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	<title>Elezioni 2018 Archivi &#8211; MondoDem</title>
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	<description>Laboratorio di Politica Internazionale</description>
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	<title>Elezioni 2018 Archivi &#8211; MondoDem</title>
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		<title>Alla ricerca della visione perduta: senza un&#8217;idea forte di futuro il PD è finito</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 06 Apr 2018 16:43:19 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Lo stato della sinistra]]></category>
		<category><![CDATA[Elezioni 2018]]></category>
		<category><![CDATA[Partito Democratico]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Nelle settimane che hanno seguito le elezioni del 4 marzo abbiamo letto innumerevoli spiegazioni, riflessioni, analisi, più o&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Nelle settimane che hanno seguito le elezioni del 4 marzo abbiamo letto innumerevoli spiegazioni, riflessioni, analisi, più o meno valide e più o meno utili, per spiegare il risultato uscito dalle urne.<br />
Ed eccone un’altra!</p>
<p>Come MondoDem non possiamo sottrarci all’esercizio ma, al contrario di molti altri, tenteremo nell’impresa di farla breve. Crediamo che il Partito Democratico abbia perso queste elezioni per una lunga lista di motivi, sia contingenti, relativi agli errori della leadership, sia strutturali, relativi ai profondi cambiamenti che stanno avvenendo in Europa e in Occidente e che stanno danneggiando soprattutto i partiti storici della sinistra. E fin qui, ovvio.<br />
Ebbene, riteniamo che tra i motivi “strutturali” spicchi la questione della Visione. Detto in parole povere: molti di noi sono andati a votare PD senza capire esattamente quale fosse l’idea di mondo propugnata dal partito che votiamo e per cui ci impegniamo. Detta così sembra brutta, e forse proprio perché lo è davvero siamo al 18%.<br />
Certo, alcune cose per cui ci battiamo sono chiare. Più o meno. Siamo per l’Europa. Si, ma quale Europa? Ora che (chissà per quanto) anche i nostri avversari dicono di essere per l’Europa, va chiarito perché noi lo siamo in modo diverso, e migliore, del loro.<br />
Siamo contro le disuguaglianze e per un sistema sociale ed economico più moderno. Ok, ma in che modo? Quelle che propongono gli altri, dalla flat-tax al (finto) reddito di cittadinanza, sono anch’esse a loro modo proposte innovative. E quali sono le nostre? Siamo diversi perché siamo per il libero mercato? Ne siamo sicuri? Siamo diversi perché siamo contro l’antica tradizione italica dell’assistenzialismo e per un sistema meritocratico e con una vera mobilità sociale basata sul merito? Forse. Ma onestamente molti di noi non sono sicuri di aver colto pienamente questa idea. E chissà, forse alcuni nemmeno son tanto d’accordo.<br />
E se anche questi sembrano quasi tutti elementi di politica interna, invece non lo sono. La nostra postura europea determina ciò decidiamo di fare nella nostra economia e nella nostra società. Quel che pensiamo di essere a livello di libero mercato, di valori liberali, di giustizia sociale determina ineluttabilmente quello che penseremo giusto fare nei confronti di potenze illiberali come la Russia, delle guerre in Medio Oriente, o dell’America di Donald Trump.<br />
Ecco, noi crediamo che il ruolo di MondoDem nella confusione di questo post-elezioni sia quello di contribuire, insieme a molte altre giovani realtà simili alla nostra, a formare e rendere finalmente nitida la visione del Partito.<br />
In questi anni il Partito Democratico ha realizzato molte cose positive, i cui effetti si stanno già vedendo, ma che non è riuscito a far passare come tali. La nostra analisi è che questo sia avvenuto soprattutto perché non siamo riusciti a rispondere efficacemente alla domanda “PERCHE’ queste cose sono positive?”; “all’interno di quale idea di mondo?”. È ora di colmare questo gap.<br />
I nostri avversari di visione ne hanno tanta, a volte assurda, a volte pericolosa, il più delle volte grottesca. E hanno poca realtà di cose fatte per poterne dimostrare l’attuabilità. Al contrario, noi abbiamo dalla nostra tanta “realtà” di cose fatte ma quasi nessuna visione. Ora sta a loro mostrare quanta della loro visione può tradursi in concreta realtà. Il nostro compito, adesso, è elaborare, e comunicare, l’idea di mondo che noi vogliamo; l’unica maniera seria per poterci ritrovare a combattere ad armi pari, la prossima volta.</p>
<p><em>La redazione di MondoDem</em></p>
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		<title>Lo sforzo del PD all’opposizione per l&#8217;intera sinistra europea</title>
		<link>https://www.mondodem.it/1037/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Lia Quartapelle]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 06 Apr 2018 14:13:59 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Lo stato della sinistra]]></category>
		<category><![CDATA[Osservatori]]></category>
		<category><![CDATA[Brexit]]></category>
		<category><![CDATA[Democrazia]]></category>
		<category><![CDATA[Elezioni 2018]]></category>
		<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[Italia]]></category>
		<category><![CDATA[Sinistra]]></category>
		<category><![CDATA[Unione Europea]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>di Lia Quartapelle Le elezioni italiane del 4 marzo 2018 sono state le ultime in ordine di tempo&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em>di Lia Quartapelle</em></p>
<p>Le elezioni italiane del 4 marzo 2018 sono state le ultime in ordine di tempo a chiudere <strong>il grande ciclo di consultazioni politiche europee</strong>, iniziato a giugno del 2016 con il voto sulla Brexit, proseguite con le elezioni in Spagna, Olanda, Francia, Germania, Austria. Sono state tutte elezioni nelle quali il fattore dell’integrazione europea ha giocato un ruolo: in ciascuna di queste tornate le forze politiche si sono confrontate sui temi dell’apertura e della chiusura, sull’efficacia dell’europeismo o al contrario sui meriti del nazionalismo.</p>
<p>Il risultato elettorale italiano ha punti in comune con alcune di esse.</p>
<p>Anche in Italia, le forze che appartengono alle famiglie tradizionali della politica europea (i popolari e i socialisti) hanno perso consenso, proprio a favore di <strong>partiti anti-sistema</strong>, di forze che sanno esprimere in modo più efficace con metodi nuovi (soprattutto utilizzando i social media) la richiesta di cambiamento espressa dai cittadini.  Come in Spagna di fronte a Ciudadanos e Podemos, come in Francia di fronte a En Marche! alla France Insoumise e al Front National, i partiti tradizionali si trovano in una crisi di orizzonte: come continuare a difendere il sistema liberale, di economia capitalista, nel quale viviamo di fronte a nuovi bisogni e nuove sfide. Si tratta di un compito difficile, che interroga in particolare le varie formazioni della sinistra. E il <strong>salto in avanti compiuto dieci anni fa dalla sinistra italiana con la fondazione del PD</strong> non è stato abbastanza per porre il nostro partito al riparo da questa crisi di senso e missione che attanaglia le forze progressiste occidentali e che rischia di portare a un punto di  non ritorno forze come il PS francese o il PVdA olandese o il PSOE spagnolo.</p>
<p>Anche in Italia, come in Germania, le forze di governo hanno perso punti, soprattutto per la valutazione che è stata data dall’elettorato della <strong>questione immigrazione</strong>. In Germania CDU-CSU e SPD perdono complessivamente più di 14 punti, in Italia il PD ne perde quasi 8 mentre l’alleato di governo NCD non si presenta neanche alle elezioni.</p>
<p>Infine, anche in Italia, come in Austria e in Olanda assistiamo a una<strong> radicalizzazione della destra</strong>: la destra moderata di Forza Italia cede quasi 8 punti all’opzione più decisa della Lega di Salvini e diventa stampella e mortalmente insidiata da una forza razzista, anti-UE, filo-russa, sovranista.</p>
<p>Come in Spagna, in Olanda e in Germania anche in Italia si prospetta un periodo di mesi per riuscire a formare un nuovo governo perché l’affermarsi di opzioni populiste sta rendendo più<strong> complicato il definirsi di un accordo politico</strong>.</p>
<p>La differenza tra le altre elezioni europee e il risultato italiano è che tutte le tendenze più drammatiche delle elezioni degli altri paesi europei si sono manifestate in Italia allo stesso tempo. Unite con un sistema istituzionale che non permette di premiare le opzioni più moderate, come avviene con il secondo turno in Francia, con l’indebolirsi della destra moderata a causa del ripresentarsi di Silvio Berlusconi e con una azione di governo che non è riuscita a rispondere agli <strong>effetti della crisi economica che in Italia sono stati più feroci</strong> che in molti altri paesi dell’Ue,  hanno determinato la vittoria delle forze antisistema.</p>
<p>E così, il ciclo delle elezioni europee apertosi con la Brexit, si chiude con la <strong>vittoria delle forze sovraniste in Italia</strong>.</p>
<p>E’ da questo dato di fatto che <strong>dovrà ripartire lo sforzo del PD all’opposizione</strong>. All’interno della crisi delle forze progressiste europee dovremo trovare una strada che sappia coniugare cambiamento, fiducia nel futuro, opportunità, diritti e sviluppo. In Italia, a noi starà anche il compito di contrastare le derive di forze sovraniste, protezioniste, filo-russe e anti-europeiste che rischiano di essere al governo del nostro paese. La Brexit è stata una occasione per ripensare radicalmente l’integrazione europea. Il percorso che il PD intraprenderà per uscire da questa crisi può diventare analogamente <strong>un momento di svolta per l&#8217;intera sinistra Europea</strong>. Non cogliere questa è occasione è davvero troppo rischioso.</p>
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		<title>Due parole sull&#8217;Ungheria, il nuovo sogno elettorale di Salvini</title>
		<link>https://www.mondodem.it/994/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 23 Feb 2018 06:55:01 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Esteri a confronto]]></category>
		<category><![CDATA[Osservatori]]></category>
		<category><![CDATA[#salvini]]></category>
		<category><![CDATA[Elezioni 2018]]></category>
		<category><![CDATA[Ungheria]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Di Matteo Moretti* Esiste, nel gioco degli scacchi, una strategia molto chiusa e compressa che è tipica di&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Di Matteo Moretti*</em></p>
<p>Esiste, nel gioco degli scacchi, una strategia molto chiusa e compressa che è tipica di chi fa giochi di posizione: la difesa ungherese. È un’apertura che fu inventata a Budapest, nel 1842, in una partita per corrispondenza contro un <em>club</em> di giocatori di Parigi.</p>
<p>Il 28 gennaio, intervistato su La7 in Faccia a Faccia da Giovanni Minoli, il Segretario della Lega ha dichiarato: “Se devo scegliere all&#8217;interno del Partito popolare europeo, scelgo il modello austriaco o il modello ungherese”. A Minoli, Salvini ha spiegato che, secondo lui, il Primo Ministro ungherese Orbán “difende i confini, difende le banche, difende la moneta e blocca l&#8217;immigrazione”. Secondo lui.</p>
<p>La situazione è un po’ diversa: tre anni fa, il governo del Fidesz (il partito di Orbán) giocò la carta della crisi dei migranti per far fronte ad un calo di popolarità. Infatti, nel marzo 2013, il Parlamento ungherese aveva approvato delle modifiche alla Costituzione che limitavano le libertà del potere giudiziario e l’autonomia delle università. La Commissione Europea e il Consiglio d’Europa condannarono gli emendamenti in una nota congiunta e, nel maggio dello stesso anno, il Parlamento Europeo chiese l’applicazione dell’Articolo 7 del Trattato di Lisbona – che dispone la soppressione del diritto di voto imposta al paese che violi norme e valori fondamentali dell’Unione Europea. Una cosa pesante, insomma.</p>
<p>Inoltre, lo slogan leghista del “modello ungherese che difende le banche e la moneta” lascia il tempo che trova, visto che è stato anche grazie alle politica monetaria espansiva della Banca Centrale Europea che l’Italia ha potuto beneficiare di una crescita del GDP pari a 1.5%. Uno <a href="https://bbj.hu/economy/hungarys-economy-heavily-depends-on-eu-funds-study-finds_130880)">studio</a> condotto sull’economia ungherese tra il 2006 e il 2015 ha poi evidenziato che, nonostante i fondi europei, la competitività in Ungheria si è ridotta.</p>
<p>Infine, Orbán ha ricevuto accuse su tutti i fronti in ambito di politica migratoria. <a href="https://www.amnesty.org/en/latest/news/2017/10/human-rights-and-the-new-patriotism-in-hungary/">Amnesty International</a> ha denunciato un numero crescente di violazioni dei diritti umani perpetrate contro i migranti dalla polizia magiara. L’Unione Europea disapprova l’orientamento politico dell’Ungheria e degli altri tre paesi del gruppo di Visegrád.</p>
<p>Dunque il modello ungherese, che ha incassato il sostegno del cancelliere austriaco Kurz, leader del Partito Popolare Austriaco (ÖVP), rappresenta un insieme di politiche nazionaliste, che dovrebbero essere estranee a questo periodo storico e che son senza dubbio pericolose per la credibilità internazionale di chi le adotta.</p>
<p>Nel 1842, il circolo scacchistico di Budapest vinse la partita contro il circolo di Parigi. Ma l’Impero Austro-Ungarico non esiste più. E Matteo Salvini, fingendosi uno scacchista esperto, rischia di trascinare l’Italia nel fuoco incrociato degli altri Stati membri dell’Unione Europea. La difesa ungherese, in una penisola dell’Europa del Sud, non reggerà.</p>
<p><em>*Matteo Moretti è laureando in Scienze Politiche &#8211; Studi Internazionali presso l&#8217;Università degli Studi di Siena. Attualmente è Trainee presso lo IAI &#8211; Istituto Affari Internazionali di Roma, con focus sull&#8217;area Europa</em></p>
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		<title>Le (im)possibilità energetiche del Paese secondo i 5S</title>
		<link>https://www.mondodem.it/980/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 11 Feb 2018 13:30:04 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Esteri a confronto]]></category>
		<category><![CDATA[Osservatori]]></category>
		<category><![CDATA[Elezioni 2018]]></category>
		<category><![CDATA[energia]]></category>
		<category><![CDATA[M5S]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Di Giuseppe Palazzo* Il vicepresidente della Camera Luigi Di Maio, candidato premier del Movimento 5 Stelle (M5S) alle&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Di Giuseppe Palazzo*</em></p>
<p>Il vicepresidente della Camera Luigi Di Maio, candidato premier del Movimento 5 Stelle (M5S) alle prossime elezioni politiche, ha tenuto un <a href="https://www.facebook.com/LuigiDiMaio/videos/1604917902878083/?q=luigi%20di%20maio">intervento</a> presso il Link Campus University il 6 febbraio scorso. In tale occasione ha menzionato il <a href="https://www.movimento5stelle.it/programma/energia.html">programma</a> del suo partito sull’energia.</p>
<p>L’obiettivo generale è che i consumi energetici italiani siano soddisfatti al 100% da rinnovabili nel 2050. Dice che il progetto non deve “fossilizzarsi sulle tecnologie” in quanto queste si evolvono “alla velocità della luce” e fa l’esempio di come anni fa si parlava dell’uso di gas nei trasporti e da poco Tesla ha mostrato il progetto del suo camion elettrico.</p>
<p>Per quanto possa sembrare lontano il 2050 e nonostante Di Maio rassicuri sulla fattibilità dei tempi (“non diciamo ‘il giorno dopo passiamo alle rinnovabili’”), l’obiettivo non è ambizioso, è irrealistico.</p>
<p>A livello globale, <a href="https://www.pandorarivista.it/articoli/energia-clima-alberto-clo/">secondo il professore Alberto Clô</a>, direttore della rivista Energia, nel 2040, anche se fosse rispettato l’accordo di Parigi, le fonti fossili varranno per il 74% dei consumi mentre le rinnovabili per meno del 20% e le nuove rinnovabili (solare ed eolico) per meno di un ventesimo. Nei dieci anni successivi difficilmente ci sarà un’accelerazione della transizione energetica. Tuttavia di previsioni ce ne sono di diverse. Dati IEA del 2014 sono più ottimisti, stimando che nel 2035 le fonti fossili peseranno “solo” per il 65%. E bisogna considerare che diverse stime vedono le rinnovabili primeggiare nella nuova capacità di generazione energetica che verrà installata negli anni a venire. Secondo dati IEA del 2017 il 40% della nuova capacità da oggi al 2040 userà le rinnovabili.</p>
<p><strong><u>A che punto è l’Italia?</u></strong></p>
<p>Nonostante vi siano opinioni diverse e numeri positivi per le rinnovabili, che l’Italia possa rinunciare del tutto alle fonti fossili entro il 2050 è impossibile. Vero che il Paese si è impoverito nell’ultimo decennio e l’aumento dei consumi energetici caratterizzerà soprattutto Cina e altri Stati non OECD, ma che l’Italia possa costituire un’eccezione così straordinaria è uno scenario estremo.</p>
<p>Nel 2015 l’Italia aveva già superato l’impegno preso per il pacchetto UE 20-20-20 con una percentuale delle rinnovabili su tutti i consumi energetici del 17,5%. La tendenza al 2030 vede questa percentuale raggiungere il 22% (che la Strategia Energetica Nazionale 2017 pianifica di portare al 28%). Nei prossimi 12 anni si parla quindi del 22-28% e il M5S pensa si possa conseguire un ulteriore 72-78% nei successivi 20 anni. Difficile da immaginare. Anche perché i consumi energetici non sono tutti uguali. Nel 2015 in Italia, secondo l’Eurostat, il 21% dei consumi finali era nell’elettrico, il 45% nel riscaldamento e il 34% nei trasporti.</p>
<p>Se nell’elettrico le rinnovabili diventano sempre più competitive non è così nelle altre due voci. Nel riscaldamento in Italia esse pesano per il 19,2% e nei trasporti per il 6,4% (dati 2015 presi dalla SEN). Per quanto riguarda i trasporti, i biocarburanti non competono con i carburanti fossili in termini di rendimento e sono caratterizzati da un poco invitante <em>trade-off</em> tra l’energia che serve per produrli e quella che loro contengono, oltre che dal <em>trade-off</em> tra l’uso della terra per produrli e l’uso per agricoltura o allevamento. L’auto elettrica potrebbe rappresentare un successo significativo ma bisogna stare a vedere. Insomma, non ci sono i presupposti per raggiungere il 100% di consumi da rinnovabili nel 2050 (se mai sarà possibile).</p>
<p><strong><u>Le tecnologie: parliamone</u></strong></p>
<p>Poi non è chiaro cosa intenda Di Maio quando dice che non bisogna “fossilizzarsi sulle tecnologie”. Vero che queste cambiano e non è facile fare previsioni su di esse, ma su cosa si basano solitamente le stime sui consumi e sulle fonti di energia usate nel futuro se non su ipotesi riguardo l’andamento dell’economia e lo stato della tecnologia? Quali ipotesi stanno alla base del programma energetico del M5S?</p>
<p>Di tecnologia bisogna parlare invece. Nonostante le rinnovabili e le batterie per immagazzinare l’elettricità (necessarie per le intermittenze di sole e vento) abbiano margini di innovazione interessanti, il professor Clô denuncia la mancanza di investimenti in ricerca e sviluppo in Occidente. Solo nuove innovazioni consentiranno alle rinnovabili di superare i loro limiti attuali rispetto alle fonti fossili, ovvero: l’intermittenza non programmabile; la minore densità energetica, per cui ci vuole una certa superficie coperta di pannelli solari o pale eoliche per produrre un tot di energia; e la distanza tra aree di generazione e di consumo. I miglioramenti conseguiti non bastano ancora.</p>
<p>Inoltre un uso così radicato delle rinnovabili ha come presupposto che la rete elettrica nazionale sia ammodernata attraverso integrazioni con <em>Information and Communication Technology </em>(cd. <em>smart grid</em>) per efficientare i processi e gestire la rete avendo previsioni puntuali e dati in tempo reale sulla produzione (non programmabile per le rinnovabili, dipendendo dal vento e dal sole) e sui consumi. Infatti la produzione deve eguagliare la domanda in ogni momento. Anche per la diffusione dell’auto elettrica serve un investimento in un’infrastruttura fatta di punti di ricarica diffusi e che funzionino in tempi ragionevoli. Le tecnologie non si evolvono “alla velocità della luce”, ci sono investimenti e tempistiche per il loro sviluppo. E servono altri investimenti e tempi per la loro diffusione e perché esse sostituiscano le più vecchie e radicate.</p>
<p>Tutte cose che il programma 5S non affronta o menziona appena. Si ha l’impressione che gli autori colmino la distanza tra lo stato attuale e il desiderato 100% con parole generiche quali “incentivi alle rinnovabili”, “sviluppo tecnologico”, “disincentivo degli sprechi e dell’inquinamento”.</p>
<p><strong><u>Le coperture economiche</u></strong></p>
<p>Non figura nemmeno un euro di costi stimati. Nel programma si parla del fatto che le fonti fossili ottengono incentivi statali che andrebbero aboliti recuperando così dei soldi. Su questo punto concorda Legambiente, secondo la quale i Paesi del G7 spendono quattro volte di più nei sussidi per le fonti fossili che per le rinnovabili. Il tema però non è semplice e andrebbe approfondito, anche perché è normale che gli Stati investano in infrastrutture ritenute essenziali, come quelle energetiche. Tuttavia non si può semplicemente togliere questi investimenti dalle fossili e portarli sulle rinnovabili, bisogna dire come.</p>
<p>Gli incentivi alle rinnovabili come sono stati fatti finora pesano quasi un terzo nella bolletta nell’UE e avvantaggiano soprattutto le famiglie più benestanti: queste installano pannelli solari incentivati e usano così meno la rete pagando meno bolletta. Gli incentivi non incoraggiano l’efficienza (non tutte le rinnovabili sono egualmente produttive in tutte le zone di un Paese) e in alcuni casi sono stati accompagnati dall’uso di economico carbone per non alzare troppo la bolletta (succede in Germania). Quindi questi sussidi sono a doppio taglio.</p>
<p>Il M5S sottolinea che i costi delle esternalità negative dell’uso delle fonti fossili (inquinamento, malattie, cambiamenti climatici) non sono mai considerati nei calcoli di costi e benefici e invece dovrebbero essere fatti pagare dal sistema energetico. Si tratterebbe di un’altra fonte di risorse, ma come far pagare queste esternalità? Il M5S vuole “indirizzare le scelte di famiglie e imprese” facendo ricadere questi costi sulla bolletta. Un’idea strana per un partito che vuole attaccare i “poteri forti”.</p>
<p>Infine si considera il gas come la fonte adatta a sostenere la transizione per via delle sue emissioni, minori rispetto alle altre fonti fossili, e per via del suo prezzo basso. Per ora vi è un’offerta eccessiva di gas nel mondo che tiene basso il prezzo (dati IEA 2017), ma fino al 2050 le cose possono cambiare. L’uso di gas a basso prezzo è visto dal M5S come un altro modo per alleviare i costi della transizione (ma quindi sono a favore o contro il TAP?).</p>
<p>Ad ogni modo, quanto costa l’implementazione delle misure programmatiche? Si riuscirebbe a coprire i costi? Nel programma non v’è menzione!</p>
<p>Infine i 5S sostengono che il 100% di rinnovabili darà al Paese l’indipendenza energetica, ovvero l’indipendenza da importazioni di energia. Allo stesso tempo si importerà elettricità dai Paesi vicini per gestire le intermittenze di solare ed eolico. Allora non saremo indipendenti energeticamente! Delle due l’una. Anche perché per costruire pannelli solari e pale eoliche servono materiali rari (litio, gallio, neodimio, silicio, ecc.) le cui riserve sono per la stragrande maggioranza controllate dalla Cina, cosa omessa dal programma.</p>
<p>Non mi si fraintenda, ritengo che le rinnovabili siano indispensabili, senza di esse non si può costruire un futuro. Ma i programmi e le politiche vanno definiti in modo pragmatico. Certo, questo è un “programma parziale”, ma l’approccio non è dei migliori.</p>
<p><em>*Giuseppe Palazzo è MSc in Global Energy and Climate Policy presso SOAS University of London e studente di Energy Management presso il MIP Politecnico di Milano</em></p>
<p><strong>Fonti</strong></p>
<p><em>Clô Alberto, “Energia e clima. L’altra faccia della medaglia”, il Mulino, 2017</em></p>
<p><em>Eurostat, Bilancio energetico nazionale 2015</em></p>
<p><em>IEA, World Energy Outlook 2017</em></p>
<p><em>IEA, Gas 2017 – Analysis and forecasts to 2022</em></p>
<p><em>IEA, World Energy Outlook 2014</em></p>
<p><em>Ministero dello Sviluppo Economico, Ministero dell’Ambiente e della tutela del Territorio e del Mare, Strategia Energetica Nazionale 2017</em></p>
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		<title>Sulla difesa, LeU dà i numeri</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 02 Feb 2018 10:12:22 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Esteri a confronto]]></category>
		<category><![CDATA[L'Italia nel mondo]]></category>
		<category><![CDATA[Osservatori]]></category>
		<category><![CDATA[Difesa]]></category>
		<category><![CDATA[Elezioni 2018]]></category>
		<category><![CDATA[Liberi e Uguali]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Di V.B. In materia di difesa, il programma elettorale del partito di Grasso mutua interamente il più vetusto&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Di V.B.</em></p>
<p>In materia di difesa, il <a href="http://liberieuguali.it/programma/#pace">programma elettorale</a> del partito di Grasso mutua interamente il più vetusto armamentario ideologico della sinistra radicale.  Il fatto che il tema sia inquadrato nel punto del programma denominato “Pace e Disarmo” dice tutto (se non altro, il titolo è coerente con il contenuto).</p>
<p>In realtà, di veri e propri temi di difesa il programma di LeU di difesa non parla quasi affatto. Esordisce riaffermando il principio costituzionale del “ripudio della guerra”, dimenticandosi al solito il resto dell’art. 11 della Costituzione, e dichiara di voler perseguire “politiche attive di pace e disarmo” nonche’ “una politica estera di pace”.</p>
<p>Questo rafforzando “le politiche di cooperazione e solidarietà internazionale” e di “promozione dei diritti umani” attraverso “l’applicazione delle convenzioni internazionali” e il rifiuto dell’“interventismo militare al servizio di una logica di guerra”. Di qui una delle due proposte concrete nel programma: l’istituzione di un Dipartimento della difesa civile, che promuova iniziative multilaterali di risoluzione pacifica dei conflitti. Bene.</p>
<p>La seconda proposta è la richiesta “non rinviabile” di una riduzione delle spese militari, motivata dalla spesa eccessiva che sarebbe stata investita finora nella difesa: secondo LeU, “<em>i dati reali (analizzati e diffusi dall’”Osservatorio italiano sulle spese militari italiane”) ci dicono che negli ultimi 10 anni di recessione e di tagli in tutti i comparti sociali, la spesa pubblica militare italiana è invece <u>aumentata del +21%</u> con una crescita costante</em>”.</p>
<p>Come si può facilmente verificare, la stessa <a href="http://milex.org/">fonte</a> (tra l’altro essa stessa di orientamento esplicitamente pacifista) scrive che “<em>Prendendo in considerazione l’ultimo decennio (2008-2017), le spese militari italiane fanno registrare un aumento del 2,2 per cento a valori correnti (che <u>diventa un calo del 7,3 per cento a valori costanti</u>) a parità di rapporto spese/PIL</em>”.</p>
<p>Non un aumento del 21% dunque, ma un taglio del 7,3%. Che, ad essere pignoli, è ancora maggiore dato che l’Osservatorio include nella “spesa per la difesa” anche le pensioni pagate dall’INPS agli ex militari, aumentate – secondo gli autori – di quasi mezzo miliardo nel periodo in questione.</p>
<p>Il 21% strombazzato da LeU è invece l’aumento della spesa <em>a valori correnti</em>, pari ad un aumento <u>reale</u> del 4%, rispetto all’anno 2006. Come si evince dal grafico sottostante, per un biennio e a partire dal 2006 la difesa conobbe un modesto quanto momentaneo incremento, in un panorama pero’ di generale depressione. E proprio dal 2006 LeU decide di far partire il calcolo, distorcendo volutamente la realtà e ingannando i citadini per portare a casa il punto. Ora, tutti i partiti selezionano i dati per evidenziare quelli più comodi, ma qui la manipolazione è talmente grossolana da risultare grottesca.</p>
<p><a href="https://www.mondodem.it/wp-content/uploads/2018/02/Grafico-VB.png"><img fetchpriority="high" decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-969" src="https://www.mondodem.it/wp-content/uploads/2018/02/Grafico-VB.png" alt="" width="454" height="209" srcset="https://www.mondodem.it/wp-content/uploads/2018/02/Grafico-VB.png 454w, https://www.mondodem.it/wp-content/uploads/2018/02/Grafico-VB-300x138.png 300w" sizes="(max-width: 454px) 100vw, 454px" /></a></p>
<p>A parte inventare un inesistente aumento delle spese militari, il programma prevede di far rispettare all’industria italiana degli armamenti le norme internazionali ed europee e di sottoscrivere e promuovere il Trattato per la proibizione delle armi nucleari. Le implicazioni, naturalmente, non vengono prese in alcuna considerazione.</p>
<p>E questo è quanto. Nessuna menzione della necessità (o meno, legittimamente) di approfondire la riforma dello strumento militare nazionale: nulla sulle aspirazioni della difesa europea e atlantica: il vuoto sulle nuove sfide asimmetriche e il ruolo dei militari: zero sulle questioni industriali: niente sulla incombente rivoluzione tecnologica: e così via, per non risultare monotoni.</p>
<p>Grasso e Bersani devono aver pensato che non si guadagnano molti voti ragionando seriamente di difesa. Viceversa, vellicare i più bassi istinti dell’elettorato “de sinistra” può rafforzare la non molto solida credibilità di LeU in certi ambienti. Tanto, una volta al governo, si può sempre cambiare idea.</p>
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		<title>Tutti i dubbi sul “bottone rosso” di Minniti contro le fake news: chiacchierata con Alexios Mantzarlis</title>
		<link>https://www.mondodem.it/953/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 24 Jan 2018 12:21:13 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Democrazia 2.0]]></category>
		<category><![CDATA[Osservatori]]></category>
		<category><![CDATA[Elezioni 2018]]></category>
		<category><![CDATA[fake]]></category>
		<category><![CDATA[fake-news]]></category>
		<category><![CDATA[Minniti]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il 18 gennaio il Ministero dell’Interno ha annunciato l’attivazione di una nuova unità della Polizia Postale incaricata di&#8230;</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Il 18 gennaio il Ministero dell’Interno ha annunciato l’attivazione di una nuova unità della Polizia Postale incaricata di indagare le segnalazioni di fake news pervenute ad un apposito nuovo portale da privati cittadini. La notizia è oggettivamente nuova nel panorama delle contromisure prese dai vari governi democratici in materia di fake news e ha destato molto reazioni, perlopiù negative (<a href="https://www.poynter.org/news/italians-can-now-report-fake-news-police-heres-why-thats-problematic">qui</a> il commento in inglese dell’istituto americano Poynter, <a href="http://www.linkiesta.it/it/article/2018/01/20/il-bottone-rosso-anti-fake-news-di-minniti-e-piu-pericoloso-delle-fake/36860/">qui</a> quello in italiano de Linkiesta).</p>
<p>Per chiarire meglio di cosa si tratta e le eventuali problematicità la redazione di MondoDem ha fatto una chiacchierata con Alexios Mantzarlis, fondatore di Pagella Politica (il primo vero e proprio sito di fact checking italiano) e ricercatore di Poynter (MondoDem aveva precedentemente intervistato Mantzarlis sul tema delle fake news <a href="https://www.mondodem.it/osservatori/democrazia-2-0/il-fact-checking-nel-mondo-della-comunicazione-che-cambia-dialogo-con-alexios-mantzarlis/">qui</a>).</p>
<p><strong>MondoDem</strong>: Abbiamo letto alcuni dei commenti pubblicati rispetto a quanto annunciato dal Viminale, e ne siamo usciti più confusi di prima. Onestamente ci sembra che sia quanto annunciato dal Viminale sia chi lo commenta non fornisca un&#8217;idea (o non abbia interesse a fornirla) di ciò di cui si parla esattamente. Partiamo con l’annuncio, ovvero che da ora esisterà la possibilità di “denunciare” le fake news che si trovano su internet. Una volta scattata la denuncia, qualcuno al Viminale si dovrebbe occupare di verificare se trattasi effettivamente di fake-news, e in tal caso intervenire? Come? In senso penale? Esiste una legge contro le fake news? Ci spieghi esattamente come dovrebbe funzionare questo meccanismo? Chi dovrebbe verificare, e con che titolo?</p>
<p><strong><em>Martzalis:</em></strong><em> Operativamente l’agenzia dedicata è la Polizia Postale. Un’unità dedicata leggerà le segnalazioni inviate tramite <a href="https://www.commissariatodips.it/collabora/segnala-una-fake-news.html">questo portale</a>. Credo che il <a href="http://www.repubblica.it/tecnologia/2018/01/18/news/la_guerra_del_viminale_contro_le_fake_news-186759070/">pezzo di Repubblica</a> sia il più chiaro sulle intenzioni di Minniti. Ritengo sia più opportuno parlare di segnalazione piuttosto che denuncia. L’intervento scatta nel caso di contravvenzione di norme già esistenti. Nel caso di una più banale fake news pare che la Polizia Postale si atterrà a semplici smentite per via di documenti ufficiali.</em></p>
<p><strong>MondoDem<em>:</em></strong> Un altro aspetto che ci pare poco chiaro dei commenti che contestano l’iniziativa è questa retorica sullo stato – alias il potere – che decide cosa è verità e cosa non lo è. La confusione in questo caso è duplice. In primo luogo, molto di tutta questa polemica dipende dalla definizione che viene data al concetto di fake-news, prima di tutto da chi in Viminale si dovrebbe occupare della cosa. È ovvio che se “fake-news” può diventare qualunque opinione bene o male non allineata a certi canoni non meglio definiti allora sì, siamo di fronte a uno scenario da Grande Fratello e la cosa è naturalmente preoccupante. Se invece al concetto di fake news viene dato un significato ben circoscritto (per esempio abbiamo trovato <a href="https://www.google.com/url?hl=it&amp;q=https://medium.com/@DFRLab/fake-news-defining-and-defeating-43830a2ab0af?source%3Demail-1a1afe5df05b-1516425147431-digest.reader------0-7%26sectionName%3Dtop&amp;source=gmail&amp;ust=1516737305226000&amp;usg=AFQjCNFnFikJbT8Qwf6DbE6kod2U_Odwiw">questa definizione creata dal DFRLab</a> che sembra circoscritta e convincente, tu che ne pensi?)  e verificabile allora onestamente questa retorica del potere che decide la verità risulta un po’ fine a sé stessa.</p>
<p>La seconda cosa che non ci è chiarissima è questa idea della difesa necessaria del “diritto di mentire” in rete. Perché mentire è ovviamente lecito finché la menzogna resta confinata a un ambito privato o comunque circoscritto. Nel caso delle fake-news che invece diventano virali il danno è assai maggiore, e può rientrare in una similitudine con gesti già sanzionati dalla legge come la diffamazione o la truffa. Ovviamente non credo che per una fake-news si debba andare in galera (a meno che ovviamente non faccia parte di un piano più vasto di condizionamento degli affari interni di un paese, ma qui si entra in un altro ambito). Ma che la cosa sia pubblicamente sanzionata nel senso di dichiarata falsa onestamente non ci sembra una violazione di nessun “diritto a mentire” ma più che altro la difesa del diritto di essere protetti dalle menzogne, visto che non tutti possono essere esperti di tutto e sapere dove andare a verificare le notizie su ogni tema. C’è qualcosa che ci sfugge su questo punto?</p>
<p><strong><em>Mantzarlis</em></strong><em>: Credo che la vediamo nello stesso modo sul “diritto di mentire.” Ovvero che non può sfociare nella truffa o provocare altri danni economici, fisici o morali. E che sempre e comunque coesiste col diritto di smentire. Quindi in principio ben venga un’operazione di fact-checking di massa. </em></p>
<p><em>Io vedo però i seguenti problemi e rischi collegati nella decisione di Minniti. </em></p>
<ul>
<li><em>Una mancata definizione del fenomeno che si vuole contrastare non promette bene sulla capacità d’azione delle persone dietro a questo portale (Allo stesso tempo la definizione del DFRlab mi piace così come mi piace la tassonomia di Claire Wardle. Le fake news strictu senso sono i contenuti falsi spacciati per notizie solitamente per cavalcare gli algoritmi dei social e portare visibilità e redditi proficui a microimpresari della malinformazione.)</em></li>
<li><em>Un’alta probabilità che il sistema venga sopraffatto da segnalazioni farlocche di gruppi di sostenitori o oppositori di una parte politica ben organizzati.</em></li>
<li><em>Dal momento che le fake news sanno cavalcare i temi politici (vedi <a href="https://pagellapolitica.it/blog/show/148/la-notizia-pi%C3%B9-condivisa-sul-referendum-%C3%A8-una-bufala">analisi</a></em><em> di Pagella Politica dal referendum), un fact-checking da entità politiche o para politiche non avrà molte chances di essere visto come credibile da elettori critici di questo governo.</em></li>
<li><em>A questo problema si aggiunge il fatto che non sappiamo bene la composizione e metodologia di questa unità. La trasparenza è la nuova oggettività, dice qualcuno, e di trasparenza qui non ne vedo granché. Postilla: che formazione hanno ricevuto questi agenti per intervenire sulle fake news? Come sceglieranno a quali segnalazioni dare priorità?</em></li>
</ul>
<p><em>Detto ciò complessivamente, conoscendo il nostro Paese, ritengo che l’azione finirà per essere inutile piuttosto che dannosa. Verrà implementata poco e male e ignorata dai più. Non credo che scatteranno denunce fuori luogo (o almeno me lo auguro), al massimo vedremo dei fact-checking di scarso livello. </em></p>
<p><strong>Mondodem</strong>: Ritorniamo un attimo sulla questione dello stato in quanto “potere” costituito che si erge a garante della verità e che è considerata così problematica da molti. Lo stato però già si fa garante di stabilire le verità giudiziarie che poi servono a stabilire le imputazioni dei soggetti. Perché nel caso delle fake news, nella definizione circoscritta descritta nella domanda precedente, questo non dovrebbe valere? E perché dovremmo fidarci di più di soggetti privati (che hanno i loro legittimi interessi economici), per esempio le attuali organizzazioni che ora fanno fact-checking, per la verifica delle notizie? Ci spieghi come vedi esattamente il ruolo del fact-checking e degli attori che lo applicano all’interno di una democrazia?</p>
<p><strong>Mantzarlis: </strong><em>Lungi da me sostenere che i fact-checker siano impeccabili. Da lì a dire che le istituzioni giudiziarie o politiche siano più adatte a fare questo tipo di lavoro però è un bel salto.</em></p>
<p><em>Il paragone che mi pare più appropriato è quello con la buona informazione. Guarderesti un telegiornale prodotto dalla Farnesina? Compreresti una rivista pubblicata dal Ministero della Giustizia? Se anche la risposta fosse “sì” a entrambi i punti, ti fideresti più di questi o di una pubblicazione indipendente con una solida politica editoriale di revisione dei fatti, trasparenza, ecc?</em></p>
<p><em>Se la questione era aiutare a combattere la disinformazione allora perché non offrire fondi extra alla RAI per attivare finalmente quella famosa unità di fact-checking promessa da Maggioni un anno fa? Lo stato ha un ruolo importante da giocare nell’informazione, ma all’interno di sistemi con un minimo di garanzia di imparzialità e indipendenza editoriale (sì, mi rendo conto che anche quella non è sempre perfetta).</em></p>
<p><em>In generale, credo che più un ente è potente e più deve essere oggetto e non soggetto di fact-checking. Penso che sei d’accordo con me che un’organizzazione come Pagella Politica, che segue i principi di trasparenza che <a href="https://pagellapolitica.it/blog/show/141/pagella-politica-sottoscrive-il-codice-di-condotta-internazionale-dei-fact-checkers">segue</a></em><em> ed ha interessi economici decisamente limitati possa essere più affidabile agli occhi di una più grande fetta di lettori di un ente para statale. </em></p>
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		<title>La politica italiana e la nuova mania degli osservatori Osce. Ma chi sono costoro?</title>
		<link>https://www.mondodem.it/886/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 30 Nov 2017 16:32:54 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Uncategorized]]></category>
		<category><![CDATA[Di Maio]]></category>
		<category><![CDATA[Elezioni 2018]]></category>
		<category><![CDATA[OSCE]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Di Cono Giardullo* Mai si è sentito tirare in ballo nel dibattito politico un’organizzazione internazionale come l’OSCE quanto&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Di Cono Giardullo*</em></p>
<p>Mai si è sentito tirare in ballo nel dibattito politico un’organizzazione internazionale come l’OSCE quanto in questi giorni. Chi sono e cosa fanno <strong>questi fantomatici osservatori dell’OSCE</strong>, gli unici a poter controllare la “validità del voto”, secondo il Movimento 5 Stelle?</p>
<p>Le prime domande sono sorte a ridosso delle elezioni regionali siciliane del 5 Novembre scorso, quando il candidato premier del Movimento 5 Stelle, <strong>Luigi di Maio, ha <a href="http://www.beppegrillo.it/2017/10/losce_monitori_le_elezioni_del_5_novembre_in_sicilia_iovotolibero.html">richiesto</a> l’intervento dell’OSCE</strong> per avviare un’attività di monitoraggio elettorale e far fronte al “serio problema della libertà di voto”. La Presidente di Fratelli d’Italia-Alleanza Nazionale, Giorgia Meloni, ha però tenuto a <a href="https://twitter.com/GiorgiaMeloni/status/925374371195162624">ricordare</a> (sic!) che gli osservatori OSCE “di norma vanno in scenari di guerra o dove la democrazia è a rischio”.</p>
<p>Respinta la <a href="http://documenti.camera.it/leg17/resoconti/commissioni/bollettini/pdf/2017/10/31/leg.17.bol0901.data20171031.com01.pdf">risoluzione</a> in Commissione Affari Costituzionali del M5S e la <a href="http://www.beppegrillo.it/immagini/Lettera%20-%20OSCE%20-%20richiesta%20vigilanza%20su%20elezioni.pdf">lettera</a> del candidato alla Presidenza regionale Cancelleri, il Governo italiano non ha richiesto all’OSCE di condurre una missione di valutazione elettorale. E’ utile ricordare che organizzazioni come l’OSCE/ODIHR si basano su ben consolidate consuetudini. <strong>Di rado l’ODIHR monitora elezioni locali e quando si prodiga, lo fa coprendo l’interezza del territorio nazionale.</strong> A mo’ di paragone: nel 2016 su 20 elezioni programmate, il monitoraggio in elezioni locali è avvenuto solo in Bosnia Erzegovina; nel 2017, su 19 elezioni calendarizzate, gli osservatori hanno monitorato le elezioni locali solo in Macedonia; e per il 2018 delle 18 elezioni programmate, neanche una sarà locale. In ogni caso, a nostra conoscenza, l’ODIHR non ha mai osservato un’elezione regionale, e di certo non in Italia.</p>
<p>Ma la diatriba si è rinnovata in questi giorni, quando il 25 novembre scorso Di Maio ha lanciato <strong>un nuovo <a href="https://twitter.com/luigidimaio/status/934401671932928001">appello</a> all’OSCE affinché monitori la campagna elettorale</strong> in Italia per evitare il voto di scambio e la diffusione di <em>fake news</em>, mentre la Meloni il 29 novembre ha <a href="https://twitter.com/GiorgiaMeloni/status/935923162776326144">tacciato</a> la nuova dichiarazione dei 5 Stelle di allarmismo, perché ancora una volta l’OSCE interviene “nei paesi in guerra dove la democrazia è sospesa”.</p>
<p><em><u>Cos’è l’ODIHR e quali elezioni monitora?</u></em></p>
<p><strong>L’Ufficio per le Istituzioni Democratiche e i Diritti Umani</strong> (OSCE/ODIHR) è l’istituzione principale dell’OSCE per assistere i <a href="http://www.osce.org/it/participating-states">57 Stati Partecipanti dell’OSCE</a> “ad assicurare il pieno rispetto dei diritti umani e delle libertà fondamentali, ad attenersi allo stato di diritto, a promuovere i principi della democrazia e (…) a edificare, rafforzare e tutelare le istituzioni democratiche, nonché a promuovere la tolleranza nella società” (Documento del Summit di Helsinki, 1992).</p>
<p>L’OSCE/ODIHR, con sede a Varsavia (Polonia), ha iniziato a operare nel 1991 ed è la più importante agenzia europea nell’ambito dell’osservazione elettorale. Ogni anno coordina e organizza il dispiegamento di migliaia di osservatori per valutare se le elezioni nell’area OSCE si svolgano in linea con gli impegni OSCE, gli altri standard internazionali per elezioni democratiche e la legislazione nazionale. <strong>L’ODIHR può monitorare le elezioni in ognuno degli Stati Partecipanti.</strong></p>
<p>Su invito della Rappresentanza diplomatica presso l’OSCE a Vienna o l’ODIHR a Varsavia, o su invito del governo, di solito in Italia formulato dal Ministero degli Interni o degli Esteri, l’ODIHR invia una Missione di Esplorazione che raccomanda, a seconda dei bisogni identificati, in scala crescente: a) di non procedere con <strong>nessun ulteriore invio</strong> di una missione di valutazione elettorale, es. elezioni parlamentari in <a href="http://www.osce.org/odihr/elections/france/311081?download=true">Francia</a> nel giugno 2017; b) una <strong>squadra di esperti elettorali</strong> (<em>EET, </em>dall’acronimo in inglese), es. elezioni parlamentari in <a href="http://www.osce.org/odihr/elections/norway/333011?download=true">Norvegia</a> nel settembre 2017; c) una <strong>missione di valutazione elettorale </strong>(EAM), es. elezioni parlamentari in <a href="http://www.osce.org/odihr/elections/czech-republic/333691?download=true">Repubblica Ceca</a> nell’ottobre 2017; d) una <strong>missione di valutazione elettorale limitata</strong> (<em>LEOM</em>), es. elezioni presidenziali in <a href="http://www.osce.org/odihr/elections/mongolia/313571?download=true">Mongolia</a> nel giugno 2017; oppure e) una <strong>missione di osservazione elettorale </strong>(EOM), es. elezioni presidenziali in <a href="http://www.osce.org/odihr/elections/329346?download=true">Kirghizistan</a> nell’ottobre 2017.</p>
<p><a href="https://www.mondodem.it/wp-content/uploads/2017/11/OSCE.png"><img decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-887" src="https://www.mondodem.it/wp-content/uploads/2017/11/OSCE.png" alt="" width="499" height="639" srcset="https://www.mondodem.it/wp-content/uploads/2017/11/OSCE.png 499w, https://www.mondodem.it/wp-content/uploads/2017/11/OSCE-234x300.png 234w" sizes="(max-width: 499px) 100vw, 499px" /></a></p>
<h6 id="dal-sito-osce-odihr-i-tipi-di-missione-elettorale"><em>Dal sito <a href="http://www.osce.org/odihr/elections/325441">OSCE/ODIHR</a>: i tipi di missione elettorale.</em></h6>
<p><em><u>Quali elezioni ha monitorato l’ODIHR in Italia?</u></em></p>
<p>L’ultima <a href="http://www.beppegrillo.it/immagini/immagini/letteraocse.pdf">lettera</a> del Movimento 5 Stelle, inviata all’ODIHR oggi grida vittoria, presentando un dettagliato resoconto delle presunte violazioni elettorali in Sicilia ed esprimendo soddisfazione per la notizia riportata da Varsavia quanto al possibile monitoraggio delle nostre elezioni. La questione però è l’ODIHR non verrà perché’ invitata dal M5S, e non monitora le elezioni nella nostra penisola per la prima volta”. Al contrario, l’intervento degli osservatori internazionali è una pratica consolidata durante gli ultimi tre turni di elezioni generali, e da oltre un decennio.</p>
<p>L’ODIHR ha monitorato le elezioni parlamentari italiane nel <a href="http://www.osce.org/it/odihr/elections/italy/19405?download=true">2006</a>, nel <a href="http://www.osce.org/it/node/33280?download=true">2008</a> e nel <a href="http://www.osce.org/odihr/98855?download=true">2013</a>. Nel 2013, l’invito è pervenuto dalla Rappresentanza permanente d’Italia presso l’OSCE e una Missione di Esplorazione (<em>NAM</em>) ha visitato il paese un mese e mezzo prima per valutare il clima pre-elettorale e la preparazione delle elezioni, conducendo una serie di incontri con interlocutori politici e funzionari ministeriali. Quest’ultima missione ha poi raccomandato all’ODIHR di organizzare una <em>Missione di Valutazione elettorale Limitata </em>(LEOM), composta da 10 osservatori di lungo periodo e un team principale di analisti (<em>core team</em>).</p>
<p>Nel 2008, a seguito dell’invito del Ministero degli Affari Esteri italiano e su raccomandazione della NAM, l’ufficio ha organizzato una <em>Missione di Valutazione elettorale</em> (EAM).</p>
<p>Nel 2006, su invito del Ministero dell’Interno italiano e su raccomandazione della NAM, l’ufficio ha organizzato una <em>Missione di Valutazione elettorale</em> (EAM). <strong>È stato il primo invito a osservare le elezioni in Italia rivolto all’ODIHR.</strong><strong> </strong></p>
<p>Considerati i tre precedenti, di certo il Governo italiano deciderà di invitare l’ODIHR a compiere una Missione di Esplorazione in vista delle elezioni parlamentari del Marzo 2018, come previsto e <a href="https://www.ilfattoquotidiano.it/2017/11/28/elezioni-osce-se-invitati-valuteremo-se-mandare-gli-osservatori-durate-il-voto/4007072/">comunicato</a> il 28 novembre.</p>
<p><em>*Cono Giardullo: Salernitano, piccione viaggiatore, classe 1986. Attualmente in forze all’OSCE in Ucraina, dopo trascorsi in Centro Asia, con base a Bishkek, e Maghreb, partendo da Tunisi. Sempre occupandosi di diritti umani, ricerca e lavoro si basano su questioni relative allo stato di diritto in contesti post-rivoluzionari o di conflitto. Laureato in Giurisprudenza a Ferrara, con pit stop a Parigi, ha concluso gli studi al Collegio d’Europa in Relazioni Internazionali dell’UE. Dopo le lingue latine, si è dato al russo, non sapendo se ne porterà mai a termine lo studio, mentre collabora regolarmente con AffarInternazionali.it occupandosi di Europa orientale. Su Twitter appare come @conogiardullo</em></p>
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