<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?><rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	>

<channel>
	<title>Politologia Archivi &#8211; MondoDem</title>
	<atom:link href="https://www.mondodem.it/category/osservatori/politologia/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>https://www.mondodem.it/category/osservatori/politologia/</link>
	<description>Laboratorio di Politica Internazionale</description>
	<lastBuildDate>Mon, 27 Apr 2020 12:18:45 +0000</lastBuildDate>
	<language>it-IT</language>
	<sy:updatePeriod>
	hourly	</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>
	1	</sy:updateFrequency>
	<generator>https://wordpress.org/?v=6.8.3</generator>

<image>
	<url>https://www.mondodem.it/wp-content/uploads/2020/10/cropped-MondoDem_Logo_RGB_colored-min-1-1-32x32.png</url>
	<title>Politologia Archivi &#8211; MondoDem</title>
	<link>https://www.mondodem.it/category/osservatori/politologia/</link>
	<width>32</width>
	<height>32</height>
</image> 
	<item>
		<title>La rinascita delle città-stato</title>
		<link>https://www.mondodem.it/963/</link>
					<comments>https://www.mondodem.it/963/#respond</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 29 Jan 2018 19:12:02 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politologia]]></category>
		<category><![CDATA[Città stato]]></category>
		<category><![CDATA[lettura]]></category>
		<category><![CDATA[Parag Khanna]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.mondodem.it/?p=963</guid>

					<description><![CDATA[<p>Titolo: La Rinascita delle Città Stato Autore: Parag Khanna Casa editrice: Fazi editore Costo: 20 euro (12,99 in e-book) La&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/963/">La rinascita delle città-stato</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Titolo: <em>La Rinascita delle Città Stato</em></p>
<p>Autore: <em>Parag Khanna</em></p>
<p>Casa editrice: <em>Fazi editore</em></p>
<p>Costo: <em>20 euro (12,99 in e-book)</em></p>
<p>La democrazia non garantisce né la formazione di buone idee né tantomeno la loro realizzazione. Sono piuttosto i sistemi meritocratici a farlo.</p>
<p>Parag Khanna parte da questo assunto per dimostrare che lo Stato moderno ha bisogno di una tecnocrazia diretta, un sistema guidato dall’utilitarismo che sfrutti la democrazia buona, quella “dal basso”, legata alla municipalità. In tutto il mondo, dice, l’autorità è in via di trasferimento dagli stati alle città e sono questi gli unici luoghi dove si può lavorare per una urbanizzazione sostenibile e per navigare nella turbolenta economia globale.</p>
<p>Khanna è un’analista di origini indiane che ha studiato in America, Germania e Gran Bretagna,. E’ stato consulente per varie istituzioni internazionali e per il governo americano nell’era Obama. Oggi vive e studia a Singapore, da cui evidentemente ha tratto un’ottima impressione visto che ne fa uno dei suoi due modelli – insieme alla Svizzera – per disegnare il profilo dello Stato del XXI secolo. Due piccoli Stati che secondo lui devono il loro benessere all’essere gestiti da tecnocrati che basano il consenso sulla performance. Perché i cittadini “di oggi” non misurano la loro soddisfazione su quanto è democratico il loro Stato ma su quanto si sentono sicuri, possono permettersi una casa e un lavoro stabile.</p>
<p>Le democrazia attuali, ribadisce Khanna, riscuotono il minimo della fiducia e il massimo della corruzione. Sono diventate delle vere e proprie aste elettorali, compravendite di voti . Non selezionano candidati capaci e con agende pragmatiche come sono i tecnocrati elettivi, che oggi non rischiano, come nel passato, di diventare degli oligarchi, perché lavorano in società inclusive e sono guidati dall’analisi dei dati invece che dall’obbedienza al dogma.</p>
<p>Alla tecnocrazia singaporiana bisogna unire la democrazia diretta svizzera che crea fiducia reciproca perché i cittadini non possono incolpare il governo di decisioni prese da loro. Ci vuole il crowdsourcing, la raccolta dal basso di opinioni, per definire i target. A Singapore l’opposizione è ridotta all’osso ma, dice Khanna, tutte le voci vengono ascoltate.</p>
<p>I due Paesi registrano una forte presenza dello Stato in sanità e istruzione e un’ossessione per l’instabilità regionale e per la difesa da un’aggressione straniera. Il loro impegno nella sicurezza e nel controllo (trasparente) riduce la criminalità interna quasi a zero. Ma forse qui Khanna si dimentica i reati fiscali e finanziari, che forse non vengono compiuti dai cittadini svizzeri e di Singapore, ma che sono frequenti tra gli stranieri che approfittano di questi centri off-shore per evadere – o almeno per eludere – le tasse nel loro Paese.</p>
<p>La caratteristica di isola che costruisce il suo benessere anche sul vantaggio competitivo non può certo essere globalizzata – chi diventa il competitor? Marte? – ma Khanna punta sulla dimensione micro delle provincie autonome o delle metropoli che diventano sempre più autocentrate. La dimensione municipale, dice, al contrario di quella statale, funziona ancora.</p>
<p>Come a Singapore e in Svizzera, ci vogliono cittadini altamente specializzati, un’alta percentuale di popolazione nata all’estero, servizi militare e civile nazionali, legame forte tra scuola e industria , massici investimenti dello stato in ricerca e innovazione. Il bene pubblico deve essere gestito come un’azienda.</p>
<p>La tecnocrazia diretta, dunque, sarebbe la miglior forma di governo per questo secolo, perché si adatta all’odierna forma di Stato: l’info-stato &#8211; in cui il settore pubblico e quello privato uniscono gli sforzi per lo sviluppo di piani strategici in grado di garantire il primato.</p>
<p>E’ qui la forza dei piccoli Stati (o delle città-stato): per sopravvivere hanno bisogno di elaborare strategie e di prevedere sempre il peggior scenario, narrazioni alternative, per prepararsi al peggio e evitare il crollo.</p>
<p>C’è un cotè di sinistra anche in quest’analisi così spregiudicata: alla guida di queste città stato è meglio avere una presidenza collettiva come – anche se appare un po’ forzato paragonare la gestione condivisa dei cantoni svizzeri con la struttura collettiva della leadership in Cina o a Singapore. E l’utilitarismo avrebbe sventato i radicali tagli alla spesa adottati dall’Europa per rispondere alla crisi perché hanno contratto l’economia e aumentato l’insicurezza. Qualcuno che gestisce uno stato come un’azienda cerca di massimizzare il profitto che deriva dal capitale umano anche per rendere la società più giusta.</p>
<p>Ma destra e sinistra non hanno più un significato nella narrativa di Khanna. L’unica ideologia ammessa è il pragmatismo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/963/">La rinascita delle città-stato</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.mondodem.it/963/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>0</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>In vacanza con MondoDem: Consigli di lettura</title>
		<link>https://www.mondodem.it/696/</link>
					<comments>https://www.mondodem.it/696/#respond</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 31 Jul 2017 15:29:50 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politologia]]></category>
		<category><![CDATA[consigli]]></category>
		<category><![CDATA[estate]]></category>
		<category><![CDATA[lettura]]></category>
		<category><![CDATA[libri]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.mondodem.it/?p=696</guid>

					<description><![CDATA[<p>A cura della redazione Vacanza, lat. Vacàntia da vàcans, participio presente di vacàre, esser vacuo, sgombro, libero, senza&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/696/">In vacanza con MondoDem: Consigli di lettura</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>A cura della redazione</em></p>
<p>Vacanza, lat. Vacàntia da vàcans, participio presente di vacàre, esser vacuo, sgombro, libero, senza preoccupazioni. Ancora, secondo la bellissima definizione del dizionario etimologico, “il rimaner vuoto un ufficio; il tempo in cui nelle scuole cessano le lezioni, o le assemblee e le accademie <em>tacciono per ragion di riposo</em>”.</p>
<p>Che abbiate programmato viaggi avventurosi o silenziosi ritiri di riflessione per recuperare le energie perdute; che siate amanti della spiaggia e dell’odore di cocco sotto l’ombrellone o delle ambiziose salite montane ricompensate da panorami mozzafiato; che preferiate l’esplorazione di città sconosciute o sentiate l’esigenza di tornare a panorami famigliari, MondoDem ha pensato a voi, decidendo di accompagnarvi in questo periodo di <em>vacanza</em> con dei consigli di lettura.</p>
<p>Perché consigliare dei libri se la vacanza è il tempo del vuoto per eccellenza? Perché non si confonda il vuoto della vacanza con il lassismo e la pigrizia, bensì affinché si abbracci questo vuoto imparando a gustare il valore dei minuti, a non perdersi al rintocco del tempo, e, al rientro alla vita quotidiana, a portare con sé nuovi pensieri e nuove energie, necessari per affrontare una stagione che si preannuncia impegnativa.</p>
<p>Di seguito dunque un elenco – non esaustivo – di libri che possono servire da compagni di viaggio da consultare e in cui trovare risposte o domande, da cui farsi in definitiva interrogare per far sì che la nostra mente spazi in territori inesplorati – anche questo è viaggiare – e torni, a settembre, più ricca di come è partita.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong><a href="https://clueb.it/libreria/nuovi-mondi/sogno-antiamericano-viaggio-nella-storia-dellopposizione-araba-agli-stati-uniti/">Azzurra Meringolo Scarfoglio, Il Sogno antiamericano. Viaggio nella storia dell’opposizione araba agli Stati Uniti, Ed. Clueb</a>, 2017</strong></p>
<p>Un libro la cui genesi risale al 2008, in una fresca serata a Gerusalemme, quando l’autrice prende coscienza del proprio desiderio di approfondire la conoscenza di quel mondo arabo-musulmano di cui si era istintivamente innamorata. L’autrice, una delle voci più autorevoli sulle dinamiche politiche egiziane, ha viaggiato in lungo e in largo nella regione, e dal confronto con voci diverse &#8211; “chi brucia bandiere americane e chi sogna la green card” &#8211; nasce questo libro. Un volume che, come spiegato nella prefazione di Roberto Toscano, permette di comprendere le origini e l’evoluzione di un sentimento – l’antiamericanismo – troppo spesso derubricato a fenomeno abituale, e che nell’era di Trump, del Muslim Ban e della nuova ondata di xenofobia in arrivo dalla Casa Bianca rischia di sperimentare una nuova primavera.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong><a href="https://www.mulino.it/isbn/9788815270382">Marina Calculli, Francesco Strazzari, Terrore sovrano. Stato e Jihad nell’era postliberale, Il Mulino, 2017</a></strong></p>
<p>Al dibattito su che cosa sia il terrorismo, in assenza di una definizione condivisa a livello internazionale, si è aggiunto in tempi recenti il dibattito su come combatterlo, interrogativo destinato a soffrire anch’esso della mancanza di una definizione condivisa. O meglio, dell’esistenza di un ampio spazio grigio, tutto politico, che permette di discernere in maniera arbitraria che cosa è terrorismo e che cosa non lo è. In un’epoca in cui la psicosi su terroristi e lupi solitari spinge le popolazioni e numerosi movimenti politici a invocare risposte forti e securitarie, la lettura di questo libro è quanto mai urgente e consigliata per comprendere in che modo entità statuali, movimenti non statuali e terrore entrino in relazione tra loro finendo per mescolare livelli e determinare spesso da parte degli stati risposte contrarie ai principi di liberalismo di cui vorrebbero essere alfieri.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong><a href="http://www.thamesandhudsonusa.com/books/the-battle-for-home-the-vision-of-a-young-architect-in-syria-hardcover">Marwa al-Sabouni, The Battle for Home. The Memoir of a Syrian Architect, Thames &amp; Hudson, 2015</a></strong></p>
<p>Come doveva essere bella Homs, la cittadina siriana dalle strette stradine in cui si incrociavano case, moschee, chiese e mercati all’aperto, su cui si aprivano piazze in cui i cittadini potevano trovare ristoro all’ombra di alti alberi e fresche fontane, mentre nell’aria si spargeva profumo di gelsomino e brezza di Mediterraneo. È la Homs degli anni ’50, distrutta negli anni successivi dalla modernizzazione a marce forzate impressa dagli al-Assad; una modernizzazione che ha portato con sé una riprogettazione della città che ne ha fatto tabula rasa, che ne ha distrutto il cuore cosmopolita per edificare quartieri tra loro omogenei, ispirati allo stile occidentale, in un miscuglio di cemento impastato negli affari di loschi costruttori. È storia comune a molte città mediorientali, la cui architettura di eredità ottomana e bizantina è andata in molti casi distrutta dalla smania modernizzatrice e dal connubio velenoso tra potere politico e affari nel settore edile. Marwa al-Sabouni, architetto siriano 34enne, ripercorre in questo libro l’intreccio tra l’architettura di Homs e i molti problemi che affliggono la Siria fin da prima dello scoppio della rivoluzione nel 2011. Una riflessione ad ampio raggio, che si interroga sul contributo che l’architettura può offrire all’edificazione di una comunità, o al contrario al ruolo giocato nel dividere e segregare. Un libro reso ancora più prezioso dalla presenza di un capitolo finale in cui l’autrice prova a delineare alcune linee guida per la ricostruzione architettonica del paese in senso inclusivo dal punto di vista comunitario ma anche esteticamente appagante, per far sì che la bellezza contribuisca a risanare le ferite di una comunità.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong><a href="http://www.einaudi.it/libri/libro/hisham-matar/il-ritorno/978880621664">Hisham Matar, Il ritorno, Einaudi, 2017</a></strong></p>
<p>Come Telemaco che aspetta il ritorno di Ulisse, Hisham Matar attende per anni – ventidue – il padre Jaballa, fiero oppositore del regime di Gheddafi, rinchiuso nella famigerata prigione libica di Abu Salim e da lì fatto scomparire per sempre. Nell’incertezza circa il destino del padre – se sia ancora vivo, se sia morto, dove sia il suo corpo – l’autore ripercorre episodi della propria vita famigliare che si mischiano a episodi della storia libica, in un intreccio di memoria pubblica e memoria privata su cui domina un senso di profonda nostalgia per il passato e il futuro al contempo. Ma, come si legge nella quarta di copertina, “anche all&#8217;antro più buio, all&#8217;orrore più raccapricciante, segue, in queste pagine, la luce di un dipinto di Manet, la melodia di un <em>alam</em>: la consolazione dell&#8217;arte e della bellezza come autentica espressione dell&#8217;uomo. E anche quando della speranza di ritrovare un padre vivo «non rimangono che granelli sparsi», lo sguardo di Matar continua a puntare risolutamente in avanti: «Mio padre è morto ed è anche vivo. Non possiedo una grammatica per lui. È nel passato, nel presente e nel futuro. Ho il sospetto che anche coloro che hanno sepolto il proprio padre provino la stessa cosa. Io non sono diverso. Vivo, come tutti viviamo, nell&#8217;indomani»”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong><a href="http://www.librimondadori.it/libri/rifugi-e-ritorni-filippo-grandi">Filippo Grandi, Rifugi e ritorni, Mondadori, 2017</a></strong></p>
<p>«Fin da piccolo ero attratto da ciò che richiedeva un viaggio, nello spazio o nel tempo. Mi piacevano la storia e la geografia. Avevo un interesse speciale per i confini costantemente mutevoli. Nella mia famiglia paterna ci sono state molte donne pratiche e pie, dedite a quella forma di filantropia che si chiamava, senza remore, &#8220;beneficenza&#8221;. Mia madre, anch&#8217;essa di origine borghese, ma più aperta ai fermenti del mondo, aveva una formidabile energia organizzativa, che non si fermava di fronte a nessun ostacolo.» Così Filippo Grandi, oggi Alto Commissario delle Nazioni Unite per i rifugiati, apre il suo libro Rifugi e ritorni, una riflessione sulle sue lunghe e diverse esperienze al servizio dei popoli in fuga. A partire dalla sua esperienza come volontario tra i profughi cambogiani in Thailandia, Filippo Grandi ci porta attorno al mondo, ripercorrendo alcune tra le più gravi catastrofi umanitarie che hanno segnato gli ultimi 30 anni. Con uno spirito di fondo: quel non darsi mai per vinti pur di fronte a numeri e emergenze impressionanti. L’imperativo è sempre uno: “esserci”, facendosi portatore di quella “formidabile energia organizzativa” che ha contribuito a formarne la visione del mondo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong><a href="http://www.laterza.it/index.php?option=com_laterza&amp;Itemid=97&amp;task=schedalibro&amp;isbn=9788858113332">Mariana Mazzucato, Lo stato innovatore, Ed. Laterza, 2014</a></strong></p>
<p>Chi è l’imprenditore più audace, l’innovatore più prolifico? Chi finanzia la ricerca che produce le tecnologie più rivoluzionarie? Qual è il motore dinamico di settori come la green economy, le telecomunicazioni, le nanotecnologie, la farmaceutica? Lo Stato. È lo Stato, nelle economie più avanzate, a farsi carico del rischio d’investimento iniziale all’origine delle nuove tecnologie. È lo Stato, attraverso fondi decentralizzati, a finanziare ampiamente lo sviluppo di nuovi prodotti fino alla commercializzazione. E ancora: è lo Stato il creatore di tecnologie rivoluzionarie come quelle che rendono l’iPhone così ‘smart’: internet, touch screen e gps. Ed è lo Stato a giocare il ruolo più importante nel finanziare la rivoluzione verde delle energie alternative. Ma se lo Stato è il maggior innovatore, perché allora tutti i profitti provenienti da un rischio collettivo finiscono ai privati? In questo libro, Mariana Mazzucato – docente di economia all’Università del Sussex – cerca di smontare il mito per cui l’impresa privata è considerata da tutti una forza innovativa, mentre lo Stato è bollato come una forza inerziale, troppo grosso e pesante per fungere da motore dinamico.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong><a href="http://www.publicaffairsbooks.com/book/radicals-chasing-utopia/9781568589862">Jamie Bartlett, Radicals Chasing Utopia: Inside the Rogue Movements Trying to Change the World, Nation Books, 2017</a></strong></p>
<p>“è presunzione di ogni generazione pensare di aver raggiunto il modo migliore di vivere. Ma tutte le cose che oggi diamo per scontate, tutta la saggezza che riteniamo ovvia, in passato è stata derisa come pericolosa o espressione di un pensiero folle e radicale”. Così Jamie Bartlett ci guida attraverso sette “gruppi umani”: transumanisti, nazionalisti europei, “società psichedeliche”, partiti politici di estrema destra che predicano la chiusura dei confini, una comune in cui si pratica l’amore libero, attivisti per il cambiamento climatico, e una piccola entità statuale fondata su principi libertari. Bartlett passa in rassegna con spirito critico le idee innovative – e radicali – di cui si fanno portatori questi diversi gruppi umani, restituendoci il messaggio per cui non bisogna mai dare per scontato o derubricare come “folli” idee che in apparenza lo sono; o, al tempo stesso, è possibile farlo, ma non prima di averle conosciute ed esplorate a fondo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/696/">In vacanza con MondoDem: Consigli di lettura</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.mondodem.it/696/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>0</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>E’ giusto dire populismo?</title>
		<link>https://www.mondodem.it/77/</link>
					<comments>https://www.mondodem.it/77/#respond</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 06 Feb 2017 12:38:45 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politologia]]></category>
		<category><![CDATA[Comunicazione]]></category>
		<category><![CDATA[Globalizzazione]]></category>
		<category><![CDATA[Internet]]></category>
		<category><![CDATA[Populismo]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.mondodem.it/?p=77</guid>

					<description><![CDATA[<p>Di Mario Rodriguez* Che utilità abbiamo a usare il termine populismo? A cosa ci serve? Per comprendere, per&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/77/">E’ giusto dire populismo?</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Di <strong>Mario Rodriguez</strong>*</p>
<p>Che utilità abbiamo a usare il termine <strong>populismo</strong>? A cosa ci serve? Per comprendere, per adattarci al tempo che viviamo, per elaborare e mettere in pratica misure di contrasto, certo. Ma la domanda da porsi è se l’uso di un termine dalla carica simbolica così forte, ci aiuti a definire i fenomeni di cui stiamo facendo esperienza? Populismo è una parola nata quando non ne esistevano altre ancora più essenziali a identificare il nostro tempo: disintermediazione, <strong>globalizzazione</strong>, mediatizzazione, interdipendenze, per citarne alcune.</p>
<p>Uno dei saggi ateniesi Misone consigliava, secoli fa, di indagare le parole a partire dalle cose, non le cose a partire dalle parole. Ecco allora un paradosso: non possiamo che usare parole vecchie per descrivere fenomeni nuovi. Viviamo e, per affrontare i problemi, dobbiamo definirli. La definizione è infatti essenziale per arrivare alla sua soluzione, per mettere in atto comportamenti adeguati agli obiettivi che si perseguono. Per di più i fenomeni sociali non sono problemi matematici. La complessità sociale è più complessa di quella matematica. Le soluzioni possibili sono molte di più. Ciò nonostante abbiamo bisogno di definire i problemi e trovare parole o metafore che ci aiutino a prendere le misure, a mettere in campo comportamenti appropriati.</p>
<p>Successe così anche con il <strong>fascismo</strong> che peraltro fu un termine usato dai protagonisti stessi e non una definizione data dagli osservatori. Ci vollero anni per definire il fenomeno in modo che fosse possibile la convergenza dei comportamenti degli <strong>antifascisti</strong>. Nel ‘29 fu difficile per i comunisti italiani convincere i sovietici e gli altri aderenti alla III Internazionale che in Italia accomunare Matteotti e Mussolini usando il termine “socialfascismo” non era solo difficile ma controproducente. E solo dopo la metà degli anni ‘30 si adottò una definizione del fascismo che permise di lavorare per un fronte antifascista più ampio che comprendesse anche i socialisti e socialdemocratici. Si badi bene che la definizione del fascismo ebbe una utilità pratica indiscutibile ma oggi non è più usata (condivisa). Anche allora era insufficiente, approssimativa ma era migliore della precedente ed ebbe conseguenze pratiche apprezzabili.</p>
<p>Anche allora gli schemi interpretativi avevano forzato la comprensione della realtà. Si era partiti dalle parole, dai concetti, e non dalla realtà. Non dobbiamo fare lo stesso errore oggi con populismo. Dobbiamo partire dalla descrizione dei fenomeni cercando il più possibile di non farci condizionare (almeno essendone consapevoli) dagli schemi interpretativi che non possono che condizionare la nostra analisi.</p>
<p>“Al lupo, al lupo”.</p>
<p>Temo che l’uso del termine populismo sia una sorta di “al lupo al lupo!” Accade qualcosa che non ci aspettavamo e che ci preoccupa e lanciamo un allarme. Sembra un allarme che funziona perché molti hanno paura del lupo. I nostri bambini (la nostra comunità, il nostro popolo) sono stati educati con l’idea che il lupo è cattivo. Si pensa che se gridiamo “al lupo, al lupo”, i pigri, i distratti si mobiliteranno, ci capiranno, ci voteranno. Così continuiamo a considerare i coinvolti dal fenomeno con paternalismo e aristocraticismo e ci ostiniamo a non riconoscerli come portatori di visioni diverse non solo da rispettare ma da comprendere.</p>
<p>Ma il problema è che gli “altri” non vedono il lupo, anzi a qualcuno il lupo piace pure. Gli piace il selvaggio, il naturale, non importa che non abbiano pecore o galline da difendere, loro vivono in città. Il lupo è quello dei cartoon o del Wwf! Però è il loro modo di vivere le cose. Quando sentono “al lupo, al lupo” pensano che non sia un problema per loro e che lo si faccia solo in modo strumentale.</p>
<p>Allora bisogna ripartire dalle “cose stesse”, dai fenomeni che viviamo e che cataloghiamo tra le cause del populismo e quindi tra i problemi da risolvere. Cerchiamo di usare con parsimonia la parola populismo, vediamo se ce ne sono altre più connotative per spiegare cosa avviene. Anche perché populismo, come detto, è parola vecchia e usarla per descrivere fenomeni nuovi non aiuta a comprendere i fenomeni stessi.</p>
<p>Allora quali fenomeni stiamo vivendo?</p>
<p>In primo luogo credo sia necessario descrivere bene come si comportano coloro che definiamo “populisti”, che biografie hanno, come si comportato, che decisioni assumono, come vivono. Che tipi di lupi sono? Mangiano davvero le galline?</p>
<p>Dobbiamo mettere bene in evidenza perché per noi i populisti sono un pericolo per la <strong>democrazia</strong>. Non possiamo dare per scontato che l’uso del termine generi senso e consenso.</p>
<p>Io direi che il populismo attuale rappresenta prima di tutto la fase nuova di un contrasto antico che nasce con la cosiddetta democrazia dei moderni (non è un caso che la Casaleggio Srl scomodi Rousseau). Non un’eccezione ma il ritorno di un conflitto connaturato alla democrazia, il rapporto con il <em>demos</em> appunto. Dice Müller “Il populismo non è né la parte autentica della moderna politica democratica, né un tipo di patologia causata da cittadini irrazionali. È l’ombra permanente della <strong>politica</strong> rappresentativa.”</p>
<p>È il riapparire di persone che “parlano” in nome delle persone in carne e ossa e che criticano le élite. Ma non tutte le critiche alle élite sono populismo. E non tutti i populisti sono contro il principio della rappresentanza politica; molti insistono sul fatto che soltanto loro sono i rappresentanti legittimi, i veri interpreti della gente, delle persone comuni”. Qui sta il nocciolo duro della loro “illiberalità” la negazione del <strong>pluralismo</strong>.</p>
<p>Poi dobbiamo capire e mettere bene a fuoco perché questo fenomeno è riapparso negli anni recenti valorizzando soprattutto le differenze e le peculiarità del nostro tempo.</p>
<p>Tra questi io richiamerei brevemente: le conseguenze della quarta rivoluzione tecnologica; la diffusione di nuovi modi di vivere e lavorare; nuovi livelli di <em>education</em> e di informazione; la mondializzazione dell’economia e i processi di globalizzazione; il consolidamento delle interdipendenze; l’affermazione della multipolarità negli equilibri geo politici; la secolarizzazione; la crisi dei sistemi gerarchici che ancora reggevano alla fine della seconda guerra mondiale; la crisi dei sistemi di autorità connessi alla gerarchia; l’avvento della società individualizzata di massa. E quindi il crescente conflitto tra principio di competenza e principio di rappresentanza, appunto tra élite e popolo. Tutto questo porta all’accrescimento delle difficoltà di funzionamento delle società democratiche peraltro già avviatesi. E quindi alle decrescenti performance dei sistemi politici in un contesto non solo di crisi economica ma di ridefinizione degli equilibri su base mondiale.</p>
<p>Le persone vivono un disagio caratterizzato dalla fine della certezza del miglioramento delle loro condizioni di vita che aveva caratterizzato tutta la seconda metà del 900 e che era iniziata con lo slancio fondamentale della pace e della ricostruzione post bellica.</p>
<p>Il ritorno (non nascita perché non è un fenomeno nuovo) della sfiducia per le élite è strettamente legato al fatto semplice ma concreto che “le cose non vanno”. Il consenso ai partiti di massa della seconda metà del novecento può essere considerato certo adesione a forme culturali (religioni civili) ma era fortemente ancorato al fatto che le cose funzionavano, la vita quotidiana migliorava per tutti (chi più e chi meno, ovviamente).</p>
<p>Allora la contrapposizione al populismo parte dal rimettere in moto le istituzioni, il loro funzionamento, per poter arrivare alla soluzione (parziale e provvisoria, certo) dei problemi della vita quotidiana. Le persone credo chiedano di essere governate bene, di essere messe in condizione di vivere nel modo migliore auspicabile. In generale le persone (tranne un piccola ma significativa parte che va coinvolta) non credo chiedano di essere rappresentate o meglio credo che per loro essere rappresentate significhi vedere le proprie preoccupazioni prese in considerazione se non risolte del tutto. E si mobilitano soprattutto quando le cose non vanno! Per questo credo che il tema del funzionamento delle istituzioni democratiche e delle politiche pubbliche sia essenziale. Non credo che sia utile soffermarsi su un dibattito sulle credenze ma credo sia meglio concentrarsi sugli effetti pratici delle credenze sulla vita delle persone.</p>
<p>Una democrazia che funziona oggi significa però essere consapevoli che governare comporta anche governare le opinioni che i governati hanno dei governanti. Perché la nostra non è solo la società mediatizzata ma è la società dell’auto-<strong>comunicazione</strong> di massa.</p>
<p>Come costruiamo quindi democrazie “funzionanti”? Come ci occupiamo di <strong><em>governance</em></strong> e non solo di <em>government</em>? Abbiamo inventato due parole diverse perché abbiamo bisogno di mettere in luce due aspetti diversi del funzionamento delle istituzioni. Il governo formale e il governo concreto reale, quello che succede davvero.</p>
<p>Il contrasto al populismo si fa quindi in primo luogo comprendendone le cause o meglio comprendendo le ragioni di coloro che lo fanno vivere e secondariamente mettendo in atto politiche concrete che entrando nella vita quotidiana delle persone inducano un cambiamento nelle percezioni diffuse.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>*Mario Rodriguez è docente di Comunicazione Pubblica presso l’Università degli Studi di Milano e fondatore della MR &amp; Associati. Tra le altre opere, è autore, con Nicolò Addario, del libro “Comunicare la Politica, Consenso e Dissenso nell’Era di Internet”</em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/77/">E’ giusto dire populismo?</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.mondodem.it/77/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>0</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>“Il terrorismo spiegato ai ragazzi”</title>
		<link>https://www.mondodem.it/207/</link>
					<comments>https://www.mondodem.it/207/#respond</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[Cecilia Tosi]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 08 Oct 2016 16:01:15 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politologia]]></category>
		<category><![CDATA[Cecilia Tosi]]></category>
		<category><![CDATA[Terrorismo]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.mondodem.it/?p=207</guid>

					<description><![CDATA[<p>Isis, terrorismo, jihad. Sono parole che ricorrono continuamente nei nostri discorsi e che sembrano piovute su questi anni&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/207/">“Il terrorismo spiegato ai ragazzi”</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Isis, terrorismo, jihad</strong>. Sono parole che ricorrono continuamente nei nostri discorsi e che sembrano piovute su questi anni Duemila dal nulla, come un fenomeno di folli manovrati dal demonio. Invece anche il fenomeno del terrorismo islamico è frutto della storia e della politica di potenza. E analizzare il comportamento del Califfato senza tenere conto di cosa lo ha generato e di chi lo alimenta significa imboccare la strada della demagogia e spingere la politica nella direzione sbagliata.</p>
<p>Sono questi i ragionamenti che ho fatto quando ho iniziato a scrivere “Il terrorismo spiegato ai ragazzi”, (Imprimatur). <strong>Se noi adulti non ci ricordiamo l’origine delle divisioni attuali, come faranno a conoscerle i giovani?</strong> Se chi legge i giornali tutti i giorni fa fatica a collegare i ribassi del prezzo del petrolio con la guerra all’Isis, come farà a spiegare le cause del terrorismo ai propri figli?</p>
<p>Non si tratta di rassicurarli sulla vittoria dei buoni sui cattivi, non siamo in grado di stabilire quando finirà l’epoca del terrore né di distinguere nettamente il campo dei buoni da quello dei cattivi. Possiamo affermare però che <strong>non è la prima volta che ci troviamo di fronte a un fenomeno storico di inaudita violenza. </strong>Solo per citare gli eventi del secolo scorso, ci sono state due guerre mondiali, due genocidi in Europa (ebrei e bosniaci), almeno uno in Africa (tutsi) e in Medio Oriente (armeni) e almeno due in Asia (khmer rossi e timoresi). Seppur tragici, quei momenti sono passati e la strage è finita. Succederà anche con il terrorismo islamico, ma più ci impegneremo a capirlo e prima lo sconfiggeremo. È l’opinione pubblica globale che deve essere cosciente di cosa dà forza ai jihadisti per influenzare la politica ad agire nel modo più efficace. Per questo motivo <strong>è fondamentale che i giovani sappiano cosa sta succedendo, perché sono loro che devono cambiare rotta rispetto a quelle politiche di potenza che hanno distrutto il Medio Oriente. </strong>Trovare un cattivo, per i giovani, è quasi un’esigenza, serve ad allontanare il timore. Ma per fermare i crimini di guerra o i crimini contro l’umanità non basta arrestare un assassino, bisogna piuttosto trovare quei compromessi che permettono di fermare il fuoco in modo stabile.</p>
<p>“Il terrorismo spiegato ai ragazzi” parla di al Qaida e Isis a partire dai protagonisti di questi fenomeni, jihadisti arabi e <em>foreign fighters</em>, e delle diverse motivazioni che li spingono a lottare. Risale alle origini della retorica dello scontro di civiltà e ricorda che i combattenti stranieri non sono nati con lo Stato Islamico, ma con la guerra contro i sovietici in Afghanistan e con quella d’Algeria contro i francesi. Racconta chi era Bin Laden, e come abbia lanciato la lotta contro gli infedeli gridando alla vendetta per le ingiustizie subite dai palestinesi in Terra Santa. Spiega l’attacco di novembre 2015 a Parigi e quello della primavera 2016 a Nizza analizzando gli obiettivi dello Stato Islamico e descrive la battaglia in corso tra il Califfato e al Qaida.</p>
<p><strong>Si combatte per motivi che poco hanno a che fare con la religione, ma una certa interpretazione della religione viene sfruttata dai terroristi per alimentare l’odio verso chi la pensa diversamente da loro.</strong> I motivi che spingono i jihadisti a combattere, uccidere e uccidersi, sono un mix tra ragioni antiche e interessi di potere che mutano di giorno in giorno. Una miscela di guerre geopolitiche e battaglie per la sopravvivenza. Per capire meglio come ragionano i terroristi ho creato due personaggi di fantasia: due jihadisti che combattono in Siria e in Libia. Ahmed il saudita è un agente di propaganda di Isis e Omar l’algerino è leader di una cellula di al Qaida. Attraversando la loro vita si scoprono le attività che alimentano un’organizzazione combattente e il modo in cui un ideale religioso viene sfruttato per tenere in piedi un sistema di potere. <strong>La speranza è quella di fornire ai giovani gli strumenti per interpretare il mondo che li circonda.</strong> E, in prospettiva, di creare un’opinione pubblica consapevole che sappia indirizzare i suoi governanti verso scelte sensate, che rendano inutile il ricorso alla violenza.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/207/">“Il terrorismo spiegato ai ragazzi”</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.mondodem.it/207/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>0</slash:comments>
		
		
			</item>
	</channel>
</rss>
