o minore socialismo,&nbsp;ma lungo la sostanziale nuovissima linea che separa quelli&nbsp;che concepiscono come fine essenziale della lotta quello antico,&nbsp;cioè la conquista del potere politico nazionale — e che faranno,&nbsp;sia pure involontariamente, il gioco delle forze reazionarie lasciando&nbsp;solidificare la lava incandescente delle passioni popolari&nbsp;nel vecchio stampo, e risorgere le vecchie assurdità — e quelli&nbsp;che vedranno come compito centrale la creazione di un solido&nbsp;stato internazionale, che indirizzeranno verso questo scopo le&nbsp;forze popolari e, anche conquistato il potere nazionale, lo adopereranno&nbsp;in primissima linea come strumento per realizzare l’unità&nbsp;internazionale”.</em></p>



<p>Questo è il principio su cui si fonda il “Manifesto per un’Europa libera e unita” scritto da Altiero Spinelli, Ernesto Rossi ed Eugenio Colorni, espressione delle tradizioni politiche comunista, liberale e socialista dell’epoca, durante il confino antifascista sull’isola di Ventotene ormai ottanta anni fa. Eppure questo fondamentale insegnamento è ancora pienamente valido, tanto più che è rimasto sostanzialmente inascoltato dalle varie compagini autodefinitesi di sinistra che si sono susseguite in Italia dal dopoguerra in poi. Mai sono state le astratte etichette a definire il reale posizionamento delle forze politiche, ma i valori di riferimento a cui ogni formazione politica si dovrebbe richiamare nella conduzione della sua linea concreta di azione.</p>



<p>Oggi si ha una occasione storica. Inserire un chiaro riferimento ideale al Manifesto di Ventotene e all’obiettivo della costruzione dell’Europa federale nella carta dei valori della principale forza della sinistra in Italia farebbe finalmente propria la “nuovissima linea” di demarcazione dei progressisti. Il PD infatti è in piena fase costituente per rinnovare la sua identità, gli obiettivi fondamentali della sua azione, la sua stessa visione del mondo e del futuro, cercando di rinnovare in profondità le proprie ragioni di esistere. Tanto più che oggi il PD potrebbe perseguire l’obiettivo della costruzione di nuove forme di democrazia sovranazionale se contribuisse a trasformare il Partito del Socialismo europeo, di cui è parte integrante, in un vero grande Partito transnazionale in cui possano prendere vita nuove forme democratiche di partecipazione popolare.</p>



<p>Un tema già ampiamente affrontato e condiviso durante le Agorà democratiche, primo tentativo di allargare la discussione anche al di fuori del Partito. Un principio che potrebbe essere plasticamente rappresentato anche da un profondo restyling dello stesso simbolo del PD che veda un esplicito riferimento all’Europa accanto a quello dominante già esistente dei colori nazionali.</p>



<p>L’alternativa ai nazionalismi, dilaganti non solo in Europa, richiede scelte nette in senso opposto al fine di trovare soluzioni su equilibri globali che ogni giorno appaiono sempre più instabili e preoccupanti. Per far ciò non si può che ripartire dall’Unione europea, dotandola finalmente di quelle competenze esclusive in politica estera, difesa, energia, ambiente, immigrazione e altre necessarie per essere protagonisti nella definizione di questi nuovi equilibri; non si può che ripartire da una riforma delle istituzioni comunitarie che veda il definitivo superamento del potere del ricatto nazionale dato dal diritto di veto con processi decisionali a maggioranza da parte di organi comuni legittimati democraticamente dal voto dei cittadini europei; in definitiva non si può che ripartire dall’obiettivo della costruzione dell’Europa federale e dall’introduzione delle conseguenti forme sovranazionali di partecipazione democratica se l’obiettivo finale di ogni forza progressista consiste in migliorare la qualità della vita dei cittadini, della democrazia e del futuro del nostro pianeta.</p>
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		<title>Da dodici a cinque stelle su sfondo verde: la sfida grillino-leghista alla politica europea dell’Italia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Nicoletta Pirozzi]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 05 Apr 2018 11:01:09 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Lo stato della sinistra]]></category>
		<category><![CDATA[#elezioni2018]]></category>
		<category><![CDATA[#Lega]]></category>
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		<category><![CDATA[Italia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Di Nicoletta Pirozzi Il rilancio europeo rischia di inciampare sull’Italia, proprio quando l’Unione europea tirava un sospiro di&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Di Nicoletta Pirozzi</em></p>
<p>Il rilancio europeo rischia di inciampare sull’Italia, proprio quando l’Unione europea tirava un sospiro di sollievo per aver domato l’onda populista ed euroscettica nelle elezioni del 2017 in Francia, Germania, Austria e Olanda. Il 4 marzo scorso, mentre la SPD dava il via libera al nuovo esecutivo di coalizione con la CDU-CSU, garantendo la riattivazione del motore franco-tedesco, le consultazioni italiane accordavano quasi il 55% delle preferenze alle cosiddette forze anti-sistema: M5S, Lega e Fratelli d’Italia. Un risultato solo in parte inatteso dalle stesse istituzioni europee, che si sono limitate a caute esternazioni di preoccupazione (prima) e timidi auspici per una rinnovata centralità dell’Italia in Europa con il nuovo governo (dopo).  L’Unione dovrà quindi fare i conti con una situazione di temporanea instabilità dovuta alla mancanza di un governo operativo (nelle parole di Junker) e probabilmente con una politica europea profondamente mutata nel terzo Paese europeo nel medio periodo.</p>
<p>Di certo Bruxelles, insieme a Parigi e Berlino, non staranno ad aspettare. Ci sono importanti decisioni che sono state discusse già nel Consiglio europeo di fine marzo e che saranno prese nel prossimo giugno. Parliamo di pilastri della costruzione europea come il completamento dell’Unione economica e monetaria, in particolare attraverso il rafforzamento dell’Unione bancaria e la riforma del Meccanismo europeo di stabilità, il negoziato sulle prospettive finanziarie dell’Ue per il 2021-2027 e su una capacità di bilancio per la zona euro, le proposte di tassazione dei colossi del web e di creazione di un’autorità europea del lavoro. Ci sono poi la riforma del sistema di Dublino e del diritto di asilo europeo, i negoziati per la Brexit che organizzeranno il partenariato tra l’Ue e la Gran Bretagna, le reazioni europee al caso Skripal, il futuro delle relazioni con la Turchia e i Balcani occidentali, le politiche da attuare per le crisi libica e siriana, le risposte ad una possibile nuova offensiva commerciale degli Stati Uniti e il salvataggio dell’accordo sul nucleare iraniano. Senza dimenticare la necessità di fronteggiare le minacce interne allo stato diritto che arrivano da paesi come l’Ungheria e la Polonia, e quelle derivanti dalla radicalizzazione. Infine, si avvierà tra poco il percorso di avvicinamento alle prossime elezioni europee del maggio 2019 e del futuro assetto istituzionale dell’Unione.</p>
<p>A tutti questi processi l’Italia aveva garantito il suo contributo e aveva guadagnato in credibilità nel corso dei quattro governi – guidati da Monti, Letta, Renzi e Gentiloni – che si sono avvicendati dal 2011. Non sono mancati i contrasti, soprattutto sulla mancanza di solidarietà nella gestione del fenomeno migratorio e nella ripartizione dei richiedenti asilo, oppure sull’interpretazione della flessibilità nella gestione dei bilanci. Tuttavia, l’Italia ha saputo istaurare un sodalizio fruttuoso con le istituzioni di Bruxelles e con la coppia franco-tedesca, ottenendo risultati significativi e attivando le necessarie riforme interne in materia di pensioni, mercato del lavoro, pubblica amministrazione. Gli scenari più probabili fanno ora ipotizzare un cambio di passo, con l’Italia condannata all’inazione per il protrarsi dello stallo politico-istituzionale, o addirittura un’inversione di tendenza, se si realizzerà una convergenza tra forze che portano avanti agende populiste, anti-sistema ed euroscettiche (salvo un’improbabile e improvvisata svolta macroniana del M5S).</p>
<p>Sicuramente cambierebbero i riferimenti politici: non più le forze riformiste e progressiste europee, ma l’Ukip di Nigel Farage, con il quale il M5S ha stretto un’alleanza strategica anti-establishment dal suo ingresso al Parlamento europeo nel 2014; Marine Le Pen, leader dell’ultra-nazionalista Front National – ora Rasseblement National – alleata di Matteo Salvini; e il premier illiberale ungherese Viktor Orbàn, dal quale Giorgia Meloni ha preso lezioni sulla lotta all’immigrazione clandestina lo scorso febbraio. L’Italia rischierebbe inoltre la marginalizzazione se le politiche sovraniste dovessero prendere il sopravvento, ad esempio rompendo il fronte europeo sull’imposizione di sanzioni alla Russia di Putin per l’annessione illegale della Crimea, oppure venendo meno agli impegni presi in ambito Ue per l’approfondimento dell’integrazione nel settore della difesa e la partecipazione a progetti e missioni nell’ambito della politica comune di sicurezza e difesa. Queste posizioni ci avvicinerebbero di più ai paesi Visegrad che ai nostri interlocutori tradizionali della vecchia Europa, e ci esporrebbero a un isolamento pericoloso per la tutela dei nostri interessi sul fronte mediterraneo e transatlantico. Infine, il consolidamento della narrativa populista strumentale e miope minerebbe le basi già logore del sentimento europeo degli italiani, fragilizzando l’ancoraggio del nostro paese all’orizzonte dell’Unione, l’unico in grado di garantirci protezione dai dazi di Trump o di proiettarci come attore rilevante in Medio Oriente e in Nord Africa.</p>
<p>La nuova realtà delle cose rende essenziale una opposizione forte e risoluta del Partito Democratico e di tutte le forze riformiste e progressiste. Questa opposizione dovrà basarsi su tre priorità d’azione.</p>
<p>In primo luogo, farsi promotori della realizzazione di iniziative politiche concrete e rispondenti ai bisogni quotidiani dei cittadini: ad esempio, consolidare l’agenda sociale europea con un’indennità di disoccupazione europea già proposta dall’Italia nel 2016 e mai realizzata.</p>
<p>In secondo luogo, lavorare sulla ricostruzione interna del partito e mantenere il suo ruolo di interlocutore unitario per i partner europei ed internazionali, in modo da presentarsi alle prossime elezioni europee con un fronte socialdemocratico compatto e credibile, all’interno di un PSE rinnovato.</p>
<p>Infine, rilanciare l’adesione dei cittadini al progetto europeo, elaborando una visione strategica sull’Europa che sia convinta e coraggiosa, e che abbandoni completamente i tentennamenti e le ambiguità del passato.</p>
<p>Alle false sirene della chiusura e di una finta sovranità si deve rispondere con la concretezza della costruzione europea e con obiettivi chiari, per proteggere il paese dall’abisso nel quale tali sirene lo trascinerebbero.</p>
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		<title>E’ ora di difendere la Nato, ma soprattutto il nostro interesse nazionale</title>
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		<dc:creator><![CDATA[V.B.]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 19 Dec 2016 12:58:52 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[L'Italia nel mondo]]></category>
		<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[Italia]]></category>
		<category><![CDATA[M5S]]></category>
		<category><![CDATA[NATO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Dal 1976, da quando cioè Enrico Berlinguer dichiarò che neanche il PCI si opponeva più alla partecipazione alla&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Dal 1976, da quando cioè Enrico Berlinguer dichiarò che neanche il PCI si opponeva più alla partecipazione alla Nato, nessun grande partito italiano ha mai chiesto di abbandonare l’<strong>Alleanza atlantica</strong>. La ragione è evidente: l’Italia non guadagnerebbe nulla dall’abbandonare una coalizione di Stati che hanno promesso di accorrere in difesa l’uno dell’altro in caso di aggressione. Al contrario, perderebbe la garanzia di sicurezza fornita dallo stesso patto, trovandosi irrimediabilmente isolata in un ambiente internazionale che va purtroppo facendosi ogni giorno più difficile e pericoloso.</p>
<p style="text-align: justify;">A lavorare a questo scopo ci ha però pensato il <strong>Movimento 5 Stelle</strong>. Ad agosto, la Camera ha cominciato l’esame di una proposta di legge di iniziativa popolare, sponsorizzata dai 5 Stelle, intitolata “<a href="http://documenti.camera.it/Leg17/Dossier/Pdf/ES0507.Pdf">Trattati Internazionali, basi e servitù militari</a>”. Il progetto, giustamente affossato in Commissione Affari Esteri, chiedeva di fatto l’uscita dell’Italia dall’Alleanza atlantica, ma in modo indiretto e bizzarramente contorto. Secondo i proponenti, ad esempio, tutti i trattati internazionali avrebbero dovuto essere nuovamente autorizzati dal Parlamento ogni cinque anni: ma non avrebbero potuto essere rinnovati trattati e accordi militari con Paesi la cui legislazione non escluda l&#8217;utilizzo di armi nucleari (e cioè Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia, i principali alleati atlantici).</p>
<p style="text-align: justify;">Non sembra valere la pena di discutere sul contenuto di questo progetto, del resto già ampiamente smontato nella discussione parlamentare. Va invece osservato che, dopo l’appartenenza all’<strong>UE</strong>, anche il secondo cardine sul quale regge da decenni la politica estera italiana  &#8211; cioè la <strong>Nato</strong> &#8211; rischia ormai di essere esposto ad un attacco politico diretto. Questo tentativo dei 5 Stelle, obliquo e goffo, è stato facilmente rintuzzato, anche perché gli stessi 5 Stelle non lo hanno sostenuto con forza né sono in grado di proporre una scelta strategica alternativa. Ma le azioni dei grillini contro l’Alleanza atlantica sembrano farsi più frequenti ultimamente: già in giugno il Movimento, al Senato, in una mozione sul Vertice di Varsavia, aveva chiesto al Governo di “<a href="http://aic.camera.it/aic/scheda.html?core=aic&amp;numero=6/00196&amp;ramo=S&amp;leg=17">considerare esaurite le motivazioni dell&#8217;adesione italiana alla NATO</a>”. Nell’analoga mozione presentata dai 5S alla Camera questa frase non era stata inserita, <a href="http://formiche.net/2016/07/07/italia-fuori-dalla-nato-le-due-diverse-visioni-del-movimento-5-stelle-tra-camera-e-senato/">apparentemente per l’intervento moderatore di Luigi Di Maio</a>. Non è quindi da escludersi che, anche in considerazione della possibile perdita di influenza di Di Maio a causa della pessima gestione della situazione a Roma, i grillini intensifichino nel prossimo futuro la loro azione a sostegno dell’uscita dell’Italia dalla Nato, magari in chiave elettorale.</p>
<p style="text-align: justify;">E’ pertanto urgente riflettere su come il <strong>Partito Democratico</strong> possa affrontare una eventuale prossima sfida, a livello di discussione pubblica, che il <strong>M5s</strong> potrebbe imporre sul tema Nato, evitando di commettere nuovamente gli errori sui quali è già inciampato in passato nella discussione pubblica di temi di <strong>politica estera</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">Per troppi anni, ad esempio, i partiti europeisti hanno trascurato di elaborare chiaramente di fronte all’opinione pubblica le ragioni di base del loro sostegno all’<strong>Europa</strong>, ma anche di discuterne le debolezze e di presentare le proprie proposte con voce forte. Il risultato è stato di lasciare ampie praterie alle forze anti-europee per imporre la loro “narrativa” sull’Europa delle banche e simili sciocchezze, narrativa che si è però ormai radicata a livello popolare. Abbiamo perso la battaglia delle idee, nonostante la ragione fosse dalla parte nostra: e siamo passati, di fronte all’opinione pubblica, come quelli che rappresentano i difensori dei poteri forti e dell’Europa matrigna.</p>
<p style="text-align: justify;">Allo stesso modo, per troppo tempo si è lasciato campo libero a coloro, anche all’interno del Partito Democratico, che presentano la partecipazione italiana al progetto F35 come un inutile spreco, o peggio ancora come un affare di chissà quali influenze oscure. Anche in questo caso, abbiamo difeso le nostre idee e scelte con atteggiamento quasi di scusa: per colpa delle nostre stesse ambiguità e reticenze, abilmente sfruttate dai vari movimenti pacifisti, abbiamo perso la battaglia dell’opinione pubblica. E siamo finiti a sostenere quasi di nascosto e con vergogna una posizione corretta.</p>
<p style="text-align: justify;">Non possiamo permetterci un simile atteggiamento nel caso in cui la prossima sfida ci venisse posta sull’appartenenza all’Alleanza atlantica. Dobbiamo forse fare maggiore chiarezza su quali sono le nostre motivazioni e i nostri obiettivi (non sarebbe ad esempio il caso di creare, all’interno della Segreteria nazionale, un Responsabile Difesa?). Dobbiamo preparare il terreno, sollecitando ed intensificando le occasioni di confronti sui temi della difesa, e dobbiamo essere pronti a scendere in campo con convinzione per difendere l’adesione dell’Italia alla Nato: non perché questa sia un tradizionale “totem” inscalfibile della politica estera italiana, ma perché è una scelta coerente con i nostri interessi e la nostra sicurezza.</p>
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		<title>Benvenuta MondoDem!</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 18 Oct 2016 15:27:26 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Uncategorized]]></category>
		<category><![CDATA[Italia]]></category>
		<category><![CDATA[Mondo]]></category>
		<category><![CDATA[MondoDem]]></category>
		<category><![CDATA[PD]]></category>
		<category><![CDATA[Politica Estera]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il primo principio di politica estera è un buon governo in patria, diceva Gladstone ai tempi della Regina&#8230;</p>
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<div class="entry-content">
<p>Il primo principio di politica estera è un buon governo in patria, diceva Gladstone ai tempi della Regina Vittoria. Due secoli più tardi, nell´era della globalizzazione e del mondo sempre connesso e interdipendente, l’affermazione di Gladstone resta valida anche ribaltandola: oggi, il primo principio di un buon governo in patria è una saggia politica estera.</p>
<p>Perché non è possibile vincere le sfide che l’Italia ha di fronte senza conoscere le grandi questioni internazionali. Ridare fiato all’economia e uscire dalla crisi è una questione solo di politica interna o anche di politica europea e internazionale? La difesa delle nostre città dal terrorismo è solo un problema di pubblica sicurezza, o anche di politica europea e mediterranea?</p>
<p>Oggi nessun partito e nessuna forza di governo può pensare di essere efficace, responsabile e vincente a casa propria se non sa muoversi con sicurezza e competenza nelle grandi questioni che stanno cambiando il mondo in cui viviamo fuori dai nostri confini.</p>
<p>Per troppo tempo il nostro paese ci ha abituato a una politica estera a tratti improvvisata, non sempre coerente, sostenuta in modo intermittente dalla politica. A volte ci è sembrato di andare a rimorchio di altri, altri che sembravano sempre “sapere cosa fare”.</p>
<p>Ma in un mondo così complesso e interconnesso questa è una strategia pericolosa e nel lungo termine irrimediabilmente perdente. Per l´Italia e per il Partito Democratico è venuto il tempo di essere in grado di elaborare una politica estera più consapevole e attenta. Una politica estera in grado sostenere efficacemente i suoi valori, i suoi interessi e il suo futuro. Per saperci muovere con sicurezza in Europa e <em>con</em> l´Europa, nelle grandi questioni come le migrazioni, la sostenibilità del sistema di welfare, o il terrorismo internazionale. Questioni che gli eventi di questi anni ci hanno dimostrato già troppe volte non essere risolvibili semplicemente chiudendo un confine, come vorrebbero alcuni, e isolandosi dal resto del mondo.</p>
<p>Per questo nasce MondoDem. MondoDem vuole essere prima di tutto un serbatoio di conoscenze e competenze, una rete di più di 40 giovani esperti che a questi temi dedicano la propria vita professionale nell’accademia, nelle istituzioni, nelle imprese, nelle organizzazioni della società civile, nei media. MondoDem è anche un laboratorio per scambiare informazioni ed esperienze, e per elaborare idee e soluzioni al servizio della politica e dei cittadini, in forme nuove e produttive.</p>
<p>Una redazione formata da studiosi e professionisti si occupa di raccogliere e aggregare queste riflessioni e renderle accessibili attraverso il nostro blog e la nostra newsletter con commenti e analisi. Documenti specifici sulle maggiori sfide internazionali del momento e proposte concrete su ciò che l’Italia può fare per svolgere un ruolo efficace e propositivo sono messi a disposizione del Partito Democratico e di tutte le forze politiche progressiste e riformatrici.</p>
<p>Per essere di successo, la politica estera non può restare appannaggio di pochi, ma deve essere al centro di un dibattito serio e ampio, che noi miriamo ad alimentare anche attraverso le nostre pagine <a href="https://www.facebook.com/mondodemlab/">Facebook</a> e <a href="https://twitter.com/mondodemlab">Twitter</a>, e coinvolgendo i cittadini che vogliono informarsi attraverso una serie di incontri seminariali e pubblici. Questa è la sfida di MondoDem. Una sfida che siamo convinti che l’Italia abbia bisogno di vincere.</p>
<p>“La politica interna al massimo può sconfiggerci politicamente. La politica estera può ucciderci”, diceva Kennedy: un ragionamento cupo ma realistico. Oggi, conoscenza e visione strategica sono il più importante scudo contro le minacce globali. E anche il primo mattone per costruire una coscienza collettiva più consapevole, più attenta e più pronta per il mondo di domani.</p>
<p><em>La redazione di MondoDem</em></p>
</div>
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