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	<title>#elezioni2018 Archivi &#8211; MondoDem</title>
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	<description>Laboratorio di Politica Internazionale</description>
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		<title>Sinistra e futuro: tre cose da sapere prima di ripartire</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 18 Jun 2018 05:57:13 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Lo stato della sinistra]]></category>
		<category><![CDATA[#elezioni2018]]></category>
		<category><![CDATA[Governo]]></category>
		<category><![CDATA[Partito Democratico]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Di Eugenio Dacrema Come da copione. Mentre altrove le cose accadevano, dalle nostre parti, quelle dei perdenti, abbiamo&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/1087/">Sinistra e futuro: tre cose da sapere prima di ripartire</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Di Eugenio Dacrema</em></p>
<p>Come da copione. Mentre altrove le cose accadevano, dalle nostre parti, quelle dei perdenti, abbiamo passato le ultime settimane a farci le solite domande, analizzare come sempre l’ennesima delle nostre tante sconfitte e, ovviamente, a darci a vicenda le colpe. Le teorie sulla sconfitta che circolano nelle discussioni e sui post facebook variano parecchio, ma si rifanno grosso modo a due tronconi principali: per coloro più a sinistra del PD, quest’ultimo ha perso perché ha smarrito la sua vocazione ideale, l’ha tradita, e additano personaggi come Renzi o Minniti come i principali responsabili. Il secondo troncone va di pari passo col primo, anche se spesso comprende coloro che cercano di spiegare la sconfitta dalla prospettiva più populista: il PD, e la sinistra in generale, hanno perso il contatto con la gente. Abbiamo smesso di “ascoltare la gente” e per questo siamo incapaci di costituire una alternativa vincente.</p>
<p>Magari fosse così semplice. La prima tesi è stata smentita il 4 marzo, con una formidabile prova empirica degna della migliore tradizione degli esperimenti sociali. Chi dopo aver passato anni a spiegare che il PD a guida Renzi con le sue svolte “neoliberiste”, “neo-blairiane” era destinato al fallimento in quanto aveva perso la capacità di interpretare le forti istanze sociali della sinistra ha avuto l’opportunità di dimostrare la sua tesi alle ultime elezioni. Una parte consistente di ex-PD, insieme ad altre anime politiche alla sua sinistra, si sono unite per offrire finalmente una vera alternativa politica a tali istanze, secondo loro estremamente vive quanto inespresse. Han preso il 3%. Certo, la prima parte della loro tesi si è dimostrata assolutamente esatta, il PD di Renzi ha effettivamente fallito, ma la seconda parte no. Il PD di Renzi, sembra suggerire l’esperimento di LeU, non ha fallito perché non ha saputo dare voce alle istanze di sinistra presenti nella società. Perché, semplicemente, alla prova empirica queste istanze sembrano non esistere quasi più.</p>
<p>E da questo ragionamento emerge lampante anche tutta la limitatezza della tesi secondo cui il PD è diventato ”incapace di ascoltare la gente”. Come se quando è passata la riforma delle pensioni qualcuno pensasse che sarebbe stata una mossa popolare. O come se nessuno del partito fosse in grado di capire che riforme e cambiamenti comportano shock cognitivi e sforzi di adattamento. No, il punto non è che siamo stati sorpresi dal fatto che la gente non ha saltato di gioia. Il punto è che non si è stati in grado di spiegare perché le alternative erano assai peggiori. Chi pensa seriamente che il malcontento per il PD sia un mistero incomprensibile parte da un assunto abbastanza semplicistico secondo cui 18% di elettori che lo votano sono tutti in qualche modo parte dell’establishment, o di èlite economiche e culturali chiuse nella loro bolla e incapaci di capire cosa succede fuori. Per carità, che tra questo genere di ambienti ci sia una prevalenza di elettori del PD sarà pur vero. Ma altra cosa è pensare che tra gli elettori democratici non ci siano anche centinaia di migliaia di persone normali che vivono e lavorano tra altre persone normali. La maggior parte degli elettori sa benissimo cosa pensa il resto del paese. Lo “ascoltano”. E poi si rendono conto che, semplicemente, la maggior parte della gente non vuole quel che vogliono loro. Se la maggior parte del paese vuole tornare a spesa pubblica incontrollata e chiudere le frontiere il nostro problema non è che non siamo “ascoltatori della gente”. Il nostro problema è ben più grande ed epocale: non abbiamo idea di come convincerli del contrario.</p>
<p>I motivi sono molteplici. C’è una oggettiva incapacità comunicativa, soprattutto tra molti esponenti della leadership sia nazionale sia locale. Ma c’è soprattutto la difficoltà di far passare un messaggio complesso e progressista in tempi di gravi difficoltà socioeconomiche, causate sa sommovimenti geopolitici che vanno ben oltre una architettura europea difettosa e i guai di un sistema finanziario poco regolato. In fondo, il lavoro dei nostri avversari populisti è semplice: prendi le reazioni istintive tipiche delle persone che hanno paura e legittimale. Ovviamente, quelle reazioni vanno quasi sempre a destra. Mesi fa <a href="https://www.mondodem.it/osservatori/democrazia-2-0/populismo-definizione-origini-e-sviluppo/">analizzammo alcune delle caratteristiche</a> più esplicite del populismo moderno. A quell’analisi potremmo aggiungere anche un altro elemento: i populisti son tali proprio perché non inventano nulla e non convincono di nulla che sia nuovo. Come iene della politica prendono quello che già c’è e ne fanno cibo per la propria retorica.</p>
<p>La politica per chi non si arrende allo sciacallaggio della paura è un mestiere estremamente più complesso: calmare, spiegare che un mondo sempre più interconnesso e complesso ha bisogno di soluzioni altrettanto complesse, e far comprendere che in una tale situazione è indispensabile accettare che le migliori soluzioni non possono venire da cambiamenti repentini e salvifici nel breve termine, ma solo da cambiamenti spesso dolorosi e incrementali i cui frutti si vedranno nel lungo periodo. Facile no? Nessuna sorpresa che abbiamo fallito, e per spiegarcelo non c’è nessun bisogno di ricorrere a teorie su mancanza di ascolto e istanze tradite. Viene anzi quasi da chiedersi come abbiamo seriamente pensato di farcela. E, soprattutto, come crediamo ancora di potercela fare.</p>
<p>A metterla così viene effettivamente voglia di andare sul Sacro Blog, iscriversi a un meet-up e iniziare a credere nelle scie chimiche. Ma se ancora non siamo pronti a cedere alla disarmante semplicità del grillismo, alla rabbia del leghismo militante e al fascino misterioso della condensa dei jet, beh.. bisogna accettare queste tre terrificanti realtà: primo, che l’unica alternativa per tornare a vincere è riuscire a trovare un modo per far diventare soluzioni che richiedono tempo, complessità e sacrifici improvvisamente popolari. Secondo, che, prima ancora di farle accettare, queste soluzioni dobbiamo averle, e dobbiamo averle chiare e quanto più possibile condivise. Terzo &#8211; e questa è la realtà più terrificante e allo stesso tempo meno sorprendente &#8211; nessuno al momento sembra avere la più pallida idea di come riuscirci. Non chi critica il PD da sinistra, non chi lo critica da destra, non i nostri compari social-liberali europei che, quando non registrano disastri elettorali simili ai nostri (vedi l’SPD tedesco), conquistano voti con atteggiamenti ambigui sull’Europa e sul ritorno ai bei tempi andati (vedi il Labour di Corbyn).</p>
<p>Sconfortante, certo. La traversata del deserto si preannuncia lunga e la probabilità di fallimento altissima. Ma riconoscerlo è il primo passo per avere una qualunque speranza di vederne la fine.</p>
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		<title>Le ragioni del Partito Democratico nel 2018</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 18 Apr 2018 22:25:01 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Lo stato della sinistra]]></category>
		<category><![CDATA[#elezioni2018]]></category>
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		<category><![CDATA[Italia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Di Fabrizio Macrì La necessità di una visione  Concordo con quanti sostengono che il PD debba tornare a&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Di Fabrizio Macrì</em></p>
<p><strong><em>La necessità di una visione</em></strong></p>
<p><em> </em>Concordo con quanti sostengono che il PD debba tornare a fornire una chiara ed entusiasmante visione in grado di restituirgli la sua <strong>vocazione maggioritaria</strong> e la sua funzione di rappresentanza del riformismo democratico italiano.</p>
<p>Per farlo ritengo sia utile da un lato ricordare quale fosse l’ispirazione originaria dell’idea di PD a metà degli anni 2000 (credo ancora attuale) e dall’altro completare questa visione con <strong>una nuova visione progressista nell’era della globalizzazione</strong>, ancora una volta come nel 2007, chiamata a rompere con gli schemi di lettura della realtà che ci hanno guidato fino ad oggi.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong><em>Le origini</em></strong></p>
<p><em> </em>Nel 2007 il PD nacque dalla fusione delle forze popolari e socialiste di Margherita e DS e dall’introduzione delle primarie aperte come sistema di selezione della propria classe dirigente, allo scopo di aprirsi a quella fetta di elettorato che, pur riconoscendosi nei valori del centro-sinistra, non era direttamente riconducibile ai due partiti fondatori.</p>
<p>La fusione ebbe luogo perché si ritenne che gli elementi che le forze di quell’area avevano in comune fossero più forti e numerosi degli elementi divisivi e che la sfida di cambiamento che il PD lanciava fosse un cemento più forte delle divisioni del passato.</p>
<p>Si riteneva che quell’area affondasse le proprie radici nella<strong> fedeltà ai valori della Resistenza quindi alla Costituzione</strong> repubblicana e che questo creasse un comune sentire cui attingere per trasformare il futuro.</p>
<p>Inoltre si prese atto che, per difendere quei comuni valori fondanti, fosse necessario adottare nuovi strumenti: a fronte dei cambiamenti radicali della società che ridefinivano i conflitti tra i vari gruppi sociali (i deboli degli anni 2000 erano diversi dai deboli degli anni 70 e 80), il PD doveva ripensare gli strumenti e le politiche della sinistra per continuare a difendere gli stessi principi di fondo.</p>
<p>La mappa dei privilegi e dei fattori di conservazione non era più così netta come negli anni ‘70 in cui la società si fondava sullo scontro tra imprenditori e salariati, tra padroni e lavoratori.</p>
<p>La conservazione negli anni 2000 era anche di sinistra, la classe lavoratrice era spaccata tra tutelati e baby pensionati da una parte e precari e disoccupati tecnologici dall’altra. La spaccatura tra giovani lavoratori esposti alla volatilità del mercato dovuta alla globalizzazione ma anche ad un sistema fiscale ed amministrativo punitivo per le imprese da un lato e gli illicenziabili statali e tutelati dall’art. 18 dall’altra.</p>
<p>Il <strong>PD nacque da un’ispirazione di riforma post-ideologica e radicale della società che, con un approccio pragmatico, doveva rispondere alle istanze dei nuovi gruppi sociali, tutelando quelli più deboli ma anche consentendo al Paese di sprigionare la sua energia, creatività e libera iniziativa</strong>.</p>
<p>Le cose da cambiare erano più numerose di quelle da conservare e questo rendeva necessaria l’adozione di misure anche tipicamente considerate di destra o liberali in passato ideologicamente avversate dalla sinistra: non solo quindi la stabilizzazione dei giovani precari ma anche la promozione del merito per dare modo ai meno protetti di affermarsi, rompendo i privilegi e riattivando l’ «<em>ascensore sociale</em>»; una politica industriale di investimenti pubblici ma anche l’abbattimento del «<em>nucleo fiscale</em>»  e la liberalizzazione del mercato per favorire l’imprenditorialità ; la difesa della legalità intesa come principio di equità e di difesa dei più deboli.</p>
<p>Questo approccio trasversale partorì l’idea della vocazione maggioritaria e cioè l’aspirazione del partito, nelle mutate condizioni sociali, ad intercettare consensi anche in aree tradizionalmente non di sinistra: non solo giovani precari ma anche start-upper e imprenditori, forze dinamiche e creative della società che prive di forti appartenenze ideologiche e particolari protezioni sociali, avrebbero potuto portarlo ad essere maggioranza nel Paese.</p>
<p>Le cose non sono andate esattamente così ma a sprazzi, soprattutto durante le gestioni Veltroni e Renzi, si sono visti i segni di quell’ispirazione originaria.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong><em>Il futuro</em></strong></p>
<p><em> </em>Si tratta ora di capire come, questa idea fondante, ispirata ad un pragmatismo, capace di adattare le sue politiche ai cambiamenti della società per tutelare con nuovi strumenti i valori di libertà ed equità propri della cultura progressista, conservi anche oggi una sua validità. Come si declina e come si deve evolvere questa idea già fortemente innovativa, nell’Italia impaurita dalla globalizzazione del 2018 ed in balia degli opposti populismi?</p>
<p><strong>Credo che l’elemento fondante debba continuare ad essere un forte realismo basato sulla conoscenza e capacità di analisi della realtà economica italiana ed internazionale.</strong></p>
<p>È da questo realismo e non da stratte convinzioni «<em>aperturiste</em>» od «<em>internazionaliste</em>» che discendono le scelte europeiste e favorevoli ad un’economia aperta e libera; la presa d’atto che per un Paese come l’Italia una politica commerciale protezionistica e l’uscita dall’area Euro provocherebbero danni ben superiori ai pochi benefici.</p>
<p>Partendo da queste premesse, il PD deve però evitare di essere percepito come il partito della conservazione, disposto ad accettare passivamente il processo di globalizzazione ed apertura dei mercati, ignorando la consunzione delle risorse ambientali e l’aumento delle disuguaglianze sociali che si accompagnano a paure e semplificazioni populiste.</p>
<p>Pur prendendo realisticamente atto della realtà, promuovendo politiche atte a rendere il paese attrezzato per sopravvivere nella globalizzazione, il PD deve trasmettere una visione che vada oltre questa fase che superi le contraddizioni del nostro modello di sviluppo.</p>
<p><strong>È proprio infatti sulle contraddizioni dell’attuale sistema economico e sociale che si può innestare una visione nuova e progressista nell’Italia del 2018; l’Italia non deve imparare a stare in Europa e nella globalizzazione con una moneta forte come l’Euro solo per imparare a sopravvivere nella nuova economia globale, ma anche per poter avere voce in capitolo nel cambiamento.</strong></p>
<p>La società europea ed aperta che il PD difende e sostiene è l’unico modo che l’Italia ha per contare e per cercare di fare pesare la propria visione di futuro.</p>
<p>Più protezione per i ceti meno abbienti ed esclusi dalla globalizzazione, più formazione ed inclusione per chi viene emarginato da concorrenza ed aumento dell’intensità tecnologica, un modello di sviluppo che tenga conto della sovrappopolazione e dei limiti che l’ambiente impone alla nostra economia, la valorizzazione del principio quasi filosofico ed olivettiano di rimettere l’economia al servizio dell’uomo per non essere un processo estraneo ad esso nel quale cercare un appiglio per non essere espulsi dal sistema.</p>
<p>Solo l’apertura mentale e la voglia di contaminazione anche nell’elaborazione politica, economica e sociale che il PD ha lanciato 11 anni fa può aiutarci a trovare le risposte, non certo il ritorno ad una rigida visione ideologica del Mondo che porterebbe il Paese sulla strada di una sterile e perdente chiusura.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Da dodici a cinque stelle su sfondo verde: la sfida grillino-leghista alla politica europea dell’Italia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Nicoletta Pirozzi]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 05 Apr 2018 11:01:09 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Lo stato della sinistra]]></category>
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		<category><![CDATA[#Lega]]></category>
		<category><![CDATA[#unioneeuropea]]></category>
		<category><![CDATA[Italia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Di Nicoletta Pirozzi Il rilancio europeo rischia di inciampare sull’Italia, proprio quando l’Unione europea tirava un sospiro di&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/1027/">Da dodici a cinque stelle su sfondo verde: la sfida grillino-leghista alla politica europea dell’Italia</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Di Nicoletta Pirozzi</em></p>
<p>Il rilancio europeo rischia di inciampare sull’Italia, proprio quando l’Unione europea tirava un sospiro di sollievo per aver domato l’onda populista ed euroscettica nelle elezioni del 2017 in Francia, Germania, Austria e Olanda. Il 4 marzo scorso, mentre la SPD dava il via libera al nuovo esecutivo di coalizione con la CDU-CSU, garantendo la riattivazione del motore franco-tedesco, le consultazioni italiane accordavano quasi il 55% delle preferenze alle cosiddette forze anti-sistema: M5S, Lega e Fratelli d’Italia. Un risultato solo in parte inatteso dalle stesse istituzioni europee, che si sono limitate a caute esternazioni di preoccupazione (prima) e timidi auspici per una rinnovata centralità dell’Italia in Europa con il nuovo governo (dopo).  L’Unione dovrà quindi fare i conti con una situazione di temporanea instabilità dovuta alla mancanza di un governo operativo (nelle parole di Junker) e probabilmente con una politica europea profondamente mutata nel terzo Paese europeo nel medio periodo.</p>
<p>Di certo Bruxelles, insieme a Parigi e Berlino, non staranno ad aspettare. Ci sono importanti decisioni che sono state discusse già nel Consiglio europeo di fine marzo e che saranno prese nel prossimo giugno. Parliamo di pilastri della costruzione europea come il completamento dell’Unione economica e monetaria, in particolare attraverso il rafforzamento dell’Unione bancaria e la riforma del Meccanismo europeo di stabilità, il negoziato sulle prospettive finanziarie dell’Ue per il 2021-2027 e su una capacità di bilancio per la zona euro, le proposte di tassazione dei colossi del web e di creazione di un’autorità europea del lavoro. Ci sono poi la riforma del sistema di Dublino e del diritto di asilo europeo, i negoziati per la Brexit che organizzeranno il partenariato tra l’Ue e la Gran Bretagna, le reazioni europee al caso Skripal, il futuro delle relazioni con la Turchia e i Balcani occidentali, le politiche da attuare per le crisi libica e siriana, le risposte ad una possibile nuova offensiva commerciale degli Stati Uniti e il salvataggio dell’accordo sul nucleare iraniano. Senza dimenticare la necessità di fronteggiare le minacce interne allo stato diritto che arrivano da paesi come l’Ungheria e la Polonia, e quelle derivanti dalla radicalizzazione. Infine, si avvierà tra poco il percorso di avvicinamento alle prossime elezioni europee del maggio 2019 e del futuro assetto istituzionale dell’Unione.</p>
<p>A tutti questi processi l’Italia aveva garantito il suo contributo e aveva guadagnato in credibilità nel corso dei quattro governi – guidati da Monti, Letta, Renzi e Gentiloni – che si sono avvicendati dal 2011. Non sono mancati i contrasti, soprattutto sulla mancanza di solidarietà nella gestione del fenomeno migratorio e nella ripartizione dei richiedenti asilo, oppure sull’interpretazione della flessibilità nella gestione dei bilanci. Tuttavia, l’Italia ha saputo istaurare un sodalizio fruttuoso con le istituzioni di Bruxelles e con la coppia franco-tedesca, ottenendo risultati significativi e attivando le necessarie riforme interne in materia di pensioni, mercato del lavoro, pubblica amministrazione. Gli scenari più probabili fanno ora ipotizzare un cambio di passo, con l’Italia condannata all’inazione per il protrarsi dello stallo politico-istituzionale, o addirittura un’inversione di tendenza, se si realizzerà una convergenza tra forze che portano avanti agende populiste, anti-sistema ed euroscettiche (salvo un’improbabile e improvvisata svolta macroniana del M5S).</p>
<p>Sicuramente cambierebbero i riferimenti politici: non più le forze riformiste e progressiste europee, ma l’Ukip di Nigel Farage, con il quale il M5S ha stretto un’alleanza strategica anti-establishment dal suo ingresso al Parlamento europeo nel 2014; Marine Le Pen, leader dell’ultra-nazionalista Front National – ora Rasseblement National – alleata di Matteo Salvini; e il premier illiberale ungherese Viktor Orbàn, dal quale Giorgia Meloni ha preso lezioni sulla lotta all’immigrazione clandestina lo scorso febbraio. L’Italia rischierebbe inoltre la marginalizzazione se le politiche sovraniste dovessero prendere il sopravvento, ad esempio rompendo il fronte europeo sull’imposizione di sanzioni alla Russia di Putin per l’annessione illegale della Crimea, oppure venendo meno agli impegni presi in ambito Ue per l’approfondimento dell’integrazione nel settore della difesa e la partecipazione a progetti e missioni nell’ambito della politica comune di sicurezza e difesa. Queste posizioni ci avvicinerebbero di più ai paesi Visegrad che ai nostri interlocutori tradizionali della vecchia Europa, e ci esporrebbero a un isolamento pericoloso per la tutela dei nostri interessi sul fronte mediterraneo e transatlantico. Infine, il consolidamento della narrativa populista strumentale e miope minerebbe le basi già logore del sentimento europeo degli italiani, fragilizzando l’ancoraggio del nostro paese all’orizzonte dell’Unione, l’unico in grado di garantirci protezione dai dazi di Trump o di proiettarci come attore rilevante in Medio Oriente e in Nord Africa.</p>
<p>La nuova realtà delle cose rende essenziale una opposizione forte e risoluta del Partito Democratico e di tutte le forze riformiste e progressiste. Questa opposizione dovrà basarsi su tre priorità d’azione.</p>
<p>In primo luogo, farsi promotori della realizzazione di iniziative politiche concrete e rispondenti ai bisogni quotidiani dei cittadini: ad esempio, consolidare l’agenda sociale europea con un’indennità di disoccupazione europea già proposta dall’Italia nel 2016 e mai realizzata.</p>
<p>In secondo luogo, lavorare sulla ricostruzione interna del partito e mantenere il suo ruolo di interlocutore unitario per i partner europei ed internazionali, in modo da presentarsi alle prossime elezioni europee con un fronte socialdemocratico compatto e credibile, all’interno di un PSE rinnovato.</p>
<p>Infine, rilanciare l’adesione dei cittadini al progetto europeo, elaborando una visione strategica sull’Europa che sia convinta e coraggiosa, e che abbandoni completamente i tentennamenti e le ambiguità del passato.</p>
<p>Alle false sirene della chiusura e di una finta sovranità si deve rispondere con la concretezza della costruzione europea e con obiettivi chiari, per proteggere il paese dall’abisso nel quale tali sirene lo trascinerebbero.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/1027/">Da dodici a cinque stelle su sfondo verde: la sfida grillino-leghista alla politica europea dell’Italia</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
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		<title>Analisi dei programmi di politica estera delle principali forze politiche alternative al Partito Democratico</title>
		<link>https://www.mondodem.it/1001/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 02 Mar 2018 10:21:41 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Esteri a confronto]]></category>
		<category><![CDATA[#confronto]]></category>
		<category><![CDATA[#elezioni2018]]></category>
		<category><![CDATA[#forzaitalia]]></category>
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		<category><![CDATA[M5S]]></category>
		<category><![CDATA[Politica Estera]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Di Cono Giardullo e G. C. Per 10 settimane, dal 17 dicembre al 25 febbraio, ci siamo occupati&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/1001/">Analisi dei programmi di politica estera delle principali forze politiche alternative al Partito Democratico</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Di Cono Giardullo e G. C.</em></p>
<p>Per 10 settimane, dal 17 dicembre al 25 febbraio, ci siamo occupati di monitorare i profili social (Twitter e Facebook principalmente) dei cinque maggiori partiti che correranno, parallelamente al Partito Democratico, alle prossime elezioni parlamentari e di 17 tra gli esponenti di spicco degli stessi. Mentre scorrevamo post, e afferravamo cinguettii in rete, non ci siamo potuti esimere dal chiedere alla nostra rete e a esperti di settore, di commentare in maniera critica qualche punto programmatico azzardato, o qualche dichiarazione che è sembrata troppo populista, anche a due tolleranti osservatori come noi.</p>
<p>La prima risposta l’abbiamo rivolta a Luigi Di Maio, che ha spesso voluto tirare in ballo la necessità di invitare gli <a href="https://www.mondodem.it/op-ed/la-politica-italiana-e-la-nuova-mania-degli-osservatori-osce-ma-chi-sono-costoro/">osservatori Osce</a> a monitorare le elezioni per scongiurare qualsiasi broglio alle prossime elezioni, seppur Giorgia Meloni abbia tenuto a ricordargli che tali osservatori si recano solo in scenari di guerra (sic!). In seguito, abbiamo commentato le dichiarazioni di Matteo Salvini, il quale crede che <a href="https://www.mondodem.it/op-ed/caro-salvini-con-putin-presidente-non-saremmo-un-paese-migliore/">con Putin in Italia “staremmo meglio”</a> e che se dovesse scegliere un paese ben governato, quello sarebbe <a href="https://www.mondodem.it/osservatori/due-parole-sullungheria-il-nuovo-sogno-elettorale-di-salvini/">l’Ungheria di Orban</a>. A Liberi e Uguali abbiamo risposto coi numeri quando nella sezione “<a href="https://www.mondodem.it/osservatori/sulla-difesa-leu-da-i-numeri/">Pace e disarmo</a>” del loro programma urlano che negli ultimi 10 anni di recessione, la spesa pubblica militare italiana è aumentata del +21%. Infine, abbiamo utilizzato dati scientifici per ribattere ai Cinque Stelle, quando nel <a href="https://www.mondodem.it/osservatori/le-impossibilita-energetiche-del-paese-secondo-i-5s/">Programma sull’Energia</a> promettono un’Italia dipendente al 100% dalle rinnovabili entro il 2050.</p>
<p>In definitiva, e come potrete apprezzare dai grafici, i cinque partiti si sono spartiti quasi in parti uguali la totalità (75 in totale)<a href="#_ftn1" name="_ftnref1">[1]</a> delle dichiarazioni e indicazioni programmatiche di politica estera monitorate, con un leggero vantaggio segnato dal Movimento 5 Stelle e da Forza Italia (17/75 ciascuno). Come anticipato, Matteo Salvini (Lega) è risultato il politico più prolisso in dichiarazioni (13/61),<a href="#_ftn2" name="_ftnref2">[2]</a> attribuibili in qualche modo a un tema di politica estera, seguito da Giorgia Meloni (Fratelli d’Italia – 12/61) e Manlio di Stefano (Movimento 5 Stelle – 8/61). Scadenti i risultati riscontrati per gli altri tre leader politici: rispettivamente Berlusconi (4/61), Di Maio (3/61) e Grasso (1/61). Infine, immigrazione e sbarchi dei “clandestini” sono stati i temi più gettonati, con 20 menzioni su 81 totali.<a href="#_ftn3" name="_ftnref3">[3]</a> Alle spalle si piazza il tema dei conflitti in Medio Oriente, anche in ragione dei recenti sviluppi in Siria (8/81), mentre al terzo posto abbiamo individuato l’autorizzazione delle Missioni militari all’estero e in particolare della missione in Niger (7/81), criticata perché autorizzata in concomitanza allo scioglimento delle Camere.</p>
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<p><strong>Esteri, questo sconosciuto</strong></p>
<p><strong> </strong>Ecco in tre parole l’analisi dei programmi e della campagna elettorale messa in piedi dalle destre. Di estero si parla quasi esclusivamente in chiave di sicurezza e immigrazione.</p>
<p>Tra i più attivi sicuramente Salvini, che tra un assassinio e una rapina, parla di esteri quando ci informa di aver letto la dichiarazione islamica dei diritti dell’uomo e di <a href="https://twitter.com/matteosalvinimi/status/964844797080072192">esserne preoccupato</a>. Non solo: nei suoi numerosi tweet riesce anche a indicare i modelli stranieri conservatori a cui si ispira, tra cui <a href="http://www.ilpopulista.it/news/28-Gennaio-2018/22848/salvini-il-vincolo-del-3-ha-portato-in-italia-fame-e-poverta.html">Trump</a> e <a href="http://www.ilpopulista.it/news/28-Gennaio-2018/22848/salvini-il-vincolo-del-3-ha-portato-in-italia-fame-e-poverta.html">Orban</a>.</p>
<p>Non è da meno Giorgia Meloni, la quale tiene a farci sapere che alla distruzione degli stati nazionali, messa in atto da <a href="https://twitter.com/GiorgiaMeloni/status/964447112292392961">Soros, preferisce il popolo e chi è eletto, come Orban</a>. Aggiunge poi tweet in cui snocciola numeri sui <a href="https://www.facebook.com/giorgiameloni.paginaufficiale/posts/10155941766727645">foreign fighters</a>. Risulta, tuttavia, più incisiva nella pervicace rivendicazione di godere di una entrata gratuita al museo egizio di Torino in quanto cittadina italiana e cristiana.</p>
<p>Degno di nota è il forzista Lucio Malan, che coraggiosamente si spinge oltre lo spauracchio del clandestino, e dal suo blog ha più volte pubblicato post sull’<a href="https://www.luciomalan.it/iran-malan-fi-desolante-sostegno-di-mogherini-e-governo-al-regime-iraniano/">Iran e le condizioni delle donne</a>. Berlusconi invece declina il tema esteri anche in chiave economica, <a href="https://twitter.com/berlusconi/status/964593271744983040">confermando</a> come soluzione la flat tax che, negli oltre 60 paesi in cui è stata introdotta ha prodotto, grazie all’abbattimento della pressione fiscale, una forte crescita dell’economia.</p>
<p>Tuttavia, Berlusconi resta sul pezzo e dimostra di voler condividere la linea dei suoi alleati sul tema immigrazione. Sebbene mantenga l&#8217;impeccabile stile da uomo in doppiopetto di una certa età, anche lui fa leva sulla percezione della paura, citando i dati sui reati commessi dagli immigrati e indica come soluzione il rimpatrio graduale e la via diplomatica degli accordi con la Libia, fino al compimento di un grande <a href="https://www.raiplay.it/video/2018/02/Silvio-Berlusconi---18022018-26fe6065-b9c1-4901-a4a1-53ce38504ecb.html">Piano Marshall</a>.</p>
<p>Un accenno alla deriva estremista è quasi d&#8217;obbligo, nel quadro dell&#8217;atteggiamento delle destre nei confronti della questione immigrazione, e questa è rappresentata da <a href="https://www.bing.com/videos/search?q=tribuna+politica+casapound&amp;&amp;view=detail&amp;mid=C7C5567135E63EF07AE8C7C5567135E63EF07AE8&amp;&amp;FORM=VRDGAR">Casapound</a> che sbandiera velleità colonialiste, proponimenti di occupazioni territoriali di &#8220;pezzi della Libia&#8221; e navi che partono con carichi di manodopera con tanta voglia di lavorare e di ricostruire.</p>
<p>Insomma, intravedere scampoli di politica estera nei discorsi degli esponenti politici delle destre che abbiamo seguito è stata impresa ardua. Abbiamo anzi constatato che ogni volta che si è tentato di dare una lettura “altra” dei fenomeni complessi che il paese vive oggi non si è riusciti ad andare oltre il martellamento ossessivo degli slogan a cui non hanno fatto eco proposte valide sorrette da ragionevoli valutazioni, ma solo <em>un rosario di ambizioni meschine, di millenarie paure, di inesauribili astuzie</em>, per dirla con le parole del cantautore preferito di Salvini, Fabrizio De Andrè.</p>
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<p><strong>Leader insignificanti lanciano esperti senza soluzioni</strong></p>
<p><strong> </strong>Al contrario delle destre, il Movimento 5 Stelle (M5S) e Liberi e Uguali (LeU) preferiscono far parlare gli esperti di partito in materia di politica estera.</p>
<p>Anche perché il presidente Grasso non proferisce parola su temi di politica internazionale, salvo incontrare negli ultimi giorni il leader laburista Corbyn col quale <a href="https://www.ilfattoquotidiano.it/2018/02/20/elezioni-2018-grasso-incontra-corbyn-a-londra-al-centro-stato-sociale-e-disuguaglianze/4175531/">parla</a> di tasse universitarie, ma dimentica il dettaglio Brexit. Ancora peggio fa il capo politico del M5S, che si degna di delineare la futura politica estera del Movimento solo in un’occasione alla Link Campus di Roma, dove come riportato sul Foglio “<a href="https://www.ilfoglio.it/politica/2018/02/06/news/di-maio-europeista-177417/">presenta in zona protetta la sua politica estera, pure questa è senza coperture</a>”. E infatti Di Maio <a href="https://www.facebook.com/LuigiDiMaio/videos/1604917902878083/?q=luigi%20di%20maio">promette</a> conferenze di pace risolutive a destra e manca, chiarendo che al centro sarà posta l’Italia, non quindi la protezione dei civili o le questioni di governabilità in Libia e in Siria.</p>
<p><strong> </strong>Di sicuro più concreto Manlio di Stefano, fino a qualche giorno fa il candidato <em>in pectore</em> per la Farnesina, nel caso di un governo a 5 stelle. Di Stefano snocciola veementi <a href="https://www.facebook.com/ManlioDiStefano/posts/1825455097512608">attacchi</a> contro il governo, a suo dire colpevole con il dispiegamento della missione in Niger di far gli interessi della Francia e di attrezzare una missione “inutile”, che non bloccherà i flussi di immigrati. Invitiamo il pentastellato a leggere anche altre <a href="http://formiche.net/2018/01/impegno-italiano-niger/">analisi</a>, prima di giungere a conclusioni che non rendono onore <a href="http://www.ispionline.it/it/pubblicazione/missione-niger-ma-litalia-lobiettivo-e-la-libia-19469">all’intesa cordiale</a> stipulata tra Roma e Parigi dopo mesi di disguidi diplomatici.</p>
<p>Liberi e Uguali si allontana dai temi sociali solo con Giuseppe Civati e Andrea Maestri. Il primo si scaglia in solidarietà al M5S <a href="https://www.possibile.com/difesa-civati-marcon-missione-niger-miope-disumana/">contro la missione in Niger</a>, e propone come soluzione “politiche e solidarietà e non carri armati”. Altro non è dato sapere. Sensati, invece, gli interventi di Maestri. L’unico, al di fuori del PD, a parlare del <a href="https://www.possibile.com/regeni-maestri-leu-governo-sceglie-logica-spietata-realpolitik/">caso Regeni</a>, prima di abbandonarsi a frustare il governo per gli <a href="https://www.possibile.com/libia-maestri-leu-immagini-tortura-raccapriccianti-cosa-dire-minniti/">accordi sulla Libia</a>. Anche lui, però, non va oltre la denuncia. Di soluzioni non ne ha nessuno!</p>
<p>Quando i singoli interventi si trasformano in discussioni programmatiche, il livello si abbassa. Il Movimento 5 Stelle in 13 righe delinea il futuro rapporto con la <a href="https://www.movimento5stelle.it/programma/wp-content/uploads/2018/02/Esteri.pdf">Russia</a>, declinandolo in un “ritiro immediato delle sanzioni […] e il rilancio della cooperazione” e <em>arrivederci e grazie</em> alla compattezza della politica estera europea, dimenticando però un paragrafo in fondo che ricorda come il M5S lavorerà strenuamente al “rispetto della sovranità territoriale”. Consigliamo a Di Maio <em>&amp; Co.</em> un breve corso di storia delle relazioni russo-ucraine 2014-2018. E a nulla servirà transitare su temi di cooperazione internazionale, che parrebbe rafforzare i <a href="https://www.movimento5stelle.it/programma/immigrazione.html">regimi dispotici</a>.</p>
<p>Liberi e uguali chiude questa rassegna con l’intervento programmatico “<a href="http://www.sinistraitaliana.si/notizia/liberi-uguali-contributo-programmatico-pace-disarmo/">Pace e disarmo</a>”, perché solo di questo si tratta in politica estera, o meglio in una politica estera “di pace”. Accanto a idee condivisibili di rafforzamento del servizio civile e dell’istituzione dei Corpi Civili di Pace, che però <a href="https://ec.europa.eu/echo/what/humanitarian-aid/eu-aid-volunteers_en">l’Unione Europea</a> ha già lanciato da qualche anno, è tutto un taglio alla spesa pubblica militare e alla riconversione dell’industria bellica.</p>
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<p><strong>Che vinca il migliore! Ci sarà da rimboccarsi le maniche</strong></p>
<p><strong> </strong>Sia ben chiaro, non tutto ciò che è stato dichiarato o programmato è fuor di luogo. Gli altri partiti hanno lanciato importanti proposte, e hanno toccato nervi scoperti delle politiche europee ed internazionali intraprese dal governo. Un cambiamento talvolta è auspicabile, se non addirittura improcrastinabile.</p>
<p>Ciò che al contrario ci ha lasciati perplessi sono principalmente due fattori:</p>
<p>a) <em>Il livello di analisi</em>. C’è davvero chi ha voluto liquidare questioni come la nostra appartenenza alla NATO, l’austerità nell’Unione Europea, la lotta al terrorismo, o il rimpatrio di “tutti i clandestini” con poche righe programmatiche o semplicemente una dichiarazione spot e populista.</p>
<p><strong> </strong>b) <em>L’assenza di alternative o soluzioni</em>. Anche quando la critica a una politica in atto è condivisibile, la soluzione offerta dai partiti concorrenti è quasi sempre non pervenuta, o basata su informazioni scarne, che nella realtà poco contribuirebbero alla risoluzione il problema.</p>
<p>Non ci resta che augurare buone elezioni a tutti. Chiunque vinca avrà un bel da fare, ma a quel punto i proclami e le soluzioni pre-cotte serviranno a ben poco. Non si parlerà più alla pancia degli italiani, ma bisognerà negoziare e accordarsi con la testa di altri europei e del resto del mondo.</p>
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<p><a href="#_ftnref1" name="_ftn1">[1]</a> Si includono sia dichiarazioni spot, che sezioni di programma di politica estera in senso più o meno largo (ndr).</p>
<p><a href="#_ftnref2" name="_ftn2">[2]</a> Non tutte le dichiarazioni o punti programmatici sono stati espressi da singoli politici, talvolta essendo imputati al partito (ndr).</p>
<p><a href="#_ftnref3" name="_ftn3">[3]</a> Una dichiarazione o un punto programmatico può includere più di un tema alla volta (ndr).</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/1001/">Analisi dei programmi di politica estera delle principali forze politiche alternative al Partito Democratico</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
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