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	<title>Nicolò Beda Zantomio, Autore presso MondoDem</title>
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	<description>Laboratorio di Politica Internazionale</description>
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		<title>Mali: dallo splendore dell’Impero al baratro del terrorismo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Nicolò Beda Zantomio]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 11 Nov 2022 13:05:38 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Africa subsahariana]]></category>
		<category><![CDATA[Mali]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Concentrati nel sostenere la controffensiva ucraina verso Kherson, i governi europei stanno ignorando i conflitti che stanno lacerando&#8230;</p>
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<p class="has-drop-cap">Concentrati nel sostenere la controffensiva ucraina verso Kherson, i governi europei stanno ignorando i conflitti che stanno lacerando il continente africano. Come durante la Guerra Fredda, l&#8217;Africa è campo di battaglia nel confronto tra Occidente, Russia e Cina. In materia di sicurezza l&#8217;intervento russo nel continente è sempre più invasivo, principalmente nel Sahel. Diversi governi dell’Africa Centrale sono stati eletti e poi rovesciati da colpi di stato militari, spesso con il supporto di Mosca, e questo nonostante gli eserciti saheliani siano stati addestrati non solo dalla Francia, ma anche da Stati Uniti e Unione Europea. Proprio come quello afghano sostenuto dagli Stati Uniti, queste forze non hanno mai raggiunto una piena capacità operativa necessaria contro le insurrezioni islamiste. Lo stato con cui oggi la Russia sta intensificando maggiormente le relazioni è il Mali che, assieme alla Repubblica Centroafricana, è diventato il principale feudo di Mosca nel Sahel dopo il ritiro delle truppe francesi. La Francia infatti, intervenuta nel 2013 su richiesta di Bamako per contrastare l’avanzata dei jihadisti, a marzo è stata costretta a porre fine alla sua presenza in Mali (Operazione Barkhane). Le relazioni con Bamako sono peggiorate dopo il secondo colpo di stato contro il presidente Keïta a maggio 2021, con Macron accusato di neocolonialismo. Subito dopo il ritiro francese, la giunta golpista del colonnello Assimi Goïta ha stretto un accordo con la compagnia Wagner per il dispiegamento di mille uomini in cambio dell&#8217;accesso alle miniere d&#8217;oro statali. Il Mali ha intensificato le operazioni anti-terrorismo, forte del supporto del Cremlino, considerato che già negli anni ’70 l’Unione Sovietica era il principale venditore di armamenti a Bamako (le ultime forniture russe includono aerei L-39, Sukhoi Su-25, elicotteri Mil Mi-24P). Putin ha inoltre assicurato al regime forniture di generi alimentari, fertilizzanti e carburante. Questa lotta contro le formazioni jihadiste però sta avendo un impatto devastante sulla popolazione. Le denunce di crimini e abusi da parte dell&#8217;esercito maliano e dei mercenari russi sui civili sono molteplici: nella cittadina di Moura sono state uccise 300 persone. Gli sfollati interni sono 400.000, mentre altri 175.000 maliani si sono rifugiati negli stati vicini. Si evince come il quadro securitario del paese sia deteriorato, con ripercussioni sugli stati confinanti quali Burkina Faso e Niger. L’auspicio è che il Ministro degli Esteri italiano si faccia promotore di iniziative a livello internazionale per affrontare l’instabilità in Mali:</p>



<p><strong>Cooperazione con il Rappresentante Speciale El Ghassim Wane e l’omologa tedesca Annalena Baerbock per un rilancio della missione di pace MINUSMA</strong>. La Germania a settembre è stato l’unico paese occidentale a riprendere le operazioni in Mali. Il contingente delle Nazioni Unite però, dopo il ritiro di francesi e svedesi, non dispone più di copertura aerea, soprattutto nelle regioni di Gao e Kidal.</p>



<p><strong>Nomina di un Inviato Speciale per il Mali. </strong>Questo avrebbe come obbiettivo principale la transizione verso nuove elezioni, il ripristino dell’autorità statale e la riforma dell’amministrazione. In quest’ottica, fondamentale risulta il dialogo con il Ministero degli Affari Religiosi e l’Alto Consiglio Islamico, il più importante organo religioso del paese. Inoltre includere nei negoziati l’Algeria, che sta svolgendo il ruolo di mediatore principale, potrà certamente aiutare nel processo di pacificazione nazionale. L’Inviato Speciale avrebbe poi il compito di trattare con l’Unione Africana l’invio di equipaggiamenti militari tramite lo ‘European Peace Facility’.</p>



<p><strong>Ridefinizione dell’architettura di sicurezza regionale con lo US Africa Command</strong>. Priorità militari per l’Occidente devono essere il reintegro di Bamako nel G5 Sahel (forza congiunta istituita nel 2014 assieme a Mauritania, Burkina Faso, Niger, Ciad), nonchè l’aumento dell’impiego di forze speciali e droni.</p>



<p><strong>Discussione con l’agenzia USAID e Banca Mondiale sull’emergenza umanitaria dopo la parziale rimozione delle sanzioni dell&#8217;Organizzazione Regionale dell&#8217;Africa Occidentale (ECOWAS). </strong>La comunità internazionale affronti la drammatica situazione sanitaria e alimentare in Mali tramite la creazione di un fondo speciale (sono necessari 686 milioni di dollari per assistere 5,3 milioni di persone).</p>



<p><strong>Monitoraggio delle forze jihadiste locali tramite l’intelligence esterna (AISE)</strong>, principalmente il Gruppo a Sostegno dell’Islam e dei Musulmani (GSIM) e lo Stato Islamico nel Grande Sahara (ISGS). Queste due sigle si combattono tra loro e fanno riferimento la prima ad al-Qaida, la seconda allo Stato Islamico. Ad oggi, il gruppo più potente nel Sahel è il GSIM (in arabo JNIM) che dispone di tremila uomini e si presenta come protettore dei civili contro gli abusi dei militari maliani e della Wagner. Il GSIM non solo è in grado di proiettarsi verso la costa atlantica (Benin e Togo), ma soprattutto sta cercando di stabilire un governo parallelo a quello statale tra Kidal e Timbuktu. Il Mali risulta perciò strategico sia nella lotta al terrorismo di matrice jihadista sia al contenimento dell’espansionismo russo, cinese e turco nel Sahel. Il pericolo maggiore infatti è che qui, frontiera meridionale dell’Europa, si alimentino traffici illegali di armi e migranti tra il Mediterraneo e il Golfo di Guinea.</p>
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		<title>Incognita Etiopia: banco di prova per la diplomazia occidentale</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Nicolò Beda Zantomio]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 11 Jan 2022 09:37:32 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Africa subsahariana]]></category>
		<category><![CDATA[Africa]]></category>
		<category><![CDATA[Etiopia]]></category>
		<category><![CDATA[guerra civile]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L’Etiopia, a partire dagli accordi di pace con l’Eritrea che valsero il premio Nobel per la pace al&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-drop-cap">L’Etiopia, a partire dagli accordi di pace con l’Eritrea che valsero il premio Nobel per la pace al Primo Ministro Abiy Ahmed nel 2019, sembrava in grado di dare avvio ad una nuova fase di stabilità politica, per sé stessa e per l’intero Corno d’Africa. Nel novembre 2020, però, è scoppiato un <a href="https://www.mondodem.it/regioni/africa-subsahariana/etiopia-tigray/">confronto diretto</a> tra Ahmed, che aveva lanciato un processo di riforme miranti alla riduzione del peso delle amministrazioni etniche periferiche, ed i vertici del Fronte di Liberazione del Popolo del Tigray (TPLF), per decenni componente di spicco della coalizione al potere. La crisi politica si è trasformata rapidamente in un un’operazione militare delle forze federali contro il Tigrai che, pur sostenuta da quelle dell’Eritrea, è stata comunque fermata dalle Tigray Defence Forces (TDF), sostenute dall’Oromo Liberation Army (OLA). Le forze tigrine e oromo hanno poi lanciato un’offensiva militare in direzione di Addis Abeba, che si è successivamente esaurita creando le condizioni per un fragile cessate-il-fuoco. All’annuncio del 20 dicembre da parte del TPLF relativo al ritiro delle proprie unità a nord del confine del Tigrai, è seguito quello del 24 dicembre con cui il governo federale dell’Etiopia ha confermato di aver ripreso il pieno controllo degli Stati dell’Amhara e dell’Afar.</p>



<p>Ad oggi gli Stati Uniti non sembrano in grado di garantire efficacemente il cessate-il-fuoco (con l&#8217;inviato speciale dell&#8217;Unione Africana, l&#8217;ex presidente nigeriano Olusegun Obasanjo, volato a Mosca per negoziare una soluzione). C’è quindi uno spazio politico che l’’Italia e l’Unione Europea potrebbero sfruttare per farsi promotori di un’iniziativa internazionale che, sotto l’egida dell’UNHCR, affronti immediatamente l’aspetto più urgente di questo conflitto: la drammatica situazione umanitaria. Più di nove milioni di persone sfollate hanno bisogno di forniture alimentari e assistenza medica di base. Alla carestia si aggiunge un’ondata di detenzioni di massa, uccisioni ed espulsioni forzate perpetrate dalle forze etiopi ed eritree sulla popolazione del Tigrai, come documentato dalle Nazioni Unite. Una soluzione potrebbe trovarsi nell’ampliamento di campi profughi negli stati vicini, come quello di Kakuma.</p>



<p>L’Italia e l’Unione Europea dovrebbero lavorare per evitare che la tregua sia solamente un’opportunità, per le parti in conflitto, per riorganizzare le proprie truppe. Una ripresa degli scontri, con un’eventuale vittoria del TPLF e una conseguente promozione del referendum per l’indipendenza del Tigrai verrebbe osteggiata dagli attuali alleati dei tigrini, che considerano l’ipotesi di una secessione di Macallè come un fattore altamente destabilizzante per il futuro del paese, soprattutto da un punto di vista economico. Inoltre un Tigrai indipendente, senza sbocchi sul Mar Rosso e confinante con nazioni ostili, avrebbe a disposizione un’unica opzione strategica: aprire un conflitto contro il regime di Isaias Afwerki in Eritrea. Lo sforzo dei partner occidentali dovrebbe inoltre mirare ad una strategia di lungo termine per evitare il rischio di una dissoluzione del sistema federale etiope (e quindi anche quello di una possibile estensione del conflitto in Sudan e Somalia). Questo obbiettivo però risulterà possibile solo neutralizzando l’ingerenza registrata sinora da parte di attori esterni (l’Etiopia è accusata di aver utilizzato droni Bayraktar TB2, Wing Loong 2 e Mohajer-6 per bombardare le truppe ribelli).</p>



<p>Roma e Bruxelles, oltre a farsi promotori di una linea di dialogo del governo federale con i ribelli del Tigrai e le altre forze di opposizione presenti nel paese, potrebbero altresì effettuare un’analisi congiunta delle implicazioni di sicurezza per l’intera regione. L’Etiopia è il principale contribuente in termini di uomini e mezzi alle missioni di peace-keeping delle Nazioni Unite in Sudan e Sud Sudan e dell’Unione Africana in Somalia. Un eventuale ritiro di tali effettivi determinerebbe un immediato incremento delle attività dei gruppi terroristici attivi nel Corno d’Africa. Una protratta instabilità infatti rappresenta un’opportunità per le formazioni di matrice islamista attive nella regione come Al-Shabaab e Stato Islamico, che porterebbe ad un’escalation di guerriglia e attentati in Etiopia e nei paesi limitrofi. In quest’ottica, la priorità dei paesi europei dovrebbe essere un sostanziale aumento dell’assistenza di capacity-building alle forze di sicurezza di Kenya, Somalia e Gibuti, assieme ad un rafforzamento delle attività di monitoraggio lungo i confini con l’Etiopia volte ad impedire il transito di soggetti legati a gruppi estremisti. Il Corno d’Africa non rappresenta solamente una regione chiave per la lotta al terrorismo jihadista e alla pirateria ma, trovandosi in prossimità di intersezioni di traffici marittimi come lo stretto di Bab-el-Mandeb e il Golfo di Aden, risulta decisivo per lo sviluppo economico dell’intero continente.</p>



<p>Si può facilmente immaginare quindi l’effetto domino e le gravissime ripercussioni per l’intera regione che potrebbe comportare un’implosione dell’Etiopia. &nbsp;Una di queste sarebbe certamente l’aggravarsi della disputa sulla Grande Diga della Rinascita (GERD). Egitto e Sudan hanno aspramente criticato le modalità e le tempistiche di riempimento del bacino della diga situata sul Nilo Blu, principale affluente del Nilo. La diga oggi è completata all’80 percento, ma non è affatto possibile escludere l’ipotesi che l’Egitto sfrutti la crisi in Etiopia per attuare un blocco militare della stessa. In questo quadro l’Unione Europea, facendosi promotore di ulteriori sforzi negoziali per abbassare le tensioni e dirimere definitivamente la contesa, avrebbe l’opportunità di dimostrare il suo peso specifico nelle questioni internazionali a fronte di una competizione sistemica tra Stati Uniti e Cina sempre più manifesta, nel Corno d’Africa come nel resto del mondo.</p>
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		<title>La Libia oggi: svolta politica, ma stallo militare</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Nicolò Beda Zantomio]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 21 Mar 2021 16:50:30 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Africa subsahariana]]></category>
		<category><![CDATA[Macroaree]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>A dieci anni di distanza dalla caduta del regime di Gheddafi avvenuta nel 2011 il conflitto in Libia&#8230;</p>
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<p class="has-drop-cap">A dieci anni di distanza dalla caduta del <strong>regime di Gheddafi</strong> avvenuta nel 2011 il conflitto in Libia sembra finalmente giunto ad una svolta. Incassata la fiducia all’unanimità di 132 deputati della Camera dei Rappresentanti, il nuovo governo guidato dal <strong>premier Dadaiba </strong>(che include, tra gli altri, la prima donna ministro degli Esteri Najla el-Mangoush) ha prestato giuramento lunedì 15 marzo. Questo nuovo gabinetto guiderà il paese verso le elezioni presidenziali e legislative nazionali previste per il prossimo 24 dicembre. Altra tappa fondamentale nel processo di stabilizzazione del paese avrà luogo il prossimo 22 marzo, data in cui il Parlamento libico si riunirà a Tripoli per votare il primo bilancio unificato dal 2014. Questi ultimi sviluppi vanno letti positivamente, nonostante il paese rimanga pericolosamente esposto ad <strong>un’elevata frammentazione politica</strong>, con il generale Haftar che per primo non vede con soddisfazione il nuovo corso istituzionale intrapreso dalla Libia.</p>



<p>Oltre alle divisioni sul piano politico, la pacificazione definitiva del paese nordafricano risente anche dell’attuale <strong>situazione militare</strong>. Ciò che deve preoccupare maggiormente i governi occidentali è la presenza sempre più radicata di Turchia e Russia, prevalentemente attraverso truppe mercenarie e milizie tribali. Secondo le Nazioni Unite a dicembre 2020 le unità di combattenti straniere presenti sul territorio libico erano<strong> circa 20.000</strong> e l’ultimatum per un ritiro, previsto il 23 gennaio nel quadro di accordi tra il GNA di al-Serraj ed il LNA di Haftar, è rimasto di fatto inosservato. Ad oggi la situazione sul campo appare sempre più cristallizzata, con nessuno dei contendenti che sembra disposto a rinunciare alle posizioni sinora conquistate.</p>



<p>Da una parte vi sono i militari turchi, inviati da Ankara nel gennaio 2020 a sostegno di al-Serraj assieme a <strong>circa 5-6.000 mercenari siriani </strong>e concentrati in alcune località dell’Ovest del paese. Il dispositivo turco fa perno su un triangolo costituito dalla città di Tripoli, il porto di Khoms dove stazionano unità navali e la base aerea di al-Watiya, che è diventata lo snodo principale per i rifornimenti dell’Aeronautica turca. Lo scorso agosto la Turchia ha inoltre firmato con il Qatar un protocollo per la creazione di un centro di addestramento militare. Sull’altro fronte invece si registra la presenza di <strong>circa 2-3.000 mercenari russi</strong> della società Wagner, inviati in Libia a supporto del generale Haftar, posizionatisi intorno alla città di Sirte. Questi, sostenuti dai caccia MiG e dai sistemi antiaerei Pantsir forniti da Mosca, operano principalmente nella Libia orientale e meridionale. Il sistema difensivo russo è costruito attorno ad una trincea tra Sirte e Jufra lunga oltre 70 chilometri e dotata di <strong>più di 30 postazioni fortificate</strong>. I mercenari russi hanno anche accelerato i lavori di espansione delle basi aeree di Jufra e Brak al-Shati. Questa posizione strategica consente loro di mantenere non solo una certa pressione sui territori a Ovest ma anche il controllo del bacino petrolifero di Sirte. Non va infine sottovalutato il loro radicamento a Sidra e Ras Lanuf, nonchè nella regione meridionale libica, tra il campo petrolifero di Sharara, Ghat e al-Wigh.</p>



<p>Tutto questo accade di fronte alle <strong>coste della Sicilia</strong>, strategiche per il fianco sud della NATO. Sarebbe forse utile per l’Italia valutare la possibilità di<strong> proporre l’apertura di un tavolo internazionale</strong> per l’istituzione di una forza di interposizione, magari a guida USA, sotto l’egida dell’ONU, con ‘boots on the ground’ sul suolo libico. L’Italia dovrebbe quindi farsi promotrice di una coalizione militare internazionale presso il Segretario di Stato Anthony Blinken ed il Consigliere per la Sicurezza Nazionale Jake Sullivan.</p>



<p>A livello diplomatico sarebbe invece fondamentale da un lato <strong>pressare gli Emirati</strong>, principali sostenitori di Haftar assieme all’Egitto ad interrompere i pagamenti verso la Russia, costringendo così la Wagner ad abbandonare il terreno, dall’altro cercare una sponda da parte del Qatar per esercitare una ‘moral suasion’ sulla Turchia affinché questa proceda alla rimozione dei propri militari e dei miliziani siriani operativi al fianco del GNA;</p>



<p>Sarebbe altresì utile <strong>promuovere una iniziativa internazionale per rilanciare la produzione di petrolio libico</strong>. La produzione petrolifera in Libia, prima nazione in Africa per riserve stimate, è <strong>crollata dai 1,2 milioni di barili al giorno di inizio 2020 ai 100 mila barili circa</strong>, in conseguenza del blocco dei terminal di esportazione e lo stop ai giacimenti attuato da Haftar il 17 gennaio (alla vigilia della Conferenza di Berlino) per mezzo delle<strong> tribù a lui fedeli</strong>. L’Italia e l’Unione Europea dovrebbero quindi convocare quanto prima un tavolo europeo dei Ministri, competenti in materia energetica, dei paesi che operano con proprie compagnie in Libia (la spagnola Repsol, la francese Total, l’austriaca OMV e la norvegese Statoil), al fine di garantire la piena sicurezza e continuità delle attività estrattive della National Oil Corporation di Tripoli.</p>



<p>Infine, un <strong>rapporto redatto dal Consiglio di Sicurezza dell’Onu afferma chiaramente che da ottobre 2019 a gennaio 2021 l’embargo sul traffico di armi si è dimostrato totalmente inefficace</strong>. Si renderebbe quindi necessaria una revisione dell’operazione IRINI, diretta dall’Ammiraglio Agostini, sul piano degli assetti, su quello operativo (numero di ore di volo disponibili?) e sulle regole di ingaggio (le ispezioni delle navi). Un’altra possibilità potrebbe essere infine quella di aprire un <strong>dialogo tra IRINI e AfriCom</strong>, il Comando del Pentagono per l’Africa. Uno scambio informativo tra questi due attori migliorerebbe ancor più l’efficienza operativa di IRINI e andrebbe a rafforzare la presenza europea nel quadrante nordafricano.</p>
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		<title>Il 2021 dovrà essere l’anno del salto di qualità definitivo della Cyber Security: ce lo chiede la Democrazia.</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Nicolò Beda Zantomio]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 03 Feb 2021 15:20:09 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Policy brief]]></category>
		<category><![CDATA[Cyber Security]]></category>
		<category><![CDATA[Democrazia]]></category>
		<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[Italia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La necessità di sviluppare e diffondere la cybersecurity deriva dalla sua natura di fattore fondamentale su cui costruire,&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/2364/">Il 2021 dovrà essere l’anno del salto di qualità definitivo della Cyber Security: ce lo chiede la Democrazia.</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>La necessità di sviluppare e diffondere la cybersecurity deriva dalla sua natura di fattore fondamentale su cui costruire, ad esempio, il mercato unico europeo, ma anche difendere i valori della società stessa (democratica e liberale) in cui viviamo. Alcune priorità per lo Stato italiano.</p>



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