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	<title>Clara Capelli, Autore presso MondoDem</title>
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	<description>Laboratorio di Politica Internazionale</description>
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	<title>Clara Capelli, Autore presso MondoDem</title>
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		<title>Thaler, un Nobel per l&#8217;economia dell&#8217;individuo imperfetto</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Clara Capelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 10 Oct 2017 11:38:45 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[Uncategorized]]></category>
		<category><![CDATA[behavioural economics]]></category>
		<category><![CDATA[nobel economia]]></category>
		<category><![CDATA[nudge]]></category>
		<category><![CDATA[thaler]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>“Proverò a spenderli nel modo più irrazionale possibile”, questa la risposta del Nobel 2017 per l’Economia Richard Thaler&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><span lang="IT" style="margin: 0px;line-height: 107%;font-family: 'Georgia',serif;font-size: 12pt"><span style="color: #000000">“Proverò a spenderli nel modo più irrazionale possibile”, questa la risposta del Nobel 2017 per l’Economia Richard Thaler (Università di Chicago) al New York Times che gli chiedeva come avrebbe utilizzato i soldi del premio assegnato ogni anno dalla Banca centrale svedese. </span></span></p>
<p><span lang="IT" style="margin: 0px;line-height: 107%;font-family: 'Georgia',serif;font-size: 12pt"><span style="color: #000000">Thaler ha dedicato la sua carriera accademica allo studio della cosiddetta “economia comportamentale” (o<em> behavioural economics</em>), disciplina che – semplificando – indaga le decisioni degli agenti economici appoggiandosi sulla psicologia. I suoi contributi più importanti riguardano proprio la questione della “razionalità” di tali soggetti: non sempre facciamo le scelte più razionali o efficienti, anzi, a volte ci comportiamo in modo decisamente irrazionale, con conseguenze nefaste per il sistema economico. </span></span></p>
<p><span lang="IT" style="margin: 0px;line-height: 107%;font-family: 'Georgia',serif;font-size: 12pt"><span style="color: #000000">Qualcuno si ricorderà infatti di Thaler per il suo cameo accanto alla pop star Selena Gomez nel film “La grande scommessa”, in cui spiega come un comportamento di fatto “non razionale” abbia contributo alla crisi finanziaria. Se le prime operazioni finanziarie, benché rischiose, hanno successo, un individuo sarà portato a continuare in quella direzione, convinto che la fortuna non lo abbandonerà. Persistendo su questa via, l’investitore finanziario amplificherà la bolla finanziaria fino a rimanerne anch’esso travolto quando questa esplode.</span></span></p>
<p>https://www.youtube.com/watch?v=WStmFKp1x3g</p>
<p><span lang="IT" style="margin: 0px;line-height: 107%;font-family: 'Georgia',serif;font-size: 12pt"><span style="color: #000000">Se i soggetti economici non sono razionali, si rende allora necessario predisporre una serie di misure per creare non degli incentivi, ma dei “pungoli”, o <i>nudges</i> come li ha definiti Thaler stesso in suo celebre libro del 2009, per orientare il comportamento di questi ultimi. Particolarmente diffusa e apprezzata nel mondo anglosassone, la teoria del nudge è stata adottata da alcuni progetti pilota della pubblica amministrazione, come per esempio il programma britannico Nest per incoraggiare i lavoratori a iscriversi a uno schema pensionistico. </span></span></p>
<p><span lang="IT" style="margin: 0px;line-height: 107%;font-family: 'Georgia',serif;font-size: 12pt"><span style="color: #000000">L’approccio di Thaler è significativamente diversa da quella del Premio Nobel 1995 per l’Economia Robert Lucas, padre insieme a Thomas Sargent (Premio Nobel nel 2011) della teoria delle “aspettative razionali”, secondo la quale un agente economico sceglie e opera sulla base di considerazioni informate ed efficienti. Proprio Lucas nel 2007 esprimeva sulle pagine del Wall Street Journal il suo scetticismo riguardo al fatto che i mutui subprime potessero contaminare il mercato e indurre una recessione. </span></span></p>
<p><span lang="IT" style="margin: 0px;line-height: 107%;font-family: 'Georgia',serif;font-size: 12pt"><span style="color: #000000">La visione di Lucas ci sembra ora troppo ottimista, centrata su un <i>homo oeconomicus</i> pressoché onnisciente. Eppure per molti anni ha modellato la teoria economica dominante, corroborando la convinzione che gli individui debbano essere lasciati liberi di agire come meglio credono, perché ciò porterà alla migliore e più efficiente configurazioni economica. Insieme ad altri filoni di ricerca, l’economia comportamentale ha mitigato e rimesso in discussione questo approccio; il Nobel a Thaler segue quelli assegnati a Daniel Kahnemann e Vernon Smith nel 2002, proprio per avere integrato la psicologia nello studio dei fenomeni economici, oppure a Robert Schiller nel 2013 per il suo lavoro sull’inefficienza dei mercati finanziari. </span></span></p>
<p><span lang="IT" style="margin: 0px;line-height: 107%;font-family: 'Georgia',serif;font-size: 12pt"><span style="color: #000000">La scelta della Banca centrale svedese pare dunque confermare un’apertura verso un’economia meno meccanicista e più orientata al grande assente delle teorie degli ultimi decenni: l’essere umano in tutte le sue imperfezioni, che solo la politica può avvicinare a un progetto virtuoso e condiviso. </span></span></p>
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		<title>L’indennità di disoccupazione europea: ripensare il lavoro in ambito UE</title>
		<link>https://www.mondodem.it/673/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Clara Capelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 19 Jul 2017 09:01:06 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Lo stato della sinistra]]></category>
		<category><![CDATA[EUBS]]></category>
		<category><![CDATA[IDE]]></category>
		<category><![CDATA[indennità di disoccupazione]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Negli anni successivi alla crisi economica, le questioni della disoccupazione e della creazione di impiego sono tornate a&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><span lang="IT" style="margin: 0px; line-height: 107%; font-family: 'Georgia','serif'; font-size: 12pt;"><span style="color: #000000;">Negli anni successivi alla crisi economica, le questioni della disoccupazione e della creazione di impiego sono tornate a rivestire un ruolo centrale nel dibattito pubblico. Solo per indicare alcuni fra i più significativi esempi, le Nazioni Unite hanno rivendicato con il </span></span><span lang="IT"><a href="http://www.un.org/sustainabledevelopment/economic-growth/#eb8a8c64a59c727cf"><b><span style="margin: 0px; line-height: 107%; font-family: 'Georgia','serif'; font-size: 12pt;">Sustainable Development Goal numero 8</span></b></a></span><span lang="IT" style="margin: 0px; line-height: 107%; font-family: 'Georgia','serif'; font-size: 12pt;"><span style="color: #000000;"> l’importanza della piena occupazione e della dignità del lavoro, mentre la Commissione europea il 26 aprile 2017 ha lanciato una proposta di </span></span><span lang="IT"><a href="https://ec.europa.eu/commission/priorities/deeper-and-fairer-economic-and-monetary-union/european-pillar-social-rights/european-pillar-social-rights-20-principles_en"><b><span style="margin: 0px; line-height: 107%; font-family: 'Georgia','serif'; font-size: 12pt;">Pilastro europea per i diritti sociali</span></b></a></span><span lang="IT" style="margin: 0px; line-height: 107%; font-family: 'Georgia','serif'; font-size: 12pt;"><span style="color: #000000;">. </span></span></p>
<p><span lang="IT" style="margin: 0px; line-height: 107%; font-family: 'Georgia','serif'; font-size: 12pt;"><span style="color: #000000;">            </span><span style="color: #000000;">In questo campo l’Italia si è distinta nell’agosto 2016 proponendo la creazione di un fondo europeo – noto come EuropeanUnemployment Benefit Scheme, EUBS &#8211; per trasferire risorse ai Paesi membri per l’erogazione di un’</span><b><span style="color: #000000;">indennità di disoccupazione europea (IDE)</span></b><span style="color: #000000;">. L’idea di un programma di indennità di disoccupazione a livello europeo non è nuova, una prima formulazione si trova già nel rapporto </span><i><span style="color: #000000;">Economic and Monetary Union 1980</span></i><span style="color: #000000;"> (noto anche come </span></span><span lang="IT"><a href="http://aei.pitt.edu/1009/"><span style="margin: 0px; line-height: 107%; font-family: 'Georgia','serif'; font-size: 12pt;">Marjolin Report</span></a></span><span lang="IT" style="margin: 0px; line-height: 107%; font-family: 'Georgia','serif'; font-size: 12pt;"><span style="color: #000000;">) del 1975, che prevedeva un fondo per gli assegni di disoccupazione che i governi nazionali avrebbero potuto integrare con una maggiorazione attingendo a risorse proprie.</span></span></p>
<p><span lang="IT" style="margin: 0px; line-height: 107%; font-family: 'Georgia','serif'; font-size: 12pt;"><span style="color: #000000;">            </span><span style="color: #000000;">Altre versioni dell’IDE e proposte si sono succedute negli anni, fino a quella del governo italiano. In questa formulazione lo schema prevede un contributo ai bilanci nazionali che di fronte a uno </span><i><span style="color: #000000;">shock economico congiunturale</span></i><span style="color: #000000;"> si trovino ad affrontare un aumento della disoccupazione. Tale contributo fornirebbe risorse supplementari alla politica fiscale nazionale al fine di integrare </span><i><span style="color: #000000;">temporaneamente</span></i><span style="color: #000000;">i meccanismi nazionali già previsti dai singoli ordinamenti. Ciò consentirebbe di sostenere la domanda domestica durante la crisi congiunturale, permettendo una ripresa più rapida e contenendo gli effetti di contagio su altri Paesi UE. Il fondo per l’IDE dovrebbe rappresentare circa lo 0,5% del PIL dell’area euro (Il Ministero delle Finanze italiano lo stima a 50 miliardi di euro prendendo il 2015 come anno di riferimento), da finanziarsi attraverso contribuzioni degli Stati membri.</span></span></p>
<p><span lang="IT" style="margin: 0px; line-height: 107%; font-family: 'Georgia','serif'; font-size: 12pt;"><span style="color: #000000;">            </span><span style="color: #000000;">La proposta dell’IDE è da salutarsi con favore all’interno di un quadro politico che intende rafforzare l’architettura UE attraverso meccanismi che promuovano l’integrazione europea a livello economico e sociale, tema fondamentale per una Sinistra che voglia affrontare in modo efficace e inclusivo le sfide poste dalla globalizzazione. Un’indennità di disoccupazione europea renderebbe inoltre possibile una maggiore stabilizzazione del sistema UE attraverso dei meccanismi che sostengano le economie più vulnerabili quando necessario. </span></span></p>
<p><span lang="IT" style="margin: 0px; line-height: 107%; font-family: 'Georgia','serif'; font-size: 12pt;"><span style="color: #000000;">            </span><span style="color: #000000;">È tuttavia fondamentale evidenziare alcune problematiche della proposta italiana. La messa in atto di uno schema così complesso come l’IDE non può che partire dalla dimensione temporanea e congiunturale della disoccupazione, ma allo stesso tempo è cruciale interrogarsi sul profilo strutturale e di lungo periodo della disoccupazione nell’Unione europea. </span></span></p>
<p><span lang="IT" style="margin: 0px; line-height: 107%; font-family: 'Georgia','serif'; font-size: 12pt;"><span style="color: #000000;">            </span><span style="color: #000000;">La disoccupazione di lungo periodo (pari o superiore a 12 mesi) si attesta intorno al 45% sul totale dei disoccupati all’inizio del 2016 (dati Eurostat), con il picco del 70% della Grecia, seguita fra gli altri da Italia (56,9%) e Irlanda (55,3%); anche economie più forti come la Francia (44,7%) o la Germania (41%) non mostrano dati incoraggianti. Un approccio di breve periodo da parte dell’IDE (considerando inoltre che la proposta italiana prevede la restituzione dei fondi ricevuti una volta riassorbito lo shock) rischia pertanto di sortire meri effetti palliativi su economie che evidenziano già in partenza seri problemi di (re)impiego della forza lavoro su orizzonti temporali più lunghi. </span></span></p>
<p><span lang="IT" style="margin: 0px; line-height: 107%; font-family: 'Georgia','serif'; font-size: 12pt;"><span style="color: #000000;">            </span><span style="color: #000000;">In secondo luogo, le differenze strutturali fra Paesi UE (cosa già presa in considerazione dal rapporto Marjolin) creano disparità e asimmetrie – anche sul mercato del lavoro – che vanno oltre la dimensione congiunturale. La struttura economica e produttiva tedesca offre capacità di assorbimento della forza lavoro – anche in sofferenza congiunturale – profondamente diverse rispetto a economie maggiormente problematiche come greca, portoghese o spagnola, caratterizzate per esempio da un settore industriale e manifatturiero molto meno produttivo e quindi meno capace di generare posti di lavoro e creare indotto anche sul settore dei servizi. Anche in questa ottica,l’orizzonte unicamente congiunturale dell’IDE si concentra sulla stabilizzazione temporanea dell’economia UE senza intervenire sulle cause profonde della disoccupazione e della sua distribuzione fra Paesi e regioni. </span></span></p>
<p><span lang="IT" style="margin: 0px; line-height: 107%; font-family: 'Georgia','serif'; font-size: 12pt;"><span style="color: #000000;">            </span><span style="color: #000000;">Infine, la profonda eterogeneità del sistema UE presenta anche economie con settori informali piuttosto importanti (si pensi per esempio ai Paesi dell’Est europeo), in cui i lavoratori operano sfuggendo a statistiche e rilevamenti, senza beneficiare di alcuna garanzia lavorativa, né di uno status ufficiale. Shock congiunturali su queste economie colpirebbero anche questi soggetti (di solito fra i socialmente più vulnerabili), i quali tuttavia non potrebbero beneficiare dell’IDE o di meccanismi analoghi.</span></span></p>
<p><span lang="IT" style="margin: 0px; line-height: 107%; font-family: 'Georgia','serif'; font-size: 12pt;"><span style="color: #000000;">            </span><span style="color: #000000;">L’attuazione dell’IDE sarà il primo passo verso una politica del lavoro che guardi alla dimensione europea e non ai singoli Stati, promuovendo maggiore integrazione, un progetto politico ed economico fondamentale per affrontare le dinamiche globali e offrire strategie e risposte alle fasce della popolazione europea meno adeguatamente equipaggiate di fronte a queste ultime. Tuttavia, occorre lavorare nella consapevolezza che questo programma non è che, come si è detto, un primo passo. Una politica di indennità di disoccupazione che non si interroghi né sulle asimmetrie produttive all’interno della UE né sulle cause strutturali e sui profili sociali della disoccupazione all’interno del sistema economico non potrà essere il catalizzatore di cambiamenti che la Sinistra europea deve invece ambire a generare.</span></span></p>
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		<title>Lo Stato Imprenditore</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Clara Capelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 10 May 2017 07:04:24 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Lo stato della sinistra]]></category>
		<category><![CDATA[apple]]></category>
		<category><![CDATA[mariana mazzuccato]]></category>
		<category><![CDATA[politica industriale]]></category>
		<category><![CDATA[stato imprenditore]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>“La strada verso il libero mercato fu aperta e mantenuta aperta da un enorme aumento in un continuo&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em>“</em><em>La strada verso il libero mercato fu aperta e mantenuta aperta da un enorme aumento in un continuo interventismo, centralmente organizzato e controllato.</em></p>
<p><em>(Karl Polanyi, La Grande Trasformazione, 1944)</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il rapporto tra settore pubblico e privato in economia è una delle questioni che hanno animato il dibattito scientifico sin dalla nascita della disciplina. La narrazione dominante degli ultimi 40 anni vuole che lo Stato debba limitarsi a un’attività regolativa che non avviluppi nelle pastoie della burocrazia e del fisco bensì promuova l’attività imprenditoriale. Il sistema di welfare deve intervenire solo per lenire le situazioni di povertà ed emarginazione più serie, senza incoraggiare in alcun modo atteggiamenti parassitari.</p>
<p>La crisi finanziaria del 2007-2008 e la successiva “Great Stagnation” hanno indotto anche i più strenui difensori del libero mercato a rivedere le proprie posizioni, allineandosi con posizioni che riconoscono l’importanza dello Stato come attore che stabilizza un capitalismo intrinsecamente instabile e corregge le distorsioni che il mercato può creare. Negli ultimi anni anche lo stato sociale ha iniziato a essere riconsiderato, come dimostrano le diverse proposte legate a politiche di inclusione/di cittadinanza che stanno prendendo piede nei programmi elettorali europei (argomento della <a href="https://www.mondodem.it/osservatori/lo-stato-della-sinistra/il-reddito-di-base/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">prima puntata</a> di questa rubrica).</p>
<p>Nonostante l’esperienza storica descriva una versione differente, il ruolo dello Stato come “attore” nell’attività economica rimane ancora una questione sostanzialmente confinata al dibattito accademico e a qualche conferenza internazionale. La sinistra dovrebbe invece interrogarsi in modo più articolato su quale dialogo costruire tra agenti economici pubblici e privati e sul contratto sociale da definire per il futuro a venire. Limitarsi a politiche di reddito senza porsi domande su contenuti e modalità dell’attività economica dei prossimi decenni implica infatti la rassegnazione a soluzioni di corto respiro che medicano le ferite presenti senza volere cercare una cura efficace.</p>
<p>Nel 2013 il libro <em>Lo Stato Innovatore</em> (titolo originale: <em>The Entrepreneurial State: Debunking Public vs. Private Sector Myths</em>) dell’economista Mariana Mazzucato (University of Sussex) ha riscosso un grande successo, riportando sul tavolo l’importanza di un settore pubblico che si faccia motore di sviluppo, soprattutto attraverso politiche che promuovano l’innovazione e la ricerca. Come ha spiegato molto bene in questo lavoro (ma anche in altri contributi con figure di spicco in materia quali ad esempio Giovanni Dosi e William Lazonick), la credenza che l’investimento pubblico sia un freno e un disincentivo all’investimento privato – un approccio che vuole i due settori in competizione – non è fondata né teoricamente né empiricamente.</p>
<p>La storia recente del capitalismo dimostra infatti che lo Stato è stato un imprescindibile attore economico e la ricerca di Mazzucato è ricca di esempi. Quello più recente è forse il caso asiatico (ben descritto anche nel libro del 2002 <em>Kicking Away the Ladder</em> di Ha-Joon Chang, University of Cambridge) e delle politiche commerciali e industriali adottate tra gli anni Ottanta e Novanta per stimolare in modo efficace l’attività economica e renderla capace di competere con successo in un mondo globale. Ne <em>Lo Stato Innovatore</em>, Mazzucato sceglie però di concentrarsi sugli Stati Uniti, “l’economia libera” per eccellenza nell’immaginario comune, dimostrando come tante delle imprese economiche di maggiore successo siano state possibili grazie al ruolo svolto dalla ricerca condotta dal settore pubblico.</p>
<p>Non solo. Mazzucato prende in considerazione l’emblematica storia della Apple e il mito della Silicon Valley. Un mito di successo, dinamismo e capacità imprenditoriale. Eppure legato a doppio filo alle innovazioni sviluppate dallo Stato. Come si spiega nel libro, Apple ha avuto la capacità di integrare una serie di nuove tecnologie in un’”architettura innovativa”, ma non è stata la società di Cupertino a svilupparle.</p>
<p>Lo stesso si potrebbe dire di tanti altri settori, dalle biotecnologie alla ricerca sulla <em>green technology</em>. L’evidenza empirica mostra infatti che la ricerca in grado di determinare cambiamenti di rottura e innescare nuovi e virtuosi percorsi di crescita non è praticamente mai svolta dal settore privato, né tanto meno dalle piccole-medie imprese. Al contrario, è il settore pubblico che si è fatto negli anni carico di ciò, investendo “capitale paziente” in attività ad altissimo rischio di fallimento che le imprese private – orientate su orizzonti di tempo più ristretti – tendono a evitare per definizione.</p>
<p>Ciò non significa che lo Stato debba farsi carico di perdite e fallimenti, lasciando che i benefici siano di fatti goduti solo dal settore privato. Nella conclusione del suo libro Mazzucato discute infatti sui ritorni economici delle attività di investimento pubblico. L’idea centrale è che il settore pubblico abbia e debba avere un ruolo centrale in economia. Non per frenare o soverchiare l’iniziativa privata, ma per esserne complemento costruttivo, offrendo una visione sistemica e di lungo termine che non risponde alle stringenti logiche del profitto in breve tempo.</p>
<p>Una riflessione sugli obiettivi di lungo periodo di una società nel suo insieme non può che venire dal settore pubblico e la sinistra è chiamata a porsi queste domande se vuole davvero trovare una soluzione – a livello internazionale come europeo e nazionale &#8211; a problemi quali produttività stagnante, bassa crescita e disoccupazione elevata. La riformulazione di obiettivi di investimento che promuovano direttamente l’innovazione è una tappa imprescindibile per ricostruire un sentiero di sviluppo che veda realmente il contributo di tutti gli attori economici coinvolti.</p>
<p><iframe src="https://www.youtube.com/embed/3r1IPsldbBg" width="560" height="315" frameborder="0" allowfullscreen="allowfullscreen"></iframe></p>
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		<title>Il reddito di base</title>
		<link>https://www.mondodem.it/493/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Clara Capelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 14 Mar 2017 13:46:38 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Lo stato della sinistra]]></category>
		<category><![CDATA[Francia]]></category>
		<category><![CDATA[Italia]]></category>
		<category><![CDATA[Reddito]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Dalle posizioni del candidato del Parti socialiste alle presidenziali francesi Benoît Hamon sul “reddito universale” alla recente proposta&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/493/">Il reddito di base</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Dalle posizioni del candidato del Parti socialiste alle presidenziali francesi Benoît Hamon sul “reddito universale” alla recente proposta dell’ex premier Matteo Renzi riguardante il “lavoro di cittadinanza”, la questione del ruolo dello Stato nella garanzia dei redditi dei cittadini si pone come attuale tema di dibattito per la sinistra.<br />
Quello di reddito minimo è un concetto che le cui prime formulazioni risalgono addirittura all’epoca moderna e che ha assunto nel tempo molteplici forme, sia nella sua elaborazione teorica, sia nella sua applicazione. Facendo riferimento alla terminologia italiana, si intende con “reddito universale” (oppure “di cittadinanza” o “di base”) una somma regolarmente versata a tutti i cittadini per un ammontare tale da garantirne la sopravvivenza. Il “reddito minimo garantito” è invece erogato esclusivamente a cittadini in età lavorativa i cui introiti sono inferiori alla soglia di povertà e vincolato percorsi di qualificazione professionale, come nei casi del reddito di inclusione sociale (REIS) approvato in via definitiva al Senato il 9 marzo 2017, del reddito di dignità (RED) promosso in Puglia dal Presidente Emiliano o della proposta del Movimento 5 Stelle.<br />
Una sommaria rassegna delle esperienze in corso mostra come i programmi adottati sinora siano più vicini a forme di reddito minimo garantito, destinate a individui in età lavorativa che rispondono a criteri ben precisi. Ne è un esempio la recente iniziativa sperimentale finlandese di versare 560 euro mensili non tassabili a quanti fra i 25 e i 58 anni percepiscono un sussidio di disoccupazione in sostituzione di quest’ultimo. L’idea è quella di verificare se ciò possa fungere da incentivo ad accettare lavori part-time o con basse retribuzioni, insufficienti a garantire uno standard di vita dignitoso ma non compatibili con un sussidio di disoccupazione.<br />
Gran parte delle politiche di reddito minimo sono al momento dei programmi pilota (o in fase di studio) applicati su fasce della popolazione strettamente determinate ed entità territoriali ben circoscritte, dalle città di Utrecht e Barcellona a campioni di villaggi in Uganda, Kenya e India. Anche la proposta di revenu universel d’existence di Hamon prevede un’applicazione articolata su più stadi, cominciando da una rivalorizzazione della RSA (revenu de solidarité active, di fatto ascrivibile alle forme di reddito minimo garantito) e della sua trasformazione in reddito permanente fino alla progressiva estensione a tutta la popolazione.<br />
L’obiettivo è indubbiamente ambizioso e non è un caso che la forma più vicina di reddito universale di cittadinanza sia applicata solo in Alaska attraverso il Permanent Fund Dividend (PFD), un dividendo sociale redistribuito ai residenti sulla base degli introiti dell’Alaska Permanent Fund, fondo sovrano che gestisce la rendita petrolifera dello Stato.<br />
Il finanziamento dei programmi di reddito universale è infatti una questione di primaria importanza: corrispondere una somma di denaro a tutti i cittadini (o addirittura a tutti i residenti) di uno Stato implica una considerevole pressione sui bilanci pubblici, già provati da anni di crisi economica e – almeno nel caso europeo – strettamente vincolati a regole di disciplina fiscale.<br />
Dall’altra parte, la sinistra contemporanea non può esimersi dalla sfida posta dai mutamenti dell’economia globale e dei mercati del lavoro nazionali, dalla progressiva automatizzazione dei processi produttivi (e l’avvento della cosiddetta jobless economy profetizzata da alcuni esperti) alle delocalizzazioni verso Paesi in via di sviluppo. In quest’ottica, il reddito minimo permetterebbe di sostenere il potere d’acquisto degli “esclusi” dal mercato del lavoro rendendo così in qualche modo possibile – quanto meno nel medio periodo &#8211; la tenuta del sistema economico nonostante l’esistenza di una classe “improduttiva” stimata in progressiva crescita. Attraverso il temperamento degli effetti negativi prodotti dalle dinamiche economiche globali, un programma di questo tipo si renderebbe promotore attivo di valori fondamentali per la sinistra quali l’inclusività sociale e l’uguaglianza delle opportunità, assicurando una maggiore libertà di scelte lavorative e di vita ogni individuo grazie alla garanzia della sussistenza.<br />
Le voci critiche ritengono invece che tali misure genererebbero perversi incentivi di azzardo morale, incoraggiando i percettori del reddito minimo a indulgere in atteggiamenti parassitari a carico di quanti invece continuerebbero a lavorare (e pagare le tasse). Due visioni antropologiche si scontrano nel dibattito sul reddito di base e la sinistra deve interrogarsi dialetticamente in merito, senza dimenticare non solo la spinosa questione del finanziamento di queste politiche nel breve e nel lungo periodo, ma anche e soprattutto sul rapporto tra queste ultime, il sistema di welfare e il mercato del lavoro.<br />
È innanzitutto di primaria importanza discutere su come il reddito minimo conviverà con l’esistente sistema di welfare (nazionale e locale), se creerà sovrapposizioni o lo sostituirà in misura sostanziale – e con quali conseguenze &#8211; oppure se ne permetterà la rimodulazione in modo da renderlo più capace di dialogare con il mercato del lavoro contemporaneo. In secondo luogo, occorre ragionare sulle conseguenze che il reddito minimo potrebbe avere sull’interazione tra il lavoratore e il mercato del lavoro. Consapevoli del fatto che quest’ultimo già percepisce un’entrata di sussistenza, i datori di lavoro potrebbero infatti esercitare una pressione verso il basso sui salari, con ripercussioni negative facilmente indovinabili.<br />
Una proposta alternativa al reddito minimo è quella del “lavoro di cittadinanza” avanzata da Matteo Renzi dopo il suo viaggio in California. L’idea è, semplificando, di rendere lo Stato il garante ultimo della piena occupazione (employer of last resort), attraverso una serie di programmi che consentano l’impiego dei disoccupati. Formulata negli anni Sessanta, questa politica ha avuto un’applicazione assai limitata (si pensi ai Plan Jefes in Argentina o al National Rural Employment Guarantee in India), anche per la difficoltà di creare lavori in maniera tale da assorbire con successo i disoccupati offrendo loro impieghi dallo status e dall’utilità sociali soddisfacenti e non “lavoretti” che li parcheggino ai margini della società e dei processi produttivi.<br />
Che si tratti di reddito minimo o di lavoro di cittadinanza, la sinistra deve comprendere la complessità di queste misure e le sfide che la loro adozione può comportare, senza lasciarsi andare a facili entusiasmi né a chiusure preconcette. E senza dimenticare di ragionare non solo sull’inclusione sociale di nuove e vecchie categorie di emarginati, ma anche sull’interazione tra economia nazionali e dinamiche globali e sul funzionamento del mercato del lavoro.</p>
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		<title>“La disuguaglianza non è inevitabile”: la lezione di Tony Atkinson</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Clara Capelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 10 Jan 2017 12:47:45 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[Disuguaglianza]]></category>
		<category><![CDATA[Povertà]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Barba curata e modi distinti, l’economista Anthony Barnes Atkinson – meglio conosciuto come Tony – sembrava nell’aspetto un&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Barba curata e modi distinti, l’economista Anthony Barnes Atkinson – meglio conosciuto come Tony – sembrava nell’aspetto un gentiluomo da romanzo dell’Ottocento. Scomparso il primo gennaio dopo una lunga malattia, Atkinson era soprattutto un intellettuale molto attento al mondo in cui viveva, così lucido nelle analisi da riconoscere come pochi suoi pari le dinamiche economiche di lungo periodo e prevederne le problematiche con diversi anni di anticipo.</p>
<p>Sconosciuto al mondo non accademico, <strong>Tony Atkinson</strong> è stato uno dei principali studiosi contemporanei della disuguaglianza nelle sue diverse dimensioni. <em>Poverty in Britain and the Reform of Social Security</em>, libro basato sulle ricerche condotte da Atkinson per la sua tesi di dottorato, è del 1969, quando la crescita economica successiva alla Seconda Guerra Mondiale aveva fatto dimenticare che il miracolo non era stato per tutti, che i poveri rimanevano numerosi e che molti erano rimasti indietro. Seguiranno fra gli altri <em>Economics of Inequality </em>nel 1975 e <em>Lectures on Public Economics</em> – scritto con Joseph <strong>Stiglitz</strong> – nel 1980, quest’ultimo considerato una lettura imprescindibile per chi si occupi di fiscalità e welfare.</p>
<p>Atkinson non ha mai smesso di occuparsi di <strong>povertà</strong> e <strong>disuguaglianza</strong>, anche quando il tema aveva perso di interesse, offuscato dagli entusiasmi del <em>trickle-down effect</em> e degli automatismi del libero mercato degli anni Ottanta-Novanta. Nel 1992, quando Fukuyama scrive che la storia è finita con il crollo dell’URSS, l’economista britannico pubblica <em>Economic Transformations in Eastern Europe and the Distribution of Income</em> con Micklewright, mettendo in guardia sulle conseguenze socio-economiche della transizione nell’ex blocco sovietico.</p>
<p>Nel corso dell’ultimo decennio la disuguaglianza è tornata a essere considerata una questione di cruciale importanza, sia sufficiente pensare allo slogan “Noi siamo il 99%” dei diversi movimenti di protesta ispirati da <em>Occupy Wall Street</em> o alle recenti analisi che cercano di spiegare l’avanzata dei populismi, dalla <strong>Brexit</strong> alla vittoria di Trump. O a un libro che nel 2014 fece molto parlare di sé, ponendo la questione della disuguaglianza e della eccessiva concentrazione della ricchezza nelle mani di pochi: <em>Il Capitale nel XXI Secolo</em> di Thomas <strong>Piketty</strong>. Atkinson è stato il maestro di Piketty e nella scrittura di quest’ultimo si ritrova spesso il gusto divulgativo per i riferimenti letterari che caratterizza molta della produzione dell’economista britannico, così come la lucida consapevolezza che ogni analisi debba essere accompagnata da una <em>pars construens</em>, da proposte di politica economica che possano servire per contenere o mitigare i problemi individuati.</p>
<p>Atkinson aveva la rara capacità di sapere leggere i fenomeni economici attraverso diverse lenti teoriche – perché “come in un matrimonio ci sono elementi di verità da entrambe le parti”, come disse in una <em>lectio</em> al WIDER (World Institute for Development Economics Research) di Helsinki nel 1999 – e al tempo stesso di prendere posizione in modo netto e deciso, forte del suo rigore di studioso.</p>
<p>“La disuguaglianza non è inevitabile, c’è molto che possiamo fare”, disse sempre nel corso della lectio al WIDER. Oltre quindici anni dopo, pubblicò un libro che oggi appare quasi come il suo testamento intellettuale, <em>Inequality. What can be done?</em> (disponibile in italiano per Cortina con il titolo <em>Disuguaglianza. Che cosa si può fare</em>). In esso Atkinson presenta in modo chiaro ed esaustivo come solo un navigato didatta saprebbe fare le recenti tendenze mondiali in termini di povertà e disuguaglianza, dedicando tutta la seconda parte dell’opera a discutere una quindicina di proposte concrete per contrastare l’acuirsi delle disparità socio-economiche. Dalla fiscalità che deve redistribuire e modulare la concentrazione dei patrimoni al welfare state che è chiamato a garantire giustizia ed eque opportunità per tutti, le misure suggerite da Atkinson dovrebbero – ora più che mai – essere oggetto di attenta riflessione per i decisori pubblici così come per la società civile.</p>
<p>La dedica del libro è “alle meravigliose persone del servizio sanitario nazionale”. Atkinson, ha voluto ricordare anche in questo modo la fondamentale importanza dei servizi pubblici come garanzia di una società più giusta e meno incattivita. Un’importanza di cui spesso prendiamo coscienza solo quando i tempi si fanno troppo bui. Fare luce prima che sia troppo tardi, ecco invece la più grande lezione che questo <strong>economista</strong> ci ha lasciato.</p>
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		<title>Tunisia2020: Luci e ombre di uno sviluppo incentrato sui capitali stranieri</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Clara Capelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 12 Dec 2016 13:45:30 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Grande Medio Oriente]]></category>
		<category><![CDATA[Cooperazione]]></category>
		<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[Globalizzazione]]></category>
		<category><![CDATA[Sviluppo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La Tunisia ancora fatica a elaborare risposte efficaci e coerenti ai problemi socio-economici generati da scellerate politiche autoritarie&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>La <strong>Tunisia</strong> ancora fatica a elaborare risposte efficaci e coerenti ai problemi socio-economici generati da scellerate politiche autoritarie e clientelistiche del regime di <strong>Ben Ali</strong> e dalla cattiva gestione delle dinamiche globalizzanti. Un <em>fil rouge</em> che accumuna i diversi governi che si sono succeduti dopo l’insurrezione del 2011 che ha messo fine all’autocrazia di Ben Ali, in sintonia con le agende dei <em>donors</em> internazionali, è l’attrazione di investimenti esteri come priorità per avviare il motore dello sviluppo.</p>
<p>Nel quadro di questa strategia, il 29 e il 30 novembre ha avuto luogo a Tunisi la conferenza internazionale <em><strong>Tunisia 2020</strong> – Road to Inclusion Sustainability and Efficiency</em>. Obiettivo di questo evento era raccogliere quante più risorse possibili per finanziare un ambizioso piano piano di sviluppo quinquennale di 141 progetti pubblici, privati e in partenariato pubblico-privato per un valore complessivo compreso tra i 50 e i 60 miliardi di euro.</p>
<p>Ispirata alla conferenza egiziana di <strong>Sharm el-Sheikh</strong> del marzo 2015, <em>Tunisia 2020</em> ha coinvolto circa 1.500 partecipanti e ottenuto impegni per circa 14 miliardi di euro. Si tratta tuttavia di un risultato al di sotto del prefissato obiettivo di 20-25 miliardi di euro e che si basa in buona sostanza sulle promesse di attori internazionali – Unione europea, Banca europea per gli investimenti (BEI), Banca europea per la Ricostruzione e lo Sviluppo (BERS) o l’Arab Fund for Economic and Social Development – o governativi – Qatar e Kuwait in testa, seguiti da Francia, Italia (360 milioni di euro tra doni e prestiti su 4 anni), Svizzera, Canada e Germania.</p>
<p>Inoltre, di questi 14 miliardi, una buona parte è in forma di prestiti a medio-lungo termine, cosa che andrà ulteriormente a gravare sulla condizione di crescente indebitamento estero della Tunisia. Dall’altra parte, il ruolo degli <strong>investitori</strong> privati nel dispiegamento di fondi per i progetti di sviluppo in Tunisia è stato di fatto assai limitato.</p>
<p>Gli obiettivi indicati nel piano quinquennale e buona parte dei progetti presentati durante la conferenza indicano una presa di coscienza di quali siano le priorità di sviluppo economico per la Tunisia, dalla riperequazione delle disparità regionali a un avanzamento del Paese verso attività a più alto valore aggiunto lungo le filiere di produzione mondiali. Tuttavia per una piccola economia come la Tunisia, povera di importanti e abbondanti risorse naturali, attirare investitori stranieri facendo leva sul fatto di essere l’”<em>unica democrazia del mondo arabo</em>” difficilmente risulterà una strategia vincente, indipendentemente dalla qualità dei progetti.</p>
<p>Più plausibile è che, in linea con le politiche adottate nel Paese da metà degli anni Settanta, i principali fattori attrattivi continuino a essere agevolazioni fiscali e basso costo della manodopera, con conseguente allocazione dei capitali internazionali in attività di delocalizzazione per produzioni a basso valore aggiunto, non certo verso i progetti di <em>Tunisia 2020</em>.</p>
<p>Per tale ragione è fondamentale che, anche a livello di <strong>cooperazione internazionale</strong>, si affermi la consapevolezza che le politiche a promozione degli investimenti debbano essere elaborate con maggiore cura, con una più dettagliata analisi dei settori prioritari e dei relativi incentivi da dispiegare, oltre che più circostanziate considerazioni sulle implicazioni sociali, da considerarsi altrettanto prioritarie e non ancillari all’accumulazione di capitale.</p>
<p>L’Italia, presente a <em>Tunisia 2020</em> con una delegazione di imprenditori guidati dal sottosegretario agli Esteri Benedetto Della Vedova e dal direttore dell’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo Laura Frigenti, non può astenersi da tali riflessioni se intende farsi promotore attivo di un più inclusivo sviluppo in Tunisia.</p>
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		<title>Trump: Fine della Globalizzazione?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Clara Capelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 16 Nov 2016 14:49:19 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[USA e Americhe]]></category>
		<category><![CDATA[Elezioni USA]]></category>
		<category><![CDATA[Globalizzazione]]></category>
		<category><![CDATA[TPP]]></category>
		<category><![CDATA[Trump]]></category>
		<category><![CDATA[TTIP]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Jobs, bring our jobs again to America. La questione del lavoro è stato il martello che ha battuto&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Jobs, bring our jobs again to America</em>. La questione del lavoro è stato il martello che ha battuto il ritmo della campagna di Trump. Il neo presidente degli Stati Uniti ha insistito sul declino del mercato del lavoro americano a causa della globalizzazione, dall’atteggiamento troppo condiscendente verso la concorrenza cinese ai trattati di libero commercio che avrebbero di fatto agevolato le delocalizzazioni a spese dei lavoratori.</p>
<p>Dalle più recenti analisi sulle scelte di voto, risulterebbe che propri gli stati che hanno maggiormente risentito di delocalizzazioni e processi di deindustrializzazione avrebbero contribuito a far pendere la bilancia dalla parte di Trump, che ha abilmente saputo catalizzare la frustrazione del ceto medio impoverito promettendo di “riportare il lavoro in America”. Dinamiche similari si possono osservare analizzando la composizione socio-geografica di chi ha votato a favore della Brexit nel Regno Unito, così come all’interno dell’elettorato e dei sostenitori del Front National in Francia o del Movimento 5 Stelle in Italia.</p>
<p>Trump non solo si è scagliato contro il NAFTA – l’accordo nordamericano per il libero scambio –  toccando i nervi scoperti del tessuto socio-economico di un’America privata dei suoi sogni di prosperità. Ha inveito contro i trattati di liberalizzazione economica, colpevoli di servire solo gli interessi di un’élite globalizzata e non degli americani tutti. I paralleli con quanto sta avvenendo nello scenario politico europeo si possono tracciare con un certo grado di ragionevolezza.</p>
<p>Oggetto delle critiche di Trump è stato in particolare il TPP – il trattato tra gli USA e 11 Paesi del Pacifico firmato il 4 febbraio 2016 e ora in attesa di ratificazione -, presentato in campagna elettorale come una sorta di nuovo NAFTA. L’11 novembre il neoeletto presidente ha fatto sapere che intende non far avanzare il processo di ratifica del TPP, una mossa che potrebbe dare nuova forza a altri scetticismi nel Pacifico. Allo stesso modo, è possibile supporre che una sorte analoga toccherà al TTIP, l’accordo commerciale di libero scambio in corso di negoziazione tra l’Unione europea e gli Stati Uniti d’America. Difficile pensare che l’amministrazione Trump avrà la capacità e la volontà politica di rilanciare le trattative.</p>
<p>Venuto meno il sostegno del perno di questi macrotrattati regionali, un nuovo capitolo potrebbe aprirsi nella storia del commercio globale. Una storia che – vista sulla lunga durata – è da oltre un secolo caratterizzata dall’alternarsi di fasi di apertura e fasi di protezionismo. Al momento è assai complesso presentare dei possibili scenari futuri. L’Organizzazione mondiale del commercio è impantanata da quindici anni nelle negoziazioni del Doha Development Round, incapace di conciliare una pluralità di interessi globali sempre più intricati e confliggenti. TPP e TTIP, volti ad aggirare questo immobilismo e a creare dei blocchi economico-politici gravitanti intorno agli Stati Uniti, potrebbero finire in cassetto.</p>
<p>Tuttavia, parlare di ritorno al protezionismo è quanto meno avventato. Il mondo è e resterà globale anche con la presidenza Trump, un imprenditore che svuole una finanza ancora meno regolata e basse aliquote per i redditi più elevati. Nonostante le promesse della campagna elettorale, è assai poco plausibile che riesca a introdurre “dazi sulle importazioni del 45 percento” oppure obbligare Apple ad assemblare gli iPhone negli USA anziché in Cina.</p>
<p>Il recente caso della Brexit ha inoltre mostrato come una volta tessuti dei rapporti economici, sia estremamente complicato (e doloroso) romperli, perché in un mondo iperconnesso come quello contemporaneo l’isolazionismo è una scelta ai confini dell’impraticabilità. Dall’altra parte, il semplice rifiuto di accordi commerciali non riporterà il lavoro nelle zone deindustrializzate e depresse degli Stati Uniti né in Europa. Per quello occorre una politica economica di incentivi e obiettivi di lungo termine di cui non c’è traccia nelle recenti campagne elettorali su entrambe le sponde dell’Oceano Atlantico.</p>
<p>Quello che si può ipotizzare per gli anni a venire non è una deriva protezionista, bensì una globalizzazione non governata perché lasciata a chi ha gli strumenti per trarne beneficio anche senza trattati. Un navigare a vista senza scegliere la rotta.</p>
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		<title>Soft o Hard Brexit: il Regno Unito tra globalizzazione e sovranità</title>
		<link>https://www.mondodem.it/198/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Clara Capelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 12 Oct 2016 15:55:17 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[Brexit]]></category>
		<category><![CDATA[Globalizzazione]]></category>
		<category><![CDATA[Sovranità]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>A poco più di tre mesi dal referendum che ha sancito la vittoria della Brexit, molta confusione continua&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>A poco più di tre mesi dal referendum che ha sancito la vittoria della Brexit, molta confusione continua a imperare nel Regno Unito. Le modalità con cui avverrà il distacco dell’Inghilterra dall’Unione Europea (UE) rimangono infatti ancora molto vaghe, svelando con prepotenza una grande contraddizione del nostro tempo: navigare in solitaria le turbolente acque della globalizzazione non rende pienamente sovrani, né consente di meglio proteggere le categorie sociali che sono state maggiormente emarginate dalla globalizzazione stessa.</p>
<p>La premier Tory, Theresa May ha annunciato il 2 ottobre che l’Articolo 50 del Trattato sull’UE – quello che prevede il recesso volontario e unilaterale di uno dei paesi membri – sarà invocato alla fine di marzo 2017. L’obiettivo è di concludere le negoziazioni con Bruxelles entro marzo 2019 e prima delle prossime elezioni legislative previste per il 2020.</p>
<p>La classe politica del Regno Unito non ha tuttavia ancora preso delle precise posizioni sulla struttura su cui si costruirà la Brexit. Nel frattempo, fra questa incertezza generale, il 7 ottobre la sterlina britannica si è significativamente deprezzata sui mercati internazionali, cosa che in molti esperti – a cominciare dal noto opinionista del <em>Financial Times</em> Martin Wolf<a href="https://mondodem.wordpress.com/2016/10/12/soft-o-hard-brexit-il-regno-unito-tra-globalizzazione-e-sovranita/#_ftn1" name="_ftnref1">[1]</a> – hanno interpretato come un evidente segno di scetticismo circa la chiarezza degli obiettivi del governo May e di sfiducia per il futuro dell’economia inglese.</p>
<p>Da una parte, l’esito del referendum del 23 giugno 2016 ha palesato un diffuso e acuto malcontento nei confronti della libera circolazione degli individui e dei flussi migratori di cui il Paese è stato protagonista negli ultimi decenni. Sia Theresa May sia il Labour Party devono fare i conti con la questioni migratorie per contenere l’escalation populista e garantirsi il consenso di quanti ritengono che rifugiati e immigrati economici extra- e intra-europei siano la causa prima del peggioramento delle loro condizioni sociali.</p>
<p>Dall’altra parte, il pieno controllo sui flussi migratori si potrebbe ottenere soltanto attraverso uno scenario di <em>hard Brexit</em>, in cui l’uscita dalla UE comporterebbe l’abbandono delle istituzioni europee ma anche del mercato unico, con tutti i benefici in termini di rapporti preferenziali e assenza di barriere tariffarie e non. Un aspetto non trascurabile per un’economia in cui il 53% delle importazioni proviene da Paesi UE e il 44% delle esportazioni è diretto verso gli stessi.</p>
<p>L’uscita dal mercato unico potrebbe con grande probabilità aumentare i costi dei prodotti importati (come conseguenza della reintroduzione di dazi e del deprezzamento della sterlina rispetto all’euro) – prodotti per cui un’economia marcatamente deindustrializzata come quella britannica (fatta eccezione per alcuni settori d’eccellenza e high-tech) è largamente dipendente.</p>
<p>Il deprezzamento della sterlina difficilmente riuscirebbe a compensare questo scossone sul lato delle importazioni. Le esportazioni britanniche sono largamente basate su servizi (circa il 35% dell’export dei servizi è diretto verso la EU) e, più precisamente, su servizi di tipo finanziario (un terzo dei servizi finanziari esportati).  Tuttavia sono proprio i servizi – in particolare quelli connessi alle <em>big companies</em> internazionali – e la finanza ad avere espresso maggiore preoccupazione per gli esiti delle negoziazioni della Brexit, precisando che la loro presenza nel Regno Unito è legata a doppio filo ai vantaggi economici che derivano dall’appartenenza del Paese al mercato unico. Il considerevole deprezzamento della sterlina degli ultimi giorni – il valore più basso dal 1985 – non ha dunque aperto una finestra di opportunità per l’export britannico, ma ha piuttosto portato alla luce le debolezze dell’economia del Regno Unito, soprattutto la sua dipendenza dalle importazioni estere e dai capitali stranieri. Una dipendenza che rischia di acuirsi qualora lo scenario <em>hard Brexit</em> prevalga, come la reazione dei mercati degli ultimi giorni pare proprio suggerire. Inutile dire che a farne le spese della crisi che si profila all’orizzonte saranno indubbiamente le categorie più fragili e emarginate del tessuto sociale britannico, in buona sostanza coloro che hanno votato a favore della Brexit per il contenimento dei flussi migratori e dei fenomeni legati alla globalizzazione.</p>
<p>La classe politica inglese si trova dunque di fronte al paradosso che in molti hanno voluto ignorare durante la campagna referendaria. In un mondo globalizzato – a cominciare dalla libera circolazione dei capitali – l’uscita dalla UE non restituisce sovranità, bensì il contrario. Nel tentativo di assecondare le pulsioni xenofobe che si sono coagulate sul voto per la Brexit non si è debitamente considerato che questa avrebbe privato il Regno Unito di una serie di condizioni economiche preferenziali, difficilmente rinegoziabili nel breve periodo (come ben illustrato da un articolo dell’Economist<a href="https://mondodem.wordpress.com/2016/10/12/soft-o-hard-brexit-il-regno-unito-tra-globalizzazione-e-sovranita/#_ftn2" name="_ftnref2">[2]</a>), esponendo l’economia britannica a dinamiche che andranno a svantaggio dei più emarginati e dei salari medio-bassi (elemento spesso sottovalutato dai sostenitori della “Brexit da sinistra”, la cosiddetta <em>Leftix</em>).</p>
<p>Considerate le condizioni attuali, è fondamentale orientarsi verso uno scenario di <em>soft Brexit</em>, negoziando con chiarezza strategica uno status che continui a garantire la presenza del Regno Unito nel mercato unico senza timore di accettare concessioni legate alla mobilità intra-europea – come avviene per esempio nel caso di Norvegia e Svizzera – o ad altre, rilevanti, questioni.</p>
<p>La risposta al voto referendario non passa per una rincorsa a tensioni populiste a fini elettorali, bensì a una precisa (ri-)presa di coscienza dell’importanza che la globalizzazione si deve governare bene, ma ciò può avvenire solo rigettando l’illusione che da soli si è sovrani, perché la piena sovranità dei cittadini europei è possibile solo all’interno di un progetto politico condiviso.</p>
<h6 id="1-https-www-ft-com-content-939c7ed0-8e32-11e6-a72e-b428cb934b78"><a href="https://mondodem.wordpress.com/2016/10/12/soft-o-hard-brexit-il-regno-unito-tra-globalizzazione-e-sovranita/#_ftnref1" name="_ftn1">[1]</a> <a href="https://www.ft.com/content/939c7ed0-8e32-11e6-a72e-b428cb934b78" rel="nofollow">https://www.ft.com/content/939c7ed0-8e32-11e6-a72e-b428cb934b78</a></h6>
<h6 id="2-http-www-economist-com-news-britain-21708264-theresa-may-fires-starting-gun-what-looks-likely-be-hard-brexit-taking-britain-out"><a href="https://mondodem.wordpress.com/2016/10/12/soft-o-hard-brexit-il-regno-unito-tra-globalizzazione-e-sovranita/#_ftnref2" name="_ftn2">[2]</a> <a href="http://www.economist.com/news/britain/21708264-theresa-may-fires-starting-gun-what-looks-likely-be-hard-brexit-taking-britain-out" rel="nofollow">http://www.economist.com/news/britain/21708264-theresa-may-fires-starting-gun-what-looks-likely-be-hard-brexit-taking-britain-out</a></h6>
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