L’Eurovision in tempi di guerra

La ratio sottostante l’intero sistema di votazione dell’Eurovision Song Contest è la seguente: “non potendo votare per il Paese in cui vivi, per chi voterai?”. Questo principio motiva l’impossibilità, per le giurie di qualità nazionali, che assegnano la metà del punteggio finale, e per i singoli ascoltatori, di votare per chi rappresenta il proprio Paese.

Un’impossibilità che ha dato vita a diverse tradizioni, che tutti gli appassionati conoscono: ad esempio, Albania e Slovenia sono frequentemente tra chi premia l’Italia; è consueto che Montenegro, Macedonia del Nord e Serbia si scambino voti tra loro; è frequente che Cipro e Grecia si sostengano vicendevolmente; gli Stati che hanno conosciuto una forte emigrazione intraeuropea godono spesso di un vantaggio; ecc…

Si tratta di tradizioni confermate, ma la portata del voto confluito sull’Ucraina impone una riflessione molto peculiare. Già durante lo spettacolare momento dell’annuncio dei famosi “12 punti” assegnati da ogni giuria nazionale, dalle Capitali dell’Est Europeo era arrivato un flusso di voto significativo per la Kalush Orchestra. Ma è stato il voto popolare a fare dell’Ucraina la dominatrice dell’ESC 2022: in 27 Stati su 39 ha raccolto 12 punti ed in altri 8 ha conseguito il secondo risultato possibile (10 punti). Tutto ciò con una canzone folk-rap, cantata in una delle lingue meno note d’Europa.

Si tratta di una specificazione sostanziale, perché la questione linguistica è essenziale nella storia dell’Eurovision e per altri lo è stata pure quest’anno: la Francia, ad esempio, che lo scorso anno aveva chiuso al secondo posto, è scivolata in fondo alla classifica, anche a causa di un brano in lingua bretone, proposto con ottime intenzioni (il bretone, infatti, potrebbe presto diventare una “lingua morta”), ma a scapito della sua accessibilità.

Il messaggio che le opinioni pubbliche europee hanno lanciato non è equivocabile: a dispetto di molte fumisterie intellettualistiche che vanno in scena ogni sera in alcuni talk show, sempre alla ricerca di una nicchia di pubblico composta da amanti della spettacolarizzazione del paradosso dialettico, la gente comune ha compreso che la guerra di Ucraina è un abominio perpetrato ai danni di un popolo che non desiderava altro che vivere in pace e libertà, come vive la gran parte delle altre comunità nazionali europee. Un’evidenza che d’altronde era stata già captata dalla comunicazione più mainstream, che non casualmente è accusata, da ambienti filorussi e da noti settori antagonisti di opinione pubblica, di portare avanti un racconto a senso unico della crisi russo-ucraina.

Va poi considerata la potenza dei social network nella diffusione della richiesta di soccorso che l’Ucraina lancia oramai quotidianamente da oltre due mesi: la viralità del messaggio lanciato da Zelens’kyj in corso di Eurovision è solo la punta dell’iceberg di un’eccellente strategia comunicativa, che ha aiutato a mantenere accesi i riflettori sul dramma del Paese, anche rispetto al rischio che la distanza delle vicende belliche dai territori d’Occidente d’Europa e i costi sulla vita quotidiana delle sanzioni facesse presto venir meno l’impulso solidaristico delle prime ore.

Non fermiamoci però alla comunicazione di governo: se c’è un evento mondiale che deve l’aumento esponenziale del suo appeal alla funzione svolta dai social network, quello è l’Eurovision Song Contest ed in questi giorni abbiamo osservato la mobilitazione di rappresentanti dell’Ucraina nelle scorse edizioni, ma anche di altre nazionalità, fino all’estremo della cantante lituana Monika Liu, che ha apertamente sostenuto i propri rivali ucraini.

L’intero evento, globalista per definizione, ha quindi lanciato un messaggio chiaro, contro una guerra scatenata da un regime che teorizza apertamente la fine della globalizzazione, accusata di minare le identità tradizionali che si pretende di preservare intatte o, quando necessario, di imporre.

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