Incognita Etiopia: banco di prova per la diplomazia occidentale

L’Etiopia, a partire dagli accordi di pace con l’Eritrea che valsero il premio Nobel per la pace al Primo Ministro Abiy Ahmed nel 2019, sembrava in grado di dare avvio ad una nuova fase di stabilità politica, per sé stessa e per l’intero Corno d’Africa. Nel novembre 2020, però, è scoppiato un confronto diretto tra Ahmed, che aveva lanciato un processo di riforme miranti alla riduzione del peso delle amministrazioni etniche periferiche, ed i vertici del Fronte di Liberazione del Popolo del Tigray (TPLF), per decenni componente di spicco della coalizione al potere. La crisi politica si è trasformata rapidamente in un un’operazione militare delle forze federali contro il Tigrai che, pur sostenuta da quelle dell’Eritrea, è stata comunque fermata dalle Tigray Defence Forces (TDF), sostenute dall’Oromo Liberation Army (OLA). Le forze tigrine e oromo hanno poi lanciato un’offensiva militare in direzione di Addis Abeba, che si è successivamente esaurita creando le condizioni per un fragile cessate-il-fuoco. All’annuncio del 20 dicembre da parte del TPLF relativo al ritiro delle proprie unità a nord del confine del Tigrai, è seguito quello del 24 dicembre con cui il governo federale dell’Etiopia ha confermato di aver ripreso il pieno controllo degli Stati dell’Amhara e dell’Afar.

Ad oggi gli Stati Uniti non sembrano in grado di garantire efficacemente il cessate-il-fuoco (con l’inviato speciale dell’Unione Africana, l’ex presidente nigeriano Olusegun Obasanjo, volato a Mosca per negoziare una soluzione). C’è quindi uno spazio politico che l’’Italia e l’Unione Europea potrebbero sfruttare per farsi promotori di un’iniziativa internazionale che, sotto l’egida dell’UNHCR, affronti immediatamente l’aspetto più urgente di questo conflitto: la drammatica situazione umanitaria. Più di nove milioni di persone sfollate hanno bisogno di forniture alimentari e assistenza medica di base. Alla carestia si aggiunge un’ondata di detenzioni di massa, uccisioni ed espulsioni forzate perpetrate dalle forze etiopi ed eritree sulla popolazione del Tigrai, come documentato dalle Nazioni Unite. Una soluzione potrebbe trovarsi nell’ampliamento di campi profughi negli stati vicini, come quello di Kakuma.

L’Italia e l’Unione Europea dovrebbero lavorare per evitare che la tregua sia solamente un’opportunità, per le parti in conflitto, per riorganizzare le proprie truppe. Una ripresa degli scontri, con un’eventuale vittoria del TPLF e una conseguente promozione del referendum per l’indipendenza del Tigrai verrebbe osteggiata dagli attuali alleati dei tigrini, che considerano l’ipotesi di una secessione di Macallè come un fattore altamente destabilizzante per il futuro del paese, soprattutto da un punto di vista economico. Inoltre un Tigrai indipendente, senza sbocchi sul Mar Rosso e confinante con nazioni ostili, avrebbe a disposizione un’unica opzione strategica: aprire un conflitto contro il regime di Isaias Afwerki in Eritrea. Lo sforzo dei partner occidentali dovrebbe inoltre mirare ad una strategia di lungo termine per evitare il rischio di una dissoluzione del sistema federale etiope (e quindi anche quello di una possibile estensione del conflitto in Sudan e Somalia). Questo obbiettivo però risulterà possibile solo neutralizzando l’ingerenza registrata sinora da parte di attori esterni (l’Etiopia è accusata di aver utilizzato droni Bayraktar TB2, Wing Loong 2 e Mohajer-6 per bombardare le truppe ribelli).

Roma e Bruxelles, oltre a farsi promotori di una linea di dialogo del governo federale con i ribelli del Tigrai e le altre forze di opposizione presenti nel paese, potrebbero altresì effettuare un’analisi congiunta delle implicazioni di sicurezza per l’intera regione. L’Etiopia è il principale contribuente in termini di uomini e mezzi alle missioni di peace-keeping delle Nazioni Unite in Sudan e Sud Sudan e dell’Unione Africana in Somalia. Un eventuale ritiro di tali effettivi determinerebbe un immediato incremento delle attività dei gruppi terroristici attivi nel Corno d’Africa. Una protratta instabilità infatti rappresenta un’opportunità per le formazioni di matrice islamista attive nella regione come Al-Shabaab e Stato Islamico, che porterebbe ad un’escalation di guerriglia e attentati in Etiopia e nei paesi limitrofi. In quest’ottica, la priorità dei paesi europei dovrebbe essere un sostanziale aumento dell’assistenza di capacity-building alle forze di sicurezza di Kenya, Somalia e Gibuti, assieme ad un rafforzamento delle attività di monitoraggio lungo i confini con l’Etiopia volte ad impedire il transito di soggetti legati a gruppi estremisti. Il Corno d’Africa non rappresenta solamente una regione chiave per la lotta al terrorismo jihadista e alla pirateria ma, trovandosi in prossimità di intersezioni di traffici marittimi come lo stretto di Bab-el-Mandeb e il Golfo di Aden, risulta decisivo per lo sviluppo economico dell’intero continente.

Si può facilmente immaginare quindi l’effetto domino e le gravissime ripercussioni per l’intera regione che potrebbe comportare un’implosione dell’Etiopia.  Una di queste sarebbe certamente l’aggravarsi della disputa sulla Grande Diga della Rinascita (GERD). Egitto e Sudan hanno aspramente criticato le modalità e le tempistiche di riempimento del bacino della diga situata sul Nilo Blu, principale affluente del Nilo. La diga oggi è completata all’80 percento, ma non è affatto possibile escludere l’ipotesi che l’Egitto sfrutti la crisi in Etiopia per attuare un blocco militare della stessa. In questo quadro l’Unione Europea, facendosi promotore di ulteriori sforzi negoziali per abbassare le tensioni e dirimere definitivamente la contesa, avrebbe l’opportunità di dimostrare il suo peso specifico nelle questioni internazionali a fronte di una competizione sistemica tra Stati Uniti e Cina sempre più manifesta, nel Corno d’Africa come nel resto del mondo.

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