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	<title>Siria Archivi &#8211; MondoDem</title>
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	<description>Laboratorio di Politica Internazionale</description>
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	<title>Siria Archivi &#8211; MondoDem</title>
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		<title>La Libia oggi: svolta politica, ma stallo militare</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Nicolò Beda Zantomio]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 21 Mar 2021 16:50:30 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Africa subsahariana]]></category>
		<category><![CDATA[Macroaree]]></category>
		<category><![CDATA[Libia]]></category>
		<category><![CDATA[Petrolio]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>A dieci anni di distanza dalla caduta del regime di Gheddafi avvenuta nel 2011 il conflitto in Libia&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-drop-cap">A dieci anni di distanza dalla caduta del <strong>regime di Gheddafi</strong> avvenuta nel 2011 il conflitto in Libia sembra finalmente giunto ad una svolta. Incassata la fiducia all’unanimità di 132 deputati della Camera dei Rappresentanti, il nuovo governo guidato dal <strong>premier Dadaiba </strong>(che include, tra gli altri, la prima donna ministro degli Esteri Najla el-Mangoush) ha prestato giuramento lunedì 15 marzo. Questo nuovo gabinetto guiderà il paese verso le elezioni presidenziali e legislative nazionali previste per il prossimo 24 dicembre. Altra tappa fondamentale nel processo di stabilizzazione del paese avrà luogo il prossimo 22 marzo, data in cui il Parlamento libico si riunirà a Tripoli per votare il primo bilancio unificato dal 2014. Questi ultimi sviluppi vanno letti positivamente, nonostante il paese rimanga pericolosamente esposto ad <strong>un’elevata frammentazione politica</strong>, con il generale Haftar che per primo non vede con soddisfazione il nuovo corso istituzionale intrapreso dalla Libia.</p>



<p>Oltre alle divisioni sul piano politico, la pacificazione definitiva del paese nordafricano risente anche dell’attuale <strong>situazione militare</strong>. Ciò che deve preoccupare maggiormente i governi occidentali è la presenza sempre più radicata di Turchia e Russia, prevalentemente attraverso truppe mercenarie e milizie tribali. Secondo le Nazioni Unite a dicembre 2020 le unità di combattenti straniere presenti sul territorio libico erano<strong> circa 20.000</strong> e l’ultimatum per un ritiro, previsto il 23 gennaio nel quadro di accordi tra il GNA di al-Serraj ed il LNA di Haftar, è rimasto di fatto inosservato. Ad oggi la situazione sul campo appare sempre più cristallizzata, con nessuno dei contendenti che sembra disposto a rinunciare alle posizioni sinora conquistate.</p>



<p>Da una parte vi sono i militari turchi, inviati da Ankara nel gennaio 2020 a sostegno di al-Serraj assieme a <strong>circa 5-6.000 mercenari siriani </strong>e concentrati in alcune località dell’Ovest del paese. Il dispositivo turco fa perno su un triangolo costituito dalla città di Tripoli, il porto di Khoms dove stazionano unità navali e la base aerea di al-Watiya, che è diventata lo snodo principale per i rifornimenti dell’Aeronautica turca. Lo scorso agosto la Turchia ha inoltre firmato con il Qatar un protocollo per la creazione di un centro di addestramento militare. Sull’altro fronte invece si registra la presenza di <strong>circa 2-3.000 mercenari russi</strong> della società Wagner, inviati in Libia a supporto del generale Haftar, posizionatisi intorno alla città di Sirte. Questi, sostenuti dai caccia MiG e dai sistemi antiaerei Pantsir forniti da Mosca, operano principalmente nella Libia orientale e meridionale. Il sistema difensivo russo è costruito attorno ad una trincea tra Sirte e Jufra lunga oltre 70 chilometri e dotata di <strong>più di 30 postazioni fortificate</strong>. I mercenari russi hanno anche accelerato i lavori di espansione delle basi aeree di Jufra e Brak al-Shati. Questa posizione strategica consente loro di mantenere non solo una certa pressione sui territori a Ovest ma anche il controllo del bacino petrolifero di Sirte. Non va infine sottovalutato il loro radicamento a Sidra e Ras Lanuf, nonchè nella regione meridionale libica, tra il campo petrolifero di Sharara, Ghat e al-Wigh.</p>



<p>Tutto questo accade di fronte alle <strong>coste della Sicilia</strong>, strategiche per il fianco sud della NATO. Sarebbe forse utile per l’Italia valutare la possibilità di<strong> proporre l’apertura di un tavolo internazionale</strong> per l’istituzione di una forza di interposizione, magari a guida USA, sotto l’egida dell’ONU, con ‘boots on the ground’ sul suolo libico. L’Italia dovrebbe quindi farsi promotrice di una coalizione militare internazionale presso il Segretario di Stato Anthony Blinken ed il Consigliere per la Sicurezza Nazionale Jake Sullivan.</p>



<p>A livello diplomatico sarebbe invece fondamentale da un lato <strong>pressare gli Emirati</strong>, principali sostenitori di Haftar assieme all’Egitto ad interrompere i pagamenti verso la Russia, costringendo così la Wagner ad abbandonare il terreno, dall’altro cercare una sponda da parte del Qatar per esercitare una ‘moral suasion’ sulla Turchia affinché questa proceda alla rimozione dei propri militari e dei miliziani siriani operativi al fianco del GNA;</p>



<p>Sarebbe altresì utile <strong>promuovere una iniziativa internazionale per rilanciare la produzione di petrolio libico</strong>. La produzione petrolifera in Libia, prima nazione in Africa per riserve stimate, è <strong>crollata dai 1,2 milioni di barili al giorno di inizio 2020 ai 100 mila barili circa</strong>, in conseguenza del blocco dei terminal di esportazione e lo stop ai giacimenti attuato da Haftar il 17 gennaio (alla vigilia della Conferenza di Berlino) per mezzo delle<strong> tribù a lui fedeli</strong>. L’Italia e l’Unione Europea dovrebbero quindi convocare quanto prima un tavolo europeo dei Ministri, competenti in materia energetica, dei paesi che operano con proprie compagnie in Libia (la spagnola Repsol, la francese Total, l’austriaca OMV e la norvegese Statoil), al fine di garantire la piena sicurezza e continuità delle attività estrattive della National Oil Corporation di Tripoli.</p>



<p>Infine, un <strong>rapporto redatto dal Consiglio di Sicurezza dell’Onu afferma chiaramente che da ottobre 2019 a gennaio 2021 l’embargo sul traffico di armi si è dimostrato totalmente inefficace</strong>. Si renderebbe quindi necessaria una revisione dell’operazione IRINI, diretta dall’Ammiraglio Agostini, sul piano degli assetti, su quello operativo (numero di ore di volo disponibili?) e sulle regole di ingaggio (le ispezioni delle navi). Un’altra possibilità potrebbe essere infine quella di aprire un <strong>dialogo tra IRINI e AfriCom</strong>, il Comando del Pentagono per l’Africa. Uno scambio informativo tra questi due attori migliorerebbe ancor più l’efficienza operativa di IRINI e andrebbe a rafforzare la presenza europea nel quadrante nordafricano.</p>
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		<title>Il bullo Trump e la debolezza europea nel Mediterraneo</title>
		<link>https://www.mondodem.it/1067/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Caterina Cerroni e Michele Masulli]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 23 May 2018 21:10:25 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Grande Medio Oriente]]></category>
		<category><![CDATA[Iran]]></category>
		<category><![CDATA[israele]]></category>
		<category><![CDATA[jcpoa]]></category>
		<category><![CDATA[palestina]]></category>
		<category><![CDATA[Russia]]></category>
		<category><![CDATA[Siria]]></category>
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		<category><![CDATA[Unione Europea]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>  È lancinante la contrapposizione tra i festeggiamenti di Gerusalemme Ovest, dove dignitari plaudenti si sono recati per&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em> </em></p>
<p>È lancinante la contrapposizione tra i <strong>festeggiamenti di Gerusalemme Ovest</strong>, dove dignitari plaudenti si sono recati per festeggiare l’apertura dell’ambasciata statunitense nella Città Santa, nella data del <strong>70esimo compleanno dello Stato d’Israele</strong>, e gli scontri che avvenivano a pochi chilometri di distanza, vedendo la <strong>morte di 59 persone ed il ferimento di più di 2.000</strong>. Né può essere derubricato ad orrenda casualità il fatto che nelle ore in cui si celebra la <em>true friendship</em> tra Stati Uniti ed Israele (“È un grande giorno!” ha esultato Donald Trump) ai confini di Gaza si consumi l’ennesimo massacro.</p>
<p>Risulta evidente una precisa responsabilità della politica estera americana. È noto, infatti, che il conflitto arabo-israeliano non sarà risolto finché non sarà sciolta la questione sullo <strong><em>status </em>di Gerusalemme</strong>, terra di molteplici appartenenze e identità, proclamata da Israele propria Capitale e non riconosciuta in quanto tale dalla gran parte degli Stati del mondo.</p>
<p>Già nel dicembre scorso, quando Donald Trump aveva annunciato la volontà di trasferire l’ambasciata USA da Tel Aviv a Gerusalemme, voci di dissenso si erano levate da parte della Comunità internazionale, l’Assemblea generale della Nazioni Unite aveva bocciato la decisione e gli scontri nel mondo arabo avevano preso fuoco. Un’intenzione, quella comunicata, che sapeva più della provocazione che dell’impegno, tanto che il Segretario di Stato Rex Tillerson si era affrettato a precisare che lo spostamento non si sarebbe realizzato a breve, e quasi sicuramente non prima della fine del mandato del Presidente americano. Al contrario, Tillerson oggi non è più Segretario di Stato, sollevato dall’incarico senza troppi riguardi, ma Trump ha deciso di compiere il trasloco nel giorno in cui Israele festeggia la sua nascita e che ai palestinesi ricorda la <em>nakba</em>, la catastrofe, l’esodo di centinaia di migliaia di persone costrette ad abbandonare le proprie case. Un evento che segue 2 mesi di proteste, che avevano già fatto 40 morti.  In questo modo, il Presidente americano ha dato attuazione al <strong><em>Jerusalem Embassy Act</em></strong>, approvato dal Congresso nel 1995 e la cui implementazione era finora sempre stata rinviata dai Capi di Stato americani, in quanto, come pure disse Clinton, amico di Israele, “avrebbe potuto ostacolare il processo di pace”.<em> </em>Altri Paesi potrebbero seguire gli Stati Uniti nella scelta (Guatemala, Paraguay, Honduras) e 4 sono gli Stati europei che hanno presenziato all’inaugurazione dell’ambasciata USA a Gerusalemme (Romania, Repubblica Ceca, Austria e Ungheria), alcuni dei quali rappresentano il volto più nazionalista e xenofobo dell’Unione.</p>
<p><strong>Tuttavia, a spostarsi insieme all’ambasciata americana, è, cosa ancora più grave, il baricentro della politica estera a stelle e strisce</strong>. Infatti, da decenni, pur nel quadro di una consolidata amicizia tra i due Paesi, oltre che di rapporti economici, sociali e culturali strettissimi, gli Stati Uniti hanno tradizionalmente provato a svolgere una funzione di mediazione tra le parti e di facilitazione del percorso di pacificazione. Trump, probabilmente per ragioni di politica interna, sceglie di interrompere in modo marcato questa linea e di schierarsi al fianco di uno dei due soggetti in campo, collocandosi senza mezze misure a sostegno della destra di Netanyahu, che contende la guida sia della politica israeliana sia del movimento sionista.</p>
<p>Non è solo nell’ambito del conflitto israelo-palestinese che Trump e alleati aprono una nuova fase. Il <strong>ritiro dell’accordo sul nucleare con l’Iran</strong>, quando il JCPOA rappresenta un fattore di stabilizzazione dell’area e di freno alla proliferazione nucleare, le conseguenze in termini di <strong>indebolimento delle parti moderate e riformiste iraniane</strong> e di irrobustimento delle forze reazionarie, con il seguito di tensione in regione, a partire dallo scenario siriano; gli <strong>scontri militari tra Israele e Iran proprio in Siria</strong>; le sanzioni comminate negli ultimi giorni da Usa, Arabia Saudita e Paesi del Golfo ad Hezbollah, uscita rafforzata dalle elezioni in Libano; il <strong>ruolo di Russia e Turchia</strong> e le opportunità economiche, politiche e strategiche che si aprono per la Cina in regione sono alcuni degli elementi principali che compongono il quadro.</p>
<p>Emerge, quindi, l’insufficienza della <strong>politica estera europea</strong>, nonostante l&#8217;impegno indiscutibile e la determinazione dell&#8217;<strong>Alto rappresentante Federica Mogherini</strong>. Sugli s<strong>contri di Gaza</strong>, l&#8217;UE non riesce ad andare oltre le pur giuste dichiarazioni di condanna dell’uso sproporzionato delle armi da fuoco israeliane e del disprezzo del diritto di manifestare pacificamente del popolo palestinese e di biasimo per la facilità con cui le leadership palestinesi continuano a non riconoscere l’esistenza dello Stato israeliano e Hamas non si cura di evitare la morte di centinaia di persone. Non si è in grado, invece, di evitare stragi già previste, e che in questo caso si ripetono da settimane, di intervenire in maniera effettiva a tutela dei diritti umani e civili della popolazione palestinese, che vive una grave crisi umanitaria, e di favorire la fine del blocco di Gaza. Allo stesso modo non mancano le prese di distanza dalle decisioni unilaterali di Trump, così come gli appelli alla moderazione, ma non s’intravede una forza politica in grado di limitare il raggio d&#8217;azione del trait d’union che lega la destra americana e quella israeliana, lavorando su un progetto di pacificazione in Terra Santa, che abbia il coraggio di muoversi su strade nuove rispetto al passato; forse è tempo, ad esempio, di prendere atto che la soluzione “due popoli in due Stati”, ripetuta come un mantra per decenni, oggi risulta difficilmente praticabile, a causa dei tanti sviluppi della storia recente, che procede nonostante l&#8217;attendismo della politica internazionale, e che c’è necessità di inventare formule nuove per risolvere il conflitto israelo-palestinese.</p>
<p>Similmente <strong>non è sufficiente l’indignazione per una Presidenza americana che arriva a minacciare sanzioni verso Paesi alleati, nel caso di mancato ritiro del JCPOA, o la volontà di mantenere fede agli impegni presi</strong>. Né si possono registrare in modo impotente le pericolose e provocatorie decisioni assunte da altri Stati: a queste bisognerebbe rispondere agendo in maniera unitaria e a tutti i livelli come fattore di stimolo alla comunità internazionale e di stabilità, pacificazione, creazione di benessere, soprattutto se si tratta di aree limitrofe e di interesse strategico. Alla critica delle azioni altrui, va fatta seguire un’iniziativa politica e diplomatica che sia all’altezza delle ambizioni di un grande attore globale. È una grande sfida per il pensiero progressista.</p>
<p><strong>Anche per questo, perché crediamo che i temi della giustizia, della pace e della prosperità del mondo debbano essere in cima alle preoccupazioni della politica e della sinistra</strong> in particolare, abbiamo deciso come Giovani Democratici di ospitare il 22 e il 23 giugno prossimi a Roma il Comitato Mediterraneo dell’Unione Internazionale dei Giovani Socialisti, che porterà in Italia 20 giovani dirigenti politici delle forze socialiste e democratiche di Israele, Palestina, Libano, Marocco, Tunisia, Sahara Occidentale, Spagna, Portogallo, Cipro, Malta, Iran, Iraq per discutere insieme a noi e a politici ed esperti del nostro Paese delle politiche utili alla risoluzione dei conflitti e alla costruzione della pace, al governo dei flussi migratori, ad alimentare la partecipazione pubblica dei più giovani in Stati nei quali molto spesso l’impegno politico pregiudica la propria vita. Crediamo possa essere un’ottima occasione per dare centralità a questi temi nel dibattito e riteniamo giusto che a farlo debba essere la nostra generazione.</p>
<p>Caterina Cerroni &#8211; Vicepresidente dell&#8217;Unione Internazionale dei Giovani Socialisti (IUSY)</p>
<p>Michele Masulli &#8211; Presidente dei Giovani Democratici</p>
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		<title>Qualche verità su Douma</title>
		<link>https://www.mondodem.it/1054/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 12 Apr 2018 22:14:14 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Esteri a confronto]]></category>
		<category><![CDATA[Grande Medio Oriente]]></category>
		<category><![CDATA[#attacco]]></category>
		<category><![CDATA[#Douma]]></category>
		<category><![CDATA[Medio Oriente]]></category>
		<category><![CDATA[Siria]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Di Annalisa Perteghella ed Erik Burckhardt Con l’attacco di Douma dello scorso 7 aprile, si è riaccesa l’attenzione&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/1054/">Qualche verità su Douma</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Di Annalisa Perteghella ed Erik Burckhardt</p>
<p>Con l’attacco di Douma dello scorso 7 aprile, si è riaccesa l’attenzione sul conflitto siriano e sono ulteriormente peggiorate le forti tensioni internazionali ad esso sottese. In Italia, si è inizialmente assistito a un grottesco silenzio che la deputata del Partito Democratico Lia Quartapelle <strong><a href="https://www.google.com/url?q=https://www.google.com/url?q%3Dhttps://www.diariodelweb.it/ultimora/notizie/?nid%253D20180410-10781%26amp;sa%3DD%26amp;ust%3D1523570758831000&amp;sa=D&amp;ust=1523570758848000&amp;usg=AFQjCNENTivvpwS8Tyaa4B6YeVeh6b-8uQ">ha denunciato</a></strong> martedì scorso, puntando il dito contro Salvini e Di Maio che “<em>non hanno trovato il tempo di una dichiarazione per condannare un atto vile e atroce come usare il gas contro i bambini, contro i civili. Loro che sprecano ogni giorno parole per continuare nel balletto sul governo</em>”.</p>
<p>Da allora, qualcosa si è mosso. Salvini ha ammesso che la priorità è dare “<em>agli italiani un governo più velocemente possibile</em>”, per poi aggiungere la richiesta di “<em>una presa di posizione netta dell’Italia contro ogni ulteriore e disastroso intervento militare in Siria. Non vorrei che motivi economici, esigenze di potere o il presunto utilizzo mai provato di armi chimiche mai trovate in passato scatenassero un conflitto che può diventare pericolosissimo</em>”.</p>
<p>Quanto al Movimento 5 Stelle, è intervenuto (soltanto ieri!) il capogruppo del M5S Danilo Toninelli, chiedendo che Gentiloni informi in Parlamento &#8220;<em>tutte le forze politiche sugli sviluppi in corso</em>”.</p>
<p>Nel mentre, anche sugli account social della redazione di MondoDem e dei suoi componenti, abbiamo improvvisamente cominciato a ricevere commenti e invettive sul tema del conflitto siriano e sulla posizione assunta dal PD anche per il tramite del segretario reggente Maurizio Martina (<a href="https://www.google.com/url?q=https://www.google.com/url?q%3Dhttps://www.facebook.com/maumartina/photos/a.836606776361411.1073741826.127413207280775/1789467664408646/?type%253D3%2526theater%26amp;sa%3DD%26amp;ust%3D1523570758832000&amp;sa=D&amp;ust=1523570758849000&amp;usg=AFQjCNH6FcAH8uqdki4kJ1qx6PjiC_mcGQ"><strong>già domenica scorsa</strong></a>), che spesso non considerano neanche le più elementari informazioni.</p>
<p>Rispondiamo qui alle tesi infondate che ci vengono proposte con maggiore ricorrenza sui nostri canali.</p>
<p>&nbsp;</p>
<ol>
<li><strong>     Non ci sono prove dell’utilizzo di armi chimiche in Siria.</strong></li>
</ol>
<p>Falso. Un <a href="https://www.google.com/url?q=https://www.google.com/url?q%3Dhttps://reliefweb.int/sites/reliefweb.int/files/resources/A_HRC_36_55_EN.pdf%26amp;sa%3DD%26amp;ust%3D1523570758833000&amp;sa=D&amp;ust=1523570758849000&amp;usg=AFQjCNEGdR6ASQHoI14RrnlY-NRBOUtgAQ"><strong>rapporto del Consiglio per i Diritti umani delle Nazioni Unite</strong></a>, pubblicato già nel settembre 2017, ha rivelato come il regime del presidente siriano Bashar al-Assad sia da ritenere responsabile per l&#8217;utilizzo di armi chimiche. Soltanto tra il mese di marzo 2013 e marzo 2017, la commissione indipendente istituita dalle Nazioni Unite ha registrato 25 incidenti provocati da armi chimiche, di cui 20 perpetrati dalla forze governative di Assad, che ha utilizzato queste armi prevalentemente contro civili. Prima ancora dell’attacco di Douma del 7 aprile 2018, su cui è ancora necessario fare piena luce, la commissione indipendente ha stabilito la responsabilità delle forze di Assad anche per il terribile attacco del 4 aprile 2017 in cui furono usate armi chimiche &#8211; sarin &#8211; su oltre 100 civili innocenti.</p>
<p>Qualificabili come armi di distruzione di massa, le armi chimiche sono incompatibili con il diritto internazionale umanitario e sono state messe al bando dal diritto internazionale positivo con la Convenzione sulle armi chimiche del<strong> </strong><a href="https://www.google.com/url?q=https://www.google.com/url?q%3Dhttps://it.wikipedia.org/wiki/1993%26amp;sa%3DD%26amp;ust%3D1523570758834000&amp;sa=D&amp;ust=1523570758849000&amp;usg=AFQjCNEJkMkmmhAPl_LekurB_cVUwlzFpQ"><strong>1993</strong></a>, ratificata anche dall’Italia.</p>
<p>I ripetuti attacchi chimici operati dalle forze governative di Assad anche contro la popolazione civile costituiscono, come indicato nel rapporto delle Nazioni Unite, un vero e proprio crimine di guerra e una grave violazione della Convenzione e della risoluzione 2118 approvata dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite nel 2013.</p>
<p>&nbsp;</p>
<ol start="2">
<li><strong>      I bombardamenti chimici a Douma del 4 aprile 2018 sono soltanto una bufala.</strong></li>
</ol>
<p><strong> </strong>Il 7 aprile 2018 a Douma si è verificato un attacco, di cui non si conosce ancora con certezza la natura, ma che <strong><a href="https://www.google.com/url?q=https://www.google.com/url?q%3Dhttp://www.who.int/mediacentre/news/statements/2018/chemical-attacks-syria/en/%26amp;sa%3DD%26amp;ust%3D1523570758835000&amp;sa=D&amp;ust=1523570758849000&amp;usg=AFQjCNErDgj6z4iJ_e1QQf7KIQlXBi-WNw">secondo l’Organizzazione mondiale della Sanità</a></strong> avrebbe coinvolto almeno 500 persone soccorse con «<em>segni e sintomi compatibili con l’esposizione ad agenti chimici tossici</em>». L’OMS <strong><a href="https://www.google.com/url?q=https://www.google.com/url?q%3Dhttps://news.un.org/en/story/2018/04/1007061%26amp;sa%3DD%26amp;ust%3D1523570758835000&amp;sa=D&amp;ust=1523570758850000&amp;usg=AFQjCNFiMBd9q0vU7srrie7nZ48DOE8ePg">ha chiesto</a> </strong>di avere accesso all’area colpita, per poter valutare in maniera indipendente quali siano state le conseguenze dell’attacco e per poter elaborare una risposta sanitaria adeguata. Siria e Russia hanno negato l’accesso all’OMS, mentre hanno acconsentito a una missione dell’Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche (OPAC), incaricata però per ora solo di verificare se sia stato compiuto un attacco, non di accertarne le responsabilità.</p>
<p>Nell’attesa di conoscere i risultati ufficiali dell’indagine dell’OPAC, possiamo fare riferimento alla ricostruzione operata da <strong><a href="https://www.google.com/url?q=https://www.google.com/url?q%3Dhttps://www.bellingcat.com/news/mena/2018/04/11/open-source-survey-alleged-chemical-attacks-douma-7th-april-2018/%26amp;sa%3DD%26amp;ust%3D1523570758835000&amp;sa=D&amp;ust=1523570758850000&amp;usg=AFQjCNEpC1C8ioN2JpsYwUrX5hl1Ehriyw">Bellingcat</a></strong>, agenzia britannica di giornalismo investigativo. Basandosi su fonti open source fornite dall’Ong <strong><a href="https://www.google.com/url?q=https://www.google.com/url?q%3Dhttp://sn4hr.org/%26amp;sa%3DD%26amp;ust%3D1523570758836000&amp;sa=D&amp;ust=1523570758850000&amp;usg=AFQjCNGOTCqIyHvM7q7y2FiBL8pSbkiCuA">Syrian Network for Human Rights</a></strong> e dal <a href="https://www.google.com/url?q=https://www.google.com/url?q%3Dhttp://vdc-sy.net/en/%26amp;sa%3DD%26amp;ust%3D1523570758836000&amp;sa=D&amp;ust=1523570758850000&amp;usg=AFQjCNFfMmduL0j8Da7OnnrfsQZ-FhKVEg"><strong>Violations Documentation Center</strong> </a>siriano, Bellingcat ha concluso che è molto probabile che il 7 aprile ci siano stati a Douma due attacchi chimici, preceduti da un bombardamento contro la sede della Mezzaluna rossa locale. Nell’edificio sul quale è stato compiuto uno dei due attacchi è stato ritrovato un contenitore di gas tossico, simile a quelli che il regime siriano aveva già utilizzato negli scorsi anni per compiere attacchi con bombe al cloro. Secondo la <strong><a href="https://www.google.com/url?q=https://www.google.com/url?q%3Dhttps://www.nytimes.com/2018/04/11/world/middleeast/syria-chemical-attack-douma.html?rref%253Dcollection%25252Fsectioncollection%25252Fworld%2526action%253Dclick%2526contentCollection%253Dworld%2526region%253Drank%2526module%253Dpackage%2526version%253Dhighlights%2526contentPlacement%253D2%2526pgtype%253Dsectionfront%2526mtrref%253Dwww.ilpost.it%26amp;sa%3DD%26amp;ust%3D1523570758837000&amp;sa=D&amp;ust=1523570758850000&amp;usg=AFQjCNF6ZgIxJ8sfomI6Aqfv1C5H6xTdOw">ricostruzione del New York Times</a></strong>, che conferma quanto riportato da Bellingcat, residenti dell’area hanno visto poco prima degli attacchi due elicotteri governativi volare dalla base aerea di Dumayr verso Douma. Testimonianze di personale sanitario in loco raccolte dal<strong> </strong><a href="https://www.google.com/url?q=https://www.google.com/url?q%3Dhttps://www.theguardian.com/world/2018/apr/12/syria-attack-experts-check-signs-nerve-agent%26amp;sa%3DD%26amp;ust%3D1523570758837000&amp;sa=D&amp;ust=1523570758850000&amp;usg=AFQjCNEvZThh4EDBSzciinUBhNiL0muPXg"><strong>Guardian</strong> </a>riportano la presenza di sintomi riconducibili al cloro, ma anche ad agenti nervini. Per verificare l’esatta natura di questa sostanza, tuttavia, sarebbe necessaria un’analisi del sangue e delle urine dei soggetti coinvolti; analisi resa impossibile dal fatto che truppe siriane e russe hanno preso il controllo della zona, e si oppongono all’avvio di indagini indipendenti. Come ricordato sopra, infatti, dopo avere ripreso il controllo della città, Damasco ha negato l’accesso all’OMS. Parallelamente, la Russia <a href="https://www.google.com/url?q=https://www.google.com/url?q%3Dhttps://news.un.org/en/story/2018/04/1006991%26amp;sa%3DD%26amp;ust%3D1523570758837000&amp;sa=D&amp;ust=1523570758850000&amp;usg=AFQjCNGpSp_6rdUAbU4XsuWX8dPuu0guWg"><strong>ha messo il veto</strong> </a>a una risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU che avrebbe dato il via a un’indagine indipendente sull’attacco chimico compiuto a a Douma. Le risoluzioni prevedevano anche una condanna dell’attacco e l’istituzione di un piano di aiuti umanitari nell’area.</p>
<p>&nbsp;</p>
<ol start="3">
<li><strong> L’attacco chimico, se anche accaduto, non è attribuibile ad Assad. Che bisogno avrebbe quest’ultimo di macchiarsi di un altro crimine contro i civili, nel momento in cui sta di fatto vincendo la guerra?</strong></li>
</ol>
<p>L’attacco dello scorso 7 aprile ha consentito alle forze siriane di Assad di prendere il pieno controllo della città di Douma e di tutta la Ghouta orientale, come <strong><a href="https://www.google.com/url?q=https://www.google.com/url?q%3Dhttp://tass.com/defense/999240%26amp;sa%3DD%26amp;ust%3D1523570758838000&amp;sa=D&amp;ust=1523570758851000&amp;usg=AFQjCNHaHHVTYtiN6dxMW00Sv2uS_WkcYg">ha reso noto</a></strong> il comandante del Centro russo per la riconciliazione delle parti in conflitto in Siria.</p>
<p>Dal 2013 Douma era il quartier generale dell&#8217;organizzazione islamista <em>Jaysh al-Islam</em>, una delle principali fazioni coinvolte nella guerra civile siriana contro il governo di Bashar al-Assad. Il regime di Damasco ha cercato più volte in questi anni di riprenderne il controllo: nel 2013 aveva messo la città sotto assedio, togliendo l’accesso ad acqua e elettricità, mentre nel 2015 si era reso protagonista di uno degli episodi più cruenti della guerra civile siriana: il<strong> <a href="https://www.google.com/url?q=https://www.google.com/url?q%3Dhttp://www.corriere.it/esteri/15_agosto_16/siria-raid-mercato-douma-82-morti-molti-sono-bambini-d14f3476-4427-11e5-9a44-839af1b02c5d.shtml%26amp;sa%3DD%26amp;ust%3D1523570758839000&amp;sa=D&amp;ust=1523570758851000&amp;usg=AFQjCNG7BZOnPELBd91C92NLk-HMuQrCkA">bombardamento</a> </strong>del mercato centrale della città nell’ora di massima frequentazione, costato la vita a 82 civili.</p>
<p>Negli ultimi due mesi, il regime ha intensificato la campagna per riconquistare la regione della Ghouta orientale, di cui Douma è parte, man mano che le formazioni ribelli che controllavano questi territori siglavano con il regime di Assad &#8211; tramite la mediazione russa &#8211; accordi di evacuazione in base ai quali civili e combattenti venivano rilocati nel nord del paese, nell’area attorno a Jarablus, controllata dai turchi. Jaysh al-Islam, la formazione di stanza a Douma, si è però opposta a questo tipo di accordi, decidendo di resistere.</p>
<p>In seguito all’episodio di sabato, invece, i <a href="https://www.google.com/url?q=https://www.google.com/url?q%3Dhttps://www.theguardian.com/world/2018/apr/09/douma-inhabitants-prepare-leave-deadly-syria-chemical-attack%26amp;sa%3DD%26amp;ust%3D1523570758840000&amp;sa=D&amp;ust=1523570758851000&amp;usg=AFQjCNGD3P7IEWsJM_S16jlXmiisEZu16Q"><strong>ribelli hanno acconsentito a lasciare Douma</strong></a>, permettendo dunque al regime siriano di riprendere il controllo della città, la cui sicurezza verrà garantita da forze di polizia russa. L’attacco è dunque servito a piegare la volontà degli ultimi combattenti, permettendo al regime di Damasco di “chiudere” la questione della Ghouta per cominciare a concentrarsi sulle operazioni di riconquista degli ultimi territori ancora in mano ai ribelli: la regione attorno a Idlib, nel nord, e l’area sud-occidentale, vicino al confine con Israele e Giordania.</p>
<p><strong> </strong></p>
<ol start="4">
<li><strong>     L’obiettivo delle potenze occidentali, Nato e UE, è soltanto punire Assad per assumere il controllo della Siria a discapito della Russia e dell’Iran.</strong></li>
</ol>
<p>A dispetto delle molte semplificazioni che si possono leggere sul conflitto siriano, il disegno e gli obiettivi non sono chiari e univoci per nessuno degli attori in gioco. Anche con riferimento all’attacco di Douma dello scorso 7 aprile, mentre non è ancora chiara l’eventuale strategia militare che Stati Uniti, Francia e Regno Unito hanno dichiarato di volere mettere in atto, la Nato di cui l’Italia fa parte si è limitata a chiedere alla Siria e ai suoi alleati Russia e Iran di consentire agli osservatori l&#8217;accesso nelle zone colpite dagli attacchi con armi chimiche, con <a href="https://www.google.com/url?q=https://www.google.com/url?q%3Dhttps://www.agenzianova.com/a/5acf7c71024ba6.41934889/1884586/2018-04-12/nato-stoltenberg-in-corso-consultazioni-su-come-rispondere-ad-attacco-a-duma-in-siria%26amp;sa%3DD%26amp;ust%3D1523570758841000&amp;sa=D&amp;ust=1523570758852000&amp;usg=AFQjCNFEs7GXWfTwZdLnqSuMmozaRPSDFg"><strong>un appello</strong></a> &#8220;<em>ai responsabili</em>&#8221; dell&#8217;attacco a Douma che “<em>devono essere chiamati a rispondere di ciò che hanno fatto</em>&#8220;. Il segretario generale dell&#8217;Alleanza, Jens Stoltenberg, ha fatto appello al regime di Assad e ai suoi sostenitori affinché lo rendano possibile, sia per permettere l&#8217;accesso agli osservatori sia per permettere l&#8217;accesso all&#8217;area dell&#8217;assistenza medica.</p>
<p>Anche l’Unione europea <a href="https://www.google.com/url?q=https://www.google.com/url?q%3Dhttps://eeas.europa.eu/headquarters/headquarters-homepage/42639/statement-latest-attack-douma-syria_en%26amp;sa%3DD%26amp;ust%3D1523570758841000&amp;sa=D&amp;ust=1523570758852000&amp;usg=AFQjCNGOSqoUrDIIGIfXx559pKmXGg0ZJw"><strong>ha condannato</strong></a> l’utilizzo di armi chimiche, rivelando che tutte le informazioni e le prove finora raccolte indicano che le armi chimiche sono state effettivamente usate da parte del regime. La portavoce della Commissione UE <a href="https://www.google.com/url?q=https://www.google.com/url?q%3Dhttp://www.ansa.it/europa/notizie/rubriche/altrenews/2018/04/12/siria-juncker-segue-evolversi-crisi-contatti-alto-livello_ae442f87-dc80-41b8-98c5-f8676a4fbcff.html%26amp;sa%3DD%26amp;ust%3D1523570758842000&amp;sa=D&amp;ust=1523570758852000&amp;usg=AFQjCNE_Z8M7hDNIZ9FD68PuvaFA8KThKg"><strong>ha annunciato </strong></a>che sono in corso contatti di alto livello, anche dell&#8217;Alto rappresentante per la Politica estera Federica Mogherini, aggiungendo che la questione siriana sarà in agenda al prossimo consiglio Affari esteri, lunedì 16 aprile a Lussemburgo, e alla futura conferenza sulla Siria che si terrà a Bruxelles.</p>
<p>La cancelliera tedesca Angela Merkel ha già <a href="https://www.google.com/url?q=https://www.google.com/url?q%3Dhttp://www.ansa.it/sito/notizie/mondo/europa/2018/04/12/merkel-non-parteciperemo-a-guerra-siria_09d4af1f-1ce5-46ef-9573-fa986f52bfbf.html%26amp;sa%3DD%26amp;ust%3D1523570758842000&amp;sa=D&amp;ust=1523570758852000&amp;usg=AFQjCNE-IIT8IBod7v8EDynyTZ3k1_0HUA"><strong>dichiarato</strong></a> che &#8220;<em>non parteciperà ad azioni militari</em>&#8220;, ma che appare &#8220;<em>evidente</em>&#8221; che il governo siriano dispone ancora di un arsenale chimico e bisognerà fare di tutto “per segnalare che questo uso di armi chimiche è inaccettabile&#8221;.</p>
<p>Il Presidente del Consiglio italiano Paolo Gentiloni, in carica per gli affari correnti, <strong><a href="https://www.google.com/url?q=https://www.google.com/url?q%3Dhttp://www.tgcom24.mediaset.it/politica/gentiloni-intollerabile-uso-del-gas-in-siria-lavorare-per-la-pace_3133625-201802a.shtml%26amp;sa%3DD%26amp;ust%3D1523570758843000&amp;sa=D&amp;ust=1523570758852000&amp;usg=AFQjCNHDbls9pMWQa9Nel7qDjhkQctEcQw">ha dichiarato</a></strong> che l&#8217;uso di armi chimiche da parte del governo di Bashar al-Assad in Siria “<em>non può essere in alcun modo tollerato</em>”, mettendo l’accento sulla necessità di lavorare per una “<em>soluzione rapida e duratura della crisi</em>”, lavorando “<em>per la pace</em>” e continuando “<em>ad appoggiare il lavoro diplomatico</em>”.</p>
<p>Non si ravvisa dunque in queste reazioni la volontà o la disponibilità a mettere in atto un’operazione militare su vasta scala &#8211; quale dovrebbe essere quella necessaria a colpire seriamente il regime e alterare le sorti del conflitto.</p>
<p>La Russia, dal canto suo, ha rilasciato dichiarazioni contraddittorie: all’indomani di quanto accaduto a Douma aveva dichiarato che non c’era stato alcun uso di armi chimiche; mercoledì mattina invece ha risposto all’annuncio di Trump di possibili attacchi americani affermando che un bombardamento avrebbe potuto distruggere le prove del presunto attacco chimico &#8211; riconoscendo dunque implicitamente la natura dell’attacco. Mosca &#8211; e in generale chi nega che sia avvenuto un attacco chimico &#8211; non è stata poi in grado di smentire le ricostruzioni operate da team investigativi giornalistici (come quelle riportate sopra) sulla base di testimonianze dirette di sopravvissuti. L’unica testimonianza portata da Mosca a sostegno della tesi che non è avvenuto alcun attacco chimico è quella dei suoi ispettori, che avrebbero visitato i palazzi oggetto dell’attacco.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Ph. LaPresse</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/1054/">Qualche verità su Douma</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
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		<title>A Idlib non è successo niente</title>
		<link>https://www.mondodem.it/522/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Eugenio Dacrema]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 05 Apr 2017 15:35:39 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Grande Medio Oriente]]></category>
		<category><![CDATA[Idlib]]></category>
		<category><![CDATA[Siria]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Idlib non cambierà nulla. C’è una scena memorabile del film Team America – una delle più grandi perle&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/522/">A Idlib non è successo niente</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Idlib non cambierà nulla. C’è una scena memorabile del film Team America – una delle più grandi perle del cinema comico a stelle e strisce – che riassume ciò che accadrà e che sta già accadendo: un pupazzo con le fattezze dell’allora capo degli ispettori Hans Blix minaccia Kim Jong Il di lasciarlo accedere ai suoi siti nucleari sospetti altrimenti “ci arrabbieremo molto. E vi manderemo una lettera dove vi spieghiamo quanto siamo arrabbiati!”. Questo è grosso modo il dialogo che si sta dispiegando fra Unione Europea e regime siriano. Solo l’Unione Europea, anche se coloro che già son al lavoro per trovare cospirazioni alternative usano ancora l’etichetta “Occidente” per parlare di una unita patria in senso lato di ogni male del mondo. Ma dentro il malconcio Occidente liberale ormai le divisioni sono nette e l’Atlantico è sempre più oceanico. In una notevole acrobazia retorica degna del miglior piazzista d’America l’amministrazione Trump ha sottolineato per bocca della propria ambasciatrice alle Nazioni Unite che certo, Assad è un criminale, ma rimane comunque un partner imprescindibile. Mentre poche ore dopo lo stesso presidente ha tenuto a precisare che comunque è tutta colpa dell’amministrazione precedente. Capitolo chiuso.<br />
Rimane quindi solo l’Unione Europea, appunto. Una Unione Europea dall’apparenza insolitamente unita a sostegno delle parole dell’Alto Rappresentante Federica Mogherini, ma che in modo altrettanto unito sa che a quelle parole non seguirà alcun fatto. C’è una Gran Bretagna alle prese con le ferite della Brexit, una Francia alle prese con uno degli appuntamenti elettorali più delicati della sua storia, e una Germania che si prepara alle proprie di elezioni ripiegata sui temi interni ed europei. Senza contare il fatto che senza un appoggio americano nessun vero intervento militare europeo è logisticamente possibile. Una Unione Europea che ruggisce appollaiata in un angolo, priva di zanne e artigli.<br />
Ma Idlib – anzi, per la precisione Khan Sheikhoun – non cambierà nulla non solo perché coloro che si indignano oggi non hanno nessuna vera volontà e potere per fare alcunché. Idlib non cambierà nulla, soprattutto, perché molto presto Idlib non sarà mai accaduta. La macchina del dubbio si è già messa in moto. Ma sono vere quelle immagini? Chi può testimoniarlo davvero? Chi volava DAVVERO da quella parti? Gli aerei siriani possono davvero trasportare armi chimiche? Chi ha davvero interesse? E soprattutto: Perché ora?<br />
Naturalmente il fatto che testimoni locali e internazionali di diverse organizzazioni non-governative confermino l’attacco venuto da un cielo solcato solo da aerei siriani e russi non conta granché. Sono tutti chiaramente condizionati dalla loro chiara antipatia per il regime, peraltro inspiegabile per gente sotto bombardamenti a tappeto da anni. Queste testimonianze contarono poco già nel 2013, quando nel giro di poche settimane la strage di Ghouta venne presto smontata e avvolta da ogni genere di cospirazione capital-pluto-massonica. Questa volta basteranno 24 ore.<br />
No Idlib, come Ghouta, e altre che probabilmente seguiranno, non cambieranno nulla. E forse qualcuno, fra qualche anno, dirà che in fondo è stata un bene. In fondo anche Hiroshima accorciò la guerra e risparmiò milioni di vite umane, giusto? Il regime, come gli americani nel ’45, sta vincendo ma è molto lontano dalla vittoria completa. Come nel 2013 le sue forze sono in overstreaching. Abbastanza – grazie ai rinforzi russi e iraniani – per mettere la parola fine a ogni velleità di vittoria dell’opposizione ma non abbastanza per coprire tutti i fronti e riconquistare l’intero paese. Serve una terapia d’urto, qualcosa alzi il livello dello scontro oltre i limiti accettabili dalla maggior parte degli oppositori. In più oggi, al contrario del 2013, non esistono più linee rosse e reazioni da provocare. Al Consiglio di Sicurezza -simbolicamente convocato per volontà della più debole presidenza della storia francese – oltre al veto russo e cinese a ogni azione contro Assad questa volta potrebbe aggiungersi perfino quello americano.<br />
No, dobbiamo abituarci alle Ghouta e alle Idlib. Sono un prezzo del nuovo mondo multipolare e sempre più illiberale. Ma non c’è bisogno di disperarsi, almeno non da questa parte del Mediterraneo. Qua siamo fortunati. Qua possiamo perfino decidere di credere che non sono mai avvenute.</p>
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		<title>Aleppo non è Srebrenica</title>
		<link>https://www.mondodem.it/96/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Lia Quartapelle]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 16 Dec 2016 13:32:12 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Grande Medio Oriente]]></category>
		<category><![CDATA[Aleppo]]></category>
		<category><![CDATA[Rwanda]]></category>
		<category><![CDATA[Siria]]></category>
		<category><![CDATA[Srebrenica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Le immagini e le notizie che ci arrivano dalla città ormai espugnata sono disperanti e vividissime. L’unica certezza&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Le immagini e le notizie che ci arrivano dalla città ormai espugnata sono disperanti e vividissime. L’unica certezza è che non sarà possibile dimenticare <strong>Aleppo</strong> e che ci vergogneremo di quanto non stiamo facendo, proprio come accadde tra l’aprile e il luglio del 1994 di fronte al genocidio rwandese o al massacro di tutti i maschi musulmani della città bosniaca, sotto gli occhi delle truppe olandesi delle<strong> Nazioni Unite</strong>, avvenuto l’11 luglio 1995.</p>
<p>Tuttavia, Aleppo non è <strong>Srebrenica</strong>. E non è Kigali. È cambiata, infatti, la natura della guerra, e i conflitti di questa nostra era di disordine globale rendono ancora più difficile discernere chi siano i buoni e quali i cattivi.</p>
<p>A partire dal 19 luglio 2012, l’assedio di Aleppo è proseguito per più di quattro anni. Aleppo è infatti una delle città siriane che dall’inizio della timidissima primavera siriana, trasformatasi velocemente e con crudeltà nella guerra civile siriana, si sono ribellate al regime di <strong>Assad</strong>. La sua conquista ha assunto quindi da subito una valenza simbolica oltre che strategica, sia per i gruppi anti-Assad, che per il regime siriano e i suoi alleati. E se l’attaccamento al potere da parte di Bashar Assad ha trasformato in brevissimo tempo la guerra civile siriana in una guerra totale, nei luoghi in cui anche simbolicamente si è combattuta più intensamente essa è diventata subito un groviglio inestricabile di crudeltà, ferocia, ingiustizie e torti in competizione tra di loro.</p>
<p>Lo scontro ha messo in braccio a tutti le armi. Come in tutti gli assedi prolungati, da Famagosta a Stalingrado, persino le donne e i bambini, per contribuire alla propria sopravvivenza, hanno fiancheggiato le milizie, diventando guerriglieri, sabotatori e parti attive di un conflitto dove le figure delle vittime si fondevano spesso con quelle dei carnefici.</p>
<p>Ecco perché nel conflitto siriano, e in particolare modo ad Aleppo, noi occidentali non siamo stati in grado di capire con chi fosse giusto stare. Tra le milizie che hanno tenuto il controllo di Aleppo est non ci sono milizie democratiche, laiche, ma molti affiliati a gruppi terroristi come il Fronte al-Nusra e il Fronte islamico e milizie che, abbandonate a sé stesse, si sono andate via, via radicalizzando.</p>
<p>Certo, nella confusione abbiamo guardato con sofferenza e sconcerto le immagini di una città che sotto le bombe e i colpi di mortaio perdeva l’anima, oltre che il suo antico splendore.  Ci siamo fatti promotori di iniziative umanitarie, con l’appello di rendere “Aleppo città aperta”, ma senza trovare argomentazioni e motivazioni sufficientemente solide per condurre a una sentenza definitiva sui colpevoli e le loro responsabilità. Confondere i piani non aiuta a identificare i problemi, e quindi a individuare strumenti per affrontarli. E Aleppo è il simbolo di un’epoca di riconfigurazione degli equilibri globali, sul quale, per tante ragioni, non siamo stati capaci di incidere o abbiamo deciso di non partecipare.</p>
<p>Questo, tuttavia, non può rappresentare un alibi. Mentre la propaganda russa parla di 5mila ribelli e le loro famiglie che aspettano di essere ordinatamente evacuate, il sindaco di Aleppo al <strong>Consiglio europeo</strong> a Bruxelles denuncia 50mila persone in attesa di uscire dalla città, e di più di mille morti nelle strade.</p>
<p>Le nuove immagini che ci arrivano oggi da Aleppo con un ulteriore carico di tragedia e impotenza, non devono farci dimenticare perché siamo arrivati fino a qui. Anche se non sappiamo chi sono i buoni e i cattivi, anche se l’intervento in Iraq e Afghanistan ci hanno insegnato che non si possono facilitare le transizioni con la forza, anche se i civili stessi hanno combattuto la guerra, non possiamo lasciare che si verifichino vendette o rappresaglie su chi si arrende e sta lasciando la città. Di fronte a quelle immagini, a quelle storie, a quei bambini, spesso senza più i genitori, che in gruppetti provano a mettersi in salvo scappando dalla città rasa al suolo, non possiamo voltarci dall’altra parte. Non dobbiamo dimenticare che la storia umana si è dotata di strumenti come il diritto di guerra e di reati come i crimini di guerra e contro l’umanità, con l’obiettivo di tutelare i valori universali, i diritti umani proprio nelle situazioni più atroci. Dobbiamo chiederne il rispetto.</p>
<p>Occorre anche rivedere profondamente la dottrina della responsabilità di proteggere, quella dottrina inventata negli anni Novanta proprio per fare fronte a situazioni come quella che vediamo ad Aleppo. E forse è davvero giunto il momento di riconsiderare la nostra indisponibilità a farci coinvolgere in situazioni come la vicenda siriana, soprattutto quando vengono oltrepassate soglie, i crimini contro l’umanità, che dovremmo aver imparato a considerare insuperabili. Si tratta di capire quando le molte ragioni per l’opportunità del non fare rischiano di trasformarsi in un alibi che travolge il comune senso di umanità, i valori che riteniamo universali e la fatica che abbiamo la responsabilità di caricarci per fare in modo che questi non siano svuotati.</p>
<p>Nel 2012 si era indicata come “linea rossa” per un possibile intervento armato in Siria l’utilizzo di armi chimiche, ma nell’agosto 2013, dopo l’attacco chimico di Ghuta da parte del regime di Assad, non ci furono reazioni se non quella di continuare a cercare la necessaria soluzione politica. Fu una delle tante volte che davanti al “casino siriano” abbiamo allargato le braccia.</p>
<p>Oggi ci troviamo senza parole davanti ad Aleppo. L’auspicio è che il silenzio induca a una riflessione per immaginare iniziative chiare e determinate per denunciare il cinismo russo e iraniano, per condannare la ferocia senza vergogna di Assad, per superare lo stato confusionale occidentale e per salvare le persone in fuga. Per smettere di allargare le braccia.</p>
<p>(Ph Reuters)</p>
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		<title>Evitare le sanzioni alla Russia ha indebolito l’Europa, e non salverà la Siria</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Cecilia Tosi]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 01 Nov 2016 15:13:06 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Grande Medio Oriente]]></category>
		<category><![CDATA[Russia e Asia centrale]]></category>
		<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[Italia]]></category>
		<category><![CDATA[Russia]]></category>
		<category><![CDATA[Sanzioni]]></category>
		<category><![CDATA[Siria]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>«Non sono solo parole, quelle di Matteo Renzi. Ci vuole coraggio per fare una dichiarazione del genere. Ed&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>«Non sono solo parole, quelle di Matteo Renzi. Ci vuole coraggio per fare una dichiarazione del genere. Ed è una prova che Italia e Russia mantengono una relazione molto forte anche in tempi di crisi». L’amministratore di Finmeccanica Mauro Moretti è orgoglioso del proprio premier, che ha imposto il veto sulle sanzioni che Regno Unito Francia e Germania volevano imporre a Mosca per i bombardamenti di Aleppo. Moretti ne ha parlato il 21 ottobre al quinto forum eurasiatico di Verona, organizzato ogni anno da Intesa San Paolo e Gazprombank per far incontrare il gotha dell’industria e della finanza di Italia e Russia. E mentre a Verona si stipulavano « molti accordi di collaborazione», Renzi era di ritorno da Bruxelles e dichiarava: «Dobbiamo fare di tutto per la pace in Siria, ma è difficile immaginare di riuscirci imponendo nuove sanzioni alla Russia». Tradotto: mettiamo da parte le condanne morali, per raggiungere un obiettivo superiore. D’altronde il premier è di Firenze come Guicciardini,  teorico del “fine che giustifica i mezzi”. Secondo Renzi, dunque, applicare nuove sanzioni sarebbe controproducente. Bisogna anzi essere il più neutrali possibile per aiutare l’Onu a portare tutte le parti a un tavolo e convincerle a porre fine a una guerra lunga sei anni. Sarà vero?</p>
<p>Al momento è difficile immaginare che saranno i Paesi europei a decidere le sorti della Siria. Innanzitutto bisognerebbe che il Cremlino cambiasse strategia sulla base di una posizione presa da Bruxelles. Cosa improbabile, visto che, oltretutto, Bruxelles non ha ancora una posizione. E poi dovremmo ignorare che i russi hanno da tempo spostato la sfida su un piano globale, riservando lo status di interlocutori alle sole grandi potenze, in particolare gli Usa.</p>
<p>In primis, dunque, c’è la mancanza di coesione da parte dei Paesi Ue, come dimostrato da quest’ultima riunione del Consiglio europeo. I governi dell’Unione hanno visioni diverse e ci tengono a mostrarle all’esterno.</p>
<p>Polonia e Regno Unito, i migliori alleati degli Usa, hanno avanzato la proposta di imporre nuove sanzioni. La Germania, fino a quest’estate, non ne voleva sentire parlare, anzi. Cercava la strada per allentare quelle imposte alla Russia per la guerra in Ucraina. Ma con l’inasprirsi della contrapposizione tra Mosca e Washington in Siria, si è convinta che bisognava minacciare sanzioni, forse anche per evitare di intervenire militarmente. Come aveva dichiarato pochi giorni prima del voto al Consiglio Europeo un esponente della Cdu, il presidente della commissione esteri al Bundestag Norbert Roettgen, «Se non ci sono né conseguenze né sanzioni per i più gravi crimini di guerra è uno scandalo. E applicare misure militari sarebbe l’approccio sbagliato». Anche i francesi, inizialmente ostili, hanno deciso che era meglio trovare un accordo con la Germania e fare asse sulla questione siriana.</p>
<p>Sono rimasti contrari alle sanzioni invece Austria, Cipro, Grecia, Ungheria e Slovacchia. Così come il ministro degli esteri lussemburghese Jean Asselborn, lo stesso che aveva chiesto di espellere l’Ungheria dalla Ue se non rispettava le regole sui migranti.</p>
<p>E l’Italia se ne è fatta portavoce. Per realpolitik e per coerenza. Appena quattro mesi fa <a href="https://sputniknews.com/europe/201606181041572360-putin-renzi-st-petersburg-forum/">il premier Renzi era stato a San Pietroburgo</a> e l’incontro con Putin era stato salutato come «un grande revival della cooperazione economica tra Italia e Russia. E una conferma del ruolo della Russia nella battaglia contro il terrorismo, l’estremismo e l’intolleranza».</p>
<p>Piegarsi a una visione “americana” del Medio Oriente non è mai stato nelle corde della diplomazia italiana, che ha sempre cercato di costruirsi un ruolo autonomo da negoziatore e pacificatore, così come ha fatto con i suoi peace-keeper in Libano. Il problema è che la Russia non tollera posizione di mezzo: o con me o contro di me. E chi non è d’accordo con gli Usa viene risucchiato dalla retorica della guerra fredda ed etichettato come putiniano.</p>
<p>Adesso, dunque, l’Europa appare spaccata in un fronte Russia-friendly, capitanato dall’Italia e composto da Grecia, Spagna, Cipro, Austria, e uno neo-atlantista, in cui militano i pezzi grossi della Ue – Francia, Germania e l’uscente Regno Unito. Come potranno gli europei presentarsi ai negoziati per la Siria con una visione unica sul piano di pace?</p>
<p>In mezzo a questa frammentazione, Renzi sembra deciso a capitanare il “fronte del no” interno all’Unione. No a qualsiasi rigore, interno o esterno. Tanto l’America sta cambiando presidente e potrebbe pure arrivarne uno che adora il Cremlino come Trump. Tanto Merkel e Hollande hanno da affrontare le elezioni e Londra se n’è già andata dalla Ue. E tanto l’opinione pubblica italiana è sostanzialmente con lui, perché i cittadini della penisola saranno pure democratici, ma in fondo in fondo pensano che Putin sia l’unico capo di Stato che abbia avuto il coraggio di combattere i terroristi sul terreno.</p>
<p>Tra l’altro è un pensiero condiviso da molti europei. In Germania, ad esempio, un sondaggio ha rilevato che il 30 per cento degli elettori di Die Linke (sinistra) e di quelli dell’Afd (estrema destra) ritiene che Putin sia un leader migliore di Merkel. Tant’è vero che la proposta di sanzioni a Mosca concordata dalla Cancelliera con Hollande non era poi così punitiva come qualcuno vuole far credere. Il <a href="http://www.ilfoglio.it/politica/2016/10/21/renzi-sanzioni-russia-consiglio-europeo-documenti-inediti-eliminazione___1-v-149648-rubriche_c912.htm">documento</a> si limitava a minacciare possibili ritorsioni verso futuri bombardamenti: “La Ue sta valutando tutte le opzioni, comprese ulteriori misure restrittive nei confronti di persone ed entità che sostengono il regime, qualora continuassero le atrocità in atto”</p>
<p>Ma invece di accordarsi sulla strategia del “traccheggio”, i Paesi europei si sono spaccati, con soddisfazione del Cremlino. che sta facendo di tutto per favorire le divisioni interne alla Ue in modo da consolidare la propria posizione in Ucraina e fermare l’espansione della Nato verso est.</p>
<p>Anche se, ufficialmente, Mosca dichiara tutt’altro: l’Europa viene invitata a collaborare in Siria, per separare i terroristi dai gruppi d’opposizione legittimi e per lanciare un processo di pace “inclusivo” e rispettoso delle risoluzioni Onu. Rispettoso come i bombardamenti sugli ospedali e sulle scuole di Aleppo.</p>
<p>La realtà è che Putin usa Assad come pedina per riconquistare uno status di superpotenza e costringere l’Occidente a tornare in occidente. Che l’obiettivo russo travalichi il sostegno al regime siriano è provato dai bombardamenti su Aleppo del 19 settembre, dove sono stati colpiti convogli di aiuti dopo che Damasco si era accordato con le organizzazioni umanitarie per farli passare. Tra i venti civili uccisi c’erano volontari della croce rossa siriana presieduta dall’amico di Assad Abderrahmane Attar.</p>
<p>Quel che vuole Putin è prendersi una parte di Medio Oriente e restaurare la logica delle sfere di influenza pre-1991. La sua visione dei rapporti con quest’area è la stessa dei neocon americani: ogni forma di opposizione ai regimi amici equivale a terrorismo.</p>
<p>Gli europei non sono d’accordo, ma alcuni sono disposti a scendere a compromessi pur di conservare un partner commerciale come Mosca. Tuttavia, sanzioni o no, le cose per noi non cambierebbero poi molto.</p>
<p>Secondo uno <a href="http://hir.harvard.edu/how-important-would-post-sanctions-russia-be-for-eu-foreign-trade/">studio</a> di Harvard, infatti, la diminuzione degli scambi con la Russia non deriva tanto dalle sanzioni, ma dalla recessione che ha colpito Mosca  dal 2013 e in generale dal pessimo stato di  una nazione a pezzi (altro che superpotenza). Anche ritirando completamente le sanzioni, gli investimenti russi nei Paesi europei non raggiungerebbero mai più il picco del 2012.</p>
<p>Insomma, non possiamo basare la nostra salvezza sul commercio con Mosca. Verrà un giorno in cui ci verrà chiesto da che parte stare e mentre qualcuno arrancherà per ricucire i rapporti con Washington, i veri protagonisti dei conflitti in Medio Oriente – Arabia Saudita, Qatar, Iran – si giocheranno da soli la partita.</p>
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		<title>In Siria la Russia si prepara a colpire duro, ma le sanzioni sarebbero state un boomerang</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Tommaso Canetta]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 22 Oct 2016 15:26:30 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Grande Medio Oriente]]></category>
		<category><![CDATA[Russia e Asia centrale]]></category>
		<category><![CDATA[Assad]]></category>
		<category><![CDATA[Putin]]></category>
		<category><![CDATA[Russia]]></category>
		<category><![CDATA[Sanzioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La speranza di fermare il massacro di Aleppo, se mai era nata, è già morta. Mosca sta preparando&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>La speranza di fermare il massacro di Aleppo, se mai era nata, è già morta. Mosca sta preparando una vittoria militare sul campo. <strong>L’intera flotta del Nord e parte della flotta del Baltico della marina russa</strong> – di cui fanno parte la portaerei <em>Kuznetsov</em>, l’incrociatore a propulsione nucleare <em>Pyotr Veliky </em>(il più grande del mondo nella sua categoria), due cacciatorpediniere, un sottomarino d’attacco, una petroliera, un rimorchiatore e una nave di sorveglianza – <strong>sono partite il 15 ottobre dall’Artico con destinazione il Mar Mediterraneo</strong> <strong>orientale</strong>. Il convoglio di navi da guerra dovrebbe arrivare di fronte alla costa siriana entro fine mese. I quindici aeroplani, tra <em>Su-33</em> e <em>MiG-29K/KUB</em>, e i dieci elicotteri (<em>Ka-52K, Ka-27</em> e <em>Ka-31</em>) imbarcati andranno quindi a coordinarsi con la flotta aerea russa presente nella base di Khmeimim per sferrare l’attacco finale sui quartieri orientali di Aleppo, ancora controllati dai ribelli. Secondo gli esperti si tratta di <strong>una mossa che va letta più dal punto di vista del crescente confronto tra Russia e Nato che non in quello della guerra siriana</strong>. L’aumento della forza di aviazione potrà infatti avere un impatto sul conflitto forte ma non decisivo. Per quello servirebbero fanteria e carri armati, un’escalation che finora Mosca ha sempre voluto evitare. E tuttavia <strong>non si può sottovalutare l’impatto simbolico e tattico</strong> che il nuovo dispiegamento militare russo avrà <strong>sulla battaglia di Aleppo</strong>.</p>
<p>La tregua di pochi giorni, concessa dal Cremlino mentre la flotta navale discende verso il Mediterraneo, e pensata per far defluire civili e combattenti dai quartieri assediati, è servita a Mosca più per pulirsi la coscienza che non per indebolire le fila dei ribelli: secondo la versione del ministro degli Esteri russo Lavrov, i qaedisti dell’ex Al Nousra hanno impedito con la violenza ai civili e agli insorti di abbandonare la città. Una mezza verità, che trova però eco nella decisione dell’Onu di non procedere all’evacuazione dei feriti dai quartieri controllati dai ribelli “perché mancano le condizioni di sicurezza”. In ogni caso <strong>il fallimento dell’evacuazione da un lato e il rafforzamento da parte di Mosca di un apparato bellico già impressionante dall’altro lasciano presagire un finale tragico</strong>.</p>
<p>Di fronte a questo scenario <strong>può far storcere il naso la linea diplomatica scelta dall’Italia </strong>in seno all’Unione europea, di impedire che venissero decise altre sanzioni contro la Russia per via della Siria. Si tratta di una decisione di realpolitik, che affonda le sue ragioni profonde in questioni che vanno oltre quella siriana, e che tuttavia proprio sulla questione siriana potrebbe avere un effetto utile. Si può infatti supporre che la minaccia delle sanzioni non avrebbe impedito a Putin di portare a compimento il suo piano di battaglia per Aleppo. In compenso avrebbe reso ancor più tesi i rapporti tra Stati europei e Mosca. <strong>Adottare misure inefficaci, e al contempo ostili verso il Cremlino, non sarebbe stata una buona base di partenza per qualsiasi futura trattativa sulla Siria</strong> – che, innegabilmente, non potrà prescindere dalla Russia – e sulla regione. E che una trattativa resti necessaria anche dopo una eventuale caduta di Aleppo est nelle mani dei lealisti è evidente: il regime e i suoi alleati controllano meno del 50% del Paese, Assad rimane una figura fortemente divisiva e Mosca lo sa, i Paesi del Golfo non danno segnale di voler recedere da questa guerra per procura, lo Stato Islamico non è vicino alla sconfitta, la Turchia ha propri uomini e mezzi nel nord della Siria, e i curdi non sembrano intenzionati a rinunciare alle proprie mire autonomiste.</p>
<p>Le sanzioni, pur giuste eticamente, avrebbero logorato il filo di dialogo che ancora l’Europa tiene in vita con il Cremlino, con il risultato di schiacciare la Russia (che, a torto o a ragione, percepisce come ignorate le proprie istanze) su posizioni sempre più oltranziste, in Siria ma non solo. <strong>Mantenendo invece aperto il canale con Putin sarà forse possibile influire in futuro – sia per ridurre il dramma umanitario della Siria sia per tutelare i nostri interessi, come Italia e come Unione europea – in sede di negoziati. </strong></p>
<p>Non si deve ignorare la complessità del quadro geopolitico e economico, specie in un <strong>momento storico in cui il Medio Oriente è in ebollizione e le alleanze storiche dell’Occidente (in primis quella con la Turchia) sono sottoposte a spinte e torsioni senza precedenti. </strong>A questo quadro si aggiunge l’incertezza sulla futura politica estera americana. Di sicuro in questo preciso momento pensare di prescindere dal dialogo con quella che è diventata una super-potenza in Medio Oriente e nel Mediterraneo orientale – la Russia ha sfruttato abilmente la sponda sciita (Iran, Iraq, Assad, Hezbollah) per portare armamenti avanzati nella regione e imporre la sua superiorità bellica; dopo aver rischiato uno scontro frontale ha avvicinato a sé la Turchia come non era mai successo; è in buoni rapporti con Israele, con l’Egitto e con Haftar in Libia – significa pensare di prescindere dalla realtà. E, per citare Ytzhak Rabin, <strong>“la pace non si fa coi propri amici, ma coi propri nemici”.</strong></p>
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		<title>La battaglia per Mosul e l’incognita del dopo-Isis</title>
		<link>https://www.mondodem.it/192/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Annalisa Perteghella]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 18 Oct 2016 15:31:14 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Grande Medio Oriente]]></category>
		<category><![CDATA[Battaglia]]></category>
		<category><![CDATA[Daesh]]></category>
		<category><![CDATA[Iraq]]></category>
		<category><![CDATA[Isis]]></category>
		<category><![CDATA[Mosul]]></category>
		<category><![CDATA[Siria]]></category>
		<category><![CDATA[Terrorismo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Sono cominciate all’alba di lunedì 17 ottobre le operazioni per la liberazione di Mosul, un evento dall’elevato valore&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Sono cominciate all’alba di lunedì 17 ottobre le operazioni per la liberazione di Mosul, un evento dall’elevato valore simbolico per la lotta contro Isis. È da qui, infatti, che al-Baghdadi annunciò, nel giugno 2014, la nascita del Califfato. Mosul è inoltre la seconda città più grande dell’Iraq e a oggi l’ultimo centro urbano significativo in mano a Isis in territorio iracheno. La sua caduta significherebbe quindi, almeno in Iraq, la trasformazione della presenza dello Stato Islamico da entità semi-statuale capace di controllare e amministrare grossi centri abitati, a poco più di una insorgenza rurale, capace di controllare villaggi e piccoli centri per brevi periodi.</p>
<p>Mentre si predispongono le operazioni di guerra e mentre ci si appresta ad assistere a un nuovo esodo in massa dei civili iracheni, ai quali occorrerà fornire adeguata assistenza umanitaria, è utile fare alcune considerazioni sul futuro dell’Iraq dopo la cacciata di Isis dalla sua capitale irachena.</p>
<p>Innanzitutto la presa di Mosul non significa la sconfitta dell’Isis. L’organizzazione di al-Baghdadi rimane pienamente operativa in Siria, dove continua a controllare diversi centri abitati di significativa grandezza, a cominciare da Raqqa, e dove potrà quindi continuare a esercitare le proprie pretese di entità semi-statuale. In territorio iracheno la trasformazione dell’Isis in insorgenza locale porterà con ogni probabilità a un netto cambiamento delle tecniche di combattimento finora utilizzate dagli jihadisti: meno grandi battaglie e assedi, e maggiori operazioni di guerriglia su piccola scala contro l’esercito iracheno e le milizie al servizio di Baghdad. È probabile che tali attacchi verranno condotti in modo da isolare e spaccare il fronte nemico, il quale presenta già notevoli divisioni al proprio interno.</p>
<p>Il secondo punto importante è che la presa di Mosul, e perfino una futura totale sconfitta di Isis sia in Iraq che in Siria, non eliminano i macro-fattori che hanno portato alla sua nascita e alla sua rapida espansione militare nel 2014. La conformazione politica attuale dell’Iraq – che esclude di fatto dal potere e marginalizza dalla distribuzione di risorse e servizi gran parte della popolazione sunnita del paese – e la probabile vittoria del regime di Assad in Siria – resa possibile dal significativo coinvolgimento della Russia e delle milizie internazionali sciite fornite dall’Iran – rischiano di determinare il protrarsi della presenza di un grande bacino perlopiù rurale che va dall’est della Siria al nord-ovest dell’Iraq abitato da una popolazione a stragrande maggioranza sunnita quasi completamente esclusa da potere e risorse. Il forte indebolimento e le spaccature interne sia al regime siriano sia al governo iracheno rischiano inoltre di rendere ancora più difficile il controllo territoriale di quest’area dove rivendicazioni politiche e socioeconomiche potranno essere nuovamente sfruttate in futuro in senso settario da gruppi estremisti locali o giunti dall’estero. Se quindi oggi Isis sembra poter essere eliminato è però anche vero che senza un processo politico che permetta l’uscita di questa popolazione – sia in Iraq sia in Siria – da uno stato di totale emarginazione politica ed economica è assai probabile che altre organizzazioni simili rinascano presto al suo posto.</p>
<p>Questo elemento si lega all’altra grande incognita che segna il futuro politico dell’Iraq: l’evidente debolezza del governo centrale e la faida interna al fronte sciita per mettere un’ipoteca sul futuro del paese. L’attuale primo ministro Haider al-Abadi – sciita, formalmente rappresentante lo stato – si trova infatti in questo momento stretto tra due forze concorrenti, ognuna portatrice di una diversa visione circa il futuro dell’Iraq.</p>
<p>Da una parte l’ex primo ministro Nouri al-Maliki, che riunisce attorno a sé un movimento popolare di contestazione e delegittimazione di al-Abadi, nonostante entrambi appartengano allo stesso partito (Dawa). Con al-Maliki vi sono alcune figure di spicco delle Unità di mobilitazione popolare (PMU), tra cui Hadi al-Ameri dell’Organizzazione Badr, Qais Khazali di Asaib ahl al-Haq, Abu Mehdi al-Muhandis, ex leader di Kataib Hezbollah. Nomi noti, sia quelli dei comandanti sia quelli delle milizie, in quanto protagonisti per conto iraniano della guerriglia anti-US nel periodo 2004-2009. La lotta contro lo Stato islamico ha ulteriormente elevato prestigio e status di questi miliziani, che, rispondendo a una fatwa – per la verità ambigua – del grande ayatollah iracheno Ali al Sistani, hanno ri-imbracciato le armi, per la maggior parte fornite da Teheran, per la difesa del sacro suolo sciita iracheno dai guerriglieri sunniti di Isis.</p>
<p>Nonostante le PMU siano formalmente inquadrate all’interno delle forze armate irachene, e formalmente soggette al controllo governativo, nei fatti esse sembrano agire in maniera indipendente, o perlomeno indipendente dallo stato iracheno: a coordinarle sul campo, secondo molti osservatori, è Qassem Suleimani, leader delle brigate al- Qods, la forza d’élite di Teheran per le operazioni militari all’estero. Secondo alcune stime, a fronte di un esercito iracheno che conta 50.000 unità, le PMU possono contare su 120.000 guerriglieri, addestrati al combattimento in teatri non convenzionali. I successi registrati dallo stato iracheno sul campo contro lo Stato islamico sono da imputarsi per la maggior parte all’azione delle PMU, o, nel nord, all’azione combinata tra PMU e guerriglieri curdi. È palese che questi miliziani, che non combattono per patria solidarietà, cercheranno nell’Iraq post-Isis una qualche forma di remunerazione. Smobilitare le PMU sarà difficile, dopo che il sangue dei loro martiri è sgorgato copioso per liberare il paese, e vi è la possibilità che esse diventino – o meglio rimangano – lo strumento attraverso il quale Teheran manterrà la propria influenza sul vicino iracheno.</p>
<p>L’obiettivo della coalizione al-Maliki/PMU sembra essere quello di affermarsi alle elezioni provinciali del 2017 e legislative del 2018. Il rischio, in caso di loro vittoria, è però che si perpetuino quelle decisioni di chiara impronta settaria che hanno contraddistinto l’Iraq di al-Maliki, e che hanno portato all’alienazione della comunità sunnita, elemento chiave del successo di al-Qaeda in Iraq prima e di Isis poi.</p>
<p>La seconda forza è quella che fa capo al religioso Muqtada al-Sadr, appartenente a una delle più famose casate sciite disseminata tra Iran, Iraq e Libano. Muqtada è forse il più radicale nella nota famiglia al-Sadr. Da più di un anno è l’agitatore di una protesta contro il premier al-Abadi e il suo esecutivo, tanto da arrivare lo scorso aprile ad assaltare la Green Zone e il parlamento. Tra le richieste di al-Sadr, la sostituzione dei membri del governo – tacciati di corruzione e collusione con la vecchia guardia – con dei tecnocrati, in grado di rispondere in maniera efficace alle esigenze reali del paese. Il movimento di Muqtada al-Sadr si presenta come un movimento populista, ma nonostante la popolarità del suo leader dispone di mezzi minori, sia economici che militari, rispetto alle PMU, e soprattutto non dispone – in questo momento storico – del favore iraniano. Elemento che ne diminuisce le possibilità di successo nell’Iraq post-Isis, ma che non ne riduce le capacità di continuare ad agitare la protesta e destabilizzare il paese.</p>
<p>Emarginazione della popolazione sunnita e rivalità interne al fronte sciita saranno gli elementi che influenzeranno il processo politico iracheno all’indomani della sconfitta di Isis. Sono questioni di cui occorre tenere conto fin da subito, se si vuole avviare un processo di ricostruzione dello stato in modo tale da renderlo resiliente agli Isis di domani. A questo scopo, occorrerà garantire che tutte le comunità e tutte le istanze ricevano adeguata rappresentatività, pena una nuova trasformazione dell’Iraq in un’arena anarchica, nella quale trovano terreno fertile movimenti terroristi e giochi di potenze esterne.</p>
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		<title>Essere una rifugiata siriana in Libano</title>
		<link>https://www.mondodem.it/201/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 11 Oct 2016 15:57:17 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Grande Medio Oriente]]></category>
		<category><![CDATA[Giornata mondiale delle bambine e delle ragazze]]></category>
		<category><![CDATA[Rifugiati]]></category>
		<category><![CDATA[Siria]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Di Irene Tuzi* Le figlie di Hamida, 12 e 14 anni, lavorano la terra vicino ad un campo&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Di Irene Tuzi*</em></p>
<p>Le figlie di Hamida, 12 e 14 anni, lavorano la terra vicino ad un campo profughi della Valle della Beqaa, dove la famiglia vive da cinque anni. Sono scappate da Aleppo all’inizio della guerra insieme alla madre, dopo che il padre è rimasto ucciso in uno scontro tra le forze del regime e l’esercito libero.</p>
<p>Hamida non riusciva a mantenere la famiglia di 8 figli, pagare l’affitto della tenda, le spese dell’elettricità e dell’acqua e il cibo, così decide di mandarle a lavorare la terra dello <em>shawish </em>che avrebbe assicurato alla famiglia una riduzione delle spese a lui dovute.<a href="https://mondodem.wordpress.com/2016/10/11/essere-una-rifugiata-siriana-in-libano/#_ftn1" name="_ftnref1">[1]</a> L’uomo però considerava le due ragazze come mezza persona, pagando loro il compenso di un solo lavoratore. Hamida ha preferito mandare le sue ragazze a lavorare la terra, invece del figlio maggiore, perché le considera più deboli e vulnerabili. “Mio figlio non avrebbe mai potuto sottostare agli ordini dello <em>shawish, </em>le ragazze sono più deboli e più abituate a prendere ordini”, racconta Hamida.</p>
<p>Situazioni come queste sono all’ordine del giorno tra le famiglie siriane rifugiate in Libano, dove le ragazze sono viste come un peso. A causa della mancanza di risorse molte famiglie decidono mandare i propri figli a lavorare perché vengono assunti con più facilità e sebbene sottopagati e impiegati in lavori generici o nell’agricoltura per molte ore al giorno, in molti casi forniscono l’unica fonte di guadagno della famiglia. Le bambine e le ragazze sono spesso impiegate nell’agricoltura perché in questo modo rimangono all’interno dell’area del campo profughi e possono essere controllate più facilmente.</p>
<p>Hamida spiega che il destino delle sue ragazze poteva essere peggiore. Un giorno, racconta, una donna incontrata per caso le promette una vita migliore. Le dice che un uomo libico di sua conoscenza stava cercando moglie e che una delle sue figlie sarebbe stata l’ideale per lui. L’uomo cercava infatti una ragazza sotto i 18 anni, che fosse orfana ed estremamente religiosa, una buona musulmana, insomma. In cambio avrebbe dato alla famiglia della ragazza una casa e qualunque cosa di cui avesse avuto bisogno. Hamida però rifiuta perché sospettosa nei confronti dell’intermediaria e delle condizioni dell’uomo.</p>
<p>Dare in sposa una figlia minorenne è stata spesso considerata una strategia di sopravvivenza di madri e padri siriani rifugiati in Libano, che non riescono a farsi carico della famiglia numerosa. In realtà questa è considerata dalle famiglie più come una maniera per proteggere le giovani che un modo per alleggerirsi dalle spese. <strong>Infatti, molte famiglie ritengono che il dare le proprie figlie in sposa giovanissime significa assicurar loro la protezione dal marito contro stupri o altre violenze. Tuttavia</strong> questi matrimoni sfociano spesso in abusi altrettanto gravi, in violenze domestiche e stupri legalizzati. I matrimoni di giovani siriane adolescenti sono però anche un modo per finanziare le necessità delle famiglie, proprio per questo moltissime ragazzine vengono date in spose non a siriani, ma a uomini giordani o sauditi che si prendono in carico anche il benessere della famiglia delle ragazze. L’UNHCR ha chiamato questo fenomeno <em>survival wedding</em> o matrimonio di sopravvivenza, un’unione in cui la libera scelta delle giovani siriane non è un parametro preso in considerazione.</p>
<p>La storia delle figlie di Hamida è solo una tra le tante. Essere una ragazza siriana rifugiata in Libano significa infatti essere un peso per genitori poveri o per madri sole, nonché vittima di abusi di ogni genere. La scuola non è mai una possibilità contemplata dalle famiglie. Le risorse limitate e le politiche del governo Libanese impediscono ai ragazzi e alle ragazze siriane di frequentare la scuola. Nonostante possano accedervi gratuitamente, spesso i programmi sono molto diversi rispetto a quelli siriani. La lingua d’insegnamento, l’inglese, è spesso un impedimento, ma l’ostacolo più grande è proprio la possibilità di raggiungere la scuola, di pagare la tariffa dell’autobus o del taxi. Inoltre, mandare una figlia adolescente a scuola significa spesso rinunciare all’unica fonte di reddito della famiglia.</p>
<p><a href="https://mondodem.wordpress.com/2016/10/11/essere-una-rifugiata-siriana-in-libano/#_ftnref1" name="_ftn1">[1]</a> Lo <em>shawish</em> è un siriano, che per anzianità o per scelta della comunità di rifugiati è una sorta di leader del campo profughi. Fa da da mediatore tra i rifugiati e il proprietario terriero libanese, che affitta loro la terra su cui erigere le tende. Lo <em>shawish</em> prende in carico anche il lavoro agricolo e impiega donne o bambini offrendo loro un compenso (circa 4$ per una giornata di lavoro) e/o una riduzione sulle spese di affitto.</p>
<p><em>*Irene Tuzi è ha svolto una ricerca sulle rifugate siriane in libano, presso l’Institute for Migration Studies della Lebanese American University di Beirut e sta attualmente studiando gli effetti della migrazione forzata sulle siriane rifugiate in Libano e Germania</em></p>
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		<title>Le guerre in Siria e Iraq e le ricadute in Europa</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Tommaso Canetta]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 07 Oct 2016 16:03:19 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Russia e Asia centrale]]></category>
		<category><![CDATA[Aleppo]]></category>
		<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[Libia]]></category>
		<category><![CDATA[Medio Oriente]]></category>
		<category><![CDATA[Siria]]></category>
		<category><![CDATA[Stato Islamico]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Se i due principali problemi per l’Europa sono l’emergenza migranti e il terrorismo – con le loro ricadute&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Se i due principali problemi per l’Europa sono l’emergenza migranti e il terrorismo – con le loro ricadute politiche e sociali, che stanno scuotendo l’Unione europea alle sue fondamenta – il massacro in corso a Aleppo in Siria e la prossima offensiva su Mosul (capitale dello Stato Islamico) in Iraq rischiano di aggravarli in modo significativo.</p>
<p><strong><em>L’aumento dei flussi di rifugiati e il rischio di radicalizzazione della popolazione locale.</em></strong></p>
<p>L’assedio del regime siriano sui quartieri orientali di Aleppo, controllati dai ribelli, dura da inizio settembre. Se la violenta offensiva in corso dei lealisti porterà alla caduta della zona est della città, è facile ipotizzare un incremento del numero di profughi. In molti cercheranno di scappare dalle milizie sciite e alauite, dalle ritorsioni della dittatura e dalla devastazione che delle loro case e delle loro vite ha lasciato giusto le macerie. Non solo. Si può anche immaginare che le fila delle formazioni più estremiste – come Jabhat Fateh al-Sham, già Jabhat al Nousra, branca siriana di Al Qaeda, e lo stesso Isis – saranno ingrossate da tanti disperati, sopravvissuti soli e senza mezzi alla distruzione di Aleppo, in cerca di vendetta contro Assad o anche solo di uno stipendio da mercenari. Allo stesso modo la prossima offensiva dell’esercito iracheno, aiutato dagli Stati Uniti ma anche (se non soprattutto) da milizie sciite filo-iraniane già tacciate in passato di violenze settarie, rischia di scatenare un esodo di massa della popolazione sunnita di Mosul e un travaso di consensi in favore dello Stato Islamico in Iraq.</p>
<p><strong><em>Che fare?</em></strong></p>
<p>Per quanto riguarda Mosul, una possibile strada sarebbe quella di fare pressione sugli Stati Uniti, affinché utilizzino le proprie leve per bloccare l’operazione voluta dal premier iracheno al Abadi, chiedendo che venga prima decisa una strategia su chi e come debba liberare la città e soprattutto sul dopo-liberazione.</p>
<p>Per quanto riguarda Aleppo invece il primo ostacolo da superare è di carattere teorico. C’è una diffusa convinzione secondo cui, per ottenere il prima possibile quella stabilità che è l’interesse principale dell’Europa, convenga lasciar fare a Putin e a Assad. In base a questa teoria, infatti, una volta conquistata la città, il regime e il suo alleato russo sarebbero disponibili a trattare una tregua stavolta reale, che porti anche a una spartizione delle aree di influenza nel Paese, se non del Paese stesso. Le critiche americane al massacro di Aleppo si spiegherebbero dunque come il tentativo di prolungare gli scontri fino all’insediamento del prossimo presidente che, magari attraverso una politica estera mediorientale più interventista, potrebbe riuscire nell’impresa di causare la caduta di Assad (cosa gradita, se non quasi pretesa, dagli alleati regionali dell’Occidente: Turchia e soprattutto Arabia Saudita).</p>
<p>Se la genuinità dell’idealismo americano può legittimamente suscitare qualche dubbio, il resto di questa teoria è però piuttosto debole. La maggioranza della popolazione siriana è composta da sunniti, molti di loro (anche se non tutti) vogliono la cacciata di Assad e non si fiderebbero di una sua permanenza al vertice del Paese. Anche tra le minoranze cristiana, sciita, drusa etc. – che pure temono l’eventuale ascesa al potere di estremisti religiosi sunniti – la dittatura trova critici e oppositori. Il regime è senza soldi e senza uomini. Viene tenuto in vita dai finanziamenti e dalle milizie che Russia e Iran riversano nel Paese. Difficilmente con Assad al potere, anche su una parte che non sia minoritaria del Paese, si uscirebbe mai da una situazione di conflitto perenne. Al momento, quindi, il meglio che si può fare – non solo umanitariamente ma anche in termini di interesse europeo – è fare pressione perché si interrompa la strage di Aleppo.</p>
<p>A tale scopo sarebbe utile intensificare i rapporti con Mosca, alleato di ferro del regime fin dai tempi dell’Urss (in Siria, a Tartous, c’è l’unica base navale russa nel Mediterraneo), offrendole un’alternativa. Putin non vuole perdere una pedina fondamentale, meno che mai dopo aver investito nell’ultimo anno in Siria ingenti risorse economiche e militari, ma non sarebbe contrario a sostituire Assad con altra figura meno divisiva. Il fallimento nella ricerca di una tale alternativa ha reso finora la Russia feroce nel difendere Assad, ma anche al Cremlino sembra esserci scetticismo sulla possibilità che il dittatore riesca mai a pacificare il Paese. È dunque con Mosca che va cercato un compromesso, offrendo magari anche qualche contropartita in aree più strategiche per la Russia. Per farlo bisogna però negoziare un accordo anche con Teheran, capo-fila dell’asse sciita e protettore di Assad. Alla Repubblica Islamica iraniana servono infatti rassicurazioni analoghe a quelle richieste da Mosca circa la tutela dei propri interessi e della propria influenza. Considerato lo scontro in atto con l’Arabia Saudita in diversi scenari mediorientali, si potrebbe, in cambio di determinate garanzie, offrire a Teheran anche una riduzione del sostegno militare occidentale a Riad (oltre agli americani anche francesi e altri europei vendono miliardi di dollari di armi alla monarchia saudita). Se la logica dell’accordo sul nucleare stipulato con l’Iran l’anno scorso era quella di propiziare un balance of power regionale, tentare la via di un disarmo – imposto da parte dei fornitori – dei contendenti potrebbe funzionare meglio di quanto abbia invece fatto finora ingozzarli di armamenti e lasciarli scannare in un pigro (o voluto, si pensi allo Yemen) disinteresse occidentale.</p>
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