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	<title>Partito Democratico Archivi &#8211; MondoDem</title>
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	<description>Laboratorio di Politica Internazionale</description>
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	<title>Partito Democratico Archivi &#8211; MondoDem</title>
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		<title>Dossier Nuova America &#8211; La politica di Biden e gli spunti per l‘Italia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 23 Nov 2021 08:57:31 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Elezioni USA 2020]]></category>
		<category><![CDATA[Policy brief]]></category>
		<category><![CDATA[USA e Americhe]]></category>
		<category><![CDATA[Partito Democratico]]></category>
		<category><![CDATA[Stati Uniti]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Le reti di esperti, analisti e giornalisti di MondoDem e Jefferson-Lettere sull’America hanno deciso diunirsi per elaborare questo&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/2551/">Dossier Nuova America &#8211; La politica di Biden e gli spunti per l‘Italia</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-drop-cap">Le reti di esperti, analisti e giornalisti di MondoDem e Jefferson-Lettere sull’America hanno deciso di<br>unirsi per elaborare questo dossier a stelle e strisce.<br>L&#8217;amministrazione Biden ha dovuto fin da subito affrontare una grave crisi economica, sociale e anche democratica. Sebbene le crisi spesso obblighino a risposte di natura emergenziale, il Partito Democratico statunitense sta iniziando ad implementare una serie di provvedimenti elaborati all’interno della piattaforma.<br>Lo scopo di questo dossier è analizzare alcuni dei temi più scottanti per i Dem Usa, grazie alle competenze<br>degli esperti e delle esperte di MondoDem e Jefferson – Lettere sull’America. Nonostante le differenze di contesto e di cultura politica, pensiamo sia importante per i democratici e progressisti riflettere su analogie e differenze tra problemi e risposte americane e italiane.</p>


<a href="https://www.mondodem.it/wp-content/uploads/2021/11/Dossier-Jefferson.pdf" class="pdfemb-viewer" style="" data-width="max" data-height="max" data-toolbar="bottom" data-toolbar-fixed="off">Dossier-Jefferson</a>
<p class="wp-block-pdfemb-pdf-embedder-viewer"></p>
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		<title>Parità di genere e rappresentanza politica nel Partito Democratico USA: quali lezioni per le forze progressiste in Italia?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Sofia Eliodori]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 09 Jun 2021 08:07:39 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[USA e Americhe]]></category>
		<category><![CDATA[Italia]]></category>
		<category><![CDATA[Partito Democratico]]></category>
		<category><![CDATA[Stati Uniti]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Le elezioni americane dello scorso novembre 2020 hanno segnato un punto di svolta storico per la presenza femminile&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/2469/">Parità di genere e rappresentanza politica nel Partito Democratico USA: quali lezioni per le forze progressiste in Italia?</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
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<p class="has-drop-cap">Le elezioni americane dello scorso novembre 2020 hanno segnato un punto di svolta storico per la presenza femminile nella politica statunitense, grazie all’elezione di Kamala Harris a Vicepresidente e di una percentuale record di donne al Congresso, che hanno ottenuto il 27,1% del totale dei seggi a livello federale. Non solo, sono entrate ben 11 donne nella squadra di governo democratica del Presidente Joe Biden. Anche a livello dei singoli Stati <a href="https://cawp.rutgers.edu/women-us-house-representatives-2021" target="_blank" rel="noreferrer noopener">sono stati fatti passi da gigante</a>: ad oggi, oltre il 30% dei ruoli esecutivi di governo statale sono occupati da donne, che ricoprono mediamente anche più del 30% anche dei seggi parlamentari statali. Eppure, fino a pochissimi anni fa, gli USA erano in fondo alle classifiche globali per presenza e rappresentanza politica femminile. Nel 2019, gli Stati Uniti, la più antica delle democrazie repubblicane moderne, si posizionavano tragicamente al 75esimo posto su 139 Paesi del mondo per numero di donne all’interno del parlamento, persino al di sotto della media globale del 24,1%. Come è stato possibile questo miglioramento? E quale ruolo ha avuto il Partito Democratico statunitense? Nonostante <a href="http://www.senato.it/application/xmanager/projects/leg18/attachments/documento/files/000/028/758/DossierParit%C3%A0.pdf" target="_blank" rel="noreferrer noopener">i dati certifichino un grande successo</a>, gli Stati Uniti sono ancora indietro rispetto a molti altri Paesi democratici come l’Italia, dove, con le elezioni del 2018 si è raggiunta la percentuale di quasi il 35% di donne sul totale dei seggi al Senato e 36% alla Camera. </p>



<p>Per analizzare questi dati, anche in ottica comparativa, è necessario specificare bene alcune caratteristiche del contesto politico e delle regole presenti nei due sistemi. Sebbene gli Stati Uniti abbiano esteso oltre un secolo fa (1920) il diritto di voto alle donne e il diritto di candidarsi (elettorato attivo e passivo) a livello federale, uno dei primi paesi al mondo ad adottare il suffragio universale, la percentuale di donne elette è rimasta bassa per decenni. Al Senato, ad esempio, la quota è rimasta prossima allo zero <a href="https://cawp.rutgers.edu/history-women-us-congress" target="_blank" rel="noreferrer noopener">fino agli anni ’90</a>. Considerato che negli USA e nel mondo le donne sono la maggioranza (circa il 51%), questa sotto-rappresentanza cronica è segno evidente di gravi falle nelle strutture economiche, politiche e sociali negli stati. L’analisi deve iniziare da tre variabili principali del sistema statunitense che possono essere considerate quelle di maggiore impatto sulla distribuzione del potere fra generi: 1) l’assenza delle cosiddette ‘quote rosa’ o, più correttamente, quote di genere; 2) il sistema delle primarie nei partiti; 3) il sistema elettorale maggioritario a turno unico con seggi uninominali.</p>



<p>Nonostante le palesi difficoltà incontrate nella storia da parte del sistema statunitense a <a href="https://www.amacad.org/sites/default/files/publication/downloads/Daedalus_Wi20_3_Sanbonmatsu.pdf" target="_blank" rel="noreferrer noopener">includere le donne nei processi politici</a>, non è stata mai veramente valutata l’idea di introdurre alcun tipo di quote di genere, restando tra i pochi Paesi democratici a non farlo. Le ragioni sono numerose e spesso fanno riferimento a una cultura politica che è particolarmente reticente a rinnovare un sistema elettorale quasi bicentenario. A questa motivazione si aggiunge il presupposto di un rischio reputazionale: l’ipotesi sarebbe che le quote danneggino le donne che occupano quelle posizioni, insinuando il dubbio che non siano sufficientemente qualificate per farlo. Questo svaluterebbe la loro legittimità nell’esercizio del ruolo di fronte alla comunità. Il tema delle primarie è strettamente collegato a quello del sistema elettorale: coi collegi uninominali nella maggioranza degli Stati degli Usa è obbligatorio per i partiti scegliere il proprio candidato/a attraverso il sistema delle primarie, organizzate dall’amministrazione pubblica di concerto coi partiti. </p>



<p>Le primarie sono state a lungo un ostacolo per le candidate donne per due motivi principali: sono tecnicamente ‘aperte’ ma impongono a chi si voglia presentare un grande investimento economico personale; inoltre, le tendenze conservative del sistema politico USA fanno sì che l’incumbent – generalmente maschio – sia favorito e spesso rieletto per decenni. Solo negli ultimi anni si è assistito a un graduale cambiamento di percezioni. Secondo alcuni studi, una volta che le donne si candidano hanno le stesse possibilità di essere elette dei colleghi uomini, dimostrando che piano piano sta scomparendo la discriminazione di genere da parte degli elettori. Le vittorie di molte candidate giovani nel 2018 hanno dato uno slancio notevole al movimento per la parità, dimostrando che, grazie anche alle reti di supporto, ognuna poteva farcela.</p>



<p> Quasi il 70% delle donne elette alla Camera bassa del Congresso degli Stati Uniti durante l’ultima tornata elettorale del 2020 proviene <a href="https://www.theatlantic.com/ideas/archive/2020/02/how-women-became-democratic-partisans/606274/ e https://time.com/5903399/gender-gap-politics/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">dalle file del Partito Democratico statunitense</a>. Quali sono dunque le soluzioni a questi problemi strutturali trovate dai Democratici statunitensi? Tra le barriere socioculturali – ma anche economiche &#8211; su cui le associazioni, i movimenti e i gruppi all’interno del Partito hanno deciso di concentrarsi negli ultimi anni c’è la <strong>reticenza delle donne candidarsi</strong>. Una reticenza comprovata anche da studi comparativi che ci dicono che, rispetto a potenziali colleghi uomini, le donne affrontano con maggiori difficoltà, sia interne sia esterne, l’idea di una candidatura politica personale. Le motivazioni sono innumerevoli, tra le più diffuse ci sono: la paura, spesso giustificata, di subire discriminazioni da parte di avversari politici, elettori ma anche colleghi di partito; il timore di non avere le competenze giuste o sufficienti; il timore di non riuscire a gestire la carriera politica assieme ai propri impegni lavorativi e famigliari; le difficoltà a reperire le <a href="http://7https://statusofwomendata.org/explore-the-data/political-participation/political-participation-full-section/#ppbarrierstopoliticaloffice" target="_blank" rel="noreferrer noopener">risorse finanziare necessarie per sostenere una propria campagna elettorale</a>.</p>



<p>Le organizzazioni che lottano per la parità di genere in politica, tra cui Running Start, the White House Project, Emily’s List e molte altre, hanno cercato di andare a incidere proprio su questi fattori, facendo recruiting di possibili candidate, offrendo formazione e training, opportunità di fundraising. A fianco di questi soggetti che in Italia definiremmo o privati o della società civile, che spesso sono collegati a una determinata parte politica8 esistono anche soggetti istituzionali trasversali &#8211; come il National Women’s Political Caucus (NWPC) &#8211; che lavorano con le donne all’interno delle loro comunità e nei territori supportandole in ogni fase della loro candidatura. Poiché nel sistema americano i candidati non corrono in liste preposte dai partiti, a differenza dell’Italia, apparentemente il ruolo dei partiti stessi nel determinare il numero di donne presenti sembra marginale. Allora un aumento così consistente di donne tra le file dei Dem è riconducibile soltanto alla presenza dei PACs (Political Action Committees) che indirizzano e raccolgono fondi, oppure c’è qualcos’altro?</p>



<p>Non è un caso che dopo l’elezione di Donald Trump, la successiva Women’s March nel 2017 e i gruppi del #MeToo, si sia acceso un consistente dibattito pubblico anche sulla mancanza di donne in politica, soprattutto a sinistra, creando le condizioni per maggiore impegno pubblico, maggiori candidature e maggiori vittorie femminili.</p>



<p>A prescindere da queste variabili strutturali, esiste anche un altro gap di genere nella politica, che richiede la massima attenzione anche in paesi come l’Italia: è quello che riguarda la distribuzione verticale e non solo orizzontale del potere. In questo caso ovviamente ci riferiamo al potere politico, ma se si osservano ad esempio i dati economici sulle differenze di salario a parità di impiego tra uomini e donne, oppure la mancanza cronica di donne in posizioni apicali nelle aziende, è evidente che il divario verticale nella distribuzione del potere riguarda tutto il sistema-Paese. Si tratta di uno schema presente sia in Italia che negli Usa, che affligge anche la politica. Una risposta efficace è arrivata dalle nomine della nuova amministrazione Biden dove si è cercato un bilanciamento sia nelle tipologie di ruolo sia in una composizione che dovesse “assomigliare all’America”, in modo da rappresentare anche donne e minoranze; questo ‘metodo’ ha fatto sì che oggi il gabinetto di Biden sia il più ‘diverse’ della storia statunitense, col 45,8% di presenze femminili. Si tratta di un metodo che abbiamo rivisto anche nella segreteria del Partito Democratico di Enrico Letta, l’unico neo è il difficile salto ancora da fare da un metodo ‘una tantum’ a una pressi consolidata e trasversale.</p>



<p>Mettendo in correlazione, dunque, il sistema italiano con quello statunitense potremmo dire che <strong>in Italia ha prevalso un approccio top-down</strong>, <strong>mentre negli Stati Uniti un approccio bottom-up</strong>. Nella politica statunitense mancano infatti dei sistemi di ‘discriminazione positiva’ che favoriscano l’inclusione femminile, dunque, ‘dall’alto’, ma c’è un ricco panorama di esperienze dal basso. Viceversa in Italia spesso ci si limita a seguire le norme, che però andrebbero integrate con maggiore dibattito pubblico e maggiore attivismo in modo da superare il sistema della cooptazione femminile in politica. Adesso sembra arrivato il momento in cui anche <strong>in Italia serve un cambio di passo “dal basso” che stimoli la cultura politica a progredire e a diventare più inclusiva</strong>. Nonostante le differenze sistemiche che intercorrono con gli USA, dunque, dall’esperienza statunitense si possono trarre alcuni validi insegnamenti. In particolare, c’è bisogno di stimolare la mentalità politica e coinvolgere la società civile e le forze politiche per superare alcune specifiche criticità del nostro sistema tra cui, soprattutto, la mancanza di donne in ruoli esecutivi e di governo, un impegno ancora più necessario oggi dopo l’acuirsi delle differenze generato dalla pandemia di Covid-19. Un esempio virtuoso nel nostro Paese può essere quello della campagna “<a href="https://www.ticandido.it/cosa-facciamo/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Ti candido – il potere della democrazia</a>” che attraverso il fundraising – in appoggio alla piattaforma progressiveacts.eu &#8211; ha l’obiettivo di sostenere le candidature di attiviste e attivisti (in maniera paritaria) che abbiano a cuore la giustizia sociale, l’emergenza climatica e la lotta alle discriminazioni.</p>
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		<title>MondoDem alla Festa nazionale dell&#8217;Unità</title>
		<link>https://www.mondodem.it/2156/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 15 Sep 2020 11:32:45 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Appuntamenti]]></category>
		<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[Festa dell&#039;Unità]]></category>
		<category><![CDATA[Partito Democratico]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Quest’anno, MondoDem è stata presente a molte iniziative organizzate nell’ambito della Festa nazionale dell’Unità, con l’obiettivo di contribuire,&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/2156/">MondoDem alla Festa nazionale dell&#8217;Unità</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Quest’anno, <strong>MondoDem</strong> è stata presente a molte iniziative organizzate nell’ambito della <strong>Festa nazionale dell’Unità</strong>, con l’obiettivo di contribuire, sui temi di politica estera ed internazionale, alla elaborazione di nuove coordinate capaci di determinare il posizionamento del Partito Democratico rispetto agli scenari che si stanno aprendo nel mondo e soprattutto in Europa.</p>



<p>L’11 settembre si è tenuto un dibattito con l’autore Ilja Leonard Pfeijffer. Insieme a Nicoletta Pirozzi, Presidente di MondoDem, sono intervenuti Salvatore Aloisio e Fabrizio Patriarca. Qui potete riascoltare il dibattito:</p>



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<iframe title="Grand Hotel Europa. Conversazione sull&#039;identità europea" width="1200" height="675" src="https://www.youtube.com/embed/r0GCb8y2cZc?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture" allowfullscreen></iframe>
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<p>Il 13 settembre si è tenuto un incontro con la delegazione degli Eurodeputati coordinato da Brando Benifei. Ecco a voi il video:</p>



<figure class="wp-block-embed-youtube wp-block-embed is-type-video is-provider-youtube wp-embed-aspect-16-9 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<iframe title="Una nuova Europa con il Partito Democratico" width="1200" height="675" src="https://www.youtube.com/embed/PXdqlUx6yXI?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture" allowfullscreen></iframe>
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		<title>Sinistra e futuro: tre cose da sapere prima di ripartire</title>
		<link>https://www.mondodem.it/1087/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 18 Jun 2018 05:57:13 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Lo stato della sinistra]]></category>
		<category><![CDATA[#elezioni2018]]></category>
		<category><![CDATA[Governo]]></category>
		<category><![CDATA[Partito Democratico]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Di Eugenio Dacrema Come da copione. Mentre altrove le cose accadevano, dalle nostre parti, quelle dei perdenti, abbiamo&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/1087/">Sinistra e futuro: tre cose da sapere prima di ripartire</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Di Eugenio Dacrema</em></p>
<p>Come da copione. Mentre altrove le cose accadevano, dalle nostre parti, quelle dei perdenti, abbiamo passato le ultime settimane a farci le solite domande, analizzare come sempre l’ennesima delle nostre tante sconfitte e, ovviamente, a darci a vicenda le colpe. Le teorie sulla sconfitta che circolano nelle discussioni e sui post facebook variano parecchio, ma si rifanno grosso modo a due tronconi principali: per coloro più a sinistra del PD, quest’ultimo ha perso perché ha smarrito la sua vocazione ideale, l’ha tradita, e additano personaggi come Renzi o Minniti come i principali responsabili. Il secondo troncone va di pari passo col primo, anche se spesso comprende coloro che cercano di spiegare la sconfitta dalla prospettiva più populista: il PD, e la sinistra in generale, hanno perso il contatto con la gente. Abbiamo smesso di “ascoltare la gente” e per questo siamo incapaci di costituire una alternativa vincente.</p>
<p>Magari fosse così semplice. La prima tesi è stata smentita il 4 marzo, con una formidabile prova empirica degna della migliore tradizione degli esperimenti sociali. Chi dopo aver passato anni a spiegare che il PD a guida Renzi con le sue svolte “neoliberiste”, “neo-blairiane” era destinato al fallimento in quanto aveva perso la capacità di interpretare le forti istanze sociali della sinistra ha avuto l’opportunità di dimostrare la sua tesi alle ultime elezioni. Una parte consistente di ex-PD, insieme ad altre anime politiche alla sua sinistra, si sono unite per offrire finalmente una vera alternativa politica a tali istanze, secondo loro estremamente vive quanto inespresse. Han preso il 3%. Certo, la prima parte della loro tesi si è dimostrata assolutamente esatta, il PD di Renzi ha effettivamente fallito, ma la seconda parte no. Il PD di Renzi, sembra suggerire l’esperimento di LeU, non ha fallito perché non ha saputo dare voce alle istanze di sinistra presenti nella società. Perché, semplicemente, alla prova empirica queste istanze sembrano non esistere quasi più.</p>
<p>E da questo ragionamento emerge lampante anche tutta la limitatezza della tesi secondo cui il PD è diventato ”incapace di ascoltare la gente”. Come se quando è passata la riforma delle pensioni qualcuno pensasse che sarebbe stata una mossa popolare. O come se nessuno del partito fosse in grado di capire che riforme e cambiamenti comportano shock cognitivi e sforzi di adattamento. No, il punto non è che siamo stati sorpresi dal fatto che la gente non ha saltato di gioia. Il punto è che non si è stati in grado di spiegare perché le alternative erano assai peggiori. Chi pensa seriamente che il malcontento per il PD sia un mistero incomprensibile parte da un assunto abbastanza semplicistico secondo cui 18% di elettori che lo votano sono tutti in qualche modo parte dell’establishment, o di èlite economiche e culturali chiuse nella loro bolla e incapaci di capire cosa succede fuori. Per carità, che tra questo genere di ambienti ci sia una prevalenza di elettori del PD sarà pur vero. Ma altra cosa è pensare che tra gli elettori democratici non ci siano anche centinaia di migliaia di persone normali che vivono e lavorano tra altre persone normali. La maggior parte degli elettori sa benissimo cosa pensa il resto del paese. Lo “ascoltano”. E poi si rendono conto che, semplicemente, la maggior parte della gente non vuole quel che vogliono loro. Se la maggior parte del paese vuole tornare a spesa pubblica incontrollata e chiudere le frontiere il nostro problema non è che non siamo “ascoltatori della gente”. Il nostro problema è ben più grande ed epocale: non abbiamo idea di come convincerli del contrario.</p>
<p>I motivi sono molteplici. C’è una oggettiva incapacità comunicativa, soprattutto tra molti esponenti della leadership sia nazionale sia locale. Ma c’è soprattutto la difficoltà di far passare un messaggio complesso e progressista in tempi di gravi difficoltà socioeconomiche, causate sa sommovimenti geopolitici che vanno ben oltre una architettura europea difettosa e i guai di un sistema finanziario poco regolato. In fondo, il lavoro dei nostri avversari populisti è semplice: prendi le reazioni istintive tipiche delle persone che hanno paura e legittimale. Ovviamente, quelle reazioni vanno quasi sempre a destra. Mesi fa <a href="https://www.mondodem.it/osservatori/democrazia-2-0/populismo-definizione-origini-e-sviluppo/">analizzammo alcune delle caratteristiche</a> più esplicite del populismo moderno. A quell’analisi potremmo aggiungere anche un altro elemento: i populisti son tali proprio perché non inventano nulla e non convincono di nulla che sia nuovo. Come iene della politica prendono quello che già c’è e ne fanno cibo per la propria retorica.</p>
<p>La politica per chi non si arrende allo sciacallaggio della paura è un mestiere estremamente più complesso: calmare, spiegare che un mondo sempre più interconnesso e complesso ha bisogno di soluzioni altrettanto complesse, e far comprendere che in una tale situazione è indispensabile accettare che le migliori soluzioni non possono venire da cambiamenti repentini e salvifici nel breve termine, ma solo da cambiamenti spesso dolorosi e incrementali i cui frutti si vedranno nel lungo periodo. Facile no? Nessuna sorpresa che abbiamo fallito, e per spiegarcelo non c’è nessun bisogno di ricorrere a teorie su mancanza di ascolto e istanze tradite. Viene anzi quasi da chiedersi come abbiamo seriamente pensato di farcela. E, soprattutto, come crediamo ancora di potercela fare.</p>
<p>A metterla così viene effettivamente voglia di andare sul Sacro Blog, iscriversi a un meet-up e iniziare a credere nelle scie chimiche. Ma se ancora non siamo pronti a cedere alla disarmante semplicità del grillismo, alla rabbia del leghismo militante e al fascino misterioso della condensa dei jet, beh.. bisogna accettare queste tre terrificanti realtà: primo, che l’unica alternativa per tornare a vincere è riuscire a trovare un modo per far diventare soluzioni che richiedono tempo, complessità e sacrifici improvvisamente popolari. Secondo, che, prima ancora di farle accettare, queste soluzioni dobbiamo averle, e dobbiamo averle chiare e quanto più possibile condivise. Terzo &#8211; e questa è la realtà più terrificante e allo stesso tempo meno sorprendente &#8211; nessuno al momento sembra avere la più pallida idea di come riuscirci. Non chi critica il PD da sinistra, non chi lo critica da destra, non i nostri compari social-liberali europei che, quando non registrano disastri elettorali simili ai nostri (vedi l’SPD tedesco), conquistano voti con atteggiamenti ambigui sull’Europa e sul ritorno ai bei tempi andati (vedi il Labour di Corbyn).</p>
<p>Sconfortante, certo. La traversata del deserto si preannuncia lunga e la probabilità di fallimento altissima. Ma riconoscerlo è il primo passo per avere una qualunque speranza di vederne la fine.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/1087/">Sinistra e futuro: tre cose da sapere prima di ripartire</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
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		<title>Alla ricerca della visione perduta: senza un&#8217;idea forte di futuro il PD è finito</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 06 Apr 2018 16:43:19 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Lo stato della sinistra]]></category>
		<category><![CDATA[Elezioni 2018]]></category>
		<category><![CDATA[Partito Democratico]]></category>
		<category><![CDATA[Sinistra]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Nelle settimane che hanno seguito le elezioni del 4 marzo abbiamo letto innumerevoli spiegazioni, riflessioni, analisi, più o&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/1051/">Alla ricerca della visione perduta: senza un&#8217;idea forte di futuro il PD è finito</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Nelle settimane che hanno seguito le elezioni del 4 marzo abbiamo letto innumerevoli spiegazioni, riflessioni, analisi, più o meno valide e più o meno utili, per spiegare il risultato uscito dalle urne.<br />
Ed eccone un’altra!</p>
<p>Come MondoDem non possiamo sottrarci all’esercizio ma, al contrario di molti altri, tenteremo nell’impresa di farla breve. Crediamo che il Partito Democratico abbia perso queste elezioni per una lunga lista di motivi, sia contingenti, relativi agli errori della leadership, sia strutturali, relativi ai profondi cambiamenti che stanno avvenendo in Europa e in Occidente e che stanno danneggiando soprattutto i partiti storici della sinistra. E fin qui, ovvio.<br />
Ebbene, riteniamo che tra i motivi “strutturali” spicchi la questione della Visione. Detto in parole povere: molti di noi sono andati a votare PD senza capire esattamente quale fosse l’idea di mondo propugnata dal partito che votiamo e per cui ci impegniamo. Detta così sembra brutta, e forse proprio perché lo è davvero siamo al 18%.<br />
Certo, alcune cose per cui ci battiamo sono chiare. Più o meno. Siamo per l’Europa. Si, ma quale Europa? Ora che (chissà per quanto) anche i nostri avversari dicono di essere per l’Europa, va chiarito perché noi lo siamo in modo diverso, e migliore, del loro.<br />
Siamo contro le disuguaglianze e per un sistema sociale ed economico più moderno. Ok, ma in che modo? Quelle che propongono gli altri, dalla flat-tax al (finto) reddito di cittadinanza, sono anch’esse a loro modo proposte innovative. E quali sono le nostre? Siamo diversi perché siamo per il libero mercato? Ne siamo sicuri? Siamo diversi perché siamo contro l’antica tradizione italica dell’assistenzialismo e per un sistema meritocratico e con una vera mobilità sociale basata sul merito? Forse. Ma onestamente molti di noi non sono sicuri di aver colto pienamente questa idea. E chissà, forse alcuni nemmeno son tanto d’accordo.<br />
E se anche questi sembrano quasi tutti elementi di politica interna, invece non lo sono. La nostra postura europea determina ciò decidiamo di fare nella nostra economia e nella nostra società. Quel che pensiamo di essere a livello di libero mercato, di valori liberali, di giustizia sociale determina ineluttabilmente quello che penseremo giusto fare nei confronti di potenze illiberali come la Russia, delle guerre in Medio Oriente, o dell’America di Donald Trump.<br />
Ecco, noi crediamo che il ruolo di MondoDem nella confusione di questo post-elezioni sia quello di contribuire, insieme a molte altre giovani realtà simili alla nostra, a formare e rendere finalmente nitida la visione del Partito.<br />
In questi anni il Partito Democratico ha realizzato molte cose positive, i cui effetti si stanno già vedendo, ma che non è riuscito a far passare come tali. La nostra analisi è che questo sia avvenuto soprattutto perché non siamo riusciti a rispondere efficacemente alla domanda “PERCHE’ queste cose sono positive?”; “all’interno di quale idea di mondo?”. È ora di colmare questo gap.<br />
I nostri avversari di visione ne hanno tanta, a volte assurda, a volte pericolosa, il più delle volte grottesca. E hanno poca realtà di cose fatte per poterne dimostrare l’attuabilità. Al contrario, noi abbiamo dalla nostra tanta “realtà” di cose fatte ma quasi nessuna visione. Ora sta a loro mostrare quanta della loro visione può tradursi in concreta realtà. Il nostro compito, adesso, è elaborare, e comunicare, l’idea di mondo che noi vogliamo; l’unica maniera seria per poterci ritrovare a combattere ad armi pari, la prossima volta.</p>
<p><em>La redazione di MondoDem</em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/1051/">Alla ricerca della visione perduta: senza un&#8217;idea forte di futuro il PD è finito</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
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