Il conflitto fra il governo federale dell’Etiopia e la regione del Tigray si sta rapidamente tramutando in una crisi di dimensione regionale. Scoppiata quando il governo federale ha rifiutato di riconoscere le elezioni che si sono svolte a settembre nello Stato regionale del Tigray, nel nord del paese, la crisi rischia di destabilizzare ulteriormente il Corno d’Africa.  Proprio nell’anno in cui sono state rimarcate le ambizioni geopolitiche dell’Unione europea, l’Europa e l’Italia devono fare i conti con un conflitto che potenzialmente potrebbe pregiudicare il principale obiettivo europeo nell’area, la stabilità regionale.

Quello che inizialmente poteva apparire come un conflitto localizzato fra il governo federale di Addis Abeba e una singola regione del paese sta infatti attraversando un’escalation in rapida evoluzione. Da un lato, varie fonti hanno riportato lo schianto di alcuni missili provenienti dalla regione del Tigray nel vicino stato etiopico di Amhara; dall’altro, crescono di intensità gli scontri al confine fra Tigray ed Eritrea – alcuni missili hanno anche colpito la capitale dell’Eritrea, Asmara –  mentre migliaia di profughi hanno già raggiunto il Sudan, rischiando di destabilizzare un paese già impegnato in un precario, ma promettente, percorso di transizione verso la democrazia.

La crisi in corso affonda però le proprie radici nelle difficili relazioni  fra i diversi gruppi al potere in Etiopia ed Eritrea. L’attuale Primo Ministro Abiy Ahmed è salito all’onore delle cronache due anni fa dopo aver sostituito al governo di Addis Abeba il TPLF (Fronte di Liberazione del Popolo Tigray). Si tratta del partito predominante nella regione del Tigray, ma rimasto al potere per decenni anche a livello federale, nonostante rappresentasse una minoranza della popolazione etiopica. La promessa di riforme di Abiy ha avuto un primo riscontro concreto nella firma di un accordo di pace con l’Eritrea, con cui l’Etiopia aveva combattuto una sanguinosa guerra di confine fra il 1998 e il 2000, seguita da una lunga fase di tensione senza che il conflitto venisse veramente risolto.

L’Eritrea gioca un ruolo centrale anche nell’attuale crisi. Proprio a causa della guerra combattuta contro l’allora governo guidato dal TPLF, Asmara è profondamente ostile alla classe dirigente del Tigray, la cui regione si colloca proprio al confine conteso fra i due paesi. L’implementazione dell’accordo di pace – che riconosce le rivendicazioni eritree – dovrebbe oggi essere proprio applicato dal governo regionale del TPLF, che si trova invece in conflitto con entrambi le parti in causa. 

Un’altra eredità del conflitto di vent’anni fa è l’elevato grado di militarizzazione del Tigray, dove per anni hanno stazionato importanti componenti delle forze armate etiopiche. In più, sotto il governo del TPLF, molti quadri militari provenivano proprio dalla comunità Tigray. Si stima quindi che lo Stato regionale possa contare su circa 250.000 combattenti, a cui se ne sono aggiunti altri 15.000 dopo che il TPLF nelle scorse settimane ha assunto il controllo su una parte delle forze dell’Ethiopian National Defense Forces (ENDF) Northern Command.

Sebbene la tentazione di leggere questa crisi sulla base dei distinti nazionalismi che compongono l’Etiopia potrebbe portare a una sommaria analisi di un ‘nuovo conflitto etnico’ in Africa, un’altra prospettiva evidenzia come i vari gruppi che si combattono in queste settimane abbiano in realtà obiettivi molto concreti, come il controllo sugli equilibri di potere e di rappresentanza all’interno del governo federale, fino a pochi anni fa dominato proprio dai Tigray, che oggi accusano invece il nuovo corso di essere stati pesantemente marginalizzati. Un altro aspetto rilevante riguarda poi la risoluzione delle rivendicazioni incrociate sull’accesso alle terre fra diversi Stati regionali componenti l’Etiopia. 

Un simile conflitto multilivello propone una nuova sfida per la politica estera europea, e a quella italiana in particolare. L’Etiopia aspira ad essere il paese egemone del Corno d’Africa e ha impegnato le sue forze armate anche nelle operazioni di stabilizzazione dei paesi vicini, come nel caso della missione AMISOM in Somalia. Si tratta di un attore cruciale su molti dossier di interesse per l’Italia (gestione dei flussi migratori e protezione delle comunità di profughi, cooperazione in materia di sicurezza e antiterrorismo). In più, Addis Abeba ospita la sede dell’Unione Africana, un’organizzazione dalle crescenti ambizioni politiche individuata dall’Ue come un proprio interlocutore naturale, e che proprio nel 2020 si era posta l’obiettivo di ‘silenziare le armi’ in tutto il continente. 

Per l’Italia, il Corno d’Africa ha inoltre a lungo costituito una regione dall’interesse strategico, anche se negli ultimi anni l’attenzione è stata attirata in misura crescente dal Sahel. Tuttavia, la crisi in Etiopia richiama l’esigenza di un riequilibrio delle politiche verso l’Africa, che possibilmente vada oltre le esigenze di breve termine legate al tema migratorio e tenga anche in considerazione il ruolo degli attori esterni coinvolti nelle dinamiche di sicurezza regionali, come quello degli Emirati Arabi Uniti. Il quadro odierno richiede dunque  uno sforzo congiunto dell’UE e dei suoi Stati membri in sostegno all’Unione Africana per facilitare la de-escalation del conflitto e il rilancio di un dialogo politico condiviso per garantire rappresentanza e coesione fra le varie componenti nazionali e federali di questo paese chiave per la stabilità regionale.


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