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	<title>Nicoletta Pirozzi, Autore presso MondoDem</title>
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	<description>Laboratorio di Politica Internazionale</description>
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	<title>Nicoletta Pirozzi, Autore presso MondoDem</title>
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		<title>Europa e Coronavirus: solidarietà, falsi miti e veri aiuti</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Nicoletta Pirozzi]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 23 Mar 2020 12:26:07 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Covid-19]]></category>
		<category><![CDATA[Coronavirus]]></category>
		<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[Unione Europea]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La situazione di crisi che si è prodotta prima in Italia e poi in tutta Europa a causa&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-drop-cap">La situazione di crisi che si è prodotta prima in Italia e poi in tutta
Europa a causa della diffusione del COVID-19 ha suscitato, tra le altre cose,
un dibattito su una percepita assenza dell’Unione europea ed una supposta scarsa
solidarietà̀ tra i paesi membri, spesso in contrapposizione ad una presunta
vicinanza benevola di altri attori, in primo luogo la Cina (tra poco,
verosimilmente, si aggiungerà anche la Russia). </p>



<p>E’ legittimo aspettarsi un sostegno speciale dai paesi che hanno deciso
di aderire all’UE e che hanno ratificato i Trattati, i quali fanno esplicito
riferimento al principio di solidarietà̀ tra i valori fondanti (art. 2 TUE) e
tra gli obiettivi dell’Unione (art. 3 TUE). E tuttavia, non è realistico
pensare che in un momento di grave emergenza come quello che si produce in una
pandemia i governi nazionali non reagiscano in primo luogo a tutela dei propri
cittadini, mettendo in campo misure che proteggano i confini, che assicurino
gli approvvigionamenti di materiale medico, che salvaguardino la tenuta sociale
ed economica. Del resto, è all’opinione pubblica nazionale che ciascun governo
risponde e alla quale deve la propria esistenza. E’ in quest’ottica che va
letta la decisione iniziale di ben sette paesi membri – Polonia, Slovacchia, Repubblica
Ceca, Danimarca, Cipro, Lettonia e Lituania – di chiudere i propri confini e di
sospendere il sistema di Schengen, oppure quella di Francia e Germania di bloccare
la fornitura di materiale medico, tra cui le preziose mascherine, agli altri
Stati dell’Unione. Anche sul fronte della comunicazione, i discorsi alla
nazione di Angela Merkel del 18 marzo scorso e di Giuseppe Conte del 21 marzo
si sono concentrati sul ruolo dello Stato nella risposta all’emergenza e non
hanno menzionato nemmeno una volta il ruolo dell’Unione europea. </p>



<p>Questi fatti dovrebbero indurre il campo europeista a smettere di
presentare l’Unione come una comunità i cui membri pensano (o dovrebbero
pensare) solo al bene comune, e non al proprio tornaconto. Non è mai stato
questo il caso, e la costante delusione di questa irrealistica aspettativa
rischia di diminuire ulteriormente il sostegno dei cittadini all’UE. Invece, in
una circostanza come questa occorre evidenziare il vero, prezioso valore delle
istituzioni europee e delle competenze loro attribuite dagli Stati membri. </p>



<p>La Commissione europea ha messo in campo misure importanti come la
chiusura delle frontiere esterne dell’Unione e l’adozione di linee guida per la
gestione dei confini interni per salvaguardare il mercato interno e le filiere
di produzione essenziali. Inoltre, attraverso la sua azione politica, ha agito
su Parigi e Berlino per sbloccare la fornitura di materiale medico protettivo,
tant’è vero che il 20 marzo sono arrivate in Italia 7 tonnellate di
attrezzature, apparati di supporto e materiale sanitario da Colonia e destinate
agli ospedali più colpiti. Importanti anche le misure di sostegno all’economia,
a cominciare dall’allentamento delle regole fiscali del Patto di stabilità per
permettere agli Stati membri di fare gli interventi necessari a rispondere alla
crisi. La Banca Centrale Europea, nonostante un’improvvida iniziale dichiarazione
di Christine Lagarde, ha deciso di adottare un <em>quantitative easing</em> di dimensione massiccia – pari a 750 miliardi
di euro – per l’acquisto di titoli pubblici e privati con l’obiettivo di
sconfiggere o almeno mitigare l’emergenza economica, intervento senza il quale
le finanze italiane avrebbero rischiato di divenire preda della speculazione
internazionale con conseguenze imprevedibili. Oggi si ragiona su nuove misure
per il futuro, inclusa l’emissione di Coronabonds, ovvero l’emissione di bond
comuni all’area euro, in grado di finanziare congiuntamente la risposta allo
shock economico generato dalla crisi. Una vera rivoluzione copernicana della governance
economica europea, perché introduce il principio di “comunitarizzazione” di una
parte dei debiti pubblici nazionali. </p>



<p><strong>Le istituzioni di Bruxelles
arrivano dunque dove i governi nazionali, per calcolo politico o mancanza di
risorse, non vogliono o non possono arrivare</strong>,
garantendo a tutti i cittadini europei misure di protezione sociale ed
economica. E avrebbero potuto fare ancora di più, ad esempio se la materia
sanitaria non fosse stata competenza esclusiva degli Stati membri ma affidata
all’Unione, o se l’Unione fosse dotata di un servizio di protezione civile
europeo e non soltanto di un meccanismo di coordinamento dei servizi di
protezione civile nazionali. E’ questo il senso dell’adesione al progetto
europeo: garantirsi un cappello protettivo, un’istanza superiore che si
aggiunge senza minacciarla a quella nazionale. </p>



<p>Questa emergenza, per sua natura transnazionale, lungi dall’alimentare
sovranismi e riappropriazione di competenze cedute all’Unione, deve dunque
farci riflettere sull’importanza di meccanismi continentali e globali che
sopperiscono alle carenze nazionali. Una garanzia per il presente e un monito
per il futuro a rafforzare ancora gli strumenti comunitari e a realizzare il
principio di solidarietà̀ nella maniera più sicura, ovvero affidandosi a
istituzioni sovranazionali che possano coordinare l’azione delle capitali e
agire in autonomia per salvaguardare il benessere dei popoli europei. Dovrebbe
essere abbastanza per allontanare le sirene del populismo nazionalista e
dell’euroscetticismo almeno per il prossimo ventennio. </p>
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		<title>Nomine Ue: primo test di legislatura per la democrazia europea</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Nicoletta Pirozzi]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 04 Jul 2019 12:04:41 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Elezioni europee 2019]]></category>
		<category><![CDATA[Europa]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il Parlamento europeo ha appena eletto David Sassoli, membro del Partito Democratico e del gruppo dei Socialisti e&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<hr class="wp-block-separator"/>



<p> </p>



<p><strong>Il Parlamento europeo ha appena eletto David Sassoli</strong>, membro del Partito Democratico e del gruppo dei Socialisti e Democratici, alla carica di nuovo <strong>presidente del Parlamento europeo</strong>. La plenaria di Strasburgo si è espressa con 345 voti a favore di Sassoli, mentre il candidato del Gruppo dei Conservatori e Riformisti Jan Zahradil ha ottenuto 160 voti e la verde Ska Keller 119. L’elezione di Sassoli restituisce all’Italia una delle cariche apicali dell’Unione europea, dopo la Presidenza del conservatore Antonio Tajani di Forza Italia appena conclusa. Il Parlamento potrebbe anche rimettere in discussione l’accordo appena concluso dai Capi di Stato e di governo, che ha portato alla proposta della Ministra della difesa tedesca conservatrice <strong>Ursula von der Leyen a capo della Commissione europea</strong>, alla nomina della francese <strong>Christine Lagarde</strong>, attualmente al vertice del Fondo Monetario Internazionale, come <strong>candidata alla guida della Banca Centrale Europea (BCE)</strong>, all’elezione del liberale belga <strong>Charles Michel a Presidente del Consiglio europeo</strong> e dell’Eurosummit, e alla nomina del socialista spagnolo <strong>Josep Borrell come candidato alla carica di Alto Rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza</strong> e Vice Presidente della Commissione europea.</p>



<p>Chi sono i vincitori e i vinti del valzer di nomine per la prossima leadership europea? S<strong>icuramente tra i vincitori dobbiamo annoverare il Presidente francese Emmanuel Macron, deus ex machina del patto</strong>, che conquista il tassello della BCE e piazza un leader amico alla presidenza del Consiglio europeo. <strong>Rinsalda anche l’asse con la Germania</strong>, confermando il motore franco-tedesco alla guida dell’Europa, anche se indebolito dalle crisi interne dei due governi. Le difficoltà di Angela Merkel sono parse evidenti sia quando il Partito Popolare Europeo si è espresso contro il cosiddetto <strong>“compromesso di Osaka”</strong> raggiunto a margine del G20, che avrebbe visto il socialista Frans Timmermans alla guida della Commissione europea, sia quando la Cancelliera ha dovuto astenersi nella votazione del 2 luglio a causa dell’opposizione interna alla coalizione di governo da parte dell’alleato SPD. Al binomio di testa si unisce ora anche la Spagna, associata alle negoziazioni fin dall’inizio.</p>



<p><strong>I primi tra gli sconfitti sono i paesi di Visegrad</strong>, che si sono opposti al patto tra i grandi e in particolare alla presidenza di Timmermans, considerato ostile anche per la battaglia a tutela dello stato di diritto condotta durante la sua vicepresidenza alla Commissione europea nella passata legislatura. Questi paesi non ottengono nessun tassello della leadership europea. <strong>La stessa fine rischiava di farla l’Italia, che si è schierata con il blocco di Visegrad contro l’accordo franco-tedesco,</strong> apparentemente in contraddizione con i suoi stessi interessi strategici. Una Commissione europea guidata da Timmermans sarebbe stata senz’altro più in linea con le priorità italiane in materia di flessibilità sui conti pubblici e solidarietà nella gestione della questione migratoria.<strong> L’elezione di David Sassoli al Parlamento europeo restituisce all’Italia un posto al sole, nonostante il posizionamento diplomatico fallimentare nei negoziati da parte del governo. </strong>All’Italia potrebbe spettare anche un posto di vicepresidenza alla Commissione, ma il portafoglio è ancora incerto.</p>



<p><strong>I negoziati hanno anche spazzato via la procedura dello Spitzenkandidat</strong>, inaugurata soltanto alle precedenti elezioni del 2014 con l’obiettivo di accorciare le distanze tra i cittadini e le istituzioni e di stabilire un collegamento più diretto tra il voto espresso dagli elettori e l’agenda politica europea attraverso la selezione del candidato alla presidenza della Commissione da parte delle famiglie politiche europee già in fase di campagna elettorale. Manfred Weber, candidato dei popolari, sembra essere destinato alla magra consolazione di succedere a Sassoli alla guida del Parlamento europeo nella tradizionale staffetta tra socialdemocratici e conservatori tra due anni e mezzo. Il condizionale è d’obbligo perché spetterà al Parlamento europeo convalidare l’accordo siglato dagli esecutivi sul Presidente della Commissione a metà luglio, e non si escludono sorprese che potrebbero rimettere in discussione l’intero pacchetto di nomine. Serpeggia un grande malumore tra i socialisti e democratici, in particolare nella SPD, e tra i Verdi, e le indicazioni di voto potrebbero essere disattese. Inoltre, il Parlamento europeo potrebbe voler rivendicare un ruolo per contrastare lo spostamento dell’asse politico verso il Consiglio europeo e per riaffermare i suoi poteri in materia di nomina del collegio del commissari.</p>



<p><strong>Dalle votazioni per la presidenza e dalle anticipazioni di voto per il Presidente della Commissione è già emersa tuttavia una spaccatura tra le forze politiche che comporranno la maggioranza pro-europea: socialisti e democratici, popolari, liberali e verdi. </strong>Questo non fa ben sperare sulla possibilità dei diversi gruppi di convergere su un’agenda comune per la riforma dell’Unione, chiaramente chiesta dai cittadini alle urne lo scorso maggio per la prossima legislatura. E in effetti <strong>esistono importanti differenze tra le posizioni politiche di questi partiti in materie come la governance economica, la gestione delle migrazioni e il cambiamento climatico che rendono particolarmente difficile un accordo su un’agenda ambiziosa di cambiamento.</strong> Tale cambiamento non sarà poi sicuramente favorito dalla rigorista conservatrice von der Leyen alla Commissione. Potrebbe essere questo il rischio più grave e un potenziale assist alle forze euroscettiche e populiste di destra per un rafforzamento alle prossime elezioni.</p>



<p><strong>Il destino dell’Unione dunque non è ancora compiuto, ma la legislatura è iniziata in salita.</strong> Occorre considerare gli elementi di fragilità mostrati dal sistema politico europeo e porvi rimedio per ristabilire un rapporto fiduciario e rilanciare un nuovo patto con i cittadini.</p>



<p></p>



<p></p>



<p></p>
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		<title>Da dodici a cinque stelle su sfondo verde: la sfida grillino-leghista alla politica europea dell’Italia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Nicoletta Pirozzi]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 05 Apr 2018 11:01:09 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Lo stato della sinistra]]></category>
		<category><![CDATA[#elezioni2018]]></category>
		<category><![CDATA[#Lega]]></category>
		<category><![CDATA[#unioneeuropea]]></category>
		<category><![CDATA[Italia]]></category>
		<category><![CDATA[M5S]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Di Nicoletta Pirozzi Il rilancio europeo rischia di inciampare sull’Italia, proprio quando l’Unione europea tirava un sospiro di&#8230;</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Di Nicoletta Pirozzi</em></p>
<p>Il rilancio europeo rischia di inciampare sull’Italia, proprio quando l’Unione europea tirava un sospiro di sollievo per aver domato l’onda populista ed euroscettica nelle elezioni del 2017 in Francia, Germania, Austria e Olanda. Il 4 marzo scorso, mentre la SPD dava il via libera al nuovo esecutivo di coalizione con la CDU-CSU, garantendo la riattivazione del motore franco-tedesco, le consultazioni italiane accordavano quasi il 55% delle preferenze alle cosiddette forze anti-sistema: M5S, Lega e Fratelli d’Italia. Un risultato solo in parte inatteso dalle stesse istituzioni europee, che si sono limitate a caute esternazioni di preoccupazione (prima) e timidi auspici per una rinnovata centralità dell’Italia in Europa con il nuovo governo (dopo).  L’Unione dovrà quindi fare i conti con una situazione di temporanea instabilità dovuta alla mancanza di un governo operativo (nelle parole di Junker) e probabilmente con una politica europea profondamente mutata nel terzo Paese europeo nel medio periodo.</p>
<p>Di certo Bruxelles, insieme a Parigi e Berlino, non staranno ad aspettare. Ci sono importanti decisioni che sono state discusse già nel Consiglio europeo di fine marzo e che saranno prese nel prossimo giugno. Parliamo di pilastri della costruzione europea come il completamento dell’Unione economica e monetaria, in particolare attraverso il rafforzamento dell’Unione bancaria e la riforma del Meccanismo europeo di stabilità, il negoziato sulle prospettive finanziarie dell’Ue per il 2021-2027 e su una capacità di bilancio per la zona euro, le proposte di tassazione dei colossi del web e di creazione di un’autorità europea del lavoro. Ci sono poi la riforma del sistema di Dublino e del diritto di asilo europeo, i negoziati per la Brexit che organizzeranno il partenariato tra l’Ue e la Gran Bretagna, le reazioni europee al caso Skripal, il futuro delle relazioni con la Turchia e i Balcani occidentali, le politiche da attuare per le crisi libica e siriana, le risposte ad una possibile nuova offensiva commerciale degli Stati Uniti e il salvataggio dell’accordo sul nucleare iraniano. Senza dimenticare la necessità di fronteggiare le minacce interne allo stato diritto che arrivano da paesi come l’Ungheria e la Polonia, e quelle derivanti dalla radicalizzazione. Infine, si avvierà tra poco il percorso di avvicinamento alle prossime elezioni europee del maggio 2019 e del futuro assetto istituzionale dell’Unione.</p>
<p>A tutti questi processi l’Italia aveva garantito il suo contributo e aveva guadagnato in credibilità nel corso dei quattro governi – guidati da Monti, Letta, Renzi e Gentiloni – che si sono avvicendati dal 2011. Non sono mancati i contrasti, soprattutto sulla mancanza di solidarietà nella gestione del fenomeno migratorio e nella ripartizione dei richiedenti asilo, oppure sull’interpretazione della flessibilità nella gestione dei bilanci. Tuttavia, l’Italia ha saputo istaurare un sodalizio fruttuoso con le istituzioni di Bruxelles e con la coppia franco-tedesca, ottenendo risultati significativi e attivando le necessarie riforme interne in materia di pensioni, mercato del lavoro, pubblica amministrazione. Gli scenari più probabili fanno ora ipotizzare un cambio di passo, con l’Italia condannata all’inazione per il protrarsi dello stallo politico-istituzionale, o addirittura un’inversione di tendenza, se si realizzerà una convergenza tra forze che portano avanti agende populiste, anti-sistema ed euroscettiche (salvo un’improbabile e improvvisata svolta macroniana del M5S).</p>
<p>Sicuramente cambierebbero i riferimenti politici: non più le forze riformiste e progressiste europee, ma l’Ukip di Nigel Farage, con il quale il M5S ha stretto un’alleanza strategica anti-establishment dal suo ingresso al Parlamento europeo nel 2014; Marine Le Pen, leader dell’ultra-nazionalista Front National – ora Rasseblement National – alleata di Matteo Salvini; e il premier illiberale ungherese Viktor Orbàn, dal quale Giorgia Meloni ha preso lezioni sulla lotta all’immigrazione clandestina lo scorso febbraio. L’Italia rischierebbe inoltre la marginalizzazione se le politiche sovraniste dovessero prendere il sopravvento, ad esempio rompendo il fronte europeo sull’imposizione di sanzioni alla Russia di Putin per l’annessione illegale della Crimea, oppure venendo meno agli impegni presi in ambito Ue per l’approfondimento dell’integrazione nel settore della difesa e la partecipazione a progetti e missioni nell’ambito della politica comune di sicurezza e difesa. Queste posizioni ci avvicinerebbero di più ai paesi Visegrad che ai nostri interlocutori tradizionali della vecchia Europa, e ci esporrebbero a un isolamento pericoloso per la tutela dei nostri interessi sul fronte mediterraneo e transatlantico. Infine, il consolidamento della narrativa populista strumentale e miope minerebbe le basi già logore del sentimento europeo degli italiani, fragilizzando l’ancoraggio del nostro paese all’orizzonte dell’Unione, l’unico in grado di garantirci protezione dai dazi di Trump o di proiettarci come attore rilevante in Medio Oriente e in Nord Africa.</p>
<p>La nuova realtà delle cose rende essenziale una opposizione forte e risoluta del Partito Democratico e di tutte le forze riformiste e progressiste. Questa opposizione dovrà basarsi su tre priorità d’azione.</p>
<p>In primo luogo, farsi promotori della realizzazione di iniziative politiche concrete e rispondenti ai bisogni quotidiani dei cittadini: ad esempio, consolidare l’agenda sociale europea con un’indennità di disoccupazione europea già proposta dall’Italia nel 2016 e mai realizzata.</p>
<p>In secondo luogo, lavorare sulla ricostruzione interna del partito e mantenere il suo ruolo di interlocutore unitario per i partner europei ed internazionali, in modo da presentarsi alle prossime elezioni europee con un fronte socialdemocratico compatto e credibile, all’interno di un PSE rinnovato.</p>
<p>Infine, rilanciare l’adesione dei cittadini al progetto europeo, elaborando una visione strategica sull’Europa che sia convinta e coraggiosa, e che abbandoni completamente i tentennamenti e le ambiguità del passato.</p>
<p>Alle false sirene della chiusura e di una finta sovranità si deve rispondere con la concretezza della costruzione europea e con obiettivi chiari, per proteggere il paese dall’abisso nel quale tali sirene lo trascinerebbero.</p>
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		<title>Con la Tunisia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Nicoletta Pirozzi]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 28 May 2015 16:23:58 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Grande Medio Oriente]]></category>
		<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[Tunisia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Perché la Tunisia è importante per l’Italia e per l’Europa L’Italia ha un vitale interesse nella stabilizzazione democratica&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/231/">Con la Tunisia</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Perché la Tunisia è importante per l’Italia e per l’Europa</strong></p>
<ul>
<li><strong>L’Italia ha un vitale interesse nella stabilizzazione democratica e nel consolidamento istituzionale della Tunisia.</strong> Rafforzare la stabilità tunisina all’interno di un sistema democratico vuol dire fornire un esempio virtuoso ai popoli del Nord Africa e del Medio Oriente, e soprattutto ai giovani, delusi dalle Primavere arabe. Nel medio termine, l’esempio tunisino può dimostrare loro che è possibile venir fuori dallo stato di dittatura e stagnazione economica arrivando a democrazia e prosperità attraverso un processo pacifico, alternativo a quello propinato dalla propaganda estremista di riaffermazione sociale e identitaria attraverso una ideologizzazione radicale e l’uso della violenza.</li>
</ul>
<ul>
<li><strong>La Tunisia può diventare un teatro di rilancio per il ruolo dell’Italia in Europa come Paese di riferimento per la regione mediterranea:</strong> fare da sponsor in Europa alla giovane democrazia tunisina e alla sua economia rafforzerebbe la proiezione dell’Italia in Europa e nel Mediterraneo (dando inoltre seguito alla prima visita simbolica del Primo Ministro Matteo Renzi proprio in Tunisia).</li>
</ul>
<ul>
<li><strong>Per motivi storico-geografici la Tunisia è un partner economico naturale per l’Italia.</strong> L’Italia è già il secondo partner economico della Tunisia (subito dietro la Francia) e potrebbe presto diventarne il primo. Una Tunisia stabile e democratica potrebbe quindi rappresentare ancora di più uno sbocco interessante per gli investitori e le imprese italiane.</li>
</ul>
<ul>
<li>Dimostrare che l’Unione europea (UE) supporta concretamente gli sforzi di trasformazione democratica in Tunisia conferirebbe <strong>maggiore credibilità agli impegni europei ed italiani in questo campo</strong> e offrirebbe ai regimi degli altri Paesi della regione <strong>un incentivo per infondere maggiori sforzi nel rinnovamento delle proprie istituzioni.</strong> Questo permetterebbe all’Unione di avviare un importante processo di rilancio delle proprie relazioni con i vicini meridionali, rafforzando e rinnovando l’equazione Europa-Democrazia-Prosperità-Sicurezza alla base della Politica Europea di Vicinato come pensata già da Prodi nel 2002.</li>
</ul>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Cosa fare</strong></p>
<p>L’Italia ha già preso alcune iniziative importanti. Il taglio di 25 milioni di euro del debito tunisino e la promessa di reindirizzare verso Tunisi una parte dei finanziamenti provenienti dal piano Juncker sono stati passi importanti dal valore simbolico prima ancora che concreto. Un sostegno decisivo alla Tunisia non può però venire solo attraverso soluzioni nazionali. L’Italia deve farsi promotrice di un programma europeo di sostegno alla Tunisia assieme agli altri Stati membri dell’Unione europea. Ecco una serie di azioni da svolgersi nell’immediato e nel medio-lungo termine, per il raggiungimento delle quali l’Italia deve svolgere una funzione di leadership.</p>
<p><strong>Nell’immediato:</strong></p>
<ul>
<li><strong>Conferenza dei donatori:</strong> L’Italia, di concerto con la Francia e altri Paesi europei, può farsi promotrice di una conferenza internazionale di donatori dove si discuta di aiuti finanziari immediati per la Tunisia e si concertino le iniziative della comunità internazionale. Il primo obiettivo di questa conferenza è dare legittimità internazionale agli sforzi della Tunisia per mantenere le sue giovani istituzioni democratiche e al contempo combattere il terrorismo. Il denaro raccolto compenserebbe inoltre la Tunisia delle perdite che la minaccia terroristica sta comportando per il turismo (settore cruciale della sua economia) e sosterrebbe l’impegno delle forze di sicurezza tunisine per contrastare nuovi attentati e combattere la minaccia estremista in Nord Africa, obiettivo primario anche per l’Italia e l’Europa. Una conferenza del genere servirebbe anche per rilanciare nell’immediato il ruolo dell’Europa e dell’Italia nel Mediterraneo evitando anche che la Tunisia debba rivolgersi ad altri donatori meno interessati al suo sviluppo democratico come le monarchie del Golfo. È molto importante sottolineare però come questa iniziativa da sola rischi di non produrre una stabilizzazione di lungo periodo se non inserita in un processo politico più ampio di sostegno alle istituzioni democratiche tunisine e deve essere seguita da altre azioni nel medio termine.</li>
</ul>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Nel medio termine: </strong></p>
<p>Le politiche a sostegno delle istituzioni tunisine e dell’economia del Paese andranno prese soprattutto in sede europea. Nella promozione di tali azioni l’Italia deve avere un ruolo determinante. Un’ottima finestra di opportunità è data dalla ridefinizione della Politica Europea di Vicinato, che nei prossimi anni dovrà essere adattata allo scenario 2015 di competizione con la Russia e forte volatilità politica nel mondo arabo. L’Italia deve essere presente e propositiva per far sì che la nuova politica europea verso i Paesi mediterranei e la Tunisia sia adatta ad affrontare le sfide attuali.</p>
<p>Di seguito sei punti concreti in cui tali politiche europee devono delinearsi:</p>
<ol>
<li>All’interno della Politica Europea di Vicinato (PEV), l’UE deve concedere alla Tunisia lo <strong>“status avanzato”</strong> (advanced status) di partenariato, al pari di Marocco e Giordania, per riconoscere l’importanza dei legami fra UE e Tunisia e valorizzare la transizione democratica in corso nel Paese. Con tale status, la Tunisia può entrare a far parte di diverse <strong>agenzie</strong> europee (incluse FRA ed EASO su diritti umani e asilo/migrazione) e partecipare a diversi <strong>programmi</strong> europei (incluso <strong>Erasmus</strong>). Una attenzione specifica nella possibile partecipazione ai programmi europei va dedicata ai giovani.</li>
<li>Avviare un processo per la <strong>libera circolazione dei lavoratori</strong> tra UE e Tunisia, prima tramite l’accordo di mobility partnership firmato nel marzo 2014, e quindi attraverso 6 un processo di <strong>facilitazione</strong> (VFA) e <strong>liberalizzazione</strong> (VLA) <strong>dei visti</strong> Schengen. In entrambi i casi, l’esempio da seguire è quello della Moldavia, che ha firmato la mobility partnership nel 2008 e ottenuto la liberalizzazione dei visti nel 2014. Un partenariato più efficace sul fronte della mobilità è fondamentale e non deve essere penalizzato a favore di considerazioni sulla sicurezza legate al recente attentato di Tunisi. Il processo di liberalizzazione dei visti include già il sostegno al rafforzamento delle capacità amministrative di controllo (sicurezza dei documenti, controlli di frontiera, etc).</li>
<li>Portare a termine la <strong>negoziazione dell’area approfondita di libero scambio DCFTA (Deep and Comprehensive Free Trade Area)</strong>, ed espanderla per coprire le aree principali di vantaggio comparato per la Tunisia.Particolare attenzione andrebbe inoltre riposta nel superamento almeno parziale delle significative barriere non tariffarie che ad oggi bloccano l’accesso di alcuni <strong>prodotti d’eccellenza del settore tunisino dell’agroalimentare.</strong>Il successo di tale progetto potrebbe aprire la strada ad una <strong>unione doganale</strong> come quella oggi esistente tra UE e Turchia.Fra queste:
<ul>
<li>Prodotti elettronici</li>
<li>Componenti per l’aereonautica</li>
<li>Tessile</li>
<li>Prodotti farmaceutici</li>
<li>Servizi ITC</li>
<li>Trasporti e logistica</li>
</ul>
</li>
<li>Operazione dal grande valore simbolico sarebbe prima di tutto lavorare in cooperazione con gli altri paesi UE per <strong>stabilire uno status di Paese osservatore al Consiglio d’Europa che consenta alla Tunisia di prendere parte alle attività dell’organizzazione</strong> (Assemblea Parlamentare PACE e non solo). In cambio, la Tunisia dovrebbe impegnarsi al rispetto dei diritti umani fondamentali come indicati nella CEDU, e all’adesione a Convenzioni aperte, come la Convenzione-Quadro del Consiglio d’Europa per la protezione delle minoranze nazionali. Tali impegni potrebbero valere la creazione di uno <strong>status di Paese associato</strong> al Consiglio d’Europa, <strong>in maniera da garantire l’ancoraggio del Paese alle istituzioni europee.</strong></li>
<li>Il rafforzamento delle fragili istituzioni democratiche tunisine deve essere perseguito non solo attraverso operazioni simboliche. L’UE può <strong>contribuire in maniera significativa attraverso gli strumenti finanziari European Neighbourhood Instrument (ENI) e European Instrument for Democracy and Human Rights (EIDHR), ma anche rafforzando il neonato European Endowment for Democracy(EDD)</strong>, che è stato creato con l’obiettivo di sostenere <strong>attori del cambiamento e soggetti emergenti nel vicinato europeo.</strong> Sono ancora molte le azioni da intraprendere per ristabilire uno stato di diritto funzionante, in particolare con iniziative mirate alla riforma dei settori della giustizia e della sicurezza, nonché della promozione del rispetto dei diritti e delle libertà fondamentali, a partire dai diritti delle donne. E’ prioritario, ad esempio, spingere perché venga messa fine alla giurisdizione dei tribunali penali militari sui civili. L’UE sta già lavorando su queste questioni con il progetto SPRING (Programma d’appoggio alla riforma della giustizia) ma è necessario proseguire nell’impegno.</li>
<li>Infine, è fondamentale che <strong>qualunque sostegno finanziario alla Tunisia prenda adeguatamente in considerazione le strutturali disuguaglianze</strong> che dividono le regioni della costa da quelle del sud e dell’interno, nonché l’alto grado di disparità che caratterizza la società tunisina nel suo complesso, che è la principale eredità socioeconomica della dittatura. Tali problemi sono stati fattori scatenanti della ribellione nel 2011 e ancora oggi sono alla base dei fenomeni criminali-terroristici che mettono in pericolo la stabilità del Paese. Come hanno dimostrato esempi anche recenti nel vicinato europeo, dalla Libia all’Ucraina, se le strategie europee non tengono debitamente conto delle specificità locali e delle cause prime delle crisi rischiano di acutizzare l’instabilità e minacciare direttamente la pace. Occorre dunque modulare gli interventi sulla base della realtà economica, sociale e politica tunisina, attraverso una stretta collaborazione con le istituzioni tunisine, la società civile e il settore privato.</li>
</ol>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Con la collaborazione con Clara Capelli, Ph.D, consulente presso la Banca Africana per lo Sviluppo (sede di Tunisi).</em></p>
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