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	<title>Medio Oriente Archivi &#8211; MondoDem</title>
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	<description>Laboratorio di Politica Internazionale</description>
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	<title>Medio Oriente Archivi &#8211; MondoDem</title>
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		<title>L’atteggiamento della Cina sulla guerra tra Israele e Hamas: attendismo o neutralità anti-occidentale?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Gregorio Staglianò]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 05 Dec 2023 20:02:49 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Grande Medio Oriente]]></category>
		<category><![CDATA[Cina]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Dallo scoppio del conflitto tra Israele e Hamas lo scorso 7 ottobre, le strategie diplomatiche di Washington e&#8230;</p>
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<p>Dallo scoppio del conflitto tra Israele e Hamas lo scorso 7 ottobre, le strategie diplomatiche di Washington e Pechino si sono distinte in maniera netta. In un periodo storico segnato da un generale disimpegno internazionale, il Presidente Biden ha voluto comunque sottolineare il fermo sostegno della Casa Bianca al suo principale alleato in una regione turbolenta e ricca di avversari. Gli Stati Uniti hanno espresso un chiaro sostegno al governo di Netanyahu, sottolineando la necessità di un contrattacco militare per difendere la sicurezza nazionale di Israele, proteggere i suoi cittadini e garantire la liberazione degli ostaggi detenuti da Hamas, seppur invitando Tel Aviv a moderare la propria reazione militare. La Cina ha invece adottato una posizione più complessa e sfumata. Il Ministro degli Esteri cinese, Wang Yi, ha criticato apertamente i massicci bombardamenti israeliani su Gaza, definendoli come azioni che &#8220;hanno superato i limiti dell&#8217;autodifesa&#8221;. Al contempo, Pechino ha evitato di condannare esplicitamente le atrocità commesse da Hamas contro i civili, astenendosi dall&#8217;etichettare gli eventi dell&#8217;7 ottobre come &#8220;attacchi terroristici&#8221;. La Cina, seppur seguendo una <a href="https://www.jstor.org/stable/2536531">lunga tradizione anti-imperialista e anti-occidentale di sostegno alla causa palestinese</a> sin dai tempi di Mao Tse Dong, ha oggi una posizione più temperata &#8211; di “neutralità anti-occidentale” &#8211; complicata dalle strette relazioni commerciali con Tel Aviv, soprattutto nel settore tecnologico. Eppure, la sua posizione rimane ambigua.</p>



<p>Per comprendere meglio l’atteggiamento di Pechino è essenziale ampliare la prospettiva e comprendere che la politica estera cinese non può essere interpretata come un riflesso di quella americana. In una regione dove la Cina storicamente non ha goduto della stessa influenza dei suoi contendenti occidentali, l&#8217;obiettivo è presentarsi come una potenza mediatrice. Sostenere incondizionatamente le posizioni radicali di uno o dell&#8217;altro attore coinvolto risulterebbe controproducente, contribuendo solo a ulteriori destabilizzazioni nella regione.</p>



<p>Pechino non mira a sostituire Washington nel contesto del Medio Oriente, soprattutto da un punto di vista militare. La stabilità in questa regione è di vitale importanza per la Cina, per la quale rappresenta un crocevia geografico fondamentale per i suoi interessi economici. La presenza della Palestina, che ha <a href="http://ps.china-office.gov.cn/eng/zxxx/202212/t20221207_10986675.htm">aderito alla Belt and Road Initiative nel 2022</a>, assume particolare rilevanza lungo questa via che in Medio Oriente ha i suoi snodi centrali tra Teheran e Istanbul. La Cina detiene il ruolo di principale partner commerciale di molte nazioni mediorientali e costituisce il maggior acquirente di petrolio proveniente da Arabia Saudita e Iran, con il <a href="https://thechinaproject.com/2023/10/30/china-in-limbo-over-importing-middle-east-oil-overland-through-pakistan/">60% del fabbisogno interno soddisfatto attraverso tali transazioni</a>. Un esempio tangibile di questa connessione economica è rappresentato dal superamento dei 430 miliardi di dollari nel commercio totale tra la Cina e il mondo arabo nell&#8217;anno precedente.</p>



<p>Dal punto di vista delle relazioni politiche, la posizione apparentemente “equilibrista” della Cina sembra orientata verso il consolidamento della sua leadership nel cosiddetto “<em>Global South</em>”, dove la maggioranza dei Paesi esprime solidarietà nei confronti della Palestina. Numerosi governi del &#8220;Sud globale&#8221; considerano la Cina come una potenza guida, e Pechino cerca di ottenere il sostegno dei paesi in via di sviluppo per rafforzare la propria leadership. Questo approccio potrebbe mettere in discussione la &#8220;posizione morale&#8221; degli Stati Uniti nel conflitto tra Israele e Palestina, avviando un processo di pacificazione nel quale Washington non occuperebbe più la sua posizione di arbitro indiscusso. In sostanza, l&#8217;obiettivo finale è erodere la posizione degli Stati Uniti, sfruttando la simpatia dell&#8217;opinione pubblica verso i palestinesi, pur chiudendo un occhio sulle <a href="https://www.nytimes.com/2023/10/28/world/asia/china-israel-hamas-antisemitism.html">crescenti manifestazioni di antisemitismo</a> nel dibattito politico e sui social media cinesi.</p>



<p>Pechino si propone di emergere dalla risoluzione del conflitto con la prospettiva di essere considerata una forza che contribuisce alla soluzione anziché istigatrice di ulteriori problematiche. Per il Presidente Xi, preservare la reputazione della Cina come leader dei Paesi in via di sviluppo, ergendosi a modello alternativo per quei popoli oppressi dai regimi occidentali, e fungendo da mediatore per risolvere le controversie, rappresenta una priorità di prim&#8217;ordine. Questa posizione sembra ben conciliarsi con l’immagine affidabile&nbsp; e rispettabile che la Cina vuole dare di sé, preferendo l’utilizzo di un tono narrativo cauto all’assertività dell’azione diplomatica (<em>wolf warrior diplomacy</em>) dimostrata in passato da alcuni funzionari in relazione a specifiche tematiche sensibili a Pechino &#8211; Taiwan, su tutte.</p>



<p>Nonostante Pechino si sia limitata prevalentemente ad una serie di dichiarazioni, non intraprendendo nessuna azione concreta, la guerra in corso presenta diversi vantaggi, in una prospettiva più ampia, soprattutto nel contesto della rivalità con Washington. La situazione distrae l&#8217;attenzione degli Stati Uniti dall&#8217;Indo-Pacifico, ostacola gli sforzi della Casa Bianca per promuovere la normalizzazione tra Arabia Saudita e Israele e amplifica le tensioni regionali verso l&#8217;Occidente. Pur non essendo probabile che la Cina assuma un ruolo centrale nell&#8217;attuale crisi, è imperativo per l’Unione Europea assicurarsi che non diventi un elemento di “disturbo”. La polarizzazione globale attorno alla questione israelo-palestinese gioca a favore della narrativa cinese &#8211; e russa &#8211; sulla divisione tra Occidente e Sud del mondo. Interagire con la Cina nell&#8217;attuale crisi potrebbe essere cruciale nel disarticolare questo falso dualismo da cui Pechino sta traendo vantaggio.</p>
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		<title>Il governo Bennett-Lapid e la fine del Regno Netanyahu: una nuova fase per la politica israeliana?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alessandro Reali]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 24 Jun 2021 17:50:48 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Grande Medio Oriente]]></category>
		<category><![CDATA[Bennett]]></category>
		<category><![CDATA[Lapid]]></category>
		<category><![CDATA[Medio Oriente]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>A poche settimane dall&#8217;accordo raggiunto tra Hamas e il governo israeliano su un &#8220;cessate il fuoco&#8221; e la&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-drop-cap">A poche settimane dall&#8217;accordo raggiunto tra Hamas e il governo israeliano su un &#8220;cessate il fuoco&#8221; e la riapertura di numerosi scenari per la composizione del nuovo governo israeliano, lo Stato ebraico intravede potenzialmente la fine di una delle sue fasi storico-politiche più instabili e precarie. Dopo due anni di stallo politico e quattro elezioni inconcludenti, l’impasse sembra essere giunto al termine, seppur in un clima comprensibilmente ancora molto teso e incerto, tra manifestazioni filopalestinesi in varie zone del mondo arabo &#8211; e non solo – e gli attriti ancora frequenti a Gerusalemme Est.</p>



<p>Dopo lunghe settimane di trattative, il lungo e divisivo regno di Benjamin Netanyahu si è ufficialmente concluso domenica 13 giugno, almeno per il momento, quando la Knesset ha accordato la fiducia al governo Bennett-Lapid, con un solo voto in più a favore: 60 contro 59, con un&#8217;astensione.</p>



<p><strong><em>Cosa (non) cambia con il governo del cambiamento?</em></strong></p>



<p>A partire dal giuramento, il nuovo governo vedrà Naftali Bennett come Primo Ministro e Lapid nelle vesti di Ministro degli Esteri; dopo due anni, i due si invertiranno, con Lapid al vertice e Bennett a ricoprire un ruolo chiave nel governo (o agli Esteri, o alla Difesa). Tuttavia, durante tutto l&#8217;intero periodo dell’accordo di governo, entrambi avranno una sorta di potere di veto sulle politiche da adottare, quindi anche se Bennett è nominalmente al di sopra di Lapid, quest&#8217;ultimo sarà in grado di bloccare le mosse del Primo Ministro a piacimento. Questo complesso meccanismo di condivisione del potere si rivela necessario in particolare per affrontare gli ampi disaccordi tra le due teste del governo. Più in generale, sarà un incessante lavoro di pesi e contrappesi per compensare gli squilibri di una coalizione all’interno della quale se anche un solo partito decidesse di staccarsi dalla compagine di governo, il castello di carte correrebbe seriamente il rischio di crollare, e Netanyahu, che intende rimanere come leader dell&#8217;opposizione, non si farebbe di certo scappare l’occasione per una controffensiva.</p>



<p>Ciononostante, nella maggior parte delle aree politiche chiave che Israele si trova ad affrontare, questo governo non sarà in grado di concordare cambiamenti significativi. Nel suo primo discorso, Bennett ha promesso di tracciare un nuovo corso volto a sanare le divisioni del Paese e ripristinare un senso di normalità. Tuttavia, basti prendere come primo esempio dell’enorme sfida cui si va incontro quella che è probabilmente la questione attuale più importante del paese: il conflitto con i palestinesi. Su questo argomento, Bennett e Lapid hanno opinioni di molto divergenti, con il primo a sostenere l&#8217;annessione di gran parte della Cisgiordania e fortemente in opposizione alla creazione di uno Stato palestinese, mentre il secondo sostiene una soluzione a due Stati negoziata con la leadership palestinese. La coalizione è ugualmente divisa, con alcune fazioni falco, come Yisrael Beiteinu, ed altre colombe, come Meretz e il partito arabo di Mansour Abbas. Quindi, è da escludersi una qualsiasi azione importante sui palestinesi in una direzione aggressiva o conciliante, la quale dividerebbe aspramente la “coalizione del cambiamento”. Il risultato più – tristemente &#8211; probabile è che finché il nuovo governo sarà al potere, il conflitto israelo-palestinese è destinato a rimanere sostanzialmente bloccato nel suo abissale status quo.</p>



<p>Tuttavia, nonostante non si prospettino passi in avanti sul piano internazionale con la Palestina, potrebbe esserci miglioramenti interni nello status dei cittadini palestinesi di Israele (noti anche come arabi israeliani). Il fatto stesso che uno dei leader di questo gruppo sia al governo per la prima volta è una testimonianza della crescente influenza e della crescente legittimità che gli arabi israeliani hanno nella comunità ebraica, politicamente dominante. Per mantenere Ra&#8217;am all’interno della compagine di governo, la nuova coalizione dovrà adottare politiche concrete a favore degli elettori più a lungo emarginati. Non a caso, Mansour Abbas ha già avanzato diverse richieste per finanziamenti più generosi per le infrastrutture nelle comunità arabe e la fine dei codici edilizi che svantaggiano gli arabi.</p>



<p>Inoltre, e forse più importante, il cambio di governo apre prospettive per un cambiamento più profondo della politica israeliana. Per 20 anni, la destra ha dominato la politica israeliana, permettendo a Netanyahu di insistere con l&#8217;occupazione della Cisgiordania e di minacciare la tenuta democratica all&#8217;interno dei confini di Israele, due tendenze strettamente correlate. Neutralizzare Netanyahu non porrà di certo fine all&#8217;occupazione, come si è detto, né fermerà del tutto l&#8217;allontanamento di Israele da alcuni ideali di democrazia. Tuttavia, con l’allontanamento di Bibi dal palcoscenico si apre le possibilità di andare oltre lo status quo politico, eliminando quell&#8217;effetto del consolidamento del potere per il quale gli elettori non possono immaginare nessun altro al governo in grado di risolvere le questioni più spinose. Un nuovo governo dimostrerebbe che c&#8217;è un’alternativa – o due, se la rotazione biennale Bennett-Lapid dovesse funzionare, giovando sicuramente alla politica e alla democrazia israeliana.</p>



<p>Ovviamente è anche possibile che le cose vadano diversamente e con Netanyahu fuori dai giochi, il suo partito Likud decida di unirsi ai membri di destra della coalizione e ai partiti religiosi in una coalizione di estrema destra, dando una nuova scossa al governo. Ma questa è proprio la natura del cambiamento: è imprevedibile. È difficile dire se alla fine questa nuova esperienza finirà nel bene o nel male, ma ciò che è chiaro è che finalmente sta arrivando un qualche tipo di cambiamento nella politica israeliana.</p>
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		<title>Israele di nuovo al voto: quarte elezioni parlamentari in due anni</title>
		<link>https://www.mondodem.it/2387/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Jessica Panigada]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 10 Mar 2021 12:48:40 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Grande Medio Oriente]]></category>
		<category><![CDATA[Macroaree]]></category>
		<category><![CDATA[Elezioni]]></category>
		<category><![CDATA[israele]]></category>
		<category><![CDATA[Medio Oriente]]></category>
		<category><![CDATA[Parlamento]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il 23 marzo 2021 Israele torna a votare. Si tratta del quarto round di elezioni in due anni.&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<h2 id="il-23-marzo-2021-israele-torna-a-votare-si-tratta-del-quarto-round-di-elezioni-in-due-anni" class="wp-block-heading">Il 23 marzo 2021 Israele torna a votare. Si tratta del quarto round di elezioni in due anni.</h2>



<p class="has-drop-cap">Il 2020 e gli <strong>Accordi di Abramo</strong> hanno segnato un cambio di rotta per gli sviluppi mediorientali dando inizio ad una distensione formale tra Israele e i <strong>paesi MENA</strong>. Tuttavia, con le elezioni di marzo per la nomina dei <strong>120 membri della Knesset</strong>, il Parlamento israeliano, si trovò per l’ennesima volta in una situazione di stallo, risolta infine con un governo di coalizione con primo ministro a rotazione:<strong> Benjamin Netanyahu</strong>, leader del partito Likud, per i primi 18 mesi e <strong>Benny Gantz</strong> per i successivi.</p>



<p>Nonostante l’accordo, tale rotazione non è avvenuta. Nell’<strong>autunno 2020</strong> il ministro della Difesa Gantz annunciò la formazione di una <strong>commissione d’inchiesta governativa</strong> con il fine di far luce sull’acquisto statale plurimiliardario di sottomarini dalla tedesca Thyssenkrupp, che pare coinvolga il primo ministro in persona. Questo fu il primo segnale di rottura nel fronte di governo che raggiunse il suo apice nel novembre 2020 quando si pose una questione di vecchia data: l’<strong>approvazione della legge di bilancio 2021-2022</strong>. La coalizione non sopravvisse a tali prove, ed il 22 dicembre venne respinto il voto per evitare lo scioglimento della Knesset con 49 voti contrari e 47 a favore. Il giorno seguente il Parlamento si sciolse e furono indette <strong>nuove elezioni</strong>.</p>



<p>Tra i temi centrali dell’attuale campagna elettorale rientrano certamente la <strong>pandemia di Covid-19</strong> e il <strong>processo di corruzione</strong> che coinvolge il premier uscente Netanyahu.</p>



<p>In gennaio 2021 <strong>Menchaem Lazar </strong>ha condotto un sondaggio per Panels Research su 522 intervistati con un margine di errore del 4,4%. I numeri indicano che potrebbe costituirsi una<strong> coalizione di governo senza Likud, Shas UTJ e la Joint List </strong>(cioè i partiti della destra radicale e ultraortodossi). Likud avrebbe 28 seggi, ma i partiti impegnati a sostenere il premier uscente non risulterebbero sufficienti per raggiungere la maggioranza parlamentare di 61 seggi.</p>



<p><strong>Naftali Bennett</strong>, leader del partito Yamina non ha escluso la possibilità di schierarsi a sostegno di Netanyahu. Tuttavia, al momento, anche gli 11 seggi di Yamina non risultano sufficienti per consentire la formazione di un governo.</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-large"><a href="https://www.mondodem.it/wp-content/uploads/2021/03/image.png"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="642" height="346" src="https://www.mondodem.it/wp-content/uploads/2021/03/image.png" alt="" class="wp-image-2388" srcset="https://www.mondodem.it/wp-content/uploads/2021/03/image.png 642w, https://www.mondodem.it/wp-content/uploads/2021/03/image-300x162.png 300w" sizes="(max-width: 642px) 100vw, 642px" /></a></figure></div>



<p>Tale situazione ha peraltro determinato una <strong>rinnovata attenzione verso l’elettorato arabo</strong>, tendenza che senza dubbio rompe con le dinamiche elettorali classiche del passato. La possibilità del premier uscente di ottenere una maggioranza dipenderebbe soprattutto dalla possibilità che i partiti a lui contrari non riescano a raggiungere la soglia minima per entrare nella Knesset.</p>



<p>Secondo <strong>recenti sondaggi</strong>, tra i partiti certi di superare la soglia dei dieci seggi nessuno è di sinistra. Israele è stato governato per anni dalla sinistra producendo leader di spicco come David Ben Gurion, Ytzak Rabin e Shimon Peres ma non indica un primo ministro da vent’anni. Una <strong>ventata d’aria fresca</strong> è stata portata alla sinistra israeliana a fine gennaio 2021 quando il <strong>Partito Laburista </strong>ha eletto il suo nuovo leader con la speranza di risollevare le sorti del partito. La nuova leader è <strong>Merav Michaeli</strong>, membro della Knesset dal 2013. La sua figura carismatica emerse esponenzialmente in occasione della sua opposizione alla scelta del Partito Laburista di entrare a far parte di un governo di coalizione con il Likud e il partito Blu e Bianco. La Michaeli fu l’unica dei deputati del suo partito a rimanere nell’opposizione e ora che ha vinto le primarie con il 77% dei voti dovrà darsi da fare per dare nuova linfa al partito guadagnando consensi, tramite una campagna elettorale efficace, in un periodo decisamente limitato.</p>



<p>Frattanto le <strong>proteste degli israeliani contro il premier uscente Netanyahu</strong> raggiungono la ventinovesima settimana consecutiva. Il fulcro delle proteste ruota attorno al processo che lo accusa di frode, abuso d’ufficio e corruzione, che però è stato rimandato a causa del <strong>lockdown nazionale</strong>. A questo si aggiunge anche un malcontento derivante dalla gestione della pandemia di Covid-19. Nonostante un piano economico da 25 miliardi di dollari, il più imponente della storia israeliana, gravi ripercussioni hanno colpito l’economia di Israele, che registra una<strong> diminuzione del -6% del Pil nel 2020</strong> e un <strong>tasso di disoccupazione</strong> che si è assestato intorno al 15% a novembre, dopo aver raggiunto il picco massimo del 27% nella fase più acuta della pandemia.</p>



<p>Tali dinamiche hanno portato ad un <strong>indebolimento dello Stato</strong> e alla conseguente perdita di fiducia nelle istituzioni. Questa disfunzione all’interno del governo israeliano rappresenta una della più grandi minacce alla stabilità del Paese e alla sua situazione strategica. La pandemia di Covid-19 ha portato ad una crisi su più fronti, da quello sociale a quello economico e politico.</p>



<p>Tenendo in considerazione questi dati, difficilmente la prossima tornata elettorale produrrà un vincitore. La causa è da imputarsi alla mancata stabilità della maggioranza inserita in un contesto politico estremamente precario così come l’ascesa del nuovo partito <strong>New Hope</strong> di Gideon Sa’ar conferisce maggiore instabilità allo scenario. Inoltre, alla domanda su chi sia più adatto ad essere primo ministro tra Netanyahu e Gideon Sa’ar, il 43% ha risposto Netanyahu e il 42% Sa’ar: la differenza più piccola dall’inizio delle elezioni. L’unico punto certo al momento è l’affermazione della frammentata destra israeliana, salvo un miracolo della Michaeli. Tuttavia, la <strong>speranza più grande</strong> delle prossime elezioni del 23 marzo risiede nel superamento dello stallo attraverso vari compromessi che permettano il ritrovamento dell’armonia tra le varie fazioni.</p>
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		<title>Yemen, guerra senza fine</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 20 Jul 2018 11:22:32 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Grande Medio Oriente]]></category>
		<category><![CDATA[#yemen]]></category>
		<category><![CDATA[Medio Oriente]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Di Riccarda Lopetuso Il conflitto in Yemen, almeno nella sua fase più drammatica, dura dal 2015, ossia da&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Di Riccarda Lopetuso</em></p>
<p><strong>Il conflitto in Yemen, almeno nella sua fase più drammatica, dura dal 2015, ossia da quando l’Arabia Saudita, alla testa di una coalizione composta da altri otto paesi arabi, è intervenuta per contrastare le milizie Houthi</strong> che nei mesi precedenti avevano occupato gran parte del paese, compresa la capitale Sana’.</p>
<p><strong>Lo Yemen è il paese più povero del Medio oriente ma è strategico per la sua posizione geografica</strong>, in quanto affacciato sul Golfo di Aden, strategico per il trasporto di petrolio proveniente dal Golfo Persico.</p>
<p><strong>Fino allo scoppio delle rivolte collegate alle Primavere arabe nel 2011, era al potere da trent’anni Ali Abdullah Saleh</strong>, fautore della riunificazione nazionale del 1990.<br />
Spinto dalle pesanti pressioni saudite, Saleh ha lasciato il potere nel 2012 e da allora sulla scena yemenita sono ricomparsi i ribelli Houthi.</p>
<p><strong>Nell’autunno del 2014 i ribelli Houthi irrompono nelle piazze e danno il via a una serie di proteste contro il governo.</strong> Ben presto la protesta contro l’aumento del prezzo di carburante si trasforma in guerriglia. I ribelli acquisiscono consensi interni e terreno, arrivando a controllare la capitale del paese.</p>
<p>È nei primi mesi del 2015 che la situazione degenera. Alcuni paesi del Golfo, guidati dall’Arabia Saudita, decidono di lanciare un intervento militare al fine di arginare l’avanzata degli Houthi.</p>
<p><strong>Oggi, a tre anni dall’inizio ufficiale della guerra civile, si contano a decine di migliaia le vittime e a centinaia di migliaia gli sfollati</strong>, causati sia dagli scontri bellici sia dal peggioramento delle condizioni umanitarie e dai focolai di colera che hanno colpito il paese dal 2017.</p>
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		<title>Qualche verità su Douma</title>
		<link>https://www.mondodem.it/1054/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 12 Apr 2018 22:14:14 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Esteri a confronto]]></category>
		<category><![CDATA[Grande Medio Oriente]]></category>
		<category><![CDATA[#attacco]]></category>
		<category><![CDATA[#Douma]]></category>
		<category><![CDATA[Medio Oriente]]></category>
		<category><![CDATA[Siria]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Di Annalisa Perteghella ed Erik Burckhardt Con l’attacco di Douma dello scorso 7 aprile, si è riaccesa l’attenzione&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/1054/">Qualche verità su Douma</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Di Annalisa Perteghella ed Erik Burckhardt</p>
<p>Con l’attacco di Douma dello scorso 7 aprile, si è riaccesa l’attenzione sul conflitto siriano e sono ulteriormente peggiorate le forti tensioni internazionali ad esso sottese. In Italia, si è inizialmente assistito a un grottesco silenzio che la deputata del Partito Democratico Lia Quartapelle <strong><a href="https://www.google.com/url?q=https://www.google.com/url?q%3Dhttps://www.diariodelweb.it/ultimora/notizie/?nid%253D20180410-10781%26amp;sa%3DD%26amp;ust%3D1523570758831000&amp;sa=D&amp;ust=1523570758848000&amp;usg=AFQjCNENTivvpwS8Tyaa4B6YeVeh6b-8uQ">ha denunciato</a></strong> martedì scorso, puntando il dito contro Salvini e Di Maio che “<em>non hanno trovato il tempo di una dichiarazione per condannare un atto vile e atroce come usare il gas contro i bambini, contro i civili. Loro che sprecano ogni giorno parole per continuare nel balletto sul governo</em>”.</p>
<p>Da allora, qualcosa si è mosso. Salvini ha ammesso che la priorità è dare “<em>agli italiani un governo più velocemente possibile</em>”, per poi aggiungere la richiesta di “<em>una presa di posizione netta dell’Italia contro ogni ulteriore e disastroso intervento militare in Siria. Non vorrei che motivi economici, esigenze di potere o il presunto utilizzo mai provato di armi chimiche mai trovate in passato scatenassero un conflitto che può diventare pericolosissimo</em>”.</p>
<p>Quanto al Movimento 5 Stelle, è intervenuto (soltanto ieri!) il capogruppo del M5S Danilo Toninelli, chiedendo che Gentiloni informi in Parlamento &#8220;<em>tutte le forze politiche sugli sviluppi in corso</em>”.</p>
<p>Nel mentre, anche sugli account social della redazione di MondoDem e dei suoi componenti, abbiamo improvvisamente cominciato a ricevere commenti e invettive sul tema del conflitto siriano e sulla posizione assunta dal PD anche per il tramite del segretario reggente Maurizio Martina (<a href="https://www.google.com/url?q=https://www.google.com/url?q%3Dhttps://www.facebook.com/maumartina/photos/a.836606776361411.1073741826.127413207280775/1789467664408646/?type%253D3%2526theater%26amp;sa%3DD%26amp;ust%3D1523570758832000&amp;sa=D&amp;ust=1523570758849000&amp;usg=AFQjCNH6FcAH8uqdki4kJ1qx6PjiC_mcGQ"><strong>già domenica scorsa</strong></a>), che spesso non considerano neanche le più elementari informazioni.</p>
<p>Rispondiamo qui alle tesi infondate che ci vengono proposte con maggiore ricorrenza sui nostri canali.</p>
<p>&nbsp;</p>
<ol>
<li><strong>     Non ci sono prove dell’utilizzo di armi chimiche in Siria.</strong></li>
</ol>
<p>Falso. Un <a href="https://www.google.com/url?q=https://www.google.com/url?q%3Dhttps://reliefweb.int/sites/reliefweb.int/files/resources/A_HRC_36_55_EN.pdf%26amp;sa%3DD%26amp;ust%3D1523570758833000&amp;sa=D&amp;ust=1523570758849000&amp;usg=AFQjCNEGdR6ASQHoI14RrnlY-NRBOUtgAQ"><strong>rapporto del Consiglio per i Diritti umani delle Nazioni Unite</strong></a>, pubblicato già nel settembre 2017, ha rivelato come il regime del presidente siriano Bashar al-Assad sia da ritenere responsabile per l&#8217;utilizzo di armi chimiche. Soltanto tra il mese di marzo 2013 e marzo 2017, la commissione indipendente istituita dalle Nazioni Unite ha registrato 25 incidenti provocati da armi chimiche, di cui 20 perpetrati dalla forze governative di Assad, che ha utilizzato queste armi prevalentemente contro civili. Prima ancora dell’attacco di Douma del 7 aprile 2018, su cui è ancora necessario fare piena luce, la commissione indipendente ha stabilito la responsabilità delle forze di Assad anche per il terribile attacco del 4 aprile 2017 in cui furono usate armi chimiche &#8211; sarin &#8211; su oltre 100 civili innocenti.</p>
<p>Qualificabili come armi di distruzione di massa, le armi chimiche sono incompatibili con il diritto internazionale umanitario e sono state messe al bando dal diritto internazionale positivo con la Convenzione sulle armi chimiche del<strong> </strong><a href="https://www.google.com/url?q=https://www.google.com/url?q%3Dhttps://it.wikipedia.org/wiki/1993%26amp;sa%3DD%26amp;ust%3D1523570758834000&amp;sa=D&amp;ust=1523570758849000&amp;usg=AFQjCNEJkMkmmhAPl_LekurB_cVUwlzFpQ"><strong>1993</strong></a>, ratificata anche dall’Italia.</p>
<p>I ripetuti attacchi chimici operati dalle forze governative di Assad anche contro la popolazione civile costituiscono, come indicato nel rapporto delle Nazioni Unite, un vero e proprio crimine di guerra e una grave violazione della Convenzione e della risoluzione 2118 approvata dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite nel 2013.</p>
<p>&nbsp;</p>
<ol start="2">
<li><strong>      I bombardamenti chimici a Douma del 4 aprile 2018 sono soltanto una bufala.</strong></li>
</ol>
<p><strong> </strong>Il 7 aprile 2018 a Douma si è verificato un attacco, di cui non si conosce ancora con certezza la natura, ma che <strong><a href="https://www.google.com/url?q=https://www.google.com/url?q%3Dhttp://www.who.int/mediacentre/news/statements/2018/chemical-attacks-syria/en/%26amp;sa%3DD%26amp;ust%3D1523570758835000&amp;sa=D&amp;ust=1523570758849000&amp;usg=AFQjCNErDgj6z4iJ_e1QQf7KIQlXBi-WNw">secondo l’Organizzazione mondiale della Sanità</a></strong> avrebbe coinvolto almeno 500 persone soccorse con «<em>segni e sintomi compatibili con l’esposizione ad agenti chimici tossici</em>». L’OMS <strong><a href="https://www.google.com/url?q=https://www.google.com/url?q%3Dhttps://news.un.org/en/story/2018/04/1007061%26amp;sa%3DD%26amp;ust%3D1523570758835000&amp;sa=D&amp;ust=1523570758850000&amp;usg=AFQjCNFiMBd9q0vU7srrie7nZ48DOE8ePg">ha chiesto</a> </strong>di avere accesso all’area colpita, per poter valutare in maniera indipendente quali siano state le conseguenze dell’attacco e per poter elaborare una risposta sanitaria adeguata. Siria e Russia hanno negato l’accesso all’OMS, mentre hanno acconsentito a una missione dell’Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche (OPAC), incaricata però per ora solo di verificare se sia stato compiuto un attacco, non di accertarne le responsabilità.</p>
<p>Nell’attesa di conoscere i risultati ufficiali dell’indagine dell’OPAC, possiamo fare riferimento alla ricostruzione operata da <strong><a href="https://www.google.com/url?q=https://www.google.com/url?q%3Dhttps://www.bellingcat.com/news/mena/2018/04/11/open-source-survey-alleged-chemical-attacks-douma-7th-april-2018/%26amp;sa%3DD%26amp;ust%3D1523570758835000&amp;sa=D&amp;ust=1523570758850000&amp;usg=AFQjCNEpC1C8ioN2JpsYwUrX5hl1Ehriyw">Bellingcat</a></strong>, agenzia britannica di giornalismo investigativo. Basandosi su fonti open source fornite dall’Ong <strong><a href="https://www.google.com/url?q=https://www.google.com/url?q%3Dhttp://sn4hr.org/%26amp;sa%3DD%26amp;ust%3D1523570758836000&amp;sa=D&amp;ust=1523570758850000&amp;usg=AFQjCNGOTCqIyHvM7q7y2FiBL8pSbkiCuA">Syrian Network for Human Rights</a></strong> e dal <a href="https://www.google.com/url?q=https://www.google.com/url?q%3Dhttp://vdc-sy.net/en/%26amp;sa%3DD%26amp;ust%3D1523570758836000&amp;sa=D&amp;ust=1523570758850000&amp;usg=AFQjCNFfMmduL0j8Da7OnnrfsQZ-FhKVEg"><strong>Violations Documentation Center</strong> </a>siriano, Bellingcat ha concluso che è molto probabile che il 7 aprile ci siano stati a Douma due attacchi chimici, preceduti da un bombardamento contro la sede della Mezzaluna rossa locale. Nell’edificio sul quale è stato compiuto uno dei due attacchi è stato ritrovato un contenitore di gas tossico, simile a quelli che il regime siriano aveva già utilizzato negli scorsi anni per compiere attacchi con bombe al cloro. Secondo la <strong><a href="https://www.google.com/url?q=https://www.google.com/url?q%3Dhttps://www.nytimes.com/2018/04/11/world/middleeast/syria-chemical-attack-douma.html?rref%253Dcollection%25252Fsectioncollection%25252Fworld%2526action%253Dclick%2526contentCollection%253Dworld%2526region%253Drank%2526module%253Dpackage%2526version%253Dhighlights%2526contentPlacement%253D2%2526pgtype%253Dsectionfront%2526mtrref%253Dwww.ilpost.it%26amp;sa%3DD%26amp;ust%3D1523570758837000&amp;sa=D&amp;ust=1523570758850000&amp;usg=AFQjCNF6ZgIxJ8sfomI6Aqfv1C5H6xTdOw">ricostruzione del New York Times</a></strong>, che conferma quanto riportato da Bellingcat, residenti dell’area hanno visto poco prima degli attacchi due elicotteri governativi volare dalla base aerea di Dumayr verso Douma. Testimonianze di personale sanitario in loco raccolte dal<strong> </strong><a href="https://www.google.com/url?q=https://www.google.com/url?q%3Dhttps://www.theguardian.com/world/2018/apr/12/syria-attack-experts-check-signs-nerve-agent%26amp;sa%3DD%26amp;ust%3D1523570758837000&amp;sa=D&amp;ust=1523570758850000&amp;usg=AFQjCNEvZThh4EDBSzciinUBhNiL0muPXg"><strong>Guardian</strong> </a>riportano la presenza di sintomi riconducibili al cloro, ma anche ad agenti nervini. Per verificare l’esatta natura di questa sostanza, tuttavia, sarebbe necessaria un’analisi del sangue e delle urine dei soggetti coinvolti; analisi resa impossibile dal fatto che truppe siriane e russe hanno preso il controllo della zona, e si oppongono all’avvio di indagini indipendenti. Come ricordato sopra, infatti, dopo avere ripreso il controllo della città, Damasco ha negato l’accesso all’OMS. Parallelamente, la Russia <a href="https://www.google.com/url?q=https://www.google.com/url?q%3Dhttps://news.un.org/en/story/2018/04/1006991%26amp;sa%3DD%26amp;ust%3D1523570758837000&amp;sa=D&amp;ust=1523570758850000&amp;usg=AFQjCNGpSp_6rdUAbU4XsuWX8dPuu0guWg"><strong>ha messo il veto</strong> </a>a una risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU che avrebbe dato il via a un’indagine indipendente sull’attacco chimico compiuto a a Douma. Le risoluzioni prevedevano anche una condanna dell’attacco e l’istituzione di un piano di aiuti umanitari nell’area.</p>
<p>&nbsp;</p>
<ol start="3">
<li><strong> L’attacco chimico, se anche accaduto, non è attribuibile ad Assad. Che bisogno avrebbe quest’ultimo di macchiarsi di un altro crimine contro i civili, nel momento in cui sta di fatto vincendo la guerra?</strong></li>
</ol>
<p>L’attacco dello scorso 7 aprile ha consentito alle forze siriane di Assad di prendere il pieno controllo della città di Douma e di tutta la Ghouta orientale, come <strong><a href="https://www.google.com/url?q=https://www.google.com/url?q%3Dhttp://tass.com/defense/999240%26amp;sa%3DD%26amp;ust%3D1523570758838000&amp;sa=D&amp;ust=1523570758851000&amp;usg=AFQjCNHaHHVTYtiN6dxMW00Sv2uS_WkcYg">ha reso noto</a></strong> il comandante del Centro russo per la riconciliazione delle parti in conflitto in Siria.</p>
<p>Dal 2013 Douma era il quartier generale dell&#8217;organizzazione islamista <em>Jaysh al-Islam</em>, una delle principali fazioni coinvolte nella guerra civile siriana contro il governo di Bashar al-Assad. Il regime di Damasco ha cercato più volte in questi anni di riprenderne il controllo: nel 2013 aveva messo la città sotto assedio, togliendo l’accesso ad acqua e elettricità, mentre nel 2015 si era reso protagonista di uno degli episodi più cruenti della guerra civile siriana: il<strong> <a href="https://www.google.com/url?q=https://www.google.com/url?q%3Dhttp://www.corriere.it/esteri/15_agosto_16/siria-raid-mercato-douma-82-morti-molti-sono-bambini-d14f3476-4427-11e5-9a44-839af1b02c5d.shtml%26amp;sa%3DD%26amp;ust%3D1523570758839000&amp;sa=D&amp;ust=1523570758851000&amp;usg=AFQjCNG7BZOnPELBd91C92NLk-HMuQrCkA">bombardamento</a> </strong>del mercato centrale della città nell’ora di massima frequentazione, costato la vita a 82 civili.</p>
<p>Negli ultimi due mesi, il regime ha intensificato la campagna per riconquistare la regione della Ghouta orientale, di cui Douma è parte, man mano che le formazioni ribelli che controllavano questi territori siglavano con il regime di Assad &#8211; tramite la mediazione russa &#8211; accordi di evacuazione in base ai quali civili e combattenti venivano rilocati nel nord del paese, nell’area attorno a Jarablus, controllata dai turchi. Jaysh al-Islam, la formazione di stanza a Douma, si è però opposta a questo tipo di accordi, decidendo di resistere.</p>
<p>In seguito all’episodio di sabato, invece, i <a href="https://www.google.com/url?q=https://www.google.com/url?q%3Dhttps://www.theguardian.com/world/2018/apr/09/douma-inhabitants-prepare-leave-deadly-syria-chemical-attack%26amp;sa%3DD%26amp;ust%3D1523570758840000&amp;sa=D&amp;ust=1523570758851000&amp;usg=AFQjCNGD3P7IEWsJM_S16jlXmiisEZu16Q"><strong>ribelli hanno acconsentito a lasciare Douma</strong></a>, permettendo dunque al regime siriano di riprendere il controllo della città, la cui sicurezza verrà garantita da forze di polizia russa. L’attacco è dunque servito a piegare la volontà degli ultimi combattenti, permettendo al regime di Damasco di “chiudere” la questione della Ghouta per cominciare a concentrarsi sulle operazioni di riconquista degli ultimi territori ancora in mano ai ribelli: la regione attorno a Idlib, nel nord, e l’area sud-occidentale, vicino al confine con Israele e Giordania.</p>
<p><strong> </strong></p>
<ol start="4">
<li><strong>     L’obiettivo delle potenze occidentali, Nato e UE, è soltanto punire Assad per assumere il controllo della Siria a discapito della Russia e dell’Iran.</strong></li>
</ol>
<p>A dispetto delle molte semplificazioni che si possono leggere sul conflitto siriano, il disegno e gli obiettivi non sono chiari e univoci per nessuno degli attori in gioco. Anche con riferimento all’attacco di Douma dello scorso 7 aprile, mentre non è ancora chiara l’eventuale strategia militare che Stati Uniti, Francia e Regno Unito hanno dichiarato di volere mettere in atto, la Nato di cui l’Italia fa parte si è limitata a chiedere alla Siria e ai suoi alleati Russia e Iran di consentire agli osservatori l&#8217;accesso nelle zone colpite dagli attacchi con armi chimiche, con <a href="https://www.google.com/url?q=https://www.google.com/url?q%3Dhttps://www.agenzianova.com/a/5acf7c71024ba6.41934889/1884586/2018-04-12/nato-stoltenberg-in-corso-consultazioni-su-come-rispondere-ad-attacco-a-duma-in-siria%26amp;sa%3DD%26amp;ust%3D1523570758841000&amp;sa=D&amp;ust=1523570758852000&amp;usg=AFQjCNFEs7GXWfTwZdLnqSuMmozaRPSDFg"><strong>un appello</strong></a> &#8220;<em>ai responsabili</em>&#8221; dell&#8217;attacco a Douma che “<em>devono essere chiamati a rispondere di ciò che hanno fatto</em>&#8220;. Il segretario generale dell&#8217;Alleanza, Jens Stoltenberg, ha fatto appello al regime di Assad e ai suoi sostenitori affinché lo rendano possibile, sia per permettere l&#8217;accesso agli osservatori sia per permettere l&#8217;accesso all&#8217;area dell&#8217;assistenza medica.</p>
<p>Anche l’Unione europea <a href="https://www.google.com/url?q=https://www.google.com/url?q%3Dhttps://eeas.europa.eu/headquarters/headquarters-homepage/42639/statement-latest-attack-douma-syria_en%26amp;sa%3DD%26amp;ust%3D1523570758841000&amp;sa=D&amp;ust=1523570758852000&amp;usg=AFQjCNGOSqoUrDIIGIfXx559pKmXGg0ZJw"><strong>ha condannato</strong></a> l’utilizzo di armi chimiche, rivelando che tutte le informazioni e le prove finora raccolte indicano che le armi chimiche sono state effettivamente usate da parte del regime. La portavoce della Commissione UE <a href="https://www.google.com/url?q=https://www.google.com/url?q%3Dhttp://www.ansa.it/europa/notizie/rubriche/altrenews/2018/04/12/siria-juncker-segue-evolversi-crisi-contatti-alto-livello_ae442f87-dc80-41b8-98c5-f8676a4fbcff.html%26amp;sa%3DD%26amp;ust%3D1523570758842000&amp;sa=D&amp;ust=1523570758852000&amp;usg=AFQjCNE_Z8M7hDNIZ9FD68PuvaFA8KThKg"><strong>ha annunciato </strong></a>che sono in corso contatti di alto livello, anche dell&#8217;Alto rappresentante per la Politica estera Federica Mogherini, aggiungendo che la questione siriana sarà in agenda al prossimo consiglio Affari esteri, lunedì 16 aprile a Lussemburgo, e alla futura conferenza sulla Siria che si terrà a Bruxelles.</p>
<p>La cancelliera tedesca Angela Merkel ha già <a href="https://www.google.com/url?q=https://www.google.com/url?q%3Dhttp://www.ansa.it/sito/notizie/mondo/europa/2018/04/12/merkel-non-parteciperemo-a-guerra-siria_09d4af1f-1ce5-46ef-9573-fa986f52bfbf.html%26amp;sa%3DD%26amp;ust%3D1523570758842000&amp;sa=D&amp;ust=1523570758852000&amp;usg=AFQjCNE-IIT8IBod7v8EDynyTZ3k1_0HUA"><strong>dichiarato</strong></a> che &#8220;<em>non parteciperà ad azioni militari</em>&#8220;, ma che appare &#8220;<em>evidente</em>&#8221; che il governo siriano dispone ancora di un arsenale chimico e bisognerà fare di tutto “per segnalare che questo uso di armi chimiche è inaccettabile&#8221;.</p>
<p>Il Presidente del Consiglio italiano Paolo Gentiloni, in carica per gli affari correnti, <strong><a href="https://www.google.com/url?q=https://www.google.com/url?q%3Dhttp://www.tgcom24.mediaset.it/politica/gentiloni-intollerabile-uso-del-gas-in-siria-lavorare-per-la-pace_3133625-201802a.shtml%26amp;sa%3DD%26amp;ust%3D1523570758843000&amp;sa=D&amp;ust=1523570758852000&amp;usg=AFQjCNHDbls9pMWQa9Nel7qDjhkQctEcQw">ha dichiarato</a></strong> che l&#8217;uso di armi chimiche da parte del governo di Bashar al-Assad in Siria “<em>non può essere in alcun modo tollerato</em>”, mettendo l’accento sulla necessità di lavorare per una “<em>soluzione rapida e duratura della crisi</em>”, lavorando “<em>per la pace</em>” e continuando “<em>ad appoggiare il lavoro diplomatico</em>”.</p>
<p>Non si ravvisa dunque in queste reazioni la volontà o la disponibilità a mettere in atto un’operazione militare su vasta scala &#8211; quale dovrebbe essere quella necessaria a colpire seriamente il regime e alterare le sorti del conflitto.</p>
<p>La Russia, dal canto suo, ha rilasciato dichiarazioni contraddittorie: all’indomani di quanto accaduto a Douma aveva dichiarato che non c’era stato alcun uso di armi chimiche; mercoledì mattina invece ha risposto all’annuncio di Trump di possibili attacchi americani affermando che un bombardamento avrebbe potuto distruggere le prove del presunto attacco chimico &#8211; riconoscendo dunque implicitamente la natura dell’attacco. Mosca &#8211; e in generale chi nega che sia avvenuto un attacco chimico &#8211; non è stata poi in grado di smentire le ricostruzioni operate da team investigativi giornalistici (come quelle riportate sopra) sulla base di testimonianze dirette di sopravvissuti. L’unica testimonianza portata da Mosca a sostegno della tesi che non è avvenuto alcun attacco chimico è quella dei suoi ispettori, che avrebbero visitato i palazzi oggetto dell’attacco.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Ph. LaPresse</p>
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		<title>Quel ‘terrore sovrano’ che è arrivato in Iran</title>
		<link>https://www.mondodem.it/632/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 07 Jun 2017 18:48:56 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Grande Medio Oriente]]></category>
		<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[golfo persico]]></category>
		<category><![CDATA[Iran]]></category>
		<category><![CDATA[Medio Oriente]]></category>
		<category><![CDATA[Terrorismo]]></category>
		<category><![CDATA[Trump]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Di Lia Quartapelle Sono giorni di stravolgimento in Medio Oriente, questi. E di grande preoccupazione e contrapposizione sul&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Di Lia Quartapelle</em></p>
<p><strong>Sono giorni di stravolgimento in Medio Oriente, questi.</strong> E di grande preoccupazione e contrapposizione sul tema del terrorismo di matrice jihadista. Ma sono giorni che possono presentare opportunità di chiarire le linee di relazione tra l’Unione europea e la regione.</p>
<p><strong>Prima la brusca chiusura delle relazioni con il Qatar </strong>da parte di Egitto, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Bahrain, Yemen, la parte della Libia controllata da Haftar, le Maldive e la Giordania con l’accusa di “sostenere e proteggere numerosi gruppi terroristici che minano a destabilizzare la regione, come i Fratelli musulmani, l’Isis e al Qaida”, che ha spaccato il campo dei paesi del Gulf Cooperation Council, con azioni eclatanti come la chiusura dei voli e l’espulsione degli ambasciatori che rischiano di spingere la tensione nella regione a livelli di non ritorno.</p>
<p><strong>Poi, le notizie di terrore che arrivano da Teheran,</strong> che sono senza precedenti perché mai l’Iran era stato teatro di attentati di Daesh, avendone però più volte subito la minaccia.</p>
<p><strong>Tutti i paesi coinvolti dalle notizie di questi giorni sono paesi che in un modo o nell’altro usano l’arma del “terrore sovrano”,</strong> nella azzeccata definizione di Marina Calculli e Francesco Strazzari, come strumento della loro politica estera. Tanto che a livello regionale non è mai stato possibile arrivare a una definizione di ciò che è terrorismo e ciò che non lo è, perché gli Stati utilizzano il finanziamento e l’appoggio a gruppi estremisti o gruppi terroristi affiliati a Daesh e Al Qaida come strumenti per mantenere la propria influenza nei conflitti regionali, a partire dalla Siria, e per diminuire la coesione interna nei paesi rivali.</p>
<p><strong>L’utilizzo, in certi casi aperto, come con Hamas e Hezbollah, in altri obliquo come gli appoggi che Al Qaida, Daesh e altri gruppi ricevono da vari paesi del Golfo, del terrorismo</strong> come strumento delle relazioni internazionali nella regione è la ragione principale di una scarsa efficacia delle azioni internazionali di contrasto a Daesh. Perché l’Occidente combatte militarmente un mostro che non è considerato dal regime siriano il nemico principale e che continua a ricevere finanziamenti e appoggi da alcuni paesi della regione. I sauditi hanno per anni diffuso la loro formula salafita dell’islam in chiave anti-iraniana. E da questa si sono dipanate poi le ideologie jihadiste. Oggi molti privati del Golfo finanziano illegalmente il terrorismo, soprattutto attraverso il Kuwait.</p>
<p><strong>La minaccia di Daesh è una minaccia globale, che colpisce i concerti e i parlamenti, da Westminster al Majlis iraniano,</strong> che semina il panico tra i copti d’Egitto così come tra gli avventori di una gelateria a Bagdad. Il fatto che questa minaccia riguarda tutti comporta la necessità di combatterla direttamente, smantellando al più presto il cinico utilizzo della narrativa del terrorismo per fini politici, come abbiamo visto in questi giorni da parte dell’Arabia saudita, dell’Egitto e dei paesi satelliti. Così come va evitato di ingerire negli affari interni di Stati sovrani utilizzando l’appoggio a milizie e gruppi politici. O nella regione si va affermando questa consapevolezza a breve oppure l’uso del terrorismo contro stati nemici rischia di impantanare tutta quell’area.</p>
<p><strong>In questo frangente i paesi europei dovrebbero svolgere questo ruolo,</strong> non per dare carta bianca a una delle fazioni in lotta nella regione, come ha deciso di fare il presidente Trump con l’idea di creare una Nato araba. L’Europa deve cogliere questa occasione per mostrare senza reticenze ai paesi della regione il pericolo che si annida nel definire in modo ambiguo e secondo i propri interessi il terrorismo, senza perseguire azioni che lo contrastino apertamente.</p>
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		<title>Rafsanjani, la rivoluzione e il prezzo dei meloni</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Annalisa Perteghella]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 10 Jan 2017 12:44:44 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Grande Medio Oriente]]></category>
		<category><![CDATA[Iran]]></category>
		<category><![CDATA[Islam]]></category>
		<category><![CDATA[Medio Oriente]]></category>
		<category><![CDATA[Rivoluzione]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>“L’economia è una faccenda da asini (khar). Abbiamo fatto la rivoluzione per l’islam, non per il prezzo dei&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>“L’economia è una faccenda da asini (<em>khar</em>). Abbiamo fatto la <strong>rivoluzione</strong> per l’islam, non per il prezzo dei meloni (<em>kharboza</em>)”. Così parlò l’ayatollah Khomeini in un discorso a Qom nell’agosto 1979, pochi mesi dopo la vittoria della rivoluzione: la neonata repubblica islamica di <strong>Iran</strong> aveva abbandonato la corona per il turbante, il vicario dell’imam sedeva sulla poltrona di Guida della rivoluzione, l’antica utopia dello stato islamico diveniva realtà a Teheran, eppure bisognava dare una risposta anche a quelle masse di diseredati, <em>mostazafin</em>, che alla rivoluzione avevano chiesto giustizia e riscatto sociale. Deviando l’attenzione dalle cose terrene come il prezzo dei meloni, Khomeini inaugurava un difficile decennio: la lunga guerra con l’<strong>Iraq</strong> di Saddam Hussein, che impegnò i due paesi per otto lunghi anni (1980-1988) servì da una parte a cementificare le fondamenta della neonata Repubblica islamica, bagnandole nel sangue dei giovani <em>shahid</em> spediti al fronte con le chiavi del paradiso al collo, dall’altra però paralizzò il processo politico interno, subordinando ogni istanza di ricostruzione del paese all’esigenza della “sacra difesa”.</p>
<p><strong>Khomeini</strong> morì nel 1989 e forse non è esatto dire che gli succedette Ali Khamenei. Forse gli storici un giorno riconosceranno che a succedergli fu Ali Akbar Hashemi Rafsanjani, all’epoca cinquantacinquenne. L’hojjat-ol-islam <strong>Rafsanjani</strong>, proveniente da un’agiata famiglia di produttori di pistacchi, godeva di un consistente patrimonio personale e vantava una solida rete d’appoggio presso il bazaar. Formatosi a Qom sotto la guida anche di Khomeini, divenne presto parte della cerchia ristretta dei fedelissimi, restando accanto all’ayatollah prima, durante e dopo la rivoluzione, tanto che lo stesso Khomeini avrebbe dichiarato “finché c’è Rafsanjani, ci sarà la <strong>Repubblica islamica</strong>”. Proprio Rafsanjani fu cruciale nel portare l’anziano ayatollah, nei suoi ultimi mesi di vita, alla decisione di “bere l’amaro calice” e mettere fine alla guerra con l’Iraq. Una intuizione fondamentale, che sarebbe stata la cifra di tutto l’operato politico e non solo di Rafsanjani da quel momento in poi: per salvaguardare l’esistenza della Repubblica islamica, essa andava protetta soprattutto da se stessa. Difficile se non impossibile governare sulle macerie: non quelle delle città vicine al confine iracheno bombardate dall’aviazione di Saddam, bensì quelle più profonde, interne al sistema: nel 1988 il prodotto nazionale lordo iraniano era pari a quello di ventuno anni prima, vale a dire precedente a quel periodo di modernizzazione forzata varata dallo shah che era stata una delle cause della rivoluzione, il reddito degli iraniani era sceso del 40%, l’inflazione era alle stelle e 1,6 milioni di persone non avevano più una casa.</p>
<p>Con Rafsanjani nel ruolo di presidente e Ali Khamenei in quello di Guida suprema la Repubblica islamica aveva finalmente il suo Termidoro: “ricostruzione” divenne la parola chiave della Seconda repubblica iraniana, una repubblica in cui grazie all’emendamento costituzionale che aveva eliminato la figura del primo ministro e accentrato il potere esecutivo nelle mani del presidente, Rafsanjani si preparava a fare da kingmaker, coadiuvato da una vasta schiera di tecnocrati, del nuovo programma di sviluppo del paese. Per far ripartire l’economia era però necessario che l’Iran uscisse dallo stato di isolamento internazionale in cui era stato – o si era – rilegato dopo la rivoluzione e la guerra con l’Iraq: da qui le aperture di Rafsanjani prima verso Russia e repubbliche ex-sovietiche e poi verso l’Europa, con l’inaugurazione del “dialogo critico” il cui scopo ultimo doveva essere l’attrazione di capitali stranieri da unire a un processo di liberalizzazione economica interna. Alla ricostruzione di Rafsanjani faceva però da contraltare la costruzione, da parte di Khamenei, di un potente blocco burocratico in grado di favorirne l’ascesa politica. Khamenei infatti, privo tanto del carisma di Khomeini quanto dell’autorità teologica che doveva giustificarne l’autorità politica, procedette negli anni alla creazione di un vasto e capillare network di sostegno, parte fondamentale del quale fu la cooptazione degli ambienti militari in attività economiche statali o parastatali.</p>
<p>Al grido di “ricostruzione e sviluppo” il governo Rafsanjani varò un piano quinquennale che prevedeva una politica monetaria aggressiva, ingenti investimenti nelle infrastrutture, la creazione di zone speciali di libero commercio e altre misure per attrarre investimenti esteri, ma soprattutto una massiccia privatizzazione delle imprese statali. Tutte misure che costarono a Rafsanjani, che pur era implicato in affari e malaffari, le accuse di essere “amico dei capitalisti” e “propagatore dell’islam americano”. I radicali che sedevano nel Majles, il parlamento, non gli lasciarono molto margine d’azione: ebbero gioco relativamente facile nell’accusarlo di difendere gli interessi dei <em>mostakbarin, </em>gli “arroganti”<em>,</em> sia all’interno del paese, tramite le riforme di cui in ultima analisi avrebbero beneficiato solo i benestanti, sia all’esterno, aiutando le superpotenze a realizzare il loro piano di rinnovata subordinazione dell’Iran ai propri interessi.</p>
<p>Gli sforzi di Rafsanjani nel ricostruire l’<strong>economia</strong> del paese rimarranno in gran parte frustrati, mentre negli angoli più reconditi del sistema si andavano a creare rendite di posizione che avrebbero reso ogni sforzo di riforma profondamente, inesorabilmente, vano. Sforzi che proseguirono anche durante i due mandati di Mohammad Khatami, il presidente filosofo. Anche con Khatami, nonostante un aumento delle rendite petrolifere e una diminuzione della popolazione, il grande afflato riformatore rimase però in larga parte lettera morta: qualsiasi tentativo di liberalizzazione andava inevitabilmente a infrangersi contro lo scoglio rappresentato da conservatori religiosi e ultra-radicali, la cui paura dei “complotti stranieri” e la cui enfasi sull’autosufficienza si traducevano in un’opposizione dogmatica ai rapporti con l’Occidente, tant’è vero che la legge sugli investimenti esteri diretti venne approvata a fatica e imponendo un limite agli IDE del 35% nel settore industriale e del 25% negli altri settori. A bloccare qualsiasi processo di privatizzazione erano poi i potenti conglomerati economico-finanziari rappresentati dalle <em>bonyad</em>, legate a doppio filo all’élite di potere iraniana e ai pasdaran. La mancanza di posti di lavoro, unita all’aumento del costo della vita, causò una riduzione del benessere individuale e andò ad esacerbare il rancore di quanti appartenevano alle classi più disagiate e si sentivano di fatto esclusi dalle politiche del governo riformista, troppo occupato, secondo loro, a dibattere di questioni intellettuali e di libertà di espressione, tutte cause nobilissime, ma con le quali non si assicurava la sopravvivenza fisica e il diritto a condurre un’esistenza dignitosa dei propri cittadini.</p>
<p>Fu proprio questo rinnovato – o forse mai assopito – discontento tra i <em>mostazafin</em> che dette il colpo di grazia alla già traballante esperienza riformista. Ciò fornì un ottimo spunto alla campagna elettorale degli ultra-radicali, incentrata sui temi della giustizia sociale, della redistribuzione della ricchezza e della lotta alla corruzione e alle “mafie” economiche – delle quali Rafsanjani era l’emblema. Pur rappresentando la “seconda generazione” di rivoluzionari, la cosiddetta “generazione del fronte”, formatasi non con la rivoluzione ma con la guerra Iran-Iraq, Ahmadinejad riprese e fece propria la retorica dei rivoluzionari “di prima generazione”. Forte della propria umile origine – era figlio di un fabbro – egli si proponeva come “l’uomo del popolo”, venuto a dare finalmente ascolto alle istanze di quegli oppressi e diseredati ai quali la Repubblica islamica aveva promesso riscatto e ricompense, ma che a vent’anni dalla rivoluzione versavano ancora nelle stesse, indigenti, condizioni. Poco importa se durante il suo mandato il paese ha conosciuto la seconda più grave crisi economica dai tempi della guerra con l’Iraq. L’inasprimento della retorica radicale e il nuovo via libera agli “elmetti” portarono a una nuova, pesante, fase di isolamento, esacerbata dall’imposizione internazionale delle sanzioni per il programma nucleare.</p>
<p>“Non abbiamo fatto la rivoluzione per il prezzo dei meloni”, diceva Khomeini, eppure a quarant’anni di distanza dalla rivoluzione il prezzo dei meloni è tornato protagonista per spiegare quella che è stata salutata come la più grande svolta recente della storia politica della Repubblica islamica: l’elezione, nel giugno 2013, di Hassan Rouhani, lo “sceicco della diplomazia”, eletto con il chiaro mandato di porre fine a sanzioni e isolamento internazionale e dare agli iraniani, se non le discettazioni colte sulla democrazia islamica dei riformisti, almeno il melone a prezzi accessibili promesso dai pragmatici. L’elezione di Hassan Rouhani ha significato però anche il “ritorno” di Hashemi Rafsanjani: senza il suo appoggio e senza le sue manovre dietro le quinte per unire i fronti dei riformisti e dei conservatori pragmatici, l’esito delle elezioni non sarebbe stato scontato. E invece la sua intuizione del 1989, la necessità di aprire le valvole del sistema al fine di evitarne l’implosione, ha avuto la meglio.</p>
<p>Secondo l’International Energy Agency, nel corso del 2012, dopo l’entrata in vigore dell’embargo sul petrolio iraniano, la produzione di petrolio del paese è scesa da 3,7 milioni di barili al giorno a 2,65 milioni, con una perdita di 40 miliardi di dollari solo in proventi petroliferi. Alla diminuzione delle rendite petrolifere ha fatto seguito la riduzione delle riserve di valuta internazionale, causando il drastico aumento del tasso di cambio sul mercato interno e facendo precipitare la valuta nazionale: da 13.000 Rial per un dollaro a fine 2011 si è passati a 32.500 Rial a ottobre 2012. A tali effetti nefasti delle sanzioni si accompagnavano – e si accompagnano tutt’oggi – le croniche insufficienze strutturali: un tasso di <strong>inflazione</strong> storicamente elevato, associato a una crescita generalizzata dei prezzi, e un tasso di <strong>disoccupazione</strong> altrettanto storicamente elevato, mentre il sistema rimane bloccato dalle rendite di posizione. Se la firma dell’accordo sul nucleare prometteva di risolvere i problemi più contingenti alle sanzioni, in primo luogo dando nuova linfa al settore petrolifero, i problemi più strutturali rimangono il target dell’azione più ampia da parte del governo di Rouhani.</p>
<p>Oggi però, che gli effetti del deal tardano ad arrivare nonostante sia passato un anno dall’implementation day, problemi contingenti e problemi strutturali sono sempre più collegati: impossibile attirare davvero gli investitori internazionali se il sistema non si apre e non fornisce adeguate rassicurazioni in termini di trasparenza e affidabilità. Lo sanno bene gli oppositori di <strong>Rouhani</strong>, già oppositori di Rafsanjani, che attendono il presidente al varco delle prossime elezioni presidenziali, previste per il 19 maggio prossimo. È anche e soprattutto sugli effetti positivi del deal che Rouhani si giocherà la rielezione: dovrà riuscire nello sforzo di convincere gli iraniani a dare un secondo tempo alla speranza, che uscendo da un sistema sanzionatorio così complesso quale era quello verso l’Iran è normale che i tempi di ripresa siano lunghi, che ogni sforzo profondo di riforma del sistema richiede tempo. Con ogni probabilità Rafsanjani era pronto a gettare ancora una volta tutto il suo peso politico in difesa di quella visione, a manovrare tra le fazioni per portare acqua alla propria corrente. Ironia della sorte: questa settimana arriverà a Teheran il primo Airbus A321, che rientra nel contratto da 19 miliardi di dollari siglato dall’Iran con Airbus per la consegna di 100 velivoli. Un primo risultato visibile e tangibile del deal. Ma Rafsanjani non sarà lì a vederlo.</p>
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<p>Questo articolo è stato pubblicato in versione ridotta su “Il Foglio” del 10 gennaio 2017.</p>
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		<title>La rianimazione del mercato petrolifero al tempo dell’anarchia.</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Cinzia Bianco]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 06 Dec 2016 13:50:34 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Grande Medio Oriente]]></category>
		<category><![CDATA[Arabia Saudita]]></category>
		<category><![CDATA[Medio Oriente]]></category>
		<category><![CDATA[Opec]]></category>
		<category><![CDATA[Petrolio]]></category>
		<category><![CDATA[Russia]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Dopo un intenso negoziato, alti e bassi, e aver quasi sfiorato la “morte istituzionale”, l’<strong>OPEC</strong> ha trovato un accordo per il taglio della produzione di greggio per 1,2 milioni di barili al giorno. Un taglio temporaneo, che dovrebbe entrare in vigore a Gennaio e durare per sei mesi.</p>
<p>L’ accordo è stato spinto soprattutto dall’ <strong>Arabia Saudita</strong>, la quale aveva determinato il ribasso nel 2014, rifiutando di tagliare la produzione nonostante la domanda di greggio fosse crollata a livello globale, e l’offerta aumentata per l’entrata sul mercato dello shale oil dal Nord America. Il rifiuto allora era stato ricondotto a ragioni economiche, tagliare la produzione avrebbe significato perdere fette di mercato a favore dello shale, e geopolitiche, poiché i prezzi bassi avrebbero colpito l’arcirivale iraniano e il competitor geopolitico russo. La strategia però si è dimostrata fallimentare, poiché i produttori del costoso shale hanno resistito all’ondata di prezzi bassi, mentre <strong>Russia</strong> e <strong>Iran</strong> sono riusciti a portare avanti le avventure geopolitiche nonostante le pressioni finanziarie.</p>
<p>Nel frattempo la strategia di politica economica saudita Vision 2030, un ambizioso piano di investimenti nell’economia non-oil, su cui si gioca molta della credibilità del Vice Principe Ereditario Mohammad bin Salman fatica ad ingranare e sembra necessitare di un’infusione di contanti. Nel frattempo Riyad ha accumulato un deficit tra i più alti di sempre. Insomma quella che era una strategia d’attacco di Riyad ha finito per scatenare un piano di auto-difesa. La ripartizione delle quote dimostra questo fallimento. Riyad dovrà farsi carico del maggior taglio della produzione – circa 500 mila barili al giorno. La riduzione chiesta all’Iran, invece, è simbolica, e si tratta più che altro di un congelamento. Ed in ogni caso, vista la lentezza con cui si muove l’implementazione dell’accordo sul nucleare, che a sua volta ingolfa gli investimenti verso il paese, quanto maggiore poteva essere la capacità di produzione iraniana?</p>
<p>L’efficacia dell’accordo sarà misurata dall’entità del rialzo dei prezzi previsto per i prossimi mesi: l’annuncio è stato sufficiente a provocare un rialzo dei prezzi del 9%, ma il vero obiettivo, per i sauditi, sarebbe sfondare la soglia dei 65 dollari al barile. Le speranze sono tutte su Gennaio quando l’accordo dovrebbe essere del tutto implementato.</p>
<p>Dovrebbe, perché, a dirla tutta, le incognite non mancano. La principale incognita è costituita dalla Russia, che, secondo l’accordo, dovrebbe tagliare circa 300,000 barili al giorno. La Russia, paese non membro dell’OPEC, ha dichiarato un appoggio condizionale all’accordo, con una voluta ambiguità. Una delle condizioni russe sarebbe ricevere sufficienti garanzie sulla volontà e capacità saudita di mantenere la coesione dell’OPEC sui termini dell’intesa. I sauditi sembrerebbero fortemente intenzionati a garantire il successo dell’accordo, ma la tentazione per altri paesi di pompare più greggio nel mercato rimane forte. Molti paesi produttori avrebbero ragioni per voler approfittare di prezzi migliori. Il Venezuela è al collasso, la Libia e l’Iraq fanno affidamento sui proventi dell’industria energetica per la ricostruzione di interi pezzi dei loro paesi. La stessa Russia è impegnata in costose operazioni militari e avventure geopolitiche in Medio Oriente. Il caso russo è particolarmente problematico poiché il fatto che la maggior parte della commercializzazione avvenga tramite oleodotti e non per via marittima, rende più difficile verificare che gli accordi vengano rispettati. La seconda incognita è relativa al ritorno sul mercato di una parte della produzione shale degli Stati Uniti mantenuta dormiente dal calo dei prezzi. Se l’offerta energetica statunitense dovesse risvegliarsi, magari sostenuta da un nuovo governo a cui sono cari gli interessi dell’industria energetica americana, questo metterà di fatto un tetto ai prezzi del petrolio. I sauditi avranno perso quote di mercato senza giungere ad un prezzo soddisfacente. Ebbene quest’accordo avrà pure rianimato l’OPEC, ma per quanto sarà in grado di tenerla in vita, resta tutto da vedere.</p>
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		<title>Il Libano ha un nuovo presidente</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 31 Oct 2016 15:15:47 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Grande Medio Oriente]]></category>
		<category><![CDATA[Libano]]></category>
		<category><![CDATA[Medio Oriente]]></category>
		<category><![CDATA[Michel Aoun]]></category>
		<category><![CDATA[Presidente]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>In occasione dell&#8217;elezione del nuovo presidente libanese Michel Aoun dopo quasi due anni e mezzo di stallo politico&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>In occasione dell&#8217;elezione del nuovo presidente libanese Michel Aoun dopo quasi due anni e mezzo di stallo politico in Libano il commento di Eugenio Dacrema, dottorando all&#8217;Università di Trento e visiting scholar presso l&#8217;American University of Beirut</p>
<p>[youtube https://www.youtube.com/watch?v=zYbA6iNMuJI]</p>
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		<title>Le guerre in Siria e Iraq e le ricadute in Europa</title>
		<link>https://www.mondodem.it/210/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Tommaso Canetta]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 07 Oct 2016 16:03:19 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Russia e Asia centrale]]></category>
		<category><![CDATA[Aleppo]]></category>
		<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[Libia]]></category>
		<category><![CDATA[Medio Oriente]]></category>
		<category><![CDATA[Siria]]></category>
		<category><![CDATA[Stato Islamico]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Se i due principali problemi per l’Europa sono l’emergenza migranti e il terrorismo – con le loro ricadute&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Se i due principali problemi per l’Europa sono l’emergenza migranti e il terrorismo – con le loro ricadute politiche e sociali, che stanno scuotendo l’Unione europea alle sue fondamenta – il massacro in corso a Aleppo in Siria e la prossima offensiva su Mosul (capitale dello Stato Islamico) in Iraq rischiano di aggravarli in modo significativo.</p>
<p><strong><em>L’aumento dei flussi di rifugiati e il rischio di radicalizzazione della popolazione locale.</em></strong></p>
<p>L’assedio del regime siriano sui quartieri orientali di Aleppo, controllati dai ribelli, dura da inizio settembre. Se la violenta offensiva in corso dei lealisti porterà alla caduta della zona est della città, è facile ipotizzare un incremento del numero di profughi. In molti cercheranno di scappare dalle milizie sciite e alauite, dalle ritorsioni della dittatura e dalla devastazione che delle loro case e delle loro vite ha lasciato giusto le macerie. Non solo. Si può anche immaginare che le fila delle formazioni più estremiste – come Jabhat Fateh al-Sham, già Jabhat al Nousra, branca siriana di Al Qaeda, e lo stesso Isis – saranno ingrossate da tanti disperati, sopravvissuti soli e senza mezzi alla distruzione di Aleppo, in cerca di vendetta contro Assad o anche solo di uno stipendio da mercenari. Allo stesso modo la prossima offensiva dell’esercito iracheno, aiutato dagli Stati Uniti ma anche (se non soprattutto) da milizie sciite filo-iraniane già tacciate in passato di violenze settarie, rischia di scatenare un esodo di massa della popolazione sunnita di Mosul e un travaso di consensi in favore dello Stato Islamico in Iraq.</p>
<p><strong><em>Che fare?</em></strong></p>
<p>Per quanto riguarda Mosul, una possibile strada sarebbe quella di fare pressione sugli Stati Uniti, affinché utilizzino le proprie leve per bloccare l’operazione voluta dal premier iracheno al Abadi, chiedendo che venga prima decisa una strategia su chi e come debba liberare la città e soprattutto sul dopo-liberazione.</p>
<p>Per quanto riguarda Aleppo invece il primo ostacolo da superare è di carattere teorico. C’è una diffusa convinzione secondo cui, per ottenere il prima possibile quella stabilità che è l’interesse principale dell’Europa, convenga lasciar fare a Putin e a Assad. In base a questa teoria, infatti, una volta conquistata la città, il regime e il suo alleato russo sarebbero disponibili a trattare una tregua stavolta reale, che porti anche a una spartizione delle aree di influenza nel Paese, se non del Paese stesso. Le critiche americane al massacro di Aleppo si spiegherebbero dunque come il tentativo di prolungare gli scontri fino all’insediamento del prossimo presidente che, magari attraverso una politica estera mediorientale più interventista, potrebbe riuscire nell’impresa di causare la caduta di Assad (cosa gradita, se non quasi pretesa, dagli alleati regionali dell’Occidente: Turchia e soprattutto Arabia Saudita).</p>
<p>Se la genuinità dell’idealismo americano può legittimamente suscitare qualche dubbio, il resto di questa teoria è però piuttosto debole. La maggioranza della popolazione siriana è composta da sunniti, molti di loro (anche se non tutti) vogliono la cacciata di Assad e non si fiderebbero di una sua permanenza al vertice del Paese. Anche tra le minoranze cristiana, sciita, drusa etc. – che pure temono l’eventuale ascesa al potere di estremisti religiosi sunniti – la dittatura trova critici e oppositori. Il regime è senza soldi e senza uomini. Viene tenuto in vita dai finanziamenti e dalle milizie che Russia e Iran riversano nel Paese. Difficilmente con Assad al potere, anche su una parte che non sia minoritaria del Paese, si uscirebbe mai da una situazione di conflitto perenne. Al momento, quindi, il meglio che si può fare – non solo umanitariamente ma anche in termini di interesse europeo – è fare pressione perché si interrompa la strage di Aleppo.</p>
<p>A tale scopo sarebbe utile intensificare i rapporti con Mosca, alleato di ferro del regime fin dai tempi dell’Urss (in Siria, a Tartous, c’è l’unica base navale russa nel Mediterraneo), offrendole un’alternativa. Putin non vuole perdere una pedina fondamentale, meno che mai dopo aver investito nell’ultimo anno in Siria ingenti risorse economiche e militari, ma non sarebbe contrario a sostituire Assad con altra figura meno divisiva. Il fallimento nella ricerca di una tale alternativa ha reso finora la Russia feroce nel difendere Assad, ma anche al Cremlino sembra esserci scetticismo sulla possibilità che il dittatore riesca mai a pacificare il Paese. È dunque con Mosca che va cercato un compromesso, offrendo magari anche qualche contropartita in aree più strategiche per la Russia. Per farlo bisogna però negoziare un accordo anche con Teheran, capo-fila dell’asse sciita e protettore di Assad. Alla Repubblica Islamica iraniana servono infatti rassicurazioni analoghe a quelle richieste da Mosca circa la tutela dei propri interessi e della propria influenza. Considerato lo scontro in atto con l’Arabia Saudita in diversi scenari mediorientali, si potrebbe, in cambio di determinate garanzie, offrire a Teheran anche una riduzione del sostegno militare occidentale a Riad (oltre agli americani anche francesi e altri europei vendono miliardi di dollari di armi alla monarchia saudita). Se la logica dell’accordo sul nucleare stipulato con l’Iran l’anno scorso era quella di propiziare un balance of power regionale, tentare la via di un disarmo – imposto da parte dei fornitori – dei contendenti potrebbe funzionare meglio di quanto abbia invece fatto finora ingozzarli di armamenti e lasciarli scannare in un pigro (o voluto, si pensi allo Yemen) disinteresse occidentale.</p>
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