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	<title>Alberto Colombelli, Autore presso MondoDem</title>
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	<description>Laboratorio di Politica Internazionale</description>
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		<title>Ostruzionismi pericolosi a cui si deve poter rispondere</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alberto Colombelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 11 Dec 2023 08:48:02 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[USA e Americhe]]></category>
		<category><![CDATA[Elezioni USA]]></category>
		<category><![CDATA[Trump]]></category>
		<category><![CDATA[Unione Europea]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>“Comprendo la conseguenza della tattica dei repubblicani ed&#160;è&#160;Vladimir Putin che marcia dentro l’Europa.”&#160;(Senatore&#160;Christopher S. Murphy, Partito Democratico, Connecticut,&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p><em>“</em><em>Comprendo la conseguenza della tattica dei repubblicani ed&nbsp;</em><em>è&nbsp;</em><em>Vladimir Putin che marcia dentro l</em><em>’</em><em>Europa</em>.”&nbsp;(Senatore&nbsp;Christopher S. Murphy, Partito Democratico, Connecticut, USA, 5 dicembre 2023)</p>



<p>La voce del Senatore democratico Chris Murphy risuona dentro l’aula del Senato degli Stati Uniti d’America, dando piena evidenza al concreto rischio che una interruzione del sostegno americano all’Ucraina può&nbsp;produrre soprattutto in Europa.</p>



<p>Avviene anticipando il momento in cui si pensava che questo potesse accadere, da sempre indicato come quello che verrebbe a coincidere con una eventuale rielezione di Donald Trump alle elezioni presidenziali del prossimo novembre 2024.</p>



<p>In particolare si verifica nel medesimo momento in cui anche proprio la stessa Unione europea appare vittima di una analoga ostruzione sul sostegno all’Ucraina e sull’avvio delle procedure per la sua adesione all’Ue da parte dell’Ungheria del Primo ministro&nbsp;Viktor Orbán.</p>



<p>C’è&nbsp;una frase che ci offre una sintesi immediata di quanto l’ostruzionismo di questi giorni negli Stati Uniti d’America e in Unione europea può&nbsp;produrre non solo sul futuro dell’Ucraina ma anche di tutti noi, oltre che sulle nostre coscienze:</p>



<p><em>“</em><em>Gli Stati Uniti e l</em><em>’</em><em>Europa lo hanno detto forte e chiaro:&nbsp;</em><em>“</em><em>sosterremo l</em><em>’</em><em>Ucraina fino in fondo, per tutto il tempo necessario e qualunque cosa costi</em><em>”</em><em>. Se abbandonassimo l</em><em>’</em><em>Ucraina ora e costringessimo Zelenskyj a scendere a compromessi, sarebbe la fine del nostro credito morale e della nostra autorit</em><em>à&nbsp;</em><em>politica. Per l&#8217;Occidente vergogna e suicidio.</em><em>”&nbsp;</em>(Bernard-Henri Lévy, 2 dicembre 2023)</p>



<p>Così&nbsp;non&nbsp;è&nbsp;possibile accettare di assecondare chi, in riferimento all’impegno a sostegno dell’Ucraina, da qualche tempo parla di&nbsp;<em>“</em><em>stanchezza</em><em>”</em>.</p>



<p>Non ce lo possiamo permettere, a maggior ragione se paragoniamo i nostri sacrifici rispetto all’assoluta tragedia direttamente vissuta in questi quasi due anni dalla popolazione ucraina.</p>



<p>E nemmeno possiamo considerare, alla luce degli ulteriori ultimi avvenimenti internazionali, l’ipotesi di definire ora una scala di priorità&nbsp;tra conflitti in base alla quale decidere a chi riservare in esclusiva il nostro impegno, derubricando il nostro concreto appoggio a favore dell’Ucraina.&nbsp;</p>



<p>Così&nbsp;il vertice europeo dei prossimi 14 e 15 dicembre viene ad assumere una rilevanza fondamentale per definire il futuro dell’Europa.</p>



<p>I Capi di Stato e di Governo dei paesi membri dell’Unione europea non solo dovranno trovare un accordo all’unanimità&nbsp;per proseguire nel loro congiunto sostegno all’Ucraina ma dovranno essere capaci di rilanciarlo con ulteriore maggiore forza per inviare anche un messaggio chiaro agli Stati Uniti d’America e, nel caso fosse necessario, poter anche parzialmente compensare una eventuale riduzione degli aiuti di provenienza statunitense.</p>



<p>Le trattative preparatorie al vertice europeo in queste ore sono febbrili, perché&nbsp;la posta&nbsp;è&nbsp;davvero alta.</p>



<p>Chiunque possa avere una influenza sul Primo ministro ungherese deve esercitarla al massimo delle sue possibilità.</p>



<p>Si sta ragionando anche su un eventuale sblocco di 10 dei 27 miliardi di euro di fondi destinati all’Ungheria al momento bloccati per violazioni dello Stato di diritto da parte del Governo ungherese.</p>



<p>Sarebbe un prezzo di&nbsp;<em>real politik</em>&nbsp;da pagare a beneficio di una posta in gioco troppo grande per poter essere sacrificata, ma allo stesso tempo anche determinato dall’incapacità&nbsp;di riuscire ad andare veramente fino in fondo nella realizzazione di obiettivi che con coraggio e visione erano stati fissati all’inizio di questa legislatura europea, che ponevano la revisione dei Trattati in un orizzonte non troppo lontano e che avevano permesso di gestire la pandemia (con l’attuazione di un comune piano vaccinale) e la post-pandemia (con l’adozione del Next Generation EU) dimostrando una capacità&nbsp;di innovazione che proiettava finalmente la speranza verso un’Europa più&nbsp;politica e più&nbsp;democratica.</p>



<p>Si apre ora la stagione della campagna elettorale per le elezioni europee di inizio giugno 2024, soprattutto per noi con un monito chiaro: non riduciamo queste elezioni all’ennesima occasione per una semplice conta interna dei consensi tra i partiti nazionali.</p>



<p>Rendiamola anche da noi questa volta l’occasione per decidere insieme quale Europa vogliamo, su quali ideali e valori promuoverla, su quali proposte concentrarsi per permettere al progetto europeo di realizzarsi pienamente, con una propria autonomia strategica, con una sua vera integrazione politica, con una sua capacità&nbsp;decisionale non condizionata da manovre speculative di chi vi&nbsp;è&nbsp;parte solo per sostenere istanze esterne e addirittura ostili.&nbsp;</p>



<p>E con una priorità&nbsp;da promuovere sin da questi giorni: che i paesi membri verso i quali il&nbsp;Parlamento europeo ha&nbsp;già&nbsp;approvato una risoluzione non legislativa&nbsp;che li&nbsp;ha&nbsp;definiti&nbsp;una&nbsp;&#8220;minaccia sistemica&#8221; ai valori fondanti dell&#8217;Unione europea&nbsp;e su cui sono condivisi i Trattati (come avvenuto nei confronti dell’Ungheria con voto parlamentare del settembre 2022) abbiano&nbsp;effettivamente il&nbsp;diritto di voto sospeso in Consiglio dell’Unione europea e in Consiglio europeo dei Capi di Stato e di Governo.</p>
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		<title>Flussi migratori, una politica strategica oltre l&#8217;emergenza</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alberto Colombelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 06 Jun 2023 17:53:11 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Africa subsahariana]]></category>
		<category><![CDATA[Africa]]></category>
		<category><![CDATA[Meloni]]></category>
		<category><![CDATA[Migrazione]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>“Molti dei paesi africani non sono dalla parte dell’occidente. Se si perde la guerra sulla sicurezza alimentare, non&#8230;</p>
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<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>“<em>Molti dei paesi africani non sono dalla parte dell’occidente. Se si perde la guerra sulla sicurezza alimentare, non ci sarà mai nessuna speranza che questi paesi possano venire dalla parte dell’alleanza. Poi di chi sia la colpa a loro non importa. Al di là delle conseguenze umanitarie, che sono gravi, ci sono delle conseguenze strategiche che sono molto serie.” </em></p>
<cite>Mario Draghi, Presidente del Consiglio, Consiglio straordinario dei Capi di Stato e di Governo Ue, Bruxelles, 31 maggio 2022)</cite></blockquote>



<p>Un anno fa il Presidente del Consiglio Draghi lanciava un avvertimento che si riferiva a governi e popolazioni dei Paesi africani, nei confronti dei quali appare particolarmente attrattivo il <em>soft power</em> di un neocolonialismo economico delle principali autarchie presenti nel continente, che nasconde ambizioni politiche egemoniche.</p>



<p>La rilevanza strategica dell’Africa attraversa ogni ambito e per l’Italia riguarda anche le politiche sui flussi migratori via mare, l’origine delle cui rotte si è spostata sulle coste tunisine per effetto del regime sempre più autoritario del Presidente della Tunisia Saïed, che ha alimentato un clima di discriminazione verso gli immigrati con pesanti conseguenze nei confronti di persone originarie dell’Africa subsahariana.</p>



<p>Di fronte ai conseguenti rischi per il nostro Paese, la soluzione del Governo italiano appare in continuità con pratiche che hanno già evidenziato la loro criticità: contenimento delle partenze e accordi bilaterali che prescindono dalla natura dei regimi con cui vengono siglati.</p>



<p>Così il Ministro dell’Interno italiano Piantedosi a metà maggio scorso ha incontrato il Presidente della Tunisia per promuovere partenariato tra i due Paesi e loro cooperazione contro la migrazione irregolare che prevede anche possibili forme di finanziamento alla Guardia costiera tunisina per il controllo delle frontiere, propedeutico ad un incontro tra il Presidente tunisino e la Presidente del Consiglio Meloni.</p>



<p>Uno schema tristemente noto, considerando l’esperienza con la Libia.</p>



<p>Sembra proprio che non si riesca ad uscire da una visione strettamente emergenziale.</p>



<p>Questo mentre in Italia vengono invece promosse, in area progressista, proposte che affrontano la questione migratoria andando oltre l’emergenza, quale leva strategica per fronteggiare una crisi demografica ormai non più solo prospettica.</p>



<p>In particolare il Sindaco di Bergamo Giorgio Gori, Partito democratico, ha evidenziato come si debba agire senz’altro su soluzioni di lungo periodo, che passano da politiche di <em>welfare</em> a favore delle famiglie e della crescita dell’occupazione femminile, ma anche necessariamente con iniziative dai ritorni più immediati orientate verso una gestione di pianificati flussi regolari che vadano incontro ai bisogni di nuova occupazione sempre più manifestati dalle forze produttive del Paese.</p>



<p>Proposte che in Italia hanno trovato condivisione in più ambiti ma anche visto sollevate perplessità proprio all’interno della stessa area progressista, con esponenti che ne hanno criticato una natura troppo razionale per vedersi riconosciuto consenso politico ed elettorale.</p>



<p>In realtà si tratta di proposte che già hanno visto un loro positivo avanzamento nel Paese europeo, la Germania, che è primo per richieste di permessi di soggiorno e che più di ogni altro in Ue è riuscito a rallentare il proprio declino demografico.</p>



<p>Lo ha fatto anche con un disegno di legge che facilita l’ingresso in Germania di figure professionali qualificate, riferito al sistema “<em>a punti</em>” canadese, e che si prefigge di inserire non solo chi abbia il giusto titolo di studio o diploma di abilitazione ma anche chi dimostri di aver maturato esperienza professionale sul campo.</p>



<p>Un modello attuabile anche perchè affiancato da un’altra importante misura, non ancora adeguatamente promossa in Italia: la Germania aprirà propri centri per la migrazione direttamente in cinque Paesi dell’Africa, offrendo a cittadini africani con adeguate credenziali la possibilità di stabilirsi in modo regolare in territorio tedesco.</p>



<p>Così Assane Diagne, Direttore di <em>The Conversation Africa:</em></p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><em>“La nuova procedura accelerata semplifica l’assunzione di lavoratori stranieri qualificati. Consente ai datori di lavoro di richiedere il riconoscimento delle qualifiche estere per agevolare la richiesta del visto di un lavoratore in fase di assunzione. Per ottenere il visto il lavoratore qualificato deve poi presentare un contratto di lavoro o una concreta offerta lavorativa. L’Agenzia federale per il Lavoro in fase di reclutamento non controllerà più se per quella posizione specifica il candidato è tedesco o proveniente da un Paese UE. La Germania istituirà centri in Ghana, Marocco, Tunisia, Egitto e Nigeria. Le persone ricercate sono lavoratori qualificati con formazione professionale o accademica, ricercatori, scienziati e dirigenti.” </em></p>
<cite>(da Luciana Buttini, Voci Globali, 17 marzo 2023).</cite></blockquote>



<p>Il percorso è certamente complesso. Richiede che i Paesi africani dispongano di una propria agenda migratoria e una sua supervisione congiunta, con accordi firmati tra gli Stati anziché con lettere di impegno diretto tra lavoratori qualificati e datori di lavoro, definendoli all’interno di quadro rigoroso a vantaggio di lavoratori, imprese e Stati. Di fronte alle rispettive dinamiche migratorie, il futuro dei due continenti passa molto da qui.</p>
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