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	<title>PeSCo Archivi &#8211; MondoDem</title>
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	<description>Laboratorio di Politica Internazionale</description>
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	<title>PeSCo Archivi &#8211; MondoDem</title>
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		<title>Un’ Europa della difesa franco-tedesca (anche troppo?)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[V.B.]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 22 Jul 2017 08:54:43 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[L'Italia nel mondo]]></category>
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		<category><![CDATA[PeSCo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Di VB L’ultimo Consiglio dei Ministri della Difesa di Francia e Germania si è concluso con la pubblicazione&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Di VB</em></p>
<p>L’ultimo <strong>Consiglio dei Ministri della Difesa di Francia e Germania</strong> si è concluso con la pubblicazione di un Comunicato che delinea una cooperazione futura sorprendente per ampiezza e profondità. Il risveglio del motore franco-tedesco e’, in generale, una buona notizia per la difesa europea: senza di loro, non si fanno passi avanti. E’ pertanto da valutare positivamente che Parigi e Berlino abbiano deciso di formalizzare il rilancio dei rapporti proprio mentre sono in discussione, a Bruxelles, numerose iniziative politiche che hanno bisogno di sostegno e sollecitazioni da parte degli Stati membri.</p>
<p>Tuttavia il motore franco-tedesco, per essere realmente efficace, non deve essere mandato fuori giri – e a vedere i risultati di quest’ultimo accordo sembra che questo sia il rischio che corriamo attualmente. La sostanza del Comunicato, in pratica, è la seguente: <strong>Francia e Germania si impegnano a promuovere una radicale convergenza delle proprie politiche industriali della difesa</strong>. Grazie alla posizione di assoluta preminenza così conseguita, Francia e Germania orienteranno lo sviluppo delle capacità militari europee, assegnando alla propria industria un ruolo primario e a quelle degli altri Stati quello di subcontractor (ben che vada). Quando Macron ha lanciato il suo slogan “L’Europe, c’est nous!”, intendeva forse “Io e Angela”?</p>
<p>Il comunicato</p>
<p>Le conclusioni del Consiglio toccano diversi temi: la <strong>Cooperazione Strutturata Permanente (PESCO)</strong>, sulla quale Francia e Germania avrebbero dovuto pubblicare un paper di cui ancora attendiamo l&#8217;uscita; cooperazione in ambito operativo nel Sahel e nella NATO; sicurezza e terrorismo.</p>
<p>La parte realmente impressionante è però quella relativa allo sviluppo di capacità militari. I due Paesi annunciano la creazione di un gruppo di lavoro di alto livello che definirà &#8220;una visione comune delle nostre ambizioni industriali in materia di sistemi terrestri&#8221;. Il comunicato parla esplicitamente di un carro armato e di un sistema di artiglieria di nuova generazione, progetti che saranno aperti anche alla partecipazione di altri Paesi europei &#8220;una volta raggiunto un certo livello di sviluppo&#8221; (traduzione: noi li facciamo secondo i nostri requisiti e necessità, voi li comprate).</p>
<p>Si parla poi di un &#8220;velivolo da combattimento europeo […] che rimpiazzerà nel lungo termine le flotte attuali&#8221;. Velivolo di sesta generazione, dunque, che sarà sviluppato sì a livello europeo, ma &#8220;sotto la direzione dei due Paesi&#8221; (traduzione: noi facciamo le parti pregiate, voi il resto: e poi li comprate). Da qui a metà 2018 dovrebbe concretizzarsi un piano di sviluppo.</p>
<p>Poi, importantissimo: <strong>Francia e Germania lavoreranno su &#8220;priorità comuni da finanziare tramite il futuro Programma Europeo per la Ricerca in materia di Difesa&#8221;</strong>, cioè con fondi comunitari, per &#8220;ottimizzare i finanziamenti comuni ed evitare la concorrenza tra i due Paesi&#8221; (traduzione: le cose di cui sopra le sviluppiamo noi, ma il costo lo paghiamo tutti). Ci saranno anche una strategia ed un piano industriale comuni per l’innovazione in materie quali intelligenza artificiale, la robotica, etc., e una cooperazione strutturata tra i comandi cyber dei due Paesi che permetta la creazione di sistemi di cybersicurezza comuni per i sistemi sviluppati congiuntamente. E poi un nuovo missile aria-terra, il prossimo elicottero Tigre, l’Eurodrone..</p>
<p>E noi?</p>
<p>Non è affatto certo che questo progetto, davvero ambizioso, si sviluppi effettivamente come previsto dal Comunicato: siamo ancora a livello di dichiarazioni di intenti, e nella politica i piani di lungo periodo spesso si trasformano in divenire. Bisognerà attendere almeno i prossimi mesi per vedere se i due Paesi hanno intenzioni serie.</p>
<p><strong>Ma se succedesse, l’Italia si troverebbe in una situazione delicata sia dal punto di vista politico-strategico che industriale.</strong> Le nostre priorità in termini di sviluppo di capacità militari a livello europeo verrebbero messe in un angolo, mentre sarebbero imposte quelle decise dalla coppia franco-tedesca: alla nostra industria, esclusa dallo sviluppo delle componenti di maggior rilievo tecnologico, rimarrebbero solo le briciole del mercato europeo, e nel medio-lungo periodo si troverebbe depauperata di capacità industriali e di innovazione.</p>
<p><strong>E’ evidente quindi che l’Italia dovrebbe reagire. Ma come? Ci sono diverse alternative.</strong> <strong>La prima è quella di tentare di farsi accettare come partner paritario dalla coppia franco-tedesca, trasformandola così in un triumvirato.</strong> Strada difficilmente praticabile: Parigi e Berlino dovrebbero accettare di dividere con un terzo partner il bottino grosso della difesa europea, e già avranno difficoltà nel dividerselo tra loro (avendo entrambe industrie mastodontiche, e fameliche). E in ogni caso l’accordo pare già fatto, la via segnata.</p>
<p><strong>La seconda è quella di costruire un “contro-direttorio” in grado di controbilanciare la coppia franco-tedesca.</strong> Opzione che pare velleitaria, per la semplice ragione che non c’è un partner cui appoggiarsi. La Gran Bretagna si è tagliata fuori dal consesso europeo e non avrà né voce né tantomeno potere decisionale in ambito politico comunitario: la sua industria rischia di essere tagliata fuori dalle supply chains continentali (e dai fondi di ricerca comunitari). La Spagna non è neanche lontanamente forte abbastanza. Altri non ce ne sono.</p>
<p><strong>La terza opzione è, realisticamente, quella che appare più percorribile. L’Italia dovrebbe farsi alfiere di una soluzione europea, all’interno della quale diluire l’accordo franco-tedesco coagulando attorno a sé tutti gli Stati membri.</strong> Questo significa insistere sull&#8217;utilizzo degli strumenti intergovernativi previsti dai Trattati, che garantiscono voce eguale a tutti i Paesi europei, per spingere avanti un processo di integrazione della difesa guidato dagli Stati membri. Ricordare, ad esempio, che lo sviluppo di capacità militari europee dovrebbe essere coordinato sulla base di strumenti come il Capability Development Plan, approvato ed influenzato da tutti gli Stati nel contesto dell’Agenzia Europea per la Difesa. Strumenti, insomma, che tolgano il volante dell’integrazione dalle mani di Parigi e Berlino per riportarlo in seno al consesso europeo. Sarà importante anche fare molta attenzione allo sviluppo del Fondo Europeo per la Difesa, evitando che le priorità vengano decise dalla Commissione (dove la presenza francese e tedesca è più influente) ed ancorandolo invece saldamente nella dimensione intergovernativa.</p>
<p>Nelle prossime settimane e mesi, dunque, <strong>Governo e Parlamento farebbero bene a seguire con rinnovata attenzione lo sviluppo delle varie iniziative politiche attualmente in divenire</strong>, per poter intervenire dove opportuno al fine di evitare una marginalizzazione dell’intero comparto difesa che sembra implicita nel progetto franco-tedesco. Che Parigi e Berlino vogliano spingere avanti l’integrazione della difesa europea è un’ottima notizia: che lo facciano, però, insieme e non a discapito del resto dell’Unione Europea.</p>
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		<title>Molto rumore per PeSCo?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[V.B.]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 14 Mar 2017 13:47:07 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[L'Italia nel mondo]]></category>
		<category><![CDATA[Difesa]]></category>
		<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[PeSCo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L’impulso impresso all’integrazione della difesa europea negli ultimi mesi sembra gia’ sul punto di smorzarsi. L’elaborazione dell’annunciato piano&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>L’impulso impresso all’integrazione della difesa europea negli ultimi mesi sembra gia’ sul punto di smorzarsi. L’elaborazione dell’annunciato piano della Commissione Europea per finanziare e promuovere ricerca, sviluppo e produzione di capacità militari (European Defence Action Plan, EDAP) sembra ancora in alto mare. La Commissione pare ben lontana dall’aver definito una governance sostenibile e condivisa con gli Stati membri. E lo stesso sta succedendo a una proposta, ben piu’ rilevante, che aveva acceso gli entusiasmi: quella di lanciare una Cooperazione Strutturata Permanente (PeSCo, nel gergo eurocratico).<br />
La PeSCo, stando alla vaga definizione fornita dal Trattato di Lisbona, dovrebbe rappresentare un nucleo avanzato di integrazione: un’ “avanguardia rivoluzionaria” della difesa europea, costituita da un gruppo di Stati membri che intraprendono iniziative comuni di integrazione molto ambiziose (ad esempio, una reale forza di intervento europea). Una sorta di gruppo di precursori, costituito sulla base di criteri e obiettivi ben determinati che permettono di portare avanti il processo di integrazione in un campo specifico. In altre parole, il corrispettivo nel campo della difesa dei Paesi Schengen (per quanto riguarda la liberta’ di movimento dei cittadini) o dell’area euro (per la politica monetaria).<br />
Tuttavia, il contenuto reale della PeSCo stenta a prendere una forma riconoscibile, e ci sono evidenti segni che si stia preparando un compromesso al ribasso. Molte delle idee in circolazione sembrano centrate principalmente su nuovi progetti di sviluppo comune di equipaggiamenti o singole iniziative di integrazione (cose che vengono fatte da trent’anni, e per le quali non e’ necessaria alcuna PeSCo). Altre ipotesi prevedono addirittura di applicare, semplicemente, un cappello «PeSCo» su iniziative preesistenti, svuotando quindi la cooperazione permanente di qualsiasi contenuto innovativo. Le ultime notizie lasciano intuire che alcuni Stati membri, anche tra gli stessi che si erano fatti promotori della PeSCo, comincino a concepirla piu’ come una mera dichiarazione di intenti politica che come un nucleo avanzato di integrazione concreta.<br />
Il problema è che lanciare una PeSCo che non garantisca un reale passo avanti nell’integrazione della difesa, e che non apporti alcun reale valore aggiunto, significa sprecare un’opportunità che non si ripresenterà piu’. La PeSCO è infatti un’iniziativa unica e irripetibile : non sarà possibile, in futuro, lanciare una seconda PeSCo nel caso la prima non risulti soddisfacente. Fallire ora significa quindi cancellare per sempre dal Trattato il più importante e innovativo strumento oggi a nostra disposizione per spingere avanti l’integrazione della difesa europea.<br />
Va inoltre rilevato che, nell’era della contestazione isterica permanente via social media, la strategia di coprire una «scatola vuota» con un nome altisonante puo’ rivelarsi un pericoloso boomerang. Una PeSCo svuotata di ogni contenuto, a malapena giustificata da qualche programmino di scarso riliveo, finirebbe per divenire un ottimo argomento nelle mani di chi vuole dimostrare che il progetto europeo è in crisi irreversibile.<br />
Per queste ragioni l’Italia dovra’ esercitare il massimo dell’influenza nel discutere i criteri che determineranno la possibilita’ per uno Stato membro di accedere alla PeSCo, nonche’ gli obiettivi che la cooperazione dovra’ consentire di raggiungere. Dovremo mirare a un livello di ambizione quantomeno dignitoso, ad un reale « salto di qualita’ », e non accettare di meno. Per le ragioni esposte sopra, in questa occasione approvare semplicemente il « minimo comun denominatore » delle varie posizioni nazionali non sarebbe un atto di realismo politico, ma la fine di qualsiasi ambizione nel campo della difesa europea per il prossimo decennio. Roma dovrebbe battersi per far si’ che la costituenda PeSCo sia un esercizio serio e davvero ambizioso – o che non nasca affatto.<br />
Se invece, come è assolutamente auspicabile, la PeSCo si farà e si farà bene, questa potrebbe essere l’occasione giusta per riscoprire un po’ di sano orgoglio europeo ed europeista. Il risultato raggiunto dovrebbe essere sbandierato come un grande successo dell’integrazione, che garantisce più sicurezza ai cittadini con meno spreco di risorse e che dimostra come andare avanti verso gli Stati Uniti d’Europa si può e si deve. Ma per poterci vantare senza vergogna, dobbiamo prima raggiungere un risultato accetabile.</p>
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