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	<title>israele Archivi &#8211; MondoDem</title>
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	<description>Laboratorio di Politica Internazionale</description>
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	<title>israele Archivi &#8211; MondoDem</title>
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		<title>L’atteggiamento della Cina sulla guerra tra Israele e Hamas: attendismo o neutralità anti-occidentale?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Gregorio Staglianò]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 05 Dec 2023 20:02:49 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Grande Medio Oriente]]></category>
		<category><![CDATA[Cina]]></category>
		<category><![CDATA[israele]]></category>
		<category><![CDATA[Medio Oriente]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Dallo scoppio del conflitto tra Israele e Hamas lo scorso 7 ottobre, le strategie diplomatiche di Washington e&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Dallo scoppio del conflitto tra Israele e Hamas lo scorso 7 ottobre, le strategie diplomatiche di Washington e Pechino si sono distinte in maniera netta. In un periodo storico segnato da un generale disimpegno internazionale, il Presidente Biden ha voluto comunque sottolineare il fermo sostegno della Casa Bianca al suo principale alleato in una regione turbolenta e ricca di avversari. Gli Stati Uniti hanno espresso un chiaro sostegno al governo di Netanyahu, sottolineando la necessità di un contrattacco militare per difendere la sicurezza nazionale di Israele, proteggere i suoi cittadini e garantire la liberazione degli ostaggi detenuti da Hamas, seppur invitando Tel Aviv a moderare la propria reazione militare. La Cina ha invece adottato una posizione più complessa e sfumata. Il Ministro degli Esteri cinese, Wang Yi, ha criticato apertamente i massicci bombardamenti israeliani su Gaza, definendoli come azioni che &#8220;hanno superato i limiti dell&#8217;autodifesa&#8221;. Al contempo, Pechino ha evitato di condannare esplicitamente le atrocità commesse da Hamas contro i civili, astenendosi dall&#8217;etichettare gli eventi dell&#8217;7 ottobre come &#8220;attacchi terroristici&#8221;. La Cina, seppur seguendo una <a href="https://www.jstor.org/stable/2536531">lunga tradizione anti-imperialista e anti-occidentale di sostegno alla causa palestinese</a> sin dai tempi di Mao Tse Dong, ha oggi una posizione più temperata &#8211; di “neutralità anti-occidentale” &#8211; complicata dalle strette relazioni commerciali con Tel Aviv, soprattutto nel settore tecnologico. Eppure, la sua posizione rimane ambigua.</p>



<p>Per comprendere meglio l’atteggiamento di Pechino è essenziale ampliare la prospettiva e comprendere che la politica estera cinese non può essere interpretata come un riflesso di quella americana. In una regione dove la Cina storicamente non ha goduto della stessa influenza dei suoi contendenti occidentali, l&#8217;obiettivo è presentarsi come una potenza mediatrice. Sostenere incondizionatamente le posizioni radicali di uno o dell&#8217;altro attore coinvolto risulterebbe controproducente, contribuendo solo a ulteriori destabilizzazioni nella regione.</p>



<p>Pechino non mira a sostituire Washington nel contesto del Medio Oriente, soprattutto da un punto di vista militare. La stabilità in questa regione è di vitale importanza per la Cina, per la quale rappresenta un crocevia geografico fondamentale per i suoi interessi economici. La presenza della Palestina, che ha <a href="http://ps.china-office.gov.cn/eng/zxxx/202212/t20221207_10986675.htm">aderito alla Belt and Road Initiative nel 2022</a>, assume particolare rilevanza lungo questa via che in Medio Oriente ha i suoi snodi centrali tra Teheran e Istanbul. La Cina detiene il ruolo di principale partner commerciale di molte nazioni mediorientali e costituisce il maggior acquirente di petrolio proveniente da Arabia Saudita e Iran, con il <a href="https://thechinaproject.com/2023/10/30/china-in-limbo-over-importing-middle-east-oil-overland-through-pakistan/">60% del fabbisogno interno soddisfatto attraverso tali transazioni</a>. Un esempio tangibile di questa connessione economica è rappresentato dal superamento dei 430 miliardi di dollari nel commercio totale tra la Cina e il mondo arabo nell&#8217;anno precedente.</p>



<p>Dal punto di vista delle relazioni politiche, la posizione apparentemente “equilibrista” della Cina sembra orientata verso il consolidamento della sua leadership nel cosiddetto “<em>Global South</em>”, dove la maggioranza dei Paesi esprime solidarietà nei confronti della Palestina. Numerosi governi del &#8220;Sud globale&#8221; considerano la Cina come una potenza guida, e Pechino cerca di ottenere il sostegno dei paesi in via di sviluppo per rafforzare la propria leadership. Questo approccio potrebbe mettere in discussione la &#8220;posizione morale&#8221; degli Stati Uniti nel conflitto tra Israele e Palestina, avviando un processo di pacificazione nel quale Washington non occuperebbe più la sua posizione di arbitro indiscusso. In sostanza, l&#8217;obiettivo finale è erodere la posizione degli Stati Uniti, sfruttando la simpatia dell&#8217;opinione pubblica verso i palestinesi, pur chiudendo un occhio sulle <a href="https://www.nytimes.com/2023/10/28/world/asia/china-israel-hamas-antisemitism.html">crescenti manifestazioni di antisemitismo</a> nel dibattito politico e sui social media cinesi.</p>



<p>Pechino si propone di emergere dalla risoluzione del conflitto con la prospettiva di essere considerata una forza che contribuisce alla soluzione anziché istigatrice di ulteriori problematiche. Per il Presidente Xi, preservare la reputazione della Cina come leader dei Paesi in via di sviluppo, ergendosi a modello alternativo per quei popoli oppressi dai regimi occidentali, e fungendo da mediatore per risolvere le controversie, rappresenta una priorità di prim&#8217;ordine. Questa posizione sembra ben conciliarsi con l’immagine affidabile&nbsp; e rispettabile che la Cina vuole dare di sé, preferendo l’utilizzo di un tono narrativo cauto all’assertività dell’azione diplomatica (<em>wolf warrior diplomacy</em>) dimostrata in passato da alcuni funzionari in relazione a specifiche tematiche sensibili a Pechino &#8211; Taiwan, su tutte.</p>



<p>Nonostante Pechino si sia limitata prevalentemente ad una serie di dichiarazioni, non intraprendendo nessuna azione concreta, la guerra in corso presenta diversi vantaggi, in una prospettiva più ampia, soprattutto nel contesto della rivalità con Washington. La situazione distrae l&#8217;attenzione degli Stati Uniti dall&#8217;Indo-Pacifico, ostacola gli sforzi della Casa Bianca per promuovere la normalizzazione tra Arabia Saudita e Israele e amplifica le tensioni regionali verso l&#8217;Occidente. Pur non essendo probabile che la Cina assuma un ruolo centrale nell&#8217;attuale crisi, è imperativo per l’Unione Europea assicurarsi che non diventi un elemento di “disturbo”. La polarizzazione globale attorno alla questione israelo-palestinese gioca a favore della narrativa cinese &#8211; e russa &#8211; sulla divisione tra Occidente e Sud del mondo. Interagire con la Cina nell&#8217;attuale crisi potrebbe essere cruciale nel disarticolare questo falso dualismo da cui Pechino sta traendo vantaggio.</p>
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		<title>Elezioni israeliane: l&#8217;ennesimo stallo e il ruolo dei partiti arabi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Jessica Panigada]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 07 Apr 2021 10:38:07 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Grande Medio Oriente]]></category>
		<category><![CDATA[Macroaree]]></category>
		<category><![CDATA[Elezioni]]></category>
		<category><![CDATA[israele]]></category>
		<category><![CDATA[palestina]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Le recenti elezioni israeliane non hanno prodotto alcun risultato concreto rispecchiando la profonda divisione del paese tra sostenitori&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-drop-cap">Le recenti elezioni israeliane non hanno prodotto alcun risultato concreto rispecchiando la profonda divisione del paese tra sostenitori e oppositori del Primo Ministro <strong>Benjamin Netanyahu</strong>.</p>



<p>Il voto israeliano non è rivolto ai singoli candidati, quanto a liste di partito. <strong>I 130 seggi della Knesset</strong> sono assegnati sulla base della percentuale dei voti. Ad oggi, non è mai capitato che un singolo partito abbia raggiunto la maggioranza dei <strong>61 seggi</strong> necessari per la formazione di un governo, quindi si è sempre parlato di coalizione di governo. Questo significa che un candidato deve lavorare con i partner alleati o cercare di attirare a sé partiti contrari e marginali al fine di ottenere la maggioranza di 61 seggi.</p>



<p>Nonostante il <strong>Likud</strong>, partito del Primo Ministro Benjamin Netanyahu, sia senza ombra di dubbio il partito con più seggi, il conteggio finale dei voti rilasciato il <strong>25 marzo</strong> non ha portato nessuna coalizione alla vittoria parlamentare, lasciando il paese in una situazione di stallo politico che vede aumentare la possibilità di una quinta elezione in poco più di due anni.</p>



<figure class="wp-block-table"><table><tbody><tr><td><strong>PARTITI</strong>&nbsp;</td><td><strong>SEGGI</strong>&nbsp;</td></tr><tr><td><strong><em>Pro-Netanyahu</em></strong><strong><em>:</em></strong>&nbsp;</td><td><strong><em>52</em></strong>&nbsp;</td></tr><tr><td>Likud (destra)&nbsp;</td><td>30&nbsp;</td></tr><tr><td>Shas&nbsp;(ultraortodosso)&nbsp;</td><td>9&nbsp;</td></tr><tr><td>United Torah&nbsp;Judaism&nbsp;(ultraortodosso)&nbsp;</td><td>7&nbsp;</td></tr><tr><td>Sionismo religioso&nbsp;</td><td>6&nbsp;</td></tr><tr><td><strong><em>Anti-Netanyahu</em></strong><strong><em>:</em></strong>&nbsp;</td><td><strong><em>57</em></strong>&nbsp;</td></tr><tr><td>Yesh&nbsp;Atid&nbsp;(centrista)&nbsp;</td><td>17&nbsp;</td></tr><tr><td>Blue and White (centrista)&nbsp;</td><td>8&nbsp;</td></tr><tr><td>Yisrael&nbsp;Beitenu&nbsp;(destra secolare)&nbsp;</td><td>7&nbsp;</td></tr><tr><td>Labor&nbsp;(sinistra)&nbsp;</td><td>7&nbsp;</td></tr><tr><td>New Hope (destra)&nbsp;</td><td>6&nbsp;</td></tr><tr><td>Joint List (sinistra araba)&nbsp;</td><td>6&nbsp;</td></tr><tr><td>Meretz&nbsp;(sinistra)&nbsp;</td><td>6&nbsp;</td></tr><tr><td><strong><em>Non schierati</em></strong>&nbsp;</td><td><strong><em>11</em></strong>&nbsp;</td></tr><tr><td>Yamina (destra)&nbsp;</td><td>7&nbsp;</td></tr><tr><td>Raam&nbsp;(Islamisti&nbsp;arabi)&nbsp;</td><td>4&nbsp;</td></tr></tbody></table></figure>



<p>A questo punto, sarà l’ennesimo<strong> governo provvisorio</strong> ad assumere il potere fino al momento in cui una coalizione di maggioranza non verrà formata o fino a quando non verranno indette nuove elezioni.</p>



<p>Come si evince dai risultati finali rilasciati dalla commissione elettorale israeliana, due sono i partiti che non hanno preso una posizione: <strong>Yamina</strong>, un partito nazionalista che ha ottenuto 7 seggi ed è guidato da un ex consigliere di Netanyahu, e <strong>Ra’am</strong>, un partito arabo islamista con 4 seggi. Il premier Netanyahu può ancora tentare di corteggiare i partiti che non si sono schierati, tuttavia, le profonde divisioni presenti sia nei blocchi a favore che in quelli all’opposizione di Netanyahu potrebbero complicare il percorso per raggiungere la maggioranza.</p>



<p><em>&#8220;È chiaro che Netanyahu non ha la maggioranza per formare un governo sotto la sua guida. Ora è necessario agire per realizzare la possibilità di formare un governo per il cambiamento&#8221;</em> ha affermato <strong>Gideon Sa’ar</strong>, l’ex alleato del Primo Ministro che ora si trova all’opposizione alla guida del partito<strong> New Hope</strong>.</p>



<p>I sostenitori di Netanyahu sostengono sia un qualificato statista idoneo a guidare il paese e che la sua campagna elettorale si è concentrata sull’efficiente gestione del programma vaccinale anti-Covid 19 così come sugli accordi diplomatici raggiunti con quattro paesi arabi durante lo scorso anno. Per contro i suoi oppositori dichiarano, invece, che c’è stata molta confusione nella gestione della crisi dovuta al Covid-19 e che una persona così inaffidabile non dovrebbe essere alla guida del paese.</p>



<p>A questo punto il governo provvisorio ha <strong>sei settimane</strong> di tempo per costruire una maggioranza di 61 seggi basandosi su le varie fazioni che hanno ottenuto seggi alla Knesset. Nel caso in cui nessun partito riesca in questo lasso di tempo a formare un nuovo governo, la Knesset verrà sciolta e saranno indette <strong>nuove elezioni</strong> entro tre mesi.</p>



<p><strong>Lunedì 5 aprile</strong> sono iniziati i negoziati nei quali i partiti arabi giocheranno un ruolo fondamentale. Nonostante questi abbiano effettivamente perso il 33% delle loro forze con la scissione del partito Ra’am che si è staccato dalla <strong>Joint List</strong>, i risultati delle elezioni mostrano come la posizione che assumerà <strong>Ra’am</strong> sarà molto probabilmente determinante per il futuro del governo israeliano: da un lato al Premier Netanyahu non sarà sufficiente portare <strong>Yamina</strong> dalla sua parte raggiungendo gli eventuali 59 seggi, e dunque la scelta di Ra’am potrebbe fare la differenza. Dall’altro anche per il fronte anti-Netanyahu i quattro seggi di Ra’am sarebbero determinanti, portando la coalizione pro-cambiamento ai 61 seggi previsti per la formazione di un governo.</p>



<p>Questa nuova importanza dei <strong>partiti arabi</strong> potrebbe essere vista, tra qualche anno, come un momento rivoluzionario della storia politica israeliana in cui i partiti arabi sono legittimati come partner fondamentali di coalizione per il futuro. È un avvenimento con una carica semantica significativa per il paese perché è importante che una minoranza così consistente possa far sentire la sua voce e possa essere in grado di influenzare il modo in cui le risorse del paese vengono spese. Avere potere politico aumenterà la sensazione di sentirsi parte del paese.</p>



<p>Questi sono gli obbiettivi del leader di Ra’am, <strong>Mansour Abbas</strong> che intende rompere con le convenzioni e lavorare con qualsiasi governo israeliano al fine di assicurare agli arabi israeliani alloggio, buona istruzione, lavoro e sicurezza personale. Con questa scommessa Abbas ha deciso di staccarsi dalla Joint List concentrando gli sforzi per<strong> migliorare le vite degli arabi israeliani</strong>, e al momento, si trova ad essere corteggiato da entrambi i blocchi e a prendere una decisione che risulterà determinante.</p>
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		<title>Israele di nuovo al voto: quarte elezioni parlamentari in due anni</title>
		<link>https://www.mondodem.it/2387/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Jessica Panigada]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 10 Mar 2021 12:48:40 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Grande Medio Oriente]]></category>
		<category><![CDATA[Macroaree]]></category>
		<category><![CDATA[Elezioni]]></category>
		<category><![CDATA[israele]]></category>
		<category><![CDATA[Medio Oriente]]></category>
		<category><![CDATA[Parlamento]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il 23 marzo 2021 Israele torna a votare. Si tratta del quarto round di elezioni in due anni.&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<h2 id="il-23-marzo-2021-israele-torna-a-votare-si-tratta-del-quarto-round-di-elezioni-in-due-anni" class="wp-block-heading">Il 23 marzo 2021 Israele torna a votare. Si tratta del quarto round di elezioni in due anni.</h2>



<p class="has-drop-cap">Il 2020 e gli <strong>Accordi di Abramo</strong> hanno segnato un cambio di rotta per gli sviluppi mediorientali dando inizio ad una distensione formale tra Israele e i <strong>paesi MENA</strong>. Tuttavia, con le elezioni di marzo per la nomina dei <strong>120 membri della Knesset</strong>, il Parlamento israeliano, si trovò per l’ennesima volta in una situazione di stallo, risolta infine con un governo di coalizione con primo ministro a rotazione:<strong> Benjamin Netanyahu</strong>, leader del partito Likud, per i primi 18 mesi e <strong>Benny Gantz</strong> per i successivi.</p>



<p>Nonostante l’accordo, tale rotazione non è avvenuta. Nell’<strong>autunno 2020</strong> il ministro della Difesa Gantz annunciò la formazione di una <strong>commissione d’inchiesta governativa</strong> con il fine di far luce sull’acquisto statale plurimiliardario di sottomarini dalla tedesca Thyssenkrupp, che pare coinvolga il primo ministro in persona. Questo fu il primo segnale di rottura nel fronte di governo che raggiunse il suo apice nel novembre 2020 quando si pose una questione di vecchia data: l’<strong>approvazione della legge di bilancio 2021-2022</strong>. La coalizione non sopravvisse a tali prove, ed il 22 dicembre venne respinto il voto per evitare lo scioglimento della Knesset con 49 voti contrari e 47 a favore. Il giorno seguente il Parlamento si sciolse e furono indette <strong>nuove elezioni</strong>.</p>



<p>Tra i temi centrali dell’attuale campagna elettorale rientrano certamente la <strong>pandemia di Covid-19</strong> e il <strong>processo di corruzione</strong> che coinvolge il premier uscente Netanyahu.</p>



<p>In gennaio 2021 <strong>Menchaem Lazar </strong>ha condotto un sondaggio per Panels Research su 522 intervistati con un margine di errore del 4,4%. I numeri indicano che potrebbe costituirsi una<strong> coalizione di governo senza Likud, Shas UTJ e la Joint List </strong>(cioè i partiti della destra radicale e ultraortodossi). Likud avrebbe 28 seggi, ma i partiti impegnati a sostenere il premier uscente non risulterebbero sufficienti per raggiungere la maggioranza parlamentare di 61 seggi.</p>



<p><strong>Naftali Bennett</strong>, leader del partito Yamina non ha escluso la possibilità di schierarsi a sostegno di Netanyahu. Tuttavia, al momento, anche gli 11 seggi di Yamina non risultano sufficienti per consentire la formazione di un governo.</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-large"><a href="https://www.mondodem.it/wp-content/uploads/2021/03/image.png"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="642" height="346" src="https://www.mondodem.it/wp-content/uploads/2021/03/image.png" alt="" class="wp-image-2388" srcset="https://www.mondodem.it/wp-content/uploads/2021/03/image.png 642w, https://www.mondodem.it/wp-content/uploads/2021/03/image-300x162.png 300w" sizes="(max-width: 642px) 100vw, 642px" /></a></figure></div>



<p>Tale situazione ha peraltro determinato una <strong>rinnovata attenzione verso l’elettorato arabo</strong>, tendenza che senza dubbio rompe con le dinamiche elettorali classiche del passato. La possibilità del premier uscente di ottenere una maggioranza dipenderebbe soprattutto dalla possibilità che i partiti a lui contrari non riescano a raggiungere la soglia minima per entrare nella Knesset.</p>



<p>Secondo <strong>recenti sondaggi</strong>, tra i partiti certi di superare la soglia dei dieci seggi nessuno è di sinistra. Israele è stato governato per anni dalla sinistra producendo leader di spicco come David Ben Gurion, Ytzak Rabin e Shimon Peres ma non indica un primo ministro da vent’anni. Una <strong>ventata d’aria fresca</strong> è stata portata alla sinistra israeliana a fine gennaio 2021 quando il <strong>Partito Laburista </strong>ha eletto il suo nuovo leader con la speranza di risollevare le sorti del partito. La nuova leader è <strong>Merav Michaeli</strong>, membro della Knesset dal 2013. La sua figura carismatica emerse esponenzialmente in occasione della sua opposizione alla scelta del Partito Laburista di entrare a far parte di un governo di coalizione con il Likud e il partito Blu e Bianco. La Michaeli fu l’unica dei deputati del suo partito a rimanere nell’opposizione e ora che ha vinto le primarie con il 77% dei voti dovrà darsi da fare per dare nuova linfa al partito guadagnando consensi, tramite una campagna elettorale efficace, in un periodo decisamente limitato.</p>



<p>Frattanto le <strong>proteste degli israeliani contro il premier uscente Netanyahu</strong> raggiungono la ventinovesima settimana consecutiva. Il fulcro delle proteste ruota attorno al processo che lo accusa di frode, abuso d’ufficio e corruzione, che però è stato rimandato a causa del <strong>lockdown nazionale</strong>. A questo si aggiunge anche un malcontento derivante dalla gestione della pandemia di Covid-19. Nonostante un piano economico da 25 miliardi di dollari, il più imponente della storia israeliana, gravi ripercussioni hanno colpito l’economia di Israele, che registra una<strong> diminuzione del -6% del Pil nel 2020</strong> e un <strong>tasso di disoccupazione</strong> che si è assestato intorno al 15% a novembre, dopo aver raggiunto il picco massimo del 27% nella fase più acuta della pandemia.</p>



<p>Tali dinamiche hanno portato ad un <strong>indebolimento dello Stato</strong> e alla conseguente perdita di fiducia nelle istituzioni. Questa disfunzione all’interno del governo israeliano rappresenta una della più grandi minacce alla stabilità del Paese e alla sua situazione strategica. La pandemia di Covid-19 ha portato ad una crisi su più fronti, da quello sociale a quello economico e politico.</p>



<p>Tenendo in considerazione questi dati, difficilmente la prossima tornata elettorale produrrà un vincitore. La causa è da imputarsi alla mancata stabilità della maggioranza inserita in un contesto politico estremamente precario così come l’ascesa del nuovo partito <strong>New Hope</strong> di Gideon Sa’ar conferisce maggiore instabilità allo scenario. Inoltre, alla domanda su chi sia più adatto ad essere primo ministro tra Netanyahu e Gideon Sa’ar, il 43% ha risposto Netanyahu e il 42% Sa’ar: la differenza più piccola dall’inizio delle elezioni. L’unico punto certo al momento è l’affermazione della frammentata destra israeliana, salvo un miracolo della Michaeli. Tuttavia, la <strong>speranza più grande</strong> delle prossime elezioni del 23 marzo risiede nel superamento dello stallo attraverso vari compromessi che permettano il ritrovamento dell’armonia tra le varie fazioni.</p>
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		<title>Il bullo Trump e la debolezza europea nel Mediterraneo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Caterina Cerroni e Michele Masulli]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 23 May 2018 21:10:25 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Grande Medio Oriente]]></category>
		<category><![CDATA[Iran]]></category>
		<category><![CDATA[israele]]></category>
		<category><![CDATA[jcpoa]]></category>
		<category><![CDATA[palestina]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>  È lancinante la contrapposizione tra i festeggiamenti di Gerusalemme Ovest, dove dignitari plaudenti si sono recati per&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/1067/">Il bullo Trump e la debolezza europea nel Mediterraneo</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em> </em></p>
<p>È lancinante la contrapposizione tra i <strong>festeggiamenti di Gerusalemme Ovest</strong>, dove dignitari plaudenti si sono recati per festeggiare l’apertura dell’ambasciata statunitense nella Città Santa, nella data del <strong>70esimo compleanno dello Stato d’Israele</strong>, e gli scontri che avvenivano a pochi chilometri di distanza, vedendo la <strong>morte di 59 persone ed il ferimento di più di 2.000</strong>. Né può essere derubricato ad orrenda casualità il fatto che nelle ore in cui si celebra la <em>true friendship</em> tra Stati Uniti ed Israele (“È un grande giorno!” ha esultato Donald Trump) ai confini di Gaza si consumi l’ennesimo massacro.</p>
<p>Risulta evidente una precisa responsabilità della politica estera americana. È noto, infatti, che il conflitto arabo-israeliano non sarà risolto finché non sarà sciolta la questione sullo <strong><em>status </em>di Gerusalemme</strong>, terra di molteplici appartenenze e identità, proclamata da Israele propria Capitale e non riconosciuta in quanto tale dalla gran parte degli Stati del mondo.</p>
<p>Già nel dicembre scorso, quando Donald Trump aveva annunciato la volontà di trasferire l’ambasciata USA da Tel Aviv a Gerusalemme, voci di dissenso si erano levate da parte della Comunità internazionale, l’Assemblea generale della Nazioni Unite aveva bocciato la decisione e gli scontri nel mondo arabo avevano preso fuoco. Un’intenzione, quella comunicata, che sapeva più della provocazione che dell’impegno, tanto che il Segretario di Stato Rex Tillerson si era affrettato a precisare che lo spostamento non si sarebbe realizzato a breve, e quasi sicuramente non prima della fine del mandato del Presidente americano. Al contrario, Tillerson oggi non è più Segretario di Stato, sollevato dall’incarico senza troppi riguardi, ma Trump ha deciso di compiere il trasloco nel giorno in cui Israele festeggia la sua nascita e che ai palestinesi ricorda la <em>nakba</em>, la catastrofe, l’esodo di centinaia di migliaia di persone costrette ad abbandonare le proprie case. Un evento che segue 2 mesi di proteste, che avevano già fatto 40 morti.  In questo modo, il Presidente americano ha dato attuazione al <strong><em>Jerusalem Embassy Act</em></strong>, approvato dal Congresso nel 1995 e la cui implementazione era finora sempre stata rinviata dai Capi di Stato americani, in quanto, come pure disse Clinton, amico di Israele, “avrebbe potuto ostacolare il processo di pace”.<em> </em>Altri Paesi potrebbero seguire gli Stati Uniti nella scelta (Guatemala, Paraguay, Honduras) e 4 sono gli Stati europei che hanno presenziato all’inaugurazione dell’ambasciata USA a Gerusalemme (Romania, Repubblica Ceca, Austria e Ungheria), alcuni dei quali rappresentano il volto più nazionalista e xenofobo dell’Unione.</p>
<p><strong>Tuttavia, a spostarsi insieme all’ambasciata americana, è, cosa ancora più grave, il baricentro della politica estera a stelle e strisce</strong>. Infatti, da decenni, pur nel quadro di una consolidata amicizia tra i due Paesi, oltre che di rapporti economici, sociali e culturali strettissimi, gli Stati Uniti hanno tradizionalmente provato a svolgere una funzione di mediazione tra le parti e di facilitazione del percorso di pacificazione. Trump, probabilmente per ragioni di politica interna, sceglie di interrompere in modo marcato questa linea e di schierarsi al fianco di uno dei due soggetti in campo, collocandosi senza mezze misure a sostegno della destra di Netanyahu, che contende la guida sia della politica israeliana sia del movimento sionista.</p>
<p>Non è solo nell’ambito del conflitto israelo-palestinese che Trump e alleati aprono una nuova fase. Il <strong>ritiro dell’accordo sul nucleare con l’Iran</strong>, quando il JCPOA rappresenta un fattore di stabilizzazione dell’area e di freno alla proliferazione nucleare, le conseguenze in termini di <strong>indebolimento delle parti moderate e riformiste iraniane</strong> e di irrobustimento delle forze reazionarie, con il seguito di tensione in regione, a partire dallo scenario siriano; gli <strong>scontri militari tra Israele e Iran proprio in Siria</strong>; le sanzioni comminate negli ultimi giorni da Usa, Arabia Saudita e Paesi del Golfo ad Hezbollah, uscita rafforzata dalle elezioni in Libano; il <strong>ruolo di Russia e Turchia</strong> e le opportunità economiche, politiche e strategiche che si aprono per la Cina in regione sono alcuni degli elementi principali che compongono il quadro.</p>
<p>Emerge, quindi, l’insufficienza della <strong>politica estera europea</strong>, nonostante l&#8217;impegno indiscutibile e la determinazione dell&#8217;<strong>Alto rappresentante Federica Mogherini</strong>. Sugli s<strong>contri di Gaza</strong>, l&#8217;UE non riesce ad andare oltre le pur giuste dichiarazioni di condanna dell’uso sproporzionato delle armi da fuoco israeliane e del disprezzo del diritto di manifestare pacificamente del popolo palestinese e di biasimo per la facilità con cui le leadership palestinesi continuano a non riconoscere l’esistenza dello Stato israeliano e Hamas non si cura di evitare la morte di centinaia di persone. Non si è in grado, invece, di evitare stragi già previste, e che in questo caso si ripetono da settimane, di intervenire in maniera effettiva a tutela dei diritti umani e civili della popolazione palestinese, che vive una grave crisi umanitaria, e di favorire la fine del blocco di Gaza. Allo stesso modo non mancano le prese di distanza dalle decisioni unilaterali di Trump, così come gli appelli alla moderazione, ma non s’intravede una forza politica in grado di limitare il raggio d&#8217;azione del trait d’union che lega la destra americana e quella israeliana, lavorando su un progetto di pacificazione in Terra Santa, che abbia il coraggio di muoversi su strade nuove rispetto al passato; forse è tempo, ad esempio, di prendere atto che la soluzione “due popoli in due Stati”, ripetuta come un mantra per decenni, oggi risulta difficilmente praticabile, a causa dei tanti sviluppi della storia recente, che procede nonostante l&#8217;attendismo della politica internazionale, e che c’è necessità di inventare formule nuove per risolvere il conflitto israelo-palestinese.</p>
<p>Similmente <strong>non è sufficiente l’indignazione per una Presidenza americana che arriva a minacciare sanzioni verso Paesi alleati, nel caso di mancato ritiro del JCPOA, o la volontà di mantenere fede agli impegni presi</strong>. Né si possono registrare in modo impotente le pericolose e provocatorie decisioni assunte da altri Stati: a queste bisognerebbe rispondere agendo in maniera unitaria e a tutti i livelli come fattore di stimolo alla comunità internazionale e di stabilità, pacificazione, creazione di benessere, soprattutto se si tratta di aree limitrofe e di interesse strategico. Alla critica delle azioni altrui, va fatta seguire un’iniziativa politica e diplomatica che sia all’altezza delle ambizioni di un grande attore globale. È una grande sfida per il pensiero progressista.</p>
<p><strong>Anche per questo, perché crediamo che i temi della giustizia, della pace e della prosperità del mondo debbano essere in cima alle preoccupazioni della politica e della sinistra</strong> in particolare, abbiamo deciso come Giovani Democratici di ospitare il 22 e il 23 giugno prossimi a Roma il Comitato Mediterraneo dell’Unione Internazionale dei Giovani Socialisti, che porterà in Italia 20 giovani dirigenti politici delle forze socialiste e democratiche di Israele, Palestina, Libano, Marocco, Tunisia, Sahara Occidentale, Spagna, Portogallo, Cipro, Malta, Iran, Iraq per discutere insieme a noi e a politici ed esperti del nostro Paese delle politiche utili alla risoluzione dei conflitti e alla costruzione della pace, al governo dei flussi migratori, ad alimentare la partecipazione pubblica dei più giovani in Stati nei quali molto spesso l’impegno politico pregiudica la propria vita. Crediamo possa essere un’ottima occasione per dare centralità a questi temi nel dibattito e riteniamo giusto che a farlo debba essere la nostra generazione.</p>
<p>Caterina Cerroni &#8211; Vicepresidente dell&#8217;Unione Internazionale dei Giovani Socialisti (IUSY)</p>
<p>Michele Masulli &#8211; Presidente dei Giovani Democratici</p>
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