<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?><rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	>

<channel>
	<title>Federica Roia, Autore presso MondoDem</title>
	<atom:link href="https://www.mondodem.it/author/ferdericaroia/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>https://www.mondodem.it/author/ferdericaroia/</link>
	<description>Laboratorio di Politica Internazionale</description>
	<lastBuildDate>Tue, 19 Jul 2022 17:18:33 +0000</lastBuildDate>
	<language>it-IT</language>
	<sy:updatePeriod>
	hourly	</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>
	1	</sy:updateFrequency>
	<generator>https://wordpress.org/?v=6.8.3</generator>

<image>
	<url>https://www.mondodem.it/wp-content/uploads/2020/10/cropped-MondoDem_Logo_RGB_colored-min-1-1-32x32.png</url>
	<title>Federica Roia, Autore presso MondoDem</title>
	<link>https://www.mondodem.it/author/ferdericaroia/</link>
	<width>32</width>
	<height>32</height>
</image> 
	<item>
		<title>Un nuovo ordine mondiale?</title>
		<link>https://www.mondodem.it/3015/</link>
					<comments>https://www.mondodem.it/3015/#respond</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[Federica Roia]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 19 Jul 2022 17:18:24 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Esteri a confronto]]></category>
		<category><![CDATA[BRICS]]></category>
		<category><![CDATA[Russia]]></category>
		<category><![CDATA[Stati Uniti]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.mondodem.it/?p=3015</guid>

					<description><![CDATA[<p>Il conflitto in corso in Ucraina e gli avvenimenti più recenti ci hanno costretto a ripensare all’attuale ordine&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/3015/">Un nuovo ordine mondiale?</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Il conflitto in corso in Ucraina e gli avvenimenti più recenti ci hanno costretto a ripensare all’attuale ordine internazionale. Guardando in particolare ai vertici NATO, BRICS e G7 e ai rispettivi documenti conclusivi, emerge come vi sia una sostanziale assenza di una chiara visione strategica di come potrà strutturarsi il futuro ordine mondiale.</p>



<p>Quanto poi accaduto negli Stati Uniti, ossia la recente decisione della Corte Suprema americana che ha sovvertito il precedente <em>Roe</em> vs <em>Wade</em> del 1973 in materia di interruzione volontaria di gravidanza, ha portato a chiedersi quanto effettivamente gli Stati Uniti possano essere considerati il punto di riferimento per la tutela e l’esportazione dei valori occidentali.</p>



<p>Andiamo con ordine. I vertici del G7 e della NATO si sono soffermati sulla crisi in corso in Ucraina e hanno ribadito l’individuazione della Russia come la principale minaccia per la sicurezza europea e l’ordine mondiale, proseguendo nella condanna dell’aggressione russa attraverso l’approvazione di numerose contromisure nei confronti del Paese. La Cina è stata invece identificata come il ‘rivale sistemico’ dell’Occidente. Tuttavia, le conclusioni raggiunte appaiono ancora poco risolutive per quanto concerne l’ordine internazionale e ciò che è stato definito dal nuovo Concetto Strategico dell’Alleanza Atlantica, oltre a riprendere molti dei concetti già individuati dal Rapporto Harmel del 1967, risulta essere una labile svolta strategica poiché parecchio conservativa.</p>



<p>Lo stesso emerge dalle recenti vicende relative ai BRICS. All’interno della dichiarazione finale del vertice tenutosi il 23 e 24 giugno, è presente molta retorica relativa al ‘<strong>nuovo ordine mondiale</strong><strong>’ </strong>in chiave antioccidentale<strong>.&nbsp;Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa</strong>&nbsp;hanno espresso in 75 punti le loro priorità per il futuro: il ritorno del multilateralismo, un’economia globale contro i protezionismi e la riforma del Consiglio di Sicurezza Onu. Tuttavia, gli intenti di dichiarata compattezza sembrano scontrarsi con i comportamenti tenuti dai singoli Stati da cui emerge una sostanziale ambiguità. Da parte di Pechino non vi è stato alcun appoggio alla politica russa, salvo una non esplicita condanna dell’invasione dell’Ucraina e una tendenza a beneficiare della debolezza russa, ad esempio acquistando i suoi prodotti energetici a prezzi fortemente ridotti.&nbsp; Dall’altro lato, l’India dopo aver partecipato al vertice, ha preso parte anche alla riunione del G7 a conferma della sua distanza dalla Cina, contro la quale ha aderito al&nbsp;gruppo Quad&nbsp;(con gli Usa, il Giappone e l’Australia). Infine, il Brasile ha assunto un atteggiamento altrettanto ambiguo essendo l’unico di tali Paesi a votare la risoluzione ONU di condanna all’invasione russa e adottando posizioni altrettanto poco chiare nei confronti della Cina temendo forse più le aspirazioni egemoniche di Pechino che di Washington. &nbsp;</p>



<p>Infine, i recenti avvenimenti statunitensi hanno confermato il sostanziale appannamento dell’immagine degli USA come il principale riferimento dei valori occidentali. La sentenza della Corte Suprema americana ha effettivamente dato prova di una regressione in materia di tutela dei diritti umani evidenziando la forte dimensione politica assunta dalla giustizia americana. La pronuncia della Corte si inserisce all’interno di un contesto, quello statunitense, segnato tra l’altro da una forte polarizzazione sociale tale per cui alcuni gruppi sociali vengono penalizzati aumentando le disuguaglianze interne; sono circa 330 milioni ad esempio i cittadini ai quali non vengono ancora garantiti i diritti all’istruzione e all’assistenza sanitaria universali e gratuite. Tali disuguaglianze sono la causa delle più recenti manifestazioni della società civile come il fenomeno dei <em>Black lives matter.</em></p>



<p>Nel corso della Presidenza di Donald Trump poi, ha preso piede una forma di acuta polarizzazione anche politica che è culminata nell’attacco a <em>Capitol Hill</em> del 6 gennaio 2021. Trump è infatti stato motore trainante del processo di radicalizzazione politica americana spingendo i suoi sostenitori, anche gli esponenti più radicali, contro le stesse istituzioni democratiche. Tale processo di radicalizzazione e in particolare il rafforzamento della destra estrema è un fenomeno che ha preso il via in realtà anni prima dell’arrivo dell’amministrazione Trump, tuttavia soltanto nel corso di quest’ultima la destra radicale è riuscita ad allinearsi con la Presidenza. È il caso del gruppo degli <em>Oathkeepers </em>e i <em>Proud Boys</em> che erano tra principali sostenitori dell’attacco a Capitol Hill.</p>



<p>In conclusione dunque, considerato il panorama mondiale di grande complessità, rimangono incerte le previsioni circa l’evoluzione dell’ordine internazionale in cui è certo occorra un maggiore protagonismo nella tutela dei valori democratici e occidentali. La sinergia dimostrata dagli Stati Membri dell’UE in risposta alla crisi Covid, al conflitto in Ucraina e alla crisi energetica ha confermato la compattezza dell’azione dell’Unione Europea all’interno del panorama internazionale. Un segnale che va in questa direzione è dato anche dalla ripresa del processo di allargamento della membership europea che ha dimostrato come, anche a livello internazionale, sia sempre più viva la sensazione dell’adeguatezza dell’Unione a ricoprire il ruolo di garante dei valori occidentali soprattutto laddove questi vengano violati. Occorre dunque che l’Unione Europea si rafforzi proseguendo anche nel percorso di integrazione al suo interno.&nbsp;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/3015/">Un nuovo ordine mondiale?</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.mondodem.it/3015/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>0</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Nel 2022 possiamo davvero parlare di veri e finti profughi?</title>
		<link>https://www.mondodem.it/2940/</link>
					<comments>https://www.mondodem.it/2940/#respond</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[Federica Roia]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 01 Apr 2022 18:11:19 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Diritti Umani]]></category>
		<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[Italia]]></category>
		<category><![CDATA[profughi]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.mondodem.it/?p=2940</guid>

					<description><![CDATA[<p>Il conflitto in Ucraina ha costretto milioni di persone a fuggire dal proprio Paese d’origine per cercare protezione&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/2940/">Nel 2022 possiamo davvero parlare di veri e finti profughi?</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-drop-cap">Il conflitto in Ucraina ha costretto milioni di persone a fuggire dal proprio Paese d’origine per cercare protezione negli Stati limitrofi. Di fronte alla crisi umanitaria in corso e vicina ai suoi confini, l’Unione Europea ha adottato numerosi strumenti che sono volti, in primo luogo, a garantire la sicurezza degli esuli. In particolare, il 3 marzo il Consiglio europeo ha dato attuazione per la prima volta alla Direttiva 2001/ 55/CE, che ha due scopi essenziali. Il primo è evitare che un enorme numero di migranti sia sottoposto alla procedura ordinaria di esame della richiesta di protezione internazionale, creando una paralisi delle procedure amministrative negli Stati dell’Unione e, parallelamente, fare in modo che i profughi possano subito “<em>godere di diritti armonizzati in tutta l’Unione che conferiscano un livello di protezione adeguato, comprendente titoli di soggiorno, la possibilità esercitare qualsiasi attività di lavoro subordinato o autonomo e di essere adeguatamente alloggiati, la necessaria assistenza sociale, medica o di altro tipo e contributi al sostentamento</em>”. Il secondo obiettivo è garantire che gli Stati accolgano “<em>con spirito di solidarietà comunitaria le persone ammissibili alla protezione temporanea [e che indichino] la loro capacità d’accoglienza in termini numerici o generali</em>”.</p>



<p>Tale Direttiva era stata adottata all’indomani del conflitto nell’ex Jugoslavia, quando per la prima volta dopo la seconda Guerra mondiale, l’Europa si era trovata di fronte a un notevole numero di sfollati ed era stata concepita specificamente per promuovere un equilibrio degli sforzi volti a gestire congiuntamente gli spostamenti massicci di sfollati all’interno dell’Europa. Un’applicazione così tardiva della Direttiva deriva da motivazioni esclusivamente politiche: non è certamente dipesa dall’assenza in Europa di un “imminente afflusso massiccio di sfollati provenienti da Paesi terzi”, si pensi infatti ai siriani o, ai più recenti esuli afghani, nonostante si possa obbiettare che l’afflusso massiccio di questi ultimi verso l’Europa non si sia completamente verificato (in ragione delle politiche di esternalizzazione dell’Europa che hanno bloccato e confinato un numero elevato di rifugiati in Paesi terzi pagando un prezzo altissimo sia in termini economici che politici). Il gruppo di Visegrád &nbsp;e l’Austria, in sede di Consiglio, hanno addirittura contestato l’estensione della protezione temporanea prevista dalla Direttiva 2001/55 a cittadini di Paesi terzi residenti in Ucraina, rendendo incerta fino all’ultimo la procedura di attivazione della stessa, generando peraltro il paradossale effetto per cui tutti i migranti si sarebbero concentrati nei primi Paesi di ingresso &#8211; ossia gli stessi del blocco di Visegrad.</p>



<p>Considerata l’entità dell’emergenza che stiamo vivendo e di quelle che abbiamo vissuto e la portata dei conseguenti flussi migratori, l’attivazione della protezione temporanea nei confronti dei migranti provenienti dall’Ucraina e l’avvio quanto prima di un piano europeo di accoglienza che comprenda anche quote di ripartizione tra i vari Stati è una scelta non solo adeguata ma assolutamente necessaria.</p>



<p>Inoltre, alcune narrazioni mediatiche della crisi migratoria ucraina hanno messo in luce la necessità di uno sforzo culturale anche da parte della società civile. Il presentatore di Al Jazeera English Peter Dobbie durante una trasmissione domenicale si è così espresso: «Guardandoli, nel modo in cui sono vestiti, queste sono persone abbienti della classe media. Questi non sono rifugiati che cercano di allontanarsi dal Medio Oriente [&#8230;] o dal Nord Africa. Sembrano una qualsiasi famiglia europea con cui vivresti accanto».</p>



<p>Ai fini dell’integrazione all’interno della società occorre il migrante sia identificato anche dall’opinione pubblica come tale senza ricorrere all’utilizzo di categorie basate su affinità culturali e di costume. Questo consentirebbe infatti l’avvio di un processo di integrazione che non cede all’ondata nazionalista e xenofoba che in Europa ha cercato, spesso con successo, di ostacolare l’implementazione delle politiche migratorie.</p>



<p>Fatte queste considerazioni, si riportano di seguito alcuni suggerimenti di policy volti a migliorare la gestione di tali flussi:</p>



<ol class="wp-block-list" type="1"><li>Considerato l’approccio di chiusura adottato da alcuni Stati e sopra descritto, occorre domandarsi se convenga continuare a fare affidamento sulla solidarietà degli altri paesi per gestire i flussi migratori che arrivano sulle coste italiane. È certamente ragionevole chiedere che la Commissione Europea assuma compiti di redistribuzione dei costi (dai Paesi più esposti a quelli meno esposti), oppure che i Paesi meno colpiti dallo shock migratorio si impegnino finanziariamente e organizzativamente per costruire centri di raccolta dei migranti là dove essi partono per andare in Italia. Allo stesso modo, è ragionevole chiedere di rivedere gli accordi di Dublino tenendo in considerazione anche l’atteggiamento di chiusura dei Paesi del blocco di Visegrad.&nbsp; Tuttavia, per quanto tali misure siano essenziali, esse non risolvono il reale problema che è costituito dalla persistenza della sovranità territoriale degli Stati in tema migratorio. Ecco perché la richiesta di un maggior coinvolgimento dell’Europa nella gestione dei flussi migratori andrebbe accompagnata da una strategia per ridefinire le sovranità territoriali e finalizzata a istituire un governo comune della politica migratoria che sia indipendente e separato dai singoli Stati. Seguendo questa prospettiva dunque, occorre trasformare FRONTEX in un’agenzia che agisca in autonomia rispetto alle volontà dei singoli governi (diversamente da come accade adesso poiché interviene su richiesta da questi ultimi), così garantendo lo spazio europeo della libera circolazione. Occorre assegnare al governo comune della politica migratoria un bilancio indipendente, derivato da una capacità fiscale autonoma e gestito da un commissario responsabile verso il Parlamento europeo e il Consiglio. Si tratta infine di sostituire gli Accordi di Dublino con una politica europea dell’asilo politico gestita da autorità politiche sovranazionali.</li><li>È nell’interesse dei paesi situati ai confini dell’Unione e quindi anche dell’Italia insistere sulle <em>Migration Partnership</em>, gli accordi tra Europa e paesi di origine e transito dei migranti in Africa subsahariana. L’aumento degli aiuti allo sviluppo verso i paesi africani è un obiettivo importante a prescindere dal fenomeno migratorio e l’azione in tal senso può portare a risultati concreti nel lungo periodo e solo se specificamente finalizzata a creare occupazione nei paesi d’origine e di transito. Se così non fosse infatti, non si risolverebbe la radice del problema, il sottosviluppo. Si rischia invece di destabilizzare contesti già fragili senza creare sufficienti opportunità di occupazione regolare alimentando così i flussi migratori verso i Paesi europei.</li><li>Integrare. Questo processo deve avvenire nella consapevolezza che il problema non riguarda esclusivamente i beneficiari di protezione internazionale ma anche i migranti irregolari sul territorio italiano che quasi sicuramente il nostro Paese non sarà in grado di rimpatriare. Chi è arrivato in Italia per vie irregolari fatica a trovare un lavoro rispetto a un migrante regolare: in Europa il tasso di occupazione di un migrante regolare nei primi 12 mesi dal suo ingresso è dell’80%, mentre quello di un migrante irregolare è del 30%. Questo gap tende a ridursi nel tempo ma persino a dieci anni dall’arrivo, i migranti giunti per vie irregolari hanno un tasso di occupazione del 65%. Il processo di integrazione mira proprio a ridurre il più possibile questo gap, in modo da far sì che i migranti irregolari si trasformino da problema a risorsa anche per l’economia nazionale. Ciò ridurrebbe infatti il rischio di povertà e marginalizzazione e porterebbe a diminuire i problemi sociali connessi (criminalità o, persino, radicalizzazione). Inoltre, in prospettiva, esempi virtuosi di integrazione aumenterebbero il prestigio dell’Italia nei confronti dei propri vicini europei, che fino a oggi ci hanno accusato di essere in ritardo nello sviluppo di una strategia coerente e di avervi investito risorse troppo limitate. Gestire i processi migratori non è mai semplice, soprattutto in situazioni così mutevoli e con flussi irregolari ben più elevati rispetto al recente passato. La sfida italiana è quindi quella di conciliare le legittime esigenze di sicurezza dei cittadini italiani con la realtà di un fenomeno di portata epocale e che difficilmente potrà essere arrestato nel prossimo futuro, considerando soprattutto gli ultimi avvenimenti.</li><li>L’auspicio per il futuro è che le politiche migratorie così come la sensibilità collettiva alla questione migratoria siano le stesse per tutte le categorie di migranti. Questo nella speranza che non si faccia più distinzione tra “veri” e “finti” profughi semplicemente perché provenienti da territori lontani dai confini europei e per questo considerati indesiderabili parlandone sempre al plurale e denudandoli da qualsiasi soggettività, come fossero oggetti di dibattito politico, fattori di disoccupazione, insicurezza e nient’altro. Ciò con l’obiettivo di governare il fenomeno, anziché esserne governati.</li></ol>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/2940/">Nel 2022 possiamo davvero parlare di veri e finti profughi?</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.mondodem.it/2940/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>0</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Green Pass e undocumented migrants: Amici Nemici</title>
		<link>https://www.mondodem.it/2820/</link>
					<comments>https://www.mondodem.it/2820/#respond</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[Federica Roia]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 03 Feb 2022 15:06:44 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Analisi in Pillole]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.mondodem.it/?p=2820</guid>

					<description><![CDATA[<p>Da quando il regolamento sulla certificazione digitale COVID dell&#8217;UE è entrato in vigore il 1° luglio 2021, diversi&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/2820/">Green Pass e undocumented migrants: Amici Nemici</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="is-style-default">Da quando il regolamento sulla certificazione digitale COVID dell&#8217;UE è entrato in vigore il 1° luglio 2021, diversi Stati membri hanno utilizzato i certificati vaccinali per determinare l&#8217;accesso ai servizi e agli spazi pubblici. Si tratta di un modo valido ed efficace per spingere alla vaccinazione coloro che ancora esitano, ma rischia di accentuare l’esclusione sociale di coloro che riscontrano difficoltà nell’ottenimento del vaccino, come i migranti privi di documenti. Questi ultimi costituiscono parte integrante della nostra società, talvolta in veste di lavoratori purtroppo non regolari, e la loro condizione è spesso dovuta a motivazioni che sostanzialmente giustificano il loro status quali ad esempio l’abbandono necessario e improvviso del proprio Paese d’origine. Spesso, per queste persone, la vaccinazione costituisce di per sé una sfida e al contempo un rischio.</p>



<p>La condizione di <em>undocumented migrants</em> non consente di dotarsi di un <em>social security number</em>, un documento di identità nazionale o, in alcuni casi, la prova di un indirizzo di casa, ossia i requisiti comuni per ottenere il vaccino per il Covid-19. Inoltre, gran parte dei paesi europei offre a tali persone un contesto di accesso estremamente limitato all’assistenza sanitaria. E anche laddove venga consentito registrarsi per la vaccinazione, l’assenza di una politica specifica che salvaguardi i dati personali dei migranti senza documenti dall&#8217;essere trasmessi alle autorità di immigrazione, aumenta il rischio di esposizione di questi ultimi all’espulsione anche solo accedendo al servizio sanitario.</p>



<p>Un ulteriore fattore da considerare è la possibilità che le persone senza documenti che riescono a ottenere la vaccinazione non sempre possano ottenere una certificazione COVID digitale. Un primo ostacolo è costituito dal limitato accesso dei migranti alla tecnologia necessaria per ottenere o visualizzare un certificato digitale.&nbsp; Un altro è rappresentato dal fatto che le stesse banche dati sanitarie potrebbero non permettere agli <em>undocumented migrants</em> di ottenere i certificati digitali. In Italia, il codice rilasciato per gli &#8220;Stranieri Temporaneamente Presenti (STP)&#8221;, usato per ottenere assistenza sanitaria, non è sempre riconosciuto dal Ministero della salute come valido per ottenere il &#8220;Green Pass&#8221; necessario per accedere a una serie di spazi e servizi pubblici, compresi i luoghi di lavoro e il transito pubblico. Vi sono poi casi in cui si verificano problemi di comunicazione tra il servizio regionale e quello nazionale tali per cui il codice STP non viene comunicato al Ministero rendendo i migranti impossibilitati alla prenotazione della vaccinazione e al conseguente ottenimento della certificazione verde. Il problema riguarda anche chi per esempio è in Italia da meno di tre mesi e che non può dunque ottenere il tesserino STP. In questi casi, spesso viene consentita la vaccinazione perché molte regioni concedono a tutti l’accesso al vaccino, ma non è garantito l’ottenimento del Green Pass.</p>



<p>Un ulteriore fattore da considerare è legato alle preoccupazioni per la protezione dei dati e i controlli sull&#8217;immigrazione che possono dissuadere le persone senza documenti dal registrarsi per il certificato. Questo infatti complica il panorama dimostrando che anche quando ci sono chiare salvaguardie in atto, le violazioni della sicurezza dei dati possono alimentare le paure esistenti e dissuadere le persone dall&#8217;ottenere il certificato. Della stessa natura sono le preoccupazioni legate all&#8217;aumento della sorveglianza di alcuni spazi. Infatti, la possibilità di controlli di identità effettuati regolarmente a o a campione in alcuni spazi pubblici può aumentare il rischio di maggiore esclusione e discriminazione. Le certificazioni verdi sono infatti accompagnate da controlli di identità. Poiché le persone prive di documenti spesso non possono fornire un&#8217;identificazione e potrebbero non essere in grado di fornire la prova necessaria (anche perché non possono ottenere un certificato di vaccinazione), sono effettivamente esclusi dai servizi pubblici.</p>



<p>In conclusione, nel caso degli <em>undocumented migrants</em>, i certificati di vaccinazione rischiano di essere strumenti non idonei ad incentivare la vaccinazione. Il timore è che questi possano accrescere il divario già esistente a livello sociale e possano limitare il godimento di diritti fondamentali in modi che potrebbero non essere necessari o proporzionali al raggiungimento dei nostri obiettivi di salute pubblica. Il modo più efficace per incrementare l&#8217;accesso e l&#8217;adozione dei vaccini COVID-19 per le persone senza documenti è quello di collaborare con le organizzazioni locali per sviluppare programmi che raggiungano le persone dove sono e affrontare in modo proattivo le barriere sistemiche che devono fronteggiare. La salute pubblica infatti verrebbe rafforzata permettendo ai migranti senza documenti di ricevere informazioni chiare e affidabili sulla pandemia, sui vaccini e sui loro diritti, da fonti di cui si fidano e la nostra resilienza collettiva alle emergenze sanitarie migliorerebbe rimuovendo le barriere sistemiche che incontrano nel sistema sanitario.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/2820/">Green Pass e undocumented migrants: Amici Nemici</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.mondodem.it/2820/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>0</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Bielorussia e Polonia &#8211; Sulla pelle dei migranti</title>
		<link>https://www.mondodem.it/2573/</link>
					<comments>https://www.mondodem.it/2573/#respond</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[Federica Roia]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 15 Dec 2021 10:10:50 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[Bielorussia]]></category>
		<category><![CDATA[Migrazione]]></category>
		<category><![CDATA[Polonia]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.mondodem.it/?p=2573</guid>

					<description><![CDATA[<p>Al confine tra Bielorussia e Polonia è in corso da mesi una grave crisi migratoria, a sua volta&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/2573/">Bielorussia e Polonia &#8211; Sulla pelle dei migranti</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-drop-cap">Al confine tra Bielorussia e Polonia è in corso da mesi una grave crisi migratoria, a sua volta al centro di uno scontro politico tra Unione Europea e Bielorussia. Minsk ha infatti concesso visti turistici e incentivato i voli aerei provenienti dal Medio Oriente con la falsa promessa dell’ingresso in Europa. Rifornisce i migranti di cibo e li accompagna fino al limitare del suo territorio dove vengono respinti violentemente dalle forze dell’ordine polacche che, così facendo, commettono una violazione delle convenzioni internazionali vigenti. In questo modo, la Bielorussia cerca di mettere in difficoltà le autorità polacche ed europee. Si tratterrebbe dunque di un vero e proprio concorso di colpa dei due paesi per condotte illecite che soprattutto mirano a strumentalizzare vite umane.&nbsp;</p>



<p>Un terzo protagonista che merita menzione è la Germania. La presenza di migranti al suo confine permette alla Polonia di esercitare pressione su quest’ultima, dato che gli iracheni arrivati in Bielorussia sono intenzionati a dirigersi proprio verso la Germania. A Berlino la situazione politica è delicata, è in corso infatti un passaggio di poteri e il governo non vuole mostrarsi debole. Attraverso la pressione su Berlino, Varsavia vuole ottenere dall’Unione Europea lo sblocco dei fondi del suo PNRR e, allo stesso tempo, spingere Bruxelles a mitigare le pretese sulla questione dello stato di diritto e distogliere l’attenzione dalle proteste interne per la legge sull’aborto.</p>



<p>In questo contesto, si sono svolti i colloqui avviati dalla cancelliera tedesca Angela Mekel&nbsp; prima con Putin, storico alleato di Lukashenko, e poi con quest’ultimo, i primi, tra l’altro, dopo la brutale repressione delle proteste seguite alle elezioni in Bielorussia del 2020. Le conversazioni tra i leader sembrerebbero aver portato ad un allentamento delle tensioni al confine tra Polonia e Bielorussia. Le autorità bielorusse avrebbero infatti accolto centinaia dei circa 7mila migranti bloccati alla frontiera, mentre Ursula von der Leyen ha annunciato l&#8217;invio di aiuti umanitari per 700mila euro.</p>



<p>Nonostante le apparenze, la situazione non è risolta. Secondo Minsk, gli incontri sopra menzionati avrebbero rappresentato un viatico per l’apertura di colloqui diretti tra la Bielorussia e l’Unione Europea e ciò ha prevedibilmente generato preoccupazione in molti leader europei. Bruxelles, per uscire dalla difficoltà, ha giustificato i colloqui avvenuti definendoli delle mere “discussioni tecniche”. L’imbarazzo è infatti legittimo: se i negoziati fossero confermati, il governo di Lukashenko, non riconosciuto e sottoposto dall’Ue a un regime di sanzioni per violazione dei diritti umani, verrebbe elevato al rango di interlocutore diretto con gli Stati Membri. L’ipotesi di&nbsp;un’apertura nei confronti di Lukashenko, accusato dall’Ue di usare i migranti&nbsp;come strumento di pressione contro l’Unione, ha sollevato l’irritazione di diversi governi europei, primo fra tutti quello polacco. Il presidente Andrzej Duda ha infatti dichiarato al presidente tedesco che non riconoscerà alcun accordo preso con Lukashenko definendo la crisi alimentata da Minsk, prima alla frontiera con la Lettonia e la Lituania e poi con quella polacca, una provocazione contro i confini europei e della Nato. Congiuntamente alla Polonia, i presidenti di Lettonia, Lituania ed Estonia avevano esortato la Commissione europea&nbsp;a rivedere la politica migratoria dell&#8217;Ue esprimendo il loro sostegno a Varsavia.&nbsp;Nella dichiarazione congiunta, i leader delle tre repubbliche baltiche invitavano Ursula von der Leyen non solo a proporre le modifiche necessarie al quadro giuridico dell&#8217;Ue in materia di migrazione e politica di asilo, ma anche a fornire un adeguato sostegno finanziario alla costruzione di barriere fisiche e infrastrutture.</p>



<p>In questo contesto di tensioni crescenti, infine, Minsk ha annunciato la temporanea limitazione delle consegne di petrolio alla Polonia attraverso l&#8217;oleodotto Druzhba che trasporta ogni giorno 1,3 milioni di barili di&nbsp;petrolio proveniente dalla&nbsp;Russia, sdoppiandosi poi in Bielorussia&nbsp;e proseguendo verso l’Ucraina e infine la Polonia stessa. &nbsp;</p>



<p>In conclusione, si può affermare che Lukashenko, forte dell’appoggio russo, sia consapevole delle debolezze dell’Unione Europea e della Polonia, paese da cui entrano gran parte dei migranti e dove il 53% degli intervistati nel 2018 si dichiarava contrario all&#8217;ammissione di rifugiati.</p>



<p>Ma non si tratterebbe di nulla di nuovo: sebbene infatti ciò che si sta verificando al confine orientale dell&#8217;Ue sia relativamente inedito, abbiamo osservato per anni situazioni simili al confine turco-greco.</p>



<p>La realtà è che guerre e cambiamenti climatici porteranno a sempre maggiori ondate migratorie verso l&#8217;Europa in futuro e la questione sarà inevitabilmente manipolata dai leader populisti e autoritari. Le migrazioni rimangono infatti un’arma per i paesi appena fuori i confini europei e uno strumento di pressione per gli Stati Membri che hanno questioni aperte con Bruxelles (come il caso della Polonia). È dovere dell’Unione Europea marcare la propria differenza da un regime non democratico e non strumentalizzare i migranti ma trattarli come persone che cercano la propria sicurezza. Finché l&#8217;Ue non si doterà di una vera politica migratoria comune rimarrà ostaggio di chi non si fa scrupolo di usare i migranti come mezzo di ricatto. Dentro o fuori l&#8217;Unione Europea.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/2573/">Bielorussia e Polonia &#8211; Sulla pelle dei migranti</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.mondodem.it/2573/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>0</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>No man’s land: vecchie e nuove migrazioni</title>
		<link>https://www.mondodem.it/2534/</link>
					<comments>https://www.mondodem.it/2534/#respond</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[Federica Roia]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 01 Nov 2021 15:28:44 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Diritti Umani]]></category>
		<category><![CDATA[Osservatori]]></category>
		<category><![CDATA[Donald Trump]]></category>
		<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[Stati Uniti]]></category>
		<category><![CDATA[Unione Europea]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.mondodem.it/?p=2534</guid>

					<description><![CDATA[<p>Il 21 settembre scorso si è dimesso Daniel Foote, inviato speciale degli USA ad Haiti. Dimissioni che arrivano&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/2534/">No man’s land: vecchie e nuove migrazioni</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-drop-cap">Il 21 settembre scorso si è dimesso Daniel Foote, inviato speciale degli USA ad Haiti. Dimissioni che arrivano dopo una settimana in cui l’amministrazione Biden ha rimpatriato centinaia dei 13 mila migranti haitiani che si erano radunati sotto a un ponte al confine tra Usa e Messico. Una drammatica rappresentazione di ciò che succede da tempo alla frontiera tra i due paesi, dove nei primi mesi dell’anno sono stati intercettati 1,3 milioni di migranti. Il loro ammassarsi alla frontiera statunitense rievoca le immagini delle “carovane” di migranti che nel 2018-2019 avevano messo sotto pressione l’amministrazione Trump e le più recenti fotografie dei richiedenti asilo haitiani al confine con il Messico respinti con la frusta dai rangers di frontiera in Texas.</p>



<p>Quello delle migrazioni rappresenta un tema caldo anche per l’Unione Europea che ha rivelato problematiche a livello politico, istituzionale e umanitario. Gli Stati Membri hanno spesso prediletto la rivendicazione di egoismi nazionali alla realizzazione di un necessario clima di fiducia e solidarietà collettiva.</p>



<p>Gli sviluppi del contesto geopolitico attuale, come i disordini dopo il colpo di stato in Mali, i lunghi conflitti in Libia e Siria e la dittatura bielorussa di Lukashenko, mostrano possibili conseguenze sugli spostamenti di popolazione e sulle rotte migratorie verso l’Unione Europea. Questo quadro instabile chiede necessariamente un nuovo approccio verso l’immigrazione. Un’Europa unita non deve infatti fermare le migrazioni, deve saperle gestire.</p>



<p>Eppure, spesso le risposte al fenomeno migratorio si traducono in un trasferimento verso l’esterno delle problematiche e dei costi dovuti all’arrivo dei rifugiati e la tendenza politica generale è di leggere il fenomeno migratorio come una minaccia alla sicurezza. Per questi motivi, i progressi faticano a realizzarsi e il divario tra i paesi europei sul tema delle migrazioni è ancora ampio. Lo dimostra l’atteggiamento di alcuni paesi alla vigilia del Consiglio dell’UE «Giustizia e affari interni», tenutosi a inizio ottobre. I dodici Stati Membri (tra cui Danimarca, Grecia, Austria, Polonia e Ungheria) hanno indirizzato una lettera alla Commissione europea per chiedere nuove misure in materia migratoria. Tra queste, finanziare la costruzione di muri e recinzioni per frenare i flussi di migranti, provenienti in particolare dalla Bielorussia. La commissaria agli Affari Interni ha spiegato come le pressioni migratorie richiedano l’implementazione del Patto sull’immigrazione e l’asilo per una migliore gestione del fenomeno respingendo dunque la richiesta dei paesi. In sostanza, niente fondi comunitari per tutelare le frontiere esterne dell’UE senza però escludere la possibilità per i singoli Stati di ricorrere a strumenti di protezione dei confini.</p>



<p>Dunque, barriere fisiche e difensive in un clima in cui i timori delle migrazioni incontrollate legittimano misure restrittive. Dal 2018, sono aumentate le chiusure ai confini esterni dell’Unione. La Turchia vede una frontiera al confine con la Bulgaria e una al confine con la Grecia. Molti muri poi percorrono i Balcani: Polonia e Lituania hanno innalzato barriere difensive all’arrivo al confine dei migranti che fuggivano dalla Bielorussia, sono poi presenti muri anche tra Grecia e Macedonia del Nord, tra Croazia e Slovenia, tra Serbia e Ungheria. La Spagna ha potenziato le sue recinzioni a Melilla e Ceuta, mentre la Francia è intenzionata a fortificare la sua frontiera attorno al porto di Calais.</p>



<p>Va poi considerata una nuova forma di migrazione, quella causata dal cambiamento climatico. Almeno 216 milioni di persone nel mondo saranno infatti costretti a lasciare le loro abitazioni e migrare a causa del cambiamento climatico entro il 2050. È il numero evidenziato dall’ultimo Rapporto Growndshell della Banca Mondiale, che ricorda come l’impatto sui mezzi di sussistenza delle persone e la perdita di vivibilità di luoghi altamente esposti a eventi climatici estremi spingeranno un numero importante di cittadini, in tutto il mondo, a spostamenti interni o transnazionali. La rilevanza del fenomeno migratorio causato dai cambiamenti climatici è tale da aver portato il Comitato per i diritti umani delle Nazioni Unite ad estendere l’applicazione del divieto di refoulement ai cosiddetti “rifugiati climatici”. Nello specifico, quest’ultimo ha riconosciuto come il cambiamento climatico, con tutti gli aspetti a esso connessi, possa tradursi in un rischio di violazione dei diritti umani fondamentali come il diritto alla vita e possa, di conseguenza, comportare il sorgere di obblighi legati al divieto di respingimento in capo agli Stati ai quali le domande d’asilo vengono presentate.</p>



<p>Da ultimo, vi è poi da considerare l’emergenza pandemica: il Covid – 19 ha infatti aggravato situazioni di povertà e degrado preesistenti e la chiusura dei confini ha convinto molti migranti a rimandare la partenza fino a oggi.</p>



<p>Cosa fare dunque? Serve una duplice azione. Sul piano umanitario, occorrono canali sicuri di ingresso per mettere in salvo i più fragili e le persone in stato di bisogno. A livello politico, serve agire concretamente sulle cause profonde delle migrazioni, tramite accordi di partenariato con paesi terzi, azioni di peace building e prevenzione dei conflitti. Serve poi uno slancio concreto nella lotta al cambiamento climatico, le cui conseguenze sono un fattore sempre più rilevante per le migrazioni. Ma tutto questo può realizzarsi solo con una concreta solidarietà dell’azione della comunità internazionale e dell’UE. Superare il conflitto tra la vocazione sovranazionale delle istituzioni e il mantenimento delle prerogative nazionali gelosamente custodite dagli Stati è fondamentale per rafforzare le competenze dell’UE in materia di immigrazione.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/2534/">No man’s land: vecchie e nuove migrazioni</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.mondodem.it/2534/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>0</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>L&#8217;Europa affronterà una nuova crisi migratoria</title>
		<link>https://www.mondodem.it/2507/</link>
					<comments>https://www.mondodem.it/2507/#respond</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[Federica Roia]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 09 Sep 2021 15:18:35 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[Macroaree]]></category>
		<category><![CDATA[Afghanistan]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.mondodem.it/?p=2507</guid>

					<description><![CDATA[<p>“Dobbiamo anticipare e proteggerci da un’ondata migratoria dall’Afghanistan”. Queste sono state le parole di Emmanuel Macron a due&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/2507/">L&#8217;Europa affronterà una nuova crisi migratoria</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-drop-cap"><em>“Dobbiamo anticipare e proteggerci da un’ondata migratoria dall’Afghanistan”. </em>Queste sono state le parole di Emmanuel Macron a due giorni dalla vittoria dei talebani. Il Presidente francese ha sottolineato inoltre la necessità di mettere in atto uno sforzo internazionale coordinato per la gestione della crisi migratoria afghana riferendosi alla possibilità di attivare corridoi umanitari. Questi ultimi, il giugno scorso, erano stati definiti dal capo dell’Eliseo un <em>“modello della politica di immigrazione legale”</em>.</p>



<p>La crisi umanitaria dopo la riconquista del potere da parte dei talebani ha infatti alzato l’attenzione sul tema dei migranti e nessun governo europeo vuole rischiare di sembrare cedevole sul tema delle migrazioni nel timore di uscire perdenti nel confronto con partiti che, della lotta all’immigrazione irregolare ne hanno fatto una delle armi più efficaci in termini di consenso. La scelta di parole di Macron si spiega così con il fatto che le presidenziali francesi siano ormai a meno di un anno di distanza e che il presidente francese e Le Pen siano tête-à-tête. Anche guardando all’Italia, lo scenario non cambia e mentre Lega e centrodestra lanciano l’allarme sul pericolo di un’immigrazione di massa, sinistra e Pd chiedono di aprire corridoi umanitari, indicendo una mobilitazione nazionale. Ma ciò che viene spontaneo chiedersi è se davvero la crisi afghana porterà a una nuova ondata migratoria alle porte dell’Europa e se d’altro canto l’Europa stia facendo tutto quello che potrebbe, di fronte alla crisi afghana.</p>



<p>Esaminando la prima questione, non c’è nulla che ci possa far pensare che la previsione di un’ondata migratoria scatenata dalla situazione in Afghanistan sia plausibile. Infatti, la maggior parte di chi sta fuggendo dall&#8217;Afghanistan lo sta facendo via terra. I paesi confinanti che stanno ospitando i profughi sono soprattutto Pakistan e Iran, dove già oggi si trovano più di 6 milioni di afghani di cui gran parte senza documenti e tutele e dove, secondo la maggior parte degli esperti, rimarranno. Non ci sarebbero infatti le condizioni per un esodo di massa verso l&#8217;Europa come quello avvenuto nel 2015 a seguito delle violenze della guerra civile siriana. In primo luogo, per via dell&#8217;accordo firmato tra l&#8217;Unione Europea e la Turchia &#8211; molto criticato dalle istituzioni internazionali e dalle Ong &#8211; che limita l&#8217;afflusso di migranti in Grecia. È da tenere presente, inoltre, che diversi paesi di transito stanno rinforzando i propri confini, rendendo ancora più pericolose le tratte. La Turchia sta terminando la costruzione di un muro lungo 295 chilometri al confine con l’Iran, la Grecia a sua volta ne sta erigendo un altro alla frontiera turca e la Polonia ha rinforzato il suo confine con la Bielorussia. A ciò si aggiunge anche la chiusura della rotta libica verso l’Italia per via dell&#8217;accordo italiano con la cosiddetta guardia costiera libica che effettua i respingimenti in mare, da molti esperti considerati illegali.</p>



<p>Cosa significa questo? Di afghani che vorrebbero raggiungere in maniera irregolare l’Europa ce ne sono e sicuramente la crisi odierna farà aumentare il loro numero. Ma la probabilità che queste persone arrivino in Europa in tempi brevi e in numeri consistenti è molto bassa e dipende soprattutto da ciò che accadrà nei paesi di transito. Tra questi ultimi, l’attenzione si sposterà, in particolar modo, sulla Turchia che spesso si è servita delle crisi migratorie per dimostrare l’incapacità dell’Unione Europea di gestirle. Per questo dunque sarà necessario mettere in primo piano la gestione della crisi nei rapporti tra l’organizzazione internazionale e la Turchia stessa.</p>



<p>Soffermarsi invece su improbabili flussi irregolari di afghani che potrebbero rapidamente sommergere i sistemi di asilo europei può rappresentare un grave errore. In primo luogo, perché complica inutilmente il dibattito politico, allarmando l’opinione pubblica europea. In secondo luogo, questo atteggiamento certamente disincentiva i governi europei a mettere in campo gli strumenti necessari a proteggere gli afghani che si trovano già in Europa da anni.</p>



<p>Infatti, tra il 2008 e il 2020 i paesi europei (compresi gli extra-Ue come Regno Unito, Norvegia e Svizzera) hanno ricevuto 600.000 richieste d’asilo da parte di persone afghane e ne hanno accolte 310.000. I restanti 290.000 si sono visti opporre un diniego alla loro richiesta d’asilo e di questi, circa 70.000 sono già stati rimpatriati. Delle 310.000 persone afghane circa 60.000 sono donne, quasi la metà delle quali ancora minorenni. Tutti i paesi europei hanno ovviamente sospeso le procedure di rimpatrio nelle settimane precedenti la presa di potere da parte dei talebani ma questo rischia di</p>



<p>non essere sufficiente ai fini della tutela della persona nel paese ospitante. Se privo di un regolare permesso di soggiorno e una protezione nel paese in cui si trova, il migrante, infatti, finisce per rimanere in Europa in condizione di irregolarità. I governi europei avrebbero tutti gli strumenti per attivare forme di protezione temporanea e questo servirebbe a dimostrare che l’Europa non intende lasciar soli i cittadini afghani in un momento simile e consentirebbe all’Unione Europea di tornare a dialogare da una posizione nettamente migliore con il nuovo regime di Kabul.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/2507/">L&#8217;Europa affronterà una nuova crisi migratoria</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.mondodem.it/2507/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>0</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Belt and Road Initiative: a che punto siamo?</title>
		<link>https://www.mondodem.it/2498/</link>
					<comments>https://www.mondodem.it/2498/#respond</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[Federica Roia]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 27 Jul 2021 16:31:03 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Analisi in Pillole]]></category>
		<category><![CDATA[Asia-Pacifico]]></category>
		<category><![CDATA[Belt and Road Initiative]]></category>
		<category><![CDATA[Cina]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.mondodem.it/?p=2498</guid>

					<description><![CDATA[<p>Il 23 marzo 2019, l’Italia ha preso parte alla Belt and Road Initiative (BRI) attraverso la firma di&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/2498/">Belt and Road Initiative: a che punto siamo?</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-drop-cap">Il 23 marzo 2019, l’Italia ha preso parte alla Belt and Road Initiative (BRI) attraverso la firma di un Memorandum of Understanding (MoU) con la Repubblica Popolare Cinese. La BRI è un progetto strategico di sviluppo infrastrutturale di ampio respiro, e per questo anche una manifestazione del nuovo ordine mondiale a stampo cinese. Varie sono state le ragioni che hanno spinto l’Italia, caso unico tra le grandi potenze occidentali, ad aderirvi: non ultima la presenza al governo di Movimento Cinque Stelle e Lega Nord che, freddi nei confronti dell&#8217;alleanza transatlantica e carichi di euroscetticismo, non hanno visto nulla di male nella firma del Memorandum. A due anni dalla firma italiana, a che punto siamo con lo sviluppo delle varie iniziative di cui il MoU doveva costituire il quadro generale?</p>



<p>Si può senza dubbio affermare che il cambio della presidenza statunitense contestualmente alle crescenti tensioni tra Cina e Stati Uniti e allo scoppio della pandemia da COVID-19, abbiano comportato rilevanti conseguenze anche nello sviluppo della BRI. Il primo si è tradotto in un maggiore impegno degli Stati Uniti nei confronti dell’Europa, inclusa l&#8217;Italia, per garantire l&#8217;allineamento delle politiche nei confronti della Cina. Tale intento è stato reso noto anche attraverso il manifesto del Presidente Biden “Build Back Better for the World&#8221; (abbreviato in B3W come a evocare la BRI cinese) lanciato durante il recente G7. Il risultato di questo sforzo si è poi concretizzato nella cancellazione, avvenuta dopo marzo 2019, di una potenziale collaborazione tra l&#8217;Agenzia Spaziale Italiana e la China National Space Administration per costruire moduli abitativi per la stazione spaziale cinese Tiangong. Nella stessa direzione e in linea con le misure adottate all’interno di altri paesi dell&#8217;UE, s’inquadra la limitazione della possibilità di Huawei di partecipare allo sviluppo della rete 5G italiana. È bene sottolineare che nessuno dei due esempi citati fa diretto riferimento al MoU del 2019, vanno piuttosto interpretati come manifestazioni del cambiamento della posizione italiana nei confronti della collaborazione con entità cinesi, sia pubbliche sia private, in seguito alla pressione degli Stati Uniti. Il secondo elemento da considerare è lo scoppio della pandemia da COVID-19. Il 2020 doveva essere un anno importante per i rapporti tra Italia e Cina: parte degli accordi firmati si sarebbe dovuta concretizzare e nello stesso anno si sarebbe dovuto celebrare il 50° anniversario delle loro relazioni diplomatiche e l&#8217;Anno del Turismo Italia-Cina, ora rimandato al 2022. Merita menzione anche il mutamento del governo italiano che, nel settembre 2019, ha visto il Movimento 5 Stelle essere affiancato dal Partito Democratico (PD). La nuova coalizione, benché non pregiudizialmente ostile alla Cina, ha adottato un approccio volto a ricollocare l&#8217;Italia nei suoi tradizionali sistemi di alleanze. Nella stessa direzione guarda l’attuale premier Draghi che, nel corso del G7, ha ribadito la necessità di un riesame del MoU, suggerendo un approccio più cauto nei confronti della Cina.</p>



<p>Per completezza d’analisi, è bene esaminare i recenti rapporti tra Italia e Cina per capirne la natura e la rilevanza ai fini della BRI. Con riferimento ai MoU firmati nel 2019 tra i porti di Genova e di Trieste con la China Communications Construction Company (CCCC), si può certamente affermare che non ci siano stati notevoli sviluppi nelle collaborazioni in questo settore e sembra che non ce ne saranno in futuro. Il nuovo terminale BRI di Vado Ligure, vicino a Genova, è il risultato di un accordo che precede il MoU del marzo 2019 poiché risale alla creazione della joint venture APM Terminals Vado Ligure S.p.A. avvenuta nel 2016. Altri esempi di rapporti già esistenti e formalizzati con la firma del MoU a marzo 2019 sono quelli di Cassa Depositi e Prestiti, Eni e Intesa Sanpaolo con controparti cinesi come Bank of China e la città di Qingdao. Infine, un MoU di notevole successo è stato quello siglato tra l&#8217;agenzia di stampa italiana Ansa e la sua controparte cinese Xinhua. Nonostante il rapporto preceda anch’esso la firma del MoU del 2019, solo dopo marzo dello stesso anno, sono state inserite all’interno del sito dell&#8217;Ansa le notizie di Xinhua tradotte in italiano ed etichettate come Xinhua News. Come emerge dall’analisi, dunque la maggior parte di questi accordi è il risultato di collaborazioni precedenti il 2019 e che di conseguenza avrebbero interessato l’Italia anche senza la sua adesione alla BRI, con alcune eccezioni. Inoltre, se la BRI viene analizzata unicamente come un progetto di connettività e infrastrutture, solo un paio di esempi riportati può essere ricondotto a essa. A tal proposito, si può affermare che la firma di accordi paralleli al MoU e riguardanti altri settori di interesse, sia legata al reale significato che la BRI assume per la Cina e per l’Italia: essa rappresenta il risultato della strategia onnicomprensiva cinese volta a identificare la relazione tra un paese &#8211; l’Italia &#8211; e la Cina stessa. Abbiamo assistito a una manifestazione di tale intento anche in piena emergenza sanitaria, con l’avvio della “diplomazia delle mascherine” da parte della Cina nei confronti dell’Italia. La BRI ha così assunto un valore più politico – simbolico che economico posto che sono stati pochi i risultati che essa finora ha portato al settore marittimo-infrastrutturale italiano.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/2498/">Belt and Road Initiative: a che punto siamo?</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.mondodem.it/2498/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>0</slash:comments>
		
		
			</item>
	</channel>
</rss>
