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	<title>Anna Zafesova, Autore presso MondoDem</title>
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	<description>Laboratorio di Politica Internazionale</description>
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	<title>Anna Zafesova, Autore presso MondoDem</title>
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		<title>La Bielorussia senza Lukashenko</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Anna Zafesova]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 14 Aug 2020 11:44:49 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[Bielorussia]]></category>
		<category><![CDATA[Russia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Mentre il regime di Alexandr Lukashenko sta visibilmente vacillando, per la Bielorussia si pongono due problemi che per&#8230;</p>
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<p class="has-drop-cap">Mentre il regime di Alexandr Lukashenko sta visibilmente vacillando, per la Bielorussia si pongono due problemi che per ora non trovano una soluzione evidente. Il primo è l’assenza di una via di uscita politica dalla crisi, frutto di 26 anni di regime autoritario che ha distrutto ogni proposta alternativa, ogni voce di dissenso e ogni istituzione indipendente che oggi potrebbe farsi garante e mediatore di una transizione pacifica a una democrazia. Gli esponenti dell’opposizione sono in maggioranza in carcere o in esilio all’estero, e la probabile vincitrice delle elezioni presidenziali del 9 agosto, Svetlana Tikhanovskaya, si è rifugiata in Lituania dopo essere stata oggetto di pesanti pressioni e ricatti della polizia politica di Minsk. I tentativi degli altri potenziali leader di organizzare e guidare la protesta per ora non hanno sortito molto effetto, sia per la loro posizione di carcerati o profughi, sia per l’assenza alle loro spalle di movimenti e/o partiti strutturati, o di potentati economici influenti, in un sistema estremamente statalizzato.</p>



<p>La protesta nelle piazze di Minsk e delle altre città bielorusse è un fenomeno molto particolare: manca di leader, di slogan, di codici e di organizzatori, e le informazioni e gli ordini del giorno vengono divulgati da canali Telegram più o meno anonimi. È una protesta decentralizzata, una sorta di disintermediazione politica, ma soprattutto è un’autentica rivolta popolare che coinvolge giovani e meno giovani, uomini e donne, intellettuali e operai, abitanti della capitale e della provincia. La brutale repressione delle prime proteste e gli abusi della polizia hanno rapidamente strutturato lo scontro in una contrapposizione binaria tra “noi” e “loro”, il regime e i suoi picchiatori e il popolo. Questo scontro violento non ha bisogno di organizzazione e ideologie, e proprio la rabbia diffusa dei bielorussi sta ribaltando un rapporto di forze che sembrava abbastanza disperato, con una partecipazione molto diffusa e decisa alla protesta di ampi strati della popolazione.</p>



<p>Questo carattere di rivolta popolare però, mentre da un lato aumenta le probabilità di caduta dell’”ultimo dittatore d’Europa” – sarebbe impossibile reprimere un intero popolo o comunque una sua cospicua maggioranza &#8211; dall’altro rende più difficile un esito pacifico della fine del regime. Le richieste della protesta per ora sono molto generiche: le dimissioni e l’eventuale processo a Lukashenko, nuove elezioni oneste, la liberazione di migliaia di detenuti politici e la punizione dei poliziotti responsabili degli abusi. Un programma condivisibile quanto di difficile realizzazione: in assenza di tribunali indipendenti, commissioni elettorali trasparenti e in generale di uno Stato di diritto e di istituzioni non conniventi con il regime uscente e il suo gigantesco apparato repressivo, nessuno può garantire la realizzazione di queste richieste, senza una riformattazione dell’apparato statale in una modalità più o meno rivoluzionaria, e l’assenza di entità politiche consolidate rende questo processo ancora più soggetto al rischio di sbandamenti violenti.</p>



<p>La protesta popolare deve trasformarsi in volontà politica, e qui si arriva al secondo problema del post-Lukashenko. La toccante trasversalità della rivoluzione, tra scioperi di grandi fabbriche statali di industria pesante e dimissioni di star televisive, fornirà ai vincitori una legittimità fortissima, ma di brevissima durata. L’odio per il dittatore e la polizia non determina da solo il consenso sulla direzione da far prendere alla nuova Bielorussia. Difficile credere che i pezzi costituenti della maggioranza che Lukashenko ha conservato fino almeno a pochi anni fa, soprattutto la classe operaia e contadina e i dipendenti statali, possano passare in un istante dagli ideali tardosovietici dell’autoritarismo degli ultimi decenni a un’idea di democrazia di stampo europeo. E siccome nell’inevitabile riforma modernizzatrice dell’economia saranno proprio queste le fasce più colpite, la solidarietà interclassista e intergenerazionale rischia immediatamente di subire nuove e profonde divisioni, in una società non abituata alla divisione e al dibattito tra opinioni diverse.</p>



<p>Quella che si prospetta sarà una transizione difficile e con poche risorse, complicata dalla situazione geopolitica della Bielorussia. In assenza di soggetti politici e partitici articolati appare comunque evidente – e sottinteso dalla maggioranza degli attivisti d’opposizione – che la Bielorussia senza Lukashenko porterà avanti un discorso nazionale e indipendentista molto più esplicito, come si vede già dall’utilizzo dei colori della bandiera bianca-rossa-bianca abolita da Lukashenko a favore di quella rosso-verde della Bielorussia sovietica. Immaginarsi un Paese che si discosta dalla narrativa di quasi colonia russa a favore di un discorso più identitario è abbastanza scontato, ma i parametri di questo processo – in assenza di un’idea nazionale consolidata, fortemente repressa da Lukashenko – potrebbero risultare molto divisivi, perché una Bielorussia più “nazionale” non può non diventare “meno russa”. E perfino molti candidati d’opposizione, come la stessa Tikhanovskaya, non si sono finora mostrati troppi critici nei confronti di Mosca e del regime di Vladimir Putin. Il discorso anticolonialista e filo-europeista, molto meno radicato della vicina Ucraina. diventerà più diffuso una volta che non verrà più represso, ma renderlo maggioritario in un Paese trattenuto per molti versi artificialmente in una sorta di regime sovietico richiederà tempo e fatica.</p>



<p>Pochi, sia a <a href="https://www.mondodem.it/osservatori/italia-nel-mondo/lo-stallo-delle-relazioni-ue-russia-e-il-realismo-necessario/">Mosca </a>che a Minsk, dubitano che qualunque leader dopo Lukashenko sarà comunque spinto su una strada che allontanerà la Bielorussia da Mosca per avvicinarla ai suoi vicini dell’Europa dell’Est, dall’Ucraina alla Polonia ai Paesi Baltici, in un’orbita dell’Ue. Che in questo momento è assente come non mai dai suoi confini esterni. La reazione di Bruxelles e delle singole capitali all’esplicita repressione e ai brogli elettorali per ora è stata relativamente formale, mentre <strong>ci vorrebbe un’iniziativa forte, un tentativo di mediazione, un intervento forte a fianco di un popolo che si sta liberando da una dittatura senza avere ancora una visione chiara del proprio futuro</strong>. Vladimir Putin non si rassegnerà facilmente a “perdere”, dopo l’Ucraina, anche l’ultimo pezzo europeo dell’ex impero sovietico, e senza un forte appoggio delle democrazie europee la transizione bielorussa può diventare lunga e sofferta.</p>
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		<title>Russia: spiragli di cambiamento?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Anna Zafesova]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 13 Sep 2019 07:45:48 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Russia e Asia centrale]]></category>
		<category><![CDATA[Mosca]]></category>
		<category><![CDATA[Putin]]></category>
		<category><![CDATA[Russia]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Lo scambio di prigionieri tra Russia e Ucraina, 35 prigionieri per parte, è stato il primo di questa portata in cinque anni di guerra. Dalle prigioni russe sono stati liberati il regista crimeano Oleg Sentsov – riconosciuto dalla comunità internazionale come detenuto politico e insignito dal Parlamento Europeo del Premio Sakharov – e i 24 marinai militari sequestrati dalla Russia nell&#8217;incidente dello stretto di Kerch nel novembre scorso, oltre ad altri prigionieri politici. I russi restituiti al Cremlino sono stati mostrati nelle foto ufficiali con i volti coperti dalla sgranatura, che metteva ulteriormente in risalto i loro corpi muscolosi da membri delle truppe speciali: si tratta in prevalenza di guerriglieri e infiltrati nel Donbass. Rilevante è stata anche la differenza mediatica nel trattare l&#8217;evento nei due Paesi: in Ucraina, una festa nazionale, con il presidente Vladimir Zelensky – che ha realizzato la sua promessa elettorale di riportare a casa gli ucraini prigionieri – ad abbracciare gli ostaggi sotto la scaletta dell&#8217;aereo e autobus con i vetri scuri scortati dalla polizia&nbsp;per i russi atterrati a Mosca.</p>



<p>Il ritorno degli ostaggi consolida ulteriormente la posizione di Zelensky, che in poco più di 100 giorni di presidenza ha già conquistato la maggioranza assoluta nella nuova Rada e nominato un nuovo governo senza concedere nulla all&#8217;opposizione. Resta da capire perché il Cremlino ha concesso a Zelensky una tale apertura di credito, considerando che il nuovo leader ucraino non sembra, nonostante le accuse dei suoi critici, incline a concedere qualcosa a Mosca, esigendo il ritorno all&#8217;Ucraina della Crimea e del Donbass. Un gesto di buona volontà per far ripartire il processo negoziale di Minsk, è la spiegazione ufficiale dei portavoce del Cremlino (che ha accettato anche l&#8217;eliminazione dalla trattativa di Viktor Medvedchuk, il “comare di Putin”, capo della lobby filorussa e tradizionale mediatore tra Kiev e Mosca). I giornali indipendenti hanno però indicato un altro aspetto della lunga e tormentata trattativa sullo scambio di prigionieri: Kiev è stata costretta a liberare e restituire ai russi Vladimir Zemakh, separatista del Donbass e testimone chiave dell&#8217;abbattimento del Boeing malese nel luglio 2014. La magistratura olandese (la maggior parte delle 298 vittime sull&#8217;aereo partito da Amsterdam alla volta di Kuala-Lumpur era dei Paesi Bassi) ha chiesto a Kiev di non estradare un testimone così prezioso, ma lo stesso Zelensky ha ammesso che altrimenti Mosca avrebbe cancellato lo scambio. &nbsp;</p>



<p>Esiste però anche una chiave di lettura più politica, da cercare nei risultati delle elezioni amministrative tenutesi domenica 8 settembre a Mosca, Pietroburgo e altre città russe. Nella capitale l&#8217;opposizione ha conquistato 22 seggi su 45, mancando per poche decine di voti la maggioranza nella Duma di Mosca: un trionfo di Alexey Navalny e dei suoi sostenitori, nonostante mesi di arresti, manifestazioni con manganellate, perquisizioni, conti bloccati e minacce agli attivisti. I candidati di Navalny sono stati esclusi dal voto, i brogli e le manipolazioni sono stati numerosi e documentati, ma nonostante questo i candidati del potere hanno subito in metà delle circoscrizioni una sonora sconfitta.&nbsp;</p>



<p>Merito della campagna di Navalny, tra Internet e piazza, feroce, chiara e ben organizzata, che alternava rivelazioni sulla corruzione dei candidati governativi – il capo del partito Russia Unita della capitale, Metelskij, ha perso contro un semisconosciuto dopo la pubblicazione del suo patrimonio estero, con tanto di catena di alberghi di lusso in Austria – al cosidetto “voto intelligente”, un&#8217;invenzione di Navalny per convogliare il voto di protesta su un solo nome, quello dell&#8217;oppositore con più chance. Una tattica che gli ha attirato molte critiche in quanto la maggioranza del “listino Navalny” era composta da comunisti, ma che ha prodotto un attacco senza precedenti alle istituzioni del regime.</p>



<p>L&#8217;affluenza al voto è stata bassissima, intorno a un quinto degli aventi diritto quasi ovunque. La maggior parte dei russi ha votato con i piedi e, considerato che i sondaggi da mesi ormai registrano una caduta a picco della popolarità del Cremlino, gli spin-doctor governativi non hanno incitato gli elettori a recarsi alle urne, preferendo manipolare lo zoccolo duro dei dipendenti pubblici. I membri di Russia Unita non hanno presentato nemmeno una lista, correndo tutti come “indipendenti” per non mostrare nelle schede un logo che avrebbe suscitato soltanto odio. La risposta positiva degli elettori al “voto intelligente” di Navalny però ha mostrato che lo scontento da diffuso può diventare organizzato e guidato, e che il regime è vulnerabile agli strumenti della democrazia, perfino se limitata da censura e repressione.&nbsp;</p>



<p>UE questo potrebbe spiegare anche l&#8217;improvvisa apertura verso l&#8217;Ucraina. La situazione domestica, con la crisi economica e uno scontento ormai a malapena gestibile, non permette a Putin di mantenere aperto un fronte di guerra. La retorica bellicosa, che negli anni precedenti aveva pagato elettoralmente, ora sembra suscitare soltanto rabbia, e le gesta “geopolitiche” appaiono un lusso. La riapertura del negoziato di Minsk con Zelensky, Macron e Merkel, con la possibile cooptazione di Trump come chiesto dal leader di Kiev, permetterebbe forse al Cremlino di concentrarsi sul fronte interno, anche aumentando la repressione che però l&#8217;Occidente, in caso di distensione sui fronti internazionali, sarebbe meno incline a criticare. Mosca ha un bisogno disperato di uscire dall&#8217;isolamento internazionale, alleviare le sanzioni, attirare gli investimenti, e riconquistare un consenso che permetta al regime di porsi degli obiettivi e non soltanto di lavorare per la propria&nbsp;sopravvivenza.</p>
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		<title>Russia 2018-2024: il mito dell&#8217;invincibilità e un futuro incerto</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Anna Zafesova]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 25 Sep 2018 19:17:30 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Russia e Asia centrale]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Di Anna Zafesova Come in tanti altri settori del dibattito politico, parlare di Russia oggi significa in buona&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Di Anna Zafesova</em></p>
<p>Come in tanti altri settori del dibattito politico, <strong>parlare di Russia oggi significa in buona parte sfatare dei miti mediatici.</strong> <strong>L&#8217;ultimo</strong>, in ordine di tempo, <strong>è quello che vede Mosca come un&#8217;alternativa di riferimento in caso di una rottura finanziaria e istituzionale con Bruxelles</strong>, mito che si è rivelato tale già all&#8217;epoca della crisi greca, ma che nonostante questo ritorna in varie forme a riproporre la Russia di Vladimir Putin come un modello alternativo al “fallimento europeo”: un Paese ricco, un Paese ben governato, un Paese che si afferma sulla scena internazionale a scapito degli attori occidentali, un Paese che combatte l&#8217;islamismo, e che influenza anche l&#8217;esito delle elezioni americane ed europee. Uscendo da una retorica da film di supereroi e rientrando sul terreno di un&#8217;analisi seria della politica internazionale, si ottiene semmai la visione opposta, di un Paese in seria difficoltà, che sta andando incontro a un&#8217;inevitabile resa dei conti dalle tempistiche e dai risultati per ora poco prevedibili.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>La situazione socioeconomica</strong></p>
<p>Le notizie che arrivano dalla Russia nelle ultime settimane segnalano una situazione di notevole tensione. <strong>Il rublo è tornato a perdere rispetto al dollaro e all&#8217;euro, entrando nella top 5 delle valute più deboli del mondo, e a differenza di altri momenti simili, perfino il ministero dell&#8217;Economia russo non manifesta un eccessivo ottimismo, avendo pubblicato una stima che non prevede il recupero della moneta nazionale nei prossimi anni, affiancato a una previsione del ritorno dei prezzo del petrolio a circa 50$ a barile, un numero assolutamente insufficiente a finanziare le ambizioni politiche e militari</strong> (all&#8217;epoca dell&#8217;annessione della Crimea era intorno ai 110$). Il drastico aumento dell&#8217;età pensionistica – da 60 a 65 anni per gli uomini e da 55 a 60 anni per le donne – ha prodotto uno scontento estremamente diffuso: secondo vari sondaggi, l&#8217;80-93% dei russi non ha gradito la riforma, e la popolarità di Vladimir Putin è scesa di 15 punti in un solo mese (restando comunque intorno al 60%), mentre l&#8217;approvazione già scarsa dell&#8217;operato degli altri rami del potere (governo, parlamento, amministrazioni locali) è scesa a livelli allarmanti. La fuga di capitali, secondo la Banca Centrale russa, è più che raddoppiata (da 8,7 miliardi di dollari nei primi sette mesi del 2017 a 21,5 miliardi nel periodo corrispettivo del 2018), e a fine agosto Mosca non è riuscita a collocare sul mercato internazionale una nuova partita di titoli di Stato, per mancanza di acquirenti.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>La situazione internazionale </strong></p>
<p>Nemmeno gli esperti russi nascondono ormai che la fragilità economica, e le aspettative negative degli investitori, sono frutto di una situazione internazionale sempre più precaria di Mosca. Le nuove sanzioni lanciate dagli Usa per il caso di avvelenamento dell&#8217;ex agente russo Skripal e di sua figlia a Salisbury, e il progetto legge in esame al Congresso americano per intensificarle a ottobre, in caso di mancata reazione positiva da Mosca, vanno a chiudere il cerchio dell&#8217;assedio diplomatico-economico contro una Russia in sempre maggiore difficoltà. <strong>Nonostante la narrativa di una Russia protagonista dello scacchiere internazionale, la disincantata realtà della diplomazia e dei mercati è quella di un Paese ormai colpito da una decina di pacchetti di sanzioni, iniziate con l&#8217;annessione della Crimea all&#8217;inizio del 2014 e aumentate in progressione geometrica con l&#8217;amministrazione Trump, nonostante il luogo comune della posizione “<em>filorussa</em>” della Casa Bianca.</strong> La Russia continua regolarmente a essere nel mirino delle critiche e delle condanne in tutte le sedi internazionali: Crimea, Ucraina, Siria, le ingerenze propagandistiche in Occidente, l&#8217;avvelenamento di Salisbury, le violazioni dei diritti umani in Cecenia e nel resto del Paese, la lista si fa sempre più lunga, e nessuna di queste crisi è stata per ora in alcun modo sanata o archiviata.</p>
<p><strong>In particolare, la guerra in Siria, iniziata nel settembre 2015 essenzialmente come operazione di distrazione dal fallimento di quella nel Donbass, e come tentativo di rientrare nel grande gioco della diplomazia internazionale, ha messo il Cremlino in una posizione delicata. </strong>E&#8217; vero che l&#8217;intervento militare della Russia a fianco di Bashar Assad ha ribaltato le sorti della guerra a favore di quest&#8217;ultimo, ma l&#8217;obiettivo di Mosca di presentarsi come soluzione per il problema siriano – in particolare come alleato nella lotta all&#8217;islamismo dell&#8217;Isis – non ha raggiunto l&#8217;obiettivo, mettendo anzi in luce definitivamente come nel teatro siriano i russi abbiano agito da controparte rispetto all&#8217;Occidente, per quel che si può parlare di azione occidentale concertata. Il dinamismo russo in Medio Oriente è stato segnato da un multilateralismo senza precedenti, che però forse proprio per questo non ha portato a grandi risultati pratici: <strong>il tentativo di Putin di destreggiarsi tra interlocutori e alleati dagli interessi diversi quando non contrapposti come l&#8217;Iran, la Turchia, Israele, le monarchie sunnite del Golfo ha ampliato la presenza dei russi ai vari tavoli, ma non ha prodotto per ora soluzioni, né portato vantaggi tangibili.</strong> Nello stesso tempo, l&#8217;impegno in Siria – che dura già da tre anni, invece dei tre mesi previsti – sta avendo un costo umano, ed economico, che comincia a farsi sentire nell&#8217;opinione pubblica interna, e nello scontento per la riforma delle pensioni l&#8217;eccessivo espansionismo militare alle spese dei russi comuni è stato un argomento molto presente. Le risorse per lanciare sfide internazionali sono esaurite, e lo si vede anche dalla reazione – assente o abbastanza pacata, salvo che nelle espressioni verbali – alle pressioni occidentali, dove le sortite nei social occidentali a sostegno dell&#8217;estrema destra e dei populisti appaiono più come un&#8217;azione di disturbo che come un reale tentativo di imprimere una svolta.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>La situazione politica interna</strong></p>
<p><strong>Le logiche interne e esterne stanno quindi portando il regime alla necessità di una svolta, di una nuova “<em>distensione</em>”, se non altro per riprendere fiato e dedicarsi alle numerose sfide interne.</strong> Del resto, le molteplici sanzioni, che soprattutto per quanto concerne quelle applicate da Washington tendono ormai a colpire anche esponenti del governo e oligarchi anche non direttamente implicati nelle varie crisi provocate dalla Russia, puntano esattamente a questo: a rendere per i sostenitori del regime troppo sconveniente perseguire posizioni estreme, per quanto premiate dal consenso in patria.</p>
<p><strong>Due episodi però spiegano come ciò è difficilmente fattibile. Il primo, recentissimo, riguarda il progetto del consigliere del Cremlino per l&#8217;economia, Andrey Belousov, di sequestrare i superprofitti di numerose grandi società russe, in prevalenza del settore metallurgico</strong>. Il piano è stato cancellato dopo un&#8217;abile fuga di notizie sui social, dimostrando però come la modalità del rapporto tra il governo e i governanti rimanga sempre quella di una subordinazione totale dei secondi al primo, ai fini di una redistribuzione delle sempre più scarse risorse a favore di un élite ristretta. Quale sia questa élite lo si evince dal <strong>secondo episodio</strong>, di qualche mese fa, che <strong>ha visto degli analisti di una sussidiaria del colosso statale Sberbank licenziati per un report su Gazprom, il megaconsorzio del gas utilizzato dal Cremlino per anni sia come principale fonte di entrate valutarie che come strumento di politica estera, soprattutto verso l&#8217;Europa.</strong> Interrogandosi sulle cause del vertiginoso crollo della capitalizzazione di una delle maggiori società energetiche mondiali – dai 330 miliardi di dollari del 2007 agli appena 53,4 del 2017, nonostante l&#8217;obiettivo promesso da Putin di farla diventare la prima azienda del mondo a raggiungere il trilione (record battuto invece dalla Apple) – gli analisti hanno scritto nero su bianco quello che gli esperti del settore sapevano da tempo: “la gestione della società risponde agli interessi dei suoi appaltatori”.</p>
<p>La lista di questi appaltatori delle grandi opere corrisponde grosso modo a quella della top 10 dei russi più ricchi, e anche alla “<em>lista nera</em>” dei russi finiti sotto sanzioni occidentali: sono gli oligarchi putiniani, la cerchia intima degli amici del presidente, diventati in pochi anni ricchissimi grazie al dirottamento verso di loro degli asset della generazione precedente di oligarchi più “<em>imprenditoriali</em>”, e alla pioggia di appalti, dalle Olimpiadi al ponte per la Crimea, ai numerosi gasdotti e ai Mondiali di calcio. In poche parole, dal sistema degli anni Novanta, quando i grandi patrimoni permettevano di influire sulla politica, oggi in Russia per avere denaro bisogna avere il potere. Questo sistema si riproduce dal Cremlino all&#8217;ultimo governatorato della Siberia, e pregiudica in buona parte l&#8217;effetto delle sanzioni: la cerchia intima di Putin non può costringerlo a cambiare politica, perché dipende totalmente da lui, e una ribellione di alcuni suoi singoli membri comporterebbe soltanto la loro espulsione e la redistribuzione dei loro asset a favore dei “<em>fedelissimi</em>”. Non essendo un&#8217;élite formatasi in maniera naturale, priva di radicamento e strumenti, questo clan di potere non può costituirsi come una forza alternativa, e difficilmente può ambire anche a soluzioni di tipo golpistico.</p>
<p>Questo apparente stallo però viene minacciato da una scadenza naturale, quella del 2024, quando un  Putin ormai 72enne verrebbe impedito dal ricandidarsi alla presidenza dalla Costituzione. Un termine che buona parte dell&#8217;élite imprenditoriale e politica russa attende con ansia, nella speranza di un avvicendamento pacifico nella direzione di una linea politica più moderata e aperta, ma che quasi tutti attendono anche con paura: il sistema è talmente centralizzato che l&#8217;eventuale uscita di scena del suo leader rischia di provocare sconquassi di portata significativa. Inoltre, <strong>a Mosca sono allo studio diverse exit strategy, tra cui una riforma costituzionale che permetterebbe a Putin di diventare una sorta di “<em>padre della patria</em>” non eleggibile, sul modello delle autocrazie dell&#8217;Asia Centrale. </strong></p>
<p>Riassumendo, <strong>la Russia sta vivendo una serie di contraddizioni pericolose</strong>. <strong>L&#8217;esigenza di una modernizzazione per concorrere economicamente e politicamente a livello internazionale si scontra con un isolazionismo nazionalista dell&#8217;élite al potere</strong>, che contrasta con l&#8217;interesse dei suoi stessi componenti a buoni rapporti con il resto del mondo. Non solo infatti la Russia dipende economicamente dalla vendita delle sue materie prime all&#8217;estero, e in primo luogo in Europa, ma le aspirazioni degli oligarchi russi sono tutte rivolte all&#8217;Occidente, dove si trovano le loro finanze, le loro abitazioni e le loro famiglie. Nello stesso tempo, <strong>la riforma delle pensioni ha incrinato il patto sociale del putinismo</strong> – benessere economico e una “Russia tornata grande” in cambio del consenso politico e della riduzione delle libertà e del diritto alla protesta – colpendo l&#8217;elettorato principale di Putin, quello più anziano e più dipendente dallo Stato. <strong>Il tenore di vita dei russi ha smesso di crescere dal 2014</strong>, e l&#8217;indifferenza mostrata dal governo verso di loro – manifestata anche nell&#8217;assenza di qualunque dibattito preventivo a una riforma che condannerà il 40% dei maschi russi a morire prima di arrivare alla pensione (l&#8217;aspettativa di vita maschile è intorno ai 67 anni) – potrebbe alimentare anche lo scontento già diffuso per la povertà, la corruzione e l&#8217;assenza di mobilità sociale. Quanto potranno durare ancora le <strong>risorse materiali e morali</strong> del regime putiniano dipenderà da una moltitudine di fattori, così come la procedura con la quale questo regime potrà o vorrà riformattarsi, ma già oggi è abbastanza evidente come additare la Russia come modello di successo alternativo a una democrazia con libero mercato sia possibile soltanto ignorando i fatti, e i numeri, di un Paese con un PIL procapite di quasi tre volte inferiore a quello dell&#8217;Italia.</p>
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