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	<title>USA Archivi &#8211; MondoDem</title>
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	<description>Laboratorio di Politica Internazionale</description>
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	<title>USA Archivi &#8211; MondoDem</title>
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		<title>USA – la lotta al Coronavirus, un test per l’unità in un Paese diviso</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Sofia Eliodori]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 25 Mar 2020 15:07:50 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Covid-19]]></category>
		<category><![CDATA[Coronavirus]]></category>
		<category><![CDATA[Trump]]></category>
		<category><![CDATA[USA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Dopo la dichiarazione dello stato di emergenza nazionale, dopo l’impegno ad uno stanziamento di fondi senza precedenti per&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-drop-cap">Dopo la dichiarazione dello stato di emergenza
nazionale, dopo l’impegno ad uno stanziamento di fondi senza precedenti per
sostenere economia e sanità, dopo il distanziamento sociale e l’avvio di misure
di <em>lockdown</em> in molte aree del paese, sembrava che l’amministrazione
Trump non solo avesse compreso la gravità della situazione ma che fosse anche
pronta a prendere tutti i provvedimenti necessari per farvi fronte. Il Partito Democratico
americano si stava gia’ mettendo in gioco alla Camera e al Senato per portare
avanti proposte ritenute fondamentali per superare la crisi, collaborando con i
colleghi Repubblicani. Sembrava dunque che cominciasse a crearsi un clima di
condivisione da parte di tutte le forze politiche su quali misure adottare per
il bene del paese. E invece improvvisamente, mentre il Parlamento si apprestava
ad approvare il mega provvedimento economico con larga <a href="https://www.nytimes.com/2020/03/24/world/coronavirus-updates-maps.html#link-4d465601">maggioranza
bipartisan</a>, si sta consumando una nuova divisione su di un postulato
esplicitato dal Presidente su Twitter: “la cura non può essere peggiore del
problema stesso”. Sembrerebbe che Trump preveda di far tornare gli americani al
lavoro il prima possibile, probabilmente subito dopo i 14 giorni stabiliti
finora, <a href="https://www.nytimes.com/2020/03/23/business/trump-coronavirus-economy.html">ignorando
così gli allarmi</a> lanciati dalle autorità sanitarie (l’Organizzazione
Mondiale della Sanità teme che gli Stati Uniti potrebbero presto diventare <a href="https://www.washingtonpost.com/world/2020/03/24/coronavirus-latest-news/">il
prossimo epicentro della pandemia</a>, a causa dell’impennarsi della curva dei
contagi).</p>



<p>L’economia è al centro di preoccupazioni simili
a quelle esistenti in Italia e nel resto d’Europa, per cui si sta lavorando ad
una mediazione tra due interessi generali: quello a che la produzione non si
azzeri e quello di tutelare la salute di cittadini e lavoratori. Una sintesi
non facile, su cui c’è un ampio confronto tra le forze politiche. Diversi Stati
degli USA stanno adottando <a href="https://www.nytimes.com/interactive/2020/us/coronavirus-stay-at-home-order.html">misure
di lockdown</a> sempre più restrittive: Washington State, Oregon, California,
Wisconsin, Michigan, New York ed altri. Si tratta di provvedimenti che ormai
riguardano oltre 100 milioni di persone, &nbsp;ma decisi autonomamente dai governatori perché
l’amministrazione Trump non ha messo in atto una strategia di contenimento
federale. Il Presidente ha mantenuto un atteggiamento ambiguo anche nei
confronti dei Democratici che, nonostante stiano <a href="https://www.washingtonpost.com/us-policy/2020/03/22/vast-coronavirus-stimulus-bill-limbo-crunch-times-arrives-capitol-hill/">collaborando
ai provvedimenti</a> in discussione nel Parlamento, avevano accusato i colleghi
Repubblicani di aver <a href="https://www.theguardian.com/commentisfree/2020/mar/22/coronavirus-relief-bill-corporate-coup">favorito
troppo le grandi industrie</a> e le multinazionali rispetto ai comuni
lavoratori. La disoccupazione, infatti, che aveva recentemente raggiunto dei
minimi storici, è già in crescita. Trump l’istrionico, Trump il populista,
anche stavolta ha deciso di non adeguarsi, di andare contro la corrente,
continuare ad attaccare, riaprire presto le fabbriche e le città, sminuire la
gravità della malattia. Il ritorno ad un atteggiamento simile a quello
iniziale, presto scomparso al rapido aggravarsi della situazione sanitaria.<strong> Si profila così, dopo un duro braccio di
ferro sul contenuto delle misure da adottare, un altro scontro sull’intera
strategia per la nazione</strong>. </p>



<p>Nel frattempo i Democratici, nel mezzo delle
primarie, si trovano in un’impasse complicata da superare. Nancy Pelosi,
speaker della Camera dei deputati, e Chuck Schumer, capogruppo dei Dem al
Senato, nonostante il clima di aperto contrasto con i colleghi Repubblicani ulteriormente
esacerbato dall’impeachment, stanno collaborando con loro per restituire ai
cittadini americani il clima di unità di cui c’è bisogno per affrontare
un’emergenza nazionale e per adottare i provvedimenti necessari a superarla. Allo
stesso modo i governatori e i sindaci democratici delle aree più in crisi sono
obbligati a negoziare col governo federale per ottenere più aiuti possibile; in
prima linea Andrew Cuomo (Stato di New York) e Bill De Blasio (NYC). Con le
primarie ferme, non si sa ancora per quanto, si tratta – dal punto di vista
strettamente elettorale – di un sacrificio per i Dem: se le loro proposte
porteranno dei benefici, Trump le utilizzerà per alimentare la retorica del
Presidente che ha guidato la nazione nel suo momento più difficile dal
dopoguerra.</p>



<p>Per quanto riguarda le primarie Democratiche,
solo poche settimane fa si discuteva su queste pagine della litigiosità
fratricida del dibattito, una lotta ormai da quattro anni ferma alla frattura
clintoniana. Un <em>cleavage</em> riproposto in forma più blanda anche stavolta
tra candidati ‘moderati’ e candidati ‘radicali’, Joe Biden e Bernie Sanders. <strong>Riuscirà questa crisi a riunire il Partito
Democratico?</strong> Nonostante Sanders non si sia ancora ritirato, nelle ultime
settimane Biden sta facendo proprie alcune istanze che potrebbero aprire le
porte di una riappacificazione, ad esempio dichiarando che sceglierà una donna
per affiancarlo nel ticket presidenziale. Gli osservatori auspicano che possa
essere una donna più a sinistra di lui, magari fra quelle candidate alle
primarie come le senatrici Warren e Harris. Un passo importante, ma non
sufficiente. Altre due novita’ sono invece più direttamente collegate alle
proposte dell’area liberal. La prima riguarda <a href="https://www.nytimes.com/2020/03/15/us/politics/biden-backs-free-college.html">investimenti
pubblici nell’educazione</a>: Biden ha dichiarato che supporterà la proposta di
College gratuito per studenti provenienti da famiglie sotto ad un certo reddito
e metterà mano al sistema dei prestiti universitari. La seconda proposta,
suggerita dal clima di grave incertezza per la salute pubblica, riguarda
proprio la sanità, argomento molto caro a Sanders. Dopo aver attaccato il
Senatore del Vermont proprio sui rischi del suo “Medicare for All” – per altro
citando disgraziatamente come esempio negativo la sanità pubblica italiana –
Biden ha proposto che, per l’emergenza Coronavirus, <a href="https://twitter.com/JoeBiden/status/1241406213864280064">le cure siano
gratuite e accessibili a tutti</a>. </p>



<p>Le crisi, se possono avere un risvolto
positivo, è forse proprio quello di mettere in dubbio le nostre certezze e,
anche per quanto riguarda i Democratici americani, non possiamo che augurarci
che questa notte dell’umanità porti consiglio, riunendoli per sconfiggere un
avversario comune. L’evolversi dell’emergenza negli Stati Uniti e la risposta
delle forze politiche avrà un grande impatto sull’Italia e sull’Europa, in
particolare c’è da chiedersi se possa essere un banco di prova da un lato per
tutti i populismi e dall’altro per le forze democratiche e neoliberali. Uno
scontro con una posta davvero troppo alta e che non avremmo mai voluto veder
arrivare.</p>
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		<title>Alabama, dicembre 2017: prende forza la reazione democratica al Trumpismo</title>
		<link>https://www.mondodem.it/910/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 18 Dec 2017 14:02:02 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[USA e Americhe]]></category>
		<category><![CDATA[#Alabama]]></category>
		<category><![CDATA[Democratici]]></category>
		<category><![CDATA[Trump]]></category>
		<category><![CDATA[USA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Di Fabio Iannuzzelli* Un anno fa, a quest’ora, migliaia di famiglie statunitensi stavano per trascorrere le feste natalizie&#8230;</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Di Fabio Iannuzzelli*</em></p>
<p><strong>Un anno fa, a quest’ora, migliaia di famiglie statunitensi stavano per trascorrere le feste natalizie con un buon proposito: evitare di trasformare il pranzo o la cena di Natale in un infuocato dibattito sull’elezione di Donald Trump a Presidente degli Stati Uniti d’America.</strong> Raramente così divisi, gli USA mostravano al mondo l’entusiasmo incontenibile dei sostenitori repubblicani di Trump contrapposto all&#8217;incredulità dei fedelissimi di un Partito Democratico convinto (o quasi) di portare la prima donna Presidente al 1600 di Pennsylvania Avenue. Oggi, ad un anno di distanza, attivisti e dirigenti di quello stesso Partito Democratico, nonché milioni di democratici in giro per il paese, possono finalmente ricominciare un po’ a sorridere. Buone notizie erano già arrivate ad inizio novembre con l’elezione di due democratici a governatori del New Jersey e della Virginia, ma una notizia ancora migliore è appena giunta dall’Alabama: in uno degli stati più rossi della nazione, i democratici sono riusciti a strappare ai repubblicani una vittoria simbolica ed entusiasmante.</p>
<p><strong>In Alabama, il 12 dicembre scorso, si è tenuta la cosiddetta Special Election per scegliere uno dei due senatori in rappresentanza dello stato presso il Senato degli USA, posto vacante lasciato dal repubblicano Jeff Sessions, nominato Procuratore Generale degli Stati Uniti da Donald Trump: il candidato democratico Doug Jones sfidava il repubblicano Roy Moore.</strong> Sfida difficile per i democratici, tanto più perché giocata nello stato che un anno fa, nelle elezioni presidenziali, consegnò a Donald Trump una schiacciante vittoria contro Hillary Clinton. Eppure,<strong> il risultato finale ha decretato Jones al 49,9% e Moore al 48,4%</strong>. L’avvocato progressista, conosciuto in Alabama per avere perseguito con successo due membri del Ku-Klux-Klan responsabili per l’attentato omicida di quattro ragazzine afroamericane nel 1963, è riuscito a battere il conservatore, simbolo del Trumpismo, noto per aver affermato che l’America era davvero grande ai tempi della schiavitù, e, più recentemente, per essere stato accusato di intrattenere rapporti sessuali con minorenni quando aveva trent’anni. Una vittoria di misura, ma pesante.</p>
<p><strong>Un candidato repubblicano impresentabile, dunque, o una reazione democratica al Trumpismo diffuso? Un fenomeno locale o dalla portata più ampia? Più che a risposte nette, tali domande lasciano spazio a prudenti riflessioni.</strong> Intanto, in uno stato federale che come pochi ha conosciuto un’ardua battaglia per la conquista di diritti civili ed umani fondamentali, la reazione della comunità afroamericana ad un candidato nostalgico della schiavitù, è stata forte e compatta: il 30% dei votanti era afroamericano (il 96% avrebbe votato per Jones), quota più alta di quella delle elezioni che portarono Obama alla Casa Bianca nel 2008 e nel 2012. Inoltre, la preoccupazione della comunità afroamericana per le politiche regressive ai danni delle fasce più povere sostenute dal candidato repubblicano è stata contrastata da Jones, il quale, durante la campagna elettorale, ha mostrato particolare sensibilità per temi come l’equo accesso al sistema sanitario o la riforma della giustizia penale. A questa reazione vigorosa della comunità afroamericana, si è associata una massiccia mobilitazione degli attivisti del Partito Democratico dell’Alabama che, attraverso migliaia di chiamate telefoniche, sms e visite a domicilio (più di 520.000!), è riuscita a far sostenere strenuamente la candidatura di Jones. Al contempo, è probabile che l’incapacità del Partito Repubblicano dell’Alabama di smarcarsi dalla bigotteria impresentabile di Moore abbia indotto diversi repubblicani ad astenersi o a sostenere il candidato democratico: i principali mezzi di informazione statunitensi hanno evidenziato che molti repubblicani residenti nelle ricche periferie cittadine avrebbero mostrato interesse per Jones.</p>
<p>Sebbene molti elementi che hanno portato alla vittoria del candidato democratico siano attribuibili al contesto specifico, tale successo consente di osservare e riflettere su dinamiche e azioni che hanno favorito e potrebbero favorire una più ampia reazione democratica al Trumpismo diffuso. <strong>L’affermazione di Jones nella Special Election si può anche ricondurre ad una crescente risposta, a livello nazionale, all’aggressiva polarizzazione promossa da personaggi come Moore, ispirati e legittimati da Trump.</strong> Certo, la reazione afroamericana in Alabama è dettata dall’insensatezza delle proposte e dichiarazioni di Moore, ma si contrappone anche, ad esempio, alla retorica della supremazia bianca sempre più diffusa nell’intera nazione e non ostacolata dal Trumpismo. D’altro canto, il caso dell’Alabama, così come quello della Virginia lo scorso novembre, potrebbe indicare una certa fatica da parte dell’elettorato repubblicano nel sostenere, sempre e comunque, posizioni fortemente divisive. Oltre a ciò, al successo di Jones hanno contribuito l’importante ruolo del Partito Democratico nazionale, ad esempio attraverso il massiccio supporto finanziario ad organizzazioni di base in Alabama, la mobilitazione di attivisti democratici al di fuori dello stato, ed il forte sostegno al candidato democratico da personaggi di spicco come Obama.</p>
<p><strong>Grazie alla voglia di reagire al Trumpismo, che spacca l’elettorato e promuove una regressione sui diritti civili ed umani fondamentali, e all’impegno concreto e costante dei democratici in territori tradizionalmente più ostili, i progressisti potranno guardare con maggior ottimismo e fiducia alle elezioni di medio-termine di novembre 2018, un’importante occasione per arginare i Repubblicani e costringerli a rivedere le loro strategie.</strong> Ma ai democratici serviranno anche buone dosi di attenzione, fatica e coraggio. Il margine basso di vittoria in Alabama, così come il carattere speciale delle elezioni, devono suggerire ai democratici che per replicare i successi su larga scala, per colpire il Trumpismo senza abbandonare valori e idee progressiste, servirà un lavoro impegnativo e continuo. Speranzosamente, la vittoria in Alabama ha trasmesso, a chi ancora non lo aveva, lo slancio per affrontare questa lunga e impervia sfida.</p>
<p><em>*Laureato in Economia presso il Collegio Carlo Alberto e l’Università degli Studi di Torino, ha servito per diversi anni in Guinea-Bissau, Africa Occidentale, per le ONG ENGIM e Mani Tese operanti nel settore dello sviluppo e della promozione dei diritti umani. Ha completato recentemente un Master in Relazioni Internazionali presso la Johns Hopkins University School of Advanced International Studies (SAIS). È iscritto e collabora con il circolo PD di Washington, D.C. da settembre 2016.</em></p>
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		<title>L&#8217;Asinello smarrito: il grande sentiero del Partito Democratico statunitense</title>
		<link>https://www.mondodem.it/906/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 11 Dec 2017 20:06:19 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Lo stato della sinistra]]></category>
		<category><![CDATA[USA e Americhe]]></category>
		<category><![CDATA[Democratici]]></category>
		<category><![CDATA[USA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Di Stefano Graziosi* Non sono tempi facili per il Partito Democratico statunitense. La sconfitta elettorale del 2016 è stata&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/906/">L&#8217;Asinello smarrito: il grande sentiero del Partito Democratico statunitense</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Di Stefano Graziosi*</em></p>
<p><strong>Non sono tempi facili per il Partito Democratico statunitense</strong>. La sconfitta elettorale del 2016 è stata infatti una delle più drammatiche della sua storia. E ha lasciato un segno profondo: non soltanto l’Asinello ha perso la Casa Bianca ma non è neppure riuscito a conquistare uno dei due rami del Congresso. <strong>Il partito è</strong>, insomma, <strong>piombato in una fase di stallo, ritrovandosi fondamentalmente dilaniato da una feroce lotta intestina: da una parte, la sinistra di Bernie Sanders; dall’altra la corrente moderata</strong> (più o meno clintoniana). La prima appoggia una visione tendente al socialismo, venata di protezionismo economico e isolazionismo geopolitico. La seconda, di contro, non disdegna i trattati internazionali di libero scambio e, pur non condividendo le prospettive dell’unilateralismo neoconservatore, ritiene che gli Stati Uniti debbano continuare a giocare un ruolo di primo piano sullo scacchiere internazionale e multilaterale.</p>
<p><strong>Un duello aspro, dunque, tra due sistemi di pensiero quasi antitetici</strong>. Un duello riesploso energicamente in occasione delle elezioni per la scelta del nuovo presidente del Partito Democratico, lo scorso febbraio: elezioni che hanno visto scontrarsi <strong>Tom Perez</strong> e <strong>Keith Ellison</strong>. Il primo, ex ministro del Lavoro di Barack Obama, si è presentato come il candidato dell’establishment, nel tentativo di arginare i sandersiani compattando le aree di centro e centro-sinistra. Il secondo, deputato per il Minnesota, ha invece ottenuto l’appoggio della sinistra (da Bernie Sanders ad Elizabeth Warren). Dopo aver vinto sul filo del rasoio, Perez ha teso la mano ad Ellison, con l’obiettivo di mantenere unite le varie correnti di un partito che fatica ancora oggi a ritrovare una propria identità.</p>
<p><strong>E difatti, su svariate questioni le due anime non sembrano essere ancora riuscite a trovare una sintesi.</strong> Pensiamo alla sanità: quest’estate, Bernie Sanders ha presentato un progetto di riforma con l’obiettivo di creare un sistema sanitario in grado di coprire tutti i cittadini americani. Una proposta da molti giudicata irrealizzabile ma che il senatore del Vermont difende a spada tratta, sostenendo la necessità di un energico aumento delle tasse. Si tratta di una visione che le ali moderate del partito non guardano con troppa simpatia. Non solo temono che simili politiche possano spostare l’Asinello su posizioni barricadiere con conseguente fuga degli elettori moderati. Ma, pragmaticamente, preferiscono concentrarsi sulla difesa di Obamacare dai picconamenti di Trump. Il punto, insomma, è che queste anime combattive non riescono ancora a trovare un elemento coesivo che vada al di là della (ovviamente legittima) opposizione a Trump.</p>
<p><strong>Non è un caso che Barack Obama, contrariamente ai suoi immediati predecessori, sia rimasto particolarmente attivo sulla scena politica americana.</strong> Il problema è che, dopo lo straordinario successo della sua rivoluzione nel 2008, il Partito Democratico non è parso capace di attuare un significativo rinnovamento interno  che gli consenta di superare le divisioni intestine per creare una piattaforma di effettiva alternativa a Trump e ai Repubblicani. Le stesse recenti (e pur importanti) vittorie ottenute nelle elezioni governatoriali in Virginia e New Jersey non bastano a segnalare un’inversione di tendenza: si tratta infatti di territori tendenzialmente favorevoli ai democratici, dove non risiede lo zoccolo duro dell’elettorato trumpiano (la classe operaia impoverita della Rust Belt). Senza poi dimenticare che nel New Jersey l’Elefantino sconta la pessima gestione dell’ex governatore repubblicano, Chris Christie. Se veramente vuole capitalizzare questi buoni risultati, l’Asinello dovrebbe finalmente cercare di disancorarsi dal passato, guardando saldamente al futuro.</p>
<p><strong>Ma il tempo è poco. Tra meno di anno, si terranno le elezioni di medio termine in cui si rinnoverà la totalità della Camera e un terzo del Senato.</strong> E i democratici dovranno fare di tutto per cercare di riconquistare almeno la Camera: un obiettivo fondamentale non soltanto per attuare una opposizione più efficace a Trump. Ma anche per tornare di fatto a contare nell’agone politico statunitense. Un agone da cui i democratici ormai sembrano quasi spariti e in cui tengono completamente banco le sole beghe interne al Partito Repubblicano. L’Asinello deve insomma guardare avanti: Obama può essere un punto di partenza, ma non certo un punto di arrivo. Non solo perché, banalmente, il XXII Emendamento gli impedisce un terzo mandato. Ma anche – e soprattutto – perché l’America di oggi fatalmente non è più quella del 2008. Trump, piaccia o meno, è un segno dei tempi. Ed è stato abile ad intercettare un disagio profondo, perché ha avuto fiuto. Ecco: questo fiuto i democratici devono ritrovare. Perché il rischio, per loro, non è perdere le prossime elezioni, ma sprofondare nell’irrilevanza storica. Un’opzione che il partito di Franklin Delano Roosevelt non può permettersi.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>*Laureato in filosofia politica alla Cattolica di Milano, collabora su esteri (soprattutto Stati Uniti) con varie testate (Lettera43, Verità, Stati Generali, in passato America24 ecc.)</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/906/">L&#8217;Asinello smarrito: il grande sentiero del Partito Democratico statunitense</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
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			</item>
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		<title>Cybersecurity: quali normative per affrontare la sfida del futuro?</title>
		<link>https://www.mondodem.it/635/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 13 Jun 2017 18:27:55 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Democrazia 2.0]]></category>
		<category><![CDATA[Cybersecurity]]></category>
		<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[Trump]]></category>
		<category><![CDATA[USA]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.mondodem.it/?p=635</guid>

					<description><![CDATA[<p>di Gabriele Suffia* Per affrontare il tema della cybersecurity occorre fin dall’inizio ricordare che la sicurezza informatica non&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/635/">Cybersecurity: quali normative per affrontare la sfida del futuro?</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p class="Standard" style="text-align: justify;"><span style="font-size: 13.0pt; font-family: 'Times New Roman','serif';">di Gabriele Suffia*</span></p>
<p><strong>Per affrontare il tema della cybersecurity occorre fin dall’inizio ricordare che la sicurezza informatica non è un prodotto ma un processo</strong><a href="#_ftn1" name="_ftnref1">[1]</a>. Solo così si potrà comprendere come, per raggiungere un livello adeguato di sicurezza, sarà necessario adottare delle normative e delle policy (<em>approccio olistico alla cybersecurity</em>), e non fare affidamento ad una soluzione tecnica che pure sarebbe pensata per portare sicurezza.</p>
<p><strong>Le normative europee in campo di cybersecurity sono state di recente oggetto di intervento</strong> da parte della <u>Network and Information Security Directive</u> (<strong>Direttiva NIS)</strong>, adottata dal Parlamento Europeo il 6 luglio 2016 e che è entrata in vigore ad agosto dello scorso anno, e dal <u>General Data Protection Regulation</u> (<strong>GDPR</strong> &#8211; Regolamento UE 2016/679) con cui la Commissione Europea intende rafforzare e unificare dal 2018 la protezione dei dati personali entro i confini dell’Unione. Un’analisi sommaria delle normative europee è ad oggi ancora prematura da svolgere, dal momento che gli Stati Europei sono ancora chiamati a lavorare nei prossimi mesi per dotarsi delle “strutture organizzative minime” previste dalle due normative (es. Documento di Strategia nazionale e privacy officer, su tutti). Ciò porterà ad un automatico allineamento delle normative nazionali in Europa per quanto riguarda la sicurezza informatica e ad avere procedure di tutela dei dati personali il più possibile dialoganti tra loro. Si vuole perseguire il duplice scopo di:</p>
<ul>
<li>assicurare un livello di tutela minima (in realtà molto elevato);</li>
<li>consentire una maggior interazione tra le diverse realtà statuali intra-UE e anche nelle relazioni extra-UE, dal momento che tutte le imprese straniere che vorranno interagire con il sistema UE ne dovranno rispettare la (uniforme) normativa.</li>
</ul>
<p><strong>Uno dei punti critici che la dottrina sottolinea è il fatto che il livello di protezione che gli Stati europei sono chiamati</strong> ad assicurare nella cybersecurity e nella protezione dei dati personali è “lo stato dell’arte”. Si tratta senza dubbio di un obiettivo ambizioso, ma la portata del problema cybersecurity è tale che non può che essere affrontato con la massima priorità e con un approccio finalmente collaborativo tra tutte le istituzioni e i soggetti che compongono l’Unione europea, tali sono la varietà degli attori internazionali (pubblici e privati) e l’ampiezza delle possibili minacce alla sicurezza di dati, persone e imprese.</p>
<p><strong>Nello scenario attuale permangono ancora significative differenze con gli Stati Uniti.</strong> Si tratta di differenze strutturali che si esplicano in standard di protezioni più bassi per il versante americano, ma sono anche sistemiche, come nel caso della incomprensibile difficoltà a comprendere quali siano le norme interne, i regolamenti e le competenze delle molteplici Agenzie statunitensi (16) che hanno in qualche modo a che fare con la cybersecurity<a href="#_ftn2" name="_ftnref2">[2]</a>.</p>
<p><strong>Queste differenze, negli ultimi anni, stanno assumendo il peso di vere e proprie divergenze di vedute sul problema della cybersecurity.</strong> Manca, ad oggi, un serio tentativo di conciliazione che porti verso un concreto bilanciamento degli interessi in gioco, e questo perché ancora oggi gli USA mantengono uno straordinario primato tecnologico per quanto riguarda tutto ciò che ruota intorno alle reti di comunicazione globali che non intendono condividere con altri competitors economici (come la stessa UE), sia perché una grossa parte di questo primato è dovuto al peso specifico delle grandi multinazionali dell’IT che sono in larga parte <em>Us-based</em>. A partire dal caso Snowden è diventato evidente come la concentrazione di questi dati in poche mani private, unito alle capacità di intervento del Governo USA, esponga i dati sensibili dei cittadini e delle imprese europee a pericoli di spionaggio elettronico per i più diversi fini.</p>
<p><strong>Le priorità di USA e UE sono difformi,</strong> così come difformi sono le percezioni delle alleanze a livello globale e dei problemi da risolvere con la massima priorità<a href="#_ftn3" name="_ftnref3">[3]</a>, e soltanto gli sviluppi dell’Amministrazione Trump potranno dire se queste divergenze si aggraveranno o troveranno una composizione. In un’ottica di sicurezza informatica è senz’altro fondamentale che le normative interne all’Unione europea vadano verso una maggior convergenza tra loro, in quanto solo in questo modo si potrà fare massa critica nei confronti degli Stati Uniti e bilanciare la loro ingerenza, rappresentando anche un riferimento credibile per tutti coloro che, al momento, stanno cercando anch’essi di ridurre la propria dipendenza dal controllo infrastrutturale statunitense (per citare a titolo di esempio, Brasile, Cina, Canada).</p>
<p><strong>Non da ultimo, le complessive normative europee che sono state messe in campo negli ultimi mesi</strong> in tema di cybersecurity sono state disegnate anche per rispondere al problema della perdita di posti di lavoro che l’uso crescente della tecnologia per le attività produttive comporta. A fronte di posti di lavoro che si perdono man mano che avanza il processo di tecnologizzazione delle aziende, nuovi se ne creano attraverso lo strumento della politica legislativa (in questo caso europea). Si tratta di numeri non risolutivi, ma la direzione è senz’altro positiva tenuto conto che sono posti di lavoro ad elevata professionalizzazione e specializzazione (es. privacy officer), che costituiscono soltanto la prima di una serie di professioni legate alla crescita del mondo digitale connesso con la realtà che alcuni chiamano «mondo ibrido», altri «interrealtà»<a href="#_ftn4" name="_ftnref4">[4]</a>.</p>
<p><strong>Governare il processo inarrestabile dell’«interrealtà» costituisce uno dei principali compiti del legislatore del futuro,</strong> che non avrà (necessariamente) le competenze tecniche per prendere parte a questi fenomeni, ma che dovrà comunque prendersi lo spazio per regolarli. Sarà chiamato a farlo sempre più in sinergia con il mondo dell’economia e in un contesto in cui sarà fondamentale importante disporre di informazioni precise e il più possibile riservate<a href="#_ftn5" name="_ftnref5">[5]</a>, sia in campo pubblico che in campo privato (si pensi alla protezione del know-how industriale, che rappresenta il 1° target degli attacchi informatici verso i Paesi occidentali).</p>
<p><strong>In tutto questo la cybersecurity riveste un ruolo fondamentale,</strong> dal momento che il mondo dell’«interrealtà» verso cui stiamo andando dovrà innanzitutto avere requisiti di sicurezza tali da essere percepito come affidabile e positivo, pena una riduzione delle connessioni tra persone e Stati e il formarsi di nuovi “muri”, anche solo percepiti e rappresentati.</p>
<p><a href="#_ftnref1" name="_ftn1">[1]</a>Cfr. Cyber Crime Conference 2017 organizzata da Tecna Editore, Roma 11 aprile 2017</p>
<p><a href="#_ftnref2" name="_ftn2">[2]</a>Cfr. Stefano Mele, “I principi strategici delle politiche di cybersecurity”, disponibile sul sito: <a href="https://www.sicurezzanazionale.gov.it/sisr.nsf/approfondimenti/principi-strategici-delle-politiche-di-cyber-security.html">https://www.sicurezzanazionale.gov.it/sisr.nsf/approfondimenti/principi-strategici-delle-politiche-di-cyber-security.html</a> (link consultato in data 12/06/17).</p>
<p><a href="#_ftnref3" name="_ftn3">[3]</a>Si pensi, ad titolo d’esempio, al caso del Medio Oriente, rapporti con la Russia, fino ad arrivare al clima e alla COP21.</p>
<p><a href="#_ftnref4" name="_ftn4">[4]</a>Cfr. Giuseppe Riva, <em>“Interrealtà: reti fisiche e digitali e post-verità”</em>, il Mulino 02/2017.</p>
<p><a href="#_ftnref5" name="_ftn5">[5]</a>La riforma degli apparati di informazione e sicurezza della Repubblica, varata nel 2007, va in questa direzione di avvicinare il sistema italiano al modello di un moderno sistema di “intelligence democratica”, vicina ai riferimenti europei (in primo luogo il modello non-ministeriale britannico), senza perdere le caratteristiche positive proprie dell’esperienza italiana.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>* Gabriele Suffia è praticante avvocato attualmente iscritto al master di Geopolitica e sicurezza globale dell’Università La Sapienza di Roma, è cultore della materia presso la cattedra di Informatica giuridica dell’Università degli Studi di Milano e socio fondatore del Circolo ACLI Geopolitico a Milano.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/635/">Cybersecurity: quali normative per affrontare la sfida del futuro?</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
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		<title>Usa fuori da Parigi: una sfida per l&#8217;Italia.</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 03 Jun 2017 13:22:03 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[L'Italia nel mondo]]></category>
		<category><![CDATA[USA e Americhe]]></category>
		<category><![CDATA[#ambiente]]></category>
		<category><![CDATA[#parigi]]></category>
		<category><![CDATA[Trump]]></category>
		<category><![CDATA[USA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>di Luca Bergamaschi Con una decisione miope che danneggia la fiducia internazionale degli Stati Uniti e mette a&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em>di Luca Bergamaschi</em></p>
<p>Con una decisione miope che danneggia la fiducia internazionale degli Stati Uniti e mette a rischio la sicurezza e stabilità globale, il Presidente americano Donald Trump ha annunciato che intende abbandonare l’Accordo di Parigi (AdP) sui cambiamenti climatici, uno dei più importanti successi della diplomazia multilaterale contemporanea, rimanendo tuttavia aperto alla possibilità di rinegoziare i termini dell’impegno americano o dell’Accordo stesso. Quest’ultima ipotesi è già stata esclusa dai leader dei tre paesi europei del G7, Italia, Francia e Germania, attraverso una <a href="http://www.governo.it/articolo/dichiarazione-italia-germania-francia-sullannuncio-degli-usa-delluscita-dallaccordo-di">dichiarazione congiunta</a> e dal <a href="http://newsroom.unfccc.int/unfccc-newsroom/unfccc-statement-on-the-us-decision-to-withdraw-from-paris-agreement/">segretariato</a> della convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (UNFCCC).</p>
<p>È importante innanzitutto notare che gli USA rimangono parte del UNFCCC e pertanto hanno diritto a partecipare ai lavori dell’AdP fino a quando l’uscita effettiva non sarà completata. L’AdP prevede infatti che un paese debba presentare una notifica scritta al Segretario Generale delle Nazioni Unite un anno prima dell’uscita effettiva. Questa notifica, tuttavia, può essere presentata solo dopo 3 anni dall’entrata in vigore dell’AdP, avvenuta il 4 Novembre 2016. Dunque l’uscita degli USA sarà effettiva solo a partire dal 4 Novembre 2020, ovvero 4 anni (3 più 1) dall’entrata in vigore dell’AdP. Ciò significa che se non si troverà un accordo con gli USA per un’eventuale permanenza entro quella data, i cittadini americani avranno l’opportunità di esprimere la loro preferenza attraverso le prossime elezioni presidenziali del 3 novembre 2020.</p>
<p>Che impatto avrà l’uscita degli USA dall’Accordo di Parigi?</p>
<p>L’uscita degli USA di Trump implica uno stop, sulla carta, all’implementazione dell’impegno nazionale di riduzione delle emissioni (26-28% al 2025 rispetto al 2005) e uno stop alla partecipazione al Green Climate Fund (gli USA hanno versato finora 1 miliardo di dollari, un terzo di quanto promesso da Barack Obama nel 2014). Nonostante l’uscita degli USA, l’AdP rimane in vigore e lo strumento più condiviso (sono infatti 195 i paesi firmatari, inclusa la Corea del Nord), efficace e vincolante nella lotta ai cambiamenti climatici. Ora gli USA si aggiungono a Siria e Nicaragua come unici paesi non partecipanti.</p>
<p>Gli effetti pratici di questa decisione sono ancora incerti ma certo è che la riduzione delle emissioni e l’adozione delle tecnologie a basse emissioni sono due fenomeni ormai inarrestabili grazie alla volontà politica locale, regionale e globale di continuare sulla strada tracciata dall’AdP e alle dinamiche economiche in supporto di investimenti e mercati “verdi” trainate dall’innovazione, l’efficienza e la caduta dei costi. Negli stessi Stati Uniti l’azione degli Stati, delle città, delle imprese e dei cittadini non si fermerà. Anzi, essi si stanno già mobilitando per tenere fede agli impegni americani di riduzione delle emissioni attraverso la creazione della <a href="https://twitter.com/kylegriffin1/status/870394672274952196">United States Climate Alliance</a>. Se gli Stati federali che supportano l’AdP fossero <a href="https://twitter.com/WRIClimate/status/870060211465334784">un solo Stato</a>, sarebbero la quinta economia mondiale, i sesti più grandi emettitori di emissioni e il dodicesimo paese più popoloso della terra. Un altro esempio: il giorno prima dell’annuncio di Trump, il <a href="http://www.latimes.com/politics/essential/la-pol-ca-essential-politics-updates-california-plan-for-100-renewable-1496258464-htmlstory.html">Senato della California</a> ha  passato una legge per far sì che il 100% dell’elettricità consumata dalla California entro il 2045 provenga da fonti rinnovabili.</p>
<p>L’Amministrazione Trump si trova così isolata e rischia di danneggiare la prosperità economica stessa degli Stati Uniti. Nonostante la retorica distopica del discorso di Trump, le industrie del solare e dell’eolico americane stanno infatti creando occupazione ad un passo che è <a href="http://edfclimatecorps.org/sites/edfclimatecorps.org/files/the_growth_of_americas_clean_energy_and_sustainability_jobs.pdf">12 volte più veloce</a> rispetto alla media. Il settore delle rinnovabili e dell’efficienza energetica sono un motore fondamentale della crescita e occupazione americana. Le rinnovabili danno lavoro a <a href="http://www.irena.org/News/Description.aspx?NType=A&amp;mnu=cat&amp;PriMenuID=16&amp;CatID=84&amp;News_ID=1490">777.000 americani</a> (9,8 milioni a livello globale) e già oggi l’occupazione del solare da sola (<a href="https://energy.gov/sites/prod/files/2017/01/f34/2017%20US%20Energy%20and%20Jobs%20Report_0.pdf">373.807</a>) ha sorpassato quella delle centrali a carbone (<a href="https://energy.gov/sites/prod/files/2017/01/f34/2017%20US%20Energy%20and%20Jobs%20Report_0.pdf">86.035</a>),  dell’industria mineraria del carbone (circa <a href="https://www.bls.gov/webapps/legacy/cesbtab1.htm">50.000</a>) e dell’estrazione del petrolio e gas (<a href="https://www.bls.gov/webapps/legacy/cesbtab1.htm">180.000</a>) messe insieme. Mentre <a href="https://energy.gov/sites/prod/files/2017/01/f34/2017%20US%20Energy%20and%20Jobs%20Report_0.pdf">2,2 milioni</a> di americani sono occupati nel design, installazione o produzione di prodotti e servizi legati all’efficienza energetica.</p>
<p>L’abbandono degli impegni sul clima può rivelarsi inoltre una scelta politica impopolare e controproducente. Infatti gli americani sono molto favorevoli all’azione sul clima: il <a href="https://www.thechicagocouncil.org/publication/growing-support-us-some-climate-change-action">71%</a> ritiene che gli USA dovrebbero partecipare all’AdP e solo il <a href="https://www.documentcloud.org/documents/3319076-2017-01-15-Trend-for-Release.html#document/p4">31%</a> appoggia l’uscita. <a href="http://www.pewinternet.org/2016/10/04/public-views-on-climate-change-and-climate-scientists/">L’89%</a> degli americani è a favore dei parchi solari e l’<a href="http://www.pewinternet.org/2016/10/04/public-views-on-climate-change-and-climate-scientists/">83%</a> di quelli eolici. Dunque la decisione di uscire potrebbe contribuire all’emergere di una nuova configurazione del Congresso attraverso le elezioni di <em>mid-term</em> previste a novembre 2018 nelle quali tutti i 435 seggi della Camera dei Rappresentanti e 34 dei 100 seggi del Senato saranno soggetti a nuove elezioni.</p>
<p>A livello internazionale, la marcia indietro rispetto agli impegni internazionali presi segna un ulteriore perdita di fiducia nelle relazioni tra gli USA di Trump e il resto del mondo, aggravando la già scarsa credibilità e fiducia nelle competenze dell’Amministrazione Trump. <a href="http://www.repubblica.it/ambiente/2017/06/02/news/clima_juncker_non_si_torna_indietro_da_accordi_parigi-167030915/?ref=RHRS-BH-I0-C6-P6-S1.6-T1">Il resto del mondo</a> ha risposto in modo chiaro nel rimanere impegnato all’attuazione dell’Accordo di Parigi. Il giorno dopo la decisione di Trump <a href="http://www.consilium.europa.eu/en/press/press-releases/2017/06/02-tusk-remarks-eu-china-summit/">i leader di Europa e Cina hanno congiuntamente riconfermato</a> il loro impegno non solo a mantenere gli impegni presi ma anche ad approfondire la cooperazione bilaterale, dando il via ad un riassesto globale.</p>
<p>L’uscita degli USA dall’AdP apre comunque un nuovo capitolo di sfide e rischi. Essa infatti fissa un precedente per altri paesi e offre l’occasione per mettere in questione l’efficacia dell’Accordo stesso. I primi segnali sono comunque positivi: l’<a href="http://in.reuters.com/article/us-germany-india-climatechange-idINKBN18Q1C0">India</a> aveva annunciato già prima dell’annuncio di Trump che anche in caso di uscita americana manterrà i propri impegni, così come la <a href="http://www.independent.co.uk/environment/russia-paris-agreement-climate-change-donald-trump-us-decision-global-warming-moscow-putin-a7766481.html">Russia</a>. La sfida immediata che soprattutto Europa e Cina dovranno affrontare è come colmare il divario che verrà lasciato dal contributo USA in termini di riduzione di emissioni e, in modo più urgente, di finanza per il clima. Occorrerà trovare una soluzione in tempi stretti perché il riscaldamento globale non deceleri e per i paesi e le regioni più vulnerabili, come l’Africa sub-sahariana, il Nord Africa e le isole pacifiche, sono già oggi esposti a livelli critici di rischio. Il cambiamento climatico aggrava la fragilità dei paesi più vulnerabili attraverso l’aumento dell’insicurezza alimentare e della sete, a cui è connesso un incremento di povertà, instabilità, conflitti e movimento delle persone. I cambiamenti climatici sono, in prima linea, una minaccia alla sicurezza e alla stabilità globale.</p>
<p>Cosa significa tutto ciò per l’Italia e l’Europa?</p>
<p>Alla luce del nuovo ordine geopolitico e geoeconomico emergente, l’implementazione dell’AdP e la trasformazione pulita dell’economia devono essere riconosciuti come interessi fondamentali ed assumere un ruolo centrale nella definizione dell’identità nazionale ed europea per un futuro prospero e sicuro. L’Italia ha tutte le potenzialità, e l’interesse strategico, per diventare l’attore chiave in Europa e contribuire a definire un ruolo nuovo dell’Europa nel mondo attraverso una rinnovata diplomazia politica ed economica del clima. Molto del successo dipenderà dalla volontà politica di collocare il tema del clima e della trasformazione dell’economia al centro dell’agenda e delle scelte politiche di oggi.</p>
<p>La competitività, crescita, occupazione e sicurezza nazionale dipendono in modo sempre maggiore da come sarà gestita la sfida del clima. L’opportunità si chiama <a href="http://www.symbola.net/assets/files/GreenItaly%20.Presentazione%20(con%20testi).DEFINITIVA_1476974725.pdf">Green Economy</a>. Già oggi essa è responsabile di quasi 3 milioni di “green jobs”, equivalente al 13,2% dell’occupazione complessiva nazionale, il cui contributo per il 2015 è stimato a 190,5 miliardi di euro e con oltre 365.000 aziende impegnate nel settore. Il rischio invece si chiama instabilità e insicurezza. Il cambiamento climatico è già visibile con aumenti di temperature record e l’inasprirsi delle vulnerabilità del territorio, come quella idrogeologica, e dei fenomeni climatici estremi, come siccità e alluvioni. Tra il 2009 e il 2011 più di 2,3 milioni di italiani sono stati affetti da calamità idrogeologiche, che hanno causato <a href="https://www.bancaditalia.it/pubblicazioni/interventi-direttorio/int-dir-2017/en_Signorini_06.02.2017.pdf?language_id=1">2,7 miliardi</a> di danni all’anno. <a href="https://www.bancaditalia.it/pubblicazioni/interventi-direttorio/int-dir-2017/en_Signorini_06.02.2017.pdf?language_id=1">9 milioni di italiani e un’impresa su cinque</a> è a rischio inondazione. C’è anche un rischio clima “esterno” generato dall’instabilità che il cambiamento climatico può generare nel vicinato, soprattutto nella <a href="http://e3g.org/news/media-room/underpinning-the-mena-democratic-transition">regione del Nord Africa e Medio Oriente</a>. Essa è infatti una delle regioni più esposte ai rischi climatici e allo stesso tempo una delle regioni più instabili del pianeta. L’instabilità climatica aumenterà la fragilità, come nel caso della <a href="https://factbook.ecc-platform.org/conflicts/syrian-civil-war-role-climate-change">Siria,</a> e il rischio di conflitti e il dislocamento delle persone.</p>
<p>Perciò l’Italia deve impegnarsi con convinzione per una seria politica e diplomazia del clima, con l’obiettivo di:</p>
<ul>
<li>supportare la continua diffusione delle energie rinnovabili, dell’efficienza energetica, cruciale per tagliare consumi e costi e accrescere la competitività e la salute del sistema Paese, e della mobilità elettrica;</li>
<li>approfondire e accelerare il processo di riforma fiscale e finanziaria “verde” partendo dai risultati del recente <a href="http://www.minambiente.it/sites/default/files/archivio/allegati/sviluppo_sostenibile/Financing_the_Future_Summary_IT.pdf">dialogo nazionale per la finanza sostenibile</a>;</li>
<li>pianificare <a href="http://www.wwf.it/news/notizie/?25860/Ecco-le-politiche-per-luscita-dal-carbone-in-Italia">l’uscita dall’uso del carbone entro il 2025</a> in modo giusto; è un impegno coraggioso ma realizzabile e una dimostrazione dall’impatto globale che la decarbonizzazione è possibile senza lasciare indietro nessuno. Può diventare un esempio globale e un <em>asset</em> diplomatico, di leadership e credibilità fondamentale;</li>
<li>supportare le città nella pianificazione urbana sostenibile e resiliente, soprattutto per <a href="https://www.legambiente.it/contenuti/comunicati/emergenza-smog-ecco-come-combattere-lo-smog-cambiando-le-citta-italiane-10-moss">abbattere l’inquinamento atmosferico</a>, e nell’accesso ai capitali finanziari necessari;</li>
<li>concorrere per e riuscire ad ospitare la COP26, la conferenza annuale delle Nazioni Unite sul clima nel 2020, metterebbe l’Italia al centro dei lavori dell’attuazione dell’AdP e della politica globale del clima, soprattutto nel caso in cui un nuovo Presidente americano siederà al tavolo dei negoziati;</li>
<li>ripensare il sistema della governance istituzionale del clima e dell’energia in maniera sistematica e olistica per aumentare la comunicazione, il coordinamento, l’efficienza e l’impatto del lavoro del Governo attraverso, per esempio, l’istituzione presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri di un’unità strategica di coordinamento interministeriale per il clima e l’energia;</li>
<li>sviluppare reti elettriche nazionali intelligenti e transnazionali come un elemento strategico fondamentale per ridurre i costi generali di sistema e accrescere la sicurezza.</li>
</ul>
<p>L’elettricità è il vettore del futuro e con essa lo diventeranno le relazioni politiche ed economiche con i nostri vicini, soprattutto nell’area del Mediterraneo. La geopolitica dell’AdP rovescia gli interessi nazionali e crea nuovi rischi, soprattutto per i produttori ed esportatori di combustibili tradizionali. L’Italia deve essere pronta a capire e gestire le nuove sfide e adottare una nuova politica e diplomazia, nazionali ed europee, per garantire stabilità, sicurezza e sviluppo sostenibile per tutti.</p>
<p><a href="https://www.mondodem.it/wp-content/uploads/2017/06/20170527_0593.jpg"><img fetchpriority="high" decoding="async" class="alignnone size-medium_large wp-image-628" src="https://www.mondodem.it/wp-content/uploads/2017/06/20170527_0593-768x544.jpg" alt="" width="640" height="453" srcset="https://www.mondodem.it/wp-content/uploads/2017/06/20170527_0593-768x544.jpg 768w, https://www.mondodem.it/wp-content/uploads/2017/06/20170527_0593-300x213.jpg 300w, https://www.mondodem.it/wp-content/uploads/2017/06/20170527_0593-1024x726.jpg 1024w, https://www.mondodem.it/wp-content/uploads/2017/06/20170527_0593.jpg 1345w" sizes="(max-width: 640px) 100vw, 640px" /></a></p>
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		<title>Populismo: Definizione, Origini e Sviluppo</title>
		<link>https://www.mondodem.it/99/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Eugenio Dacrema]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 14 Dec 2016 13:36:35 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Democrazia 2.0]]></category>
		<category><![CDATA[Democrazia]]></category>
		<category><![CDATA[Globalizzazione]]></category>
		<category><![CDATA[Populismo]]></category>
		<category><![CDATA[Taskforce]]></category>
		<category><![CDATA[Unione Europea]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Introduzione Il seguente documento intende offrire un sunto del dibattito relativo al fenomeno populista e alla sua relazione&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Introduzione</strong></p>
<p>Il seguente documento intende offrire un sunto del dibattito relativo al fenomeno populista e alla sua relazione con la globalizzazione e la governance internazionale. Esso mira a chiarire, precisare e fissare alcuni elementi relativi al populismo emersi in questi mesi sui media e all’interno del dibattito politico. La prima parte si occupa di restituire una definizione di “<strong>populismo</strong>” in accordo con la letteratura corrente sul fenomeno. La seconda analizza invece gli elementi che ne hanno determinato le origini e lo sviluppo all’interno delle democrazie liberali occidentali, con una attenzione particolare per l’<strong>Unione Europea</strong> e l’<strong>Italia</strong>.</p>
<p><strong>Definizione</strong></p>
<p>In questa sede si è scelto di utilizzare la definizione di populismo formulata da <strong>Takis S. Pappas</strong> (2014; per una overview sul populismo europeo si veda anche Kriesi &amp; Pappas 2015), uno dei principali studiosi dell’emergere del populismo moderno in Europa. L’autore fornisce una definizione dicotomica che compara il populismo emergente all’interno delle democrazie occidentali con il liberalismo che le ha caratterizzate per gran parte della loro storia. Pappas giunge così a definire il populismo come “Democrazia illiberale” contrapposta appunto alla “Democrazia liberale”. Sono tre le caratteristiche principali che distinguono la prima dalla seconda:</p>
<ul>
<li><em>Multiple cleavages VS Single cleavage</em>: Mentre in una <strong>democrazia</strong> liberale è riconosciuta e legittimata la presenza di diverse linee di divisione all’interno della società (economiche, etniche, religiose, ecc.) che possono talvolta sovrapporsi e influenzarsi a vicenda, il movimento populista ne riconosce e legittima una sola, relativamente statica e permeata da caratteristiche etico-morali: il popolo (buono) contrapposto all’establishment (cattivo).</li>
<li><em>Overlapping consensus VS Adversarial politics</em>: A causa del riconoscimento di multiple, sovrapponibili e flessibili linee di divisione identitaria all’interno della popolazione la democrazia liberale tende a promuovere la ricerca del consenso e del compromesso tra forze politiche e sociali diverse. Al contrario, il movimento populista tende a non accettare come legittima la ricerca di consenso e legittimazione al di fuori del movimento stesso, vista come un cedimento all’establishment (unico altro gruppo sociale riconosciuto oltre al popolo) e quindi al “nemico”.</li>
<li><em>Constitutionalism VS Majoritarianism</em>: Mentre le forze che agiscono all’interno della cornice di una democrazia liberale tendono a riconoscere i limiti e i contrappesi previsti dalle regole imposte dalla legge e soprattutto dalla Costituzione, il partito populista tende a vedere questi elementi come illegittime restrizioni alla volontà popolare. Ciò discende direttamente dall’interpretazione secondo la quale l’elettore del partito populista è l’unico vero rappresentante del “popolo” (buono) la cui volontà deve essere rispettata. Essendo coloro che non aderiscono al partito populista parte dell’establishment (cattivo) o comunque ad esso affiliati, essi non hanno diritto alle garanzie attribuite alla minoranza incluse nelle costituzioni liberali.</li>
</ul>
<p><strong>Origine e sviluppo</strong></p>
<p>Il crescere del populismo in Occidente è stato numerose volte collegato al crescere della <strong>globalizzazione</strong>. L’analisi è di per sé corretta ma spesso articolata in modo troppo semplicistico. Nella maggioranza dei casi troviamo infatti un discorso che attinge molto alla retorica novecentesca della <em>working class</em> e che tende a riportare il tutto a una questione di lotta di classe vecchio stampo tra padroni del capitale e proletari – nella versione moderna “<em>working class</em>” o “piccola classe media” – i cui salari e posti di lavoro sono costantemente diminuiti a causa della competizione dei prodotti e della forza lavoro esteri e della finanziarizzazione dell’economia. Secondo tale approccio abbiamo quindi a che fare con strati sociali impoveriti, caratterizzati dall’appartenenza alle classi più svantaggiate e meno istruite. Queste sarebbero state a lungo ignorate dalle <strong>élite</strong>, che hanno dato priorità ai propri interessi e ai propri affari su scala globale.</p>
<p>Per quanto certamente questa spiegazione catturi una parte del problema, essa va significativamente precisata e completata. Precisata prima di tutto perché, come <strong>Brexit</strong> e <strong>elezioni americane</strong> hanno dimostrato, la maggior parte degli elettori populisti non appartiene alle classi sociali più svantaggiate. Soprattutto in America e nel Regno Unito queste ultime sono infatti composte da minoranze, solitamente escluse dalle grandi narrazioni populiste e soggette spesso ad altri tipi di auto-narrazione che si esprimono in forme di <em>collective-action</em> alternative, in alcuni casi anche fuori dalla legalità (identitarismo etnico-religioso più o meno radicalizzato, o organizzazioni criminali a controllo territoriale). La grande maggioranza che però continua a identificarsi col sistema tende a scegliere ancora partiti <em>mainstream</em>, visti come gli unici in grado di tutelarla di fronte al crescente razzismo populista.</p>
<p>Il populismo <a href="http://fivethirtyeight.com/features/education-not-income-predicted-who-would-vote-for-trump/">trae quindi gran parte del proprio consenso nelle classi medie</a>: piccola borghesia, media borghesia ma, e questo è importante sottolinearlo, anche alta borghesia. Questo perché le trasformazioni socioeconomiche causate dall’innovazione tecnologica e dall’apertura del commercio e della finanza hanno trasformato profondamente il vecchio “<em>divide</em>” lavoro-capitale nel nuovo vincenti-perdenti della globalizzazione (Kriesi et al. 2006). Molti tendono a sovrapporre erroneamente i due concetti. Al contrario, le due linee di demarcazione tratteggiano due tipi di agglomerati sociali assai diversi. Nel caso del lavoro-capitale di stampo industriale-novecentesco si era di fronte a classi sociali ben delineate, caratterizzate da simile tenore di vita, simili salari, simili luoghi di aggregazione e così via. Il nuovo <em>divide</em> unisce invece strati sociali molto diversi nella stessa categoria. All’interno dei perdenti abbiamo infatti sia l’operaio della fabbrica delocalizzata, sia il piccolo esercente messo fuori mercato dalla catena commerciale estera; abbiamo il giovane istruito e precario, come abbiamo l’imprenditore abbiente ma incapace di reggere la competizione sul mercato internazionale.</p>
<p>La profonda trasversalità della classe dei perdenti della globalizzazione ha due fondamentali conseguenze. In primo luogo rende assai difficile la loro rappresentanza politica: un giovane laureato precario ha interesse nel ricevere maggiori tutele e salari, mentre l’imprenditore in difficoltà ha l’esigenza di mantenere, quando non aumentare, la precarizzazione e l’abbattimento del costo del lavoro per poter tenere aperta l’azienda. Entrambi non rientrano nel vecchio schema lavoro-capitale. Da una parte il giovane precario compie lavori sotto-mansionati ma comunque prevalentemente nel terzo settore, caratterizzato da grande ricambio e mobilità che impediscono di fatto il coagularsi di azioni collettive significative da parte dei dipendenti. La precarizzazione rende infatti il posto di lavoro anche più intercambiabile agli occhi del lavoratore che, dovendo scegliere tra intraprendere difficili azioni collettive per la stabilizzazione e il rafforzamento di una posizione lavorativa spesso demansionata e cercarne un’altra, preferisce la seconda opzione. L’imprenditore, da parte sua, non rientra più nella classica categorizzazione del proprietario dei mezzi di produzione in grado di estrarre consistente plus-valore. Spesso le piccole-medie imprese che caratterizzano il 90% del panorama imprenditoriale italiano sono incapaci di quel salto di produttività che farebbe effettivamente aumentare i propri margini. Oggi, spesso, la ricerca ossessiva di abbattimento dei costi dei salari non è motivata dalla ricerca di maggiori margini di profitto ma da un affannoso adattamento alla competizione con paesi caratterizzati da una forza lavoro assai meno retribuita. Non potendo, per ragioni dimensionali tipiche del panorama imprenditoriale italiano, aumentare la competitività tramite <strong>economia</strong> di scala e attività di ricerca e sviluppo.</p>
<p>Questo rende il classico “<em>frame</em>” (cornice di lettura della realtà) del conflitto lavoro-capitale meno “<em>resonant</em>”, termine che in sociologia definisce un concetto capace di essere percepito come adatto a spiegare la realtà in cui l’individuo si trova (per una overview vedere Benford and Snow 2000). Ciò causa uno scarso appeal delle classiche narrazioni di sinistra fra la popolazione a ogni livello: i soggetti di solito fanno fatica a ritrovarvisi e ciò ha impedito all’opposizione a sinistra del Partito Democratico di raccogliere i frutti del crescente malcontento verso il governo Renzi. Questo ci porta direttamente alla seconda conseguenza del nuovo “<em>divide</em>”: piuttosto che trovare responsabilità l’uno nell’altro, questi soggetti diversi come il precario e l’imprenditore in difficoltà tenderanno a percepirsi come vittime dello stesso processo, ovvero la globalizzazione, e degli stessi soggetti, ovvero coloro che la promuovono e la proteggono. Troveranno, quindi, un ruolo assai più convincente (e “<em>resonant</em>”) nella classica narrativa populista dell’élite VS <strong>popolo</strong>, che ha la straordinaria capacità di appiattire le enormi differenze sociali interne al concetto di popolo e di unirlo all’interno dello stesso “in-group” opposto a un “out-group” in rapporto verticale, ovvero le élite.</p>
<p>Tutto questo ci porta direttamente al secondo fondamentale elemento, spesso ignorato dalle classiche spiegazioni che si danno al fenomeno populista. L’aumentare della globalizzazione e dell’interdipendenza ha infatti portato anche al crescere costante del cosiddetto “vincolo esterno” degli esecutivi nazionali (Mair 2009). Il “vincolo esterno” consiste in tutti quegli accordi che lo stato ha firmato per garantire il funzionamento dell’attuale ordinamento economico internazionale. In un mercato finanziario aperto, per esempio, un grosso vincolo esterno è rappresentato dalla necessità degli stati di preservare l’equilibrio dei propri conti pubblici in modo da non causare emorragia di capitali esteri (e domestici). Per gli stati europei tale vincolo esterno è stato anche parzialmente istituzionalizzato nell’ambito dell’Unione Europea.</p>
<p>Il vincolo esterno, cresciuto negli anni, ha progressivamente diminuito lo spazio di manovra degli esecutivi nazionali e, col tempo, anche i programmi politici “realistici” dei cosiddetti “partiti di governo”. Chiunque governi, o voglia governare, nell’ambito dell’attuale ordine economico si trova di fatto ad avere opzioni limitate nel campo delle proposte economiche, rendendo le divisioni programmatiche tra i partiti “<em>mainstream</em>” sempre meno distinguibili, un limite che i partiti populisti sfruttano al meglio.</p>
<p>Come notato da Dani Rodrik (2012), l’incapacità di trasformare il vincolo esterno in una fonte di opportunità e di legittimazione è dovuta soprattutto al fatto che gli strumenti di <strong>governance</strong> <strong>internazionale</strong> che lo sostengono si sono rivelati troppo farraginosi e rigidi, nonché poco responsivi a problemi localizzati. Questo è dovuto soprattutto all’incapacità di democratizzare questi strumenti uscendo dalla logica della democrazia come strumento esclusivo dello stato-nazione. Una incapacità che ha caratterizzato perfino l’unica organizzazione internazionale che sembrava essere in grado di poter compiere il salto da un metodo intergovernativo a un metodo più genuinamente democratico: l’Unione Europea.</p>
<p>Rodrik sottolinea come le uniche vie d’uscita da tale situazione siano due: da una parte la riduzione dell’esposizione all’economia e alla politica internazionali e un ritorno alla dimensione dello stato-nazione caratterizzato da una apertura controllata e condizionata e un conseguente aumento della sovranità esercitabile da un esecutivo nazionale. Oppure, dall’altra, un allargamento dei metodi democratici al di fuori dell’ambito nazionale, riformando, soprattutto per quanto riguarda l’Europa, gli organismi dell’Unione Europea in senso democratico. A problemi causati da fenomeni globali possono rispondere solo istituzioni globali, le quali possono essere davvero responsive e percepite come legittime solo se trasformate in senso democratico. Un tale processo è probabilmente impossibile nel breve-medio periodo a livello globale, ma potrebbe esserlo a livello europeo. E può essere ottenuto solo dando una nuova percezione di legittimazione democratica che travalichi il confine nazionale.</p>
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<p><strong>Bibliografia </strong></p>
<p>Benford R.D., Snow D.A., <em>Framing Processes and Social Movements: An Overview and Assessment</em>, Annual Review of Sociology, Vol. 26, pp. 611-639</p>
<p>Kriesi H., Grande E., Lachat R., Dolezal M., Bornschier S., Frey T. (2006), <em>Globalization and the Trasformation of the National Political Space: Six European countries compared</em>, PACTE, Working Paper n.1</p>
<p>Kriesi H., Pappas T.S. (2015), <em>European Populism in the Shadow of the Great Recession</em>, ECPR</p>
<p>Mair P. (2009), <em>Representative versus Responsible Government</em>, Max Planck Institute for the Study of Societies, MPIfG Working Paper 09/8</p>
<p>Pappas T.S. (2014), <em>Populist Democracies: Post-Authoritarian Greece and Post-Communist Hungary</em>, Government and Opposition, Vol. 49, No. 1, pp 1-23</p>
<p>Rodrik D. (2012), <em>The Globalization Paradox: Democracy and the Future of the World Economy</em>, W. W. Norton &amp; Company</p>
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		<title>Il futuro della politica americana visto da Pechino</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 18 Nov 2016 14:47:13 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Cina]]></category>
		<category><![CDATA[Elezioni USA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Di Ugo Papi* La vittoria di Trump negli Stati Uniti apre uno scenario inedito e imprevedibile nella geopolitica&#8230;</p>
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<p><em>Di Ugo Papi*</em></p>
<p>La vittoria di Trump negli Stati Uniti apre uno scenario inedito e imprevedibile nella geopolitica mondiale. Il nuovo presidente durante la sua campagna ha detto tutto e il suo contrario e parte delle minacce e delle promesse elettorali, come sempre avviene, non si tradurranno in fatti. Nonostante ciò è possibile disegnare qualche scenario a partire da alcune costanti del pensiero “trumpiano” in politica estera, alcune delle quali, se dovessero trasformarsi in fatti, potrebbero sconvolgere gli equilibri del pianeta. Trump, come altri candidati americani non conosce il mondo e le sue dinamiche, al contrario della Clinton che è stata di gran lunga la candidata alla presidenza più esperta e preparata in politica estera che l’America abbia avuto da alcuni decenni a questa parte grazie all’esperienza acquisita da first lady e soprattutto da segretario di Stato con Barack Obama. Trump è portatore di quello che Walter Mead chiama “Nazionalismo Jacksoniano”, un misto di unilateralismo e impulsi isolazionisti che da sempre contraddistingue una parte del pensiero americano di marca repubblicana. Se attuata, tale politica porterebbe l’America a abbandonare il ruolo di garante del sistema post bellico che ha avuto sino a ora. A questa tendenza “The Donald” unisce una presunzione sconfinata nelle sue capacità di businessman capace di trovare accordi vantaggiosi con chiunque, soprattutto con gli “uomini forti” con i quali si identifica. Da qui la sua marcata simpatia per Putin e l’odio nei confronti del multilateralismo. Se dovesse sul serio trovare un accordo con la Russia per superare le tensioni dell’era Obama, cancellando le sanzioni e lasciando al suo destino Crimea e Ucraina, la nuova situazione avrà ripercussioni notevoli per l’Europa, la Nato (nella quale Trump ha già detto di voler ridimensionare il ruolo americano a causa del poco impegno economico degli alleati) e lo scacchiere mediorientale, dal quale l’America potrebbe definitivamente tirarsi fuori seguendo un trend già inaugurato con Obama. Incognite ancora maggiori riguardano il rapporto con la Cina. Trump e Xi Jinping si sono parlati al telefono e le dichiarazioni dei due sono improntate per ora alla prudenza e a toni diplomatici di cautela. Il neo presidente ha lanciato però accuse infuocate in campagna elettorale nei confronti di Pechino, per la concorrenza commerciale sleale. È arrivato a promettere dazi del 45% sulle merci cinesi. È però assai probabile che dovrà rimangiarsi la parola. L’affidabile e indipendente Peterson Institute di Washington calcola infatti in milioni i posti di lavoro persi a causa della reazione sicura che Pechino attuerebbe: immediate ritorsioni commerciali innalzando le tariffe sulle importazioni di beni e servizi dagli Usa, con conseguente balzo dei prezzi, crolli in borsa e contrazione degli investimenti. Anche nel caso di misure più selettive contro i cinesi, questi minacciano di vendere il trilione di titoli di Stato americani bloccando anche l’importazione dei prodotti agricoli americani e l’acquisto dei nuovi Boeing a favore degli Airbus. In questi giorni è stato ventilato da Pechino anche il taglio delle forniture alla Apple che produce i suoi iPhone in Cina. Lo scenario è da brividi e da un uomo di affari come Trump è difficile aspettarsi passi del genere, vista l’interdipendenza tra le due economie globalizzate. Ancora più incerto è il futuro del “Pivot to Asia” che aveva portato Obama a sponsorizzare il TPP tra i paesi delle due sponde del Pacifico escludendo la Cina. Trump, come la sua avversaria Clinton, ha chiaramente detto che cancellerà l’accordo di libero scambio, per rassicurare i lavoratori americani. Su questo terreno è probabile che il nuovo leader vada avanti e la cosa non dispiace per nulla a Pechino, che potrà intensificare il suo progetto di “Nuova via della seta”, che molti avevano già visto come la risposta del gigante asiatico al trattato trans pacifico. Più incerto è il futuro dell’impegno americano nel campo della difesa e delle alleanze tradizionali dell’area, in primis Giappone, Corea e Australia, senza dimenticare la delicata situazione taiwanese. Obama aveva apertamente incrementato tale ruolo, estendendolo ai paesi del sud est asiatico minacciati da una Cina più assertiva nel Mar cinese meridionale, dove transitano merci e prodotti energetici vitali per il mondo intero. Finora l’America aveva imposto la sua presenza militare a garanzia di tali rotte. Se Trump seguisse davvero la sua politica isolazionista si scatenerebbe una corsa al riarmo dalle conseguenze imprevedibili nell’area a più forte sviluppo del pianeta, ma ancora contraddistinta da nazionalismi in forte ascesa. La preoccupazione a Seoul e Tokyo è palpabile già ora e tenderà ad aumentare se non arrivassero rassicurazioni da Washington. C’è chi spera che anche Trump apprenderà l’arte della prudenza e della diplomazia seguendo i consigli dei futuri consiglieri repubblicani più tradizionali. Ma le prime nomine non lasciano ben sperare e l’imprevedibilità del personaggio non lascia presagire nulla di buono per le sorti del mondo.</p>
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<h5 id="giornalista-scrittore-esperto-di-asia-frequenta-loriente-dagli-anni-settanta-ha-lavorato-per-radio-rai-e-scrive-di-oriente-per-il-mattino-lunita-e-altri-periodici-e-stato-nel-2">Giornalista, scrittore, esperto di Asia, frequenta l’Oriente dagli anni settanta. Ha lavorato per Radio Rai e scrive di Oriente per Il Mattino, l’Unità e altri periodici. È stato nel 2006/07 Consigliere per l’Asia del Ministro degli Esteri. Ha svolto l’attività di Consigliere politico di Piero Fassino, in qualità di inviato Ue per la Birmania, dal 2007 al 2011. Per il Pd è stato responsabile Asia-Pacifico del Dipartimento internazionale e Consulente della Commissione Esteri della Camera dei Deputati.</h5>
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