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	<title>L&#039;Italia nel mondo Archivi &#8211; MondoDem</title>
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	<description>Laboratorio di Politica Internazionale</description>
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	<title>L&#039;Italia nel mondo Archivi &#8211; MondoDem</title>
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		<title>L’arresto di sette ex Brigatisti: verso una cooperazione giudiziaria europea?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Claudia Schettini]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 05 May 2021 11:03:41 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[L'Italia nel mondo]]></category>
		<category><![CDATA[Osservatori]]></category>
		<category><![CDATA[Brigate Rosse]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Ha una portata storica la decisione del presidente francese, Emmanuel Macron, di arrestare sette ex terroristi rossi, tra&#8230;</p>
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<p class="has-drop-cap">Ha una portata storica la decisione del presidente francese, Emmanuel Macron, di arrestare sette ex terroristi rossi, tra cui i fondatori di Lotta Continua, ai fini dell&#8217;estradizione in Italia. Quali sono le motivazioni principali che hanno spinto la Francia ad attuare questa svolta distanziandosi dalla “Dottrina Mitterand”? E cosa, adesso, può fare l’Italia?</p>



<p>La c.d. “<em>dottrina Mitterand</em>” prende il nome dall’omonimo presidente socialista, a capo dell’Eliseo dal 1981. Si tratta diuna politica sul diritto d&#8217;asilo che ha permesso a decine di ex terroristi di rifugiarsi in Francia nel corso degli ultimi quarant&#8217;anni.&nbsp; Secondo alcuni storici ed analisti francesi, l’origine politica della dottrina risale al 1971, subito dopo il Congresso di Epinay, quando i socialisti francesi cominciarono a manifestare un forte interesse nei confronti dell’Italia, sperando in un accordo di unione della sinistra. In effetti, il Partito socialista francese aveva grande stima del Partito comunista italiano, considerato l’unico attore politico in grado di trasformare l’Italia in una vera democrazia.</p>



<p>La dottrina permetteva di non concedere l&#8217;estradizione a personaggi imputati o condannati, ricercati per&nbsp;«<em>atti di natura violenta ma d’ispirazione politica</em>» contro qualunque Stato tranne quello francese. Esclusi dalla dottrina erano coloro che avevano commesso un atto di&nbsp;«<em>terrorismo sanguinario, attivo, reale</em>». Il problema principale era che per tutti i casi di reati meramente ideologici, si apriva un’enorme zona grigia, soprattutto nei confronti di un certo numero d’italiani giunti in Francia che diventò una sorta di <em>buen retiro</em>&nbsp;per decine di ricercati stranieri.&nbsp; &nbsp;</p>



<p>Sebbene la dottrina Mitterand fosse, in realtà, già stata abrogata nel 2002 da Jean-Pierre Raffarin&nbsp;con l&#8217;estradizione di Paolo&nbsp;Persichetti e il&nbsp;Consiglio di Stato francese avesse poi, nel 2003, dichiarato&nbsp;priva di effetti giuridici la dottrina concedendo l&#8217;estradizione di&nbsp;<a href="http://www.ilmessaggero.it/t/cesare-battisti">Cesare Battisti</a>, solo adesso si pone fine a questa teoria ambigua e discutibile. Significative sono state, a tal proposito, le parole di Alfredo Bazoli, capogruppo Pd in commissione Giustizia alla Camera e figlio di una delle vittima della strage di Piazza della Loggia, secondo cui la strategia dell’ex Presidente ha&nbsp;per anni messo in dubbio la legittimità&nbsp; della democrazia italiana&nbsp;contro le minacce eversive di anni terribili.</p>



<p>Ma cosa ha spinto la Francia a tale svolta? Quali i principali fattori interni ed esterni? Bisogna, innanzitutto, considerare il contesto interno in cui negli ultimi anni versa la Francia che è stata fortemente toccata dal terrorismo e non può, di conseguenza, che comprendere il bisogno di giustizia da parte degli italiani. Nelle stesse ore in cui venivano arrestati i sette latitanti italiani, il governo parigino presentava una nuova legge contro il terrorismo jihadista che affligge il paese. Sebbene, infatti, si tratti di un altro tipo di terrorismo basato su diversi presupposti, gli attentati degli ultimi anni, scatenati dalla rabbia per una scarsa integrazione, sono stati covati proprio in quelle stesse&nbsp;<em>banlieu&nbsp;</em>un tempo nascondiglio dei terroristi rossi.</p>



<p>Se guardiamo al fattore esterno, un impulso fondamentale è senza dubbio imputabile all’arrivo di Mario Draghi alla presidenza del Consiglio italiano, catalizzatore di una maggiore cooperazione europea anche a livello giudiziario. Facendo un salto indietro nel passato,&nbsp; vi era già stato un tentativo di proposta, sebbene molto vaga, di uno “spazio giudiziario europeo”, dall’allora presidente Valéry Giscard d’Estaing. In effetti, durante la grande stagione del&nbsp;terrorismo rosso, l’Europa si era posta il problema di trattare collegialmente tale materia, ma non si riuscì mai ad adottare una convenzione che potesse disciplinare la complicata questione. Lo stesso Macron ha affermato di aver preso la decisione per una forma di responsabilità comune europea al fine di rispettare il pieno stato di diritto tra due paesi fondatori dell’UE. Al di là degli sviluppi giudiziari, in ogni caso, da tale questione l&#8217;asse tra Macron e Draghi ne esce rafforzato in vista delle prossime tappe europee per la ricostruzione post-Covid.&nbsp;</p>



<p>Ma a questo punto, cosa potrebbe fare l’Italia? Per ora l’orientamento espresso dalla procura francese è stato quello di non mettere in carcere i sette arrestati, riconoscendo che non c’è, per gli stessi, rischio di fuga. Considerando che l’arrivo in Italia dei suddetti non avverrà prima di qualche anno e potrebbe anche essere possibile che alcune delle estradizioni non vengano convalidate dalla procura francese, il presidente Mattarella potrebbe avere la possibilità di chiudere la pagina dei lunghi Anni di Piombo concedendo la grazia a prigionieri spesso anziani e ammalati, ma solo in quanto esito di un percorso incentrato sul concetto e sul valore della giustizia riparativa. La volontà italiana di richiedere nuovamente le estradizioni non risponde ad alcuna volontà di vendetta, ma ad un tassativo bisogno di chiarezza, punto di partenza necessario per qualunque possibilità di rieducazione, riconciliazione e riparazione, fini ultimi e imprescindibili della pena.</p>



<p>In ogni caso, qualunque processo di riconciliazione, in primis sociale e dopo ferite particolarmente profonde, quali quelle lasciate dal terrorismo degli Anni di Piombo, non può non partire dal riconoscimento di ciò che è accaduto e da una chiara assunzione di responsabilità.</p>
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		<title>Conta esserci: idee per promuovere le candidature italiane a livello internazionale</title>
		<link>https://www.mondodem.it/2244/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 30 Oct 2020 13:58:43 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[L'Italia nel mondo]]></category>
		<category><![CDATA[Osservatori]]></category>
		<category><![CDATA[Italia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L’Italia ha spesso ottimi candidati per guidare istituzioni internazionali e buonissimi argomenti per avanzare le proprie candidature, ma&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-drop-cap"><em>L’Italia ha spesso ottimi candidati per guidare istituzioni internazionali e buonissimi argomenti per avanzare le proprie candidature, ma fa spesso fatica ad ottenere successi adeguati al proprio peso politico internazionale. Al contrario, negli ultimi anni ha visto paesi più piccoli ottenere di più, sia in termini relativi che assoluti.</em></p>



<p><em>Vorremmo quindi proporre alcune idee per sistematizzare e rendere più fruttuoso l’attuale approccio italiano, sulla base di concetti molto semplici: strategia e programmazione, pianificazione, sostegno, gioco di squadra.</em></p>



<p>Ad inizio ottobre, la Francese Odile Renaud-Basso è<a href="https://www.ebrd.com/news/2020/ebrd-shareholders-elect-frances-odile-renaudbasso-as-next-president.html" target="_blank" rel="noreferrer noopener"> stata eletta Presidente della Banca Europea per la Ricostruzione e lo Sviluppo</a> (EBRD), la prima donna eletta alla guida di una banca multilaterale di sviluppo.&nbsp;</p>



<p>Renaud-Basso, che succede al britannico Sir Suma Chakrabarti, ha trascorso una lunga carriera al Tesoro francese, fino a diventarne Direttore Generale, e ha prevalso con relativa facilità sul candidato polacco, il Ministro delle Finanze Tadeusz Koscinski, e sul candidato Italiano, l’ex-Ministro delle Finanze, Pier Carlo Padoan, <a href="https://www.repubblica.it/economia/finanza/2020/10/13/news/l_ex_ministro_padoan_verso_la_presidenza_di_unicredit-270444075/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">che è poi stato cooptato per la posizione di Presidente di UniCredit</a>.&nbsp;</p>



<p>EBRD è un’istituzione con sede a Londra non particolarmente conosciuta dagli Italiani. È stata fondata nel 1991 per sostenere lo sviluppo dei Paesi dell’Est Europa nella loro transizione ad economie di mercato dopo la caduta del Muro di Berlino ed opera oggi in 38 Paesi, con progetti anche in Asia Centrale, nei Balcani, in Medio-Oriente, mentre potrebbe presto espandere le proprie operazioni anche in Africa sub-Sahariana.&nbsp;Tra gli <em>shareholders</em> della Banca figurano i Paesi Membri dell’Unione Europea, la stessa Commissione Europea e la Banca Europea per gli Investimenti (BEI), nonché gli Stati Uniti, il Canada, il Giappone ed altri, per un totale di 69 Paesi.&nbsp;</p>



<p>Sebbene possa apparire meno importante di altre istituzioni per gli interessi nazionali (nonostante faccia circa €10 miliardi annui di investimenti), è al centro di discussioni sulla razionalizzazione del quadro di finanza allo sviluppo europeo. In poche parole, si tratta di discussioni che potrebbero portare alla creazione di una nuova istituzione bancaria, che potrebbe rilevare alcune o tutte le operazioni di EBRD, appunto, nonché quelle extra-UE della BEI, dando così all’Unione Europea e ai suoi Stati membri una vera e propria Banca Multilaterale per lo Sviluppo allineata agli interessi strategici di Bruxelles e dei 27.</p>



<p>A Parigi farà dunque molto comodo avere un proprio concittadino alla guida di EBRD per almeno quattro anni&nbsp; e per la quarta volta (su 7 presidenti nella storia della Banca). E, <em>ca va sans dire</em>, avrebbe fatto molto comodo anche a Roma, l’avesse spuntata Padoan.</p>



<p>Ed è di questo che vorremmo parlare: <strong>come può l’Italia migliorare le proprie possibilità di prevalere in simili competizioni internazionali?</strong> Come è possibile che anche a fronte di candidature di tutto rispetto -condizione necessaria, ma evidentemente non sufficiente- tendiamo a raccogliere meno di quanto potremmo?</p>



<p>Ovviamente, non si tratta del solo caso Padoan, sconfitto da una candidata con un CV eccellente e sostenuta da un apparato governativo che sotto la Presidenza Macron ha ottenuto diversi successi, a partire da Christine Lagarde, passata dal Fondo Monetario Internazionale alla guida della BCE a Francoforte. Potremmo parlare del caso dell’europarlamenteare e due volte ex-Ministro dell&#8217;Agricoltura Paolo de Castro, sconfitto nel 2017 dal togolese Gilbert Houngbo alla guida del Fondo Internazionale per lo Sviluppo Agricolo (IFAD, con sede a Roma peraltro). O dell&#8217;incapacità di proporre candidature vincenti a fronte di opportunità concrete, come la sconfitta per la guida della NATO (nel 2012 fallimmo con Franco Frattini candidato), o ad esempio più recentemente all’UNESCO (quando provammo a puntare su Francesco Rutelli).&nbsp;</p>



<p>L’assenza di Italiani in ruoli apicali nelle istituzioni internazionali ed europee è peraltro evidente, se prendiamo un quadro d’insieme. Nel sistema ONU, il solo Filippo Grandi guida un’Agenzia di peso delle Nazioni Unite (quella per i rifugiati, UNHCR). Gli italiani Francesco La Camera (IRENA) e Simonetta di Pippo (UNOOSA), guidano invece agenzie e uffici minori. E tra “i vice”, la situazione non migliora di molto.</p>



<p>Inoltre, nessun connazionale figura tra i capi Dipartimento<a href="https://www.imf.org/en/About/senior-officials" target="_blank" rel="noreferrer noopener"> del Fondo Monetario Internazionale</a> (caso più unico che raro); una sola Italiana, Antonella Bassani, ricopre un ruolo di leadership come vice-presidente <a href="https://www.worldbank.org/en/about/leadership/managers" target="_blank" rel="noreferrer noopener">nel Sistema Banca Mondiale</a> (WBG), un gruppo di circa sessanta individui che guidano le sue quattro istituzioni (IBRD, IFC, MIGA e ICSID). Bassani non è comunque tra i cinque <em>Managing Director</em> del WBG, tra cui figurano il doppio cittadino Austriaco-Olandese Axel Van Trotsenburg e il francese Philippe Le Houerou, pur dimessosi recentemente dalla guida della Società finanziaria internazionale (IFC).&nbsp;</p>



<p>È &nbsp;bene specificare che, fatta eccezione per i “numero 1” di Banca Mondiale e Fondo Monerario, le altre posizioni di leadership non sono nomine politiche e si ottengono per merito. Tuttavia, è inutile fingere che non conti <em>anche</em> il peso politico del Paese di provenienza, nonché il sotegno attivo ricevuto dai propri Direttori Esecutivi e dalle Capitali per ottenere ruoli apicali.</p>



<p>Inoltre, se dopo la scadenza dei mandati di Draghi e Mogherini il nostro peso è diminuito anche a Bruxelles e Francoforte, e sebbene l’operazione che ha portato Gentiloni al ruolo di Commissario per l’Economia sia stata encomiabile, persa EBRD, <strong>l’Italia non è comunque riuscita ad inserirsi in alcun modo nel valzer delle posizioni apicali in organizzazioni multilaterali internazionali da rinnovare nel 2020</strong>: Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO); OCSE; Banca Interamericana per lo Sviluppo (IaDB) e, appunto, IFC ed EBRD.</p>



<p>Purtroppo, non si parla solo della promozione di Italiani in posizioni apicali di istituzioni internazionali: vale la pena menzionare la sconfitta (anche sfortunata) di Milano per la sede di EMA contro Amsterdam, sempre nel 2017, oppure il “pareggio” ottenuto solo per il rotto della cuffia per un seggio non permanente al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, contro Paesi Bassi e Svezia, che ci ha salvato da una enorme figuraccia, nel 2016. La stessa “co-presidenza della COP26”, percepita come tale quasi solo in Italia, mentre il resto del mondo la considera di fatto esclusivamente una presidenza UK, non può essere ritenuta una vera vittoria.</p>



<p>E se è vero che un Paese come l’Italia non possa ambire a tutto e che l’ambizione debba essere proporzionata al peso politico, è altrettanto vero che Paesi con un peso politico minore sulla carta, fuori da G7 e G20, riescono ad ottenere, in proporzione e forse anche in assoluto, molto di più. Basti pensare agli Scandinavi, onnipresenti tra gli apicali delle istituzioni onusiane e alla NATO; o ai Paesi Bassi, i veri beneficiari della Brexit e sempre molto abili a giocare le proprie carte quando conta; ma anche, per rimanere più vicini per area geografica, al Portogallo, che con Barroso ha espresso il Presidente della Commissione europea per dieci anni, fino al 2014, ha avuto la presidenza dell’eurogruppo fino a poco tempo fa con Centeno, e ovviamente esprime il Segretario Generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres.</p>



<p>Tutto questo avviene mentre l’Italia ha ottimi candidati per guidare istituzioni internazionali e buonissimi argomenti per avanzare le proprie candidature. Ma quindi, cosa manca?</p>



<p>Oltre a non autosabotare la nostra reputazione, come per esempio ha fatto il Governo Di Maio-Salvini, ci sono quattro accorgimenti iniziali, relativamente semplici da mettere in pratica, che possono agevolare le nostre candidature.</p>



<ol class="wp-block-list" type="1"><li><strong>Creare un ufficio permanente per le candidature sotto Palazzo Chigi</strong>. L’ufficio, sotto la responsabilità politica di un Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, guidato da un diplomatico e dotato di adeguato personale, promuoverebbe l’adozione di un <strong>approccio strategico e programmatico per tutte le candidature italiane</strong>, con tre compiti principali:</li></ol>



<p>a)&nbsp; Raccogliere&nbsp; le informazioni ricevute dalle Ambasciate e dagli uffici dei Direttori Esecutivi italiani nelle istituzioni internazionali, con l’obiettivo di avere un quadro completo delle candidature internazionali in un unico luogo e un database aggiornato sugli accordi in essere con ciascun Paese, e di presentare e aggiornare annualmente un <em>forward look</em> quinquennale o triennale.</p>



<p>b)&nbsp; Vagliare le candidature disponibili ed individuare quelle su cui puntare, in coordinamento con il Consiglio dei Ministri, gli uffici preposti presso il Ministero degli Esteri, gli altri Ministeri rilevanti, nonché con l’Agenzia Italiana per la Cooperazione e lo Sviluppo (AICS), Cassa Depositi e Prestiti (CDP), il CONI e gli enti locali, ove necessario. L’ufficio presenterebbe valutazioni di interesse nazionale a priori per ciascuna candidatura perseguita. Qualora si decidesse di presentare candidature senza possibilità di vittoria, i benefici di tali operazioni devono essere altrettanto chiari e ben definiti a priori. E’ altrettanto necessario evitare rincorse, come nel caso della candidatura ad un seggio non permanente al Consiglio di Sicurezza 2017-2018 (quando si decise di candidarsi in ritardo rispetto a Svezia e Paesi Bassi), oppure corse complesse senza strategie chiare su come prevalere (come nel caso di Padoan).</p>



<p>c) Supportare le candidature con un ruolo di coordinamento, creando gruppi di lavoro interministeriali <em>ad hoc</em> e aiutando a mobilitare le risorse necessarie tra i vari enti coinvolti, nonché produrre rapporti ex-post su tutte le candidature italiane, costruendo un database di <em>best practices</em> e di cose che, invece, non hanno funzionato.</p>



<ul class="wp-block-list"><li><strong>Quando una candidatura risulta essere di interesse strategico, essa deve essere sostenuta adeguatamente. </strong>Vincere non è solo una questione di peso politico: spesso le nostre candidature risultano disporre di budget e risorse minori rispetto alla competizione (e spesso di budget e risorse indefinite). L’ufficio candidature sotto Palazzo Chigi avrà dunque anche la responsabilità di definire le spese necessarie per ciascuna campagna a priori e per tempo.</li></ul>



<ol class="wp-block-list" type="1" start="3"><li><strong>Fare squadra</strong>. La politica deve dare una mano e aiutare il sistema Paese a vincere. Deve sostenere attivamente i nostri candidati e le nostre candidature internazionali con <em>talking point</em> condivisi e messaggi trasversali. È anche responsabilità della politica sostenere sempre candidati e candidature mettendo davanti a tutto l’interesse nazionale e non quello di parte. Il governo conservatore di Mark Rutte nei Paesi Bassi ha nominato il socialdemocratico Frans Timmermans come Commissario Europeo, consapevole che quella fosse la migliore candidatura per l’interesse nazionale e ottenendo quindi una prima vice-presidenza. È anche fondamentale garantire continuità alle nostre candidature a prescindere dal colore politico del governo.&nbsp;La costituzione di un ufficio candidature ha infine una rilevanza essenziale in termini di <em>accountability e ownership </em>spostando la responsabilità politica per le sconfitte e per i successi sotto Palazzo Chigi.&nbsp;&nbsp;&nbsp;</li></ol>



<ol class="wp-block-list" type="1" start="4"><li><strong>Selezionare candidati adeguati e presentare più candidate donne. </strong>Sebbene personalità come quella di Padoan siano assolutamente inattaccabili dal punto di vista del curriculum, non sempre l’Italia ha presentato candidature all’altezza del ruolo o rispetto ai candidati avversari. Inoltre, sarebbe doveroso e opportuno puntare di piu’ su candidate donne, in un sistema internazionale dove sono ancora profondamente sottorappresentate in ruoli apicali: non a caso, uno dei maggiori successi recenti l’abbiamo ottenuto con la nomina e poi la conferma di Fabiola Gianotti al CERN di Ginevra.</li></ol>



<p>Ovviamente, tutto questo non basta: serve flessibilità, avere la persona giusta per il posto giusto o le giuste motivazioni per competizioni complesse e anche una buona dose di fortuna. Servirebbe anche liberarsi di una mentalità antiquata ma ancora troppo diffusa, in base alla quale le candidature a posizioni internazionali, specialmente ai livelli più bassi, rappresentano un “premio” da elargire ai più stretti collaboratori di un dirigente anziché una opportunità per il sistema paese. Servirebbe infine una politica estera più decisa e chiara nelle sue priorità e nei suoi intenti strategici, sia a livello tematico, che geografico, condizione imprescindibile per una precisa valutazione del valore delle varie posizioni.&nbsp;&nbsp;</p>



<p>Infine, e a onor del vero, l’Italia ha avuto candidature di successo in passato. Eppure, la sensazione è che questi successi siano sempre stati exploit <em>ad hoc</em>, piu’ che il frutto di una programmazione sistematica: basti pensare ai 7 anni di Mario Draghi alla guida della BCE; alla Presidenza di Prodi alla Commissione Europea a cavallo del secolo; alla vice-Presidenza di Federica Mogherini, primo vice-presidente e responsabile per la politica estera UE nella Commissione Juncker; ai i già menzionati recenti successi diplomatici con Grandi a UNHCR e Fabiola Gianotti al CERN, o anche all’assegnazione di EXPO 2015 a Milano o delle Olimpiadi a Milano e Cortina per il 2026, vent’anni dopo Torino 2006.&nbsp;</p>



<p>Sappiamo, insomma, come si fa: ora non resta che sistematizzarlo.&nbsp;&nbsp;</p>



<h5 id="versione-pdf-del-documento" class="wp-block-heading">Versione PDF del documento</h5>



<p>Ecco a voi il report in versione PDF da scaricare o leggere comodamente tramite browser web o mobile:</p>



<div class="wp-block-file"><a href="https://www.mondodem.it/wp-content/uploads/2020/10/candidature-1.pdf">candidature-1</a><a href="https://www.mondodem.it/wp-content/uploads/2020/10/candidature-1.pdf" class="wp-block-file__button" download>Download</a></div>


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		<title>Prevenire è meglio che pagare: idee per una diversa gestione del rischio rapimenti all&#8217;estero</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Matteo Pugliese]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 13 May 2020 10:14:51 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[L'Italia nel mondo]]></category>
		<category><![CDATA[rapimenti]]></category>
		<category><![CDATA[Silvia Romano]]></category>
		<category><![CDATA[Terrorismo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La liberazione di Silvia Romano, rapita in Kenya nel 2018, può offrire spunti sulla politica di prevenzione dei&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/2005/">Prevenire è meglio che pagare: idee per una diversa gestione del rischio rapimenti all&#8217;estero</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-drop-cap">La liberazione di Silvia Romano, rapita in Kenya nel 2018, può offrire spunti sulla politica di prevenzione dei sequestri e la tutela dei cittadini all’estero, ma anche sul contrasto al finanziamento del terrorismo. Occorre innanzitutto distinguere il sequestro a scopo di estorsione da quello per lo scambio di prigionieri o da richieste di natura politica.</p>



<p>Il sequestro di occidentali per ottenere il ritiro di contingenti militari non ha mai avuto successo, ma la linea della fermezza ha il suo prezzo<a href="#_ftn1">[1]</a>. Gli ostaggi di Al Qaeda in Mesopotamia o di altri gruppi jihadisti che chiedevano il ritiro dall’Iraq hanno spesso perso la vita, come Enzo Baldoni<a href="#_ftn2">[2]</a>. I rapitori per denaro si collocano in una zona grigia fra criminalità e terrorismo, soprattutto nel Sahara e nel Sahel, dove l’industria dei sequestri è una delle principali fonti di finanziamento di gruppi come Nusrat al Islam (JNIM)<a href="#_ftn3">[3]</a> e Al Qaeda nel Maghreb Islamico (AQMI), insieme a traffici illeciti di varia natura<a href="#_ftn4">[4]</a>. Lo Stato Islamico non ha quasi mai chiesto riscatti per gli occidentali catturati<a href="#_ftn5">[5]</a>.</p>



<p>Secondo il Global Terrorism Database del National Consortium for the Study of Terrorism and Responses to Terrorism (START), tra il 1970 e il 2016 sono stati sequestrati 356 cittadini statunitensi, 149 britannici, 143 francesi e 108 tedeschi<a href="#_ftn6">[6]</a>. Quanto ai cittadini italiani, tra il 2001 e il 2018 ne sarebbero stati rapiti 126, di cui 108 uomini e 18 donne, in 65 diversi sequestri<a href="#_ftn7">[7]</a>.</p>



<p>Com’è noto, i paesi occidentali applicano dottrine diverse al pagamento dei riscatti. Il Regno Unito, salvo eccezioni, non negozia e non paga gruppi terroristici<a href="#_ftn8">[8]</a>, così come gli Stati Uniti. Secondo studi della RAND Corporation, la politica di rigore statunitense sembra non garantire deterrenza al sequestro di cittadini americani<a href="#_ftn9">[9]</a>. La Francia ha un approccio misto: in certi casi negozia il pagamento (ad esempio Niger 2013)<a href="#_ftn10">[10]</a>, in altri usa la forza, ma con esiti drammatici per gli ostaggi o gli operatori delle forze speciali (Somalia 2013<a href="#_ftn11">[11]</a>, Burkina Faso 2019<a href="#_ftn12">[12]</a>). L’Italia, la Germania e la Spagna cercano canali di comunicazione con i sequestratori grazie a intermediari (che vogliono la loro parte) e negoziano un riscatto. In determinati contesti regionali, è inevitabile chiedere il supporto di altri servizi di intelligence e istituzioni più inserite.</p>



<p>Attualmente, gli italiani sequestrati sono il missionario Pierluigi Maccalli, rapito in Niger nel 2018, ostaggio di jihadisti in Mali insieme a Nicola Chiacchio, rapito mentre faceva turismo nel Sahel<a href="#_ftn13">[13]</a>. A marzo, sempre in Mali, è stato liberato Luca Tacchetto, sequestrato in Burkina Faso nel 2018. Fabrizio Pozzobon risulta disperso in Siria, forse nelle mani di milizie jihadiste nella regione di Idlib. Infine, Raffaele e Antonio Russo e Vincenzo Cimmino risultano dispersi in Messico, ma sono quasi certamente stati assassinati da narcotrafficanti del cartello di Jalisco<a href="#_ftn14">[14]</a>. Così come è quasi sicuramente deceduto padre Paolo Dall’Oglio, catturato a Raqqa dallo Stato Islamico nel 2013. Silvia Romano era prigioniera di Al Shabaab, organizzazione jihadista somala affiliata ad Al Qaeda.</p>



<p>Il tema della comunicazione istituzionale è fondamentale nella gestione dei sequestri. È necessario mantenere il silenzio mediatico per consentire all’Aise e alla Farnesina di condurre indagini e trattative confidenziali. Altra fase da gestire con sobrietà è quella del rientro, perché il clamore mediatico può offrire notorietà ai sequestratori<a href="#_ftn15">[15]</a>. I governi devono anche misurarsi con tentativi di truffe e business delle assicurazioni legati ai riscatti<a href="#_ftn16">[16]</a>. Si sono verificati episodi poco chiari, indagati dalle procure, in cui si potrebbe celare una simulazione di sequestro al fine di spartirsi il riscatto<a href="#_ftn17">[17]</a>.</p>



<p>I governi e le organizzazioni internazionali hanno riconosciuto il problema del finanziamento del terrorismo derivante dai sequestri<a href="#_ftn18">[18]</a>. Statfor ha stimato che dal 2003 al 2012 Al Qaeda nel Maghreb Islamico avrebbe guadagnato circa 89 milioni di dollari dai riscatti<a href="#_ftn19">[19]</a>. Secondo il New York Times, tra il 2008 e il 2014 Al Qaeda avrebbe ottenuto 125 milioni di dollari<a href="#_ftn20">[20]</a>. L’industria dei sequestri è quindi una voce di bilancio importante per i terroristi. I proventi finanziano attacchi agli hotel frequentati da occidentali in Africa subsahariana, ma anche autobombe e attentati in Somalia, Iraq e Siria, Afghanistan, ma anche in Europa<a href="#_ftn21">[21]</a>.</p>



<p>Il portale Viaggiare Sicuri del MAECI offre uno strumento importante di informazione<a href="#_ftn22">[22]</a>. L’app <em>Unità di Crisi</em> andrebbe valorizzata di più, considerando anche una <strong>registrazione obbligatoria per i cittadini che si recano in determinati paesi </strong>(non si era a conoscenza del rapimento di Chiacchio sino al video del 2020). I paesi di destinazione dovrebbero informare l’Italia della richiesta di visto e coloro che per turismo o iniziative personali intendono recarsi in zone notoriamente pericolose devono essere diffidati o bloccati in collaborazione con i governi locali.</p>



<p>La Farnesina dovrebbe stilare una <strong>lista ufficiale di zone interdette o ristrette</strong>, con sanzioni amministrative per coloro che vi si recano. Ad esempio, l’Algeria ha disposto la chiusura di alcune aree desertiche del Sahara per operazioni di antiterrorismo e <em>counter insurgency</em>. Al di fuori di Algeri, i turisti sono obbligati a dichiarare i propri spostamenti alle forze dell’ordine, che possono valutare una scorta armata. Sarebbe utile una <strong>classificazione europea comune del livello di rischio</strong>. Per l’attività di cooperazione allo sviluppo, <strong>le Ong che operano devono essere dichiarate idonee dalla Farnesina e comunicare la posizione dei propri volontari</strong> alle autorità italiane e locali. <strong>Una seria politica di prevenzione dei sequestri è l’unico strumento per tutelare i cittadini e limitare il finanziamento del terrorismo</strong>.</p>



<hr class="wp-block-separator"/>



<p><a href="#_ftnref1">[1]</a> Frank Westerman, <em>I soldati delle parole</em>, Iperborea, 2016.</p>



<p><a href="#_ftnref2">[2]</a> <a href="http://news.bbc.co.uk/2/hi/middle_east/3603584.stm">http://news.bbc.co.uk/2/hi/middle_east/3603584.stm</a></p>



<p><a href="#_ftnref3">[3]</a> <a href="https://www.csis.org/programs/transnational-threats-project/terrorism-backgrounders/jamaat-nasr-al-islam-wal-muslimin">https://www.csis.org/programs/transnational-threats-project/terrorism-backgrounders/jamaat-nasr-al-islam-wal-muslimin</a></p>



<p><a href="#_ftnref4">[4]</a> Alessio Postiglione, Massimiliano Boccolini, <em>Sahara, deserto di mafie e jihad</em>, Castelvecchi, 2017.</p>



<p><a href="#_ftnref5">[5]</a> <a href="https://www.nytimes.com/2014/08/21/world/middleeast/isis-pressed-for-ransom-before-killing-james-foley.html">https://www.nytimes.com/2014/08/21/world/middleeast/isis-pressed-for-ransom-before-killing-james-foley.html</a></p>



<p><a href="#_ftnref6">[6]</a> <a href="https://journals.sagepub.com/doi/full/10.1177/0022002719857145">https://journals.sagepub.com/doi/full/10.1177/0022002719857145</a></p>



<p><a href="#_ftnref7">[7]</a> Umberto Saccone, <em>Protocollo S</em>, Aracne, 2019.</p>



<p><a href="#_ftnref8">[8]</a> <a href="https://www.theguardian.com/media/2014/aug/22/terrorist-ransom-government-pay-james-foley">https://www.theguardian.com/media/2014/aug/22/terrorist-ransom-government-pay-james-foley</a></p>



<p><a href="#_ftnref9">[9]</a> <a href="https://www.rand.org/pubs/perspectives/PE277.html">https://www.rand.org/pubs/perspectives/PE277.html</a></p>



<p><a href="#_ftnref10">[10]</a> <a href="https://www.lemonde.fr/afrique/article/2013/10/29/les-otages-francais-enleves-au-niger-ont-ete-liberes_3503622_3212.html">https://www.lemonde.fr/afrique/article/2013/10/29/les-otages-francais-enleves-au-niger-ont-ete-liberes_3503622_3212.html</a></p>



<p><a href="#_ftnref11">[11]</a> <a href="https://www.lemonde.fr/afrique/article/2013/01/14/paris-reconnait-l-echec-de-l-operation-visant-a-liberer-denis-allex-en-somalie_1816705_3212.html">https://www.lemonde.fr/afrique/article/2013/01/14/paris-reconnait-l-echec-de-l-operation-visant-a-liberer-denis-allex-en-somalie_1816705_3212.html</a></p>



<p><a href="#_ftnref12">[12]</a> <a href="https://www.lemonde.fr/international/article/2019/05/10/sahel-quatre-otages-dont-les-deux-francais-enleves-au-benin-ont-ete-liberes_5460497_3210.html">https://www.lemonde.fr/international/article/2019/05/10/sahel-quatre-otages-dont-les-deux-francais-enleves-au-benin-ont-ete-liberes_5460497_3210.html</a></p>



<p><a href="#_ftnref13">[13]</a> <a href="https://www.avvenire.it/mondo/pagine/padre-maccalli-e-vivo">https://www.avvenire.it/mondo/pagine/padre-maccalli-e-vivo</a></p>



<p><a href="#_ftnref14">[14]</a> <a href="https://www.ilfattoquotidiano.it/2019/06/03/napoletani-scomparsi-in-messico-lintercettazione-che-incastra-il-boss-el-quince-fatene-cio-che-credete/5228625/">https://www.ilfattoquotidiano.it/2019/06/03/napoletani-scomparsi-in-messico-lintercettazione-che-incastra-il-boss-el-quince-fatene-cio-che-credete/5228625/</a></p>



<p><a href="#_ftnref15">[15]</a> <a href="https://www.agi.it/estero/news/2020-05-12/silvia-romano-al-shabaab-riscatto-finanziera-jihad-conversione-8585390/">https://www.agi.it/estero/news/2020-05-12/silvia-romano-al-shabaab-riscatto-finanziera-jihad-conversione-8585390/</a></p>



<p><a href="#_ftnref16">[16]</a> <a href="https://www.theguardian.com/news/2019/jan/25/business-of-kidnapping-inside-the-secret-world-of-hostage-negotiation-ransom-insurance?fbclid=IwAR1bNJqkL45L_G60VqLHO6Lv2soUJ_75I--Dtjf78HWzuLi5q4QII6OCVmw">https://www.theguardian.com/news/2019/jan/25/business-of-kidnapping-inside-the-secret-world-of-hostage-negotiation-ransom-insurance?fbclid=IwAR1bNJqkL45L_G60VqLHO6Lv2soUJ_75I&#8211;Dtjf78HWzuLi5q4QII6OCVmw</a></p>



<p><a href="#_ftnref17">[17]</a> Indagini sui sequestri di Alessandro Sandrini e Sergio Zanotti in Siria.</p>



<p><a href="#_ftnref18">[18]</a> <a href="https://papers.ssrn.com/sol3/papers.cfm?abstract_id=2757732">https://papers.ssrn.com/sol3/papers.cfm?abstract_id=2757732</a></p>



<p><a href="#_ftnref19">[19]</a> <a href="https://css.ethz.ch/content/dam/ethz/special-interest/gess/cis/center-for-securities-studies/pdfs/CSS-Analysis-141-EN.pdf">https://css.ethz.ch/content/dam/ethz/special-interest/gess/cis/center-for-securities-studies/pdfs/CSS-Analysis-141-EN.pdf</a></p>



<p><a href="#_ftnref20">[20]</a> <a href="https://www.nytimes.com/2014/07/30/world/africa/ransoming-citizens-europe-becomes-al-qaedas-patron.html">https://www.nytimes.com/2014/07/30/world/africa/ransoming-citizens-europe-becomes-al-qaedas-patron.html</a></p>



<p><a href="#_ftnref21">[21]</a> <a href="https://www.cfr.org/backgrounder/tracking-down-terrorist-financing">https://www.cfr.org/backgrounder/tracking-down-terrorist-financing</a></p>



<p><a href="#_ftnref22">[22]</a> <a href="http://www.viaggiaresicuri.it/">http://www.viaggiaresicuri.it/</a></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/2005/">Prevenire è meglio che pagare: idee per una diversa gestione del rischio rapimenti all&#8217;estero</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
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		<title>Quattro idee per la politica estera italiana</title>
		<link>https://www.mondodem.it/1823/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Matteo Pugliese]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 12 Feb 2020 15:07:08 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[L'Italia nel mondo]]></category>
		<category><![CDATA[Italia]]></category>
		<category><![CDATA[Politica Estera]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.mondodem.it/?p=1823</guid>

					<description><![CDATA[<p>L’Italia è spesso considerata “ultima tra le grandi o prima delle escluse” sullo scacchiere internazionale, per definizione potenza&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/1823/">Quattro idee per la politica estera italiana</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-drop-cap"><em>L’Italia è spesso considerata “ultima tra le grandi o prima delle escluse” sullo scacchiere internazionale, per definizione potenza regionale con aspirazioni globali, ma sono in molti a denunciare l’assenza di una visione strategica<a href="#_ftn1">[1]</a>. La natura della Penisola e la sua vocazione marittima sono un vantaggio che si può convertire in vulnerabilità. Il ritardo infrastrutturale di Genova e Trieste rispetto ai porti del Nord Europa lo dimostra e le acque del Mare nostrum sono sempre più agitate.</em></p>



<h4 id="interesse-nazionale-non-e-una-parolaccia" class="wp-block-heading"><strong>Interesse nazionale non è una parolaccia</strong></h4>



<p>Da secoli, la strategia italiana è fondata
sull’esserci, pur non sapendo con quale fine, sperando in tal modo di contare. Dai
bersaglieri di Cavour in Crimea sino all’Afghanistan, siamo impegnati in
scenari senz’altro rilevanti, ma non sempre prioritari per l’interesse
nazionale, per anni considerato un termine controverso in politica. L’errore
più grave sarebbe regalare l’esclusiva su questo concetto a movimenti sovranisti
e rosso-bruni. </p>



<p>Identificare gli interessi prioritari di una comunità
è fondamentale per comprendere la strategia nazionale. Spesso decisioni
tattiche o di policy vengono fraintese per geopolitica, mentre pensare in modo
strategico significa ragionare pragmaticamente sugli obiettivi di lungo
periodo, non sul come raggiungerli. Occorre dunque chiarirsi le idee sulla
postura dell’Italia nei confronti delle iniziative euro-atlantiche e globali. </p>



<p>Nel dibattito sull’autonomia strategica europea,
Angela Merkel ha sostenuto che “i tempi in cui potevamo contare completamente
su altri sono finiti”<a href="#_ftn2">[2]</a>. Emmanuel Macron ha
invitato la Polonia, insieme alla Germania, al prossimo incontro sul progetto
di riforma europeo, ma l’Italia resta spettatrice<a href="#_ftn3">[3]</a>. L’Eliseo ha anche
proposto un “dialogo strategico, con i partner europei interessati, sul ruolo
della deterrenza nucleare francese”<a href="#_ftn4">[4]</a>, mossa che va di pari
passo con l’European Intervention Initiative (E2I) a guida francese. Non è
chiara la posizione italiana rispetto a queste proposte. </p>



<p>L’esperienza del governo Lega – M5S ha segnato una
pericolosa deriva verso il gruppo di Visegrád, venendo scalzati da Spagna e
Polonia nei rapporti con il “motore franco-tedesco”. È certamente
nell’interesse nazionale di una media potenza insistere sul multilateralismo,
ma anche prendere decisioni indipendenti come l’adesione alla <em>Belt and Road
Initiative</em><a href="#_ftn5">[5]</a>.
Roma deve tutelare le proprie risorse strategiche, fra cui Eni ed Enel,
diversificare i fornitori energetici e insistere per divenire l’hub gasiero
meridionale dell’Unione Europea. </p>



<p>È nell’interesse nazionale colmare le lacune della
ridotta capacità militare con praticamente due sole brigate pesanti operative, la
dipendenza logistica, la capacità di intervento rapido e operazioni anfibie, il
divario digitale e di innovazione tecnologica, ma anche una politica
demografica che affronti spopolamento e invecchiamento, che porteranno il Paese
a contare ancora meno in termini politici ed economici nel contesto europeo.</p>



<h4 id="valorizzare-fondazioni-di-partito-e-think-tank" class="wp-block-heading"><strong>Valorizzare fondazioni di partito e think tank </strong></h4>



<p>Quando c’è assenza di visione o di esperienza in chi guida
dicasteri chiave come Esteri e Difesa, si tende a delegare la pianificazione a
(eccellenti) burocrati diplomatici o militari. Decisioni e dossier spesso
fondamentali sono lasciati alla discrezionalità di singoli parlamentari o
consiglieri. Ma le strategie non sono indifferenti a sensibilità culturali e
politiche, che fanno la differenza nei risultati. </p>



<p>I partiti si devono dotare di strutture interne e
fondazioni di ricerca, come avviene in Germania e altrove, che garantiscano uno
studio approfondito dei temi di politica estera. Il PD ha annunciato l’idea di una
fondazione sul modello tedesco, ma per ora non sono operativi neppure
dipartimenti e forum tematici del partito<a href="#_ftn6">[6]</a>. Gli altri soggetti
politici non brillano per democrazia o dialettica interna. I risultati modesti
e disordinati sono evidenti. </p>



<p>L’Italia naviga a vista, complice anche l’instabilità
di esecutivi fragili, incapaci di assumersi responsabilità di lungo termine.
Sarebbe utile anche incrementare la collaborazione con i principali <em>think
tank</em> nazionali, considerati all’avanguardia nel panorama europeo ma forse
sottovalutati in patria. Non è un caso se le principali potenze, dominanti o in
ascesa, sono quelle capaci di elaborare una lungimirante visione geopolitica<a href="#_ftn7">[7]</a>. </p>



<h4 id="diplomazia-al-servizio-della-strategia" class="wp-block-heading"><strong>Diplomazia al servizio della strategia</strong></h4>



<p>Nell’elezione al Consiglio di Sicurezza ONU del 2016, la
spartizione del seggio con i Paesi Bassi ha dimostrato la difficoltà di imporsi
anche sul piano diplomatico<a href="#_ftn8">[8]</a>. Il norvegese Jens
Stoltenberg fu preferito a Franco Frattini alla guida dell’Alleanza Atlantica,
nonostante il notevole contributo operativo dell’Italia, e il britannico Stuart
Peach prevalse su Claudio Graziano nel Comitato militare. Anche sul nucleare
iraniano e le sanzioni, benché l’Italia fosse il principale partner commerciale
di Teheran, non siamo stati coinvolti nel P5+1 o dal Tesoro Usa. </p>



<p>La diplomazia è fra i tradizionali elementi del potere
nazionale: l’acronimo “DIME” elenca gli strumenti diplomatico, informativo,
militare ed economico. L’Italia fatica ad usarli a fondo e coordinarli. La
dottrina interforze parla del <em>Mediterraneo allargato</em> come area
strategica e il Libro Bianco della Difesa avvertiva del rischio di instabilità
dal Sahel. Eppure, per decenni l’Italia non ha avuto ambasciate in nessuno dei
paesi del Sahel salvo il Sudan. Nel 2018 è stata aperta solo quella in Niger, una
lacuna strategica grave. </p>



<p>Libia e Tunisia sono fondamentali, non solo per la
sicurezza energetica. La Tunisia deve diventare sempre più interlocutore
privilegiato, unico laboratorio di successo delle primavere arabe, per farne un
alleato stabile, consapevoli dell’importanza geopolitica di quel <em>choke point</em>
e memori dello “schiaffo di Tunisi” del 1881 che restituimmo alla Francia con
il “golpe medico” del 1987<a href="#_ftn9">[9]</a>. </p>



<p>La Strategia Energetica Nazionale del 2017 è un passo
avanti, ma l’Algeria ha dimezzato le forniture coi nuovi contratti del 2019<a href="#_ftn10">[10]</a>. In attesa del TAP e per
emanciparci parzialmente dalle forniture russe, occorre rilanciare il dialogo
con Algeri alla luce del nuovo corso politico, ma anche lì la nostra diplomazia
gioca ad armi ìmpari: un rapporto di dieci ad uno con il personale transalpino,
Parigi schiera l’equivalente di un ministero. </p>



<p>L’Italia deve anche farsi campionessa
dell’integrazione europea dell’Albania e degli altri paesi balcanici, bloccati
dal veto di Macron, e rilanciare il partenariato adriatico. Altri sintomi
dell’assenza strategica italiana: il <em>Berlin Process</em> sui Balcani e la
conferenza sulla Libia sono opera tedesca. Infine, nel Corno d’Africa, Roma
dovrebbe scommettere su una relazione speciale con l’Etiopia, gigante africano già
nelle mire cinesi e francesi, con una strategia di <em>soft power</em> più
intensa, per offrire educazione e programmi di scambio alla futura classe
dirigente etiope, e un trattato bilaterale ampio.</p>



<h4 id="dare-dignita-alla-difesa" class="wp-block-heading"><strong>Dare dignità alla Difesa</strong></h4>



<p>Nelle crisi che minacciano la sicurezza nazionale, le
proteste italiane perdono spesso credibilità perché non sono accompagnate da deterrenza
e dissuasione militare, nel timore dell’opinione pubblica. Regna una certa ipocrisia
anche sulle missioni multinazionali, con un impegno solo per attività <em>non
combat</em>: forniamo basi, svolgiamo ricognizioni e supporto logistico, ma non
ci assumiamo la responsabilità di premere il grilletto. </p>



<p>Domina il <em>leitmotiv</em> dell’assistenza umanitaria,
come con l’ospedale da campo a Misurata, in uno scenario che invece avrebbe
bisogno della Marina militare a protezione di Tripoli bombardata<a href="#_ftn11">[11]</a>. Le uniche fregate
davanti alla capitale libica sono però quelle turche, fisiologicamente
subentrate all’inerzia italiana<a href="#_ftn12">[12]</a>. Nella narrazione si aggiunge
il mantra del <em>dual use</em>, mal digerito dalle Forze Armate, che esistono
per difendere e combattere, non per la raccolta dei rifiuti o le funzioni di
protezione civile.</p>



<p>Consolidiamo i passi avanti, come la base Amedeo
Guillet in Gibuti, ancora poco sfruttata, e il decreto del 2016 che conferisce
all’intelligence l’uso delle forze speciali con garanzie funzionali.
Fondamentali sono stati il potenziamento del sistema satellitare Cosmo &#8211; SkyMed
con il lancio di OPTSAT-3000<a href="#_ftn13">[13]</a> e della capacità anfibia
con il varo di nave Trieste. Bisogna però accelerare il rinnovamento della
componente sottomarini<a href="#_ftn14">[14]</a>. Altrettanto cruciali
sotto il profilo industriale sono la <em>joint venture</em> Naviris<a href="#_ftn15">[15]</a>, tra Fincantieri e Naval
Group, dopo il progetto fregate FREMM, ma anche l’adesione di Leonardo al
progetto caccia di sesta generazione Tempest<a href="#_ftn16">[16]</a> e il partenariato
Fincantieri con il Qatar<a href="#_ftn17">[17]</a>. Tutte queste iniziative
devono essere concepite come parti di una strategia. </p>



<p>Infine, occorre impiegare lo strumento militare in
funzione dissuasiva, laddove l’interesse nazionale venga minacciato. Nel 2018
la nave Eni Saipem 12000 fu costretta a fare dietrofront dalla marina turca a
largo di Cipro<a href="#_ftn18">[18]</a>. Finalmente,
a dicembre 2019 la fregata Martinengo ha svolto un’esercitazione in acque
cipriote<a href="#_ftn19">[19]</a>, a
gennaio 2020 una nave turca ha comunque iniziato ad esplorare il “blocco 8” di
competenza Eni e Total<a href="#_ftn20">[20]</a>. Dall’8 al 10 febbraio la
fregata Fasan ha sostato a Cipro nell’ambito del pattugliamento in funzione di <em>naval
diplomacy</em>, che deve perciò essere costante e convincente<a href="#_ftn21">[21]</a>. </p>



<p>In conclusione, occorre tornare a elaborare seriamente
una strategia geopolitica consapevole dei propri limiti e delle potenzialità, al
servizio dell’interesse nazionale, coinvolgendo il mondo del sapere, dando
spazio ai dipartimenti tematici dei partiti e alle fondazioni politiche. Puntare
sulla vocazione marittima dell’Italia e su alcune relazioni privilegiate,
colmando le lacune diplomatiche e superando i limiti culturali sull’impiego
dello strumento militare. <br></p>



<hr class="wp-block-separator"/>



<p><a href="#_ftnref1">[1]</a> <a href="https://www.affarinternazionali.it/2020/01/subito-assenza-strategy/">https://www.affarinternazionali.it/2020/01/subito-assenza-strategy/</a></p>



<p><a href="#_ftnref2">[2]</a> <a href="https://it.euronews.com/2017/05/28/angela-merkel-leuropa-dovra-fare-da-sola">https://it.euronews.com/2017/05/28/angela-merkel-leuropa-dovra-fare-da-sola</a></p>



<p><a href="#_ftnref3">[3]</a> <a href="https://it.euronews.com/2020/02/04/macron-francia-germania-e-polonia-alla-testa-dell-ue-dopo-la-brexit">https://it.euronews.com/2020/02/04/macron-francia-germania-e-polonia-alla-testa-dell-ue-dopo-la-brexit</a></p>



<p><a href="#_ftnref4">[4]</a> <a href="https://www.politico.eu/article/emmanuel-macron-european-dialogue-french-nuclear-arms/">https://www.politico.eu/article/emmanuel-macron-european-dialogue-french-nuclear-arms/</a></p>



<p><a href="#_ftnref5">[5]</a> <a href="https://www.ilsole24ore.com/art/china-italy-cooperation-the-belt-and-road-initiative-ABajqCgB">https://www.ilsole24ore.com/art/china-italy-cooperation-the-belt-and-road-initiative-ABajqCgB</a></p>



<p><a href="#_ftnref6">[6]</a> <a href="https://www.ilsole24ore.com/art/pd-ecco-fondazione-modello-spd-formare-classe-dirigente-partito-ABKJKvkB">https://www.ilsole24ore.com/art/pd-ecco-fondazione-modello-spd-formare-classe-dirigente-partito-ABKJKvkB</a></p>



<p><a href="#_ftnref7">[7]</a> <a href="https://it.businessinsider.com/i-think-tank-piu-influenti-del-mondo-centri-studi-che-orientano-le-politiche-dei-governi-e-le-opinioni-della-gente/">https://it.businessinsider.com/i-think-tank-piu-influenti-del-mondo-centri-studi-che-orientano-le-politiche-dei-governi-e-le-opinioni-della-gente/</a></p>



<p><a href="#_ftnref8">[8]</a> <a href="http://www.rainews.it/dl/rainews/articoli/Onu-in-corso-il-terzo-ballottaggio-tra-Italia-e-Olanda-per-un-posto-nel-Consiglio-di-Sicurezza-537e656c-296b-4993-befa-9afae858359e.html">http://www.rainews.it/dl/rainews/articoli/Onu-in-corso-il-terzo-ballottaggio-tra-Italia-e-Olanda-per-un-posto-nel-Consiglio-di-Sicurezza-537e656c-296b-4993-befa-9afae858359e.html</a></p>



<p><a href="#_ftnref9">[9]</a> <a href="https://www.repubblica.it/online/fatti/afri/nigro/nigro.html">https://www.repubblica.it/online/fatti/afri/nigro/nigro.html</a></p>



<p><a href="#_ftnref10">[10]</a> <a href="https://www.ilsole24ore.com/art/gas-l-algeria-i-nuovi-contratti-dimezza-forniture-all-italia-AC4WpWy">https://www.ilsole24ore.com/art/gas-l-algeria-i-nuovi-contratti-dimezza-forniture-all-italia-AC4WpWy</a></p>



<p><a href="#_ftnref11">[11]</a> <a href="https://agenziastampaitalia.it/politica/politica-estera/48858-iran-ammiraglio-de-giorgi-l-italia-aumenti-la-presenza-di-navi-per-sorveglianza">https://agenziastampaitalia.it/politica/politica-estera/48858-iran-ammiraglio-de-giorgi-l-italia-aumenti-la-presenza-di-navi-per-sorveglianza</a></p>



<p><a href="#_ftnref12">[12]</a> <a href="https://www.repubblica.it/esteri/2020/01/29/news/libia_guerra_haftar_serraj-247105753/">https://www.repubblica.it/esteri/2020/01/29/news/libia_guerra_haftar_serraj-247105753/</a></p>



<p><a href="#_ftnref13">[13]</a> <a href="http://www.aeronautica.difesa.it/comunicazione/editoria/rivaeronautica/archivio/RA_2017_04/Pagine/Articolo_1.aspx">http://www.aeronautica.difesa.it/comunicazione/editoria/rivaeronautica/archivio/RA_2017_04/Pagine/Articolo_1.aspx</a></p>



<p><a href="#_ftnref14">[14]</a> <a href="https://www.soldionline.it/notizie/azioni-italia/fincantieri-al-lavoro-per-la-marina-quattro-nuovi-sottomarini-in-arrivo">https://www.soldionline.it/notizie/azioni-italia/fincantieri-al-lavoro-per-la-marina-quattro-nuovi-sottomarini-in-arrivo</a></p>



<p><a href="#_ftnref15">[15]</a> <a href="https://www.analisidifesa.it/2020/01/al-via-naviris-la-joint-venture-tra-fincantieri-e-naval-group/">https://www.analisidifesa.it/2020/01/al-via-naviris-la-joint-venture-tra-fincantieri-e-naval-group/</a></p>



<p><a href="#_ftnref16">[16]</a> <a href="https://www.affarinternazionali.it/2019/03/caccia-fcas-italia-asse/">https://www.affarinternazionali.it/2019/03/caccia-fcas-italia-asse/</a></p>



<p><a href="#_ftnref17">[17]</a> <a href="https://www.repubblica.it/economia/2020/01/24/news/fincantieri_qatar-246564933/">https://www.repubblica.it/economia/2020/01/24/news/fincantieri_qatar-246564933/</a></p>



<p><a href="#_ftnref18">[18]</a> <a href="https://www.repubblica.it/esteri/2018/02/23/news/eni_cipro_saipem_nave_piattaforma_tuschia_speronamento-189577201/">https://www.repubblica.it/esteri/2018/02/23/news/eni_cipro_saipem_nave_piattaforma_tuschia_speronamento-189577201/</a></p>



<p><a href="#_ftnref19">[19]</a> <a href="https://it.insideover.com/guerra/la-marina-si-esercita-a-largo-di-cipro.html">https://it.insideover.com/guerra/la-marina-si-esercita-a-largo-di-cipro.html</a></p>



<p><a href="#_ftnref20">[20]</a> <a href="https://www.corriere.it/economia/aziende/20_gennaio_29/libia-provocazione-turca-cosi-l-italia-mediterraneo-come-cambia-risiko-petrolio-07b660b0-4271-11ea-8fab-5eae1fe9ccd1.shtml?&amp;appunica=true">https://www.corriere.it/economia/aziende/20_gennaio_29/libia-provocazione-turca-cosi-l-italia-mediterraneo-come-cambia-risiko-petrolio-07b660b0-4271-11ea-8fab-5eae1fe9ccd1.shtml?&amp;appunica=true</a></p>



<p><a href="#_ftnref21">[21]</a> <a href="http://www.marina.difesa.it/media-cultura/press-room/comunicati/Pagine/2020_06.aspx">http://www.marina.difesa.it/media-cultura/press-room/comunicati/Pagine/2020_06.aspx</a></p>
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		<title>Per un nuovo modello di sviluppo: il sogno di Adriano Olivetti</title>
		<link>https://www.mondodem.it/1274/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 05 Dec 2018 22:39:52 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[L'Italia nel mondo]]></category>
		<category><![CDATA[Commercio internazionale]]></category>
		<category><![CDATA[Globalizzazione]]></category>
		<category><![CDATA[Protezionismo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Di Fabrizio Macrì* Il rinnovato dinamismo dell’Italia sui mercati internazionali testimoniato dai dati indicati da Umberto Marengo e&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Di Fabrizio Macrì*</em></p>
<p>Il rinnovato dinamismo dell’Italia sui mercati internazionali testimoniato dai dati indicati da Umberto Marengo e Chiara Giribaudo, è solo una piccola parte del processo di impetuosa crescita che si potrebbe innescare se la nostra economia fosse ancora più aperta. Non si può ignorare, infatti, che l’incidenza strutturale del valore dell’export totale sul PIL (che in Italia è al 29%) fa di noi il fanalino di coda tra le maggiori economie europee di simili dimensioni: in Germania lo stesso rapporto è al  46%, in Spagna al 33% ed in Francia al 30%. Questi numeri ci dimostrano quindi che la vocazione esportatrice dell’Italia non si è ancora dispiegata a pieno e che ancora grande potrebbe essere il suo sviluppo ed il suo impatto.</p>
<p><strong>Le contraddizioni della globalizzazione e la sfida del protezionismo</strong></p>
<p><strong> </strong>Tuttavia, in Italia come in quasi tutti i paesi occidentali, le politiche pubbliche sembrano essere sempre meno orientate all’apertura economica. Al contrario, assistiamo ad una stretta protezionista destinata ad avere effetti recessivi sia sull’export degli stessi paesi protezionisti che sul tasso di crescita complessivo della domanda globale. Perché questa spirale autolesionista? Ebbene, la crescente apertura dei mercati ha avuto un impatto positivo sull’export, ma ha altresì innescato, specie nei paesi avanzati come l’Italia, delle tensioni sociali legate a due ordini di problemi:</p>
<p>&nbsp;</p>
<ol>
<li>l’introduzione di nuove forme di diseguaglianza anche all’interno delle stesse categorie sociali, generando una forte polarizzazione tra imprenditori capaci di adattarsi al nuovo contesto competitivo grazie ad investimenti in tecnologia, forza lavoro, logistica e marketing e imprenditori legati più al mercato interno che non hanno visto arrivare l’ondata competitiva e sono rimasti specializzati in settori maggiormente esposti alla concorrenza dei paesi a basso costo della manodopera . Una diseguaglianza che si è riflessa anche sui lavoratori che sono stati formati o hanno sviluppato le necessarie competenze economiche e tecnologiche e coloro che hanno invece mantenuto un profilo e delle competenze non più richieste dal nuovo mercato globale;</li>
</ol>
<p>&nbsp;</p>
<ol start="2">
<li>il forte sviluppo dei Paesi emergenti in particolare nel Sud Est asiatico, non accompagnato da reciprocità nel commercio internazionale e nei flussi d’investimento, ha accentuato lo shock competitivo su alcuni settori e categorie di lavoratori nei Paesi avanzati.</li>
</ol>
<p>La linea di demarcazione quindi tra classi sociali si è spostata ed è diventata trasversale; come ci ha spiegato bene Massimo Ungaro in apertura a questo dossier, possiamo affermare che <strong>non esiste più, o esiste sempre meno, un conflitto tra chi possiede le imprese e chi vi lavora, mentre si è acceso il conflitto tra imprese e lavoratori competitivi in grado di stare sul mercato globale cogliendone le grandi opportunità e chi invece ne è stato tagliato fuori</strong>, subendo un processo di impoverimento graduale che giustamente ci si rifiuta di accettare.</p>
<p><strong>Competitività e solidarietà sociale sono compatibili</strong></p>
<p><strong> </strong>Quei paesi avanzati che meglio hanno saputo ingrandire l’area dei settori vincenti e ridurre l’area dei settori perdenti sono quelli che stanno vincendo la sfida della globalizzazione (Germania, Paesi Scandinavi, Olanda, Canada). Il welfare danese e olandese ad esempio ci viene ben descritto nell’articolo di Igor Guardiancich. La ricetta insomma per sfidare le mutate condizioni sembra essere quella di coniugare in modo equilibrato la competitività con politiche di inclusione nel sistema di chi non ce la fa o è in ritardo. Politiche dunque tese il più possibile ad <strong>allargare l’area che può beneficiare dei vantaggi della globalizzazione e a limitare l’assistenza a quella parte, che deve diventare minoritaria, di imprese e lavoratori che ne vengono esclusi</strong>. Questa impostazione è chiaramente non compatibile con una visione protezionistica dell’economia o nostalgica di una presenza massiccia dello Stato nella gestione dell’impresa. Tuttavia, specie per l’Italia, significa concentrare le risorse disponibili su quei settori industriali a maggiore potenziale di crescita sui mercati internazionali, favorendo qui investimenti ed assunzioni e l’allargamento della platea delle imprese in grado di esportare regolarmente (in Italia ad oggi solo il 25% del totale a fronte del 45% in Germania); rendere eccellenti i servizi turistici, migliorando formazione ed infrastrutture funzionali a questo obiettivo e semplificare nettamente il rapporto tra impresa e Pubblica Amministrazione per favorire non solo l’avvio di attività locali, ma anche l’attrazione di attività imprenditoriali dall’estero. <strong>Più veloce e strutturale sarà la strada intrapresa in questa direzione e minore sarà il peso della spesa necessaria</strong> (e doverosa, oltre che utile al sostegno della domanda aggregata) destinata a sostenere i redditi di chi rimane fuori dal processo di crescita indotto dalla globalizzazione.</p>
<p><strong>Capire le ragioni del protezionismo e del sovranismo</strong></p>
<p><strong> </strong>Una visione pragmatica di quanto sta avvenendo nel mondo e dei rapporti di forza tra economie che si vanno delineando, in cui l’Italia (specie in un contesto di graduale indebolimento dell’UE sulla scena mondiale) non è certo favorita, ci obbliga ad una riflessione più ampia che metta in discussione anche l’impostazione dogmaticamente « aperturista » che le classi dirigenti occidentali hanno seguito dagli anni ’90 in poi. È vero infatti che il sistema di libero accesso delle merci e degli investimenti tra i Paesi del mondo funziona solo se le condizioni di partenza, anche se non identiche, sono per lo meno simili. Questo significa che i Paesi in via di sviluppo non possono sperare di accedere ai nostri mercati in mancanza di regolamenti a tutela dell’ambiente, dei lavoratori e ancora peggio in condizioni di mancanza di reciprocità, come è regolarmente avvenuto negli ultimi anni a vantaggio della Cina e a svantaggio degli Stati Uniti. <strong>Reagire con sdegno alle politiche protezionistiche di alcuni governi, limitandosi ad elencarne gli effetti recessivi e l’inefficacia non è quindi sufficiente.</strong> Il rifiuto del protezionismo e della chiusura deve passare attraverso il riconoscimento del sentimento di paura dei ceti svantaggiati, ai quali si deve essere capaci di offrire <strong>un antidoto alternativo e più efficace delle politiche sovraniste</strong>. Occorre quindi affrontare alla radice gli squilibri del sistema economico globalizzato, tra i quali si annovera certamente la mancanza di condizioni di reciprocità con alcuni giganti il cui status di economia in via di sviluppo, a dire il vero, può riferirsi forse alla distribuzione della ricchezza interna alle loro società, ma certamente non alla posizione che essi occupano nel mercato globale.</p>
<p><strong>Un nuovo modello di sviluppo è possibile? Il sogno di Adriano Olivetti</strong></p>
<p><strong> </strong>Accanto ai rischi sociali, con il contributo di Luca Bergamaschi non abbiamo mancato di richiamare i rischi di insostenibiltà ambientale dell’attuale sistema economico. Ecco perché, se il primo nucleo di politiche da adottare deve tendere alla capacità dell’Italia di sopravvivere e continuare a muoversi nel contesto globalizzazione, esso deve necessariamente dispiegarsi a livello europeo, e nei consessi internazionali di cui facciamo parte, a favore di un sistema economico che incentivi attività a basso impatto ambientale ed un consumo ragionevole delle risorse naturali. <strong>La transizione ecologica, lungi dall’essere soltanto un modo per limitare i danni dell’attuale sistema economico, dovrebbe configurarsi come uno strumento per individuare nuovi strumenti e nuove opportunità di sviluppo, centrate sull’uomo e fondate sull’idea di convivenza tra gli uomini.</strong> Forse Adriano Olivetti, che fu un esponente del capitalismo italiano più illuminato, può suggerirci i contorni di questa nuova visione con una frase da lui pronunciata negli anni ’50.</p>
<p><em>“Può l’industria darsi dei fini? Si trovano questi semplicemente nell’indice dei profitti? Non vi è al di là del ritmo apparente, qualcosa di più affascinante, una destinazione, una vocazione anche nella vita di una fabbrica? C’è un fine nella nostra azione di tutti i giorni a Ivrea come a Pozzuoli… il fine è la realizzazione di un’impresa di tipo nuovo al di là del socialismo e del capitalismo…la nostra Società crede nei valori spirituali nei valori della scienza, dell’arte, della cultura, crede infine che gli ideali di giustizia non possano essere estraniati dalle contese ancora ineliminate tra capitale e lavoro. Crede soprattutto nell’uomo, nella sua fiamma divina, nella sua possibilità di elevazione e di riscatto”.</em></p>
<p><strong> </strong></p>
<p>*MondoDem</p>
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		<title>Il welfare come elemento di competitività: contro il familismo, il modello del Nord-Europa</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 05 Dec 2018 22:34:40 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[L'Italia nel mondo]]></category>
		<category><![CDATA[Commercio internazionale]]></category>
		<category><![CDATA[Globalizzazione]]></category>
		<category><![CDATA[welfare]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Di Igor Guardiancich In un famoso articolo del 1996, il politologo Maurizio Ferrera classificò l’Italia come facente parte&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Di Igor Guardiancich</em></p>
<p>In un famoso articolo del 1996, il politologo Maurizio Ferrera classificò l’Italia come facente parte di un regime di welfare ‘mediterraneo’ o ‘sudeuropeo’. Una delle caratteristiche cardine di tale regime è la sussidiarietà, in base alla quale, lo Stato – al contrario di quanto avviene nei regimi ‘nordici’ o ‘socialdemocratici’ – interviene a tutela dei bisogni sociali solo quando la capacità previdenziale della società e in primis della famiglia è esaurita. Pertanto, il benessere della famiglia è stato in gran parte concepito come una responsabilità privata e prevalentemente femminile. <strong>Questo ‘familismo implicito’ nel regime mediterraneo ha fatto sì che gli aiuti statali, soprattutto l’offerta di servizi in natura, quali l’assistenza all’infanzia e la cura di anziani e/o disabili, siano deboli e sottosviluppati, contribuendo in maniera fondamentale alle disparità di genere.</strong></p>
<p><strong> </strong>Come scrive il sociologo Egidio Riva, negli ultimi decenni del secolo scorso, svariate pressioni hanno aumentato la salienza del problema della conciliazione tra tempi di vita e tempi di lavoro. La necessità di affrontare i ‘nuovi rischi sociali’, derivanti dall&#8217;aumento della partecipazione delle donne alla forza lavoro, la preoccupazione per i cambiamenti demografici, l’istituzionalizzazione del dibattito sulle pari opportunità ed un crescente consenso riguardo al rafforzamento dell’assistenza all’infanzia hanno fatto sì che il dibattito politico si occupasse della questione femminile. Questa nuova agenda politica è stata decisamente influenzata dall&#8221;Unione europea, che, a partire dagli anni ’90, ha contribuito allo sviluppo di politiche sociali specifiche. Tuttavia, dopo quasi tre decenni e svariati tentativi di riforma, il nocciolo delle politiche in tema di conciliazione famiglia-lavoro non è sostanzialmente cambiato. Gli indicatori di <em>policy outcome</em> non potrebbero essere più espliciti. Nonostante un progressivo miglioramento, il numero di bambini sotto i 3 anni che non ottengono un posto in un’istituzione per l’infanzia è del 65.6% [1]. Nonostante il dato sia equiparabile alla media europea (67.1% nel 2016), esso risulta molto elevato se raffrontato con i paesi Scandinavi, con la Francia, l’Olanda o il Belgio, i quali investono di più in un <strong>armonioso bilanciamento degli impegni lavorativi e familiari</strong>.</p>
<p>Andiamo ad analizzare i casi paradigmatici della Danimarca e dell’Olanda. Il paese Scandinavo è rappresentante indiscusso di un equilibrio di assistenza all’infanzia <em>full-time</em>. Nel 2016, solo il 30% dei bambini Danesi sotto in 3 anni non fruivano di una forma istituzionalizzata di <em>childcare</em>. Del restante 70%, quasi 9 infanti su 10 frequentavano un asilo o una <em>crèche</em> per più di 30 ore settimanali. Ciò fa sì che <strong>le mamme abbiano la possibilità di dedicarsi esse stesse ad un lavoro a tempo pieno</strong>. I Paesi Bassi invece sono rappresentativi di un equilibrio di assistenza all’infanzia <em>part-time</em>. Infatti, secondo l’Eurostat, il 47.6% dei bambini sotto i 3 anni nel 2016 partecipavano ad istituzioni prescolastiche che offrivano i loro servizi per una durata da 1 alle 29 ore settimanali, e solo il 5.4% a istituzioni che si prendevano cura dei bimbi per più di 30 ore a settimana. Tale equilibrio si riflette specularmente nel numero di donne che hanno un impiego part-time, ovvero ben il 62.8% del totale.</p>
<p>Questa maggiore attenzione al duplice ruolo delle donne in quanto lavoratrici e madri ha un impatto considerevole sulla società. Al netto delle differenze, i due paesi del nord Europa innescano <strong>un circolo virtuoso tra occupazione femminile nel privato e nel pubblico, disponibilità di posti in istituzioni per l’assistenza all’infanzia e natalità</strong>. In entrambi i casi, la lavoratrice-madre può rientrare nel mercato del lavoro (a tempo pieno o meno) pochi mesi dopo il parto, evitando pertanto l’obsolescenza delle proprie competenze. Le tasse (elevate in ambedue i paesi) pagate dalle lavoratrici vengono reinvestite in asili e nidi, aumentando ulteriormente il tasso di occupazione, prevalentemente femminile, attraverso il pubblico impiego (o attraverso sussidi pubblici a istituzioni private). Si tratta, come è facilmente intuibile, di una situazione <em>win-win</em>: <strong>l’assistenza ai figli viene ‘defamilializzata’, contribuendo ad un innalzamento della natalità</strong>. Non è un caso, infatti, che il tasso totale di fertilità nei paesi Scandinavi (Danimarca, Norvegia e Svezia) fosse di 1,78 figli per donna nel 2016, quello della Francia, primatista europea, di 1,92 figli, e quello dell’Italia di soli 1,34 figli per donna durante il medesimo anno. Al contempo, i due paesi staccano l’Italia di 20 punti percentuali per quel che riguarda l’occupazione femminile: nel 2017, il 73.7% delle donne danesi ed il 72.8% delle donne olandesi erano occupate contro il 52.5% delle italiane.</p>
<p>Possiamo pertanto affermare che l’Italia si trovi in un vero e proprio circolo vizioso tra bassa natalità, ridotta occupazione femminile e insufficiente investimento nei servizi per l’infanzia. A questo bisogna aggiungere che <strong>le famiglie italiane, per far fronte alle carenze istituzionali, si avvalgono spesso di servizi offerti privatamente da badanti e baby-sitter</strong>: un equilibrio basato, in parte, sui migranti e, in parte, sul lavoro irregolare, viste le deduzioni irrisorie di tali servizi dall’imponibile.</p>
<p>Ovviamente i modelli danese e olandese non possono essere semplicemente replicati nel contesto italiano, in assenza di una preparazione certosina ad un passaggio progressivo dall’elargizione di denaro ai genitori all’offerta di servizi per l’infanzia. Tra i possibili interventi si possono auspicare <strong>un aumento della copertura degli asili nido, sgravi per le famiglie sia per le rette dei nidi e sia per l’impiego di badanti e baby-sitter, per non parlare del maggior coinvolgimento dei padri attraverso un utilizzo sistematico del congedo di paternità</strong>. Solo allora si potrà pensare all’implementazione di un sistema autosufficiente, con possibili benefici per la competitività dell’Italia sulla scena globale.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>*Ricercatore Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="#_ftnref1" name="_ftn1">[1]</a> Tutti i dati citati nell’articolo provengono dalle banche dati Eurostat, che assicurano la comparabilità a livello europeo. I dati Istat potrebbero pertanto deviare dalle statistiche qui riportate. Ad esempio, il numero di bambini che hanno accesso agli asili nido in Italia è, secondo l’Istat, notevolmente più basso.</p>
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		<title>Proteggere l’ambiente senza protezionismo</title>
		<link>https://www.mondodem.it/1268/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Bergamaschi]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 05 Dec 2018 22:30:43 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[L'Italia nel mondo]]></category>
		<category><![CDATA[#ambiente]]></category>
		<category><![CDATA[Commercio internazionale]]></category>
		<category><![CDATA[Globalizzazione]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La sfida ambientale, e in particolare la lotta ai cambiamenti climatici, è una delle sfide principali del nostro&#8230;</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>La sfida ambientale, e in particolare la lotta ai cambiamenti climatici, è una delle sfide principali del nostro secolo. <strong>“Esistenziale”</strong> perché senza stabilizzare l’incremento della temperatura globale, idealmente entro 1,5 gradi come indicato dall’ultimo rapporto della comunità scientifica internazionale dell’IPCC, non sarà possibile garantire la disponibilità delle risorse – in primis acqua, cibo ed energia – e salvaguardare la salute umana e degli ecosistemi. Di conseguenza i cambiamenti climatici minacciano direttamente la sicurezza e la prosperità di tutte le nazioni, mettendo già ora in serio pericolo l’esistenza stessa delle comunità più vulnerabili, come le piccole isole del Pacifico e le comunità rurali del Sahel.</p>
<p><strong>La trasformazione ecologica deve diventare un imperativo interesse nazionale </strong>a maggior ragione perché ci troviamo in una regione geografica particolarmente esposta al surriscaldamento globale e ai suoi rischi. Il bacino del Mediterraneo si riscalda infatti più velocemente della media globale, oggi più caldo di 1,4 gradi rispetto all’incremento medio globale di circa 1 grado rispetto all’era pre-industriale. L’incremento delle temperature sta aumentando la frequenza e l’intensità, e dunque i danni, di eventi metereologici estremi che hanno già spezzato le vite di molti.</p>
<p>Nessun paese da solo può affrontare la sfida dei cambiamenti climatici. Mai come oggi abbiamo bisogno della cooperazione internazionale e di regole multilaterali condivise. L’Accordo internazionale sul clima è stato raggiunto a Parigi nel 2015 e <strong>ora si tratta di passare dalla costruzione di un regime internazionale condiviso alla sua implementazione.</strong> La comunità scientifica ci avverte che le azioni e gli impegni intraprese finora non sono sufficienti a stabilizzare il riscaldamento globale entro la soglia più sicura di 1,5 gradi, che rischia di essere raggiunta già nel 2030. Occorre dunque una trasformazione tempestiva e senza precedenti. Ad oggi siamo in rotta per raggiungere 3 gradi di riscaldamento medio globale entro fine secolo, una soglia che non garantirebbe la convivenza pacifica dei popoli.</p>
<p><strong>La sfida è proporre un modello di politica riformista alternativa ai nuovi nazionalismi in grado di offrire protezione senza protezionismo.</strong> Richiudersi in sé stessi in un mondo interconnesso, senza di fatto più confini, con la speranza di mantenere il controllo sul proprio destino è un’illusione pericolosa perché le trasformazioni in atto sono ingestibili senza la cooperazione internazionale. L’orizzonte più prossimo per la protezione degli interessi italiani nel mondo è necessariamente quello europeo. Rafforzare riformando il progetto europeo alla luce delle nuove sfide è la via più sicura ed efficace per gestire il cambiamento in modo ordinato ed equo e per incidere in modo profondo sugli affari globali (l’esatto contrario del modello della Brexit).</p>
<p><strong><em> </em></strong><strong>Abbiamo allora bisogno di un’Europa forte che si impegni a</strong> <strong>riformare il commercio internazionale per mantenere la fiducia nei mercati aperti</strong> <strong>e l’abilità di raggiungere gli obiettivi climatici. </strong>Il commercio internazionale rimane lo strumento principale che ci connette con l’economia globale e fondamentale per raggiungere gli obiettivi di mitigazione e adattamento al cambiamento climatico. Perché senza mercati aperti sarà molto difficile generare economie di scala che permettano di abbattere i costi delle tecnologie pulite e garantirne così la piena e tempestiva diffusione e adozione globale. Inoltre, l’aggravarsi degli impatti climatici significa che sempre più paesi, soprattutto quelli della sponda sud del Mediterraneo e della fascia del Sahel, dipenderanno dall’importazioni di cereali e cibo per soddisfare la loro sicurezza alimentare.</p>
<p>Siamo consapevoli che gli accordi commerciali esistenti non sono perfetti ma spesso causano effetti indesiderati e non sono stati concepiti e discussi in modi inclusivo e trasparenti. Occorre includere azioni che permettono di ottenere un’economia internazionale più giusta e competitiva, come per esempio terminare i paradisi fiscali e contrastare la concentrazione di potere in mano a pochi oligarchi che impedisce l’innovazione o la riduzione dei prezzi per i consumatori. <strong>Riformare l’economia globale prendendosi cura dell’ambiente e delle persone significa iscrivere negli accordi commerciali condizioni per cui vengano rispettati gli impegni stabiliti dall’Accordo di Parigi sul clima e i diritti dei lavoratori.</strong> L’applicazione di queste condizioni deve essere garantita da organismi multilaterali indipendenti, come l’Organizzazione internazionale del lavoro per quanto riguarda il rispetto dei diritti dei lavoratori. Per garantire la protezione sociale questi accordi devono essere accompagnati da pacchetti di solide misure domestiche per rafforzare i salari e la produttività e per consentire che le industrie e le comunità più vulnerabili, come l’industria tradizionale dell’auto a combustione o le comunità rurali, abbiano accesso a processi di formazione e nuovi investimenti per rilanciare l’economia locale invece di essere spinte fuori dal mercato. Le nuove tecnologie devono diventare una fonte di creazione di valore e opportunità invece di presentarsi contro le persone.</p>
<p>Tutto ciò è possibile a patto che la transizione ecologica non diventi un obiettivo fine a sé stesso, ma un’opportunità per uno sviluppo economico sostenibile e giusto.</p>
<p><strong><em> </em></strong>La trasformazione dell’economia globale deve essere quindi accompagnata da una <strong>seria riforma della finanza pubblica e privata che devono tornare a servire l’economia e le persone e realizzare uno sviluppo pienamente sostenibile</strong>. Per permettere lo spostamento efficace di capitali da investimenti in combustibili fossili e compagnie non virtuose verso investimenti puliti è necessario che la rendicontazione non finanziaria – ossia la comunicazione di informazioni su sostenibilità ambientale, sostenibilità sociale, catena di fornitura, gestione delle diversità e gestione dei rischi – diventi obbligatoria. Solo fornendo le informazioni in modo trasparente sull’effettiva esposizione ai rischi climatici e sociali sarà possibile orientare le decisioni degli investitori privati, come fondi pensione, assicurazioni e banche d’investimento, verso attività non inquinanti e socialmente sostenibili.</p>
<p>Occorrerà inoltre disincentivare l’utilizzo dei combustibili fossili attraverso misure fiscali che ne interrompano definitivamente il sostegno pubblico e allo stesso tempo tassino le emissioni inquinanti. Per evitare che si trasformino in misure inique, i proventi di questa tassazione dovranno essere reinvestiti a beneficio delle famiglie più vulnerabili, per esempio per la riqualificazione energetica delle abitazioni delle oltre 9 milioni di persone che in Italia, soprattutto al Sud, soffrono di povertà energetica non riuscendo a riscaldare adeguatamente le loro case. <strong>L’efficienza energetica è un mezzo fondamentale per abbattere i consumi, i costi e le emissioni, offrendo al contempo elevati vantaggi per le attività produttive e la geopolitica.</strong> Riducendo infatti i consumi di gas per il riscaldamento si ridurranno anche i bisogni di importazioni di gas e di nuove infrastrutture, come gasdotti e rigassificatori, e dunque la dipendenza da (e il finanziamento di) regimi autoritari e corrotti.</p>
<p><strong> </strong><strong>La questione fondamentale connessa alle infrastrutture non è se costruire o no, ma cosa costruire e come.</strong> Le infrastrutture sono vitali per l&#8217;economia e la sicurezza delle persone, le quali dipenderanno in maniera sempre maggiore dalla capacità di resistere ai cambiamenti climatici. Questo è uno dei messaggi fondamentali del rapporto IPCC sugli 1,5 gradi. Rimanere entro la soglia di 1,5 gradi significa che ogni nuova infrastruttura non può più prescindere dalle emissioni che genererà e da standard di resilienza tali da resistere agli impatti dei cambiamenti climatici che diventeranno sempre più violenti. Questi criteri devono essere utilizzati nelle valutazioni che precederanno la costruzione di nuove infrastrutture e l’investimento di ingente capitale politico ed economico. Ciò vale soprattutto per nuove infrastrutture fossili, incluso il gasdotto TAP. Il rapporto IPCC indica con chiarezza che non c’è più spazio per nuovo gas fossile se vogliamo limitare l’incremento della temperatura a livelli più sicuri e gestibili possibili. La combustione di gas deve infatti scendere a livello mondiale del 25% entro il 2030 e del 74% entro il 2050 rispetto al 2010. Se fino ad ora abbiamo considerato il gas come “combustibile ponte” per la transizione energetica, la comunità scientifica suggerisce che siamo arrivati alla fine di quel ponte.</p>
<p>La transizione ecologica offre dunque un modello radicalmente e pragmaticamente diverso di pensare il commercio, l’economia, la finanza e le infrastrutture. Le trasformazioni necessarie a <strong>rendere le nostre città più sane, più pulite, più efficienti e intelligenti non possono però prescindere dal garantire adeguate protezioni sociali</strong> e alternative alle comunità affette in negativo dal cambiamento.</p>
<p>*Ricercatore Istituto Affari Internazionali</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/1268/">Proteggere l’ambiente senza protezionismo</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
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		<title>Il lavoro interrotto del PD per mettere in sicurezza l’Italia nella globalizzazione</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 05 Dec 2018 22:26:41 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[L'Italia nel mondo]]></category>
		<category><![CDATA[Commercio internazionale]]></category>
		<category><![CDATA[Globalizzazione]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Di Chiara Gribaudo Il ruolo dell’export è stato determinante durante la crisi e negli anni della crescita per&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Di Chiara Gribaudo</em></p>
<p>Il ruolo dell’export è stato determinante durante la crisi e negli anni della crescita per far ripartire l’Italia. Nel 2017, ultimo anno dei governi PD, l’export è cresciuto del 7,4% toccando il record storico di 450 miliardi e la bilancia commerciale italiana, al netto degli energetici, era positiva per 47,5 miliardi di euro. <strong>Il nostro DNA di paese trasformatore</strong>, grazie anche a politiche industriali innovative e ad un grande sforzo per l’internazionalizzazione delle imprese, ha tenuto accesi i motori dell’economia, in particolare della manifattura, ed è salito di giri sfruttando meglio di molti altri settori la positiva congiuntura globale che vediamo invece contrarsi nella seconda metà del 2018, complici le tensioni geopolitiche, le tensioni protezionistiche, l’ascesa di partiti sovranisti nel contesto europeo.</p>
<p><strong>Ogni spinta alla chiusura delle frontiere commerciali è una spinta verso la disoccupazione</strong> e l’impoverimento del tessuto produttivo. L’eccezionale dato del nostro manifatturiero da poco rilasciato da ISTAT, che segna nel triennio 2014-2017 una crescita del 10%, seconda solo alla Germania e davanti a Francia e Regno Unito, non sarebbe stato conseguibile se non fosse per la presenza delle nostre imprese nelle catene del valore globali e continentali. In un Paese il cui PIL dipende per un terzo dalle esportazioni, non è più rimandabile il tema di come vogliamo mantenere le nostre posizioni in queste catene e, semmai, di come vogliamo scalare la catena per passare da essere un Paese prevalentemente <em>supplier </em>a un Paese più decisamente <em>seller, </em>la posizione di maggior vantaggio e minor rischio dell’economia globalizzata. Per intenderci, la posizione della Germania.</p>
<p>Questa era la ragione ed il grande obiettivo strategico di riposizionamento geo-economico del Paese per cui  i governi del Partito Democratico hanno intrapreso questa strada attraverso la creazione di legami commerciali sempre più forti con la Cina e altre realtà ormai sviluppate, ma anche e soprattutto attraverso <strong>l’introduzione del piano Industria 4.0</strong>. Superammortamento e iperammortamento su specifici beni strumentali ad alta innovazione tecnologica servivano ad accompagnare e stimolare le nostre imprese verso la digitalizzazione, l’automazione, l’utilizzo dei big data. Questi incentivi hanno avuto fin da subito grande successo fra le grandi imprese, dimostrando al contempo due debolezze: la difficoltà di essere utilizzate fra le PMI e la generalizzata mancanza di competenze che consentissero di adoperare con profitto le “macchine” acquistate grazie agli incentivi.</p>
<p>Questo ci introduce ad un&#8217;altra sfida della globalizzazione che riguarda le competenze e lo <em>skill mismatch</em> che è ormai un problema centrale nel nostro mercato del lavoro. A fronte della <strong>disoccupazione che con grandi sforzi avevamo ricondotto sotto il 10%,</strong> vanificati dal governo gialloverde in meno di 3 mes<strong>i</strong>, gli industriali segnalano di aver bisogno, da qui al 2022, di circa mezzo milione di tecnici specializzati che non riusciranno a trovare. Al tempo spesso, l’Italia riesce, unica fra i maggiori partner europei, ad avere un forte saldo negativo rispetto alle migrazioni di personale impegnato in ricerca e sviluppo dovute anche all’arretratezza del nostro sistema universitario. I cambiamenti che il mondo del lavoro affronterà nei prossimi anni impongono un cambio di paradigma nelle politiche di orientamento, <em>job placement</em> e <em>life long learning</em> che i governi del PD hanno soltanto iniziato, e che devono assolutamente essere portato avanti.</p>
<p>Se è vero che <strong>entro il 2025 ben 75 milioni di mansioni umane saranno sostituibili dalle macchine e dagli algoritmi, ma 133 milioni di nuove mansioni potrebbero rendersi necessarie</strong>, mantenere e migliorare la nostra posizione nelle catene globali del valore significa prendere atto di questa realtà e farsi carico oggi di questo tema epocale. Il <em>Jobs act</em> lo affrontava con la riforma delle politiche attive del lavoro, che però non è mai arrivata fino in fondo. La creazione dell’ANPAL per il coordinamento delle politiche regionali e l’istituzione degli assegni di ricollocamento si sono arenati sul fallimento del referendum costituzionale. Il programma Garanzia giovani ha creato un primo modello condiviso di intervento, che ha però bisogno di essere rivisto e aggiornato. L’alternanza scuola/lavoro è stata un progresso indispensabile per avvicinare istruzione e imprese, ma necessita di un grande investimento in orientamento e nella costruzione di rapporti veri e genuini fra scuole e aziende, per garantire esperienze di qualità e non la sostituzione di forza lavoro. Lo stesso vale per i tirocini e l’orientamento al lavoro degli studenti universitari.</p>
<p>I dati di fine 2018 ci dicono che l’economia globale rallenta, l’industria tedesca frena e l’industria italiana ne subisce immediatamente i contraccolpi, determinando nel terzo trimestre del 2018 <strong>una decrescita del PIL dello 0,1% per la prima volta dal 2014</strong>. Fino a quando non saremo in grado di spostarci sul piano più alto della catena del valore, sarà sempre così. Continuare a dipingere un Paese chiuso, che dice no ad ogni infrastruttura transfrontaliera, che rifiuta le opportunità del commercio internazionale, non farà altro che peggiorare la situazione. Il reddito di cittadinanza rischia di essere non solo uno spreco immane di risorse pubbliche, ma un’incredibile occasione persa. Il governo M5S – Lega non si sta preoccupando in alcun modo di come riformare davvero i centri dell’impiego: tutta l’attenzione è spostata sul sussidio, sulla sua entità, erogazione, durata. Non sui servizi. 9 miliardi per questo, 6-7 miliardi per una riforma delle pensioni che spegne il futuro dei nostri giovani. Quelle risorse si potrebbero impiegare, oltre che in una vera lotta alla povertà, nel potenziamento degli ITS, nel raddoppio dei finanziamenti per università e ricerca, nella prosecuzione del piano industria 4.0.</p>
<p>Le priorità? Chiedere regole condivise almeno in ambito europeo per <strong>contrastare il dumping sociale e salariale e puntare su un grande piano per la transizione tecnologica ed ecologica. Il nostro sistema di welfare deve, inoltre, dotarsi di un vero e proprio pilastro, accanto a sanità, previdenza e istruzione, per la riqualificazione dei lavoratori lungo tutto l’arco della vita</strong>. Il diritto alla formazione, infatti, è l’unico che può garantire un reddito stabile e una condizione di vita dignitosa fino all’età del pensionamento, accompagnato dalla creazione di un ammortizzatore sociale universale di carattere europeo. Idee da rendere centrali nel programma dei progressisti per l’appuntamento continentale del 2019. Così sfideremo le destre populiste e neoliberiste.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>*Deputata Partito Democratico</p>
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		<title>Più aperti per crescere: il motore dell’export</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 05 Dec 2018 22:23:40 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[L'Italia nel mondo]]></category>
		<category><![CDATA[Commercio internazionale]]></category>
		<category><![CDATA[export]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>di Umberto Marengo* Se vogliamo usare un’immagine, l’Italia è un’automobile fragile con un motore troppo piccolo ma molto&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em>di Umberto Marengo*</em></p>
<p>Se vogliamo usare un’immagine, <strong>l’Italia è un’automobile fragile con un motore troppo piccolo ma molto potente. Questo motore è, senza dubbio, l’export</strong>.</p>
<p>Negli ultimi anni, e in particolare nel periodo più grave della crisi tra 2010 e 2012, la capacità delle aziende italiane di essere competitive sui mercati internazionali ha di fatto tenuto a galla il paese. Costretta a pagare ogni anno quasi il 4 percento del Pil in interessi sul debito pubblico, l’economia italiana non avrebbe resistito senza le esportazioni. Il motore italiano è tutto sommato piccolo per un paese di grandi dimensioni come il nostro perché le aziende che esportano sono ancora poche. Ma nonostante le dimensione ridotte, il nostro motore è molto potente. Le aziende che esportano sono forti, riconosciute nel mondo, e rappresentano un traino per il territorio.</p>
<p>Se quindi l’export, da solo, non è sufficiente come strategia di sviluppo per tutto il paese, esso resta senza dubbio il primo strumento per accelerare la crescita. Negli ultimi anni le esportazioni italiane hanno registrato risultati da record. Questo anche grazie a politiche come il<em> Piano Straordinario per la Promozione del Made Italy</em>, che ha promosso iniziative efficacemente concentrate su mercati e settori ad alto potenziale per l’export italiano come gli Stati Uniti. I risultati ci sono stati. Nel 2017 le nostre esportazioni hanno raggiunto la cifra di 448 miliardi di Euro, oltre 57 miliardi in più rispetto al 2012, riportando una crescita oltre il 15 percento. <strong>La nostra crescita è stata nettamente superiore a quella francese (+7 percento), e sullo stesso livello della Germania (+18 percento) nello stesso periodo.</strong> Tra 2012 e 2017, l’Italia è uscita dalla crisi con la competitività. La misura del successo delle aziende italiane è la bilancia commerciale, ovvero la misura del totale dei prodotti esportati meno quelli importati. L’Italia è seconda in Europa per bilancia commerciale, con un surplus positivo di oltre 47 miliardi l’anno, collocandosi dietro alla Germania, ma davanti a tutti i maggiori paesi europei, la maggior parte dei quali ha deficit commerciali. Tra il 2012 e il 2017 il surplus commerciale italiano è cresciuto dei 380 percento, complice anche un calo delle importazioni e dei consumi, mentre il surplus commerciale tedesco, è cresciuto del 40 percento.</p>
<p>Se guardiamo ai comparti italiani di maggior successo, meccanica e manifattura si confermano ancora una volta il vero motore produttivo del paese. Manifattura e macchinari hanno registrato nel 2017 oltre 320 miliardi di euro di export complessivi con una bilancia commerciale positiva per 95 miliardi. Rispetto alla Germania, la chimica è la grande assente nell’export delle aziende italiane, mentre il settore alimentare continua a registrare export positivi ma oggettivamente modesti.</p>
<p>L’export è quindi una risorsa, ma non si può ignorare che l’apertura al mercato ha avuto anche costi sociali<strong>.</strong> La crescente distanza tra una minoranza di aziende e lavoratori “vincenti” nei mercati globali e la fetta di paese che è rimasta esclusa e impoverita, è <strong>la radice della crisi democratica che l’Italia sta affrontando</strong>. Gli effetti di questa divaricazione tra la sicurezza dei “vincenti” e la legittima paura dei “perdenti” è evidente ormai nella società e si mostra a ogni elezione in Italia e in occidente.</p>
<p>Il motore italiano è potente ma manca di carburante, ovvero di investimenti. Nonostante i passi avanti degli ultimi anni, l’Italia è ancora un paese poco attrattivo per gli investitori internazionali. La lezione degli ultimi anni della globalizzazione è che la qualità degli investimenti è ancora più importante della quantità. <strong>L’Italia ha bisogno di investimenti stranieri, ma allo stesso tempo deve proteggere la capacità di produrre ricchezza sul territorio.</strong> Per un paese esportatore come il nostro, l&#8217;unica strategia per attrarre investimenti di qualità è creare un sistema di incentivi e freni per casi di emergenza.</p>
<p>Il cumulato degli investimenti in Italia esteri al 2017 è meno della metà rispetto alla Francia (413 miliardi di euro in Italia contro 875 miliardi in Francia), e nettamente inferiore alla Germania (931 miliardi di euro). Questo a dimostrazione del fatto che <strong>non c’è contraddizione tra protezione dell’economia nazionale e apertura agli investitori stranieri</strong>. Anche paesi a vocazione protezionista come la Francia sono, nella realtà dei fatti, molto più aperti rispetto all’Italia.</p>
<p><strong>Mancati investimenti significano mancata occupazione.</strong> Secondo il <em>Financial Times</em>, tra 2003 e 2016 gli investimenti esteri hanno creato 350 mila posti di lavoro in Francia, contro i 170 mila in Italia. In particolare, l’Italia non è ancora capace di attirare il crescente flusso di investitori non europei. Oggi il 40 percento degli investimenti esteri globali proviene dall’Asia, ma soltanto il 14 percento degli investitori internazionali in Italia è extraeuropeo. La causa di questo ritardo è duplice, investire in Italia è più difficile e rende di meno a causa della debolezza strutturale del paese. Maggiore debito pubblico e peggiori infrastrutture, significa tassi di interesse più alti per le imprese, e meno investimenti.</p>
<p><a href="https://www.mondodem.it/wp-content/uploads/2018/12/4.png"><img fetchpriority="high" decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-1261" src="https://www.mondodem.it/wp-content/uploads/2018/12/4.png" alt="" width="765" height="466" srcset="https://www.mondodem.it/wp-content/uploads/2018/12/4.png 765w, https://www.mondodem.it/wp-content/uploads/2018/12/4-300x183.png 300w" sizes="(max-width: 765px) 100vw, 765px" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="https://www.mondodem.it/wp-content/uploads/2018/12/5.png"><img decoding="async" class="alignnone size-medium_large wp-image-1262" src="https://www.mondodem.it/wp-content/uploads/2018/12/5-768x498.png" alt="" width="640" height="415" srcset="https://www.mondodem.it/wp-content/uploads/2018/12/5-768x498.png 768w, https://www.mondodem.it/wp-content/uploads/2018/12/5-300x194.png 300w, https://www.mondodem.it/wp-content/uploads/2018/12/5-232x150.png 232w, https://www.mondodem.it/wp-content/uploads/2018/12/5.png 778w" sizes="(max-width: 640px) 100vw, 640px" /></a></p>
<p>In conclusione, l’apertura al mondo è ancora oggi il punto di forza dell’economia italiana che perderebbe il suo motore più potente senza l’export. Negli ultimi cinque anni l’Italia è ripartita: l’export ha raggiunto numeri record, e la forza produttiva di imprese e lavatori della manifattura e della meccanica si conferma ancora una delle migliori al mondo. Eppure, la globalizzazione dei mercati ha avuto un costo sociale evidente, allargando il divario tra vincitori e perdenti. L’apertura dei mercati è stata in parte una scelta ma anche una trasformazione storica. Usciti dalla povertà, miliardi di lavoratori e imprese nelle economie emergenti sono entrati nei nostri mercati. Quest’apertura ha avuto un costo sociale che sta oggi mettendo in crisi la democrazia liberale in occidente. <strong>L’Italia ha tutto da perdere da possibili guerre commerciali.</strong> Chi propone di chiudere le frontiere semplicemente non conosce il nostro paese. Ma la lezione dell’ultimo decennio è che export e investitori internazionali da soli non bastano a creare benessere. L’Italia ha bisogno di imprese forti in uno Stato forte ma non invasivo. Navigare il cambiamento, e non chiudersi al mondo deve essere l’obiettivo di una nuova politica progressista.</p>
<p><a href="https://www.mondodem.it/wp-content/uploads/2018/12/6.png"><img decoding="async" class="alignnone size-medium_large wp-image-1263" src="https://www.mondodem.it/wp-content/uploads/2018/12/6-768x415.png" alt="" width="640" height="346" srcset="https://www.mondodem.it/wp-content/uploads/2018/12/6-768x415.png 768w, https://www.mondodem.it/wp-content/uploads/2018/12/6-300x162.png 300w, https://www.mondodem.it/wp-content/uploads/2018/12/6.png 923w" sizes="(max-width: 640px) 100vw, 640px" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>*</p>
<p><em>The Economist Intelligence Unit</em> (Le opinioni sono espresse a titolo esclusivamente personale)</p>
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		<title>Vincitori e perdenti della globalizzazione</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 05 Dec 2018 22:13:55 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[L'Italia nel mondo]]></category>
		<category><![CDATA[Commercio internazionale]]></category>
		<category><![CDATA[globalizzzione]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Di Massimo Ungaro* Da secoli il liberalismo economico teorizza che il commercio libero, ovvero l’abbattimento delle tariffe doganali&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Di Massimo Ungaro</em>*</p>
<p>Da secoli il liberalismo economico teorizza che il commercio libero, ovvero l’abbattimento delle tariffe doganali a favore dello scambio internazionale di beni, sia un motore di progresso economico per tutti i paesi che lo adottano. Con l’abbattimento delle tariffe doganali si riducono le distorsioni del mercato, aumenta l’efficienza nell’allocazione delle risorse e ogni paese può sfruttare il proprio ‘vantaggio competitivo’, come teorizzato da Ricardo, e  quindi crescere economicamente. Quando il liberalismo si afferma come corrente di pensiero dominante sancisce la fine del mercantilismo, del colbertismo, che identificava la ricchezza di un’economia con l’accumulazione assoluta di beni tangibili &#8211; e non la complessità e la sofisticazione degli inter-scambi economici – che aveva caratterizzato il pensiero economico fino ad Adam Smith. Nel corso del ventesimo secolo il liberalismo evolve teorizzando uno Stato regolatore, piccolo e forte, e poco presente nell’economia proprio per ridurre le distorsioni di mercato e dare libero corso alla ‘mano invisibile’. Si predica non solo l’apertura dei mercati dei beni, ma anche dei capitali e quindi la liberalizzazione delle partite correnti. Storicamente il processo di globalizzazione è considerato il prodotto di queste dottrine. La globalizzazione, ovvero l’apertura dei mercati e il conseguente aumento esponenziale dell’interconnessione tra le diverse economia del globo, è <strong>un fenomeno complesso</strong> spesso identificato come uno dei principali motori di progresso, specie per molti paesi in via di sviluppo<strong>,</strong> soprattutto quelli con maggiore peso demografico come i cosiddetti ‘BRICS’ (Brasile, Russia, India, Cina, Africa del Sud). L’apertura dei mercati ha gradualmente inserito questi paesi nelle catene di produzione e le catene di distribuzione a livello globale causando un forte aumento della produttività associata con la rapida urbanizzazione di centinaia di milioni di persone.<strong> La povertà nel mondo si è quindi ridotta negli ultimi 30 anni </strong>e il tenore di vita di centinaia di milioni di persone, specie cinesi e indiani, è drammaticamente migliorato. D’altra parte, la globalizzazione ha anche creato degli sconfitti.</p>
<p><strong> </strong><strong>La globalizzazione ha aumentato in parte le disuguaglianze sociali, anche nei paesi sviluppati.</strong> Schematizzando possiamo dire che nei paesi in via di sviluppo, ricchi di manodopera non qualificata e poveri di capitale, la globalizzazione ha creato una forte domanda per i lavoratori non qualificati andando cosi a diminuire il divario sociale tra lavoratori qualificati e lavoratori meno qualificati. Delocalizzando la propria produzione in quei paesi, anche grazie alla liberalizzazione delle partite correnti e attraverso un nuovo vigoroso flusso di investimenti, sia di portafoglio che diretti, i paesi in via di sviluppo hanno ricevuto nuovi capitali e intelligenza industriale, linfa vitale per aumentare la loro crescita potenziale. Nei paesi sviluppati invece è successo l’opposto: la globalizzazione ha creato più domanda per quei beni e servizi dell’ultima frontiera tecnologica portando quindi a una maggiore domanda per lavoratori qualificati a discapito dei lavoratori meno qualificati ora direttamente in competizione con i lavoratori dei paesi in via di sviluppo. Questo ha portato a un aumento del divario sociale, osservabile nell’aumento dell’indice <em>Gini</em> in vari paesi sviluppati, e quindi alla graduale <strong>‘erosione della classe media’</strong> determinando una <strong>‘polarizzazione sociale’</strong> spesso associata con la vittoria di partiti e movimenti populisti e protezionistici negli ultimi anni. A fronte di questa narrativa è importante ricordare che questa è una sfida che lo Stato può affrontare senza soluzioni categoriche come l’autarchia o il ‘<em>laissez faire’, </em>ma investendo sulla formazione e riqualificazione dei propri lavoratori. In altre parole, una scelta politica che richiede risorse e pianificazione, come testimonia l’esperienza di molte piccole economie aperte, dai paesi scandinavi ai paesi del <em>Commonwealth </em>in Asia.</p>
<p>La globalizzazione, o l’apertura dei mercati, non ha creato disuguaglianza solo tra le persone, ma anche fra le aziende e gli agenti economici. Mercati più grandi hanno portato a una concorrenza maggiore e non tutte le aziende sono pronte: a volte è impossibile competere con aziende multinazionali che possono usufruire di impressionanti economie di scala, sia per la produzione che per la distribuzione. Per il liberalismo classico questo non è un problema: ogni economia si deve concentrare su quello che sa fare meglio, e in questo modo ne beneficiano tutti, ma <strong>empiricamente molti dei paesi che nel dopoguerra aprirono i propri mercati dei beni e dei capitali non ne hanno beneficiato in termini economici</strong>. La commissione per l’America Latina delle Nazioni Unite negli anni ’70 denunciò il liberalismo predicato dall’Occidente e propose l’attuazione di politiche industriali volte all’autarchia per produrre direttamente i beni d’importazione e ridurre la propria dipendenza dai mercati esteri. Il risultato economico fu catastrofico.</p>
<p>Se quindi la chiusura dei mercati e la pianificazione non sono percorribili, ma l’immediata apertura dei mercati sembra minacciare lo sviluppo delle aziende domestiche, quale strada percorrere? È qui che nasce la narrativa dello Stato imprenditore, o, a seconda dei punti di vista, protettore: ‘<em>the infancy argument’</em> ovvero la capacità di uno Stato di aprire i propri mercati a seconda di quanto le aziende di ogni settore siano preparate alla concorrenza internazionale. Questo richiede <strong>un piano di politica industriale, un’idea di equilibrio macroeconomico e una visione di sviluppo per il proprio paese</strong>. Nel campo degli investimenti di portafoglio abbiamo due esempi eccellenti: proprio l’India e la Cina aprirono i propri mercati dei capitali solo molto gradualmente con un sistema complesso di quote e aste per i diritti di acquisto di titoli domestici per gli investitori stranieri, una lezione tratta a seguito della devastante crisi delle valute asiatiche del 1997.</p>
<p>Come bilanciare allora il bisogno di creare mercati ampi e privi di distorsioni e attuare una politica industriale efficace?  È opportuno attuare o accelerare un processo di industrializzazione? Queste domande rimangono tema di dibattito. Lo Stato ha tasche di solito molto più profonde di qualsiasi altro agente privato ed è quindi il miglior attore per intervenire quando i mercati non falliscono. Detto questo la storia ci insegna che l’intervento statale è spesso associato a distorsioni e inefficienze. Anche qui non esiste una risposta netta: guardiamo solo la differenza di risultati tra due paesi simili, la Francia e l’Italia, entrambe economie con una forte presenza dello Stato, eppure in Italia l’IRI era negli ultimi anni sempre in perdita mentre la stessa cosa non si può dire di molte aziende statali francesi.  Il tema si pone ugualmente per quei paesi non industrializzati ricchi in materie prime che, in un regime di mercato aperto, hanno subito il ‘male olandese’ (cosiddetto ‘<em>dutch disease’</em>), quando l’immediato flusso di capitale estero crea un apprezzamento della valuta locale soffocando tutti gli altri settori produttori di beni esportabili. L’unica soluzione rimane <strong>uno Stato accorto che riesca a mediare i diversi interessi</strong>, sappia decidere quali mercati aprire, quando e come in modo da ottimizzare il bene comune.</p>
<p>La globalizzazione e l’apertura dei mercati espongono l’economia di un paese a delle dinamiche globali che possono generare delle asimmetrie tra ceti sociali, tra imprese, tra stati. L’impatto di queste asimmetrie dipende in larga misura dalla struttura e dalla consistenza delle istituzioni esistenti in quel paese e della capacità politica di gestirle. Non esiste una risposta univoca alle sfide della globalizzazione: essa dipende dalle condizioni strutturali di ogni paese. <strong>Nel caso dell’Italia, un paese industrializzato e trasformatore, privo di materie prime, i vantaggi dell’apertura dei mercati sono indiscutibili ed è una condizione necessaria per sostenere la crescita economica</strong>. Alla sfida della disuguaglianza sociale si deve rispondere con investimenti in formazione, capitale umano, ricerca e sviluppo per modernizzare il sistema produttivo e raggiungere l’ultima frontiera tecnologica. Nel contesto della competizione internazionale <strong>l’Italia parte con alcuni punti di vantaggio</strong>:  l’Italia esporta di tutto. Secondo il Fondo Monetario Internazionale, siamo uno dei paesi con la più alta diversificazione delle proprie esportazioni &#8211; dai pizzi calabri ai radar, dai veicoli di lusso al tessile – che sono inoltre relativamente inelastiche alle fluttuazioni valutarie in confronto a molti altri paesi. Inoltre l’affermarsi di una nuova classe media nei paesi in via di sviluppo sostiene il turismo nel nostro paese. In un mondo che ha sempre più fame di bello l’Italia può vincere, se equipaggiata con le istituzioni e gli strumenti adeguati.</p>
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<p>*Deputato Partito Democratico</p>
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