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	<title>Democrazia Archivi &#8211; MondoDem</title>
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	<title>Democrazia Archivi &#8211; MondoDem</title>
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		<title>L&#8217;Ue e la necessità per l&#8217;Italia di tornare a essere nuovo promotore globale di democrazia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Massimo D'Angelo]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 30 Jul 2023 10:02:22 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[Vincitori Winter School 2023]]></category>
		<category><![CDATA[Democrazia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Nei primi anni duemila l’Unione Europea era riuscita ad affermarsi come uno stabile e credibile promotore di democrazia&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/673334/">L&#8217;Ue e la necessità per l&#8217;Italia di tornare a essere nuovo promotore globale di democrazia</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
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<p>Nei primi anni duemila l’Unione Europea era riuscita ad affermarsi come uno stabile e credibile promotore di democrazia tra i paesi confinanti. Ciò fu evidente con il successo dello storico allargamento a dieci nuovi paesi nel 2004 e poi i due minori del 2007 e 2013. In tutti questi casi, si trattava di aprire i confini dell’Unione a paesi in gran parte provenienti dalla durissima esperienza sovietica e certamente poco abituati alla tradizione democratica ben più consolidata dei paesi dell’ex blocco occidentale. In particolare, si riteneva che l’UE disponesse di una forte capacità “democratizzatrice”. Grazie alla promessa prospettiva di far parte dell’Unione Europea, i paesi confinanti si sarebbero spinti ad avviare tutte le riforme necessarie per adeguare i propri regimi agli standard richiesti dall’Unione, in termini di democrazia e stabilità di mercato.</p>



<p>La realtà odierna ci spinge a ritenere che gli ottimismi del nuovo millennio fossero esagerati. Il mondo – e in particolare l’Unione Europea – si sono dovuti confrontare nell’ultimo decennio, con una serie di sfide come mai accaduto in precedenza: una crisi finanziaria ed economica, una crisi dei flussi migratori, seguite da una pandemia e da una guerra sul proprio continente, come non accadeva da lunghissimo tempo. Recentemente si è iniziato a parlare per l’Unione Europea di <em>polycrisis</em>, intesa come l’insieme “di sfide molteplici che si rafforzano a vicenda” (come disse l’allora Presidente della Commissione Juncker nel 2016).</p>



<p>Uno degli effetti più evidenti di questa <em>polycrisis</em>, è il deterioramento delle performance democratiche di numerosissimi paesi. Come risposta a tempi eccezionali, molti hanno pensato che il ricorso a soluzioni autoritarie – o maggiormente autoritarie – potesse costituire un facile rimedio. Freedom House – istituto indipendente che si occupa di misurare ogni anno lo stato di salute della democrazia in tutti i paesi del mondo – ha certificato che il 2021 è stato il sedicesimo anno consecutivo in cui si è registrato un deterioramento della democrazia su scala globale. Per usare le parole del politologo americano Diamond, “authoritarianism has gone global”.</p>



<p>L’art.2 del Trattato sull’Unione Europea recita che l’unione si fonda sul rispetto dei valori democratici e li promuove. Tuttavia, immaginare che l’UE non sia stata vittima anch’essa di questa tendenza globale, sarebbe un errore. L’UE ha registrato un declino delle sue performance democratiche negli ultimi anni. Il caso più eclatante è certamente rappresentato dai paesi del cosiddetto “Gruppo Visegrád” di cui fanno parte Polonia, Hungeria, Repubblica Ceca e Cecoslovacchia. Tuttavia, la vittoria di forze politiche in molti paesi europei – Italia inclusa – in la cui fedeltà ai valori democratici è sembrata spesso ambigua, presenta ancora una volta rischi concreti per la tenuta stessa dell’Unione. In particolare, è stato lungamente evidenziato come le procedure previste dall’UE per sanzionare i paesi membri che si discostano dai valori democratici, rimangono largamente insufficienti a contrastare un fenomeno di tale portata. Le recenti tensioni con l’Ungheria che blocca l’invio di aiuti all’Ucraina come contromisura per le sanzioni UE a causa della condanna per il deterioramento dei diritti democratici di Budapest, ne sono una conferma.</p>



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<p></p>



<p>L’affaticamento democratico dell’UE al suo interno non permette altresì di dotare l’Unione di strumenti efficaci per la promozione dei valori liberal-democratici al suo esterno, come accaduto in passato. Un aspetto di cui si parla con minor frequenza, ma che non per questo risulta meno inquietante, è il deterioramento delle condizioni democratiche nei paesi candidati ad entrare a far parte dell’Unione europea. Secondo i recenti dati pubblicati da Freedom House (2022), nessun paese candidato ha migliorato le proprie performance a partire dal 2005. Ciò costituisce una violazione delle aspettative, se consideriamo che per lungo tempo la politica di allargamento era considerata il miglior strumento di politica estera che l’Unione europea possedesse. Oggi, la prospettiva di entrare in un’Unione democraticamente indebolita non costituisce la spinta necessaria per i paesi democratici ad avviare le riforme. L’italia può certamente svolgere un ruolo in tal senso: considerato il cambio di governo, appare necessaria una riconferma – al mondo esterno – della fedeltà ai valori europei. Se il nuovo governo è stato indubbiamente pronto a riconoscersi all’interno di un patto atlantico in maniera netta, le recenti tensioni con l’UE in materia di bilancio e gestione dei flussi migratori dovranno cedere subito il passo. L’Italia è un paese troppo grande per poter costituire un blocco coi paesi dell’Europa dell’Est. Un allineamento del genere comprometterebbe seriamente gli sviluppi futuri dell’UE. Altresì, lo sviluppo di una destra seppur fortemente identitaria, ma fedele ai valori liberal democratici, potrebbe costituire un modello per altri paesi.</p>



<p><em>Questo testo è fra i cinque premiati con una borsa di studio per partecipare alla Winter School di Politica Estera e Europea 2023, orgabizzata da Mondodem e dalla Friedrich-Ebert-Stiftung Italien. Gli altri pezzi sono disponibli <a href="https://www.mondodem.it/category/policy-brief/vincitori-winter-school-2023/">qui</a>.</em></p>
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		<title>I dem americani rimettono al centro dell’agenda politica l’intelligence: un esempio da seguire anche in Italia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Gregorio Staglianò]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 03 Jun 2021 18:37:27 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[USA e Americhe]]></category>
		<category><![CDATA[Democrazia]]></category>
		<category><![CDATA[Intelligence]]></category>
		<category><![CDATA[Italia]]></category>
		<category><![CDATA[Stati Uniti]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Dopo le elezioni presidenziali dello scorso novembre, una delle prime nomine del neoeletto Presidente Joe Biden è stata&#8230;</p>
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<p class="has-drop-cap">Dopo le elezioni presidenziali dello scorso novembre, una delle prime nomine del neoeletto Presidente Joe Biden è stata quella di <a href="http://Dopo le elezioni presidenziali dello scorso novembre, una delle prime nomine del neoeletto Presidente Joe Biden è stata quella di Avril Haines1, per il ruolo di Direttrice dell’Intelligence Nazionale (DNI), l’entità federativa che racchiude e coordina le 16 agenzie di intelligence americane. Il 19 gennaio scorso, durante le audizioni in Senato per confermare le nomine presidenziali (tra cui quella di Antony Blinken, Segretario di Stato e Lloyd Austin, Segretario della Difesa), con 84 voti favorevoli e 10 contrari anche Avril Haines è stata ufficialmente confermata al vertice dell’Intelligence Community americana, sostituendo l’alfiere trumpiano John Ratcliffe, e diventando la prima donna nella storia americana a ricoprire quel ruolo.2  Haines, già ex vicedirettrice della Central Intelligence Agency (CIA) nell’amministrazione Obama, ha affermato davanti al Senato che una delle sue priorità sarà quella di ripristinare la centralità del ruolo di Direttore dell’Intelligence Nazionale soprattutto come provider di fonti informative essenziali per la sicurezza nazionale. Per far sì che ciò possa tornare ad accadere, e per salvaguardare l’integrità dell’intelligence community americana – messa a dura prova dalla caotica presidenza Trump - Haines sostiene che “il DNI deve insistere sul fatto che, quando si tratta di intelligence, semplicemente non c’è posto per la politica.”3 Haines si riferisce con ogni probabilità agli attacchi subiti dall’intelligence dall’ex presidente Donald Trump, che aveva accusato il deep state di trame oscure, soprattutto sul dossier Russia o sull’impeachment. E poi lo stillicidio di licenziamenti, uno dopo l’altro, di funzionari del comparto sgraditi e non allineati che hanno contributo a rendere estremamente fragile il rapporto tra l’amministrazione presidenziale e la comunità di intelligence.  A evidenziare ulteriormente questa burrascosa relazione si sono sommate le parole di Dan Coats, il primo dei quattro Direttori dell’Intelligence Nazionale nominati da Trump, che durante l’audizione ha espresso il suo sostegno alla nomina di Haines, evidenziando la necessità di ripristinare la fiducia nel lavoro dell’intelligence e di tornare ad essere provider di informazioni non politicizzate, per il bene della sicurezza del popolo americano. Anche Mark Verner, senatore democratico della Virginia ora a capo del Comitato ristretto per l’intelligence, organismo del Congresso che ha il compito di “controllare” le attività dei servizi segreti, ha affermato che il compito maggiore di Haines sarà quello di restituire dignità e professionalità ai professionisti dell’intelligence, diffamati e bistrattati da un Presidente che ha deliberatamente ignorato, sottostimato e ridicolizzato il patrimonio di dati, analisi e conoscenze della intelligence community americana.  Il messaggio lanciato da Haines, e indirettamente dall’amministrazione Biden, dunque è chiaro: la politica di palazzo stia lontana dalle questioni legate all’intelligence e alla sicurezza nazionale. La stoccata di Haines giunge in un momento particolarmente denso di sfide per gli Stati Uniti: sul tavolo sono numerosi i dossier aperti. Dalla Cina – per contrastare la quale Haines ha affermato di “sostenere una posizione aggressiva, in un certo senso”, all’Iran, dalla Russia all’Arabia Saudita, tra gli altri.  L’occasione che si presenta alla Haines, dopo gli anni turbolenti di Trump, è di (ri)mettere ordine nell’intelligence community e (ri)accende un dibattito latente anche nel nostro Paese: quello riguardante le ingerenze della politica nelle questioni legate alla sicurezza nazionale. La narrativa  attorno al nostro comparto intelligence e alla sua attività viene obiettivamente influenzata e distorta da episodi di cronaca legati a beghe politiche o a nomine ai vertici. Ciò è accaduto per esempio durante il dibattito sulla nomina dell’Autorità Delegata sotto il governo Conte II o sullo stallo politico in cui versa il COPASIR – il Comitato Parlamentare per la Sicurezza della Repubblica – da settimane in balía di una battaglia politica che ne sta compromettendo i lavori. Il sostegno bipartisan ricevuto da Haines, oltre a dimostrare una sostanziale convergenza di democratici e repubblicani su alcune questioni “chiave” per la politica estera e di sicurezza americana, conferma la volontà della politica americana di garantire ai suoi cittadini la tutela dell’interesse nazionale. Mantenere la bussola sui dossier chiave, nonostante i cambi di passo delle amministrazioni, dimostra l’esistenza di una “grand strategy” che difetta per esempio – con le dovute distanze e i limiti del caso – all’Italia. Il caos attorno al COPASIR4 e la disattenzione della politica ai dossier individuati dai professionisti del nostro comparto intelligence ne sono un fulgido esempio. Non prestare la dovuta attenzione ai temi sollevati dal DIS – attraverso le sue informative o la Relazione annuale al Parlamento – potrebbe rivelarsi un errore fatale in un momento particolarmente convulso a livello internazionale, in cui il riposizionamento di alcuni attori, l’assertività di altri e i mutamenti degli equilibri di potere sono ormai sfide quotidiane al sistema di governance multilaterale globale. In un mondo che produce più informazioni di quelle che i decision-makers possono immagazzinare e utilizzare, il lavoro dell’intelligence di raccolta e selezione di fonti informative utili diventa una priorità assoluta per ogni agenda politica. Ignorare ciò e ingolfare uno dei nodi del comparto – come il COPASIR o l’Autorità Delegata - per opportunità politiche significa deliberatamente rinunciare a valorizzare e utilizzare al meglio le potenzialità dei professionisti dell’intelligence italiana. Il cambio di rotta dei dem americani riguardo alle questioni relative alla sicurezza nazionale riflette la crescente centralità assunta dall’intelligence nell’individuazione delle minacce alla stabilità e per la sua funzione di prevenzione rispetto ad una serie di crisi economiche, sanitarie, politiche, sociali, ambientali e militari che possono minare la stabilità dell’architettura costituzionale degli Stati Uniti. Una consapevolezza questa, non ancora concretamente assimilata dall’Italia, che pur possedendo uno dei migliori comparti di intelligence a livello internazionale, non riesce a sottrarlo a dinamiche politiche spesso controproducenti. Ciò non deve condurre a pensare alla possibilità per il comparto di potersi smarcare dal controllo parlamentare a cui deve essere sottoposto il suo operato - sia negli Stati Uniti che in Italia – ma alla possibilità di sfruttare la congiuntura storica per cominciare a discutere apertamente dell’interesse nazionale coinvolgendo l’opinione pubblica. In questo senso, il ruolo dei partiti politici dovrà essere centrale: è giunto il momento di aprire un dibattito serio e profondo sul concetto di sicurezza nazionale, che parta dal COPASIR, che trovi una sponda in Parlamento e che riesca a entrare nel dibattito pubblico, coinvolgendo gli attori della società̀ e i cittadini. Discutere di sicurezza in questo senso potrebbe servire a definire meglio chi debbano essere i soggetti da supportare attraverso l’azione del Comparto e al contempo aprire il dibattito sulle missioni, le funzioni e l’organizzazione degli apparati per adeguarli al nostro presente, con uno sguardo rivolto al futuro. L’importanza del COPASIR - che non possiamo permettere di bloccare per questioni politiche - riflette la centralità̀ assunta dei nostri servizi segreti nel nostro ordinamento come pilastro e avamposto per l’individuazione e la prevenzione delle minacce che possono mettere in serio pericolo la vita di milioni di cittadini e la tenuta democratica del nostro Paese. Nonostante si stia affermando come un'attività fondamentale, l'inquadramento scientifico dell'intelligence è spesso ancora incerto. Ciò che è fino ad ora mancato in Italia, a differenza di ciò che accade negli Stati Uniti è stata la volontà di inserirla a pieno titolo nel dibattito culturale e politico del nostro, diradando ombre del passato e pregiudizi. Le profonde  incertezze di questo tempo richiedono un crescente bisogno di sicurezza, a livello individuale e collettivo. Proprio l'intelligence può fornire nuove categorie di interpretazione della realtà utili a comprendere il presente e a prevedere l'avvenire.  La capacità di visione dell’intelligence community americana è testimoniata anche dai numerosi briefing e report di ampio respiro, come il Global Trends, prodotto dal National Intelligence Council allo scopo di valutare i driver critici e gli scenari globali con un orizzonte approssimativo di circa 15 anni. L’edizione rilasciata nel gennaio 2017, “Global Trends 2035: Paradox of Progress”5, aveva addirittura “previsto” una potenziale catastrofe pandemica e la conseguente crisi economica. L’ultimo lavoro del National Intelligence Council è il rapporto “Global Trends 2040: A More Contested World”6, che pone tra le minacce primarie il cambiamento climatico, l’utilizzo malevolo della tecnologia, future pandemie e crisi finanziare. Il New York Times ha affermato che non ricorda un report più cupo di questo.7 Secondo il rapporto gli sforzi per contenere e gestire la pandemia, dall’inizio del 2020 hanno rafforzato le tendenze nazionaliste a livello globale, fornendo il terreno di coltura a istanze pericolosamente polarizzate, che contribuiscono dunque a tinteggiare un mondo prossimo futuro dai toni scuri e cupi. Questo è solo uno dei molteplici motivi per cui il patrimonio di dati, informazioni e analisi fornite dai professionisti dell’intelligence non possono essere presi sottogamba o accatastati in attesa che la politica faccia il suo gioco. La posta in gioco è la sicurezza di milioni di cittadini, ed è sotto questa luce che bisogna leggere la dichiarazione di Haines al Senato, sperando che il nostro Paese colga lo stesso prezioso consiglio." target="_blank" rel="noreferrer noopener">Avril Haines</a>, per il ruolo di Direttrice dell’Intelligence Nazionale (DNI), l’entità federativa che racchiude e coordina le 16 agenzie di intelligence americane. Il 19 gennaio scorso, durante le audizioni in Senato per confermare le nomine presidenziali (tra cui quella di Antony Blinken, Segretario di Stato e Lloyd Austin, Segretario della Difesa), con 84 voti favorevoli e 10 contrari anche Avril Haines è stata ufficialmente confermata al vertice dell’Intelligence Community americana, sostituendo l’alfiere trumpiano John Ratcliffe, e diventando <a href="https://www.intelligence.senate.gov/hearings/open-hearing-nomination-avril-haines-be-director-national-intelligence" target="_blank" rel="noreferrer noopener">la prima donna nella storia americana a ricoprire quel ruolo</a>.</p>



<p>Haines, già ex vicedirettrice della Central Intelligence Agency (CIA) nell’amministrazione Obama, ha affermato davanti al Senato che una delle sue priorità sarà quella di ripristinare la centralità del ruolo di Direttore dell’Intelligence Nazionale soprattutto come provider di fonti informative essenziali per la sicurezza nazionale. Per far sì che ciò possa tornare ad accadere, e per salvaguardare l’integrità dell’intelligence community americana – messa a dura prova dalla caotica presidenza Trump &#8211; Haines sostiene che <em><a href="https://www.intelligence.senate.gov/sites/default/files/documents/os-ahaines-011921.pdf" target="_blank" rel="noreferrer noopener">“il DNI deve insistere sul fatto che, quando si tratta di intelligence, semplicemente non c’è posto per la politica.”</a></em> Haines si riferisce con ogni probabilità agli attacchi subiti dall’intelligence dall’ex presidente Donald Trump, che aveva accusato il deep state di trame oscure, soprattutto sul dossier Russia o sull’impeachment. E poi lo stillicidio di licenziamenti, uno dopo l’altro, di funzionari del comparto sgraditi e non allineati che hanno contributo a rendere estremamente fragile il rapporto tra l’amministrazione presidenziale e la comunità di intelligence.</p>



<p>A evidenziare ulteriormente questa burrascosa relazione si sono sommate le parole di Dan Coats, il primo dei quattro Direttori dell’Intelligence Nazionale nominati da Trump, che durante l’audizione ha espresso il suo sostegno alla nomina di Haines, evidenziando la necessità di ripristinare la fiducia nel lavoro dell’intelligence e di tornare ad essere provider di informazioni non politicizzate, per il bene della sicurezza del popolo americano. Anche Mark Verner, senatore democratico della Virginia ora a capo del Comitato ristretto per l’intelligence, organismo del Congresso che ha il compito di “controllare” le attività dei servizi segreti, ha affermato che il compito maggiore di Haines sarà quello di restituire dignità e professionalità ai professionisti dell’intelligence, diffamati e bistrattati da un Presidente che ha deliberatamente ignorato, sottostimato e ridicolizzato il patrimonio di dati, analisi e conoscenze della intelligence community americana.</p>



<p>Il messaggio lanciato da Haines, e indirettamente dall’amministrazione Biden, dunque è chiaro: la politica di palazzo stia lontana dalle questioni legate all’intelligence e alla sicurezza nazionale. La stoccata di Haines giunge in un momento particolarmente denso di sfide per gli Stati Uniti: sul tavolo sono numerosi i dossier aperti. Dalla Cina – per contrastare la quale Haines ha affermato di “sostenere una posizione aggressiva, in un certo senso”, all’Iran, dalla Russia all’Arabia Saudita, tra gli altri.</p>



<p>L’occasione che si presenta alla Haines, dopo gli anni turbolenti di Trump, è di (ri)mettere ordine nell’intelligence community e (ri)accende un dibattito latente anche nel nostro Paese: quello riguardante le ingerenze della politica nelle questioni legate alla sicurezza nazionale. La narrativa</p>



<p>attorno al nostro comparto intelligence e alla sua attività viene obiettivamente influenzata e distorta da episodi di cronaca legati a beghe politiche o a nomine ai vertici. Ciò è accaduto per esempio durante il dibattito sulla nomina dell’Autorità Delegata sotto il governo Conte II o sullo stallo politico in cui versa il COPASIR – il Comitato Parlamentare per la Sicurezza della Repubblica – da settimane in balía di una battaglia politica che ne sta compromettendo i lavori. Il sostegno bipartisan ricevuto da Haines, oltre a dimostrare una sostanziale convergenza di democratici e repubblicani su alcune questioni “chiave” per la politica estera e di sicurezza americana, conferma la volontà della politica americana di garantire ai suoi cittadini la tutela dell’interesse nazionale. Mantenere la bussola sui dossier chiave, nonostante i cambi di passo delle amministrazioni, dimostra l’esistenza di una “grand strategy” che difetta per esempio – con le dovute distanze e i limiti del caso – all’Italia. Il <a href="https://www.mondodem.it/osservatori/il-copasir-e-la-riforma-dellintelligence-italiana/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">caos attorno al COPASIR</a> e la disattenzione della politica ai dossier individuati dai professionisti del nostro comparto intelligence ne sono un fulgido esempio. Non prestare la dovuta attenzione ai temi sollevati dal DIS – attraverso le sue informative o la Relazione annuale al Parlamento – potrebbe rivelarsi un errore fatale in un momento particolarmente convulso a livello internazionale, in cui il riposizionamento di alcuni attori, l’assertività di altri e i mutamenti degli equilibri di potere sono ormai sfide quotidiane al sistema di governance multilaterale globale. In un mondo che produce più informazioni di quelle che i decision-makers possono immagazzinare e utilizzare, il lavoro dell’intelligence di raccolta e selezione di fonti informative utili diventa una priorità assoluta per ogni agenda politica. Ignorare ciò e ingolfare uno dei nodi del comparto – come il COPASIR o l’Autorità Delegata &#8211; per opportunità politiche significa deliberatamente rinunciare a valorizzare e utilizzare al meglio le potenzialità dei professionisti dell’intelligence italiana. Il cambio di rotta dei dem americani riguardo alle questioni relative alla sicurezza nazionale riflette la crescente centralità assunta dall’intelligence nell’individuazione delle minacce alla stabilità e per la sua funzione di prevenzione rispetto ad una serie di crisi economiche, sanitarie, politiche, sociali, ambientali e militari che possono minare la stabilità dell’architettura costituzionale degli Stati Uniti. Una consapevolezza questa, non ancora concretamente assimilata dall’Italia, che pur possedendo uno dei migliori comparti di intelligence a livello internazionale, non riesce a sottrarlo a dinamiche politiche spesso controproducenti. Ciò non deve condurre a pensare alla possibilità per il comparto di potersi smarcare dal controllo parlamentare a cui deve essere sottoposto il suo operato &#8211; sia negli Stati Uniti che in Italia – ma alla possibilità di sfruttare la congiuntura storica per cominciare a discutere apertamente dell’interesse nazionale coinvolgendo l’opinione pubblica. In questo senso, il ruolo dei partiti politici dovrà essere centrale: è giunto il momento di aprire un dibattito serio e profondo sul concetto di sicurezza nazionale, che parta dal COPASIR, che trovi una sponda in Parlamento e che riesca a entrare nel dibattito pubblico, coinvolgendo gli attori della società̀ e i cittadini. Discutere di sicurezza in questo senso potrebbe servire a definire meglio chi debbano essere i soggetti da supportare attraverso l’azione del Comparto e al contempo aprire il dibattito sulle missioni, le funzioni e l’organizzazione degli apparati per adeguarli al nostro presente, con uno sguardo rivolto al futuro. L’importanza del COPASIR &#8211; che non possiamo permettere di bloccare per questioni politiche &#8211; riflette la centralità̀ assunta dei nostri servizi segreti nel nostro ordinamento come pilastro e avamposto per l’individuazione e la prevenzione delle minacce che possono mettere in serio pericolo la vita di milioni di cittadini e la tenuta democratica del nostro Paese. Nonostante si stia affermando come un&#8217;attività fondamentale, l&#8217;inquadramento scientifico dell&#8217;intelligence è spesso ancora incerto. Ciò che è fino ad ora mancato in Italia, a differenza di ciò che accade negli Stati Uniti è stata la volontà di inserirla a pieno titolo nel dibattito culturale e politico del nostro, diradando ombre del passato e pregiudizi. Le profonde</p>



<p>incertezze di questo tempo richiedono un crescente bisogno di sicurezza, a livello individuale e collettivo. Proprio l&#8217;intelligence può fornire nuove categorie di interpretazione della realtà utili a comprendere il presente e a prevedere l&#8217;avvenire.</p>



<p>La capacità di visione dell’intelligence community americana è testimoniata anche dai numerosi briefing e report di ampio respiro, come il Global Trends, prodotto dal National Intelligence Council allo scopo di valutare i driver critici e gli scenari globali con un orizzonte approssimativo di circa 15 anni. L’edizione rilasciata nel gennaio 2017, <a href="https://www.dni.gov/files/documents/nic/GT-Full-Report.pdf" target="_blank" rel="noreferrer noopener">“Global Trends 2035: Paradox of Progress”</a>, aveva addirittura “previsto” una potenziale catastrofe pandemica e la conseguente crisi economica. L’ultimo lavoro del National Intelligence Council è il rapporto <a href="https://www.dni.gov/files/ODNI/documents/assessments/GlobalTrends_2040.pdf" target="_blank" rel="noreferrer noopener">“Global Trends 2040: A More Contested World”</a>, che pone tra le minacce primarie il cambiamento climatico, l’utilizzo malevolo della tecnologia, future pandemie e crisi finanziare. Il <a href="https://www.dni.gov/files/ODNI/documents/assessments/GlobalTrends_2040.pdf" target="_blank" rel="noreferrer noopener">New York Times ha affermato che non ricorda un report più cupo di questo</a>. Secondo il rapporto gli sforzi per contenere e gestire la pandemia, dall’inizio del 2020 hanno rafforzato le tendenze nazionaliste a livello globale, fornendo il terreno di coltura a istanze pericolosamente polarizzate, che contribuiscono dunque a tinteggiare un mondo prossimo futuro dai toni scuri e cupi. Questo è solo uno dei molteplici motivi per cui il patrimonio di dati, informazioni e analisi fornite dai professionisti dell’intelligence non possono essere presi sottogamba o accatastati in attesa che la politica faccia il suo gioco. La posta in gioco è la sicurezza di milioni di cittadini, ed è sotto questa luce che bisogna leggere la dichiarazione di Haines al Senato, sperando che il nostro Paese colga lo stesso prezioso consiglio.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/2461/">I dem americani rimettono al centro dell’agenda politica l’intelligence: un esempio da seguire anche in Italia</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
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		<title>Il 2021 dovrà essere l’anno del salto di qualità definitivo della Cyber Security: ce lo chiede la Democrazia.</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Nicolò Beda Zantomio]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 03 Feb 2021 15:20:09 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Policy brief]]></category>
		<category><![CDATA[Cyber Security]]></category>
		<category><![CDATA[Democrazia]]></category>
		<category><![CDATA[Europa]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La necessità di sviluppare e diffondere la cybersecurity deriva dalla sua natura di fattore fondamentale su cui costruire,&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/2364/">Il 2021 dovrà essere l’anno del salto di qualità definitivo della Cyber Security: ce lo chiede la Democrazia.</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>La necessità di sviluppare e diffondere la cybersecurity deriva dalla sua natura di fattore fondamentale su cui costruire, ad esempio, il mercato unico europeo, ma anche difendere i valori della società stessa (democratica e liberale) in cui viviamo. Alcune priorità per lo Stato italiano.</p>



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		<item>
		<title>Virus, dittatura e democrazia: l’inganno della percezione</title>
		<link>https://www.mondodem.it/1901/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Eugenio Dacrema]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 25 Mar 2020 10:20:12 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Covid-19]]></category>
		<category><![CDATA[Coronavirus]]></category>
		<category><![CDATA[Democrazia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Per gli esseri umani ogni problema, anche uno molto concreto come la diffusione di una malattia all’interno di&#8230;</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-drop-cap">Per gli esseri umani ogni problema, anche uno molto concreto come la
diffusione di una malattia all’interno di una comunità, è prima di tutto una
questione di percezione data dalla nostra essenza di animali sociali. Se, ad
esempio, in un certo momento non abbiamo una certa malattia e non ce l’hanno le
persone a diretto contatto con noi, sarà molto difficile che percepiremo come
grave la diffusione, nel paese o nella città in cui abitiamo, di quella
malattia. Questo ha effetti molto pratici: fino a un paio di settimane fa molti
cittadini di Milano, compreso chi scrive, non si sono resi conto della
pericolosità del nuovo virus fino a quando non si è scatenato il tamtam
mediatico e non sono cominciati ad arrivare annunci sempre più allarmanti delle
autorità in merito a numero di contagi e decessi. </p>



<p>Questa potrebbe sembrare pura elucubrazione teorica se non fosse che, soprattutto nel mondo di oggi, la separazione tra percezione e realtà è spesso magistralmente e molto concretamente sfruttata da molti regimi del mondo per gestire la crisi globale più grave della nostra generazione: quella del coronavirus. </p>



<h5 id="wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading-93aa9d5d" class="wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading-93aa9d5d"><span id="la-percezione-che-la-dittatura-sia-una-difesa-contro-la-diffusione-del-virus">La percezione che la dittatura sia una difesa contro la diffusione del virus</span></h5>



<p>Per capire cosa si intende basta dare un occhio ai dati su morti e contagi
pubblicati in tutto il mondo (molti siti di informazione, per esempio <a href="https://www.bloomberg.com/graphics/2020-wuhan-novel-coronavirus-outbreak/?srnd=premium-europe&amp;sref=RqRj603m">Bloomberg</a>, lo fanno molto bene con mappe interattive). I
numeri sembrano dirci una cosa piuttosto singolare: Cina a parte (sui cui dati
sarebbe comunque necessario fare molte verifiche), il virus sembra colpire in
modo particolarmente duro i paesi democratici, e toccare solo con benevola
leggerezza i paesi governati da dittature. </p>



<p>Il dibattito su questa discrepanza si è fatto nelle ultime settimane sempre più surreale. Un approccio “razionalista” avanza argomenti che tutto sommato hanno qualche fondamento, per esempio il fatto che le democrazie avanzate sono maggiormente interconnesse col mondo e per questo sono state raggiunte prima dal contagio. Abbiamo anche visto crescere la quotazione di spiegazioni che flirtano con la perenne fascinazione italica per le soluzioni autoritarie. Secondo questa linea di pensiero, gli uomini e i regimi “forti” sarebbero stati in qualche modo in grado di tenere a bada il virus grazie appunto alla loro capacità di imporre disciplina “con le cattive” (anche se non si capisce bene come, visto che nella maggior parte dei casi non sono state imposte particolari misure restrittive: forse semplicemente “spaventandolo”). In Italia tale approccio ha fatto emergere negli ultimi giorni uno dei risvolti più avvilenti di questa crisi, ovvero la tendenza di tanti italiani di gettarsi ai piedi di qualunque dittatore pronto a darci qualche aeroplano di aiuti (dall’utilità spesso dubbia) e a raccontarci che il suo regime “forte”, al contrario della nostra democrazia, ha tenuto a bada la malattia. </p>



<h5 id="wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading-b66cf04f" class="wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading-b66cf04f"><span id="il-controllo-mediatico-e-la-battaglia-dellitalia">Il controllo mediatico e la battaglia dell&#8217;Italia</span></h5>



<p>Il punto che le spiegazioni “razionaliste” e quelle “filo-autoritarie”
mancano di comprendere è un <strong>semplice
meccanismo che le dittature moderne hanno imparato: se controlli tutto</strong>,
dagli ospedali all’informazione alla polizia, <strong>non hai bisogno di risolvere un problema, devi solo raccontare che
l’hai risolto</strong>. Se un problema non lo cerchi (per esempio non testando i
pazienti) difficilmente lo troverai. Ed è così che, per esempio, in Russia ci
sono 150 casi scarsi di coronavirus dichiarati e ospedali intasati di migliaia
di casi <a href="https://www.rbc.ru/society/13/03/2020/5e62695e9a794761618f1a7b">di una polmonite particolarmente letale</a> (ma, ovviamente, secondo le autorità assolutamente
ordinaria). In Egitto le autorità sembrano più impegnate a <a href="https://www.aljazeera.com/news/2020/03/egypt-targets-guardian-nyt-journalists-coronavirus-reports-200318155434068.html">introdurre misure restrittive per i
giornalisti</a> che parlano
dell’espansione del coronavirus nel paese, piuttosto che a introdurre misure
per contenere il contagio. In Iran, un regime già in piena crisi di legittimità
lancia messaggi contradditori, diviso tra la necessità di ottenere aiuti e
quella di non apparire eccessivamente indebolito agli occhi dei cittadini. E
così mentre Zarif chiede aiuto via tweet in inglese– e giustamente molti, <a href="https://www.mondodem.it/covid-19/guardare-oltre-il-nostro-lockdown-sollevare-le-sanzioni-alliran/">compreso Mondodem</a>, si sono attivati per chiedere ai propri
governi di sostenere l’Iran in questo momento e di fare pressione sugli USA per
una rimozione almeno parziale delle sanzioni – Khamenei non perde occasione di
ribadire come il virus sia un complotto americano per colpire il paese. </p>



<p>Alle dittature vere e proprie abbiamo visto spesso affiancarsi leader con
velleità non esattamente democratiche, come il brasiliano Bolsonaro – che ha
definito il coronavirus un <a href="https://www.theguardian.com/world/2020/mar/23/brazils-jair-bolsonaro-says-coronavirus-crisis-is-a-media-trick?CMP=share_btn_tw">inganno mediatico</a> – e l’israeliano Netanyahu – che ha usato un <a href="https://www.bloomberg.com/news/articles/2020-03-20/netanyahu-s-assault-on-virus-brings-charges-of-dictatorship?sref=RqRj603m">decreto di emergenza</a> per annullare un voto parlamentare che
impediva al governo di usare apparecchiature normalmente utilizzate per la
caccia ai terroristi per monitorare i contagi tra la popolazione. Perché come
ha detto un altro israeliano, <a href="https://www.ft.com/content/19d90308-6858-11ea-a3c9-1fe6fedcca75">lo scrittore Yuval Noah Harari</a>, <strong>la
vera linea di divisione</strong> che la pandemia sta tracciando è quella tra due
diverse reazioni delle società di tutto il mondo: quelle che decideranno di <strong>procedere con la coercizione e
l’imposizione dall’alto</strong>, e quelle che cercheranno prima di tutto di <strong>delegare la responsabilità (e il potere) ai
propri cittadini, spiegando loro la situazione</strong> e i buoni motivi per cui
certe restrizioni sono necessarie. </p>



<p>L’Italia si trova oggi in bilico tra queste due scelte. Finora gli italiani
hanno saputo responsabilizzarsi e, nonostante qualche deprecabile eccezione, la
grande maggioranza ha compreso la gravità della situazione e ha saputo
rispettare le restrizioni chieste dal governo senza bisogno di un grande
intervento di sorveglianza e forze dell’ordine. Purtroppo è però ancora forte
la fascinazione di tante persone, &nbsp;spesso
incoraggiate dalla capacità delle dittature di mostrarsi assai più forti e
intoccabili di quel che sono, per soluzioni d’autorità che prevedono di delegare
responsabilità e potere ad un’autorità superiore, libera di imporre con la
forza tutte le restrizioni che desidera. Poco importa se spesso restrizioni del
genere stentano a venire annullate una volta finita l’emergenza. Una tendenza
che è indice di scarsa maturità di tanti italiani che preferiscono sentirsi i
figli accuditi di uno stato padre-padrone piuttosto che titolari alla pari del
potere – e quindi dei doveri e delle responsabilità – nella propria società. Ma
<strong>la scelta tra questi due approcci è,
dopo quella medica contro il virus, l’altra fondamentale battaglia che vale la
pena combattere oggi</strong>. Perché se possiamo essere certi che l’epidemia prima
o poi finirà, possiamo essere altrettanto certi che le scelte che prendiamo
oggi per combatterla lasceranno tracce ancora più profonde del virus nel nostro
futuro e in quello delle prossime generazioni. </p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/1901/">Virus, dittatura e democrazia: l’inganno della percezione</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
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		<title>Lo sforzo del PD all’opposizione per l&#8217;intera sinistra europea</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Lia Quartapelle]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 06 Apr 2018 14:13:59 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Lo stato della sinistra]]></category>
		<category><![CDATA[Osservatori]]></category>
		<category><![CDATA[Brexit]]></category>
		<category><![CDATA[Democrazia]]></category>
		<category><![CDATA[Elezioni 2018]]></category>
		<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[Italia]]></category>
		<category><![CDATA[Sinistra]]></category>
		<category><![CDATA[Unione Europea]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>di Lia Quartapelle Le elezioni italiane del 4 marzo 2018 sono state le ultime in ordine di tempo&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/1037/">Lo sforzo del PD all’opposizione per l&#8217;intera sinistra europea</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>di Lia Quartapelle</em></p>
<p>Le elezioni italiane del 4 marzo 2018 sono state le ultime in ordine di tempo a chiudere <strong>il grande ciclo di consultazioni politiche europee</strong>, iniziato a giugno del 2016 con il voto sulla Brexit, proseguite con le elezioni in Spagna, Olanda, Francia, Germania, Austria. Sono state tutte elezioni nelle quali il fattore dell’integrazione europea ha giocato un ruolo: in ciascuna di queste tornate le forze politiche si sono confrontate sui temi dell’apertura e della chiusura, sull’efficacia dell’europeismo o al contrario sui meriti del nazionalismo.</p>
<p>Il risultato elettorale italiano ha punti in comune con alcune di esse.</p>
<p>Anche in Italia, le forze che appartengono alle famiglie tradizionali della politica europea (i popolari e i socialisti) hanno perso consenso, proprio a favore di <strong>partiti anti-sistema</strong>, di forze che sanno esprimere in modo più efficace con metodi nuovi (soprattutto utilizzando i social media) la richiesta di cambiamento espressa dai cittadini.  Come in Spagna di fronte a Ciudadanos e Podemos, come in Francia di fronte a En Marche! alla France Insoumise e al Front National, i partiti tradizionali si trovano in una crisi di orizzonte: come continuare a difendere il sistema liberale, di economia capitalista, nel quale viviamo di fronte a nuovi bisogni e nuove sfide. Si tratta di un compito difficile, che interroga in particolare le varie formazioni della sinistra. E il <strong>salto in avanti compiuto dieci anni fa dalla sinistra italiana con la fondazione del PD</strong> non è stato abbastanza per porre il nostro partito al riparo da questa crisi di senso e missione che attanaglia le forze progressiste occidentali e che rischia di portare a un punto di  non ritorno forze come il PS francese o il PVdA olandese o il PSOE spagnolo.</p>
<p>Anche in Italia, come in Germania, le forze di governo hanno perso punti, soprattutto per la valutazione che è stata data dall’elettorato della <strong>questione immigrazione</strong>. In Germania CDU-CSU e SPD perdono complessivamente più di 14 punti, in Italia il PD ne perde quasi 8 mentre l’alleato di governo NCD non si presenta neanche alle elezioni.</p>
<p>Infine, anche in Italia, come in Austria e in Olanda assistiamo a una<strong> radicalizzazione della destra</strong>: la destra moderata di Forza Italia cede quasi 8 punti all’opzione più decisa della Lega di Salvini e diventa stampella e mortalmente insidiata da una forza razzista, anti-UE, filo-russa, sovranista.</p>
<p>Come in Spagna, in Olanda e in Germania anche in Italia si prospetta un periodo di mesi per riuscire a formare un nuovo governo perché l’affermarsi di opzioni populiste sta rendendo più<strong> complicato il definirsi di un accordo politico</strong>.</p>
<p>La differenza tra le altre elezioni europee e il risultato italiano è che tutte le tendenze più drammatiche delle elezioni degli altri paesi europei si sono manifestate in Italia allo stesso tempo. Unite con un sistema istituzionale che non permette di premiare le opzioni più moderate, come avviene con il secondo turno in Francia, con l’indebolirsi della destra moderata a causa del ripresentarsi di Silvio Berlusconi e con una azione di governo che non è riuscita a rispondere agli <strong>effetti della crisi economica che in Italia sono stati più feroci</strong> che in molti altri paesi dell’Ue,  hanno determinato la vittoria delle forze antisistema.</p>
<p>E così, il ciclo delle elezioni europee apertosi con la Brexit, si chiude con la <strong>vittoria delle forze sovraniste in Italia</strong>.</p>
<p>E’ da questo dato di fatto che <strong>dovrà ripartire lo sforzo del PD all’opposizione</strong>. All’interno della crisi delle forze progressiste europee dovremo trovare una strada che sappia coniugare cambiamento, fiducia nel futuro, opportunità, diritti e sviluppo. In Italia, a noi starà anche il compito di contrastare le derive di forze sovraniste, protezioniste, filo-russe e anti-europeiste che rischiano di essere al governo del nostro paese. La Brexit è stata una occasione per ripensare radicalmente l’integrazione europea. Il percorso che il PD intraprenderà per uscire da questa crisi può diventare analogamente <strong>un momento di svolta per l&#8217;intera sinistra Europea</strong>. Non cogliere questa è occasione è davvero troppo rischioso.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/1037/">Lo sforzo del PD all’opposizione per l&#8217;intera sinistra europea</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
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		<title>Appello &#8211; Garantire elezioni libere e giuste in Brasile, non impedire la candidatura dell&#8217;ex presidente Lula</title>
		<link>https://www.mondodem.it/1030/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Lia Quartapelle]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 06 Apr 2018 13:42:06 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[USA e Americhe]]></category>
		<category><![CDATA[Brasile]]></category>
		<category><![CDATA[Democrazia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>di Marina Sereni e Lia Quartapelle Da ormai oltre quattro anni in Brasile è in corso un&#8217;iniziativa giudiziaria&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/1030/">Appello &#8211; Garantire elezioni libere e giuste in Brasile, non impedire la candidatura dell&#8217;ex presidente Lula</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div dir="ltr">
<div><em>di Marina Sereni e Lia Quartapelle</em></div>
<div></div>
<div>
<p>Da ormai oltre quattro anni in Brasile è in corso un&#8217;iniziativa giudiziaria che ha coinvolto l&#8217;ex Presidente Lula e che rischia oggi di <strong>precipitare la democrazia brasiliana in una crisi</strong> grave e preoccupante.</p>
<p>Riteniamo che la lotta alla corruzione sia necessaria per garantire ai cittadini un funzionamento trasparente ed efficace del sistema istituzionale e riteniamo che anche in Brasile, come in tutti i paesi democratici, per combattere efficacemente fenomeni di malcostume e impropri rapporti tra economia e politica, siano necessarie riforme politiche profonde. Ciò tanto più in un momento in cui <strong>il populismo e la demagogia investono con forza</strong> &#8211; anche se in forme diverse &#8211; praticamente tutte le democrazie avanzate.</p>
<p>Tuttavia, in nome della lotta alla corruzione non si può rischiare di mettere in crisi uno dei principi irrinunciabili della democrazia che risiede nella necessità di mantenere una distinzione ed un chiaro <strong>equilibrio tra i poteri legislativo, esecutivo e giudiziario</strong>.</p>
<p>Dopo anni di indagini e di azioni giudiziarie, in cui molti osservatori e giuristi internazionali hanno riscontrato anche elementi di persecuzione personale, infatti, <strong>non sono emerse a carico del Presidente Lula prove</strong> tali da dimostrare che egli si sia appropriato di risorse pubbliche o abbia ricattato imprese per ottenere benefici personali.</p>
<p>Nonostante ciò, in virtù di una sentenza &#8211; <strong>discutibile e discussa anche da molti giuristi brasiliani</strong> in quanto contraddice una delle norme della Costituzione di quel Paese &#8211;  che prevede la possibilità di arresto prima dell&#8217;ultimo grado di giudizio, il Presidente Lula rischia nei prossimi giorni di essere condotto in carcere.</p>
<p>Tutto questo mentre <strong>è in corso la campagna elettorale verso le Presidenziali del prossimo ottobre</strong> alla quale il Presidente Lula partecipa e, stando ai sondaggi, con notevoli possibilità di successo. Giova d&#8217;altra parte ricordare come il contesto politico brasiliano sia stato in questi anni bruscamente scosso da un procedimento di impeachment nei confronti della Presidente Dilma Rousseff che ha portato &#8211; senza nuove elezioni &#8211; ad un vero e proprio ribaltamento politico essendo il governo in carica del Presidente Temer &#8211; già vicepresidente di Dilma &#8211; un esecutivo conservatore e di destra.</p>
<p>Siamo persone che a vario titolo hanno conosciuto l&#8217;esperienza del Governo Lula e abbiamo potuto apprezzare i cambiamenti impressi in quegli anni, soprattutto sul piano sociale. Per convinzioni ideali e politiche <strong>siamo vicini al popolo brasiliano</strong> e a tutte le forze che in quel Paese si battono per la giustizia sociale, contro la povertà, per lo sviluppo sostenibile e il progresso anche delle aree e dei ceti più deboli.</p>
</div>
<div>Per tutte queste ragioni vogliamo oggi esprimere una grande preoccupazione ed un vero e proprio allarme per il rischio che la competizione elettorale democratica in un grande Paese come il Brasile venga distorta e avvelenata da azioni giudiziarie che potrebbero <strong>impedire impropriamente ad uno dei protagonisti</strong> di prendervi parte liberamente.</div>
</div>
<div></div>
<div><em>L&#8217;appello è stato sottoscritto da Romano Prodi, già Presidente del Consiglio dei Ministri, 1996-1998 e 2006-2008; Massimo D`Alema, già Presidente del Consiglio dei Ministri 1998-2000; Luigi Ferrajoli, Giurista e Professore di Filosofia del Diritto, Università degli Studi di Roma3, Membro del Consiglio di Amministrazione della Fondazione Lelio e Lisli Basso; Roberto Gualtieri,  Europarlamentare PD &#8211; S&amp;D, Presidente Commissione ECON, Affari Economici e Monetari del Parlamento Europeo; Salvatore Senese, Magistrato, ex Presidente di sezione alla Corte de Cassazione, ex membro del Senato della Repubblica Italiana, ex Presidente del Tribunale Permanente dei Popoli; Susanna Camusso, Segretario Generale CGIL; Marina Sereni, già Deputata e Vice-presidente della Camera dei Deputati; Piero Fassino, Deputato già Ministro di Grazia e Giustizia; Lia Quartapelle, Deputata, già capogruppo PD Esteri alla Camera; Luciana Castellina, Giornalista, scrittrice, già membro del Parlamento Europeo; Pier Luigi Bersani, Deputato, già Ministro e Presidente della Regione Emilia-Romagna; Vasco Errani, Senatore e già Presidente della Regione Emilia-Romagna; Guglielmo Epifani, Deputato, già Segretario CGIL; Gianni Tognoni, Medico ricercatore, Segretario Generale del Tribunale Permanente dei Popoli e membro del Consiglio di Amministrazione della Fondazione Lelio e Lisli Basso; Roberto Vecchi, Professore, Direttore Dipartimento di Lingue, Letterature e Culture Moderne della Università di Bologna.</em></div>
<div class="gmail_extra"></div>
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			</item>
		<item>
		<title>Caro Salvini, con Putin Presidente non saremmo un Paese migliore</title>
		<link>https://www.mondodem.it/899/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 03 Dec 2017 10:33:42 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Esteri a confronto]]></category>
		<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[Russia e Asia centrale]]></category>
		<category><![CDATA[#salvini]]></category>
		<category><![CDATA[Democrazia]]></category>
		<category><![CDATA[Fakenews]]></category>
		<category><![CDATA[Putin]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Di Carolina De Stefano &#8220;Ritengo che Putin sia uno dei migliori uomini di governo al mondo ma lo&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/899/">Caro Salvini, con Putin Presidente non saremmo un Paese migliore</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Di Carolina De Stefano</em></p>
<p><em>&#8220;Ritengo che Putin sia uno dei migliori uomini di governo al mondo ma lo dico perché lo credo e lo dicono i fatti, non perché me lo suggerisce qualcuno, il fantasma o Facebook. Se avessimo un Putin in Italia staremmo ancora meglio, e questo lo dico perché ne sono convinto e non perché qualcuno mi paga per dirlo. Adesso, che ci siano gli hacker russi che fanno il lavaggio del cervello dalla notte al mattino a inglesi, italiani, tedeschi e americani è una barzelletta che non fa neanche ridere –</em></p>
<p><em>Matteo Salvini, Segretario federale della Lega Nord, 28 novembre 2017</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Quando Salvini dichiara, come ha fatto il mese scorso, che ‘<em>se avessimo un Putin in Italia staremmo ancora meglio</em>’, non è chiaro se si rende conto che se il presidente russo governasse in Italia la Lega Nord non esisterebbe, e che lui non potrebbe fare politica.</p>
<p>Non esisterebbe un sistema partitico in generale, nessuna vera campagna elettorale.</p>
<p>Le critiche alle istituzioni, alle autorità, al governo nazionale – figuriamoci i suoi insulti – in Russia sono a malapena presenti nelle discussioni private, perché è consapevolezza comune che nessuna opposizione, nel momento in cui rischia di diventare una forza politica credibile, è permessa.</p>
<p>Salvini mostra di non sapere quello che succede in Russia oggi e, quel che è peggio, quanto non gli interessi il nostro paese.</p>
<p>Uno, come si fa dire che l’Italia starebbe meglio in assenza di un sistema democratico e pluralistico?</p>
<p>Due, comparare la storia della Russia con quella dell’Italia e, di conseguenza, equipararne le esigenze, non ha alcun senso. Sono due paesi diversi, con storie completamente diverse. Se con il parallelo a casaccio Salvini intendeva semplicemente dire che per governare l’Italia serve un leader autoritario, allora è necessario che la Lega indichi esplicitamente nel programma di partito qual è la visione che ha del futuro del paese, e cosa un ‘Putin’ significherebbe nel concreto.</p>
<p>Tre, soprattutto, Salvini non è capace di vedere che la maggior parte delle azioni sulla quale è basata l’immagine putiniana ‘<em>dell’uomo forte’</em> che lui tanto ammira sono innanzitutto manifestazioni di un senso di accerchiamento e di insicurezza permanenti. Dalle proteste popolari del 2012 in poi (molto più che durante le due presidenze di Putin precedenti), c’è stata un decisa stretta del regime e l’establishment russo guarda ai sistemi democratici e l’Europa come una minaccia, presentandola come tale alla sua popolazione. Questo avviene non perché il Cremlino – come sembra credere Salvini – propone un modello politico vincente, alternativo, alle democrazie occidentali europee, ma, al contrario, perché è incapace di offrire ai propri cittadini sviluppo e prospettive comparabili, e ne teme l’attrattività.</p>
<p>Detto questo, le dichiarazioni di Salvini ci ricordano che dare eccessivo peso, con toni apocalittici, al ruolo potenziale delle interferenze russe e delle fake news nella campagna elettorale italiana fa il gioco di Lega Nord e Cinque Stelle e non farà vincere le elezioni. Anzi. L’attrattività della figura di Putin in Italia risale quantomeno a Berlusconi e non è intrinsecamente legata all’’ondata’ populista. È generalizzata e ha radici sociali più profonde.</p>
<p>È insensato e irrazionale pensare che un finanziamento, o un invito a cena a Mosca – e in questo, dispiace dirlo, Salvini ha ragione &#8211; siano l’origine del sostegno di centinaia di politici italiani alle iniziative russe, soprattutto in politica estera. Come <a href="http://www.ilfoglio.it/politica/2017/11/29/news/il-rischio-che-le-fake-news-diventino-il-nuovo-uomo-nero-della-sinistra-166050/">scrive</a> il Foglio di ieri, le fake news – e, aggiungo, la tesi aprioristica e ossessiva della collusione russa e dei suoi effetti &#8211; rischiano di diventare l’equivalente, fallimentare, della tesi della sinistra negli anni ’90 di un ‘paese sottilmente avvelenato da’, e ‘elettoralmente schiavo’, delle tv berlusconiane.</p>
<p>Come ormai <a href="https://www.bloomberg.com/view/articles/2017-11-02/facebook-ads-reveal-the-real-russian-game">è provato,</a> lo scopo delle interferenze russe, che ci sono state negli altri paesi e che è possibile ci saranno anche nel nostro, non è far vincere quello o quell’altro candidato (anhe perché non ci riuscerebbero), ma creare divisioni interne nelle società democratiche. Queste sono alimentate dalle tesi del complotto, che sono specialità dei populisti. Per vincere, il PD non deve rinunciare alla razionalità né nei confronti della Russia, né della Lega e dei Cinque Stelle.</p>
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		<title>Populismo: Definizione, Origini e Sviluppo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Eugenio Dacrema]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 14 Dec 2016 13:36:35 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Democrazia 2.0]]></category>
		<category><![CDATA[Democrazia]]></category>
		<category><![CDATA[Globalizzazione]]></category>
		<category><![CDATA[Populismo]]></category>
		<category><![CDATA[Taskforce]]></category>
		<category><![CDATA[Unione Europea]]></category>
		<category><![CDATA[USA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Introduzione Il seguente documento intende offrire un sunto del dibattito relativo al fenomeno populista e alla sua relazione&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/99/">Populismo: Definizione, Origini e Sviluppo</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Introduzione</strong></p>
<p>Il seguente documento intende offrire un sunto del dibattito relativo al fenomeno populista e alla sua relazione con la globalizzazione e la governance internazionale. Esso mira a chiarire, precisare e fissare alcuni elementi relativi al populismo emersi in questi mesi sui media e all’interno del dibattito politico. La prima parte si occupa di restituire una definizione di “<strong>populismo</strong>” in accordo con la letteratura corrente sul fenomeno. La seconda analizza invece gli elementi che ne hanno determinato le origini e lo sviluppo all’interno delle democrazie liberali occidentali, con una attenzione particolare per l’<strong>Unione Europea</strong> e l’<strong>Italia</strong>.</p>
<p><strong>Definizione</strong></p>
<p>In questa sede si è scelto di utilizzare la definizione di populismo formulata da <strong>Takis S. Pappas</strong> (2014; per una overview sul populismo europeo si veda anche Kriesi &amp; Pappas 2015), uno dei principali studiosi dell’emergere del populismo moderno in Europa. L’autore fornisce una definizione dicotomica che compara il populismo emergente all’interno delle democrazie occidentali con il liberalismo che le ha caratterizzate per gran parte della loro storia. Pappas giunge così a definire il populismo come “Democrazia illiberale” contrapposta appunto alla “Democrazia liberale”. Sono tre le caratteristiche principali che distinguono la prima dalla seconda:</p>
<ul>
<li><em>Multiple cleavages VS Single cleavage</em>: Mentre in una <strong>democrazia</strong> liberale è riconosciuta e legittimata la presenza di diverse linee di divisione all’interno della società (economiche, etniche, religiose, ecc.) che possono talvolta sovrapporsi e influenzarsi a vicenda, il movimento populista ne riconosce e legittima una sola, relativamente statica e permeata da caratteristiche etico-morali: il popolo (buono) contrapposto all’establishment (cattivo).</li>
<li><em>Overlapping consensus VS Adversarial politics</em>: A causa del riconoscimento di multiple, sovrapponibili e flessibili linee di divisione identitaria all’interno della popolazione la democrazia liberale tende a promuovere la ricerca del consenso e del compromesso tra forze politiche e sociali diverse. Al contrario, il movimento populista tende a non accettare come legittima la ricerca di consenso e legittimazione al di fuori del movimento stesso, vista come un cedimento all’establishment (unico altro gruppo sociale riconosciuto oltre al popolo) e quindi al “nemico”.</li>
<li><em>Constitutionalism VS Majoritarianism</em>: Mentre le forze che agiscono all’interno della cornice di una democrazia liberale tendono a riconoscere i limiti e i contrappesi previsti dalle regole imposte dalla legge e soprattutto dalla Costituzione, il partito populista tende a vedere questi elementi come illegittime restrizioni alla volontà popolare. Ciò discende direttamente dall’interpretazione secondo la quale l’elettore del partito populista è l’unico vero rappresentante del “popolo” (buono) la cui volontà deve essere rispettata. Essendo coloro che non aderiscono al partito populista parte dell’establishment (cattivo) o comunque ad esso affiliati, essi non hanno diritto alle garanzie attribuite alla minoranza incluse nelle costituzioni liberali.</li>
</ul>
<p><strong>Origine e sviluppo</strong></p>
<p>Il crescere del populismo in Occidente è stato numerose volte collegato al crescere della <strong>globalizzazione</strong>. L’analisi è di per sé corretta ma spesso articolata in modo troppo semplicistico. Nella maggioranza dei casi troviamo infatti un discorso che attinge molto alla retorica novecentesca della <em>working class</em> e che tende a riportare il tutto a una questione di lotta di classe vecchio stampo tra padroni del capitale e proletari – nella versione moderna “<em>working class</em>” o “piccola classe media” – i cui salari e posti di lavoro sono costantemente diminuiti a causa della competizione dei prodotti e della forza lavoro esteri e della finanziarizzazione dell’economia. Secondo tale approccio abbiamo quindi a che fare con strati sociali impoveriti, caratterizzati dall’appartenenza alle classi più svantaggiate e meno istruite. Queste sarebbero state a lungo ignorate dalle <strong>élite</strong>, che hanno dato priorità ai propri interessi e ai propri affari su scala globale.</p>
<p>Per quanto certamente questa spiegazione catturi una parte del problema, essa va significativamente precisata e completata. Precisata prima di tutto perché, come <strong>Brexit</strong> e <strong>elezioni americane</strong> hanno dimostrato, la maggior parte degli elettori populisti non appartiene alle classi sociali più svantaggiate. Soprattutto in America e nel Regno Unito queste ultime sono infatti composte da minoranze, solitamente escluse dalle grandi narrazioni populiste e soggette spesso ad altri tipi di auto-narrazione che si esprimono in forme di <em>collective-action</em> alternative, in alcuni casi anche fuori dalla legalità (identitarismo etnico-religioso più o meno radicalizzato, o organizzazioni criminali a controllo territoriale). La grande maggioranza che però continua a identificarsi col sistema tende a scegliere ancora partiti <em>mainstream</em>, visti come gli unici in grado di tutelarla di fronte al crescente razzismo populista.</p>
<p>Il populismo <a href="http://fivethirtyeight.com/features/education-not-income-predicted-who-would-vote-for-trump/">trae quindi gran parte del proprio consenso nelle classi medie</a>: piccola borghesia, media borghesia ma, e questo è importante sottolinearlo, anche alta borghesia. Questo perché le trasformazioni socioeconomiche causate dall’innovazione tecnologica e dall’apertura del commercio e della finanza hanno trasformato profondamente il vecchio “<em>divide</em>” lavoro-capitale nel nuovo vincenti-perdenti della globalizzazione (Kriesi et al. 2006). Molti tendono a sovrapporre erroneamente i due concetti. Al contrario, le due linee di demarcazione tratteggiano due tipi di agglomerati sociali assai diversi. Nel caso del lavoro-capitale di stampo industriale-novecentesco si era di fronte a classi sociali ben delineate, caratterizzate da simile tenore di vita, simili salari, simili luoghi di aggregazione e così via. Il nuovo <em>divide</em> unisce invece strati sociali molto diversi nella stessa categoria. All’interno dei perdenti abbiamo infatti sia l’operaio della fabbrica delocalizzata, sia il piccolo esercente messo fuori mercato dalla catena commerciale estera; abbiamo il giovane istruito e precario, come abbiamo l’imprenditore abbiente ma incapace di reggere la competizione sul mercato internazionale.</p>
<p>La profonda trasversalità della classe dei perdenti della globalizzazione ha due fondamentali conseguenze. In primo luogo rende assai difficile la loro rappresentanza politica: un giovane laureato precario ha interesse nel ricevere maggiori tutele e salari, mentre l’imprenditore in difficoltà ha l’esigenza di mantenere, quando non aumentare, la precarizzazione e l’abbattimento del costo del lavoro per poter tenere aperta l’azienda. Entrambi non rientrano nel vecchio schema lavoro-capitale. Da una parte il giovane precario compie lavori sotto-mansionati ma comunque prevalentemente nel terzo settore, caratterizzato da grande ricambio e mobilità che impediscono di fatto il coagularsi di azioni collettive significative da parte dei dipendenti. La precarizzazione rende infatti il posto di lavoro anche più intercambiabile agli occhi del lavoratore che, dovendo scegliere tra intraprendere difficili azioni collettive per la stabilizzazione e il rafforzamento di una posizione lavorativa spesso demansionata e cercarne un’altra, preferisce la seconda opzione. L’imprenditore, da parte sua, non rientra più nella classica categorizzazione del proprietario dei mezzi di produzione in grado di estrarre consistente plus-valore. Spesso le piccole-medie imprese che caratterizzano il 90% del panorama imprenditoriale italiano sono incapaci di quel salto di produttività che farebbe effettivamente aumentare i propri margini. Oggi, spesso, la ricerca ossessiva di abbattimento dei costi dei salari non è motivata dalla ricerca di maggiori margini di profitto ma da un affannoso adattamento alla competizione con paesi caratterizzati da una forza lavoro assai meno retribuita. Non potendo, per ragioni dimensionali tipiche del panorama imprenditoriale italiano, aumentare la competitività tramite <strong>economia</strong> di scala e attività di ricerca e sviluppo.</p>
<p>Questo rende il classico “<em>frame</em>” (cornice di lettura della realtà) del conflitto lavoro-capitale meno “<em>resonant</em>”, termine che in sociologia definisce un concetto capace di essere percepito come adatto a spiegare la realtà in cui l’individuo si trova (per una overview vedere Benford and Snow 2000). Ciò causa uno scarso appeal delle classiche narrazioni di sinistra fra la popolazione a ogni livello: i soggetti di solito fanno fatica a ritrovarvisi e ciò ha impedito all’opposizione a sinistra del Partito Democratico di raccogliere i frutti del crescente malcontento verso il governo Renzi. Questo ci porta direttamente alla seconda conseguenza del nuovo “<em>divide</em>”: piuttosto che trovare responsabilità l’uno nell’altro, questi soggetti diversi come il precario e l’imprenditore in difficoltà tenderanno a percepirsi come vittime dello stesso processo, ovvero la globalizzazione, e degli stessi soggetti, ovvero coloro che la promuovono e la proteggono. Troveranno, quindi, un ruolo assai più convincente (e “<em>resonant</em>”) nella classica narrativa populista dell’élite VS <strong>popolo</strong>, che ha la straordinaria capacità di appiattire le enormi differenze sociali interne al concetto di popolo e di unirlo all’interno dello stesso “in-group” opposto a un “out-group” in rapporto verticale, ovvero le élite.</p>
<p>Tutto questo ci porta direttamente al secondo fondamentale elemento, spesso ignorato dalle classiche spiegazioni che si danno al fenomeno populista. L’aumentare della globalizzazione e dell’interdipendenza ha infatti portato anche al crescere costante del cosiddetto “vincolo esterno” degli esecutivi nazionali (Mair 2009). Il “vincolo esterno” consiste in tutti quegli accordi che lo stato ha firmato per garantire il funzionamento dell’attuale ordinamento economico internazionale. In un mercato finanziario aperto, per esempio, un grosso vincolo esterno è rappresentato dalla necessità degli stati di preservare l’equilibrio dei propri conti pubblici in modo da non causare emorragia di capitali esteri (e domestici). Per gli stati europei tale vincolo esterno è stato anche parzialmente istituzionalizzato nell’ambito dell’Unione Europea.</p>
<p>Il vincolo esterno, cresciuto negli anni, ha progressivamente diminuito lo spazio di manovra degli esecutivi nazionali e, col tempo, anche i programmi politici “realistici” dei cosiddetti “partiti di governo”. Chiunque governi, o voglia governare, nell’ambito dell’attuale ordine economico si trova di fatto ad avere opzioni limitate nel campo delle proposte economiche, rendendo le divisioni programmatiche tra i partiti “<em>mainstream</em>” sempre meno distinguibili, un limite che i partiti populisti sfruttano al meglio.</p>
<p>Come notato da Dani Rodrik (2012), l’incapacità di trasformare il vincolo esterno in una fonte di opportunità e di legittimazione è dovuta soprattutto al fatto che gli strumenti di <strong>governance</strong> <strong>internazionale</strong> che lo sostengono si sono rivelati troppo farraginosi e rigidi, nonché poco responsivi a problemi localizzati. Questo è dovuto soprattutto all’incapacità di democratizzare questi strumenti uscendo dalla logica della democrazia come strumento esclusivo dello stato-nazione. Una incapacità che ha caratterizzato perfino l’unica organizzazione internazionale che sembrava essere in grado di poter compiere il salto da un metodo intergovernativo a un metodo più genuinamente democratico: l’Unione Europea.</p>
<p>Rodrik sottolinea come le uniche vie d’uscita da tale situazione siano due: da una parte la riduzione dell’esposizione all’economia e alla politica internazionali e un ritorno alla dimensione dello stato-nazione caratterizzato da una apertura controllata e condizionata e un conseguente aumento della sovranità esercitabile da un esecutivo nazionale. Oppure, dall’altra, un allargamento dei metodi democratici al di fuori dell’ambito nazionale, riformando, soprattutto per quanto riguarda l’Europa, gli organismi dell’Unione Europea in senso democratico. A problemi causati da fenomeni globali possono rispondere solo istituzioni globali, le quali possono essere davvero responsive e percepite come legittime solo se trasformate in senso democratico. Un tale processo è probabilmente impossibile nel breve-medio periodo a livello globale, ma potrebbe esserlo a livello europeo. E può essere ottenuto solo dando una nuova percezione di legittimazione democratica che travalichi il confine nazionale.</p>
<p>&nbsp;</p>
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<p><strong>Bibliografia </strong></p>
<p>Benford R.D., Snow D.A., <em>Framing Processes and Social Movements: An Overview and Assessment</em>, Annual Review of Sociology, Vol. 26, pp. 611-639</p>
<p>Kriesi H., Grande E., Lachat R., Dolezal M., Bornschier S., Frey T. (2006), <em>Globalization and the Trasformation of the National Political Space: Six European countries compared</em>, PACTE, Working Paper n.1</p>
<p>Kriesi H., Pappas T.S. (2015), <em>European Populism in the Shadow of the Great Recession</em>, ECPR</p>
<p>Mair P. (2009), <em>Representative versus Responsible Government</em>, Max Planck Institute for the Study of Societies, MPIfG Working Paper 09/8</p>
<p>Pappas T.S. (2014), <em>Populist Democracies: Post-Authoritarian Greece and Post-Communist Hungary</em>, Government and Opposition, Vol. 49, No. 1, pp 1-23</p>
<p>Rodrik D. (2012), <em>The Globalization Paradox: Democracy and the Future of the World Economy</em>, W. W. Norton &amp; Company</p>
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