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	<title>turchia Archivi &#8211; MondoDem</title>
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	<description>Laboratorio di Politica Internazionale</description>
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	<title>turchia Archivi &#8211; MondoDem</title>
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		<title>La scelta cruciale della Turchia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Ali Tirali]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 07 May 2023 12:28:06 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Grande Medio Oriente]]></category>
		<category><![CDATA[Erdogan]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Quando il Partito di Giustizia e Sviluppo (Adalet ve Kalkınma Partisi, AKP) prese il potere nel 2002, la&#8230;</p>
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<p>Quando il Partito di Giustizia e Sviluppo (Adalet ve Kalkınma Partisi, AKP) prese il potere nel 2002, la sua ideologia rifletteva lo zeitgeist dell’epoca post-11 settembre: un islamismo moderato alleato col mondo occidentale, un neoliberalismo in contrapposizione con la tradizione economica interventista della repubblica turca, una politica estera favorevole all’Unione Europea. Molti commentatori europei vedevano l’AKP come un attore in grado di costruire una Turchia&nbsp; musulmana, democratica ed pro-occidentale.</p>



<p>Le radici islamisti di AKP hanno impedito un tale progetto. AKP e il suo leader Recep Tayyip Erdoğan&nbsp; hanno costruito un regime autoritario simile alla Russia di Putin. Quando la natura del regime in Turchia è stata compresa, l&#8217;opinione pubblica europea non era più quella ottimista e pro-allargamento dei primi anni 2000, e il popolo turco è rimasto solo a confrontarsi con un regime sempre più autoritario. In un dubbio referendum tenutosi nel 2017, la Turchia è passata al regime presidenziale (%51,4 voti a favore, % 48,6 voti contrari)<a href="#_ftn1" id="_ftnref1">[1]</a>, caratterizzato da deboli meccanismi di controllo ed equilibrio.</p>



<p>Il 14 maggio in Turchia si terranno le elezioni generali e presidenziali. I candidati sono quattro: Recep Tayyip Erdoğan (presidente attuale, islamista), Kemal Kılıçdaroğlu (il leader dell’opposizione, socialdemocratico), Muharrem İnce (populista) e Sinan Oğan (ultranazionalista, panturchista). Gli ultimi due candidati non hanno molte possibilità di successo alle elezioni.</p>



<p>&nbsp;Ci sono due blocchi e tre alleanze in competizione: l’Alleanza Popolare, che include AKP, il suo alleato ultra-nazionalista Partito del Movimento Nazionalista (Milliyetçi Hareket Partisi &#8211; MHP) e alcuni piccoli partiti di destra islamista; l’Alleanza Nazionale, che include il partito socialdemocratico Partito Repubblicano del Popolo (Cumhuriyet Halk Partisi &#8211; CHP) guidato da Kılıçdaroğlu con i suoi alleati centristi, nazionalisti e conservatori; ed un terzo blocco, detto l’Alleanza del Lavoro e Libertà, formato dal partito pro-curdo Partito di Sinistra Verde (Yeşil Sol Parti -YSP) ed i suoi alleati di sinistra, che supporta ugualmente Kılıçdaroğlu.</p>



<p>La politica economica di Erdoğan ha fatto precipitare il Paese in una crisi economica iniziata nel 2018: il presidente turco riteneva che, pur abbassando i tassi d’interesse, si potesse comunque tenere sotto controllo l’inflazione. Questo approccio, combinato con i problemi strutturali dell’economia turca, ha innescato invece una massiccia inflazione, una crisi del debito e il deprezzamento della lira turca. La situazione è stat ulteriormente aggravata dal catastrofico terremoto del 6 Febbraio 2023, che ha distrutto importanti città come Antakya, Kahramanmaraş ed Adıyaman. La mancata adozione delle necessarie precauzioni in queste città, notoriamente zona sismica, e l&#8217;incompetenza dello Stato dopo il disastro hanno creato una profonda disperazione.</p>



<p>Questi elementi rendono CHP e la sua alleanza nazionale ed il suo leader Kemal Kılıçdaroğlu i favoriti delle prossime elezioni. La media di dieci sondaggi fatti in aprile 2023 suggerisce che Kılıçdaroğlu riceverà il 47,5% dei voti. Erdoğan lo segue con 44,4%. Con questi risultati l&#8217;elezione andrebbe al ballottaggio e i due candidati più votati si affronterebbero &nbsp;il 28 maggio<a href="#_ftn2" id="_ftnref2">[2]</a>.</p>



<p>&nbsp;Il CHP é il partito più vecchio di Turchia. Il suo fondatore é Mustafa Kemal Atatürk, il padre della Turchia moderna. CHP ha governato il paese come partito unico nel periodo 1923-1945. Questo periodo era l’epoca “rivoluzionaria” della Turchia moderna, in cui sono state realizzate numerose riforme. Negli anni sessanta, lo stesso CHP ha riformato il suo programma politico e si é trasformato in partito socialdemocratico. Il partito é stato chiuso e bandito dal regime militare dopo il colpo di stato di 1980, il suo leader Bülent Ecevit (1925-2006) imprigionato. Nella Turchia degli anni 1980, l’islamismo e il nazionalismo hanno raccolto i sostenitori tra le classi popolari. Questo ha spianato la strada all’arrivo degli islamisti al potere nel 2002.</p>



<p>Kılıçdaroğlu, esperto burocrate che ha servito come direttore generale dell’Organizzazione di Sicurezza Sociale, rappresenta l’opposto di ciò che viene rappresentato da Erdoğan in politica. Soprannominato il “Gandhi turco”, la sua immagine pubblica é di un burocrate laborioso, tranquillo e modesto. Il suo manifesto elettorale include il ritorno al sistema parlamentare,alla Convenzione di Istanbul e alla libertà di stampa. Dal punto di vista sociale, propone un supporto nutrizionale gratuito per bambini in età scolare, la risoluzione della grave questione abitativa ed uguale retribuzione a parità di lavoro. La transizione verde é un altro elemento importante del manifesto, e sarebbe supportata da una “banca del clima” da istituire. In politica estera, la risoluzione dei problemi con Armenia e Grecia, la contribuzione alla pace armeno-azera sono menzionate come priorità regionali. La libera circolazione dei cittadini turchi nella zona Schengen é la promessa più popolare del manifesto. La questione dei profughi siriani (secondo i numeri ufficiali, il loro numero é vicino a quattro milioni, ma ci sono anche stime&nbsp; più alte) è uno dei punti critici dell&#8217;agenda da risolvere nel dialogo con l’Unione Europea. <a href="#_ftn3" id="_ftnref3">[3]</a></p>



<p>Sebbene Kılıçdaroğlu abbia maggiori probabilità di vincere, è difficile fare una previsione precisa. Chi vincerà le elezioni dovrà affrontare una situazione economica molto preoccupante. La Turchia sotto Kılıçdaroğlu, col suo atteggiamento pro-occidentale e democratico, può ottenere gli investimenti esteri tanto necessari. Tuttavia, il successo della democratizzazione in Turchia non dipenderà solo da Kılıçdaroğlu e dai suoi alleati o dalle dinamiche interne della Turchia. I democratici ed i progressisti d&#8217;Europa dovrebbero anche sostenere lo sviluppo della democrazia in Turchia, perché una Turchia democratica è un&#8217;assicurazione non solo per la Turchia ma anche per l&#8217;Europa, il Medio Oriente e la vasta regione eurasiatica. In un mondo in cui la democrazia è regredita contro i regimi autoritari, la democrazia non è più una questione solamente nazionale per nessun paese.</p>



<hr class="wp-block-separator has-alpha-channel-opacity"/>



<p><a href="#_ftnref1" id="_ftn1">[1]</a> http://www.liberation.fr/planete/2017/04/17/referendum-turc-victoire-etriquee-et-truquee_1563373/</p>



<p><a href="#_ftnref2" id="_ftn2">[2]</a> http://tr.euronews.com/2023/04/27/cumhurbaskanligi-secimi-son-anketlerin-ortalamasi-kac-kilicdaroglu-ve-erdogan-kac-oy-aliyo</p>



<p><a href="#_ftnref3" id="_ftn3">[3]</a> Per un riassunto del manifesto, vedi <a href="http://www.gazeteduvar.com.tr/millet-ittifaki-ortak-mutabakat-metnini-acikladi-haber-1600760.">http://www.gazeteduvar.com.tr/millet-ittifaki-ortak-mutabakat-metnini-acikladi-haber-1600760.</a> Il testo completo del manifesto si può scaricare dal sito di CHP: http://chp.org.tr/yayin/ortak-politikalar-mutabakat-metni/Open</p>
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		<title>Il bullo Trump e la debolezza europea nel Mediterraneo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Caterina Cerroni e Michele Masulli]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 23 May 2018 21:10:25 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Grande Medio Oriente]]></category>
		<category><![CDATA[Iran]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>  È lancinante la contrapposizione tra i festeggiamenti di Gerusalemme Ovest, dove dignitari plaudenti si sono recati per&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/1067/">Il bullo Trump e la debolezza europea nel Mediterraneo</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em> </em></p>
<p>È lancinante la contrapposizione tra i <strong>festeggiamenti di Gerusalemme Ovest</strong>, dove dignitari plaudenti si sono recati per festeggiare l’apertura dell’ambasciata statunitense nella Città Santa, nella data del <strong>70esimo compleanno dello Stato d’Israele</strong>, e gli scontri che avvenivano a pochi chilometri di distanza, vedendo la <strong>morte di 59 persone ed il ferimento di più di 2.000</strong>. Né può essere derubricato ad orrenda casualità il fatto che nelle ore in cui si celebra la <em>true friendship</em> tra Stati Uniti ed Israele (“È un grande giorno!” ha esultato Donald Trump) ai confini di Gaza si consumi l’ennesimo massacro.</p>
<p>Risulta evidente una precisa responsabilità della politica estera americana. È noto, infatti, che il conflitto arabo-israeliano non sarà risolto finché non sarà sciolta la questione sullo <strong><em>status </em>di Gerusalemme</strong>, terra di molteplici appartenenze e identità, proclamata da Israele propria Capitale e non riconosciuta in quanto tale dalla gran parte degli Stati del mondo.</p>
<p>Già nel dicembre scorso, quando Donald Trump aveva annunciato la volontà di trasferire l’ambasciata USA da Tel Aviv a Gerusalemme, voci di dissenso si erano levate da parte della Comunità internazionale, l’Assemblea generale della Nazioni Unite aveva bocciato la decisione e gli scontri nel mondo arabo avevano preso fuoco. Un’intenzione, quella comunicata, che sapeva più della provocazione che dell’impegno, tanto che il Segretario di Stato Rex Tillerson si era affrettato a precisare che lo spostamento non si sarebbe realizzato a breve, e quasi sicuramente non prima della fine del mandato del Presidente americano. Al contrario, Tillerson oggi non è più Segretario di Stato, sollevato dall’incarico senza troppi riguardi, ma Trump ha deciso di compiere il trasloco nel giorno in cui Israele festeggia la sua nascita e che ai palestinesi ricorda la <em>nakba</em>, la catastrofe, l’esodo di centinaia di migliaia di persone costrette ad abbandonare le proprie case. Un evento che segue 2 mesi di proteste, che avevano già fatto 40 morti.  In questo modo, il Presidente americano ha dato attuazione al <strong><em>Jerusalem Embassy Act</em></strong>, approvato dal Congresso nel 1995 e la cui implementazione era finora sempre stata rinviata dai Capi di Stato americani, in quanto, come pure disse Clinton, amico di Israele, “avrebbe potuto ostacolare il processo di pace”.<em> </em>Altri Paesi potrebbero seguire gli Stati Uniti nella scelta (Guatemala, Paraguay, Honduras) e 4 sono gli Stati europei che hanno presenziato all’inaugurazione dell’ambasciata USA a Gerusalemme (Romania, Repubblica Ceca, Austria e Ungheria), alcuni dei quali rappresentano il volto più nazionalista e xenofobo dell’Unione.</p>
<p><strong>Tuttavia, a spostarsi insieme all’ambasciata americana, è, cosa ancora più grave, il baricentro della politica estera a stelle e strisce</strong>. Infatti, da decenni, pur nel quadro di una consolidata amicizia tra i due Paesi, oltre che di rapporti economici, sociali e culturali strettissimi, gli Stati Uniti hanno tradizionalmente provato a svolgere una funzione di mediazione tra le parti e di facilitazione del percorso di pacificazione. Trump, probabilmente per ragioni di politica interna, sceglie di interrompere in modo marcato questa linea e di schierarsi al fianco di uno dei due soggetti in campo, collocandosi senza mezze misure a sostegno della destra di Netanyahu, che contende la guida sia della politica israeliana sia del movimento sionista.</p>
<p>Non è solo nell’ambito del conflitto israelo-palestinese che Trump e alleati aprono una nuova fase. Il <strong>ritiro dell’accordo sul nucleare con l’Iran</strong>, quando il JCPOA rappresenta un fattore di stabilizzazione dell’area e di freno alla proliferazione nucleare, le conseguenze in termini di <strong>indebolimento delle parti moderate e riformiste iraniane</strong> e di irrobustimento delle forze reazionarie, con il seguito di tensione in regione, a partire dallo scenario siriano; gli <strong>scontri militari tra Israele e Iran proprio in Siria</strong>; le sanzioni comminate negli ultimi giorni da Usa, Arabia Saudita e Paesi del Golfo ad Hezbollah, uscita rafforzata dalle elezioni in Libano; il <strong>ruolo di Russia e Turchia</strong> e le opportunità economiche, politiche e strategiche che si aprono per la Cina in regione sono alcuni degli elementi principali che compongono il quadro.</p>
<p>Emerge, quindi, l’insufficienza della <strong>politica estera europea</strong>, nonostante l&#8217;impegno indiscutibile e la determinazione dell&#8217;<strong>Alto rappresentante Federica Mogherini</strong>. Sugli s<strong>contri di Gaza</strong>, l&#8217;UE non riesce ad andare oltre le pur giuste dichiarazioni di condanna dell’uso sproporzionato delle armi da fuoco israeliane e del disprezzo del diritto di manifestare pacificamente del popolo palestinese e di biasimo per la facilità con cui le leadership palestinesi continuano a non riconoscere l’esistenza dello Stato israeliano e Hamas non si cura di evitare la morte di centinaia di persone. Non si è in grado, invece, di evitare stragi già previste, e che in questo caso si ripetono da settimane, di intervenire in maniera effettiva a tutela dei diritti umani e civili della popolazione palestinese, che vive una grave crisi umanitaria, e di favorire la fine del blocco di Gaza. Allo stesso modo non mancano le prese di distanza dalle decisioni unilaterali di Trump, così come gli appelli alla moderazione, ma non s’intravede una forza politica in grado di limitare il raggio d&#8217;azione del trait d’union che lega la destra americana e quella israeliana, lavorando su un progetto di pacificazione in Terra Santa, che abbia il coraggio di muoversi su strade nuove rispetto al passato; forse è tempo, ad esempio, di prendere atto che la soluzione “due popoli in due Stati”, ripetuta come un mantra per decenni, oggi risulta difficilmente praticabile, a causa dei tanti sviluppi della storia recente, che procede nonostante l&#8217;attendismo della politica internazionale, e che c’è necessità di inventare formule nuove per risolvere il conflitto israelo-palestinese.</p>
<p>Similmente <strong>non è sufficiente l’indignazione per una Presidenza americana che arriva a minacciare sanzioni verso Paesi alleati, nel caso di mancato ritiro del JCPOA, o la volontà di mantenere fede agli impegni presi</strong>. Né si possono registrare in modo impotente le pericolose e provocatorie decisioni assunte da altri Stati: a queste bisognerebbe rispondere agendo in maniera unitaria e a tutti i livelli come fattore di stimolo alla comunità internazionale e di stabilità, pacificazione, creazione di benessere, soprattutto se si tratta di aree limitrofe e di interesse strategico. Alla critica delle azioni altrui, va fatta seguire un’iniziativa politica e diplomatica che sia all’altezza delle ambizioni di un grande attore globale. È una grande sfida per il pensiero progressista.</p>
<p><strong>Anche per questo, perché crediamo che i temi della giustizia, della pace e della prosperità del mondo debbano essere in cima alle preoccupazioni della politica e della sinistra</strong> in particolare, abbiamo deciso come Giovani Democratici di ospitare il 22 e il 23 giugno prossimi a Roma il Comitato Mediterraneo dell’Unione Internazionale dei Giovani Socialisti, che porterà in Italia 20 giovani dirigenti politici delle forze socialiste e democratiche di Israele, Palestina, Libano, Marocco, Tunisia, Sahara Occidentale, Spagna, Portogallo, Cipro, Malta, Iran, Iraq per discutere insieme a noi e a politici ed esperti del nostro Paese delle politiche utili alla risoluzione dei conflitti e alla costruzione della pace, al governo dei flussi migratori, ad alimentare la partecipazione pubblica dei più giovani in Stati nei quali molto spesso l’impegno politico pregiudica la propria vita. Crediamo possa essere un’ottima occasione per dare centralità a questi temi nel dibattito e riteniamo giusto che a farlo debba essere la nostra generazione.</p>
<p>Caterina Cerroni &#8211; Vicepresidente dell&#8217;Unione Internazionale dei Giovani Socialisti (IUSY)</p>
<p>Michele Masulli &#8211; Presidente dei Giovani Democratici</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/1067/">Il bullo Trump e la debolezza europea nel Mediterraneo</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
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