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	<title>green Archivi &#8211; MondoDem</title>
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	<description>Laboratorio di Politica Internazionale</description>
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		<title>L&#8217;Italia fra crisi energetica e climatica</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alessandro Spataro]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 31 Jul 2023 18:49:54 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Vincitori Winter School 2023]]></category>
		<category><![CDATA[ecologia]]></category>
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<p>Uno dei principali dibattiti e confronti dell’età contemporanea verte attorno al tema del cambiamento climatico, uno dei problemi e sfide più importanti del nostro tempo. Si tratta di un fenomeno complesso e multidisciplinare che sta avendo un impatto significativo sull’ambiente, sulla società e sull’economia globale. Il clima terrestre non è mai stato stabile ed evolve regolarmente e naturalmente da migliaia di anni. Le variazioni prodotte sono quasi impercettibili sulla scala temporale umana ma rimangono uniche per rapidità e intensità. Le principali responsabilità sono, ad oggi, assegnate prevalentemente ad attività umane come la combustione di combustibili fossili, la deforestazione e l’agricoltura intensiva, correlate all’aumento delle concentrazioni di gas serra nell’atmosfera, tra cui l’anidride carbonica, che causano un aumento delle temperature globali e cambiamenti nei pattern del clima. Quest’ultimi hanno causato un aumento del 40% nell’atmosfera dalla rivoluzione industriale, portando con sé un aumento delle temperature medie globali di circa un grado Celsius negli ultimi 130 anni. I cambiamenti climatici hanno un impatto significativo sull&#8217;ecosistema, causando la perdita di biodiversità, lo scioglimento dei ghiacciai e l&#8217;innalzamento del livello del mare. Gli ecosistemi marini e costieri sono particolarmente vulnerabili, con l’acidificazione degli oceani e la perdita di habitat. Inoltre, causano anche una maggiore frequenza e intensità di eventi meteorologici estremi, come inondazioni, siccità e uragani, che causano danni significativi alle comunità e all&#8217;economia e comportare morti e lesioni. Essi hanno anche un impatto significativo sulla vita umana, con rischi per la salute e la sicurezza. L&#8217;aumento delle temperature può causare malattie respiratorie e cardiache. Inoltre, potrebbero diventare la prima causa di migrazioni nel mondo. Si stimano circa, nel 2050, 86 milioni di migranti dall’Africa, 40 milioni dal Sud Asiatico e 17 milioni dall’America Latina.</p>



<p>La crisi energetica internazionale è strettamente legata alla questione del cambiamento climatico, poiché la maggior parte dell&#8217;energia utilizzata a livello globale proviene da fonti non rinnovabili, come il petrolio, il gas e il carbone, che sono anche le principali fonti di emissioni di gas serra.</p>



<p>La crisi energetica e il cambiamento climatico sono questioni globali che richiedono un’azione coordinata a livello internazionale per essere affrontate efficacemente. L’Italia, come altri paesi, pur essendo un paese con un alto tasso di sviluppo tecnologico e industriale, si trova ad affrontare sfide significative per ciò che riguarda il cambiamento climatico e la crisi energetica. Il nostro paese dipende ancora in gran parte dalle importazioni di combustibili fossili per coprire i propri fabbisogni energetici e dall’alto costo dell’energia, e questo rappresenta una grande sfida per la sicurezza energetica del nostro paese che sta varando azioni per affrontare le sfide, attraverso politiche e programmi per ridurre le emissioni di gas serra e aumentare la produzione di energia rinnovabile. L’Italia, inoltre, ha una posizione ambivalente rispetto al cambiamento climatico e alla crisi energetica internazionale: da un lato, è un membro attivo dell&#8217;Unione Europea e ha aderito alle politiche dell&#8217;UE per ridurre le emissioni di gas serra e promuovere fonti di energia rinnovabile, dall&#8217;altro lato, è ancora fortemente dipendente dai combustibili fossili, soprattutto dal gas naturale, che rappresentano una grande percentuale della sua generazione e produzione di energia, e lottando per raggiungere gli obiettivi di riduzione delle emissioni stabiliti dall&#8217;UE. Inoltre, la crisi economica degli ultimi anni ha causato una riduzione degli investimenti in fonti rinnovabili e l&#8217;Italia ha avuto difficoltà a diversificare la sua base energetica: tra i vari ambiziosi provvedimenti, ha ratificato il Protocollo di Kyoto nel 2002, impegnandosi a ridurre le proprie emissioni di gas serra e nel 2020 il governo italiano ha presentato il proprio piano nazionale integrato per l&#8217;energia e il clima (PNIEC) per raggiungere gli obiettivi di riduzione delle emissioni di gas serra al 2030. Il PNIEC prevede una riduzione delle emissioni del 37% entro il 2030 rispetto ai livelli del 1990, con un obiettivo intermedio del 25% entro il 2025, mirando oltretutto a raggiungere il 50% di fonti rinnovabili nella sua produzione di energia elettrica entro il 2030 e a ridurre la domanda di energia primaria del 30% entro il 2030. Gli stessi accordi di Parigi, siglati nel 2015, hanno l’obiettivo di limitare il riscaldamento globale a meno di 2 gradi Celsius rispetto ai livelli preindustriali e di cercare di limitare l’aumento della temperatura a 1,5 gradi: essi rappresentano un passo importante nella lotta contro il cambiamento climatico e il nostro Paese ha il dovere di continuare a impegnarsi per raggiungere gli obiettivi fissati.</p>



<p>Nonostante ciò, l&#8217;Italia presenta una percentuale di fonti rinnovabili piuttosto bassa rispetto ad altri paesi dell&#8217;Unione Europea. Permangono anche preoccupazioni per la mancanza di sufficienti investimenti in infrastrutture sostenibili e tecnologie pulite e su cui risulta importante che il governo rivolga politiche efficaci per raggiungere gli obiettivi a lungo termine.</p>



<p>Inoltre, l&#8217;Italia ha anche interessi economici legati ai combustibili fossili e all&#8217;energia nucleare che potrebbero ostacolare la transizione verso fonti di energia pulita. Per esempio, il nostro Paese è un importante esportatore di combustibili fossili e ha una consistente industria del carbone. Possiede anche centrali nucleari, seppure non piu‘ in funzione, e sta valutando l&#8217;opzione di costruirne di nuove.</p>



<p>In generale, anche se l&#8217;Italia sta facendo progressi significativi per affrontare la crisi energetica internazionale e il cambiamento climatico, c&#8217;è ancora molto da fare. È importante che si continui a investire in fonti rinnovabili e in tecnologie pulite, e che si promuovano politiche che incoraggino un uso più efficiente dell&#8217;energia: sarà essenziale che l&#8217;Italia lavori a livello internazionale cercando di promuovere un&#8217;azione globale per affrontare il cambiamento climatico, riuscendo a trovare un equilibrio tra gli interessi nazionali e globali, collaborando anche con gli altri Paesi protagonisti.</p>



<p>E’ importante che il governo lavori con le parti interessate, come le imprese, le organizzazioni della società civile e i cittadini, per sviluppare e adottare soluzioni efficaci e sostenibili che mirino a un più prospero futuro.</p>



<p><em>Questo testo è fra i cinque premiati con una borsa di studio per partecipare alla Winter School di Politica Estera e Europea 2023, orgabizzata da Mondodem e dalla Friedrich-Ebert-Stiftung Italien. Gli altri pezzi sono disponibli <a href="https://www.mondodem.it/category/policy-brief/vincitori-winter-school-2023/">qui</a>.</em></p>
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		<title>Pericoli e rischi della transizione energetica in Africa</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Mariateresa Natuzzi]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 31 Jul 2023 18:34:41 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Africa subsahariana]]></category>
		<category><![CDATA[Vincitori Winter School 2023]]></category>
		<category><![CDATA[Africa]]></category>
		<category><![CDATA[energia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La transizione energetica è sempre più urgente, e l’Unione Europea considera l’area del Mediterraneo particolarmente adatta alla produzione&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/673339/">Pericoli e rischi della transizione energetica in Africa</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
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<p>La transizione energetica è sempre più urgente, e l’Unione Europea considera l’area del Mediterraneo particolarmente adatta alla produzione di energia rinnovabile. Tuttavia, l’urgenza di questa transizione rischia di oscurare l’impatto sociale e ambientale che essa può avere sui paesi del Nord Africa e in particolare sulle comunità locali. I progetti di transizione energetica in Nord Africa, infatti, si caratterizzano spesso per la mancanza di coinvolgimento delle comunità locali e una scarsa attenzione ai rischi per l’ambiente. Questo articolo analizza lo stato attuale della transizione e offre delle linee guida per un partenariato giusto ed equo con i paesi del Nord Africa.</p>



<p>Sono diversi i progetti di grandi centrali sulla sponda sud del Mediterraneo: in Marocco la centrale Noor costituisce il più grande complesso di energia solare al mondo, mentre in Tunisia è in programma la costruzione della centrale TuNur. In Egitto, invece, è previsto che il Benban solar park diventi la più grande struttura fotovoltaica al mondo. Ma chi fruisce dell’energia prodotta da queste centrali? Mentre nel caso marocchino la produzione di energia è destinata sia al mercato nazionale che a quello estero, nel caso di TuNur tutta la produzione verrà esportata in Europa. Vi sono inoltre pressioni dell’Unione Europea per facilitare l’azione degli attori internazionali all’interno di questi mercati: a titolo di esempio ricordiamo le pressioni esercitate dall’Unione Europea sulla Tunisia attraverso l’ambasciatore tedesco a partire dal 2013, con l’obiettivo di convincerla a sottoscrivere l’Energy Charter Treaty; tra le disposizioni contenute in questo trattato vi è la possibilità per gli investitori di fare causa ai governi qualora le politiche attuate dagli Stati abbiano effetti negativi sui loro profitti.</p>



<p>La costruzione di grandi centrali implica la necessità di individuare grandi aree adatte alla costruzione di queste strutture: spesso in Nord Africa le aree considerate più adatte sono le aree desertiche, secondo una retorica che racconta queste aree come porzioni di territorio inutilizzate e quindi particolarmente adatte, oscurando il valore che queste terre hanno per le comunità locali.</p>



<p>Questi progetti vengono realizzati su terre spesso espropriate alla popolazione locale, con conseguenze sulle attività economiche della zona: è il caso del Marocco, dove nel 2010 ottomila abitanti del villaggio Noor-Ouarzazate hanno perso il loro accesso al pascolo collettivo a causa dell’appropriazione massiccia di terreni per la costruzione del complesso solare Noor. E’ anche il caso della Tunisia, e non solo nell’ambito dell’energia solare: l’ingrandimento di una centrale eolica nel 2009 nel villaggio di Borj Salhi è avvenuto attraverso l’espropriazione delle terre degli abitanti locali; oltre all’arretramento delle coltivazioni di ulivi e l’erosione del suolo, la presenza della centrale ha danneggiato la qualità di vita degli abitanti e del bestiame, disturbati dal rumore continuo della centrale.</p>



<p>Per quanto riguarda le opportunità occupazionali, l’offerta di lavoro è spesso scarsa in rapporto ai bisogni della popolazione; inoltre, si tratta quasi sempre di lavoro mal pagato e precario, in quanto necessario soltanto per le prime fasi di costruzione e avviamento del progetto: la manutenzione delle centrali, infatti, richiede pochi impiegati.</p>



<p>Le modalità con cui sta avvenendo la transizione, quindi, sembrano riprodurre quelle con cui sono state impostate le politiche estrattiviste: parte della popolazione subisce l’impatto dello sfruttamento delle risorse naturali senza beneficiare degli effetti, dando luogo, così, a quello che viene definito come il paradosso dell’abbondanza.</p>



<p>L’Unione Europea ha sottolineato in diverse occasioni l’importanza del coinvolgimento di tutti gli stakeholder nel processo di transizione, in particolare a livello locale. Tuttavia, le modalità con cui avviene questo coinvolgimento sembrano reiterare rapporti coloniali. Emblematico il caso di Masen in Marocco: qui l’azienda ha avviato, parallelamente alla costruzione della centrale, una serie di progetti di sviluppo; l’intervento sul territorio, però, non è avvenuto con il consenso della comunità coinvolta ed è stato piuttosto invasivo, dal momento che Masen agisce come un welfare state di prossimità, intervenendo su diversi settori fondamentali nella vita quotidiana della comunità locale.</p>



<p>Dall’analisi effettuata, emerge la necessità di rompere con la concentrazione di potere in Nord Africa: tale concentrazione, spesso utilizzata come parametro per rilevare l’eccezionalità dei paesi del Nord Africa, non riguarda soltanto la politica interna, ma anche le ingerenze delle istituzioni internazionali.</p>



<p>Nell’ambito dell’attività diplomatica con i governi del Nord Africa, l’Unione Europea dovrebbe smettere di fare pressione sui governi locali affinché conformino la loro legislazione o alle aspettative degli investitori esteri, in modo da rispettare il diritto di ogni paese ad avere il controllo sul processo di transizione. Inoltre, i progetti realizzati nei paesi del Nord Africa devono prevedere che l’energia sia innanzitutto fruibile dalla popolazione locale. Nell’ambito della cooperazione euro-mediterranea, va attivato urgentemente, in collaborazione con le imprese e col mondo accademico, un processo di technology transfer che garantisca agli Stati del Nord Africa e ai loro cittadini la partecipazione al processo di transizione. Solo su queste basi è possibile pianificare una transizione energetica giusta e sostenibile.</p>



<p><em>Questo testo è fra i cinque premiati con una borsa di studio per partecipare alla Winter School di Politica Estera e Europea 2023, orgabizzata da Mondodem e dalla Friedrich-Ebert-Stiftung Italien. Gli altri pezzi sono disponibli <a href="https://www.mondodem.it/category/policy-brief/vincitori-winter-school-2023/">qui</a>.</em></p>
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