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	<title>Andrea Sgrulletti, Autore presso MondoDem</title>
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	<description>Laboratorio di Politica Internazionale</description>
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	<title>Andrea Sgrulletti, Autore presso MondoDem</title>
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		<title>L&#8217;Eurovision in tempi di guerra</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Andrea Sgrulletti]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 16 May 2022 09:26:39 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[eurovision]]></category>
		<category><![CDATA[guerra]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La ratio sottostante l’intero sistema di votazione dell’Eurovision Song Contest è la seguente: “non potendo votare per il&#8230;</p>
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<p>La <em>ratio</em> sottostante l’intero sistema di votazione dell’<em>Eurovision Song Contest</em> è la seguente: <strong>“non potendo votare per il Paese in cui vivi, per chi voterai?”. </strong>Questo principio motiva l’impossibilità, per le giurie di qualità nazionali, che assegnano la metà del punteggio finale, e per i singoli ascoltatori, di votare per chi rappresenta il proprio Paese.</p>



<p>Un’impossibilità che ha dato vita a diverse tradizioni, che tutti gli appassionati conoscono: ad esempio, Albania e Slovenia sono frequentemente tra chi premia l’Italia; è consueto che Montenegro, Macedonia del Nord e Serbia si scambino voti tra loro; è frequente che Cipro e Grecia si sostengano vicendevolmente; gli Stati che hanno conosciuto una forte emigrazione intraeuropea godono spesso di un vantaggio; ecc…</p>



<p>Si tratta di tradizioni confermate, ma la portata del voto confluito sull’Ucraina impone una riflessione molto peculiare. Già durante lo spettacolare momento dell’annuncio dei famosi “12 punti” assegnati da ogni giuria nazionale, dalle Capitali dell’Est Europeo era arrivato un flusso di voto significativo per la Kalush Orchestra. Ma è stato il voto popolare a fare dell’Ucraina la dominatrice dell’<em>ESC</em> 2022: <strong>in</strong> <strong>27 Stati su 39 ha raccolto 12 punti</strong> ed in altri 8 ha conseguito il secondo risultato possibile (10 punti). Tutto ciò con una canzone <em>folk-rap</em>, cantata in una delle lingue meno note d’Europa.</p>



<p>Si tratta di una specificazione sostanziale, perché la questione linguistica è essenziale nella storia dell’<em>Eurovision</em> e per altri lo è stata pure quest’anno: la Francia, ad esempio, che lo scorso anno aveva chiuso al secondo posto, è scivolata in fondo alla classifica, anche a causa di un brano in lingua bretone, proposto con ottime intenzioni (il bretone, infatti, potrebbe presto diventare una “lingua morta”), ma a scapito della sua accessibilità.</p>



<p>Il messaggio che le opinioni pubbliche europee hanno lanciato non è equivocabile: a dispetto di molte fumisterie intellettualistiche che vanno in scena ogni sera in alcuni <em>talk show</em>, sempre alla ricerca di una nicchia di pubblico composta da amanti della spettacolarizzazione del paradosso dialettico, la gente comune ha compreso che la guerra di Ucraina è un abominio perpetrato ai danni di un popolo che non desiderava altro che vivere in pace e libertà, come vive la gran parte delle altre comunità nazionali europee. Un’evidenza che d’altronde era stata già captata dalla comunicazione più <em>mainstream</em>, che non casualmente è accusata, da ambienti filorussi e da noti settori antagonisti di opinione pubblica, di portare avanti un racconto a senso unico della crisi russo-ucraina.</p>



<p>Va poi considerata la potenza dei <em>social network</em> nella diffusione della richiesta di soccorso che l’Ucraina lancia oramai quotidianamente da oltre due mesi: la viralità del messaggio lanciato da Zelens’kyj in corso di <em>Eurovision</em> è solo la punta dell’<em>iceberg</em> di un’eccellente strategia comunicativa, che ha aiutato a mantenere accesi i riflettori sul dramma del Paese, anche rispetto al rischio che la distanza delle vicende belliche dai territori d’Occidente d’Europa e i costi sulla vita quotidiana delle sanzioni facesse presto venir meno l’impulso solidaristico delle prime ore.</p>



<p>Non fermiamoci però alla comunicazione di governo: se c’è un evento mondiale che deve l’aumento esponenziale del suo <em>appeal </em>alla funzione svolta dai <em>social network</em>, quello è l’<em>Eurovision Song Contest</em> ed in questi giorni abbiamo osservato la mobilitazione di rappresentanti dell’Ucraina nelle scorse edizioni, ma anche di altre nazionalità, fino all’estremo della cantante lituana Monika Liu, che ha apertamente sostenuto i propri rivali ucraini.</p>



<p>L’intero evento, globalista per definizione, ha quindi lanciato un messaggio chiaro, contro una guerra scatenata da un regime che teorizza apertamente la fine della globalizzazione, accusata di minare le identità tradizionali che si pretende di preservare intatte o, quando necessario, di imporre.</p>
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		<title>Cosa abbiamo imparato dalle Olimpiadi di Tokio?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Andrea Sgrulletti]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 23 Aug 2021 18:53:25 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Asia-Pacifico]]></category>
		<category><![CDATA[Coronavirus]]></category>
		<category><![CDATA[COVID-19]]></category>
		<category><![CDATA[olimpiadi]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>I Giochi olimpici di Tokyo 2020 sono stati “le Olimpiadi del Covid-19”, per molte altre ragioni rispetto a&#8230;</p>
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<p>I Giochi olimpici di Tokyo 2020 sono stati “le Olimpiadi del Covid-19”, per molte altre ragioni rispetto a quelle ovvie e abbondantemente dibattute nel corso dell’evento, concernenti la risposta sanitaria nazionale nipponica, con relative polemiche domestiche, e la politica precauzionale adottata a salvaguardia di atleti, operatori e volontari. Infatti, nessuno degli eventi sportivi precedentemente celebrati a mo’ di recupero delle manifestazioni sospese o annullate a seguito della diffusione pandemica del contagio, compresi quelli di dimensioni ragguardevoli, come gli Europei o la <em>Copa América</em> di calcio, poteva per ragioni numeriche e simboliche chiamare in causa le ragioni del globalismo e del localismo, che sono dei corollari inevitabili delle politiche internazionali di contrasto al virus.</p>



<p>Sarebbe dunque fuorviante non considerare tutta la discussione sull’opportunità dello svolgimento dei Giochi (e altrettanto dicasi per i paralimpici, che sono in procinto di iniziare) sotto questo punto di vista, a suo modo epocale: per il CIO, una delle organizzazioni internazionali che più iconicamente rappresentano i tempi del globalismo, essere riusciti nell’impresa di portare a termine Giochi olimpici caratterizzati dal record di discipline e specialità, con defezioni nazionali attinenti a ragioni differenti e pregresse rispetto alla pandemia da Covid-19 (si veda il caso della Russia, con gli atleti che hanno gareggiato sotto il vessillo olimpico per lo scandalo del doping di Stato; o quello della Corea del Nord, caratterizzato dalle vicende geopolitiche a tutti i nostri lettori ben note), rappresenta un innegabile successo ed è impossibile non notare quanto un esito differente dell’impresa in Sol Levante avrebbe reso inimmaginabili i toni di lieta speranza che hanno caratterizzato l’annuncio di Parigi 2024, da parte del Presidente della Repubblica francese Macron e della Sindaca Hidalgo.</p>



<p>Le dimensioni dell’evento olimpico, che sono andate in costante crescendo durante la storia, non sono dunque conseguenza di processi ineluttabili, ma merito di organizzazione e lavoro. Questo assunto rende gelido il rammarico per l’occasione persa da Roma per l’organizzazione dei prossimi Giochi, oltre a responsabilizzare la nostra organizzazione olimpica in vista di Milano-Cortina 2026, che sarà preceduta dalle Olimpiadi invernali dell’anno prossimo a Pechino. La Capitale cinese e tutto lo Stato si apprestano a rispondere ai vicini giapponesi con la seconda rassegna olimpica nel breve volgere di quattordici anni, in una sfida per l’egemonia culturale, ma non solo, sul Continente asiatico, che è tutt’altro che sottaciuta dai rispettivi governi.</p>



<p>C’è ormai consapevolezza nell’opinione pubblica che quelle del 2022 saranno anche le seconde olimpiadi e paralimpiadi in tempi di Covid-19 e non può non notarsi come le prime siano state la rassegna sportiva globale più caratterizzata nella storia dal tema della salute mentale: dall’ultima tedofora Naomi Osaka, ad una delle atlete che si attendevano come protagoniste assolute della rassegna olimpica, la ginnasta statunitense Simone Biles, fino alla grande promessa del nuoto italiano Benedetta Pilato, sono state particolarmente le atlete a far irrompere nel racconto a cinque cerchi la questione che, come conseguenza delle restrizioni alla socializzazione obbligate in tutto il mondo dal Covid-19, sta diventando vieppiù cruciale nel dibattito politico sul welfare durante e dopo la pandemia.</p>



<p>Le paralimpiadi di Tokyo saranno inoltre le più viste di sempre nel mondo: si prevede infatti un pubblico di circa 4 miliardi di telespettatori e si discute in questi giorni se consentire anche una limitata presenza di pubblico negli impianti sportivi, in particolare tra i giovanissimi studenti delle scuole nipponiche, nell’ottica della diffusione del messaggio di inclusione e apertura sociale universale, cui le istituzioni giapponesi, come oggettivamente il CIO, hanno dato prova innegabile di tenere molto. Dalla scelta della pallavolista italiana Paola Egonu per rappresentare l’Europa tra gli atleti che portavano il vessillo olimpico, lei lesbica e di colore; alla prima partecipazione di un’atleta transgender, la neozelandese Laurel Hubbard nella categoria +87 kg del sollevamento pesi, sono stati diversi i messaggi simbolici di valore storico lanciati da Tokyo 2020.</p>



<p>Mentre la rappresentativa olimpica dei rifugiati politici ha contato 29 atleti, quasi tre volte quelli presenti a Rio, provenienti da 13 nazioni diverse e con un proprio <em>entourage</em>, un missione olimpionica vera e propria, con relativa organizzazione, la questione dei rifugiati, c’è da crederlo purtroppo, si porrà con rinnovato vigore sia durante le paralimpiadi al via, sia durante i prossimi appuntamenti pentacerchiati, alla luce degli sviluppi drammatici della crisi afghana, che in termini di organizzazione sportiva hanno comportato anche la necessaria rinuncia del Comitato paralimpico nazionale alla partecipazione programmata, per l’impossibilità di raggiungere Tokyo in sicurezza per delegazione ed atleti. Tra questi, in particolare, ha destato emozione e mobilitazione nell’opinione pubblica internazionale e nel mondo dello sport il caso di Zakia Khudadadi, che ha potuto lasciare il Paese in sicurezza grazie all&#8217;accoglienza umanitaria del Governo australiano e potrebbe tuttora riuscire a partecipare, come prima donna afghana, alle paralimpiadi di Tokyo.</p>
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		<title>I Democratici hanno perso perché non sono di sinistra?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Andrea Sgrulletti]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 18 Nov 2016 14:25:21 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Lo stato della sinistra]]></category>
		<category><![CDATA[USA e Americhe]]></category>
		<category><![CDATA[Democratici]]></category>
		<category><![CDATA[Elezioni USA]]></category>
		<category><![CDATA[Sinistra]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>No, i Democratici non hanno perso la Casa Bianca perché “non sono di sinistra”. E nemmeno perché sono&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>No, i Democratici non hanno perso la Casa Bianca perché “non sono di sinistra”. E nemmeno perché sono “subalterni all’ideologia neoliberista e alla finanza globalizzata”. Dato che i ciclostile dell’analisi della sconfitta sono sempre attivi in certi sgabuzzini della sinistra italiana, vale la pena affermare queste negazioni con nettezza.</p>
<p>La Presidenza Obama ha praticato politiche di sinistra, come nessun’altra prima, negli Stati Uniti d’America.</p>
<p>Con la riforma sanitaria, ha fornito protezione sociale a 20 milioni di persone, che per la prima volta hanno avuto accesso all’assicurazione medica. Lo ha fatto a costo di una battaglia politica durissima contro i Repubblicani, maggioranza nel Congresso per quasi tutto il corso dell’Amministrazione. Uno scontro feroce, con episodi di ostruzionismo che hanno imposto, per determinati periodi, il blocco della prestazione di servizi pubblici. Con la legge Dodd-Frank, l’Amministrazione Obama ha fornito alle autorità federali significativi poteri di controllo sul sistema bancario, una misura importante e coraggiosa che poco piacque alle lobby di Wall Street. Quanto al settore della produzione industriale, Obama ha preso l’America di Bush, refrattaria a qualunque politica di contrasto del mutamento climatico globale, e l’ha portata all’assunzione della più alta responsabilità, nel consesso multilaterale degli accordi di Parigi.</p>
<p>La Presidenza Obama è stata costantemente ispirata da una visione filantropica globale, che sta nel profondo di una certa tradizione dell’America democratica, che fa coincidere la cittadinanza con la scelta americana, coniugata con una razionale convinzione dell’opportunità di politiche tese al massimo avanzamento possibile dei processi di inclusione di neri e latinos.</p>
<p>Si dirà: non era candidato Obama. E’ vero e non poteva esserlo. Ma, particolarmente in politica interna, Hillary Clinton è stata la candidata della continuità con Obama, specie dopo la dolorosa rinuncia di Joe Biden alla corsa alle primarie democratiche. E il voto popolare, andato in maggioranza alla Clinton, delegittima una spiegazione superficiale che attribuisce la sconfitta all’errore della sua nomination.</p>
<p>Segnalo che con Donald Trump entra alla Casa Bianca quella parte della destra americana che in passato si è battuta per legare la cittadinanza al sangue degli avi e alla lingua, finendo ripetutamente sconfitta. Segnalo che il proposito di smontare la riforma sanitaria, pezzo per pezzo, è stato un mantra della campagna elettorale roboante di Trump. Segnalo che il Presidente eletto fa trapelare, attraverso il suo team di transizione, che intende abrogare la legge Dodd-Frank come primo atto della sua esperienza a Washington DC e che ha garantito di non essere intenzionato a proseguire alcuna politica energetica di riduzione dei carboni fossili.</p>
<p>Bisogna guardare la bestia negli occhi, anche se fa paura: le politiche dei democratici sono state di sinistra e sono state respinte e sconfitte, da destra, in alcuni settori della società e in alcuni Stati che un tempo votavano prevalentemente democratico. Tanti lavoratori del settore dell’industria, nel nord-est americano e non solo, hanno considerato più rassicurante per il loro futuro la promessa del blocco dei processi di riconversione produttiva, conseguenti agli impegni assunti nella lotta al surriscaldamento del Pianeta, rispetto ai progressi innegabili nell’ambito della previdenza sociale. Tanti americani bianchi, tutt’altro che ricchi, hanno votato contro i loro concittadini afroamericani e latinos perché ciascuno che sale un gradino di condizione sociale viene considerato un avversario con cui battersi per lo stesso spicchio di benessere.</p>
<p>La proposta politica democratica di società aperta, inclusiva, plurale, ha perso in settori della società decisivi per l’elezione del Presidente degli Stati Uniti. Di certo non tornerà a vincere presto se da sinistra negheremo che sia stata praticata con tanta coerenza! Non c’è altra strada che la battaglia politica per affermare la supremazia di quell’idea, in un regime democratico dell’alternanza, anche laddove oggi è maggioritario il messaggio di reazione, paura e chiusura della destra.</p>
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		<title>Corbyn: non è socialismo, è passatismo.</title>
		<link>https://www.mondodem.it/204/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Andrea Sgrulletti]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 10 Oct 2016 15:59:28 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[Corbyn]]></category>
		<category><![CDATA[Labour]]></category>
		<category><![CDATA[Sgrulletti]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>“Per anni la Gran Bretagna ha incarnato meglio di qualsiasi Paese del nostro continente il volto gentile della&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em>“Per anni la Gran Bretagna ha incarnato meglio di qualsiasi Paese del nostro continente il volto gentile della globalizzazione. Le sue università hanno accolto i migliori studenti e ricercatori del pianeta. L’apertura del suo mercato del lavoro è stata per una generazione di europei l’antidoto alle tante barriere che si trovavano nei propri Paesi d’origine”</em>. Citando la sintetica analisi storica che apre un articolo del 7 ottobre pubblicato dal quotidiano “La Repubblica”, a firma di Ferdinando Giugliano, credo di muovere dai presupposti giusti per una riflessione sulla conferma della leadership di Corbyn, da parte di un’accresciuta base militante laburista, contestuale al rilevamento, tra gli elettori del Labour Party, di una rilevante sfiducia (57%) nella possibilità di futura vittoria elettorale.</p>
<p>La globalizzazione, intesa come strutturale interdipendenza su scala mondiale, è il fenomeno storico che caratterizza l’epoca che viviamo e ogni dottrina politica deve misurarsi con essa e con i suoi corollari, che in tutta Europa, di questi tempi, sono principalmente due: il processo di integrazione politica dell’UE e i flussi migratori di popolazioni in cerca di orizzonti di speranza, o anche (non bisogna nascondercelo) di opportunità di rivalsa, rispetto a condizioni di sofferenza vissute come imposte. Se gli anni ’90 sono stati quelli in cui prevaleva un sentimento di fiducia verso le opportunità che la globalizzazione spalancava di fronte all’Occidente dopo la fine della Guerra Fredda (mentre si concentravano soprattutto fra i Paesi emergenti le voci critiche sul processo), ahimè si registra oggi una diffusa reazione in tutta Europa. In Gran Bretagna questa reazione è stata interpretata politicamente a destra intorno all’idea forte di un nazionalismo dai caratteri necessariamente peculiari, trattandosi di un Regno un tempo Madrepatria di un vasto impero coloniale. Questa reazione ha segnato il clamoroso punto della Brexit.</p>
<p>Ma la reazione fa più male a sinistra che a destra. Non solo per definizione generale, ma anche perché ciò che definiamo impropriamente “blairismo” o insufficientemente “terza via” è stato IL pensiero politico della fase di fiducia nel fenomeno storico della globalizzazione, che la Gran Bretagna, come detto, ha vissuto quale punta avanzata d’Occidente. A fare del Labour Party negli anni ’90 l’interprete di maggior successo della temperie del decennio fu una battaglia politica, che riuscì a marginalizzare l’ala militante del partito, non semplicemente perché la leadership di Blair risultasse più accattivante di quella di Kinnock, ma perché raccolse un’insofferenza delle generazioni più giovani verso una sinistra schiacciata sullo scontro sindacale della generazione dei padri, nella grande industria in arretramento occupazionale degli anni ’80, esprimendo, prima ancora nella cultura popolare, che in politica, una ricerca di realizzazione in ambiti professionali a più marcato valore aggiunto intellettuale.</p>
<p>Non è affatto sorprendete che oggi Corbyn vinca con un significativo apporto del voto dei più giovani: l’insinuarsi del dubbio sulle proprietà progressive della globalizzazione, la paura che l’enorme investimento sull’educazione, l’istruzione, il sapere, non basti a garantire aspettative di vita soddisfacenti in un contesto sempre più aperto, spinge su posizioni protezioniste. Non per caso Corbyn ha tenuto una posizione di maniera sul no alla Brexit, che è stata percepita come debole, insincera e ha finito per danneggiare elettoralmente la causa. Non per caso il Labour Party bolla bellamente come xenofobe le liste di lavoratori stranieri, ma con Emily Thomberry, ministro degli Esteri ombra, indica come priorità delle negoziazioni da aprire con l’Unione Europea la protezione dei posti di lavoro dei cittadini britannici. Non a caso la sinistra del Regno Unito soffre più dei Conservatori la rivalità politica dei partiti indipendentisti (in particolare in Scozia), che offrono la prospettiva di un cerchio più stretto di protezione. Non per caso gli stessi elettori del Labour Party non pensano che vinceranno le elezioni per il Governo di Sua Maestà e tendono a non dispiacersene. La sinistra non può vincere negli spazi stretti.</p>
<p>Il Labour Party, come forza di governo, sta rischiando quantomeno di saltare una generazione. Quantomeno.</p>
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