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	<title>Egitto Archivi &#8211; MondoDem</title>
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	<description>Laboratorio di Politica Internazionale</description>
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	<title>Egitto Archivi &#8211; MondoDem</title>
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		<title>Patrick Zaki: tra tutela dei diritti umani e politica estera dell’Italia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 12 Apr 2021 17:12:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Appuntamenti]]></category>
		<category><![CDATA[dirittiumani]]></category>
		<category><![CDATA[Egitto]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Lunedì parleremo di una storia che ci sta molto a cuore: quella di Patrick Zaki, lo studente egiziano in&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Lunedì parleremo di una storia che ci sta molto a cuore: quella di Patrick Zaki, lo studente egiziano in carcere al Cairo.<br>Con Filippo Sensi, Riccarda Lopetuso e Michelangelo Freyrie parlano di Patrick Zaki, diritti umani e la cittadinanza come matrice di una politica estera inclusiva. <a href="https://www.instagram.com/tv/CNkzBt2I4U9/?utm_source=ig_web_copy_link">Rivedi qui. </a></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/2929/">Patrick Zaki: tra tutela dei diritti umani e politica estera dell’Italia</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
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		<title>Regeni, cinque anni dopo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 29 Jan 2021 16:56:27 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Appuntamenti]]></category>
		<category><![CDATA[Egitto]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Cos’è cambiato nel rapporto fra Italia ed Egitto dopo l’assassinio di Giulio Regeni ? Come può l’Europa promuovere&#8230;</p>
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<p>Cos’è cambiato nel rapporto fra Italia ed Egitto dopo l’assassinio di Giulio Regeni ? Come può l’Europa promuovere i diritti umani nel Mediterraneo? Michelangelo Freyrie intervista Lia Quartapelle in questa Live di Mondodem. <br></p>



<p><a href="https://www.facebook.com/mondodemlab/videos/293304762369014/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Rivedi la live qui. </a></p>
</div>
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		<title>Dopo la solidarietà, i fatti: applicare il Magnitsky Act per il caso Regeni</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Michelangelo Freyrie]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 18 Dec 2020 11:33:05 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Policy brief]]></category>
		<category><![CDATA[Egitto]]></category>
		<category><![CDATA[Regeni]]></category>
		<category><![CDATA[Sanzioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L’Italia dovrebbe richiedere al Consiglio europeo l’applicazione del Magnitsky Act nei contro gli egiziani coinvolti nell’omicidio Regeni.</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p><em>L’Italia dovrebbe richiedere al Consiglio europeo del 25 gennaio l’applicazione del Magnitsky Act nei confronti di un certo numero di attori egiziani coinvolti nell’omicidio Regeni. Sarebbe un’eccellente occasione per lanciare un segnale di fermezza al Cairo, adottando un’iniziativa visibile e concreta. Allo stesso tempo, assumeremmo un ruolo trainante a livello europeo ed otterremmo un più evidente schieramento al nostro fianco dell’intera UE nel contenzioso con l&#8217;Egitto. L’iniziativa andrebbe peraltro a vantaggio della stessa Unione, che ha un interesse strategico a promuovere il rispetto dei diritti umani nel proprio vicinato.</em></p>



<p>Leggi il policy paper: </p>



<div class="wp-block-file"><a href="https://www.mondodem.it/wp-content/uploads/2020/12/Applicare-il-Magnitsky-Act-per-il-caso-Regeni-2.pdf">Applicare-il-Magnitsky-Act-per-il-caso-Regeni-2</a><a href="https://www.mondodem.it/wp-content/uploads/2020/12/Applicare-il-Magnitsky-Act-per-il-caso-Regeni-2.pdf" class="wp-block-file__button" download>Download</a></div>


<a href="https://www.mondodem.it/wp-content/uploads/2020/12/Applicare-il-Magnitsky-Act-per-il-caso-Regeni-2.pdf" class="pdfemb-viewer" style="" data-width="max" data-height="max" data-toolbar="bottom" data-toolbar-fixed="off">Applicare-il-Magnitsky-Act-per-il-caso-Regeni-2</a>
<p class="wp-block-pdfemb-pdf-embedder-viewer"></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/2290/">Dopo la solidarietà, i fatti: applicare il Magnitsky Act per il caso Regeni</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
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		<title>L&#8217;Italia nel Mediterraneo</title>
		<link>https://www.mondodem.it/2092/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 17 Jun 2020 13:50:47 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Grande Medio Oriente]]></category>
		<category><![CDATA[Egitto]]></category>
		<category><![CDATA[Italia]]></category>
		<category><![CDATA[Mediterraneo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il 22 giugno 2020 Mondodem e la Friedrich Ebert Stiftung trasmetteranno una discussione sulle tensioni nel Mediterraneo (Registratevi&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/2092/">L&#8217;Italia nel Mediterraneo</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p><em>Il 22 giugno 2020 Mondodem e la Friedrich Ebert Stiftung trasmetteranno una discussione sulle tensioni nel Mediterraneo (Registratevi <a href="https://www.facebook.com/events/2993348794094848/">qui).</a> In vista dell&#8217;evento vi proponiamo quattro brevi riflessioni sulla situazione nella regione e sulle scelte politiche italiane.</em></p>



<hr class="wp-block-separator"/>



<figure class="wp-block-image alignwide size-large"><img decoding="async" src="https://content.fortune.com/wp-content/uploads/2015/08/gettyimages-165109925.jpg" alt=""/></figure>



<p class="has-drop-cap">Su una base economico-energetica non ha più senso per l’Europa e l’Italia investire in nuove infrastrutture a gas, come gasdotti o rigassificatori. Già pre COVID quelle esistenti erano utilizzate per la metà e il nuovo gasdotto TAP contribuirà a questa eccedenza. La diversificazione delle fonti e la sicurezza degli approvvigionamenti sono già garantite secondo le valutazioni della Commissione Europea. Il calo della domanda di gas in Italia (meno 13%) e in Europa è strutturale dal 2010. Post COVID questo trend si accentuerà attraverso il Green Deal. Nei primi 5 mesi del 2020 la domanda di gas in Europa è crollata del 7%, il calo più severo registrato a livello mondiale. L’Agenzia Internazionale dell’Energia stima che la domanda di gas in Europa non tornerà mai più ai livelli pre-COVID grazie all’avanzata delle rinnovabili. Se aggiungiamo l’effetto dell’efficienza energetica nel ridurre i consumi di gas per il riscaldamento, si pensi all’ecobonus, e nell’industria questo trend non potrà che aumentare. Il gas del Mediterraneo perde così il troppo decantato tratto strategico e l’interesse nazionale cambia verso garantire un Green Deal anche ai paesi del Mediterraneo che più di tutti saranno colpiti dai cambiamenti climatici. L’Italia deve allora ripensare la sua politica estera in questa ottica e usare la sua diplomazia e le sue alleanze in modo strategico per influenzare le scelte di altri verso nuovi obiettivi di cooperazione che si spostano dal fossile all’energia pulita. <strong>&#8211; Luca Bergamaschi</strong></p>



<figure class="wp-block-image alignwide size-medium"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="300" height="254" src="https://www.mondodem.it/wp-content/uploads/2020/06/5b1da2ce92a07-300x254.jpg" alt="" class="wp-image-2089" srcset="https://www.mondodem.it/wp-content/uploads/2020/06/5b1da2ce92a07-300x254.jpg 300w, https://www.mondodem.it/wp-content/uploads/2020/06/5b1da2ce92a07-768x650.jpg 768w, https://www.mondodem.it/wp-content/uploads/2020/06/5b1da2ce92a07.jpg 1000w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></figure>



<p class="has-drop-cap">Nel Mediterraneo è in corso ormai da qualche anno un pericoloso riarmo, che si accompagna al ritorno della politica di potenza e a un grave arretramento del multilateralismo. Non solo armare Il Cairo non tutela il nostro interesse nazionale, ma minaccia i nostri stessi obiettivi strategici: l’Egitto di al-Sisi è schierato in Libia dalla parte di Haftar, dunque su una linea contraria agli interessi di Roma.<br>Non è dunque un’operazione, come pure è stato detto e scritto in sua difesa, che rafforza la pace e la sicurezza nel Mediterraneo. Contribuisce semmai a rafforzare quello che nelle relazioni internazionali viene definito il dilemma della sicurezza: quella situazione che si innesca nel sistema internazionale quando gli strumenti impiegati da uno Stato per accrescere la propria sicurezza (come l’acquisto di sistemi di arma) provocano una riduzione della sicurezza di altri Stati, innescando così una spirale di insicurezza reciproca che conduce inevitabilmente al conflitto. Se l’obiettivo, armando l’Egitto, è quello di riequilibrare i rapporti di forza nei confronti di una Turchia percepita come troppo aggressiva, il risultato finale potrebbe non essere quello sperato.<br>Falso è anche l’assunto secondo il quale l’Egitto è partner ineludibile per la stabilizzazione della regione Mena: abbiamo fatto troppo spesso l’errore in questi anni di confondere l’autoritarismo con la stabilità, ma fino a quando ai singoli non saranno garantiti sicurezza individuale e diritti civili, qualsiasi stabilità sarà solo di facciata.<br>Non è dunque rafforzando militarmente una dittatura militare che si gettano le basi per la stabilità e la sicurezza nella regione. <strong>&#8211; Annalisa Perteghella</strong></p>



<figure class="wp-block-image alignwide size-large"><img decoding="async" src="https://www.triesteallnews.it/wp-content/images/2019/06/giulio-regeni.jpg" alt=""/></figure>



<p class="has-drop-cap">Per l’Italia la fornitura di armi a paesi del Mediterraneo non è semplicemente una scelta di carattere commerciale o occupazionale (questioni di cui non sottovaluto l’importanza). Nel Mediterraneo l’Italia ha sempre cercato di avvicinare i contendenti, favorire la pace e la stabilità. In questo momento, nel Mediterraneo si stanno fronteggiando due schieramenti, uno capeggiato dalla Turchia, l’altro dall’Egitto. In questo contesto, in cui dovremmo rafforzare la nostra presenza anche navale nel Mediterraneo, per controllare l’embargo sulle armi in Libia, per ridurre le tensioni nel Mediterraneo orientale, facciamo una cosa totalmente diversa: togliamo due navi che erano state commissionate per la nostra Marina, e le vendiamo all’Egitto. Avremmo potuto fare qualcosa si diverso per perseguire i nostri interessi strategici? Io credo di sì: avremmo potuto porre la questione della fornitura di armi in sede europea, promuovendo con la Germania una iniziativa europea per una moratoria sulla vendita di armi (molte delle quali poi finiscono per essere usate in Libia, dove noi invece ci sgoliamo per il rispetto dell’embargo). L’Italia ha già sollevato il punto sulla vendita di armi all’Egitto: lo fece Emma Bonino dopo il colpo di stato di Al Sisi nel 2013. Una volta vendute le fregate, a che titolo potremo dire ad altri paesi europei che dobbiamo favorire la pace, invece di armare gli eserciti?Non sbagliamoci: l’Egitto di Al Sisi non è l’Egitto di Mubarak. Al tempo di Mubarak, i paesi occidentali chiudevano ipocritamente gli occhi sulla repressione interna, in cambio della tutela che Mubarak prestava agli interessi occidentali nel Mediterraneo. Ora non è più così: Al Sisi impiega internamente una repressione pesantissima e al tempo stesso “si è messo in proprio” sul piano internazionale, perseguendo in modo spregiudicato i propri interessi sullo scacchiere internazionale. Infine, noi non chiamiamo più “alleato” l’Egitto da quando non ha voluto fornirci una vera assistenza e cooperazione in campo giudiziario sulla vicenda di Giulio Regeni. Alla questione Regeni si è aggiunta anche l’indisponibilità a cooperare anche per la sorte di Patrick Zaky. Questa è una questione che attiene all’interesse nazionale: per l’Italia (non per questo o quel governo) è necessario arrivare alla verità sull’assassinio e le torture subite dal giovane ricercatore italiano al Cairo nel 2016. Ne va del prestigio della nostra nazione, che non può accettare spiegazioni lacunose e di comodo. Un atto così efferato, compiuto dalle forze di sicurezza di un paese importante come l’Egitto, non può restare senza una attribuzione delle responsabilità certificata da un processo imparziale. <strong>&#8211; Lia Quartapelle</strong></p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" src="https://defbrief.com/wp-content/uploads/2020/03/European-Union-launches-Libyan-arms-embargo-mission-Irini.jpg" alt=""/></figure>



<p class="has-drop-cap">Nonostante molti osservatori continuino a usare la contrapposizione tra Iran e Arabia Saudita come principale filtro di comprensione del Medio Oriente, dal 2011 questa linea di divisione ha sempre meno significato. Per gli europei che desiderano comprendere la sponda meridionale del Mediterraneo è oggi opportuno guardare a un’altra faglia di divisione politica assai più importante, ovvero quella che contrappone alcune nazioni come gli Emirati Arabi Uniti, l’Egitto e l’Arabia Saudita – fattisi motori della restaurazione dello status quo autoritario in Medio Oriente dopo lo shock della Primavera Araba – a protagonisti emergenti come Turchia e Qatar, che dal 2011 si sono fatti sostenitori di istanze legate all’Islam politico in vari contesti mediorientali con lo scopo di sovvertire a proprio favore gli equilibri di potenza nella regione. Entrambe queste fazioni flirtano con l’Occidente – la Turchia è membro NATO mentre EAU, Arabia Saudita, Egitto e Qatar intrattengono strette relazioni con USA e Unione Europea – ma nessuna delle due è di per sé allineata con gli obiettivi politici e gli interessi occidentali. L’Occidente, e soprattutto l’Europa, oggi continuano a dividersi, con singoli paesi che giocano da comprimari di una delle due fazioni, sostenendola nella speranza di trarne profitti economici e/o politici (come fa la Francia, vicina da anni agli EAU e sempre più propugnatrice di una politica anti-turca), oppure a giocare di sponda, cercando di mantenere aperti canali con entrambe le fazioni nella speranza, anche in questo caso, di riuscire a trarne di volta in volta benefici contingenti (come fanno, seppur in modi diversi, sia l’Italia che gli USA di Trump). Sia la prima che la seconda strategia hanno mostrato tutti i propri limiti negli ultimi anni in dossier vitali per la sicurezza energetica e politica della UE come Siria e Libia. È venuto il tempo per l’Europa di riscoprirsi la grande potenza mediterranea che è – molto più influente delle medie-piccole potenze che sono i singoli paesi europei mediterranei presi singolarmente – elaborando una sua propria strategia modellata sui suoi valori e interessi. <strong>&#8211; Eugenio Dacrema</strong></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/2092/">L&#8217;Italia nel Mediterraneo</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
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		<title>Il caso Fremm: l&#8217;Italia di fronte al dilemma della sicurezza</title>
		<link>https://www.mondodem.it/2083/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Annalisa Perteghella]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 16 Jun 2020 18:13:10 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Grande Medio Oriente]]></category>
		<category><![CDATA[Egitto]]></category>
		<category><![CDATA[fremm]]></category>
		<category><![CDATA[Mediterraneo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Non si ravvisa una motivazione strategica dietro la decisione di procedere con la fornitura di due fregate Fremm&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/2083/">Il caso Fremm: l&#8217;Italia di fronte al dilemma della sicurezza</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-drop-cap">Non si ravvisa una motivazione strategica dietro la decisione di procedere con la fornitura di due fregate Fremm all’Egitto. Nonostante i difensori dell’operazione l’abbiano presentata come un successo commerciale, essa appare come un successo decisamente di corto periodo.</p>



<p>Non è, come invece è stata dipinta, un’operazione a tutela del nostro interesse nazionale: nel Mediterraneo è in corso ormai da qualche anno un pericoloso riarmo, che si accompagna al ritorno della politica di potenza e a un grave arretramento del multilateralismo. La Libia è il caso più esemplare. Non solo armare Il Cairo non tutela il nostro interesse nazionale, ma minaccia i nostri stessi obiettivi strategici: l’Egitto di al-Sisi, junior partner della coalizione a guida saudita-emiratina che dal 2011 guida l’asse di repressione delle istanze democratiche nate sull’onda della primavera araba, è schierato in Libia dalla parte di Haftar, dunque su una linea contraria agli interessi di Roma.</p>



<p>Anche sulla questione della Grand Ethiopian Renaissance Dam (nel cui progetto è impegnata l’italiana Salini Impregilo), che oppone Egitto e Etiopia, rafforzare Il Cairo non appare in linea con i numerosi interessi italiani non solo nel progetto ma nell’intero Corno d’Africa.</p>



<p>Non è dunque un’operazione, come pure è stato detto e scritto in sua difesa, che rafforza la pace e la sicurezza nel Mediterraneo. Contribuisce semmai a rafforzare quello che nelle relazioni internazionali viene definito il dilemma della sicurezza: quella situazione che si innesca nel sistema internazionale quando gli strumenti impiegati da uno Stato per accrescere la propria sicurezza (come l’acquisto di sistemi di arma) provocano una riduzione della sicurezza di altri Stati, innescando così una spirale di insicurezza reciproca che conduce inevitabilmente al conflitto. Se l’obiettivo, armando l’Egitto, è quello di riequilibrare i rapporti di forza nei confronti di una Turchia percepita come troppo aggressiva, il risultato finale potrebbe non essere quello sperato.</p>



<p>Falso è anche l’assunto secondo il quale l’Egitto è partner ineludibile per la stabilizzazione della regione Mena: abbiamo fatto troppo spesso l’errore in questi anni di confondere l’autoritarismo con la stabilità, crogiolandoci nell’illusione che delegando a questi presunti bastioni di stabilità la gestione del caos che si agita alle porte dell’Italia e dell’Europa, noi saremmo stati in salvo, al riparo dai “barbari” in arrivo dal Medio Oriente. Non è stato così, come hanno dimostrato le successive ondate migratorie frutto della destabilizzazione della regione negli ultimi dieci anni, o gli attacchi dello Stato islamico arrivati nel cuore delle nostre città. Fino a che non ci saranno democrazia e inclusione, non ci sarà vera stabilità. Fino a quando ai singoli non saranno garantiti sicurezza individuale e diritti civili, qualsiasi stabilità sarà solo di facciata. La fortissima crisi economica che attanaglia Il Cairo non fa altro che aggiungere un ulteriore elemento al pesante malcontento che cova sotto le ceneri.</p>



<p>Come ben sappiamo, l’Egitto è ben lontano dal garantire diritti e sicurezza ai propri cittadini: lo vediamo dalle notizie di incarcerazioni e vendette sommarie contro famigliari di dissidenti che arrivano ogni giorno. Avremmo dovuto capirlo già quando un nostro connazionale, Giulio Regeni, è stato rapito, torturato e ucciso con la connivenza del regime egiziano, che da allora non ha fatto alcun passo concreto anche solo per fornirci una spiegazione di facciata. Quale cittadino italiano può sentirsi al sicuro e tutelato dal proprio stato, se sa che il proprio paese è pronto ad abbandonare qualsiasi rivendicazione di verità e giustizia in cambio di commesse commerciali?</p>



<p>Quale governo straniero si sentirà frenato dal riservarci lo stesso trattamento nella malaugurata ipotesi che un episodio simile accada di nuovo?</p>



<p>Non è giocando a Risiko nel Mediterraneo e ammantando di realpolitik scelte che sono invece esclusivamente commerciali e che rappresentano interessi di breve periodo, che si guadagna il rispetto degli altri paesi, la fiducia dei proprio cittadini, una posizione al tavolo negoziale. Ma soprattutto, non è rafforzando militarmente una dittatura militare che si gettano le basi per la stabilità e la sicurezza nella regione. Nessuna azione è priva di conseguenze. Ricercare solamente l’interesse economico e commerciale, slegando la connessa dimensione geopolitica e di sicurezza, rischia di avere conseguenze particolarmente pericolose.</p>



<hr class="wp-block-separator is-style-default"/>



<div class="wp-block-media-text alignwide is-stacked-on-mobile"><figure class="wp-block-media-text__media"><img decoding="async" width="1024" height="477" src="https://www.mondodem.it/wp-content/uploads/2020/06/105046145_267539778025496_7314427624706558668_o-1024x477.jpg" alt="" class="wp-image-2085" srcset="https://www.mondodem.it/wp-content/uploads/2020/06/105046145_267539778025496_7314427624706558668_o-1024x477.jpg 1024w, https://www.mondodem.it/wp-content/uploads/2020/06/105046145_267539778025496_7314427624706558668_o-300x140.jpg 300w, https://www.mondodem.it/wp-content/uploads/2020/06/105046145_267539778025496_7314427624706558668_o-768x358.jpg 768w, https://www.mondodem.it/wp-content/uploads/2020/06/105046145_267539778025496_7314427624706558668_o.jpg 1338w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure><div class="wp-block-media-text__content">
<p class="has-normal-font-size"><strong>Il 22 giugno 2020  Mondodem e la Friedrich Ebert Stiftung trasmetteranno una discussione sulle tensioni nel Mediterraneo. Registratevi <a href="https://www.facebook.com/events/2993348794094848/">qui. </a></strong></p>
</div></div>



<p></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/2083/">Il caso Fremm: l&#8217;Italia di fronte al dilemma della sicurezza</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
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		<item>
		<title>L’accordo tra Eni e Rosneft e la crescente presenza russa nel Mediterraneo: implicazioni per la Ue e l’Italia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 20 Dec 2016 12:50:04 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[L'Italia nel mondo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Eni e Rosneft hanno trovato l’accordo: l’azienda italiana ha venduto al colosso russo del petrolio il 30% delle&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Eni</strong> e <strong>Rosneft</strong> hanno trovato l’<strong>accordo</strong>: l’azienda italiana ha venduto al colosso russo del petrolio il 30% delle sue quote (e un’opzione per un ulteriore 5%) della concessione gasifera di Shourouk, nell’off-shore egiziano dove si trova il maxi giacimento di Zohr. L’enorme quantità di idrocarburi nascosta sotto il mare egiziano è stata scoperta dall’<strong>Eni</strong> nel 2015 ed è il più grande giacimento di gas naturale mai rinvenuto nel Mediterraneo, con un potenziale di 850 milioni di metri cubi di risorse fossili. La quota acquisita adesso da Rosneft permetterà alla <strong>Russia</strong> di incrementare la sua offerta di gas all’<strong>Egitto</strong> e di gestire maggiori operazioni di trading.  L’accordo, inoltre, rappresenta il primo passo importante di Rosneft verso il rafforzamento della propria presenza nel mercato del <strong>gas</strong> naturale liquefatto. Oltre ai vantaggi economici, di cui parleremo brevemente, la Russia otterrà un avanzamento geopolitico che avrà forti implicazioni sia sulle politiche europee che, in particolare, su quelle italiane.</p>
<p>Negli ultimi anni il gas sta giocando un ruolo chiave nella politica economica russa, dato che questa risorsa energetica rappresenta circa il 52% delle entrate iscritte nel bilancio federale e il 68% di tutti i profitti provenienti dalle esportazioni. Il principale produttore ed esportatore di gas è il gigante monopolistico <strong>Gazprom</strong>, un’azienda statale. Ma lentamente la situazione ha iniziato a cambiare e la Federazione ha iniziato a concedere ad altri investitori interni il diritto di esportare il gas naturale liquesfatto, anche in maniera del tutto indipendente da Gazprom. Questo accordo tra Eni e Rosneft testimonia che la competizione interna, in Russia, sta aumentando e che lo Stato sta offrendo a questa società condizioni commerciali favorevoli per controbilanciare le attività di Gazprom, sia sul mercato interno che su quello internazionale.</p>
<p>Il gas, inoltre, è protagonista della politica estera russa nei confronti di varie regioni, comprese quelle mediterranee.  Mosca ha avviato una politica di lenta ma continua penetrazione – di ordine strategico ed economico – nei Paesi di quest’area e in particolare, dopo aver saldato la sua presenza militare in Siria per estendere la sua influenza in Medio Oriente, ha iniziato a sviluppare un nuovo rapporto politico e commerciale con l’Egitto.</p>
<p>Oggi, infatti, Il <strong>Cairo</strong> è un partner di rilievo per Mosca in vari settori: antiterrorismo, commercio di armi, energia nucleare e agricoltura. Inoltre nel 2015 il governo egiziano ha firmato un accordo che istituisce una zona di libero scambio con l’Unione economica eurasiatica. Se la dimensione economica di questo patto è importante per entrambe le parti, l’estensione della propria influenza nell’area è vitale per la Russia: Il Cremlino, infatti, di fronte alle sanzioni economiche comminate dall’Europa sta provando a sviluppare partnership politiche in altre zone geografiche. Nel frattempo le relazione del Cairo con le potenze occidentali si stanno deteriorando a causa delle politica di repressione interna adottate dal presidente Abdel Fattah el-Sisi e di conseguenza il governo egiziano è molto interessato a costruire un’alleanza strategica con il presidente Putin. Si inserisce in questo contesto la decisione presa l’8 ottobre di quest’anno dal governo egiziano di sostenere la risoluzione sulla <strong>Siria</strong>  proposta dalla Russia al Consiglio di sicurezza <strong>Onu</strong>, decisione che ha scatenato l’ira dell’Arabia Saudita, che sta perseguendo tutt’altra agenda nella regione. A novembre, poi, Il Cairo ha ospitato le unità di paracadutisti russi impegnati in una esercitazione militare congiunta con i propri uomini, permettendo per la prima volta ai militari di Mosca di perfezionare il proprio addestramento nel deserto egiziano.</p>
<p>La cooperazione multidimensionale tra i due stati  e il consolidamento degli interessi russi nel mercato mediterraneo degli idrocarburi ci permette di affermare che il Cremlino sta acquisendo una posizione geopolitica stabile nella regione. Contemporaneamente, il rafforzamento dell’asse Mosca-Cairo sta rafforzando il regime di al Sisi, rendendo difficile all’Euopa esercitare un impatto positivo sulla transizione democratica di questo Paese. Nel lungo periodo, questa situazione potrebbe condurre al collasso dello Stato e un maggiore caos nel Mediterrano, un risultato che non rientra certo tra gli interessi italiani e ancor meno tra quelli dell’Eni.</p>
<p>(Ph Ansa)</p>
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		<title>L’Egitto che non abbiamo voluto vedere</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 29 Mar 2016 16:14:23 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Grande Medio Oriente]]></category>
		<category><![CDATA[Egitto]]></category>
		<category><![CDATA[Featured]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>MondoDem Redazione “L’Egitto è un partner strategico” è il mantra che si ripete da un mese a questa&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div class="_2cuy _3dgx _2vxa"><em>MondoDem Redazione</em></div>
<div class="_2cuy _3dgx _2vxa"></div>
<div class="_2cuy _3dgx _2vxa">“L’Egitto è un partner strategico” è il mantra che si ripete da un mese a questa parte, da quando la tragica scomparsa del giovane ricercatore Giulio Regeni ha fatto irruzione nella quotidianità del dibattito pubblico italiano. Non si è trattato però di una semplice scomparsa: Giulio è stato fatto scomparire, è stato torturato per giorni e ucciso, il suo corpo abbandonato in un fosso alla periferia della capitale egiziana, i responsabili ancora senza nome. Ma è difficile dubitare, al di là della diplomazia delle dichiarazioni ufficiali, del coinvolgimento delle forze di sicurezza egiziane. Ed è proprio da questo punto che la politica deve partire per una seria e fredda riflessione, al riparo dall’emotività e dall’orrore generato dalla vicenda nell’opinione pubblica. Perché la morte di Giulio Regeni è prima di tutto un segnale, tragico, di qualcosa che finora ci eravamo probabilmente rifiutati di vedere: la fragile ferocia del regime egiziano.</div>
<div class="_2cuy _3dgx _2vxa">Un regime che noi chiamiamo, a ragione, “partner strategico”, alla testa del paese più popoloso del Mediterraneo, ricco di risorse e potenzialità economiche di cui l’Italia è sempre stata, per ragioni storiche e geografiche, un partner fondamentale. Ma oggi quel regime è “partner strategico” anche nell’altra grande questione del nostro tempo: la lotta al terrorismo. Un regime dominato dall’esercito che ha ripreso il potere nel nome della stabilità dopo il lungo travaglio seguito alla caduta di Hosni Mubarak e l’ascesa al potere della Fratellanza Musulmana. Abbiamo lasciato fare, pensando che tutto sommato fosse la soluzione migliore dopo anni di instabilità. Ma il prezzo dell’accettazione acritica della restaurazione di una dittatura militare nel nome della “stabilità prima di tutto” è stato alto e ha comportato prima di tutto ignorare cosa quel “tutto” significasse, per gli egiziani in primis, ma anche per l’Europa e per l’Italia. Un paese, l’Egitto, in cui ogni sviluppo democratico, sociale ed economico è stato congelato in una “transizione” rimasta tale solo nella retorica, con una economia ritornata saldamente alle logiche clientelari dell’era Mubarak, le cui gravi lacune strutturali vengono coperte con lanci di megaprogetti molto più utili per la propaganda di regime che per la creazione di lavoro e crescita diffusa.</div>
<div class="_2cuy _3dgx _2vxa">L’Egitto è oggi un gigante dai piedi d’argilla, una realtà che in passato abbiamo voluto ignorare in nome di quel concetto, così apparentemente “realista” e “saggio”, della “stabilità prima di tutto”. La morte di Giulio Regeni deve almeno essere il punto di partenza per portare la politica a riflettere sul significato di quel “tutto” a cui la stabilità è stata finora anteposta e quanto quel “tutto” conti per la nostra sicurezza, per la nostra capacità di sviluppare relazioni economiche stabili e crescenti e per la difesa dei nostri stessi interessi nazionali.</div>
<div class="_2cuy _3dgx _2vxa">Deve portare la politica a riflettere davvero sul significato di “interesse nazionale” nella sua accezione più ampia e omnicompresiva, capace di andare finalmente ben oltre il breve termine e abbracciare orizzonti di lungo periodo. L’Italia non ha solo un interesse in un “partner strategico” stabile. Ha soprattutto l’interesse in un partner strategico in grado di sviluppare quegli strumenti economici, sociali e soprattutto democratici in grado di portare davvero beneficio agli egiziani, e con essi ai loro partner internazionali. Perché se prima ci illudevamo che la “stabilità prima di tutto” fosse almeno nel nostro interesse, anche se probabilmente non in quello del popolo egiziano, oggi, dopo la tragica vicenda di Giulio Regeni, è il momento di riconoscere che non solo non fa nemmeno il nostro interesse ma rischia di imprigionarci in un rapporto pericoloso.</div>
<div class="_2cuy _3dgx _2vxa">Ripensare al concetto di stabilità, e a che tipo di stabilità vorremmo per questo nostro alleato di primo piano è perciò necessario e urgente. L’Italia, ben lungi dall’essere la Cenerentola delle relazioni internazionali, la grande esclusa dal tavolo delle questioni e degli attori che contano, dispone di leve importanti per far valere la propria posizione. È per questo che occorre tenere aperto il canale diplomatico, associando alla pressione politica sulla richiesta di verità sulla morte di Giulio la ridiscussione di un certo modo di fare affari. È per questo che occorre mettere in discussione il business as usual, che occorre convincere il regime che le vere riforme che potrebbero consacrarlo come leader e potrebbero riconsegnare un Egitto più stabile in senso inclusivo, sono le riforme che permettono la redistribuzione della ricchezza dalle mani nelle quali è sempre rimasta – passando attraverso rivoluzioni e contro-rivoluzioni – alla popolazione egiziana; che è necessario favorire lo sviluppo della piccola e media impresa; che le iniezioni di liquidità provenienti dal Golfo sono semplice metadone che non risolve i problemi strutturali di un’economia drogata e stremata; che i diritti umani non sono un vezzo con cui possono permettersi di intrattenersi i paesi che non sono sottoposti a minacce alla propria sicurezza, ma che al contrario sono la pietra angolare di uno stato moderno che intenda porsi come bastione della stabilità in una regione dove violenza e abdicazione alla propria umanità sembrano purtroppo diventati all’ordine del giorno.</div>
<div class="_2cuy _3dgx _2vxa">
<p>Come mettere in pratica tutto ciò? Trovare la risposta a questa domanda, o perlomeno avviare una seria riflessione in merito, dovrebbe essere precisamente l’obiettivo del dibattito politico italiano. Al di là delle recriminazioni, della pressione, delle – legittime e giuste – richieste di verità, occorre domandarsi da che cosa è possibile ripartire, quali condizioni sia giusto introdurre, cosa si potrebbe fare per sostenere in maniera sostenibile i processi di transizione post-primavere arabe. Occorre prendere decisioni coraggiose, che partano dalla consapevolezza del fatto che, pur senza alcuna pretesa di superiorità, il nostro paese fa parte di una comunità di valori che riconosce diritti e giustizia come stelle polari dell’azione politica. Senza sconfinare nell’ingenuità e nell’idealismo, occorre riconoscere che è stata proprio l’affermazione di tali diritti, la volontà di mettere fine a guerre e violenze fratricide, a creare sul territorio europeo una sfera di stabilità, essa sì interpretabile in maniera inclusiva. Lo stesso pensiero deve guidarci oggi nel ripensare le relazioni con i nostri alleati: ripartiamo dalla vera natura del concetto di stabilità e non abdichiamo alla nostra natura; lo dobbiamo a Giulio, agli egiziani di oggi e alle generazioni future. Non è forse questa la missione più alta della politica?</p>
</div>
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