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	<title>Migrazione Archivi &#8211; MondoDem</title>
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	<description>Laboratorio di Politica Internazionale</description>
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	<title>Migrazione Archivi &#8211; MondoDem</title>
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		<title>Flussi migratori, una politica strategica oltre l&#8217;emergenza</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alberto Colombelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 06 Jun 2023 17:53:11 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Africa subsahariana]]></category>
		<category><![CDATA[Africa]]></category>
		<category><![CDATA[Meloni]]></category>
		<category><![CDATA[Migrazione]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>“Molti dei paesi africani non sono dalla parte dell’occidente. Se si perde la guerra sulla sicurezza alimentare, non&#8230;</p>
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<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>“<em>Molti dei paesi africani non sono dalla parte dell’occidente. Se si perde la guerra sulla sicurezza alimentare, non ci sarà mai nessuna speranza che questi paesi possano venire dalla parte dell’alleanza. Poi di chi sia la colpa a loro non importa. Al di là delle conseguenze umanitarie, che sono gravi, ci sono delle conseguenze strategiche che sono molto serie.” </em></p>
<cite>Mario Draghi, Presidente del Consiglio, Consiglio straordinario dei Capi di Stato e di Governo Ue, Bruxelles, 31 maggio 2022)</cite></blockquote>



<p>Un anno fa il Presidente del Consiglio Draghi lanciava un avvertimento che si riferiva a governi e popolazioni dei Paesi africani, nei confronti dei quali appare particolarmente attrattivo il <em>soft power</em> di un neocolonialismo economico delle principali autarchie presenti nel continente, che nasconde ambizioni politiche egemoniche.</p>



<p>La rilevanza strategica dell’Africa attraversa ogni ambito e per l’Italia riguarda anche le politiche sui flussi migratori via mare, l’origine delle cui rotte si è spostata sulle coste tunisine per effetto del regime sempre più autoritario del Presidente della Tunisia Saïed, che ha alimentato un clima di discriminazione verso gli immigrati con pesanti conseguenze nei confronti di persone originarie dell’Africa subsahariana.</p>



<p>Di fronte ai conseguenti rischi per il nostro Paese, la soluzione del Governo italiano appare in continuità con pratiche che hanno già evidenziato la loro criticità: contenimento delle partenze e accordi bilaterali che prescindono dalla natura dei regimi con cui vengono siglati.</p>



<p>Così il Ministro dell’Interno italiano Piantedosi a metà maggio scorso ha incontrato il Presidente della Tunisia per promuovere partenariato tra i due Paesi e loro cooperazione contro la migrazione irregolare che prevede anche possibili forme di finanziamento alla Guardia costiera tunisina per il controllo delle frontiere, propedeutico ad un incontro tra il Presidente tunisino e la Presidente del Consiglio Meloni.</p>



<p>Uno schema tristemente noto, considerando l’esperienza con la Libia.</p>



<p>Sembra proprio che non si riesca ad uscire da una visione strettamente emergenziale.</p>



<p>Questo mentre in Italia vengono invece promosse, in area progressista, proposte che affrontano la questione migratoria andando oltre l’emergenza, quale leva strategica per fronteggiare una crisi demografica ormai non più solo prospettica.</p>



<p>In particolare il Sindaco di Bergamo Giorgio Gori, Partito democratico, ha evidenziato come si debba agire senz’altro su soluzioni di lungo periodo, che passano da politiche di <em>welfare</em> a favore delle famiglie e della crescita dell’occupazione femminile, ma anche necessariamente con iniziative dai ritorni più immediati orientate verso una gestione di pianificati flussi regolari che vadano incontro ai bisogni di nuova occupazione sempre più manifestati dalle forze produttive del Paese.</p>



<p>Proposte che in Italia hanno trovato condivisione in più ambiti ma anche visto sollevate perplessità proprio all’interno della stessa area progressista, con esponenti che ne hanno criticato una natura troppo razionale per vedersi riconosciuto consenso politico ed elettorale.</p>



<p>In realtà si tratta di proposte che già hanno visto un loro positivo avanzamento nel Paese europeo, la Germania, che è primo per richieste di permessi di soggiorno e che più di ogni altro in Ue è riuscito a rallentare il proprio declino demografico.</p>



<p>Lo ha fatto anche con un disegno di legge che facilita l’ingresso in Germania di figure professionali qualificate, riferito al sistema “<em>a punti</em>” canadese, e che si prefigge di inserire non solo chi abbia il giusto titolo di studio o diploma di abilitazione ma anche chi dimostri di aver maturato esperienza professionale sul campo.</p>



<p>Un modello attuabile anche perchè affiancato da un’altra importante misura, non ancora adeguatamente promossa in Italia: la Germania aprirà propri centri per la migrazione direttamente in cinque Paesi dell’Africa, offrendo a cittadini africani con adeguate credenziali la possibilità di stabilirsi in modo regolare in territorio tedesco.</p>



<p>Così Assane Diagne, Direttore di <em>The Conversation Africa:</em></p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><em>“La nuova procedura accelerata semplifica l’assunzione di lavoratori stranieri qualificati. Consente ai datori di lavoro di richiedere il riconoscimento delle qualifiche estere per agevolare la richiesta del visto di un lavoratore in fase di assunzione. Per ottenere il visto il lavoratore qualificato deve poi presentare un contratto di lavoro o una concreta offerta lavorativa. L’Agenzia federale per il Lavoro in fase di reclutamento non controllerà più se per quella posizione specifica il candidato è tedesco o proveniente da un Paese UE. La Germania istituirà centri in Ghana, Marocco, Tunisia, Egitto e Nigeria. Le persone ricercate sono lavoratori qualificati con formazione professionale o accademica, ricercatori, scienziati e dirigenti.” </em></p>
<cite>(da Luciana Buttini, Voci Globali, 17 marzo 2023).</cite></blockquote>



<p>Il percorso è certamente complesso. Richiede che i Paesi africani dispongano di una propria agenda migratoria e una sua supervisione congiunta, con accordi firmati tra gli Stati anziché con lettere di impegno diretto tra lavoratori qualificati e datori di lavoro, definendoli all’interno di quadro rigoroso a vantaggio di lavoratori, imprese e Stati. Di fronte alle rispettive dinamiche migratorie, il futuro dei due continenti passa molto da qui.</p>
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		<title>Il “blocco navale” della Meloni è una stupidata pazzesca</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Michelangelo Freyrie]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 28 Aug 2022 07:52:13 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[Italia]]></category>
		<category><![CDATA[Mediterraneo]]></category>
		<category><![CDATA[Migrazione]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Giorgia Meloni è tornata a parlare di un “blocco navale” per porre fine all’immigrazione irregolare. E’ la principale&#8230;</p>
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<div class="wp-block-column is-layout-flow wp-block-column-is-layout-flow">
<p>Giorgia Meloni è tornata a parlare di un “blocco navale” per porre fine all’immigrazione irregolare. E’ la principale proposta avanzata dalla Destra per la gestione di un problema che essa considera la più grande minaccia al nostro Paese (cosa già di per se’ bizzarra, considerate le minacce reali cui purtroppo l’Italia è esposta).</p>



<p>La proposta di Meloni merita di essere analizzata da un punto di vista militare. Estrapolando le varie dichiarazioni, ciò che viene proposto è una missione multidimensionale, con una componente aeronavale ed una terrestre.</p>



<p>Per quanto riguarda la prima, il “blocco navale” vero e proprio sarebbe un perimetro di pattugliamento da parte della Marina nelle acque antistanti “agli Stati del Nordafrica”, quindi presumibilmente alla Libia.</p>



<p></p>



<p>Questo blocco non potrebbe essere ne’ efficace e risolutorio, ne’ efficiente per arginare i flussi migratori. Innanzitutto, le dimensioni delle precarie imbarcazioni utilizzate nella traversata e le severe condizioni imposte dai trafficanti (partenze lontane dai porti, divieto di portare oggetti <a href="https://ec.europa.eu/trustfundforafrica/sites/default/files/migration-trends-across-the-mediterranean-piecing-together-the-shifting-dynamics.pdf">metallici</a> a bordo per evadere i radar) rendono quasi impossibile un’intercettazione alla partenza o l’organizzazione della barriera marittima impenetrabile suggerita dalla Destra.</p>



<p></p>



<p>La proposta, inoltre, implica la mobilitazione di una quantità notevole di assetti aerei e navali. Si tratterebbe infatti di un’operazione ben più vasta dell’attuale operazione europea Irini (che mira “solo” ad attuare l&#8217;embargo ONU sulla fornitura di armamenti alle milizie libiche) e più simile alla precedente Sophia, le cui risorse erano comunque gia’ molto risicate rispetto al compito assegnatale. Tutto il suo peso, per di più, ricadrebbe sulla nostra Marina Militare: sarebbe infatti difficile trovare alleati disposti a schierare le proprie limitate risorse per sostenere un “blocco navale” rispondente unicamente ad una necessità del governo italiano. La necessità di utilizzare numerosi assetti italiani per il “blocco” distoglierebbe risorse da altre missioni in aree comunque prioritarie per l’interesse nazionale, dallo stretto di Hormuz alla protezione delle nostre coste da un’altra <a href="https://www.repubblica.it/esteri/2022/08/20/news/foto_esclusive_flotta_italiana_russa_nelladriatico-362285601/">visita</a> della marina russa.</p>



<p>Per quanto riguarda la componente terrestre della proposta, si prevede l’istituzione “in territorio africano di hotspot gestiti insieme all’Unione europea, dove vagliare le richieste di asilo e distinguere chi ha diritto alla protezione internazionale da chi quel diritto non lo ha”. In questo frangente diamo per buona l’idea che, nonostante le esperienze di Lesbos e delle prigioni libiche, sia possibile costruire dei campi di filtrazione fuori dalla giurisdizione diretta degli Stati europei senza rischiare alcuna violazione dei diritti umani. Se Meloni è seria sul controllo europeo di questi hotspot, allora si presume che essi dovrebbero almeno prevedere la presenza di personale italiano o Ue, e di conseguenza anche una sicurezza abbastanza robusta.</p>



<p></p>



<p>Si potrebbero trarre degli insegnamenti dall’esperienza del contingente italiano in Libia, schierato a protezione dell’ospedale da campo di <a href="https://www.ilgiornale.it/news/politica/missione-finita-libia-blocca-rientro-dei-militari-italiani-2002305.html">Misurata</a>. Qui, i 200 soldati italiani sono regolarmente vessati dalle milizie della città e i loro alleati turchi; sono sottoposti a uno stato di quasi assedio, con grossi problemi a ogni avvicendamento ed essenzialmente bloccati in pieno territorio ostile.  Non ci sono elementi per presumere che un qualsiasi accordo con i potentati nelle zone in cui andrebbero costruiti gli hotspot sarebbe né duraturo né rispettato senza un importante schieramento militare. Come minimo, sarebbe necessario un contingente analogo o maggiore a quello inquadrato in Unifil (1.000 militari, 127 mezzi terrestri e 6 mezzi aerei), e questo per ogni hotspot di medie dimensioni e con massicce difese antiaeree, anti-drone e anti-mortaio. Oltre che distogliere i nostri soldati da altre missioni, sarebbe inoltre necessaria la volontà di rischiare la vita dei nostri soldati nel mezzo di una guerra civile. Non avrebbero alcun controllo sulle vicende libiche e mancherebbe un quadro politico che permetta di mettere in sicurezza le basi. A differenza di una missione di interposizione Onu, la messa in sicurezza delle zone per perseguire un interesse europeo renderebbe il rapporto con gli attori politici locali antagonistici, come è successo in Mali e parzialmente in Niger.</p>



<p></p>



<p>Insomma, una soluzione militare richiederebbe come minimo un intervento molto muscolare da parte delle Forze Armate italiane, che potrebbero trovarsi obbligate a fare uso della forza in un contesto in cui sarebbe facilissimo coinvolgere su civili inermi. Un blocco militare è un atto di guerra contro un nemico, e come tale è pensato affinché sia implementato tramite l’uso delle armi. <a href="https://www.editorialedomani.it/politica/italia/che-cose-davvero-il-blocco-navale-di-meloni-e-perche-e-inaccettabile-per-lue-v4f8xedm">Coinvolgerebbe</a> direttamente le nostre Forze Armate nei crimini commessi su suolo libico, ed è per questo che nessuna proposta avanzata dalla Commissione europea – né oggi né nel 2017, <a href="https://pagellapolitica.it/fact-checking/blocco-navale-fdi-ue-2017">nonostante quello che afferma Meloni </a>&nbsp;– ha mai previsto una soluzione militare. Una tale politica sarebbe quindi un’iniziativa unilaterale di Roma che ci isolerebbe sul fronte europeo per quello che riguarda la politica migratoria, come quando nel 2019 la politica dei porti chiusi provocò frizioni fra europei e il ritiro di assetti europei dalla missione Sophia. Unita alle proposte di leva obbligatoria ed al disinteresse per una seria politica di sviluppo per il Mediterraneo, la proposta di “blocco navale” in Libia rende difficile credere ad una Destra seria, alfiere di politiche responsabili.</p>
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		<title>Bielorussia e Polonia &#8211; Sulla pelle dei migranti</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Federica Roia]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 15 Dec 2021 10:10:50 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[Bielorussia]]></category>
		<category><![CDATA[Migrazione]]></category>
		<category><![CDATA[Polonia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Al confine tra Bielorussia e Polonia è in corso da mesi una grave crisi migratoria, a sua volta&#8230;</p>
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<p class="has-drop-cap">Al confine tra Bielorussia e Polonia è in corso da mesi una grave crisi migratoria, a sua volta al centro di uno scontro politico tra Unione Europea e Bielorussia. Minsk ha infatti concesso visti turistici e incentivato i voli aerei provenienti dal Medio Oriente con la falsa promessa dell’ingresso in Europa. Rifornisce i migranti di cibo e li accompagna fino al limitare del suo territorio dove vengono respinti violentemente dalle forze dell’ordine polacche che, così facendo, commettono una violazione delle convenzioni internazionali vigenti. In questo modo, la Bielorussia cerca di mettere in difficoltà le autorità polacche ed europee. Si tratterrebbe dunque di un vero e proprio concorso di colpa dei due paesi per condotte illecite che soprattutto mirano a strumentalizzare vite umane.&nbsp;</p>



<p>Un terzo protagonista che merita menzione è la Germania. La presenza di migranti al suo confine permette alla Polonia di esercitare pressione su quest’ultima, dato che gli iracheni arrivati in Bielorussia sono intenzionati a dirigersi proprio verso la Germania. A Berlino la situazione politica è delicata, è in corso infatti un passaggio di poteri e il governo non vuole mostrarsi debole. Attraverso la pressione su Berlino, Varsavia vuole ottenere dall’Unione Europea lo sblocco dei fondi del suo PNRR e, allo stesso tempo, spingere Bruxelles a mitigare le pretese sulla questione dello stato di diritto e distogliere l’attenzione dalle proteste interne per la legge sull’aborto.</p>



<p>In questo contesto, si sono svolti i colloqui avviati dalla cancelliera tedesca Angela Mekel&nbsp; prima con Putin, storico alleato di Lukashenko, e poi con quest’ultimo, i primi, tra l’altro, dopo la brutale repressione delle proteste seguite alle elezioni in Bielorussia del 2020. Le conversazioni tra i leader sembrerebbero aver portato ad un allentamento delle tensioni al confine tra Polonia e Bielorussia. Le autorità bielorusse avrebbero infatti accolto centinaia dei circa 7mila migranti bloccati alla frontiera, mentre Ursula von der Leyen ha annunciato l&#8217;invio di aiuti umanitari per 700mila euro.</p>



<p>Nonostante le apparenze, la situazione non è risolta. Secondo Minsk, gli incontri sopra menzionati avrebbero rappresentato un viatico per l’apertura di colloqui diretti tra la Bielorussia e l’Unione Europea e ciò ha prevedibilmente generato preoccupazione in molti leader europei. Bruxelles, per uscire dalla difficoltà, ha giustificato i colloqui avvenuti definendoli delle mere “discussioni tecniche”. L’imbarazzo è infatti legittimo: se i negoziati fossero confermati, il governo di Lukashenko, non riconosciuto e sottoposto dall’Ue a un regime di sanzioni per violazione dei diritti umani, verrebbe elevato al rango di interlocutore diretto con gli Stati Membri. L’ipotesi di&nbsp;un’apertura nei confronti di Lukashenko, accusato dall’Ue di usare i migranti&nbsp;come strumento di pressione contro l’Unione, ha sollevato l’irritazione di diversi governi europei, primo fra tutti quello polacco. Il presidente Andrzej Duda ha infatti dichiarato al presidente tedesco che non riconoscerà alcun accordo preso con Lukashenko definendo la crisi alimentata da Minsk, prima alla frontiera con la Lettonia e la Lituania e poi con quella polacca, una provocazione contro i confini europei e della Nato. Congiuntamente alla Polonia, i presidenti di Lettonia, Lituania ed Estonia avevano esortato la Commissione europea&nbsp;a rivedere la politica migratoria dell&#8217;Ue esprimendo il loro sostegno a Varsavia.&nbsp;Nella dichiarazione congiunta, i leader delle tre repubbliche baltiche invitavano Ursula von der Leyen non solo a proporre le modifiche necessarie al quadro giuridico dell&#8217;Ue in materia di migrazione e politica di asilo, ma anche a fornire un adeguato sostegno finanziario alla costruzione di barriere fisiche e infrastrutture.</p>



<p>In questo contesto di tensioni crescenti, infine, Minsk ha annunciato la temporanea limitazione delle consegne di petrolio alla Polonia attraverso l&#8217;oleodotto Druzhba che trasporta ogni giorno 1,3 milioni di barili di&nbsp;petrolio proveniente dalla&nbsp;Russia, sdoppiandosi poi in Bielorussia&nbsp;e proseguendo verso l’Ucraina e infine la Polonia stessa. &nbsp;</p>



<p>In conclusione, si può affermare che Lukashenko, forte dell’appoggio russo, sia consapevole delle debolezze dell’Unione Europea e della Polonia, paese da cui entrano gran parte dei migranti e dove il 53% degli intervistati nel 2018 si dichiarava contrario all&#8217;ammissione di rifugiati.</p>



<p>Ma non si tratterebbe di nulla di nuovo: sebbene infatti ciò che si sta verificando al confine orientale dell&#8217;Ue sia relativamente inedito, abbiamo osservato per anni situazioni simili al confine turco-greco.</p>



<p>La realtà è che guerre e cambiamenti climatici porteranno a sempre maggiori ondate migratorie verso l&#8217;Europa in futuro e la questione sarà inevitabilmente manipolata dai leader populisti e autoritari. Le migrazioni rimangono infatti un’arma per i paesi appena fuori i confini europei e uno strumento di pressione per gli Stati Membri che hanno questioni aperte con Bruxelles (come il caso della Polonia). È dovere dell’Unione Europea marcare la propria differenza da un regime non democratico e non strumentalizzare i migranti ma trattarli come persone che cercano la propria sicurezza. Finché l&#8217;Ue non si doterà di una vera politica migratoria comune rimarrà ostaggio di chi non si fa scrupolo di usare i migranti come mezzo di ricatto. Dentro o fuori l&#8217;Unione Europea.</p>
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