<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?><rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	>

<channel>
	<title>Giovanni Matteo Centore, Autore presso MondoDem</title>
	<atom:link href="https://www.mondodem.it/author/giovanni-matteo-centore/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>https://www.mondodem.it/author/giovanni-matteo-centore/</link>
	<description>Laboratorio di Politica Internazionale</description>
	<lastBuildDate>Mon, 27 Apr 2020 12:07:45 +0000</lastBuildDate>
	<language>it-IT</language>
	<sy:updatePeriod>
	hourly	</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>
	1	</sy:updateFrequency>
	<generator>https://wordpress.org/?v=6.8.3</generator>

<image>
	<url>https://www.mondodem.it/wp-content/uploads/2020/10/cropped-MondoDem_Logo_RGB_colored-min-1-1-32x32.png</url>
	<title>Giovanni Matteo Centore, Autore presso MondoDem</title>
	<link>https://www.mondodem.it/author/giovanni-matteo-centore/</link>
	<width>32</width>
	<height>32</height>
</image> 
	<item>
		<title>L’emergenza chiama l’Europa a scrivere la Storia</title>
		<link>https://www.mondodem.it/1932/</link>
					<comments>https://www.mondodem.it/1932/#respond</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giovanni Matteo Centore]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 08 Apr 2020 16:13:55 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Covid-19]]></category>
		<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[Coronavirus]]></category>
		<category><![CDATA[COVID-19]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.mondodem.it/?p=1932</guid>

					<description><![CDATA[<p>L’emergenza sanitaria determinata dall&#8217;irruzione del Covid-19 costituisce, probabilmente, la più grave crisi che il mondo globale abbia conosciuto&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/1932/">L’emergenza chiama l’Europa a scrivere la Storia</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-drop-cap">L’emergenza sanitaria determinata dall&#8217;irruzione del Covid-19 costituisce, probabilmente, <strong>la più grave crisi che il mondo globale abbia conosciuto dal dopoguerra ad oggi</strong>, che spiegherà i suoi effetti a lungo ed in molti campi. Il timore fondato è di essere in presenza di un evento epocale, in grado di mutare la stessa dimensione antropologica e sociologica che ha connotato gli stili di vita delle società fino ad ora: un fatto storico, che impone risposte all&#8217;altezza dell’enormità dei problemi che introduce. Eppure, i termini del dibattito tra le Istituzioni comunitarie e le classi dirigenti dei singoli Stati sembrano assomigliare a quelli cui si assiste da diverso tempo. Le posizioni fin qui assunte appaiono abbastanza legate al contingente ed ispirate al pensiero dominante che ha caratterizzato la fase antecedente questa crisi.</p>



<p>Va, senza dubbio, dato atto alle Istituzioni europee di aver messo subito in campo alcune <strong>misure importanti</strong> per rispondere ad esigenze immediate, a conferma di quanto l’esistenza di Istituzioni autenticamente sovranazionali e comuni siano utili a garantire misure tempestive ed efficaci. Parallelamente, il Consiglio Europeo si è riunito senza riuscire a trovare un’intesa complessiva per un piano generale per affrontare la crisi economica. L’impressione è che, all&#8217;esito di estenuanti trattative, un accordo arriverà su strumenti in grado di comporre gli interessi contrapposti. Ma il metodo e la qualità delle scelte saranno più rilevanti degli stessi contenuti. Esse saranno ispirate da un significativo cambio di paradigma, da una più marcata spinta comunitaria, dentro un disegno più ampio, intriso di visione politica?</p>



<h5 id="wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading-7dbbf4fb" class="wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading-7dbbf4fb"><span id="scrivere-la-storia-delleuropa-o-rimanere-arroccati-ad-un-pericoloso-status-quo">Scrivere la Storia dell&#8217;Europa o rimanere arroccati ad un pericoloso status quo</span></h5>



<p>Ci
si riferisce a quella stessa visione che portò, sulle macerie del secondo
conflitto mondiale, alla nascita della CEE, della CECA e dell’Euratom, e che
portò su altre macerie, quelle del Muro di Berlino, a varare la Moneta Unica,
con una significativa rinuncia ad un pezzo di sovranità. </p>



<p>La pandemia pone l’Europa, il suo popolo e la sua classe dirigente di fronte ad un bivio: <strong>scrivere la Storia o rimanere arroccati ad un pericoloso status quo</strong>, che oggi comporterebbe un notevole arretramento, con il rischio concreto di un processo di disgregazione. Oppure, ci sarebbe un’ulteriore strada, l’uscita dall’Unione di alcuni Stati, che stavolta coinvolgerebbe non un Paese che al processo di integrazione ha partecipato mal volentieri, ma Paesi come l’Italia, che dell’Europa è un membro fondatore. A parere di chi scrive questo rappresenterebbe un salto nel buio non auspicabile neppure in tempi di crescita.</p>



<p>Sarebbe un errore lasciare tutto come è, immaginare che la strada da perseguire sia ancora quella del “<em>funzionalismo</em>”, tanto caro a Jean Monnet, che ha prodotto importanti risultati nei primi quarant’anni di vita dell’Unione ma che presenta gravi limiti da almeno un quindicennio.Negli anni Novanta i <strong>due successi simbolo dell’Unione</strong>, ossia l’introduzione della moneta unica e l’allargamento, non sono stati accompagnati e completati da una più approfondita integrazione, che prevedesse, da un lato, una politica fiscale comune e, dall’altro, una nuova strategia geopolitica verso l’Est. Nel 2008 e 2011, una grave crisi economica, ci ha consegnato una lezione durissima che in alcune cancellerie non è stata ancora metabolizzata compiutamente. </p>



<h5 id="wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading-cb1f7bac" class="wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading-cb1f7bac"><span id="un-futuro-complesso-che-necessita-di-istituzioni-solide">Un futuro complesso che necessita di Istituzioni solide</span></h5>



<p>In queste settimane una delle personalità più autorevoli dell’economia mondiale, <strong>Mario Draghi</strong>, dalle <a href="https://www.ft.com/content/c6d2de3a-6ec5-11ea-89df-41bea055720b">colonne del Financial Times</a>, ha offerto all’opinione pubblica un’analisi spietata quanto realistica circa le conseguenze dell’emergenza che sta aggredendo il mondo, evidenziando come essa colpisca in modo simmetrico e senza alcuna colpa per i Paesi. Il monito di Draghi contempla un futuro complesso, con una necessaria convivenza con debiti pubblici più elevati per sostenere famiglie ed apparati produttivi. Una prospettiva che chiaramente impone Istituzioni più forti e capaci di assumere decisioni politiche adeguate ai tempi, sottolineando altresì come «<em>The cost of hesitation may be irreversible</em>».</p>



<p>Un
impegno di proporzioni colossali, in grado di riscrivere i contenuti delle
categorie politiche, culturali e sociali che abbiamo imparato a declinare
nell’ultimo secolo, retto da un virtuoso compromesso tra stato sociale e
democrazie liberali. Per i Paesi europei la dimensione dell’iniziativa non può
che essere quella comunitaria ed indirizzarsi verso due priorità decisive: una
più forte&nbsp;<strong>legittimazione
democratica</strong>&nbsp;dei processi istituzionali ed un coraggioso e
deciso passo in avanti verso una più avanzata integrazione europea, che
contempli anche un’ulteriore cessione di sovranità.</p>



<p>I
due obiettivi dovranno essere perseguiti di pari passo: quanta più sovranità si
“cederà” all’<strong>Unione</strong>,
tanto più potere di controllo andrà conferito ai cittadini. Fino a qualche mese
fa, il processo di completa riscrittura delle coordinate geopolitiche in atto
rendeva non più pensabile che le politiche di difesa, le politiche di
accoglienza, le politiche fiscali, le politiche ambientali potessero restare
negli angusti perimetri statali. Oggi tale orizzonte di impegno, più che ideale,
risulta necessario.</p>



<p>Nei prossimi giorni, il sentiero tra il salto di qualità o la precipitazione verso il baratro è strettissimo, percorribile solo da una politica alta, in grado di cambiare i destini dell’uomo. Tra qualche tempo l’emergenza virale che angoscia i cittadini del mondo sarà alle nostre spalle, ma non lo saranno i suoi effetti. <a href="https://www.mondodem.it/regioni/europa/lunione-europea-e-lemergenza-sociale/">Altre emergenze</a> potrebbero arrivare nel in futuro e rischiare di sconvolgere le vite delle persone. Sarebbe quindi il caso di creare più robusti ripari, attraverso la costruzione di dimensioni politiche, anche spaziali, all’altezza dell’impresa. Per quello che riguarda noi cittadini europei, questo passa per la definitiva ed irreversibile scelta di rafforzamento di quel soggetto grazie al quale, fino ad ora, milioni di persone hanno conosciuto la più significativa espansione della tutela e del riconoscimento dei diritti e delle libertà fondamentali.  </p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/1932/">L’emergenza chiama l’Europa a scrivere la Storia</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.mondodem.it/1932/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>0</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Diseguaglianza e globalizzazione: quanto ne sappiamo davvero?</title>
		<link>https://www.mondodem.it/1163/</link>
					<comments>https://www.mondodem.it/1163/#respond</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giovanni Matteo Centore]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 31 Jul 2018 13:48:13 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[Lo stato della sinistra]]></category>
		<category><![CDATA[diseguaglianze]]></category>
		<category><![CDATA[globalizzzione]]></category>
		<category><![CDATA[Sinistra]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.mondodem.it/?p=1163</guid>

					<description><![CDATA[<p>di Eugenio Dacrema  Qualche settimana fa su MondoDem si parlava dell’incapacità di gran parte della sinistra di indirizzare&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/1163/">Diseguaglianza e globalizzazione: quanto ne sappiamo davvero?</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>di <a href="https://twitter.com/Ibn_Trovarelli">Eugenio Dacrema </a></em></p>
<p><a href="https://www.mondodem.it/op-ed/il-pd-non-e-abbastanza-di-sinistra-non-ascolta-il-popolo-se-davvero-avessimo-perso-per-questo-sarebbe-una-pacchia-ma-purtroppo-la-verita-e-assai-piu-complessa/">Qualche settimana fa su MondoDem</a> si parlava dell’incapacità di gran parte della sinistra di indirizzare il sentire comune. Uno dei motivi è che su molti temi fondamentali dell’oggi abbiamo idee deboli, quando non drammaticamente contraddittorie. Per esempio, ineguaglianza e globalizzazione sono due temi su cui, soprattutto a sinistra, pensiamo di saperla lunga. Ma forse non è così, e se davvero desideriamo chiarire cosa pensiamo e cosa vogliamo su questioni così importanti è bene affrontarne la complessità.</p>
<p>Cominciamo con la faccenda dell’ineguaglianza. A questo proposito esiste una narrativa piuttosto diffusa e accettata: negli ultimi decenni, a causa dell’introduzione di riforme cosiddette neoliberiste, le disuguaglianze in tutto l’Occidente sono aumentate enormemente, causando crescenti sentimenti di frustrazione e alienazione tra le fasce più povere e andando a favorire la crescita dei partiti populisti. Giusto? Sbagliato.</p>
<p>Un primo errore di questa ricostruzione è parlare del fenomeno per tutto l’Occidente allo stesso modo, e pensare che argomentazioni che si adattano a una realtà come, per esempio, quella americana siano perfettamente applicabili anche da noi. Non è così, primo perché la disuguaglianza americana è molto più alta di quanto lo sia in Europa, ed è cresciuta a ritmi assai più sostenuti dagli anni Ottanta ad oggi. Il secondo è che, al contrario, in Europa, e soprattutto in Italia, la diseguaglianza è rimasta pressoché stabile negli ultimi due decenni. L’ultima volta che nel nostro paese si è assistito a un vero aumento è stato all’inizio degli anni Novanta. Poi, a parte oscillazioni alquanto trascurabili, intorno a un punto nell’indice di Gini<a href="#_ftn1" name="_ftnref1">[1]</a>, è rimasta stabile (nel 1995 era 32,7, nel 2015 33,3, mentre nello stesso periodo negli Usa è passata da 36 a 39, un aumento quasi sei volte superiore). Questa confusione deriva da un altro errore che si riscontra comunemente nel dibattito pubblico sulla disuguaglianza, ovvero quello di approssimare la percezione della disuguaglianza alla disuguaglianza reale. È vero infatti che se pure i dati reali non sono cambiati di molto da vent’anni a questa parte, la percezione è cresciuta notevolmente; la gente, insomma, percepisce disuguaglianze crescenti nonostante nella realtà queste non siano cresciute granché. Come è possibile ciò? Almeno parte della risposta la si può trovare nei risultati delle ricerche condotte in questi anni sulle percezioni economico-sociali delle persone, soprattutto in merito al proprio status e al proprio benessere. Richard Easterlin, per esempio, dimostrò che la crescita economica si correla all’aumento del benessere percepito solo all’inizio di un ciclo di crescita. Dopo qualche anno, infatti, il benessere percepito comincia a rimanere piatto pur di fronte a una crescita in continuo aumento (il cosiddetto Paradosso di Easterlin). Studi più recenti hanno invece affrontato direttamente il tema della percezione della diseguaglianza. Giacomo Corneo e Hans Gruner nel 2000 dimostrarono come la percezione di diseguaglianza in molti paesi europei non combacia minimamente coi dati reali ma tende a essere condizionata da valori diffusi tra la popolazione. Per esempio, negli ex paesi socialisti, dove decenni di comunismo reale avevano diffuso una forte sensibilità al tema, la percezione di disuguaglianza risultava molto più alta rispetto ai paesi anglosassoni, nonostante nei primi i dati reali mostrassero disuguaglianze assai inferiori rispetto ai secondi. Un fenomeno simile veniva registrato anche in paesi caratterizzati da un forte welfare redistributivo come la Francia. In seguito, numerosi altri studi, come quello di Alesina e Giuliano nel 2000, quello di Gimpelson and Mosusova del 2014 e quello di Brunori del 2017 hanno dimostrato con metodi quantitativi come la percezione di disuguaglianza non sia in nessun modo influenzata dal reale livello di disuguaglianza esistente, mentre risulta fortemente correlata con altri fattori sociali quali i valori socialmente diffusi sul tema, l’etica del lavoro e, soprattutto, il livello di mobilità sociale. È in particolare la mobilità sociale che emerge come il fattore più influente nel determinare la percezione di diseguaglianza in una popolazione. Una realtà, in fondo, spiegabile semplicemente con il fatto che se una persona ha la percezione concreta di poter scalare la piramide avrà meno la sensazione che tale piramide sia ingiusta, o particolarmente alta o ripida. Al contrario, qualunque sia l’altezza reale della piramide, per un soggetto che percepisce di non avere alcuna chance di farcela la piramide risulterà sempre (ingiustamente) altissima. “Gli ultimi saranno gli ultimi se i primi sono irraggiungibili”, canta Frankie Hi-NRG, e questo il più delle volte non dipende tanto dalla distanza tra primi e ultimi ma dagli ostacoli presenti sul percorso. Ne consegue che in società caratterizzate da un livello di diseguaglianza medio-basso, come gran parte delle nazioni europee, la percezione negativa di crescente disuguaglianza è probabilmente il frutto di una mobilità sociale inceppata da anni più che di una reale arricchimento dei già ricchi a discapito dei più poveri. Una realtà che stride fortemente con la narrativa diffusa e che ci dovrebbe far riflettere su che tipo di politiche intendiamo davvero quando parliamo di “lotta alla disuguaglianza”.</p>
<p>Il secondo tema, molto legato al primo, è quello della cosiddetta dicotomia tra “perdenti” e “vincenti” della globalizzazione. Anche in questo caso la narrativa diffusa è piuttosto chiara: l’apertura e la liberalizzazione dei mercati e dei flussi finanziari ha determinato l’arricchimento di una fascia ristretta di popolazione che ha saputo approfittare delle occasioni di investimento e di mobilità concesse dalla globalizzazione, anche grazie a una privilegiata posizione di partenza. Al contrario, le classi medie e basse sono rimaste danneggiate dai prodotti esteri e dalla competizione posta dalla forza di lavoro straniera che hanno portato a delocalizzazioni e schiacciamento dei salari. Per carità, gran parte di questa narrativa è ampiamente corroborata dai dati. È però, nel migliore dei casi, una narrativa solo parziale rispetto a quanto avvenuto nei decenni scorsi. Varrebbe la pena ricordare, infatti, come l’apertura dei mercati non ha portato solo compressione dei salari ma, ancora prima, ha portato compressione dei prezzi, soprattutto per quei prodotti diffusi tra le classi medio basse. Quelli che sono oggi accusano maggiormente Cina e paesi asiatici di aver sottratto industrie e posti di lavoro all’Occidente sono anche i maggiori consumatori dei prodotti provenienti da quei paesi. Una gran parte di quel benessere diventato scontato e che molti percepiscono oggi come declinante a causa della globalizzazione è in realtà formato per gran parte dall’accesso a prodotti e attività che proprio i primi decenni di apertura dei mercati hanno reso possibili. Vestiario e cibo, per non parlare di voli low cost, vacanze all-inclusive, e colf e badanti a basso costo; molti di costoro non si rendono conto esattamente cosa accadrebbe al loro accesso a beni e servizi che ormai considerano “di prima necessità” se la guerra commerciale a tutto campo propugnata dai loro beniamini populisti dovesse davvero cominciare. È una realtà finora poco esplorata, perché va contro la narrativa un po’ semplicistica ma romanticamente attraente del popolo oppresso dalle élite neoliberiste, ma che comincia a emergere finalmente anche a sinistra. In Italia se ne è fatto interprete in particolare Raffaele Alberto Ventura nel suo libro “Teoria della classe disagiata”. La globalizzazione andava bene a tutti quando noi ci trovavamo in cima alla catena alimentare, quando uno stipendio medio italiano era 10-20 volte quello di un operario cinese il cui lavoro ci consentiva di spendere meno della metà di un tempo in scarpe e viaggi pur mantenendo per il resto lo stesso livello salariale. Le cose sono cambiate quando gli altri hanno cominciato a scalare la stessa catena alimentare, avvicinandosi al nostro livello e attentando alle nostre posizioni consolidate. Forse dovremmo chiederci quindi se non valga la pena sottolineare con chiarezza quanto la globalizzazione forma oggi gran parte di quel benessere che noi diamo per scontato e che, anzi, siamo arrabbiati perché percepiamo in lenta diminuzione. Forse quello che dovremmo essere in grado di dire è che chiudere alla globalizzazione non farebbe che accelerare tale declino e che diventare competitivi non è un crudele mantra neoliberista ma l’unica risposta razionale a un mondo popolato da molta più che gente rispetto al passato che vuole, giustamente, quello che noi già abbiamo.</p>
<p><a href="#_ftnref1" name="_ftn1">[1]</a> L’indice di GINI è l’indicatore universalmente più utilizzato per misurare le disuguaglianze. Va da 0 (una situazione di completa uguaglianza in cui tutti godono dello stesso livello di ricchezza) e 1 (una situazione in cui una sola persona possiede tutta la ricchezza della società). La maggior parte dei paesi oscilla tra 25 e 40. Paesi con GINI intorno ai 40 o superiori sono considerati paesi ad alta diseguaglianza.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/1163/">Diseguaglianza e globalizzazione: quanto ne sappiamo davvero?</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.mondodem.it/1163/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>0</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Comprendere per costruire un nuovo paradigma riformista</title>
		<link>https://www.mondodem.it/529/</link>
					<comments>https://www.mondodem.it/529/#respond</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giovanni Matteo Centore]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 06 Apr 2017 13:58:12 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Lo stato della sinistra]]></category>
		<category><![CDATA[#riformismo]]></category>
		<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[Globalizzazione]]></category>
		<category><![CDATA[Populismo]]></category>
		<category><![CDATA[Sinistra]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.mondodem.it/?p=529</guid>

					<description><![CDATA[<p>La fase storica che stiamo vivendo è quella che segna la frattura più profonda con le speranze ed&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/529/">Comprendere per costruire un nuovo paradigma riformista</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>La fase storica che stiamo vivendo è quella che segna la frattura più profonda con le speranze ed i sogni generati dall&#8217;avvento del nuovo secolo.</p>
<p>Per la mia generazione, cresciuta dentro lo spirito di libertà dell’<strong>Ottantanove</strong>, si tratta di ripensarsi completamente.</p>
<p>Siamo chiamati alla responsabilità di capire, indagare le cause dei mutamenti travolgenti che stanno caratterizzando il nostro tempo e di cogliere la portata degli effetti.</p>
<p>Siamo di fronte a quella che il filosofo della politica Biagio De Giovanni ha definito la prima “<strong><em>crisi politica</em></strong>” della <strong>globalizzazione</strong>, capace di introdurre forti elementi di divisione in un mondo che il processo globale doveva unire, oltre ogni conflitto, tensione o guerra.</p>
<p>Dopo la caduta del Muro, la cultura riformista ha pensato, illudendosi, di aver vinto la partita. Che l’espansione del libero mercato avrebbe condotto alla piena affermazione della democrazia e ad un più diffuso grado di crescita sociale.</p>
<p>Processi vissuti come ineluttabili ed irreversibili e quindi da accompagnare o al più da correggere, ma non già da governare. L’arretramento della politica ha slegato il fenomeno economico dai destini delle persone. A processi economici globali non è corrisposto un processo di governance politica sovranazionale e forme di controllo democratico di dimensioni comparabili.</p>
<p>Questo ha preparato il terreno ai nazionalismi che si sono posti come missione quella di dimostrare che tali processi non sono dati acquisiti, ma scelte e come tali revocabili.</p>
<p>La società aperta, la globalizzazione dell’economia, l’integrazione europea, il fenomeno migratorio sono oggi i principali terreni nei quali sono coltivati i semi di un nuovo <strong>sovranismo</strong> che si pone come alternativa praticabile.</p>
<p>Pare del tutto evidente come la risposta delle forze riformiste non possa consistere in una meccanica riproposizione di paradigmi culturali ed identitari di cui esse si sono alimentate nel secondo dopoguerra. I due principali strumenti di cui la sinistra europea si è servita per perseguire i propri ideali di libertà e giustizia sociale hanno esaurito da tempo le proprie forze: lo <strong>stato-nazione</strong> ed il <strong>welfare state</strong> erano l’uno propedeutico all’altro, oggi la crisi dell’uno è conseguenza di quella dell’altro.</p>
<p>I limiti di tale schema sono apparsi ancora più chiari in Europa dopo il <strong>Trattato di Maastricht</strong> e l’adozione della moneta unica. La politica monetaria si centralizzava a livello comunitario e veniva sottratta alla disponibilità degli Stati membri, mentre la politica economica e fiscale restava in capo a questi ultimi. Il risultato è stato il rafforzamento delle politiche di austerity imposte, in sede intergovernativa, dai Paesi con il maggiore peso, come la Germania. Ed un’interpretazione restrittiva del Patto di stabilità e di crescita in piena recessione.</p>
<p>Anche il Quantitative Easing, il piano varato dalla <strong>BCE</strong> nel 2015, grazie alla lungimiranza del Presidente Mario Draghi, per promuovere una politica monetaria espansiva e contrastare la deflazione, ha sortito effetti più limitati sull’economia europea, proprio perché non accompagnato da un forte coordinamento delle politiche economiche e fiscali, soprattutto in materia di crescita e di occupazione.</p>
<p>Con il tempo, gli effetti della crisi economica ha allargato la forbice delle disuguaglianze e le sacche di povertà. Ad avvertirne il peso non sono state solo le fasce tradizionalmente più deboli, ma anche il ceto medio. Da questo punto di vista, l’ormai famoso grafico dell’elefante di <strong>Milanovic</strong> ci dimostra come nel ventennio 1988-2008, è la classe media occidentale ad aver subito il maggior impoverimento relativo e quindi ad essere stata la più esposta, negli anni successivi, alla crisi.</p>
<p>La crisi ci ha spiazzato, inutile nasconderlo. Essa però può rappresentare anche una straordinaria opportunità, per fare i conti con il nuovo secolo e le rivoluzioni che lo caratterizzano.</p>
<p>La<strong> rivoluzione digitale</strong>, ad esempio, ha determinato condizioni di abbondanza e di disuguaglianza al tempo stesso. Come ci spiega Enrico Moretti in “<em>La nuova geografia del lavoro</em>”, negli Stati Uniti, l’innovazione ha prodotto nuovi e buoni posti di lavoro, che però si sono concentrati laddove c’erano già condizioni avanzate di benessere e di istruzione. Contestualmente, i centri urbani che presentavano condizioni di partenza peggiori, nel campo dei servizi, dei saperi etc., non hanno saputo reagire alla crisi dell’industria tradizionale, creando un ecosistema adeguato ad attrarre investimenti nell’industria innovativa. Anzi, essi hanno registrato una significativa mobilità in uscita, che per lo più ha riguardato i ceti più giovani ed istruiti, che ha causato svuotamento e desertificazione.</p>
<p>Questo perché un processo non è virtuoso in sé. I suoi buoni esiti dipendono da come il processo è governato, dalla qualità delle politiche pubbliche che lo accompagnano.</p>
<p>Ci attende quindi una fase di severo impegno, rigorosa analisi e profonda comprensione cui dovranno seguire “<strong><em>politiche</em></strong>” e “<strong><em>politica</em></strong>”, soluzioni concrete e mirate dentro una cornice valoriale all’altezza dei mutamenti in atto.</p>
<p>E’ un percorso di ricerca teso alla costruzione di quel luogo inedito in cui far incontrare i valori di eguaglianza e di libertà con le trasformazioni che stanno cambiando le nostre vite. E’ una sfida affascinante e complessa paragonabile all’organizzazione del capitalismo nel “<em>secolo socialdemocratico</em>”, per usare una felice espressione del grande sociologo Ralf Dahrendorf . Una sfida in campo aperto alle forze nazionaliste e populiste, che rifugga dalla tentazione di un’adesione acritica alla globalizzazione e che, invece, ne colga le opportunità ed i limiti.</p>
<p>Il che significa elaborare politiche capaci di tenere insieme più libertà e più protezione. Costruire un riformismo del <strong>merito</strong> e del <strong>bisogno</strong>, delle <strong>opportunità</strong> e del <strong>contrasto alle disuguaglianze</strong>. Che sappia proporre un modello di libero scambio legato a stringenti regole di tutela degli standard sociali.</p>
<p>Per dirla con l’economista Irene Tinagli: «<em>perché dobbiamo attendere che le vittime della globalizzazione siano a terra, per “vederle” e cercare di intervenire? Dobbiamo impostare “a monte” la nostra politica, mutare la sua stessa natura, per far sì che essa agisca “prima” – in senso temporale e in senso qualitativo – che le persone cadano vittime del processo di innovazione.</em>»</p>
<p>Se questo è il terreno della sfida per le forze riformiste e progressiste, la dimensione della loro iniziativa non può che essere quella europea ed indirizzarsi verso due priorità: una più forte <strong>legittimazione democratica</strong> dei processi istituzionali ed una più netta e coerente distinzione delle <strong>sfere di sovranità</strong> tra Unione e Stati membri.</p>
<p>I due obiettivi dovrebbero essere perseguiti di pari passo, quanta più sovranità si “cede” all’<strong>Unione</strong>, tanto più potere di controllo va conferito ai cittadini. Non è più pensabile che la difesa comune, le politiche di accoglienza, la politica fiscale possano restare negli angusti perimetri statali, ma, allo stesso tempo, decisioni che incidono sulla vita dei singoli cittadini non possono essere sottratti alla formazione dell’indirizzo popolare.</p>
<p>Personalmente, credo che dentro questa opera ci sia lo spazio per far nascere e crescere una proposta riformista coraggiosa ed ambiziosa, in grado di collocarsi compiutamente nelle linee di confronto che si aggiungono a quelle ancora attuali di destra e sinistra.</p>
<p>La Brexit, la nuova Amministrazione americana, il ritorno prepotente della Russia da un lato, le vicende elettorali olandesi, francesi e tedesche dall’altro, stanno ridisegnando i termini del dibattito pubblico.</p>
<p>Sta alla lungimiranza ed alla intelligenza di classi dirigenti, ispirate da un <strong>pensiero nuovo</strong>, condizionarne ed orientarne gli sviluppi. Ciò nella consapevolezza che non bastano politiche giuste se esse non sono avvertite come tali dai cittadini. Un tempo, lo avremmo definito un <strong>riformismo</strong> di “<em>popolo</em>”.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/529/">Comprendere per costruire un nuovo paradigma riformista</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.mondodem.it/529/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>0</slash:comments>
		
		
			</item>
	</channel>
</rss>
