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	<title>transizione energetica Archivi &#8211; MondoDem</title>
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	<description>Laboratorio di Politica Internazionale</description>
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	<title>transizione energetica Archivi &#8211; MondoDem</title>
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		<title>Transizione energetica nel Mediterraneo: sfide e opportunità per la cooperazione italo-tedesca</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Annalisa Perteghella]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 08 May 2022 08:13:52 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Grande Medio Oriente]]></category>
		<category><![CDATA[Policy brief]]></category>
		<category><![CDATA[Clima]]></category>
		<category><![CDATA[energia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Questo policy paper è stato scritto nel contesto di un workshop tenutosi a Roma il 5 maggio 2022,&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/2961/">Transizione energetica nel Mediterraneo: sfide e opportunità per la cooperazione italo-tedesca</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p><em>Questo policy paper è stato scritto nel contesto di un <a href="https://www.mondodem.it/2957/">workshop</a> tenutosi a Roma il 5 maggio 2022, in collaborazione con la Friedrich Ebert Stuftung Italia. Scaricalo in formato pdf <a href="https://www.mondodem.it/wp-content/uploads/2022/05/Transizione-nel-Med.pdf">qui</a>.</em></p>



<p class="has-drop-cap">La regione del Mediterraneo è un hotspot del cambiamento climatico<a href="#_ftn1" id="_ftnref1">[1]</a>. Questo nonostante la regione abbia contribuito solamente al 3% delle emissioni globali dal 1850 a oggi. Mentre i paesi europei hanno cominciato a ridurre le proprie emissioni nette a partire dal 1990, per i paesi della sponda sud ed est del Mediterraneo questo è il periodo in cui le emissioni sono più che raddoppiate rispetto al periodo precedente, raggiungendo quasi il livello europeo<a href="#_ftn2" id="_ftnref2">[2]</a>. Il fenomeno del cambiamento climatico è ampiamente visibile nella regione. A oggi, circa il 40% della popolazione è stata esposta a siccità o eventi estremi riconducibili al cambiamento climatico<a href="#_ftn3" id="_ftnref3">[3]</a>. Nel corso del 2020, diversi paesi tra cui Libano e Sudan sono stati colpiti da alluvioni e inondamenti, mentre ondate di calore e incendi si sono verificati in Libano, Giordania, Siria, Iraq, Algeria. Nel 2021, l’intera regione compresa tra l’Iran e il Medio Oriente è stata colpita da una violenta ondata di calore che ha portato a temperature record fino a 52°C, di circa sette gradi più elevate della media stagionale nella regione. Temperature simili sono state raggiunte nello stesso periodo anche nella città di Siracusa, in Sicilia, a testimonianza di quanto sponda nord e sponda sud del Mediterraneo siano già oggi ampiamente interconnesse anche dal punto di vista climatico, e di quanto i destini delle due regioni siano inestricabilmente legati.</p>



<p>In assenza di adeguate politiche di mitigazione – ovvero di taglio delle emissioni – il fenomeno del cambiamento climatico è destinato a intensificarsi. Sebbene sia molto difficile fare previsioni in questo campo, modelli e strumenti scientifici sempre più sofisticati consentono di formulare stime su aumento delle temperature e diminuzione delle precipitazioni, così come su fenomeni collegati quali innalzamento del livello dei mari, scarsità idrica e perdita di biodiversità. Gli scienziati dell’IPCC, il gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico, hanno elaborato diversi scenari circa gli impatti del cambiamento climatico, ciascuno dipendente dal tipo e dall’intensità delle politiche di mitigazione messe in atto. In tutti gli scenari tracciati dall’IPCC, a prescindere dalle politiche di mitigazione implementate, la regione del Mediterraneo è destinata a subire un aumento delle temperature di circa 2°C tra il 2021 e il 2039<a href="#_ftn4" id="_ftnref4">[4]</a>. Ciò perché gli effetti positivi delle politiche di mitigazione non si dispiegano nell’immediato, ma solamente in un secondo momento, dal 2039 in avanti. Quello che accade oltre questa data dipende invece dalle politiche che verranno messe in atto fin da oggi. La mancanza o la scarsità di azione sul fronte del cambiamento climatico – propria dei paesi industrializzati così come dei paesi in via di sviluppo – deriva proprio da questo lag tra azioni di policy e conseguenze: il cambiamento climatico non è in cima all’agenda dei policymaker mondiali perché percepito come un problema meno urgente rispetto alle molte altre questioni che si pongono alla loro attenzione. È invece fondamentale agire nel presente allo scopo di evitare maggiori danni nel futuro.</p>



<p>A seconda delle politiche messe in atto oggi, la regione è infatti destinata a conoscere nel 2059 un aumento delle temperature che varia tra i +2°C (in caso di implementazione di politiche di mitigazione molto stringenti) e i +4°C (nello scenario “business as usual”, ovvero mancanza di politiche di mitigazione)<a href="#_ftn5" id="_ftnref5">[5]</a>. Quest’ultimo scenario comporterebbe un aumento delle giornate con temperature superiori ai 35°C, con punte di 47°C, non solo nei mesi estivi ma a partire da aprile fino a ottobre; sulla regione si abbatterebbero poi ondate di calore di maggiore durata e intensità, con punte di 56°C<a href="#_ftn6" id="_ftnref6">[6]</a>.</p>



<p>L’aumento delle temperature dà origine a conseguenze a catena, su più livelli: se ad un primo livello esso comporta una ridotta disponibilità di risorse idriche, quest’ultima ha a sua volta effetti su agricoltura e sicurezza alimentare; a loro volta, le ridotte possibilità di sostentamento in contesti agricoli, così come l’aumento dei prezzi delle materie prime alimentari, possono dare origine a rivolte sociali e portare così a instabilità politica, che a sua volta può dare origine a fenomeni migratori o proliferazione della violenza e nascita di movimenti terroristici. Allo stesso modo, se ad un primo livello il cambiamento climatico comporta l’innalzamento del livello dei mari, nelle regioni costiere interessate, specie se densamente abitate come la città di Alessandria in Egitto o Tunisi in Tunisia, si avranno migrazioni interne e perdite nel settore del turismo; ancora una volta questi fenomeni possono dare origine a instabilità socio-economica e alle relative conseguenze. Proprio per questa capacità di generare effetti a cascata, il cambiamento climatico è ritenuto essere un “moltiplicatore delle minacce”<a href="#_ftn7" id="_ftnref7">[7]</a>. Va dunque da sé che per scongiurare gli effetti negativi a valle, è necessario agire a monte cercando di arginare il fenomeno e ridurne le conseguenze negative.</p>



<h4 id="il-nesso-clima-energia" class="wp-block-heading">Il nesso clima-energia</h4>



<p>Insieme agli impatti del cambiamento climatico, la scienza permette oggi di stabilire un nesso molto stretto tra cambiamento climatico e politiche energetiche, a partire dal riconoscimento della responsabilità del settore dell’energia nel produrre emissioni che alterano gli equilibri climatici. Dal momento che ai combustibili fossili è attribuito il maggiore ruolo nella produzione di emissioni (l’89% delle emissioni di CO<sub>2 </sub>nel 2018), gli sforzi dei paesi industrializzati si sono concentrati sulla ricerca di fonti energetiche alternative e sulla decarbonizzazione delle proprie economie. Con il Green Deal , l’UE intende ridurre le proprie importazioni di petrolio del 23-25% al 2030 e del 78-79% al 2050, rispetto ai livelli del 2015. Allo stesso modo, le importazioni di gas naturale caleranno del 13-19% al 2030 e del 58-67%<a href="#_ftn8" id="_ftnref8">[8]</a>. Questi target, formulati dall’Ue nel 2019, non tengono chiaramente conto dell’accelerazione imposta dall’attuale crisi nei rapporti con la Russia. Sebbene manchino ancora stime ufficiali, per quanto riguarda il gas si prevede una diminuzione delle importazioni molto più consistente e repentina.</p>



<p>La riduzione delle importazioni di combustibili fossili è destinata a trasformare le relazioni dell’Unione europea e dei suoi paesi membri con i paesi produttori ed esportatori: paesi come Libia, Algeria, paesi del Golfo e, in misura minore, Egitto, vedranno diminuire le proprie esportazioni di combustibili fossili verso l’UE, e con esse la rendita economica derivante. Per questi paesi, dunque, la sfida che si prospetta è duplice: sviluppare fonti di energia alternative per alimentare le proprie economie senza precluderne la crescita, e trovare nuove fonti di introiti per sostenere la spesa pubblica. La risposta ad entrambe queste sfide passa dalla diversificazione delle proprie economie e dalla transizione ecologica. La risposta al cambiamento climatico non è limitata dunque alle sole politiche in questo settore. La sfida, piuttosto, è molteplice e riguarda il piano economico, così come quello sociale e politico. Sostenendo la transizione energetica nei paesi del Mediterraneo, l’Unione europea e i suoi paesi membri possono dunque contribuire a ridisegnare le traiettorie di sviluppo economico e sociale nella regione in senso più inclusivo, con ricadute positive sulla stabilità politica e sui processi democratici.</p>



<p>Tutti i paesi della regione hanno firmato l’accordo di Parigi, e tutti lo hanno ratificato a esclusione di Libia, Yemen e Iran. Come richiesto dall’accordo, i paesi firmatari si sono dati dei target di riduzione delle emissioni (Nationally Determined Contributions, NDCs), distinguendoli in condizionali e non condizionali. Mentre il raggiungimento dei primi è subordinato al sostegno economico-finanziario internazionale, gli impegni non condizionali non sono subordinati ad alcunché, se non alla volontà politica del paese firmatario. Considerati il limitato spazio fiscale dei paesi della regione e la limitatezza delle risorse economiche a disposizione (con l’eccezione dei paesi del Golfo), la maggior parte degli impegni ricade nella prima categoria. Allo stato attuale, tuttavia, solamente il Marocco risulta in linea con i propri impegni di riduzione delle emissioni. Il sostegno della comunità internazionale, e in particolar modo dell’Unione europea, alla transizione nella regione appare dunque fondamentale.</p>



<h4 id="le-ripercussioni-della-guerra-in-ucraina-rischi-e-opportunita-per-la-transizione-ecologica-nel-mediterraneo" class="wp-block-heading">Le ripercussioni della guerra in Ucraina: rischi e opportunità per la transizione ecologica nel Mediterraneo</h4>



<p>L’invasione dell’Ucraina da parte della Russia ha dato avvio a diverse dinamiche, che hanno visto l’Unione europea acquisire quella dimensione geopolitica che la commissione Von der Leyen aveva indicato nel 2019&nbsp; tra le proprie ambizioni e priorità. Elemento fondamentale del nuovo calcolo strategico europeo è la dimensione della sicurezza energetica, strettamente legata alla volontà di ridurre e, in prospettiva, azzerare la propria dipendenza dalla Federazione russa. Il concetto di sicurezza energetica, che già negli anni scorsi era stato oggetto di una revisione tesa a includere non solo la sicurezza degli approvvigionamenti di risorse energetiche ma anche quella di materiali critici, così come la resilienza delle catene del valore, è oggi destinato a mutare ulteriormente in conseguenza della rottura delle relazioni con la Russia. La nuova Strategia internazionale per l’energia, che verrà presentata il prossimo 18 maggio dalla Commissione europea, includerà la ridefinizione di tale concetto, così come le linee guida per l’engagement globale dell’Unione europea e dei suoi paesi membri sul fronte dell’energia. Insieme alla Strategia, verrà presentata anche la forma finale del piano di azione REPowerEU introdotto lo scorso 8 marzo come risposta immediata all’esigenza di ridurre la dipendenza europea dalla Russia<a href="#_ftn9" id="_ftnref9">[9]</a>. Il piano introduce una strategia basata su due pilastri: la diversificazione degli approvvigionamenti in modo da diminuire e, al 2030, azzerare la dipendenza dalla Russia, e l’accelerazione su sviluppo di rinnovabili ed efficienza energetica, in modo da diminuire la dipendenza europea dai combustibili fossili.</p>



<p>La regione del Mediterraneo riveste un ruolo fondamentale nell’implementazione del piano REPowerEU. Da un lato, paesi come Algeria ed Egitto, che già ricoprono il ruolo di esportatori di gas verso l’UE, vengono considerati fondamentali per la diversificazione delle forniture. Dall’altro, la regione viene considerata di particolare interesse per lo sviluppo di una partnership su rinnovabili e idrogeno verde. La serie di accordi conclusi dal governo italiano e da ENI in Algeria ed Egitto sembrano confermare il ruolo di questi due paesi come esportatori chiave. Tuttavia, dalle scelte prese in questo particolare frangente dipende la traiettoria futura della transizione energetica nella regione, e con essa lo scenario futuro relativo al cambiamento climatico.</p>



<p>Guardando all’Algeria e al quadrante del Mediterraneo occidentale, è possibile formulare alcune osservazioni. In primo luogo, la produzione algerina di gas naturale risulta stagnante da diversi anni: per aumentarla sensibilmente sarebbero stati – e sarebbero tutt’oggi – necessari ingenti investimenti<a href="#_ftn10" id="_ftnref10">[10]</a>. Negli anni passati, tuttavia, nessuna major occidentale era pronta ad attuare questi investimenti, in parte per la scarsa redditività del settore oil&amp;gas algerino, in parte perché non in linea con gli obiettivi di decarbonizzazione e con la decisione europea di non finanziare più progetti nel settore dei combustibili fossili. In secondo luogo, un’ampia parte della produzione algerina è destinata a coprire la domanda interna, in crescita. Unendo dunque una produzione stagnante e una domanda interna in crescita, si ottiene uno spazio limitato di crescita delle esportazioni. I 9 bcm aggiuntivi di gas naturale al 2024 ottenuti dall’Italia con l’accordo dello scorso 11 aprile derivano dalle esportazioni “risparmiate” dal governo algerino dopo la chiusura del gasdotto Maghreb-Europe che univa l’Algeria alla Spagna attraverso il Marocco. La rottura delle relazioni con il Marocco decisa dall’Algeria nel novembre 2021 – il culmine di relazioni tese da decenni – ha portato alla chiusura da parte di Algeri del tratto che collega Algeria e Marocco. Sebbene l’Algeria abbia in un primo momento garantito alla Spagna la continuità degli approvvigionamenti, la decisione da parte del governo Sanchez di assecondare la posizione marocchina nella disputa sul Sahara occidentale che oppone Algeri e Rabat ha indispettito la leadership algerina, che ha minacciato Madrid dapprima di aumentare il prezzo del gas, e in un secondo momento di interrompere in toto le forniture. Sebbene la Spagna sia dotata di ampia capacità di rigassificazione e possa dunque ricevere e stoccare le esportazioni statunitensi di LNG aggiuntive che Washington si è impegnata a consegnare, la fornitura di gas incontra però un collo di bottiglia quando raggiunge i Pirenei, per via della scarsa capacità esistente di connessione tra Spagna e Francia. A meno di nuovi investimenti in questo settore, Madrid non può dunque contribuire in maniera significativa alla sicurezza energetica europea. Inoltre, le vicissitudini tra Spagna e Algeria ci ricordano quanto i paesi europei siano vulnerabili alle richieste arbitrarie dei paesi produttori.</p>



<p>Per quanto riguarda invece l’Egitto e il quadrante del Mediterraneo orientale, la crisi recente e la ricerca europea di forniture alternative ha riacceso le speranze del Cairo di diventare l’hub regionale per l’esportazione del gas naturale. Allo stato attuale, però, la capacità di esportazione egiziana è pari solamente a 12,2 bcm: questo in parte perché, come in Algeria, la maggior parte della produzione è destinata a coprire il fabbisogno interno, ma soprattutto perché questa è la quantità processabile dai due impianti LNG di Damietta e Idku. L’obiettivo egiziano è quello di esportare tramite i propri impianti anche gas proveniente da altri giacimenti sottomarini nel Mediterraneo orientale, appartenenti ad altri paesi. Già oggi Il Cairo esporta gas israeliano proveniente dai giacimenti Leviathan e Tamar, e in prospettiva, intende diventare export hub anche per i giacimenti ciprioti di Aphrodite. In questo contesto, è tornato al centro del dibattito il gasdotto EastMed che, collegando Israele, Cipro, l’isola greca di Creta e – tramite l’estensione Poseidon – l’Italia, permetterebbe di aumentare i flussi diretti in Europa. La costruzione di EastMed, tuttavia, è stata finora rimandata per via della scarsa viabilità economica e commerciale del progetto, oltre che delle tensioni geopolitiche a cui darebbe adito. L’entità modesta dei giacimenti non giustificherebbe infatti costi decisamente elevati (6 miliardi di euro) a fronte di prezzi del gas fino agli scorsi mesi molto bassi e della diminuzione della domanda di gas prevista dagli obiettivi europei di decarbonizzazione. Inoltre, il gasdotto escluderebbe la Turchia, che ha infatti in passato intrapreso azioni ostili per rivendicare la propria sovranità su determinate porzioni di acque territoriali contese a Cipro, e il proprio diritto a essere parte della grande partita del gas nel Mediterraneo orientale.</p>



<p>Tanto per il caso algerino quanto per quello egiziano, la decisione più importante che i paesi europei sono chiamati a prendere oggi è quale tipo di futuro vogliano disegnare per la regione, ovvero su che cosa vogliano investire. In un editoriale congiunto (tradotto in italiano il 3 maggio sul quotidiano La Repubblica<a href="#_ftn11" id="_ftnref11">[11]</a>), l’Alto rappresentante per la politica estera e di sicurezza UE Josep Borrell e il presidente della Banca Europea degli Investimenti&nbsp; Werner Hoyer prendono una posizione molto netta: “la ricerca di fornitori di gas naturali diversi — per quanto necessaria nel breve periodo — non deve rinchiuderci in una nuova dipendenza a lungo termine, con grossi investimenti in infrastrutture per il trasporto di combustibili fossili. Questo sarebbe oneroso, catastrofico per il pianeta e alla fine dei conti inutile, viste le opzioni più rispettose del clima che sono disponibili”. L’editoriale prosegue con l’impegno da parte della BEI a sostenere, da oggi al 2030, 1 miliardo di euro di investimenti in progetti climatici e sostenibilità ambientale: “l’Unione Europea è pronta a sostenere la comunità internazionale nello sforzo di mettere fine alla dipendenza dai combustibili fossili.” Se dunque la situazione attuale fa sorgere il rischio di rallentare (ulteriormente) la transizione ecologica nel Mediterraneo attraverso nuovi investimenti nel settore fossile, dall’altra essa apre l’opportunità di accelerare l’azione in questo senso, attraverso investimenti mirati allo sviluppo delle enormi potenzialità di energia rinnovabile offerte dalla regione.</p>



<p>Sulla base di queste considerazioni, Italia e Germania dovrebbero agire in maniera congiunta per adottare le seguenti indicazioni di policy:</p>



<p>Assumere la leadership a livello UE nella costruzione di partnership per la giusta transizione (“Just Energy Transition Partnerships”, o JETPs) nei paesi esportatori di combustibili fossili, a partire da Algeria ed Egitto. Su modello della partnership offerta al Sudafrica per la transizione dal carbone all’energia pulita in occasione della COP26 di Glasgow, Italia e Germania dovrebbero guidare la costruzione di una simile piattaforma per la transizione dal gas alle rinnovabili nei paesi del Mediterraneo. L’Italia, forte della propria storica proiezione nella regione, potrebbe avviare il dialogo con i paesi della sponda sud del Mediterraneo in questo senso, mentre la Germania, come presidente del G7, potrebbe guidare la costruzione del consenso necessario a livello internazionale per la raccolta dei finanziamenti necessari.&nbsp;</p>



<p>Aumentare in maniera significativa gli interventi sul fronte dell’adattamento. Come dimostrano i rapporti IPCC, la regione del Mediterraneo è destinata a risentire significativamente degli impatti del cambiamento climatico da qui al 2039 a prescindere dalle politiche di mitigazione messe in atto da oggi in avanti. Per questo motivo, è necessario affiancare a stringenti politiche di riduzione delle emissioni anche un ampio supporto ad azioni di adattamento e costruzione di resilienza, come ad esempio la costruzione di barriere architettoniche per la protezione delle aree costiere dagli allagamenti, l’adozione di metodi di irrigazione a goccia, la costruzione di abitazioni anfibie e di sistemi di allarme precoce (“early-warning mechanisms”).</p>



<p>Agire in modo unitario in ambito europeo per supportare progetti infrastrutturali green. Anziché investire in nuove infrastrutture per il trasporto di combustibili fossili come il gasdotto EastMed, Italia e Germania dovrebbero agire in maniera congiunta per lo sviluppo delle interconnessioni elettriche, in particolar modo l’Euro-Asia Interconnector e l’Euro-Africa Interconnector. A differenza delle infrastrutture fossili, infatti, questo tipo di interconnessioni non è destinata a divenire stranded asset e, al contrario, incentiva lo sviluppo di rinnovabili per la produzione di elettricità. L’interconnessione delle reti elettriche presenta al contempo un’importante dimensione geopolitica: connettere l’area Mediterranea alla rete elettrica europea, e dunque ai suoi standard, ha infatti una notevole valenza strategica, specialmente a fronte della crescente competizione cinese in questo settore. Oltre a connettere la rete elettrica mediterranea a quella elettrica, è necessario aumentare gli sforzi per l’integrazione della rete elettrica regionale. In questo modo, sarà possibile tra le altre cose ovviare ai cronici problemi di mancanza di elettricità nelle ore di punta sfruttando i diversi fusi orari.</p>



<hr class="wp-block-separator"/>



<p><a href="#_ftnref1" id="_ftn1">[1]</a> Tuel, A and Eltahir, EAB. 2020. &#8220;Why Is the Mediterranean a Climate Change Hot Spot?.&#8221; Journal of Climate, 33 (14)</p>



<p><a href="#_ftnref2" id="_ftn2">[2]</a> Co2 emissions (kt), Middle East &amp; North Africa, European Union, World Bank (https://data.worldbank.org/indicator/EN.ATM.CO2E.KT?locations=ZQ-EU)</p>



<p><a href="#_ftnref3" id="_ftn3">[3]</a> UNDP, Climate Change Adaptation in the Arab States – Best practices and lessons learned, Bangkok, 2018 (https://www.undp.org/publications/climate-change-adaptation-arab-states).</p>



<p><a href="#_ftnref4" id="_ftn4">[4]</a> Varela, R., Rodríguez-Díaz, L. and de Castro, M., ‘Persistent heat waves projected for Middle East and North Africa by the end of the 21st century’, Plos One, 2020 (https://journals.plos.org/plosone/article?id=10.1371/journal.pone.0242477).</p>



<p><a href="#_ftnref5" id="_ftn5">[5]</a> World Bank, Climate Change Knowledge Portal, Middle East and North Africa, projections.</p>



<p><a href="#_ftnref6" id="_ftn6">[6]</a> Zittis, G., ‘Business-as-usual will lead to super and ultra-extreme heatwaves in the Middle East and North Africa’, Nature, March 2021 (https://www.nature.com/articles/s41612-021-00178-7).</p>



<p><a href="#_ftnref7" id="_ftn7">[7]</a> Center for Naval Analyses, National Security and the Threat of Climate Change, Alexandria, VA, United States, 2007 (https://www.cna.org/cna_files/pdf/national%20security%20and%20the%20threat%20of%20climate%20change.pdf).</p>



<p><a href="#_ftnref8" id="_ftn8">[8]</a> Leonard, M., Pisani-Ferry, J., Shapiro, J., Tagliapietra, S., and Wolff, G., ‘The geopolitics of the European Green Deal’,</p>



<p>Policy Brief, European Council on Foreign Relations, 3 February 2021 (https://ecfr.eu/publication/the-geopolitics-of-theeuropean-green-deal/).</p>



<p><a href="#_ftnref9" id="_ftn9">[9]</a> REPowerEU: Joint European Action for more affordable, secure and sustainable energy, COM/2022/108 final, 8 marzo 2022 (<a href="https://eur-lex.europa.eu/legal-content/EN/TXT/?uri=COM%3A2022%3A108%3AFIN">https://eur-lex.europa.eu/legal-content/EN/TXT/?uri=COM%3A2022%3A108%3AFIN</a>)</p>



<p><a href="#_ftnref10" id="_ftn10">[10]</a> Fakir I., ‘Given capacity constraints, Algeria is no quick fix for Europe’s Russian gas concerns’, Middle East Institute, 8 marzo 2022 (<a href="https://www.mei.edu/publications/given-capacity-constraints-algeria-no-quick-fix-europes-russian-gas-concerns">https://www.mei.edu/publications/given-capacity-constraints-algeria-no-quick-fix-europes-russian-gas-concerns</a>)</p>



<p><a href="#_ftnref11" id="_ftn11">[11]</a> Borrell J., Hoyer W., ‘La via green alla sicurezza’, La Repubblica, 5 maggio 2022 (<a href="https://www.repubblica.it/commenti/2022/05/02/news/cosa_serve_alleuropa_per_unenergia_pulita_e_giusta-347833419/">https://www.repubblica.it/commenti/2022/05/02/news/cosa_serve_alleuropa_per_unenergia_pulita_e_giusta-347833419/</a>)</p>


<a href="https://www.mondodem.it/wp-content/uploads/2022/05/Transizione-nel-Med.pdf" class="pdfemb-viewer" style="" data-width="max" data-height="max" data-toolbar="bottom" data-toolbar-fixed="off">Transizione-nel-Med</a>
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		<title>Workshop Transizione Energetica nel Mediterraneo &#8211; con FES Italia (resoconto)</title>
		<link>https://www.mondodem.it/2957/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 27 Apr 2022 08:20:54 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Appuntamenti]]></category>
		<category><![CDATA[Ambiente]]></category>
		<category><![CDATA[Mediterraneo]]></category>
		<category><![CDATA[transizione energetica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La guerra in Ucraina e la necessità di renderci indipendenti&#160; dalle importazioni di gas russo hanno reso la&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/2957/">Workshop Transizione Energetica nel Mediterraneo &#8211; con FES Italia (resoconto)</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>La guerra in Ucraina e la necessità di renderci indipendenti&nbsp; dalle importazioni di gas russo hanno reso la politica europea di decarbonizzazione ancora più urgente. Ciò ha evidenti implicazioni per le economie dei paesi del Medio Oriente e del Nord Africa, importanti esportatori di gas e petrolio.&nbsp;Per la regione la transizione energetica rappresenta al contempo un’esigenza e un’opportunità. La trasformazione delle economie rentier legate allo sfruttamento dei combustibili fossili in economie diversificate, legate allo sviluppo delle rinnovabili, apre infatti nuove possibilità di creazione di posti di lavoro, crescita economica e di un nuovo patto sociale, basato su maggiori uguaglianza e democrazia.<br>È fondamentale che Italia e Germania, due stati membri estremamente coinvolti nella politica mediterranea, assumano un nuovo ruolo di leadership nella cooperazione energetica nella regione, senza ripetere il modello che è stato in vigore finora e garantendo una trasformazione sostenibile e socialmente giusta. <strong>MondoDem e la Friedrich Ebert Stiftung vi invitano a un workshop ibrido, il&nbsp;5 maggio alle ore 14.30-16.30, </strong>per discutere assieme a parlamentari ed esperti tedeschi e italiani come i due paesi possano muoversi nel quadro del consenso europeo per garantire una transizione equa nelle aree MENA. Partecipano:</p>



<ul class="wp-block-list"><li><strong><em>Annalisa Perteghella</em></strong>, ECCO/MondoDem</li><li><strong><em>Jacopo Pepe</em></strong><em>, SWP Berlin</em></li><li><strong><em>Piero Fassino</em></strong>, Camera</li><li><strong><em>Antonio Misiani, </em></strong>Senato</li><li><strong><em>Lia Quartapelle</em></strong>, Camera </li><li><strong><em>Nils Schmid, </em></strong><em>Bundestag</em></li><li><strong><em>Nina Scheer, </em></strong><em>Bundestag</em></li><li><em><strong>Marina Sereni, </strong></em>Viceministra Affari Esteri</li></ul>



<hr class="wp-block-separator"/>



<h2 id="resoconto-del-workshop" class="wp-block-heading">Resoconto del workshop </h2>



<p>La conferenza è stata introdotta da Nicoletta Pirozzi, Presidente di MondoDem e da Tobias Mörschel di FES Italia. A seguire la conferenza si è aperta con gli interventi riguardanti la transizione energetica nel mediterraneo di <a href="https://www.mondodem.it/2961/">Annalisa Perteghella</a> (ECCO/MondoDem) e Jacopo Pepe (SWP Berlin).</p>



<p><strong>Annalisa Perteghella ha iniziato il suo intervento parlando degli Hotspot del cambiamento climatico (CC)</strong>, questi corrispondono alla sponda nord, sud ed est del Mediterraneo dove i cambiamenti climatici avvengono più in fretta.</p>



<p>Perteghella conferma l’inevitabilità dell’aumento di 2 gradi della temperatura terrestre, a prescindere dalle politiche che possano essere attuate. Ciò, come già visto durante la Primavera Araba nel 2011, iniziata dall’aumento del costo del pane, poterà ad un aumento dei costi delle materie prime con conseguenze dirette sulla sicurezza alimentare e di conseguenza anche sulle famiglie.</p>



<p>Perteghella ha affermato dunque l’essenzialità della transizione energetica (TE) visto che il 95% delle emissioni sono causate dai combustibili fossili. Per quanto riguarda la TE i paesi del Medio Oriente si trovano a diversi livelli di sviluppo. Algeria ed Egitto, i primi paesi esportatori di gas nel quadro del taglio del gas russo, vivono di rendita sui profitti dati da gas e petrolio, ed una diminuzione improvvisa di questi ricavi porterebbe alla mancanza di una redistribuzione verticale delle risorse da parte del governo. La TE necessita un nuovo patto sociale che porti allo sviluppo di un sistema economico più inclusivo, dato che gli effetti della decarbonizzazione europea avranno certamente un forte impatto. Perteghella conclude sostenendo che Germania e Italia, vista anche la presidenza della Germania al G7, si trovano nella condizione di poter accompagnare questi nuovi modelli di sviluppo. In primis, partendo dalla necessità di sviluppare una just energy transition partnership con Algeri ed il Cairo. Secondo, implementando misure di resilienza ambientale, per esempio le barriere contro l’innalzamento del livello del mare sviluppate ad Alessandria d’Egitto. Fino alla creazione di collegamenti di Egitto e Nord Africa alla rete elettrica europea seguendo degli standard elettrici europei piuttosto che quelli della Belt and Road Initiative.</p>



<p><strong>La conferenza ha continuato con l’intervento di Jacopo Pepe, il quale afferma che la guerra in Ucraina ha portato alla necessità di una TE immediata ed al bisogno di creare una nuova mappatura delle partnership energetiche</strong>. Il sistema di approvvigionamento deve rinnovarsi basandosi sui pilastri due pilastri, efficienza energetica e TE. Vi è l’esigenza di trovare alternative al gas sia nel breve che nel lungo termie. Anche se in un sistema post fossile saremo comunque dipendenti dalle importazioni dalla MENA region (e.g. Idrogeno). Pepe continua sottolineando l’importanza di reindirizzare gli approvvigionamenti da est a sud, anche per Qatar, Algeria ecc. questi obbiettivi sono ambiziosi ma possono essere resi possibili da un coinvolgimento del vicinato. Quando originariamente per la Germania questo coinvolgimento del vicinato storicamente ricadeva verso est attualmente anche Berlino dovrà spostare il suo sguardo al Nordafrica, sia per l’idrogeno blu che verde. Pepe ha proceduto sottolineando l’importanza nell’accompagnare tali paesi attraverso una trasformazione politica e sociale, vista anche la loro potenzialità in materia di risorse rinnovabili che tuttavia al livello locale vengono a malapena sfruttate (solo 1% dell’energia). Inoltre, il modello dei gasdotti della MENA region è particolarmente obsoleto. A prescindere dai modelli economici particolarmente diversificati, nella regione, tutti gli stati si trovano interessati all’export per finanziare la crescita, rendendo la stabilità del sistema energetico una priorità. Infine, la guerra in Ucraina ha portato ad un incremento dell’instabilità, con la crescita d’interesse verso nuove tecnologie volte all’export energetico per una ristrutturazione dei sistemi economici.&nbsp;</p>



<p>Pepe ha concluso &nbsp;affermando che in tutti i paesi cresce la domanda per l’energia; c’é una forte competizione fra esportatori ed importatori (eg. anche Giappone e Corea sono interessati all’acquisto di idrogeno verde e blu); i paesi vogliono attrarre investimenti per la TE senza condizionalità politiche; e la presenza di importatori meno schizzinosi sull’idrogeno blu rispetto al verde portano al rischio di lock-in sull’idrogeno blu nei paesi produttori. Questa condizione porta inevitabilmente ad un first mover advantage nell’imposizione degli standard, e dunque l’Italia, nonostante, facendo parte dell’UE, debba seguire un approccio federale e più cooperativo, dovrebbe evitare il focus sull’idrogeno verde e piuttosto concentrarsi sull’impronta CO2 evitando di rifiutare a priori l’idrogeno blu con carbon capture. Infine, i mercati elettrici regionali dovrebbero essere visti come una precondizione per la stabilità energetica e la diminuzione dei conflitti d’interesse.</p>



<p>Successivamente la conferenza si è spostata sul tema politico con gli interventi di Piero Fassino (Presidente della Commissione Affari Esteri e Deputato PD), Antonio Misiani (responsabile Economia e Finanze del PD e Senatore), Lia Quartapelle (responsabile Affari Esteri e Deputata PD), Nils Schmid (Membro del parlamento tedesco, responsabile dell’area tematica “Affari esteri” della SPD) e Nina Scheer (Membro del parlamento tedesco, responsabile dell’area tematica “Clima ed energia” della SPD)</p>



<p><strong>Il primo intervento politico è stato di Piero Fassino il quale ha parlato della difficoltà della TE in zona di crisi,</strong> sottolineando tuttavia la sua necessità per dare stabilità alla regione. Fassino ha affermato che la TE è resa complessa dalla scarsissima interconnessione regionale (ad esempio ci sono più collegamenti aerei fra Parigi e Roma con Algeri e Casablanca che fra i paesi della MENA region), e ciò si conferma anche nell’ambito dell’energia. Fassino ha posto &nbsp;come priorità il favorire l’interconnessione fra i paesi MENA, anche perché il quadro giuridico di questi paesi non è chiaro. Una delle possibili soluzioni potrebbe essere la multilateralità, dopo tutto l’Unione Europea ai suoi esordi era la comunità del carbone e dell’acciaio. Perché dunque non potrebbe avvenire una simile trasformazione utilizzando l’UE come promotore di questi processi, iniziando da un lavoro comune tra Italia, Francia e Germania utilizzando, tra gli altri, anche i trattati di Aquisgrana e Quirinale.</p>



<p><strong>A seguire vi è stato l’intervento di Nils Schmid, il quale ha affermato che il Mediterraneo è molto politicamente importante per la Germania, in particolare a partire dal 2011 con le primavere arabe.</strong> Il processo in Libia ha visto grande partecipazione tedesca e negli ultimi 10 anni la Germania ha provato spesso di spingere tema della TE, anche perché la politica energetica è geopolitica. Essa crea una rete di dipendenza, fatto reso evidente dalla guerra in Ucraina con la Russia, ma che si può constatare anche con l’Algeria. Schmid ha affermato che negli ultimi decenni siamo finiti in un cul de sac geopolitico e che la TE aiuterà a diminuire questa rete di dipendenze. E’ necessario fare in modo che le nuove dipendenze, che deriveranno dalla TE, siano meno unilaterali, evitando di diventare troppo dipendenti dai singoli fornitori di idrogeno. Schmid sostiene che vi sia la possibilità che l’idrogeno possa favorire una trasformazione politica in Algeria anche se tale processo potrebbe risultare molto complesso. Infatti, in Algeria, anche i più piccoli progetti di PMI tedesche sono affondati nel pantano della corruzione. Conclude che l’UE possa risultare più adatta per questa transizione, e che, per quanto Italia e Germania possano contribuire, è la strategia Idrogeno Europea a dover essere messa in atto.</p>



<p><strong>Nina Scheer ha iniziato il suo intervento affermando che oggi in Germania si progettano già molte infrastrutture che possano essere compatibili con l’idrogeno (ad esempio terminal LNG).</strong> Questi investimenti in infrastrutture sono stati necessari per creare un incentivo per l’importazione di idrogeno. Scheer afferma creare una nuova dipendenza unilaterale sia altamente rischioso e non consigliabile. Già nel 2008 si era aperta la discussione sul ruolo del mediterraneo nella TE in Europea; tuttavia, a tutto ciò non vi è stato follow up. Scheer sostiene che la questione atomica sia molto pericolosa, e che anche in questa situazione vi sia il rischio di sviluppare delle dipendenze. Inoltre non sono da sottovalutare i possibili eventi climatici di proporzioni estreme che potrebbero portare a malfunzionamenti delle centrali nucleari, rendendole dunque un fattore ad alto rischio. Scheer conclude dunque che la TE ha meno possibilità di conflitto per le risorse, ma che la produzione di materiale per la TE (eg. pannelli solari, eolico ecc) portino ad un rischiano di delocalizzazione.</p>



<p><strong>L’intervento di Nina Scheer (MdB)</strong>, portavoce del gruppo parlamentare SPD per le politiche energetiche,&nbsp; ha permesso di approfondire l’attuale approccio tedesco alla progettazione di infrastrutture energetiche, molte delle quali già oggi sono pensate in modo che siano compatibili con un sistema di approvvigionamento basato sul idrogeno. Questo investimento infrastrutturale é stato necessario per creare un incentivo all’importazione di idrogeno. Anche Schiere ha sottolineato che in questa trasformazione non possiamo entrare in una nuova dipendenza unilaterale, e che già nel 2008 c’era stata discussione su ruolo del Mediterraneo nella TE europea, purtroppo senza seguito. Anche la questione dell’energia atomica é molto pericolosa in tal senso, in quanto incoraggia la creazione di dipendenze per una fonte di energia costosissima. Le centrali nucleari sono estremamente vulnerabili ad eventi climatici estremi, di cui vedremo una proliferazione nei prossimi anni. Infine, la TE nell’area mediterranea dovrebbe diminuire la necessità conflitti per le risorse tipiche delle risorse fossili. La cooperazione fra Italia e Germania sarà molto importante per garantire una produzione europea di materiali e tecnologie per la TE (pannelli, eolico ecc) a rischio di delocalizzione. <strong></strong></p>



<p><strong>Il sen. Antonio Misiani, </strong>responsabile Economia e Finanze del Partito Democratico, ha rilevato che attualmente l’Ue é de facto il maggior finanziatore dello sforzo bellico russo tramite le importazioni di energie fossili. La spinta alla diversificazioni anche con combustibili fossili é un esercizio molto utile nell’attuale momento di crisi, ma nel lungo periodo sarà imperativo attuare una transizione energetica sostenibile. In tal senso, l’Italia deve porsi obiettivi ambiziosi, puntando a un aumento delle rinnovabili e diventando così meno dipendenti dalle importazioni. Gli attuali prezzi delle energie fossili favoriscono un maggior uso delle rinnovabili e necessitano un patto multilaterale pe rie rinnovabili anche nella sponda sud del mediterraneo, dove i consumi di gas si sono triplicati.</p>



<p>Nel corso dell’evento é emersa una chiara convergenza italotedesca <strong>sul ruolo di potenze terze nella regione MENA, in particolar modo per quel che riguarda Cina e Russia</strong>. Il sen. Misiani ha spiegato che l’Italia vuole ruolo coeso e assertivo dell’UE per consolidare rapporti con i paesi della sponda sud, impedendo che finiscano preda di Russia e Cina e nonostante tutte le criticità che questi paesi presentano. I progetti di TE servono infatti anche in ottica di contenimento di Cina e Russia</p>



<p>Nina Scheerfa notare che l’economia cinese si trova attualmente alla ricerca di risorse in tutto il mondo. Da socialdemocratica Scheer crede nell’idea del cambiamento tramite il commercio (Wandel durch Handel) nonostante i fallimenti dei rapporti russo-europei. In quel contesto il rischio é stato generato dalla creazione di una dipendenza unilaterale; in generale rimane comunque importante che anche il commercio venga utilizzato per alterare il comportamento e le priorità di partner politici problematici, fermo restando che é di fondamentale importanza che non vengano cedute intere catene di produzione e know-how. Nils Schmid ha anche aggiunto che la Russia non ha alcun interesse nel successo della TE a causa del proprio sistema di politica economica basato sull’estrazione di carburanti fossili.</p>



<p><strong>La viceministra degli Esteri Marina Sereni</strong> ha concluso l’evento indicando che questo incontro é solo la prima tappa di un percorso é che é opportuno continuare a ragionare sull’intersezione fra politica estera, economica e ambientale. L’Italia e la Germania sono partner strategici su tantissimi dossier e sono unite da un interesse condiviso nel mantenimento dell’ordine internazionale basato sulle regole. I due paesi sono fra i più esposti alla dipendenza dal gas russo e i costi sociali di questa guerra devono essere di particolare interesse per le politiche dei progressisti. L’aumento repentino dei prezzi energetici impongono azioni concrete, senza limitarsi&nbsp; alla diversificazione delle fonti di approvvigionamento ma accelerando su una TE definita ineludibile. La viceministra ha espresso la preoccupazione che questa crisi non spinga l’Europa su un’accelerazione delle rinnovabili e che l’imperativo di risolvere in fretta il problema della diversificazione porti anzi a un rallentamento quando serve una prospettiva lungo termine e tenere la barra dritta. Anche se non si possono considerare i paesi MENA delle democrazie, l’Europa non può permettersi di attendere che essi lo diventino. Una partnership basata sulla transizione energetica può anzi aprire processi che porteranno un giorno a una possibile democratizzazione. Con lo sviluppo del programma EU Global Gateway l’Europa potrà avere un rapporto diverso con i paesi africani. L’idea é di una cooperazione più etica che non crei dipendenze e debito insostenibile per i paesi della sponda sud . La Cina é considerata un partner semplice per gli africani, ma non particolarmente etico e sostenibile per le società che vi si affidano. In questo quadro l’Europa deve aiutare i paesi africani a smarcarsi dale energie fossili. L’italia sta negoziando memorandum con Libia e Algeria sulle rinnovabili ed é sul punto di firmare un accordo sull’idrogeno verde con la Tunisia.</p>



<p>Siamo di fronte a un’opportunità condivisa: l’Europa é costretta a causa della guerra a rivedere la propria matrice energetica, ma anche l’Africa sarà costretta ad accelerare sulla TE perché l’impatto del cambiamento climatico sarà terribile per il continente. La condivisione dell’emergenza fra Germania e Italia aiuterà a portare l’attenzione dell’Europa a sud, al di là dell’immediate necessità che si sono create nel vicinato orientale.</p>
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