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	<title>America Archivi &#8211; MondoDem</title>
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	<description>Laboratorio di Politica Internazionale</description>
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	<title>America Archivi &#8211; MondoDem</title>
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		<title>We don&#8217;t just fix for today, we build for tomorrow: lavoro e inclusione nell’America di domani</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Benedetta Albano]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 27 Jul 2021 15:13:15 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[USA e Americhe]]></category>
		<category><![CDATA[America]]></category>
		<category><![CDATA[Joe Biden]]></category>
		<category><![CDATA[Stati Uniti]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Uno degli indubbi meriti della campagna elettorale di Joe Biden è stato quello di saper leggere le narrazioni&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/2494/">We don&#8217;t just fix for today, we build for tomorrow: lavoro e inclusione nell’America di domani</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
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<p class="has-drop-cap">Uno degli indubbi meriti della campagna elettorale di <strong>Joe Biden</strong> è stato quello di saper leggere le narrazioni storiche contemporanee e riappropriarsene. In un’epoca in cui ogni giorno viene ricordato il costante impoverimento della classe media e lo scollamento fra partiti di centrosinistra e la base elettorale, Joe Biden è riuscito a riprendere in mano queste due narrazioni, a partire dallo slogan scelto come contraltare del Make America Great Again di Donald Trump: Build Back Better. Uno slogan che spiega chiaramente la sua storia personale e il suo confronto con l’ala del partito che fa riferimento a Bernie Sanders sui temi cari al mondo progressista di entrambe le sponde dell’Atlantico: il lavoro, la sanità pubblica, la lotta alle disuguaglianze. Questi fattori hanno portato a un <a href="http://Uno degli indubbi meriti della campagna elettorale di Joe Biden è stato quello di saper leggere le narrazioni storiche contemporanee e riappropriarsene. In un’epoca in cui ogni giorno viene ricordato il costante impoverimento della classe media e lo scollamento fra partiti di centrosinistra e la base elettorale, Joe Biden è riuscito a riprendere in mano queste due narrazioni, a partire dallo slogan scelto come contraltare del Make America Great Again di Donald Trump: Build Back Better. Uno slogan che spiega chiaramente la sua storia personale e il suo confronto con l’ala del partito che fa riferimento a Bernie Sanders sui temi cari al mondo progressista di entrambe le sponde dell’Atlantico: il lavoro, la sanità pubblica, la lotta alle disuguaglianze. Questi fattori hanno portato a un programma elettorale chiaro e strutturato, in cui veniva espressamente proposto non un ritorno al passato e ai boom economici del Novecento, ma una visione di economia (e di America) più giusta, con meno disuguaglianze e eque opportunità per tutti, specialmente per le famiglie1. Una proposta sicuramente ambiziosa, che ha portato molti giornalisti e analisti politici a essere dubbiosi sull’effettiva riuscita del piano e a predire che i Democratici avrebbero dovuto mettere in moto una serie di cambiamenti radicali entro le Midterms del 2022 per confermare l’attuale maggioranza in entrambe le Camere.  In questa analisi ci concentreremo sulle ricette di Joe Biden e del Partito Democratico per quanto riguarda il mondo del lavoro, fortemente colpito dalle conseguenze della pandemia e dalle veloci evoluzioni tecnologiche e sociali degli ultimi anni. Andremo ad approfondire nel dettaglio gli aspetti più specifici approvati a livello legislativo in questi ultimi mesi, ma riteniamo importante sottolineare sin da ora le direttrici di questa analisi. In primis, le già citate conseguenze socioeconomiche causate dalla pandemia, che hanno accentuato le disuguaglianze già presenti e mostrato fragilità dei sistemi economici e statali: secondo uno studio di Human Rights Watch sono state le famiglie a basso reddito quelle colpite in maniera più significativa, con tassi di disoccupazione che hanno toccato il 62% nei momenti più critici della pandemia. Un altro tema di fondamentale rilevanza è la traiettoria del mondo del lavoro e il contestuale sviluppo dei diritti dei lavoratori in un’epoca in cui la trasformazione tecnologica è profondamente in atto. In ultimo, il rapporto a doppio filo che lega il Partito Democratico e il suo elettorato, su cui si è discusso molto negli ultimi anni, a partire dalle narrazioni sulla working class che gli preferisce Donald Trump. Per quanto suggestive, riteniamo che spesso non colgano il punto, e intendiamo chiederci: quale è il rapporto fra un partito di centrosinistra e il suo elettorato in un mondo multicentrico, in cui i centri di potere e di influenza sono spesso fluidi e complessi, e cosa può riavvicinarli?  Il cuore delle proposte di Biden in tema di lavoro si incentra su due linee guida principali che si integrano a vicenda: il sostegno ai singoli lavoratori e il sostegno ai sindacati. Il Presidente ha più volte citato il New Deal di Roosevelt e la Great Society di Johnson come ispiratori di quella che a oggi è la sua proposta più ambiziosa: l’American Jobs Plan, un piano per creare posti di lavoro attraverso gli investimenti nelle infrastrutture, sia fisiche che umane, e con un forte focus sull’ambiente. Il tema degli investimenti pubblici – in particolare quelli rivolti alle aree più rurali del paese e con un focus sull’occupazione giovanile – unisce sia gli Stati Uniti che l’Italia, specialmente per quanto riguarda il cambio di paradigma a livello economico, caratterizzato, negli ultimi anni, da politiche volte a ridurre il debito pubblico. L’investimento previsto di 2.3 trilioni di dollari per una durata di otto anni è invece espressione di politiche economiche di chiara ispirazione keynesiana e di creazione di debito “buono” per le riforme strutturali necessarie al rinnovamento del paese. Prima di esaminarla, vogliamo brevemente citare l’altra proposta già diventata legge: l’American Rescue Plan Act, incentrato sul contrasto alle conseguenze economiche della pandemia, anch’esso contenente molte delle idee già presentate durante la campagna elettorale. Infatti, nonostante i Democratici abbiano dovuto rinunciare a una delle loro proposte più ambiziose – l’innalzamento del salario minimo a 15 dollari orari – molte sono state le vittorie: l’estensione temporale dei sussidi di disoccupazione, l’aumento del 15% dei buoni alimentari, crediti fiscali per le famiglie e l’istituzione di vari fondi per l’educazione, le politiche di housing e le piccole imprese. Sul solco di queste prime riforme si inserisce l’American Jobs Plan, che porta in sé molti dei punti elettorali dei Democratici di varie aree del partito. Presentato il 31 marzo da Biden con espliciti riferimenti a due dei più grandi piani di investimento contemporanei – la corsa allo spazio e la creazione delle Interstate Highways – il piano vuole essere ambizioso non solo nei contenuti ma anche nelle modalità di finanziamento: attraverso un aumento della tassa sulle imprese. Ed è qui che si vede chiaramente la visione che Biden ha per il futuro dell’America: non solo un Paese che deve rilanciare la propria economia ma anche un Paese che trova un nuovo modo di affrontare le disuguaglianze. Nel progetto infatti molte sono le voci dedicate al rinnovamento del paese “fisico” – in particolare nelle sue zone più rurali, con investimenti per la tecnologia di banda larga e i trasporti, sempre con un occhio alla sostenibilità climatica di tali progetti – quante quelle dedicate al rinnovamento di risorse per i cittadini stessi, come il sostegno agli anziani e alle persone con disabilità, gli investimenti per lo sviluppo del know-how dei lavoratori e per le piccole imprese, il tutto con una particolare attenzione alle comunità più fragili socialmente ed economicamente. Nelle parole del Presidente stesso, “we don’t just fix for today, we build for tomorrow”: l’America del futuro per Biden è democratica, aperta a tutti e più equa, oltre a essere di nuovo competitiva nel contesto globale.  Parallelamente a questa proposta, Joe Biden ha più volte espresso il suo supporto nei confronti dei sindacati, non solo in fase elettorale ma anche una volta eletto alla Casa Bianca, in particolare durante la fase di costituzione del sindacato dei lavoratori di Amazon in Alabama. I lavoratori in seguito non si sono espressi a favore della creazione del sindacato, ma Joe Biden ha più volte ricordato l’importanza di strumenti quali la contrattazione collettiva e l’adesione ai sindacati, criticando i suoi colleghi Repubblicani a livello statale e accusandoli di aver promosso leggi limitanti delle libertà e dei diritti dei lavoratori. Per questo ha incoraggiato la Camera a passare il PRO Act, che rafforzerebbe le leggi federali che proteggono i lavoratori in caso decidano di formare o aderire a un sindacato, e che si trova al momento sotto esame al Senato. In un Paese che è stato il pioniere della gig economy e che ospita le sedi dei colossi tecnologici della Silicon Valley le posizioni di Biden sono molto diverse da quelle delle sue controparti Repubblicane ma anche di molti Democratici, e non sono state oggetto del dibattito pubblico degli ultimi anni. Il suo sostegno al rafforzamento dei corpi intermedi e all’autonomia dei lavoratori rispecchia quanto già presente nel suo piano infrastrutturale: la volontà di creare reti di protezione per i cittadini americani dove prima erano assenti e una visione di futuro più inclusiva. Non sappiamo se il PRO Act passerà al Senato e se l’American Jobs Plan verrà approvato, ma di certo il Presidente Biden non abbandonerà i temi chiave di queste proposte e della sua Presidenza.  Leggendo queste misure nella loro interezza, possiamo notare chiaramente dei fattori ispiratori che puntano a rafforzare la middle class americana e si rifanno ai grandi pacchetti di investimenti pubblici che hanno caratterizzato l’America e l’Europa nel Novecento, non diversamente dalle idee alla base del Next Generation EU lanciato dall’Unione Europea. In questo contesto, molte scelte di policy possono essere trasversali: ad esempio quelle che prevedono la creazione di nuovi posti di lavoro tramite le infrastrutture digitali e l’investimento sulla forza lavoro attraverso lo sviluppo di nuove competenze. Quello che forse l’America e il Partito Democratico di Biden ci mostrano meglio, però, è la chiarezza della comunicazione di queste ambizioni ai propri elettori e a tutti i cittadini, specialmente quelli dell’America più profonda, a cui Trump, diversamente dal Partito Democratico degli ultimi anni, si era rivolto più volte – e che Biden ha chiara intenzione di ascoltare. Il dialogo con essi è fondamentale per ogni forza politica, non solo per rinsaldare il legame fra partito e elettorato, ma anche per far sentire la vicinanza della politica, in particolare in questo momento storico di crisi e incertezza. Nonostante la comunanza di linee guida e di policies, spesso i progressisti in Europa non sono riusciti a far sentire lo stesso tipo di coinvolgimento, e l’impostazione americana potrebbe essere una buona ispirazione: parlare con chiarezza delle proprie ambizioni per il futuro, tornando a parlare dei propri ideali e della visione di società che si vuole andare a costruire. In questi  mesi è stato spesso ripetuto che nulla sarà mai come prima, guardando in maniera pessimistica al futuro; i progressisti dovrebbero tornare a chiedere: e se fosse meglio di prima?" target="_blank" rel="noreferrer noopener">programma elettorale chiaro e strutturato</a>, in cui veniva espressamente proposto non un ritorno al passato e ai boom economici del Novecento, ma una visione di economia (e di America) più giusta, con <strong>meno disuguaglianze e eque opportunità</strong> per tutti, specialmente per le famiglie. Una proposta sicuramente ambiziosa, che ha portato molti giornalisti e analisti politici a essere dubbiosi sull’effettiva riuscita del piano e a predire che i Democratici avrebbero dovuto mettere in moto una serie di cambiamenti radicali entro le <strong>Midterms del 2022 </strong>per confermare l’attuale maggioranza in entrambe le Camere.</p>



<p>In questa analisi ci concentreremo sulle ricette di Joe Biden e del Partito Democratico per quanto riguarda il mondo del lavoro, fortemente colpito dalle conseguenze della pandemia e dalle veloci evoluzioni tecnologiche e sociali degli ultimi anni. Andremo ad approfondire nel dettaglio gli aspetti più specifici approvati a livello legislativo in questi ultimi mesi, ma riteniamo importante sottolineare sin da ora le direttrici di questa analisi. In primis, le già citate conseguenze socioeconomiche causate dalla pandemia, che hanno accentuato le disuguaglianze già presenti e mostrato fragilità dei sistemi economici e statali: secondo uno studio di <strong>Human Rights Watch</strong> sono state le famiglie a basso reddito quelle colpite in maniera più significativa, con tassi di disoccupazione che hanno toccato il 62% nei momenti più critici della pandemia. Un altro tema di fondamentale rilevanza è la traiettoria del mondo del lavoro e il contestuale sviluppo dei diritti dei lavoratori in un’epoca in cui la trasformazione tecnologica è profondamente in atto. In ultimo, il rapporto a doppio filo che lega il Partito Democratico e il suo elettorato, su cui si è discusso molto negli ultimi anni, a partire dalle narrazioni sulla <strong>working class che gli preferisce Donald Trump</strong>. Per quanto suggestive, riteniamo che spesso non colgano il punto, e intendiamo chiederci: quale è il rapporto fra un partito di centrosinistra e il suo elettorato in un mondo multicentrico, in cui i centri di potere e di influenza sono spesso fluidi e complessi, e cosa può riavvicinarli?</p>



<p>Il cuore delle proposte di Biden in tema di lavoro si incentra su due linee guida principali che si integrano a vicenda: il sostegno ai singoli lavoratori e il sostegno ai sindacati. Il Presidente ha più volte citato il New Deal di Roosevelt e la Great Society di Johnson come ispiratori di quella che a oggi è la sua proposta più ambiziosa: l’American Jobs Plan, un piano per creare posti di lavoro attraverso gli investimenti nelle infrastrutture, sia fisiche che umane, e con un forte focus sull’ambiente. Il tema degli investimenti pubblici – in particolare quelli rivolti alle aree più rurali del paese e con un focus sull’occupazione giovanile – unisce sia gli Stati Uniti che l’Italia, specialmente per quanto riguarda il cambio di paradigma a livello economico, caratterizzato, negli ultimi anni, da politiche volte a ridurre il debito pubblico. L’investimento previsto di <strong>2.3 trilioni di dollari </strong>per una durata di otto anni è invece espressione di politiche economiche di chiara ispirazione keynesiana e di creazione di debito “buono” per le riforme strutturali necessarie al rinnovamento del paese. Prima di esaminarla, vogliamo brevemente citare l’altra proposta già diventata legge: l’American Rescue Plan Act, incentrato sul contrasto alle conseguenze economiche della pandemia, anch’esso contenente molte delle idee già presentate durante la campagna elettorale. Infatti, nonostante i Democratici abbiano dovuto rinunciare a una delle loro proposte più ambiziose – l’innalzamento del salario minimo a 15 dollari orari – molte sono state le vittorie: l’estensione temporale dei sussidi di disoccupazione, l’aumento del 15% dei buoni alimentari, crediti fiscali per le famiglie e l’istituzione di vari fondi per l’educazione, le politiche di housing e le piccole imprese. Sul solco di queste prime riforme si inserisce l’American Jobs Plan, che porta in sé molti dei punti elettorali dei Democratici di varie aree del partito. Presentato il 31 marzo da Biden con espliciti riferimenti a due dei più grandi piani di investimento contemporanei – la corsa allo spazio e la creazione delle<strong> Interstate Highways</strong> – il piano vuole essere ambizioso non solo nei contenuti ma anche nelle modalità di finanziamento: attraverso un aumento della tassa sulle imprese. Ed è qui che si vede chiaramente la visione che Biden ha per il futuro dell’America: non solo un Paese che deve rilanciare la propria economia ma anche un Paese che trova un nuovo modo di affrontare le disuguaglianze. Nel progetto infatti molte sono le voci dedicate al rinnovamento del paese “fisico” – in particolare nelle sue zone più rurali, con investimenti per la tecnologia di banda larga e i trasporti, sempre con un occhio alla sostenibilità climatica di tali progetti – quante quelle dedicate al rinnovamento di risorse per i cittadini stessi, come il sostegno agli anziani e alle persone con disabilità, gli investimenti per lo sviluppo del know-how dei lavoratori e per le piccole imprese, il tutto con una particolare attenzione alle comunità più fragili socialmente ed economicamente. Nelle parole del Presidente stesso, <strong><em>“we don’t just fix for today, we build for tomorrow”</em></strong>: l’America del futuro per Biden è democratica, aperta a tutti e più equa, oltre a essere di nuovo competitiva nel contesto globale.</p>



<p>Parallelamente a questa proposta, Joe Biden ha più volte espresso il suo supporto nei confronti dei sindacati, non solo in fase elettorale ma anche una volta eletto alla Casa Bianca, in particolare durante la fase di costituzione del sindacato dei lavoratori di Amazon in Alabama. I lavoratori in seguito non si sono espressi a favore della creazione del sindacato, ma Joe Biden ha più volte ricordato l’importanza di strumenti quali la contrattazione collettiva e l’adesione ai sindacati, criticando i suoi colleghi Repubblicani a livello statale e accusandoli di aver promosso leggi limitanti delle libertà e dei diritti dei lavoratori. Per questo ha incoraggiato la Camera a passare il <strong>PRO Act</strong>, che rafforzerebbe le leggi federali che proteggono i lavoratori in caso decidano di formare o aderire a un sindacato, e che si trova al momento sotto esame al Senato. In un Paese che è stato il pioniere della gig economy e che ospita le sedi dei colossi tecnologici della <strong>Silicon Valley</strong> le posizioni di Biden sono molto diverse da quelle delle sue controparti Repubblicane ma anche di molti Democratici, e non sono state oggetto del dibattito pubblico degli ultimi anni. Il suo sostegno al rafforzamento dei corpi intermedi e all’autonomia dei lavoratori rispecchia quanto già presente nel suo piano infrastrutturale: la volontà di creare reti di protezione per i cittadini americani dove prima erano assenti e una visione di futuro più inclusiva. Non sappiamo se il PRO Act passerà al Senato e se l’American Jobs Plan verrà approvato, ma di certo il Presidente Biden non abbandonerà i temi chiave di queste proposte e della sua Presidenza.</p>



<p>Leggendo queste misure nella loro interezza, possiamo notare chiaramente dei fattori ispiratori che puntano a rafforzare la middle class americana e si rifanno ai grandi pacchetti di investimenti pubblici che hanno caratterizzato l’America e l’Europa nel Novecento, non diversamente dalle idee alla base del <strong>Next Generation EU </strong>lanciato dall’Unione Europea. In questo contesto, molte scelte di policy possono essere trasversali: ad esempio quelle che prevedono la creazione di nuovi posti di lavoro tramite le infrastrutture digitali e l’investimento sulla forza lavoro attraverso lo sviluppo di nuove competenze. Quello che forse l’America e il Partito Democratico di Biden ci mostrano meglio, però, è la chiarezza della comunicazione di queste ambizioni ai propri elettori e a tutti i cittadini, specialmente quelli dell’America più profonda, a cui Trump, diversamente dal Partito Democratico degli ultimi anni, si era rivolto più volte – e che Biden ha chiara intenzione di ascoltare. Il dialogo con essi è fondamentale per ogni forza politica, non solo per rinsaldare il legame fra partito e elettorato, ma anche per far sentire la vicinanza della politica, in particolare in questo momento storico di crisi e incertezza. Nonostante la comunanza di linee guida e di policies, spesso i progressisti in Europa non sono riusciti a far sentire lo stesso tipo di coinvolgimento, e l’impostazione americana potrebbe essere una buona ispirazione: parlare con chiarezza delle proprie ambizioni per il futuro, tornando a parlare dei propri ideali e della visione di società che si vuole andare a costruire. In questi mesi è stato spesso ripetuto che nulla sarà mai come prima, guardando in maniera pessimistica al futuro; i progressisti dovrebbero tornare a chiedere: e se fosse meglio di prima?</p>
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		<title>America Assertiva: Biden, Putin e i dossier sul tavolo</title>
		<link>https://www.mondodem.it/2398/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Sofia Eliodori]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 21 Mar 2021 16:29:15 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Macroaree]]></category>
		<category><![CDATA[USA e Americhe]]></category>
		<category><![CDATA[America]]></category>
		<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[Joe Biden]]></category>
		<category><![CDATA[Putin]]></category>
		<category><![CDATA[Russia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Ha suscitato clamore in tutto il mondo la definizione di “assassino” data da Joe Biden a Vladimir Putin.&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-drop-cap">Ha suscitato clamore in tutto il mondo la definizione di <strong><em>“assassino”</em></strong> data da Joe Biden a Vladimir Putin. Al di là di questo caso specifico, gli elementi di tensione tra Stati Uniti e Russia sono numerosi e, dopo la pausa dell’amministrazione Trump, questi fattori sono tornati ad emergere anche nel dibattito pubblico e nella public diplomacy. Il Presidente Biden, il nuovo Segretario di Stato Blinken e gli altri advisor hanno il <strong>compito urgente di ricalibrare la politica estera USA</strong> sulla Russia ma anche su alcuni dossier estremamente delicati, tra cui spicca quello cinese. La linea generale sembra essere quella esplicitata dal presidente proprio in quella stessa intervista e resa al pubblico con un’efficace frase idiomatica statunitense, ossia che l’America è <em><strong>‘capace di camminare masticando una gomma’</strong></em>. Significa che gli Stati Uniti cercheranno di fare due cose contemporaneamente: da un lato utilizzeranno la diplomazia, un cavallo di battaglia che Biden ha sottolineato più volte con lo slogan<em><strong> “diplomacy is back” </strong></em>per segnare la discontinuità con Donald Trump; dall’altro lato utilizzeranno il proprio hard power, non solo militare ma anche economico, per tornare a essere incisivi nello scacchiere internazionale. Ma le motivazioni per una rinnovata asprezza dei toni con la Russia sono diversificate, complesse, e includono non solo il<strong> caso Navalny e la disputa sull’Ucraina</strong>. Tale approccio non significa, dunque, che la cooperazione con la Russia si sia arrestata, infatti, è di poche settimane fa il rinnovo quinquennale del trattato <strong>New Strategic Arms Reduction Treaty</strong> (START), un accordo bilaterale sul controllo degli armamenti nucleari, eredità di quegli stessi trattati che impedirono alla Guerra Fredda di detonare.</p>



<h3 id="nuove-interferenze-nelle-elezioni-usa" class="wp-block-heading">Nuove interferenze nelle Elezioni USA</h3>



<p>Il 15 marzo è stata pubblicata la versione <strong>declassificata del rapporto del National Intelligence Council</strong> (tavolo che riunisce organi della sicurezza e dell’intelligence USA e diversi ministeri) sulle minacce esterne alle elezioni del novembre 2020 (Foreign Threats to the 2020 Federal Elections). Dal rapporto emerge come la Russia, con responsabilità e decisione diretta del Presidente Putin, abbia investito risorse consistenti in propaganda digitale con molteplici obiettivi, tra cui in primis indebolire la credibilità pubblica di Joe Biden, favorire la rielezione di Donald Trump, minare la fiducia dei cittadini statunitensi nei processi democratici, esacerbare la polarizzazione politica. Tali contenuti vanno a corroborare le indagini precedenti sulle influenze russe rispetto alle elezioni del 2016. Infatti, il rapporto asserisce che queste attività d’interferenza siano continuativamente in atto già dal 2014 quando Biden era Vicepresidente. In senso più ampio, le istituzioni statunitensi prendono atto che la <strong>cyber warfare</strong> della propaganda è ormai uno strumento di politica estera utilizzato dai regimi autoritari sia per sostenere i propri interessi contro paesi democratici, sia per alimentare la narrazione che le democrazie siano sistemi obsoleti, caotici e inefficaci. È proprio su questo dossier che Biden si è pronunciato in maniera più netta nell’intervista, poiché su interferenze di questo tipo non c’è margine di diplomazia che tenga, tanto da dire che in qualche modo la Russia ‘pagherà’ per queste gravi intromissioni.</p>



<h3 id="il-gasdotto-nord-stream-2" class="wp-block-heading">Il gasdotto Nord Stream 2</h3>



<p>L’altro terreno dei <strong>rapporti con la Russia</strong> su cui gli Stati Uniti puntano ad un approccio muscolare è quello relativo al completamento del gasdotto Nord Stream 2, che fornirà ulteriore <strong>approvvigionamento energetico a Germania e Europa</strong>, giunto quasi al completamento e contro cui gli USA si oppongono a partire dall’era Obama. Finora, gli strumenti diplomatici messi in atto per</p>



<p>spingere la Germania a rinunciare sono falliti, lasciando spazio alle sanzioni economiche nei confronti delle imprese russe coinvolte nella costruzione. Si tratta per Biden di una prova molto importante anche di fronte agli avversari del Partito Repubblicano, tra cui<strong> Ted Cruz,</strong> che stanno attuando pressioni sul Congresso e sul Segretario di Stato affinché l’azione USA si dimostri efficace. Le sanzioni, infatti, erano iniziate durante l’amministrazione Trump e sono frutto di una collaborazione bipartisan sul tema, tanto da far pensare che il tema della dipendenza energetica dell’Europa dalla Russia sia centrale non solo per l’assetto geopolitico del vecchio continente ma anche per il futuro assetto delle relazioni multilaterali. Gli Stati Uniti, infatti, sarebbero pronti a utilizzare un loro avvallo del gasdotto come contropartita per un maggiore supporto europeo alla politica di contenimento nei confronti della Cina.</p>



<p>Si tratta, dunque, di un banco di prova fondamentale per la nuova amministrazione Biden che, per dimostrare a avversari e alleati che <em><strong>‘l’America è tornata’</strong></em>, deve dosare il giusto mix di soft e hard power che per Nye costituiscono l’essenza di una superpotenza intelligente.</p>
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		<title>Dove va l’America? L’eredità di Donald Trump</title>
		<link>https://www.mondodem.it/2236/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Sofia Eliodori]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 28 Oct 2020 16:03:19 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[USA e Americhe]]></category>
		<category><![CDATA[America]]></category>
		<category><![CDATA[Biden]]></category>
		<category><![CDATA[Trump]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>A una settimana dalle elezioni statunitensi, le previsioni, le speranze e le analisi si sovrappongono, si intensificano, in&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/2236/">Dove va l’America? L’eredità di Donald Trump</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>A una settimana dalle elezioni statunitensi, le previsioni, le speranze e le analisi si sovrappongono, si intensificano, in un <em>newsfeed</em> sempre più denso. Sembra certo che i <em>dem</em> vinceranno il voto popolare, ma il punto sono sempre gli <em>swing states</em>, ovvero quegli Stati che potrebbero risultare rossi o blu: dunque, non possiamo affermare ‘oltre ogni ragionevole dubbio’ che vincerà l’uno piuttosto che l’altro. Possiamo però ragionevolmente interrogarci su cosa potrebbe restare di questa presidenza Trump e cosa potrebbe cambiare. Possiamo analizzare la ‘possibile’ o ‘probabile’ <em>eredità trumpiana</em> da due diversi punti di vista, uno interno agli USA ed uno esterno.</p>



<p>Entrambi sono accumunati da un elemento invariato rispetto alla prospettiva da cui si osservano questi quattro anni di presidenza, ovvero il metodo. La presidenza Trump si inserisce in quello che potremmo definire il <em>momentum</em> ‘populista’ e ‘sovranista’ che, insieme alla sua elezione nel 2016, vide affermarsi alcuni leader e tematiche fino ad allora considerate minoritarie. Pensiamo, ovviamente, alla Brexit, al <em>lepenismo</em> in Francia e a molti altri fenomeni, anche casalinghi. In generale, ad una critica ‘da destra’ del globalismo. Che lo si consideri uno stile comunicativo (Jagers e Walgrave) o una <em>thin-centered ideology</em> (Mudde), il populismo di destra sovranista ha profondamente influenzato le politiche <em>trumpiane</em> acuendo la polarizzazione politica nazionale ed internazionale. Una sua mancata riconferma potrebbe, forse, esaurirne la spinta, come è stato per altri movimenti di fronte ad una <em>débacle</em> elettorale. Internamente, l’approccio trumpiano ha eroso la base elettorale del Partito Repubblicano, rafforzando le posizioni radicali. Perciò, un’eventuale sconfitta dell’<em>incumbent</em> li costringerebbe ad una forte rielaborazione teorica e pratica della propria strategia. A questo proposito, alcuni fanno un parallelo con i lunghi anni del trionfo repubblicano da Nixon a Bush Senior – brevemente intervallati dal non rieletto Presidente Carter – che spinsero alla nascita dei <em>new-dem</em> incarnati da Clinton.</p>



<p><em>L’eredità nazionale</em></p>



<p>Dal punto di vista della politica interna, certamente resteranno i tre giudici nominati alla Corte Suprema degli Stati Uniti, inclusa Amy Coney Barrett. In un sistema di <em>common law</em> come quello statunitense, il ruolo della Corte è fondamentale per l’estensione o il restringimento delle previsioni costituzionali in tema di diritti fondamentali quali l’aborto, il matrimonio egualitario, ma anche il diritto di voto. L’obiettivo dichiarato di Trump è smantellare alcuni di questi diritti (aborto e diritti Lgbtqa+) e la riforma sanitaria di Obama. Considerata la durata a vita di queste nomine, potrebbe riuscirci anche se non venisse rieletto. Un altro tema fondamentale è quello economico. L’idea che l’economia si sia rafforzata durante la presidenza di Donald Trump – e che il crollo attuale sia interamente riconducibile alla pandemia &#8211; permane nello zoccolo duro del suo elettorato, ma non è corretta. Se Trump dovesse continuare con una politica di dazi, per rilanciare il mercato interno, con la de-tassazione dei super-ricchi e i tagli al welfare (come ha fatto con MedicAid togliendo l’assistenza sanitaria a milioni di poveri), l’eredità trumpiana potrebbe cristallizzarsi nel sistema statunitense.</p>



<p><em>L’eredità internazionale</em></p>



<p>Con le relazioni transatlantiche al minimo storico, un atteggiamento transattivo – <em>do ut des</em> &#8211; nei confronti di molti storici alleati ed un sostanziale disimpegno nel supporto agli interessi di molti Stati europei, la presidenza Trump sembra aver forzatamente riavvicinato i paesi fondatori dell’Unione europea. Se finora, per l’UE, la partita si era giocata su chi fosse riuscito ad entrare nelle grazie dei presidenti Usa, oggi si intravede la possibilità di un’Unione più coesa, almeno nella sua azione esterna, consapevole di interessi sempre più condivisi anche in tema di sicurezza e che aspira a sviluppare una sua autonomia strategica. La postura internazionale degli USA, sempre più unilaterale, sta danneggiando a turno l’Italia, la Francia e la Germania e tanti altri alleati del continente. Emblematico è ciò che è avvenuto con l’abbandono del <a href="https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/usa2020-verso-un-jcpoa-20-27838?fbclid=IwAR1flHCWtdKxnD4YkOPBaE7j3_CaZLhfAu5YdTDwDStTm5tpfpYYz93iR80#.X4mmBF6FIFU.facebook">JCPOA</a> e la scelta di una strategia di massima pressione nei confronti dell’Iran: &nbsp;lavorando al crollo dall’interno del regime di Teheran, Trump rischia di destabilizzare il Medio Oriente invece che di crearvi ordine. Le scelte in politica estera, ad esempio nei confronti di Russia, Cina, Iran, Ucraina, stanno aumentando la consapevolezza che l’Europa ha bisogno di trovare negli Stati Uniti un alleato pronto ad ascoltare, con cui condividere le scelte, e non un padrone. <a href="https://www.editorialedomani.it/politica/mondo/cos-biden-vuole-cambiare-ma-non-troppo-il-medio-oriente-disegnato-da-donald-trump-lx2qthap?fbclid=IwAR3V0iY654I12ucOj-E-SuplTDzii7nKIJ3BNL-LzwLlWJY1lwRAnQupQ8c">Nel caso di una vittoria di Biden</a> potremmo assistere ad un rallentamento di queste dinamiche. È probabile che, attraverso il multilateralismo, un’Amministrazione Biden lavorerebbe per tamponare le ferite accumulate in questi anni, anche se su diversi temi sarebbe plausibile attendersi una sostanziale continuità, come ad esempio sui difficili rapporti con la Cina. Se Trump dovesse essere rieletto è probabile, invece, che continui sulla strada già intrapresa. L’attesa sta per finire.</p>
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		<title>Il fenomeno Trump e il Weltschmerz d’America</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Annalisa Perteghella]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 01 Nov 2016 15:08:52 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[USA e Americhe]]></category>
		<category><![CDATA[America]]></category>
		<category><![CDATA[Clinton]]></category>
		<category><![CDATA[Elezioni USA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Otto anni fa di questi tempi ci preparavamo all’appuntamento con la storia. Nel novembre 2008 l’America impaurita dalla&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Otto anni fa di questi tempi ci preparavamo all’appuntamento con la storia. Nel novembre 2008 l’America impaurita dalla crisi economica e tramortita dalle difficoltà della guerra al terrorismo su scala globale, si preparava a eleggere non solo il suo primo presidente afroamericano ma anche e soprattutto il candidato del “change”, dell&#8217;”yes we can”, un avvocato idealista e convinto, per il quale l’impegno politico rappresentava il principale strumento attraverso il quale agire per il bene comune. Un eroe giovane e bello, investito del gravoso compito di esorcizzare le paure di un’America ripiegata su se stessa, di ricondurre a unità il corpo di una nazione fortemente divisa al proprio interno e lacerata da conflitti sociali profondi. Otto anni fa gli slogan “hope”, “change”, “yes we can” si imponevano sul “Country First” del rivale John McCain, e non solo perché a pronunciarli era un candidato infinitamente più carismatico, ma anche e soprattutto perché ad accoglierli vi era una nazione disposta a credere che il domani potesse essere effettivamente migliore, perché ai comizi vi era tanta di quell’energia nell’aria che avrebbero potuto far esplodere fuochi d’artificio per autocombustione.</p>
<p>Otto anni dopo, siamo alle prese con le battute finali di una campagna il cui sentimento prevalente sembra essere la stanchezza: cittadini, osservatori e analisti sembrano concordi nel desiderare che questa lunga maratona giunga finalmente a conclusione. Gli occhi non brillano più, semmai si volgono rassegnatamente verso il basso oppure si stringono nella tipica espressione di chi implora: “Basta”.</p>
<p>Che cosa è successo? Esiste una parola tedesca, densa di significato come solo le parole tedesche sanno essere: <em>Weltschmerz</em>, una sorta di dolore cosmico che porta a essere tristi per tutto quello che non va nel mondo, e che nel suo significato originario si manifesta come una piccola fitta al cuore derivante dalla mancata rispondenza tra le proprie aspettative e il modo in cui va il mondo. Più intimo della disillusione, il <em>Weltschmerz</em> si insinua negli antri più reconditi del nostro essere, spegnendoci da dentro. Uscendo dal contesto del romanticismo europeo all’interno del quale il termine è stato coniato, <em>Weltschmerz</em> è qualcosa di molto simile a ciò che in altre discipline e con altri linguaggi viene chiamato “deprivazione relativa”.</p>
<p>Non è un caso che Donald Trump abbia costruito il proprio successo elettorale facendo appello alle istanze della white working class, quella che più di tutte è uscita sconfitta dalle turbolenze economiche di questi anni. Michigan, Ohio, Alabama, Mississippi: se si sovrappongono sulla cartina le aree che più hanno risentito della crisi – quell’America rurale nella quale non si è compiuta la transizione dall’economia manifatturiera all’economia dei servizi – e quelle che votano per Trump, emerge una chiara identificazione. La stessa white working class che, secondo una recente analisi pubblicata da Brookings, si distingue per una scarsissima fiducia nel futuro.</p>
<p>Il dato realmente preoccupante – e foriero di conseguenze di non poco conto sul futuro – non è però che Trump abbia “regalato un sogno” ai nuovi disillusi; bensì che abbia utilizzato il loro malcontento per costruire un’ideologia nichilista (la risposta più semplice al senso di dolore cosmico è la negazione del senso). In questi mesi Trump ha scoperchiato il vaso di Pandora dell’America peggiore – la retorica dei muri e delle barriere, della paura e dell’odio verso il diverso, delle donne come oggetto a propria disposizione – dimenticando che soffiare sul fuoco del risentimento può far scoppiare incendi che finiscono per bruciare il nostro stesso edificio.</p>
<p>E non può sfuggire il parallelismo con quanto in atto in questo momento storico nel nostro continente: un’Europa che non riesce a realizzare il proprio potenziale di spazio comune di integrazione e progresso finisce per essere ostaggio di movimenti radicali ed estremisti, che forniscono risposte semplici e rassicuranti al profondo malessere di intere fasce di popolazione che sperimentano un profondo senso di disillusione verso le istituzioni partitiche tradizionali.</p>
<p>Che fare dunque? L’anno che verrà, in America come in Europa, si configura come un anno zero, in cui la parola chiave, nonché la risposta a ideologie nichiliste e distruttive, deve essere “costruire”. È necessario tornare all’idea weberiana della politica come <em>Beruf</em>, che è professione ma è anche vocazione. Restituire dignità alla complessità, dimostrando come competenza e serietà funzionino meglio delle risposte semplici, non rinunciando però a parlare al cuore di chi si sente deluso e intimorito, finanche arrabbiato. È necessario restituire un senso di fiducia nel domani a cittadini sempre più spaventati dal futuro o disorientati dal presente. Per farlo però sono necessarie leadership forti e salde. Guardiamo dunque con attenzione all’esito elettorale americano, e da lì ripartiamo. Se i sondaggi sembrano restituire la probabile vittoria di Hillary Clinton, rimangono però molte incognite sulla conformazione di Camera e Senato, e dunque sulla possibilità di dare reale esecuzione all’agenda democratica. In Europa, i diversi appuntamenti elettorali del prossimo anno rappresentano un banco di prova, una sfida che non si può perdere.</p>
<p>“Ci troviamo oggi alle soglie di una nuova frontiera, la frontiera degli anni Sessanta. Non è una frontiera che assicuri promesse, ma soltanto sfide, ricca di sconosciute occasioni, ma anche di pericoli, di incompiute speranze e di minacce”, così diceva John Fitzgerald Kennedy alla convention democratica del 1960. Oggi, quarantasei anni dopo, la frontiera “delle speranze incompiute e dei sogni” è ancora lì, e chiede di essere valicata.</p>
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		<title>L’America e il Futuro: Nella paura del domani l’Occidente sta perdendo se stesso</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Eugenio Dacrema]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 01 Nov 2016 15:04:54 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[USA e Americhe]]></category>
		<category><![CDATA[America]]></category>
		<category><![CDATA[Elezioni USA]]></category>
		<category><![CDATA[Futuro]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Martin Waldseemüller era il cartografo di corte di Renato II di Lorena. Un giorno del 1507 il suo signore&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Martin <em>Waldseemüller</em> era il cartografo di corte di Renato II di Lorena. Un giorno del 1507 il suo signore lo incaricò di realizzare una nuova carta geografica che tenesse conto degli ultimi sviluppi della esplorazione delle Indie. La divulgazione moderna sulla scoperta dell’America spesso omette di precisare un dato importante: Colombo, come la maggior parte dei primi esploratori che lo seguirono, ignorò sempre di essersi imbattuto in un nuovo continente e morì convinto di aver semplicemente scoperto una nuova via verso l’Asia. In effetti, lo stesso concetto dell’esistenza di un nuovo continente confliggeva con il modo di pensare dell’epoca. Dalla notte dei tempi, ogni cultura includeva una concezione universale del creato: non esistono cose che non si conoscono e che non siano incluse nei libri sacri. Nel Cristianesimo, come nell’Islam, nell’Ebraismo e nelle religioni più o meno politeiste che le hanno precedute il mondo era dato, con i suoi limiti e le sue estensioni prestabilite. Nell’antichità c’erano state le colonne d’Ercole, monti sacri e mari di sabbia e di acqua che semplicemente non si potevano attraversare. E all’interno dei loro limiti l’universo creato a disposizione dell’umanità. In un lontano passato, esseri umani straordinari erano stati resi da Dio (o gli Dei) depositari del Sapere Universale. Questi uomini avevano segnato le ere di grazia dell’umanità – il Cristianesimo puro delle origini, l’Islam dei califfi “ben guidati”, i regni di Davide e Salomone ecc. – di cui gli anni e i secoli successivi potevamo essere solo versioni pallide e decadenti, rovinate dai peccati e dai vizi umani. La massima aspirazione che era concessa all’umanità era quella di tentare come poteva di imitare quelle ere leggendarie, e aspettare pazientemente che la stessa divinità, dall’alto, decretasse la fine del mondo o ne inaugurasse uno nuovo, attraverso un giudizio universale o un nuovo Messia.</p>
<p>Il nostro <em>Waldseemüller</em> non era diverso dagli uomini del suo tempo. E se non fosse stato per l’insistenza del suo amico Matthias Ringmann, poeta anch’egli alla corte di Renato II, probabilmente si sarebbe attenuto a realizzare una mappa che fosse semplicemente una descrizione più precisa dello stesso mondo che aveva sempre conosciuto. L’amico però lo convinse a lasciarsi affascinare dall’idea al limite della follia di un esploratore italiano che seguendo i passi di Colombo si era avventurato lungo le coste del sud America, di fronte all’odierno Brasile: Amerigo Vespucci. Nelle mappe e nelle trascrizioni che aveva riportato dai suoi viaggi Vespucci aveva infatti osato proporre un’idea pazzesca: è possibile che queste terre al di là dell’Oceano Atlantico non siano la costa orientale dell’Asia? È possibile che siano un continente completamente nuovo? Non sappiamo con quanta convinzione, ma sta di fatto che Wandermuller alla fine si fece persuadere. Nella sua mappa, che diventerà molto popolare in tutta Europa nei decenni successivi, decise di riprodurre le terre a ovest dell’Atlantico come un continente completamente nuovo frapposto tra l’Europa e l’Asia. Visto che però non sapeva quale nome dargli, Ringmann gli suggerì di usare provvisoriamente quello dell’esploratore che per primo aveva osato proporre la sua esistenza: America. Per dirla con le parole di Yuval Noah Harari, “C’è una poetica giustizia nel fatto che un quarto del mondo, e due dei suoi sette continenti, siano intitolati a un italiano semisconosciuto il cui solo vero merito è stato quello di aver avuto il coraggio di dire ‘noi non sappiamo’”.</p>
<p>Secondo Harari e altri studiosi la scoperta dell’America segna il vero inizio del pensiero scientifico. La consapevolezza che esistessero cose nuove e che potessero effettivamente essere scoperte ruppe in Europa il millenario incantesimo delle verità rivelate. ‘Non sappiamo’ significa anche che ‘possiamo sapere molto di più’. Il progresso scientifico e tecnologico, che per millenni aveva seguito un andamento del tutto casuale e spesso accidentale, diventò una ricerca sistematica trasformando l’Europa, che fino a quel momento era solo l’ombra retrograda dei grandi imperi del Medio Oriente e dell’Est, in una civiltà in grado di conquistare e influenzare il mondo intero. Da quel giorno in cui un cartografo diede un nome bislacco a un ipotetico Nuovo Mondo, l’Europa cominciò a credere nell’uomo e nel suo intelletto. Cominciò a credere nel futuro.</p>
<p>Cinque secoli dopo, l’eredità di <em>Waldseemüller</em> non è più appannaggio dei soli europei. Di mezzo ci sono state tutte le luci e le tante ombre della repentina ascesa dell’Europa a Continente Mondiale. C’è stato il colonialismo e i suoi crimini, ma c’è stata anche la creazione del mondo globale come un’unica entità interconnessa, dove popoli distanti per millenni inconsapevoli l’uno dell’altro sentono oggi di far parte della stessa razza umana e di un destino condiviso. C’è stata soprattutto la diffusione di ideologie nuove e progressive (e più o meno totalitarie) che dall’Europa si sono adattate a nuovi contesti locali e instillato la fede nel futuro. Cina, India, i paesi in via di sviluppo dell’Est Europa, dell’Africa e del Sud America vivono e si sviluppano secondo l’idea che il domani possa essere davvero migliore dell’oggi. Ma è in Occidente, sua culla ed origine, che questa idea sta lentamente sbiadendo. Soprattutto negli Stati Uniti che per tutto il Novecento sono stati i più brillanti eredi di quella mentalità. Provare nuove strade ha portato a errori, alcuni evitabili forse, altri meno. Perché pensare che il futuro sia nelle nostre mani può generare grandi successi e conquiste. Ma anche grandi fallimenti, crisi economiche, ineguaglianze, mancanza di riferimenti. Fallimenti che hanno portato nuovamente molti in Occidente a guardare al passato come esempio irraggiungibile di perfezione; e a temere il futuro, a eluderlo come una minaccia. Il mito dell’”utopia retrospettiva” è da sempre una bandiera dei movimenti di destra che nei periodi di crisi più dura hanno spesso riconquistato le menti di milioni di individui, a volte di interi paesi. Promettendo di ricostruire glorie passate, immaginifiche e più o meno reali: la gloria di Roma, i grandi imperi britannico e francese, il leggendario impero ariano. Ma imperversa sempre più anche a sinistra, facendo sbiadire una storia che l’ha spesso vista fregiarsi orgogliosamente anche di un altro aggettivo: Riformista. Risuona negli slogan del Labor novecentesco di Corbyn, o nella sua versione edulcorata e americana di Bernie Sanders. Risuona soprattutto nel populismo di ogni colore che nel passato, nella lira, negli stati nazionali, e nelle glorie del dopoguerra ha le sue narrazioni più vincenti.</p>
<p>Il populismo passatista di Trump l’8 novembre si appresta a lanciare la grande sfida alla democrazia americana con modalità che sembrano un grande esorcismo da stregoni su una America terrorizzata dal futuro. E dopo potrebbero arrivarne altri, in una Europa che guarda sempre più ad esempi di leader che sembrano poter conquistare il presente richiamando grandezze e glorie passate, da Putin a Orban. Ma le risposte di domani, in un mondo caratterizzato da una complessità senza precedenti, non possono arrivare dall’imitazione pallida di ricordi passati, dagli uomini forti e dal bullismo di stato.</p>
<p>Gli Stati Uniti ancora una volta, forse l’ultima, segnano il passo. L’8 novembre giungono a un bivio dal significato globale, dopo il quale molto presto arriverà anche il turno dell’Europa e dell’Italia. La speranza è che l’America non tradisca il cuore autentico e progressivo del suo passato, e con esso la sua speranza di futuro: che non tradisca sé stessa, e il suo stesso nome.</p>
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