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	<title>Democrazia 2.0 Archivi &#8211; MondoDem</title>
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	<description>Laboratorio di Politica Internazionale</description>
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	<title>Democrazia 2.0 Archivi &#8211; MondoDem</title>
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		<title>Tecnologie e partecipazione: servono idee nuove per il Parlamento europeo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Gabriele Suffia]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 29 May 2019 13:58:38 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Democrazia 2.0]]></category>
		<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[elezioni europee]]></category>
		<category><![CDATA[parlamento europeo]]></category>
		<category><![CDATA[tecnologie]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il ruolo svolto dal Parlamento europeo nel corso dell’ultima legislatura non è ancora stato compiutamente analizzato. Quella iniziata&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Il ruolo svolto dal Parlamento europeo nel corso dell’ultima legislatura non è ancora stato compiutamente analizzato. Quella iniziata nel 2014 non è stata una legislatura semplice, ma alcuni traguardi importanti sono stati comunque conseguiti e l’auspicio è che il prossimo Parlamento europeo possa continuare sulla stessa lunghezza. O addirittura migliorare.</p>
<p>Un particolare ambito che merita di essere approfondito è quello relativo al rapporto tra la democrazia (in questo caso quella europea, nella sua accezione più generale) e l’utilizzo delle nuove tecnologie della comunicazione. La scorsa legislatura ha visto la definitiva consacrazione dei social network come mezzo principe di comunicazione politica – con video, post, dirette, fake news e account falsi – mentre parallelamente si registravano le vicende spinose, sotto il profilo politico prima ancora geopolitico, del caso Snowden<a href="#_ftn1" name="_ftnref1">[1]</a>, di Cambridge Analytica e, da ultimo, della guerra commerciale tra USA e Huawei. Gli interventi del Parlamento europeo 2014-2019 sono stati importanti: è stato abolito il roaming, si è aperto il mercato dei pagamenti on-line riducendone costi e rischi di frode, si è lavorato per rimuovere gli ostacoli sugli acquisti transfrontalieri e, non per ultimo, misure importanti sono state messe in campo per proteggere i dati personali dei cittadini europei.</p>
<p>Nuove idee, oggi, devono essere proposte al nuovo Parlamento europeo per arrivare pronti al mondo di domani.</p>
<p>Il rapporto tra il potere e le nuove tecnologie dell’informazione è analizzato nel libro “Tecnologie per il potere” del Prof. Giovanni Ziccardi<a href="#_ftn2" name="_ftnref2">[2]</a>, docente di Informatica giuridica presso l’Università degli Studi di Milano, recentemente pubblicato (2019).</p>
<p>Il libro si propone di individuare un vuoto presente nella nostra letteratura legata al rapporto tra le nuove tecnologie e i processi democratici, e iniziare a colmarlo. Molto spesso in questo ambito, infatti, assistiamo ad una pletora di documenti pubblicati online per singole occasioni, momenti specifici e finalità determinate, ad una limitata discussione accademica per studiosi del settore (in lingua inglese), e ad una generale assenza di testi (siano essi accademici, o divulgativi) che abbiano l’ambizione di individuare delle linee di fondo, trarre il generale dal particolare, portare ordine e sistematicità di analisi nella discussione. La materia è relativamente nuova e, senza un approccio imparziale e complessivo, si presta a numerosi fraintendimenti. I fronti aperti dal digitale, d’altronde, sono molteplici: dall’industria 4.0 alla sostituzione del lavoro, dall’intelligenza artificiale al 5G, dal ruolo dei media alla responsabilità delle piattaforme in un contesto di continue interferenze – a bassa intensità – da parte degli Stati nei confronti gli uni degli altri.</p>
<p>Limitandoci alle “tecnologie per il potere” di cui possiamo avere contezza, e che andiamo ad applicare alla vita politica delle nostre comunità, il libro si concentra sull’uso delle nuove tecnologie come ad esempio i social network, non trascurando di tracciare i profili relativi al “governo degli algoritmi”, alla sicurezza della politica connessa e alla possibile distorsione degli equilibri democratici. Parlando di politica e tecnologie dell’informazione, inoltre, non possono essere trascurate tutte le problematiche etiche, prima ancora che di sicurezza e protezione della privacy, che riguardano le tecnologie oggi.</p>
<p>Soltanto a partire da solide basi è possibile vagliare le dichiarazioni della politica (solo per citare le ultime, il progetto del Presidente Macron di “aggiustare” Facebook e Twitter<a href="#_ftn3" name="_ftnref3">[3]</a>, o le proposte per obbligare Facebook a richiedere il codice fiscale per l’autenticazione) e valutarne non solo la fattibilità, ma anche la credibilità stessa. In un’epoca di fake news e di generale difficoltà di discernere tra notizie vere e false, verificate o inverificabili, autorevoli o non autorevoli, infatti, è quanto mai importante per il dibattito pubblico avere gli strumenti per togliere il più possibile il digitale dal novero degli argomenti sui quali è possibile fare disinformazione.</p>
<p>Queste riflessioni sono interessanti nel momento in cui, i dati riportano, “metà degli europei è stata esposta alla disinformazione sui social media proveniente dalla Russia, prima delle elezioni”<a href="#_ftn4" name="_ftnref4">[4]</a>, mentre da più parti si fanno largo richieste di legittimazione e partecipazione politica che vanno oltre le elezioni e la rappresentatività politica come oggi la conosciamo<a href="#_ftn5" name="_ftnref5">[5]</a>.</p>
<p>Non possiamo permetterci di non conoscere gli strumenti che la politica oggi utilizza (anche perché potrebbero essere metodologie utilizzare dalla controparte), né permetterci di proporre soluzioni, proposte e slogan legati al digitale che siano del tutto irrealizzabili, fuori dal mondo e, peggio ancora, controproducenti. Allo stesso tempo, è quanto mai necessario proporre soluzioni innovative e di frontiera al nuovo Parlamento europeo, perché nei prossimi anni continui ad essere il riferimento di tutte le politiche nazionali sul continente e continui a svolgere il ruolo di faro della democrazia liberale europea e dello Stato di diritto nel mondo.</p>
<p>Il digitale, come nessun’altra tecnologia, si presta per essere un’arma a doppio taglio: utilizzarlo senza contezza, o dichiarare di servirsene senza invero riuscirci, o senza sapere neanche come fare, è sconfiggersi con le proprie stesse mani senza che i nostri avversari, nemmeno, ce l’abbiano chiesto. Il dibattito è aperto.</p>
<p>*<em>Gabriele Suffia è assegnista di ricerca presso l&#8217;Università degli Studi di Milano (ISLC &#8211; Information Society Law Center), è diplomato al master di Geopolitica e sicurezza globale dell’Università La Sapienza di Roma, politic advisor per il Dipartimento internazionale delle ACLI e socio fondatore del Circolo ACLI Geopolitico.</em></p>
<p><a href="#_ftnref1" name="_ftn1">[1]</a> Risoluzione votata nel 2015, cfr. http://www.europarl.europa.eu/doceo/document/TA-8-2015-0388_IT.html?redirect (link consultato in data 28.05.2019).</p>
<p><a href="#_ftnref2" name="_ftn2">[2]</a> Cfr. G. Ziccardi, <em>Tecnologie per il potere</em>, Raffaello Cortina, 2019, anche al link: http://www.raffaellocortina.it/scheda-libro/giovanni-ziccardi/tecnologie-per-il-potere-9788832850710-2926.html (link consultato in data 28.05.2019).</p>
<p><a href="#_ftnref3" name="_ftn3">[3]</a> Cfr. https://www.politico.eu/article/emmanuel-macrons-plan-to-fix-facebook-youtube-and-twitter/ (link consultato in data 28.05.2019).</p>
<p><a href="#_ftnref4" name="_ftn4">[4]</a> Cfr. https://www.theguardian.com/world/2019/may/08/241m-europeans-may-have-received-russian-linked-disinformation (link consultato in data 28.05.2019).</p>
<p><a href="#_ftnref5" name="_ftn5">[5]</a> Il riferimento, tra gli altri, è alla richiesta di partecipazione che viene dai movimenti cosiddetti “populisti”, cfr. I. Diamanti, M. Lazar, <em>Popolocrazia</em>, Laterza, 2018.</p>
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		<title>La direttiva sul Copyright: questione di principio o di dimensioni?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 20 Jul 2018 10:55:37 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Democrazia 2.0]]></category>
		<category><![CDATA[#copyright]]></category>
		<category><![CDATA[#direttiva]]></category>
		<category><![CDATA[Unione Europea]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Di Costanza Hermanin Il 5 luglio scorso la plenaria del Parlamento europeo ha rispedito al mittente – la&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Di Costanza Hermanin</em></p>
<p><strong>Il 5 luglio scorso la plenaria del Parlamento europeo ha rispedito al mittente</strong> – la <a href="http://www.europarl.europa.eu/oeil/popups/ficheprocedure.do?lang=en&amp;reference=2016/0280(OLP)">Commissione JURI</a>  &#8211; <strong>il testo della Direttiva Copyright così come emendato dalla commissione stessa.</strong> Un voto – quello contro l’apertura del negoziato inter-istituzionale sulla base del testo presentato del relatore EPP Axel Voss &#8211;  abbastanza raro, ma non del tutto imprevedibile date le forti mobilitazioni pro e contro che, sin dall’inizio, hanno investito la proposta della Commissione.</p>
<p>Da una parte, i movimenti <a href="https://www.facebook.com/hashtag/savetheinternet?source=feed_text">#SaveTheInternet</a> (promossi, tra gli altri, da Wikipedia, ma anche dai giganti del web). Dall’altra, le associazioni e società di autori e di editori, come l’ENPA. Il dibattito è stato tanto aspro e partecipato da arrivare fino alle pagine dei quotidiani nazionali, una cosa rara per una legislazione comunitaria molto “tecnica”. Questo effetto si è prodotto soprattutto perché le varie fazioni hanno opposto l’una all’altra questioni di principio, fondamentalmente libertà di espressione contro diritto ad esercitare la proprietà intellettuale. A voler approfondire, però, la questione fondamentale potrebbe essere quella delle “dimensioni” delle varie organizzazioni che sarebbero toccate dalla normativa.</p>
<p><strong>Il primo pomo della discordia è l’art. 11 della proposta, che prevede l’obbligo delle piattaforme online di pagare dei diritti agli editori per l’utilizzo digitale di “pubblicazioni di carattere giornalistico”.</strong> Il timore è stato quello che una simile misura possa implicare restrizioni, anche per i singoli utenti, della possibilità di condividere contenuti su social media e altro.  Ciò detto, lo scopo della proposta è piuttosto volto a obbligare le grandi piattaforme che fanno un business della condivisione dei contenuti stampa online ad avere accordi commerciali con gli editori classici, quindi a pagare qualcosa a chi pubblica in modo tradizionale, ossia con revisione dei contenuti e riconoscimento finanziario dell’apporto di giornalisti e fotografi, per esempio. Per molti commentatori, l’obbligo si concretizzerebbe soltanto relativamente agli <em>snippet</em> (ossia i ritagli che mostrano un’anteprima del contenuto riportato al link postato).  Aspetti positivi: dovere dei giganti del web di riconoscere e compensare il valore aggiunto (<em>value gap</em>) portato dagli editori, riconoscimento che potrebbe estrinsecarsi anche nel garantire alla stampa di poter finanziare reporter e fotografi che non possono permettersi di lavorare come freelance, e persino un certo ruolo nella prevenzione della mis- e dis-informazione, ecc. Si poteva fare con altri mezzi? Sarebbe bastato che gli editori limitassero ulteriormente i contenuti ai propri abbonati per mantenere la sostenibilità del proprio business? Forse. Ciò nondimeno, è impossibile non constatare che il settore dell’editoria sia stato fortemente colpito dall’avvento del web come fonte d’informazione. Aspetti negativi: i giganti del web saranno interessati a negoziare anche con le piccole società editoriali che fanno fatica a farsi conoscere? Forse no, e forse queste dovranno “cedere” all’opzione di operare tramite <em>copy left</em> pur di far conoscere i propri contenuti tramite condivisione. Quid di Wikipedia? Se l’obbligo riguarda davvero gli <em>snippet</em> e non ogni tipo di link – dipenderà anche dalle scelte dei legislatori nazionali sulla cosiddetta <em>link-tax</em>, l’impatto su Wikipedia potrebbe essere a macchia di leopardo. Ma è veramente nell’interesse di chi pubblica non avere riferimenti ai propri contenuti editoriali quando questi sono linkati senza anteprime? La risposta non è univoca. La proposta di direttiva aveva anche tentato di stabilire un’eccezione per le enciclopedie ad uso non-commerciale (oltre che per istituti di ricerca e uso didattico dei contenuti), ma i contenuti di Wikipedia sono, per l’appunto, utilizzabili anche a scopo commerciale.</p>
<p><strong>Il secondo elemento del contendere è l’articolo 13 della proposta di direttiva, che riguarda l’obbligo di prevenire lo sfruttamento online di contenuti come musica e video soggetti a diritto d’autore.</strong> Una norma che cambierebbe in modo fondamentale l’attuale prassi di condivisione e di eventuale rimozione ex post basata sul <em>notice and take down</em>, per allineare tutte le piattaforme su un metodo molto simile a quello già utilizzato da Youtube, i.e. la verifica preventiva al caricamento. Il problema è che per operare similmente a quanto giù fa Youtube tramite il meccanismo contentID, serve una tecnologia – basata su algoritmi &#8211; che secondo molti sarebbe impossibile implementare per piattaforme di medie e piccole dimensioni, risultando in uno svantaggio competitivo importante e in una sostanziale restrizione della possibilità, per gli utenti, di condividere contenuti.</p>
<p><strong>Terza preoccupazione: satira, <em>meme</em>, ecc. sarebbero esenti da questo tipo di controllo, ma solo secondo un “considerando” della proposta legislativa e non un vero e proprio articolo vincolante.</strong></p>
<p><strong>Per concludere, le questioni chiave sembrano riguardare più la proporzionalità della normativa</strong> – per esempio nel distinguere il suo potenziale impatto su giganti del web vs. piccole piattaforme, che i principi che ne sono alla base. <strong>D’altronde, l’Unione è la prima entità, tra organizzazioni internazionali e Stati nazionali, che si è messa all’anima la spinosa questione di bilanciare libertà del web e proprietà intellettuale. Qualche passo falso è, dunque, nell’ordine delle cose.</strong></p>
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		<title>Distruzione creatrice? Intelligenza artificiale, una sfida per il lavoro</title>
		<link>https://www.mondodem.it/1081/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 01 Jun 2018 13:30:38 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Democrazia 2.0]]></category>
		<category><![CDATA[Osservatori]]></category>
		<category><![CDATA[digitale]]></category>
		<category><![CDATA[Intelligenza artificiale]]></category>
		<category><![CDATA[lavoro]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Di Bernardo Tarantino*  Siamo abituati a considerare l’intelligenza artificiale[1] (IA) come qualcosa di fantascientifico e futuristico, quando invece&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Di Bernardo Tarantino* </em></p>
<p>Siamo abituati a considerare l’intelligenza artificiale<a href="#_ftn1" name="_ftnref1"><sup>[1]</sup></a> (IA) come qualcosa di fantascientifico e futuristico, quando invece è parte integrante del nostro presente. L’applicazione di nuove tecnologie come la robotica avanzata, la blockchain, i mezzi di trasporto autonomi e la tecnologia <em>cloud</em> avrà effetti potenzialmente dirompenti, modificando i processi produttivi, l’organizzazione del lavoro e la distribuzione del reddito.</p>
<p><strong>Grazie allo sviluppo dell’apprendimento automatico</strong><a href="#_ftn2" name="_ftnref2"><strong><sup>[2]</sup></strong></a><strong> e alla “datizzazione” (“<em>datification”</em>)</strong><a href="#_ftn3" name="_ftnref3"><strong><sup>[3]</sup></strong></a><strong> del mondo, l’IA ci aiuta ad affrontare le principali sfide del nostro tempo</strong>: dal trattamento delle malattie croniche alla riduzione degli incidenti stradali, dalla lotta contro il surriscaldamento globale al rafforzamento della cybersecurity. Non a caso l’IA occupa una posizione di rilievo nei discorsi di politica generale dei leader mondiali. Nel 2016, Barack Obama, <a href="https://www.wired.com/2016/10/president-obama-mit-joi-ito-interview/">in un’intervista a Wired</a>, individuava nell’IA un formidabile strumento di <em>soft power</em> per gli Stati Uniti. Lo stesso Vladimir Putin ha enfaticamente dichiarato che “chi diventerà leader in questo settore sarà il padrone del mondo”. Recentemente, Emmanuel Macron ha lanciato la <a href="https://www.aiforhumanity.fr/en/">strategia francese</a> per lo sviluppo dell’IA auspicando la costituzione di un ecosistema europeo dei dati.</p>
<p><strong>L’Unione europea e gli Stati membri, senza una strategia per lo sviluppo dell’IA, rischiano di diventare “colonie digitali” dei giganti asiatici e nord-americani</strong>. Non è soltanto una questione di sviluppo economico, ma anche di sovranità, indipendenza e interesse nazionale. L’Europa possiede tutte le caratteristiche necessarie per poter raggiungere un’autonomia strategica e diventare competitiva nella corsa all’IA. Una ricerca all’avanguardia, la leadership nei settori dei trasporti, della salute e della manifattura, il Mercato Unico Digitale sono i suoi principali punti di forza. Tuttavia, gli investimenti europei in IA restano relativamente modesti se comparati a quelli dei principali competitor. Recentemente la <a href="https://ec.europa.eu/digital-single-market/en/news/communication-artificial-intelligence-europe">Commissione europea</a> ha proposto di portare questi investimenti a 20 miliardi di euro entro la fine del 2020 e ha inserito la trasformazione digitale tra le priorità del <a href="https://ec.europa.eu/commission/sites/beta-political/files/communication-modern-budget-may_2018_en.pdf">Multiannual Financial Framework 2021-2027</a>. Assieme agli investimenti, l’accesso ai dati resta una condizione essenziale per lo sviluppo di un’industria europea dell’IA. I dati rappresentano un vantaggio competitivo nella corsa mondiale per l’IA e da questo punto di vista, è innegabile che i giganti del settore informatico partano considerevolmente avvantaggiati. Per invertire la tendenza occorre creare un ecosistema europeo che favorisca una maggiore accessibilità e libertà di movimento dei dati.</p>
<p><strong>La strategia europea per l’IA ha soprattutto bisogno di una visione</strong>. Non serve emulare gli esempi nord-americani o asiatici per poter competere nella corsa mondiale dell’innovazione tecnologica. Piuttosto, occorre interrogarsi su come mettere l’IA a servizio dei cittadini europei valorizzando le nostre tradizioni giuridiche e politiche in materia di protezione degli individui. Gli elevati standard europei in materia di protezione dei dati personali e di tutela dei diritti dei lavoratori sono elementi caratterizzanti del nostro modello di sviluppo e rappresentano opportunità strategiche e valori che differenzieranno il modello europeo nella corsa mondiale all’intelligenza artificiale.</p>
<p><strong>In questo quadro, è indispensabile avviare una profonda riflessione sulle potenziali ricadute  dell’AI sull’occupazione e sulla distribuzione del reddito</strong>. L’AI, come ogni innovazione tecnologica, avrà effetti rilevanti sull’organizzazione del lavoro. Creerà nuove professioni, ma al tempo stesso distruggerà posti di lavoro ormai sopravanzati dalla tecnologia. Non è un dibattito nuovo. La relazione tra progresso tecnologico e occupazione è un punto molto discusso nell’analisi economica sin dai tempi di Ricardo. I principali approcci teorici hanno abbracciato la teoria della compensazione, secondo la quale la disoccupazione causata dal progresso tecnologico sarebbe compensata, prima o poi, dalla creazione di nuovi posti di lavoro. Lo stesso Keynes, che coniò il termine “disoccupazione tecnologica” &#8211; situazione in cui un rapido aumento della produttività non è sostenuto da una sufficiente crescita della domanda aggregata &#8211; sosteneva che la distruzione dei posti di lavoro causata dal progresso tecnico era “una fase temporanea di aggiustamento”.</p>
<p><strong>Più dettagliatamente, il progresso tecnologico può avere due diversi effetti sull’occupazione</strong>: un “effetto spiazzamento” (<em>diplacement effect),</em> che produrrebbe una distruzione di posti di lavoro, e un “effetto produttività” (<em>productivity effect</em>), che, invece, farebbe aumentare la domanda di lavoro nei settori sviluppatisi grazie all’innovazione tecnologica. Finora, in tutti i periodi di transizione tecnologica, ha prevalso “l’effetto produttività”. Dalle prime tecnologie agricole alle macchine introdotte dalla rivoluzione industriale fino alla più recente invenzione del computer, la storia dell’umanità e del mondo del lavoro è stata attraversata da numerosi fasi di trasformazione tecnologica. Eppure, al netto delle periodiche crisi economiche e nonostante il progressivo aumento della forza lavoro, i profondi mutamenti in campo tecnologico non hanno comportato un incremento di lungo termine della disoccupazione.</p>
<p><strong>Nell’era dell’Intelligenza Artificiale, quale dei due effetti &#8211; spiazzamento e produttività &#8211; prevarrà?</strong> Questa volta potrebbe essere diverso. Acemoglu e Restrepo nel loro famoso studio <em>“</em><a href="https://economics.mit.edu/files/12763">Robots and Jobs: Evidence from US Labour Market</a>” hanno rilevato che l’effetto spiazzamento potrebbe avere la meglio sull’effetto produttività. Ciò significa che il numero di posti di lavoro distrutti dall’utilizzo dei robot industriali potrebbe essere superiore al numero dei lavori creati. Inoltre, l’introduzione dei robot nei processi produttivi avrebbe ricadute negative non solo sull’occupazione ma anche sulla distribuzione del reddito, determinando rilevanti divari salariali tra i lavoratori più qualificati e i lavoratori meno qualificati. Questi risultati sono stati confermati da un recentissimo <a href="http://bruegel.org/wp-content/uploads/2018/04/Working-Paper-AB_25042018.pdf">studio condotto dal Think Tank Bruegel</a> sull’impatto prodotto dai robot industriali sull’occupazione in Europa. Secondo lo studio, l’introduzione dei robot nei processi produttivi produrrebbe un effetto spiazzamento significativo distruggendo numerosi posti di lavoro, specialmente tra giovani lavoratori mediamente qualificati. Meno negativo sarebbe, invece, l’effetto sui salari.</p>
<p><strong>Come conciliare quindi la corsa europea all’AI con la necessità di proteggere i cosiddetti “perdenti&#8221; dell’innovazione tecnologica</strong>? Occorre lasciare agire la “mano invisibile” o serve una strategia di ampio respiro che accompagni la transizione verso la società del digitale e della robotica? Occorre arginare il progresso tecnologico per proteggere i lavoratori meno qualificati? Sono questioni che investono direttamente le forze progressiste europee impegnate in un necessario riposizionamento sulle questioni legate agli spiazzamenti provocati dalla globalizzazione e dal progresso tecnologico. Occorre cambiare prospettiva e comprendere che è prioritario, da un lato, rafforzare la capacità di agganciare l’innovazione e il progresso tecnologico, motori fondamentali di crescita e benessere, e, dall’altro, far sì che tutti possano parteciparvi e goderne i frutti.</p>
<p><strong>In primo luogo, non bisogna cedere a soluzioni facili.</strong> La strada non può essere quella luddista di frenare il progresso tecnologico. Applicare una tassa sui robot, non solo sarebbe inutile ma significherebbe perdere la corsa all’Intelligenza artificiale. Trattandosi di un fenomeno globale, il risultato sarebbe quello di trasferire il progresso all’estero con inevitabili ricadute negative sul nostro sistema economico e sull’occupazione.</p>
<p><strong>Non serve però trincerarsi dietro l’ineluttabilità del progresso tecnologico. </strong>Affermare che nel lungo periodo la distruzione tecnologica in corso porterà crescita e benessere non è sufficiente. Occorre pensare anche al presente per accompagnare e proteggere i “perdenti” nella transizione verso la società digitale. È questa la principale sfida delle forze progressiste che intendono rappresentare gli interessi e i bisogni di chi è rimasto indietro. Occorre pertanto attuare strategie di breve e lungo periodo tenendo conto dei difficili equilibri di finanza pubblica che caratterizzano alcune economie europee, tra cui l’Italia.</p>
<p>Data l’imprevedibilità e la velocità con cui si sta attuando l’attuale transizione tecnologica sembra prioritario poter individuare con anticipo gli eventuali impatti sull’organizzazione del lavoro. A tal fine, si potrebbe valutare l’istituzione di un <strong>Osservatorio permanente sull’impatto delle nuove tecnologie sulle dinamiche del lavoro </strong>che avrà il compito di analizzare e produrre rapporti  pubblici sull’automatizzazione del lavoro, sui mestieri più colpiti e sugli impieghi creati dall’applicazione dell’intelligenza artificiale.</p>
<p><strong>Più volte si è intervenuto sulla necessità di investire in conoscenza</strong>. Le innovazioni tecnologiche richiedono che gli individui abbiano diverse e nuove professionalità. Per limitare gli effetti distorsivi dell’innovazione tecnologica occorre riflettere su come rendere complementari l’intelligenza umana e l’intelligenza artificiale. Non si tratta di favorire una complementarietà alienante, ma di valorizzare le competenze umane difficilmente replicabili dall’IA: creatività, capacità di risolvere i problemi, esercizio del pensiero critico, capacità di comunicare in modo efficace. Lo sviluppo di queste abilità e delle competenze tecniche in materia di AI passa per una rimodellazione dei percorsi scolastici, universitari e di formazione professionale. Bisogna favorire la nascita di percorsi universitari interdisciplinari (una doppia laurea in diritto o psicologia e intelligenza artificiale può essere un esempio). Serve stimolare la formazione professionale permanente, coinvolgendo anche gli atenei universitari, non solo in età universitaria ma anche durante percorsi professionali già avviati. Si tratta di rompere, in parte, con la logica che vede l’individuo unico responsabile della propria transizione professionale.</p>
<p>Infine occorre <strong>rafforzare la rete di protezione sociale</strong> a favore di chi è rimasto indietro nel processo di transizione. Si tratta di pensare al presente, al breve periodo, senza perdere di vista il futuro. Si dibatte, in particolare, sulla necessità di dare un sostegno al reddito agli individui spiazzati dal progresso tecnologico e dalla globalizzazione. Pur considerando la proposta di adottare un cosiddetto “reddito di cittadinanza” poco utile e difficilmente realizzabile, le forze progressiste non possono sottrarsi al dibattito sulle misure da adottare per tamponare eventuali disagi di ordine economico-sociale prodotti dalla distruzione tecnologica. Un passo importante è stato fatto in Italia con l’adozione del reddito d’inclusione di cui si auspica l’estensione. L’Unione europea, nei limiti delle sue competenze, potrebbe rafforzare la propria dimensione sociale erogando fondi a sostegno dei lavoratori spiazzati dal progresso tecnologico. A tal fine, nella già citata Comunicazione sull’IA, la Commissione propone di allargare l’ambito di applicazione dell’<a href="http://ec.europa.eu/social/main.jsp?catId=326&amp;langId=en">European Globalisation Adjustement Fund</a> ai casi di licenziamento determinati dalla digitalizzazione e dall’automazione.</p>
<p>La nuova ondata di distruzione creatrice prodotta dalle tecnologie legate allo sviluppo dell’IA richiede una maggiore attenzione riguardo gli effetti negativi sull’occupazione e sulla distribuzione del reddito. È una questione economica, ma anche politica. Forse bisogna sfatare il mito dell’individuo massimizzante e dell’infallibile efficienza dei mercati per riscoprire l’economia come una rigorosa disciplina con una propria dimensione sociale. Dal punto di vista eminentemente politico, le forze progressiste devono riposizionarsi su queste tematiche per governare le transizioni tecnologiche, attutendone le conseguenze sociali negative e garantendo che vi sia un’equa partecipazione ai frutti del progresso. All’indomani della Brexit, della vittoria di Donald Trump e dell’affermazione delle forze populiste in Europa, su queste tematiche stenta a svilupparsi un dibattito serio e partecipato.</p>
<p>*<em>Bernardo Tarantino è consulente relazioni internazionali e istituzionali. A Expo Milano 2015, si occupato dell’organizzazione delle attività internazionali e delle iniziative di Promozione del Sistema Paese all’estero. In qualità di allievo dell’École Nationale d’Administration, ha svolto servizio alla Rappresentanza permanente della Francia presso l’Unione europea ed è stato membro del gabinetto del Prefetto del Lot-et-Garonne (Fr).      </em></p>
<p>_____________________________________________________________________</p>
<p><a href="#_ftnref1" name="_ftn1"><sup>[1]</sup></a> L’intelligenza artificiale è l’insieme di studi e tecniche che tendono alla realizzazione di macchine, specialmente calcolatori elettronici, in grado di risolvere problemi e di riprodurre attività proprie dell&#8217;intelligenza umana. Dizionario De Mauro.</p>
<p><a href="#_ftnref2" name="_ftn2"><sup>[2]</sup></a> In inglese <em>Machine learning, </em>ovvero abilità delle macchine (intese come computer) di apprendere senza essere state esplicitamente e preventivamente programmate.</p>
<p><a href="#_ftnref3" name="_ftn3"><sup>[3]</sup></a> Trasformazione in dati di tutto ciò che facciamo pensiamo, preferiamo e di tutte le relazioni che intratteniamo con privati e con istituzioni.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/1081/">Distruzione creatrice? Intelligenza artificiale, una sfida per il lavoro</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
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		<title>Cambridge Analytica e Big Data: sono davvero un pericolo per la democrazia?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 06 Apr 2018 15:25:28 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Democrazia 2.0]]></category>
		<category><![CDATA[#bigdata]]></category>
		<category><![CDATA[#privacy]]></category>
		<category><![CDATA[Facebook]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>di Gabriele Suffia Fin dall’inaspettata elezione di Donald Trump alla Casa Bianca, nell’autunno del 2016, si è cominciato&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em>di Gabriele Suffia </em></p>
<p>Fin dall’inaspettata elezione di Donald Trump alla Casa Bianca, nell’autunno del 2016, si è cominciato a parlare del mondo digitale e delle sue possibili interferenze con la vita politica di uno Stato e con le sue elezioni. Il principale timore era legato all’attività di imprecisati <em>hacker</em>, meglio se russi, che avrebbero in qualche modo potuto alterare i risultati delle tornate elettorali. La realtà ha dimostrato, finora, che se un’attività di “manipolazione” di vari risultati c’è stata, questa ha l’indirizzo preciso di una sede legale: Cambridge Analytica, 55 New Oxford Street, Londra.</p>
<p>Da più parti si è parlato di questa società, di Facebook e del futuro della democrazia. Anche il Garante per la privacy italiano, Antonello Soro, si è espresso nei termini di “allarme altissimo” e ha sottolineato come la dimensione dei social network, Facebook in particolare, sia tale da “condizionare gli sviluppi dell&#8217;umanità”. Se “questo potenziale è usato per mandare a un numero elevato di utenti una serie di informazioni selettivamente orientate per poi condizionare i singoli comportamenti, questo passaggio cambia la natura delle democrazie nel mondo”.</p>
<p>Davvero è in pericolo la democrazia? E, soprattutto, è in pericolo da oggi?</p>
<p>Gli appelli per un uso consapevole delle tecnologie si susseguono ormai da tempo, per lo più inascoltati, e solo quando un caso mediatico si pone all’attenzione di tutti si invocano provvedimenti e si rilasciano dichiarazioni in merito. Bisogna, innanzitutto, rifuggire l’idea che parlare di digitale sia oggi un argomento per esperti di cyber security, mentre invece è bene che tutti ne sappiano e siano adeguatamente informati a riguardo.</p>
<p>Il mondo digitale porta con sé una serie di pregiudizi e di preconcetti e, ancora oggi, è visto da molti come se si trattasse di pilotare un aereo: il mondo può convivere con il fatto che la stragrande maggioranza delle persone non sappia farlo. Utilizzare il digitale oggi, però, non è più come pilotare un aereo a causa della <em>usability</em>, che ha indirizzato lo sviluppo delle tecnologie informatiche verso l’utilizzo massivo degli utenti. Le tecnologie <em>user-friendly</em> non sono più aerei, ma automobili, e anche senza essere piloti professionisti è ragionevole aspettarsi che tutti coloro che vogliano utilizzare un’automobile abbiano acquisito i rudimenti di base per farne un uso consapevole e sicuro.</p>
<p>Conoscere gli strumenti è la base per utilizzarli, o anche solo per difendersi da essi. Capire l’informatica e le sue interazioni con la sfera pubblica, anche se si tratta solo di una provocazione, deve oggi essere necessario tanto quanto avere una patente di guida.</p>
<p>Con riguardo a Cambridge Analytica, invece, basterà sapere che è una società che si occupa di psicometria e che, con alcune migliaia di “test” somministrati online su Facebook, è riuscita a raccogliere dati (e a elaborare profili) di circa 50 milioni di utenti. Tale risorsa è stata utilizzata per il targeting elettorale mirato durante la campagna per le Presidenziali USA da parte di Donald Trump e il suo entourage (Steve Bannon in primis, direttamente chiamato in causa dalla vicenda)<a href="#_ftn1" name="_ftnref1">[1]</a>.</p>
<p>Cambridge Analytica è solo una delle tante società di <em>political consulting</em> in giro per il mondo e, pur se l’operazione presenta alcuni profili di dubbia liceità, non è certamente l’unico caso di profilazione per fini commerciali/politici oggi in corso. Quanto detto deve essere, infatti, esteso a tutto l’universo dei Big Data. L’analisi di una grande quantità di dati è, per sua natura, foriera di connessioni e interessanti e gli utilizzi oggi sono molteplici: ad esempio, è possibile mappare la diffusione dell’influenza stagionale molto meglio dalle ricerche su Google che non attraverso la rete dei medici di base, perché è oggi l’algoritmo della Big G il primo “soggetto” ad essere chiamato in causa all’incorrere dei primi sintomi<a href="#_ftn2" name="_ftnref2">[2]</a>. Compiendo un passaggio ulteriore, si potrà facilmente ricevere pubblicità mirata per l’acquisto di un nuovo computer quando le statistiche del nostro dispositivo testimonieranno per noi che è giunto il momento di cambiarlo in favore di prodotti più al passo con i tempi.</p>
<p>Oggi applicare il marketing alla politica è diventata prassi costante, ma le sue prime applicazioni risalgono probabilmente agli albori del suffragio universale. Mentre oggi la politica si affanna per rincorrere le “rilevazioni di mercato”, bisognerebbe prendere coscienza del fatto che Facebook, una società privata, ha subito<a href="#_ftn3" name="_ftnref3">[3]</a> annunciato grandi cambiamenti<a href="#_ftn4" name="_ftnref4">[4]</a> per difendere sé stesso (e, in maniera indiretta, anche la democrazia) attraverso queste linee di azione (qui solo per titoli): 1) Rivedere la piattaforma; 2) Informare le persone sull&#8217;uso improprio dei dati; 3) Disattivare l&#8217;accesso per le app inutilizzate; 4) Limitare i dati di accesso di Facebook; 5) Incoraggiare le persone a gestire le app che utilizzano; 6) Premiare le persone che trovano vulnerabilità.</p>
<p>La politica è pronta, allo stesso modo, a mettere in campo azioni per salvaguardare la democrazia?</p>
<p>Dovremmo trarre dalla “<em>società dei dati”</em> più benefici dei danni che ne potrebbero derivare. Mentre oggi siamo tutti colti di sorpresa da questi danni, e perdiamo tempo ad auspicare che siano gli interessi e le azioni dei privati a salvaguardare la sicurezza e la libertà dei cittadini, la politica sta fornendo ancora scarse proposte per l’utilizzo positivo della tecnologia e dei dati in particolare. Non rientrano in questa categoria le svariate misure di sorveglianza e controllo biometrico adottate da vari Stati, se non nei limiti strettamente necessari per garantire la sicurezza e l’incolumità pubblica, mentre vi potrebbero rientrare le esperienze da più parti descritte come “<em>sensor societies</em>”<a href="#_ftn5" name="_ftnref5">[5]</a>: sensori per ottimizzare la mobilità, snellire la burocrazia, comprendere fenomeni latenti. Il novero limitato di questi esempi è indicativo delle difficoltà finora incontrata dagli Stati per implementare tali tecnologie.</p>
<p>Nel caso italiano, si potrebbe cominciare dall’educazione (non solo digitale, ma anche civica e democratica) dei cittadini, chiedendosi se davvero possa dirsi matura una società, come quella occidentale, in cui la cultura politica media è influenzabile dal marketing al pari dell’acquisto di un dentifricio<a href="#_ftn6" name="_ftnref6">[6]</a>. Forse, se si cominciasse a considerare il Ministero dell’Istruzione e della Ricerca non tanto come un’istituzione che si occupa di contratti di lavoro del proprio personale (ad oggi l’attività prevalente, anche con riguardo alla <em>Buona Scuola</em> della scorsa legislatura), ma come davvero il luogo in cui si elaborano le strategie per formare gli alunni cittadini di domani, si potrebbe anche immaginare che i dati siano utilizzati non per dividere le persone, ma per comprendere le loro necessità. Perché, invece di demonizzarli o lasciarli all’utilizzo solo degli avversari politici, non farsi suggerire dai Big Data quali siano i problemi da risolvere e provare ad adottare politiche e strategie pertinenti con questo nobile compito?</p>
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<p><a href="#_ftnref1" name="_ftn1">[1]</a> Secondo Chris Wylie, la talpa che ha provocato lo scandalo, il programma per la raccolta di dati su Facebook fu avviato da Cambridge Analytica sotto la supervisione di Steve Bannon tre anni prima di diventare lo stratega (ora allontanato) di Donald Trump, con lo scopo di costruire profili dettagliati di milioni di elettori americani su cui testare l&#8217;efficacia di molti di quei messaggi populisti che furono poi alla base della campagna elettorale 2016. Cfr. http://www.ansa.it/sito/notizie/tecnologia/internet_social/2018/03/21/facebook-kogan-io-capro-espiatorio-tutti-sapevano-tutto-_79cab7af-0e0d-4b7e-b1c5-2f1b35e3403b.html (link consultato in data 26/03/2018).</p>
<p><a href="#_ftnref2" name="_ftn2">[2]</a> Cfr. V. Mayer-Schönberger, K. N. Cukier, <em>Big data. </em><em>Una rivoluzione che trasformerà il nostro modo di vivere e già minaccia la nostra libertà</em>, Garzanti Libri, 2013.</p>
<p><a href="#_ftnref3" name="_ftn3">[3]</a> In realtà il termine è controverso, dal momento che Facebook sapeva del problema da tempo. Se, forse, non si sono comprese da subito tutte le implicazioni, di certo non si è stati in grado di intervenire con i correttivi oggi introdotti e, domani, da verificare nel loro risultati.</p>
<p><a href="#_ftnref4" name="_ftn4">[4]</a> Cfr. il comunicato ufficiale al link: https://newsroom.fb.com/news/2018/03/cracking-down-on-platform-abuse/ (link consultato in data 26/03/2018).</p>
<p><a href="#_ftnref5" name="_ftn5">[5]</a> Cfr. P. Khanna, <em>La rinascita delle città-Stato</em>, Fazi, 2017.</p>
<p><a href="#_ftnref6" name="_ftn6">[6]</a> Il riferimento al dentifricio è preso dal mantra dei dirigenti di Cambridge Analytica, riportato anche in http://www.ispionline.it/it/pubblicazione/dai-social-alle-urne-il-caso-cambridge-analytica-facebook-19939 (link consultato in data 26/03/2018).</p>
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		<title>Tutti i dubbi sul “bottone rosso” di Minniti contro le fake news: chiacchierata con Alexios Mantzarlis</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 24 Jan 2018 12:21:13 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Democrazia 2.0]]></category>
		<category><![CDATA[Osservatori]]></category>
		<category><![CDATA[Elezioni 2018]]></category>
		<category><![CDATA[fake]]></category>
		<category><![CDATA[fake-news]]></category>
		<category><![CDATA[Minniti]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il 18 gennaio il Ministero dell’Interno ha annunciato l’attivazione di una nuova unità della Polizia Postale incaricata di&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Il 18 gennaio il Ministero dell’Interno ha annunciato l’attivazione di una nuova unità della Polizia Postale incaricata di indagare le segnalazioni di fake news pervenute ad un apposito nuovo portale da privati cittadini. La notizia è oggettivamente nuova nel panorama delle contromisure prese dai vari governi democratici in materia di fake news e ha destato molto reazioni, perlopiù negative (<a href="https://www.poynter.org/news/italians-can-now-report-fake-news-police-heres-why-thats-problematic">qui</a> il commento in inglese dell’istituto americano Poynter, <a href="http://www.linkiesta.it/it/article/2018/01/20/il-bottone-rosso-anti-fake-news-di-minniti-e-piu-pericoloso-delle-fake/36860/">qui</a> quello in italiano de Linkiesta).</p>
<p>Per chiarire meglio di cosa si tratta e le eventuali problematicità la redazione di MondoDem ha fatto una chiacchierata con Alexios Mantzarlis, fondatore di Pagella Politica (il primo vero e proprio sito di fact checking italiano) e ricercatore di Poynter (MondoDem aveva precedentemente intervistato Mantzarlis sul tema delle fake news <a href="https://www.mondodem.it/osservatori/democrazia-2-0/il-fact-checking-nel-mondo-della-comunicazione-che-cambia-dialogo-con-alexios-mantzarlis/">qui</a>).</p>
<p><strong>MondoDem</strong>: Abbiamo letto alcuni dei commenti pubblicati rispetto a quanto annunciato dal Viminale, e ne siamo usciti più confusi di prima. Onestamente ci sembra che sia quanto annunciato dal Viminale sia chi lo commenta non fornisca un&#8217;idea (o non abbia interesse a fornirla) di ciò di cui si parla esattamente. Partiamo con l’annuncio, ovvero che da ora esisterà la possibilità di “denunciare” le fake news che si trovano su internet. Una volta scattata la denuncia, qualcuno al Viminale si dovrebbe occupare di verificare se trattasi effettivamente di fake-news, e in tal caso intervenire? Come? In senso penale? Esiste una legge contro le fake news? Ci spieghi esattamente come dovrebbe funzionare questo meccanismo? Chi dovrebbe verificare, e con che titolo?</p>
<p><strong><em>Martzalis:</em></strong><em> Operativamente l’agenzia dedicata è la Polizia Postale. Un’unità dedicata leggerà le segnalazioni inviate tramite <a href="https://www.commissariatodips.it/collabora/segnala-una-fake-news.html">questo portale</a>. Credo che il <a href="http://www.repubblica.it/tecnologia/2018/01/18/news/la_guerra_del_viminale_contro_le_fake_news-186759070/">pezzo di Repubblica</a> sia il più chiaro sulle intenzioni di Minniti. Ritengo sia più opportuno parlare di segnalazione piuttosto che denuncia. L’intervento scatta nel caso di contravvenzione di norme già esistenti. Nel caso di una più banale fake news pare che la Polizia Postale si atterrà a semplici smentite per via di documenti ufficiali.</em></p>
<p><strong>MondoDem<em>:</em></strong> Un altro aspetto che ci pare poco chiaro dei commenti che contestano l’iniziativa è questa retorica sullo stato – alias il potere – che decide cosa è verità e cosa non lo è. La confusione in questo caso è duplice. In primo luogo, molto di tutta questa polemica dipende dalla definizione che viene data al concetto di fake-news, prima di tutto da chi in Viminale si dovrebbe occupare della cosa. È ovvio che se “fake-news” può diventare qualunque opinione bene o male non allineata a certi canoni non meglio definiti allora sì, siamo di fronte a uno scenario da Grande Fratello e la cosa è naturalmente preoccupante. Se invece al concetto di fake news viene dato un significato ben circoscritto (per esempio abbiamo trovato <a href="https://www.google.com/url?hl=it&amp;q=https://medium.com/@DFRLab/fake-news-defining-and-defeating-43830a2ab0af?source%3Demail-1a1afe5df05b-1516425147431-digest.reader------0-7%26sectionName%3Dtop&amp;source=gmail&amp;ust=1516737305226000&amp;usg=AFQjCNFnFikJbT8Qwf6DbE6kod2U_Odwiw">questa definizione creata dal DFRLab</a> che sembra circoscritta e convincente, tu che ne pensi?)  e verificabile allora onestamente questa retorica del potere che decide la verità risulta un po’ fine a sé stessa.</p>
<p>La seconda cosa che non ci è chiarissima è questa idea della difesa necessaria del “diritto di mentire” in rete. Perché mentire è ovviamente lecito finché la menzogna resta confinata a un ambito privato o comunque circoscritto. Nel caso delle fake-news che invece diventano virali il danno è assai maggiore, e può rientrare in una similitudine con gesti già sanzionati dalla legge come la diffamazione o la truffa. Ovviamente non credo che per una fake-news si debba andare in galera (a meno che ovviamente non faccia parte di un piano più vasto di condizionamento degli affari interni di un paese, ma qui si entra in un altro ambito). Ma che la cosa sia pubblicamente sanzionata nel senso di dichiarata falsa onestamente non ci sembra una violazione di nessun “diritto a mentire” ma più che altro la difesa del diritto di essere protetti dalle menzogne, visto che non tutti possono essere esperti di tutto e sapere dove andare a verificare le notizie su ogni tema. C’è qualcosa che ci sfugge su questo punto?</p>
<p><strong><em>Mantzarlis</em></strong><em>: Credo che la vediamo nello stesso modo sul “diritto di mentire.” Ovvero che non può sfociare nella truffa o provocare altri danni economici, fisici o morali. E che sempre e comunque coesiste col diritto di smentire. Quindi in principio ben venga un’operazione di fact-checking di massa. </em></p>
<p><em>Io vedo però i seguenti problemi e rischi collegati nella decisione di Minniti. </em></p>
<ul>
<li><em>Una mancata definizione del fenomeno che si vuole contrastare non promette bene sulla capacità d’azione delle persone dietro a questo portale (Allo stesso tempo la definizione del DFRlab mi piace così come mi piace la tassonomia di Claire Wardle. Le fake news strictu senso sono i contenuti falsi spacciati per notizie solitamente per cavalcare gli algoritmi dei social e portare visibilità e redditi proficui a microimpresari della malinformazione.)</em></li>
<li><em>Un’alta probabilità che il sistema venga sopraffatto da segnalazioni farlocche di gruppi di sostenitori o oppositori di una parte politica ben organizzati.</em></li>
<li><em>Dal momento che le fake news sanno cavalcare i temi politici (vedi <a href="https://pagellapolitica.it/blog/show/148/la-notizia-pi%C3%B9-condivisa-sul-referendum-%C3%A8-una-bufala">analisi</a></em><em> di Pagella Politica dal referendum), un fact-checking da entità politiche o para politiche non avrà molte chances di essere visto come credibile da elettori critici di questo governo.</em></li>
<li><em>A questo problema si aggiunge il fatto che non sappiamo bene la composizione e metodologia di questa unità. La trasparenza è la nuova oggettività, dice qualcuno, e di trasparenza qui non ne vedo granché. Postilla: che formazione hanno ricevuto questi agenti per intervenire sulle fake news? Come sceglieranno a quali segnalazioni dare priorità?</em></li>
</ul>
<p><em>Detto ciò complessivamente, conoscendo il nostro Paese, ritengo che l’azione finirà per essere inutile piuttosto che dannosa. Verrà implementata poco e male e ignorata dai più. Non credo che scatteranno denunce fuori luogo (o almeno me lo auguro), al massimo vedremo dei fact-checking di scarso livello. </em></p>
<p><strong>Mondodem</strong>: Ritorniamo un attimo sulla questione dello stato in quanto “potere” costituito che si erge a garante della verità e che è considerata così problematica da molti. Lo stato però già si fa garante di stabilire le verità giudiziarie che poi servono a stabilire le imputazioni dei soggetti. Perché nel caso delle fake news, nella definizione circoscritta descritta nella domanda precedente, questo non dovrebbe valere? E perché dovremmo fidarci di più di soggetti privati (che hanno i loro legittimi interessi economici), per esempio le attuali organizzazioni che ora fanno fact-checking, per la verifica delle notizie? Ci spieghi come vedi esattamente il ruolo del fact-checking e degli attori che lo applicano all’interno di una democrazia?</p>
<p><strong>Mantzarlis: </strong><em>Lungi da me sostenere che i fact-checker siano impeccabili. Da lì a dire che le istituzioni giudiziarie o politiche siano più adatte a fare questo tipo di lavoro però è un bel salto.</em></p>
<p><em>Il paragone che mi pare più appropriato è quello con la buona informazione. Guarderesti un telegiornale prodotto dalla Farnesina? Compreresti una rivista pubblicata dal Ministero della Giustizia? Se anche la risposta fosse “sì” a entrambi i punti, ti fideresti più di questi o di una pubblicazione indipendente con una solida politica editoriale di revisione dei fatti, trasparenza, ecc?</em></p>
<p><em>Se la questione era aiutare a combattere la disinformazione allora perché non offrire fondi extra alla RAI per attivare finalmente quella famosa unità di fact-checking promessa da Maggioni un anno fa? Lo stato ha un ruolo importante da giocare nell’informazione, ma all’interno di sistemi con un minimo di garanzia di imparzialità e indipendenza editoriale (sì, mi rendo conto che anche quella non è sempre perfetta).</em></p>
<p><em>In generale, credo che più un ente è potente e più deve essere oggetto e non soggetto di fact-checking. Penso che sei d’accordo con me che un’organizzazione come Pagella Politica, che segue i principi di trasparenza che <a href="https://pagellapolitica.it/blog/show/141/pagella-politica-sottoscrive-il-codice-di-condotta-internazionale-dei-fact-checkers">segue</a></em><em> ed ha interessi economici decisamente limitati possa essere più affidabile agli occhi di una più grande fetta di lettori di un ente para statale. </em></p>
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		<title>Tra internet e realtà: le basi umane della radicalizzazione</title>
		<link>https://www.mondodem.it/881/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 19 Nov 2017 15:20:56 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Democrazia 2.0]]></category>
		<category><![CDATA[Osservatori]]></category>
		<category><![CDATA[Internet]]></category>
		<category><![CDATA[Radicalizzazione]]></category>
		<category><![CDATA[Terrorismo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>di Erika Panuccio* La radicalizzazione di un individuo si sviluppa spesso nell’ombra, tanto che a volte famigliari e&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/881/">Tra internet e realtà: le basi umane della radicalizzazione</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>di Erika Panuccio*</em></p>
<p>La radicalizzazione di un individuo si sviluppa spesso nell’ombra, tanto che a volte famigliari e amici se ne accorgono solo quando è troppo tardi. Soprattutto in questi casi si è spesso parlato di una radicalizzazione “silenziosa” che avviene in rete all’insaputa delle persone attorno. Una radicalizzazione “nuova” e “diversa”, soprattutto dalla radicalizzazione “offline”, ovvero quella che avviene attraverso relazioni sviluppate di persona. Nonostante molteplici studi e analisi, persistono dei dubbi su come porre in relazione la radicalizzazione «on line» e «off line». C’è una tendenza a considerarli come processi differenti e a sé stanti, da analizzare separatamente. Soprattutto la variante “online” è stata al centro del dibattito dopo l’avvento di Isis ed è spesso additata come uno dei “mali” portati dalla rete. Ma è proprio così? Esiste una differenza netta tra radicalizzazione “offline” ed “online”? Ed è quest’ultima veramente indipendente da relazioni “offline”?</p>
<p>Per rispondere a queste domande bisogna prima di tutto chiarire di cosa si parla quando si parla di radicalizzazione. L’Expert Group on Violent Radicalisation, stabilito dalla Commissione Europea nel 2006, ha descritto la radicalizzazione come un fenomeno legato al contesto, dipendente da fattori globali, sociologici, politici e dalla dimensione ideologica e psicologica del singolo.<a href="#_edn1" name="_ednref1">[i]</a> La ricerca di una definizione più precisa significa ha messo in difficoltà ricercatori ed esperti, ma individuarne le cause risulta essere una sfida ancora maggiore: povertà, disuguaglianze, oppressione politica, alienazione sociale dei giovani, rifiuto della dimensione culturale “occidentale”, frustrazione? Come chiarisce Magnus Ranstorp in un rapporto del RAN Centre of Excellence (<em>The Root Causes of Violent Extremism</em>, 14 gennaio 2016), centro fondato per volontà della Commissione Europea, l’estremismo violento non può essere spiegato come un fenomeno omogeneo, ma piuttosto come un «caleidoscopio di fattori», che si possono presentare o meno, con maggiore o minore intensità, in un singolo soggetto.</p>
<p><strong>Esempi di radicalizzazione on line e off line</strong></p>
<p>La radicalizzazione avviene, quindi, in diversi modi e per diversi motivi. Ad esempio, un individuo può aver covato negli anni un profondo disdegno per le ingerenze politiche, la corruzione e le guerre in Medio Oriente e le conseguenti sofferenze subite dalle popolazioni locali. Le sue opinioni possono trovare conforto e supporto nella retorica jihadista, che impara a conoscere tramite la rete. La lettura e visione di contenuti estremisti e le discussioni online con altre persone dalle idee simili, possono rinforzare nell’individuo le sue convinzioni e dare loro un taglio più estremizzato. A questo punto, inizia ad attingere informazioni solo da determinati siti o profili social e a diffidare dai media ufficiali, percepiti come inaffidabili e di parte. Un passo successivo può essere unirsi fisicamente a un’organizzazione, come modo concreto di portare giustizia tra le popolazioni minacciate da avversari identificati come “invasori stranieri” o “governanti totalitari”.<a href="#_edn2" name="_ednref2">[ii]</a> Una preoccupazione inizialmente umanitaria può quindi convertirsi in militanza violenta attraverso la radicalizzazione.</p>
<p>In un altro caso, il processo può coinvolgere un detenuto, isolato dalla realtà esterna, costretto a condividere con sconosciuti gli stessi ambienti e ad adeguarsi a nuove, rigide regole sociali. Lo shock e lo straniamento che prova lo portano a cercare nuovi punti di riferimento, tra cui la religione. Questa può anche rappresentare un modo per inserirsi in una sotto-comunità e trovarvi conforto, nonché protezione da altri gruppi di detenuti o dagli agenti penitenziari, se percepiti come una minaccia. A questo punto, se all’interno del gruppo si trova un individuo radicalizzato, è molto probabile che le sue ideologie vengano trasferite anche agli altri, poiché il proselitismo è uno degli obblighi di chi persegue il jihadismo. Sebbene la conversione o il riavvicinamento alla fede non siano da intendersi come segnali di certa radicalizzazione – anzi, in genere il soggetto radicalizzato evita di dare nell’occhio – il carcere è storicamente uno dei luoghi dove questo processo si sviluppa con maggior facilità.</p>
<p><strong>Di chi è la responsabilità?</strong></p>
<p>Nel primo esempio, il contributo maggiore sembra essere stato dato dagli strumenti di comunicazione. Negli ultimi anni, si è discusso di frequente sulle responsabilità di Internet e social network, che rappresentano efficientissimi canali per la diffusione di un messaggio a livello mondiale. Il caso di ISIS o Da’esh è un ottimo esempio in tal senso: ancora oggi, nonostante le difficoltà sul terreno fisico, continua ad attirare seguaci e a ispirare azioni di terrore grazie alla propaganda online. Se i suoi canali di comunicazione ufficiali hanno al momento ridotto la propria attività, probabilmente per la perdita di membri e attrezzature, il messaggio continua a essere veicolato dai suoi sostenitori, tramite gli account social personali o incontri fisici.</p>
<p>Nel secondo caso, la radicalizzazione si sviluppa in un luogo fisico, tramite l’influenza di un individuo che ha già abbracciato ideologie estremiste. In apparenza, si tratta esclusivamente di «radicalizzazione off line», ma non bisogna per questo concludere che nel processo non vengano coinvolti canali di comunicazione alternativi. L’individuo può entrare in contatto con la retorica jihadista in precedenza all’arresto – fornendo le basi per una successiva radicalizzazione – o in seguito alla scarcerazione – rafforzando le ideologie estremiste assorbite in carcere.</p>
<p><strong>Il fattore chiave: interazione umana</strong></p>
<p>Per cercare di rispondere al quesito iniziale, si può affermare che, in genere, la radicalizzazione non si svolge interamente in uno stesso luogo (o non-luogo), ma è il risultato di un processo graduale, che ha tempi diversi in base alle caratteristiche personali di un soggetto. Può avere inizio in un forum online e rafforzarsi con contatti reali, oppure può essere stimolata da un conoscente e solidificarsi tramite la propaganda diffusa sulla rete. Entrambe le situazioni condividono una base comune: l’interazione con individui che credono profondamente nell’ideologia jihadista.</p>
<p>Bisogna chiarire che, anche nei casi di persone radicalizzatesi esclusivamente tramite Internet, il fattore radicalizzante non è l’esposizione a contenuti estremisti, bensì l’interiorizzazione e appropriazione dell’ideologia che veicolano. Di conseguenza, il problema si lega al lato più intimo e umano, ossia la sfera emotivo-psicologica: è necessaria una tendenza a priori verso l’estremismo, di cui un individuo può anche non essere pienamente cosciente, perché avvenga la transizione definitiva.</p>
<p>L’interiorizzazione di ideologie estremiste è profondamente legata all’interazione umana. Si verifica più facilmente quando l’individuo entra in un sistema chiuso, che sia un gruppo di conoscenti, un forum/chat online o una prigione. In effetti, come indicato sul sito dell’iniziativa “Stop djihadisme”, promossa dal governo francese, «l’effetto di gruppo, che sia fisico o virtuale, gioca un ruolo chiave» in quanto «filtra le informazioni e reitera gli stessi concetti senza mai incontrare forme di opposizione».<a href="#_edn3" name="_ednref3">[iii]</a> Si tratta di zone di isolamento intellettuale, dove sono accettati solo individui che pensano nello stesso modo. Attraverso la reiterazione, le loro idee finiscono per radicarsi profondamente in ognuno di loro.</p>
<p><strong>Quali conclusioni?</strong></p>
<p>Esaminare le dinamiche comunicative tra individui piuttosto che descrivere fenomeni di massa, in cui la voce del singolo si perde nel rumore di fondo, può servire a capire come si sviluppi il processo di radicalizzazione. Sebbene la propaganda, narrazione corale del messaggio estremista, abbia un ruolo importante in questo processo, essa rappresenta per lo più uno scenario dove il messaggio viene amplificato e riempito via via di nuovi significati e connotati. Il fattore decisivo che radicalizza un individuo è il contatto fisico o virtuale con individui carismatici, capaci di rendere il messaggio più umano e condivisibile. Nel distinguere «radicalizzazione on line» e «radicalizzazione off line», oltre che trascurare la loro complementarietà, si perde anche di vista l’elemento che le accomuna, ossia l’interazione umana.</p>
<p><a href="#_ednref1" name="_edn1">[i]</a> Cfr. Schmid, Alex. <em>Radicalisation, De-Radicalisation, Counter-Radicalisation: A Conceptual Discussion and Literature Review</em>, International Centre for Counter-Terrorism, The Hague, March 2013</p>
<p><a href="#_ednref2" name="_edn2">[ii]</a> Ad esempio: reportage di David Meseguer, <em>De España a la Yihad en Siria</em>, 16 febbraio 2015, VICE News Spain, <a href="https://news.vice.com/es/article/de-espaa-a-la-yihad-en-siria">https://news.vice.com/es/article/de-espaa-a-la-yihad-en-siria</a></p>
<p><a href="#_ednref3" name="_edn3">[iii]</a> <a href="http://www.stop-djihadisme.gouv.fr/radicalisation/explication-du-phenomene/radicalisation-djihadiste-quest-ce-que-cest">http://www.stop-djihadisme.gouv.fr/radicalisation/explication-du-phenomene/radicalisation-djihadiste-quest-ce-que-cest</a></p>
<p><em>*Erika Panuccio: Laureata in Lingue e letterature straniere e successivamente in Comunicazione. Nel 2016 ha discusso una tesi di laurea sulla propaganda pro-ISIS su Twitter, selezionata dal DIS assieme ad altri lavori incentrati sul tema della sicurezza nazionale. Sebbene la geopolitica non sia la sua attuale occupazione, continua a coltivare questo interesse scrivendo analisi su Asia e Americhe. I principali paper sono disponibili qui: <a href="https://unimi.academia.edu/ErikaPanuccio" target="_blank" rel="noopener" data-saferedirecturl="https://www.google.com/url?hl=it&amp;q=https://unimi.academia.edu/ErikaPanuccio&amp;source=gmail&amp;ust=1511199718975000&amp;usg=AFQjCNG0Zq66o2sqgxnyTJ7XDYoY47oyjQ">https://unimi.academia.edu/<wbr />ErikaPanuccio</a></em></p>
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		<title>Cybersecurity: quali normative per affrontare la sfida del futuro?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 13 Jun 2017 18:27:55 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Democrazia 2.0]]></category>
		<category><![CDATA[Cybersecurity]]></category>
		<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[Trump]]></category>
		<category><![CDATA[USA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>di Gabriele Suffia* Per affrontare il tema della cybersecurity occorre fin dall’inizio ricordare che la sicurezza informatica non&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p class="Standard" style="text-align: justify;"><span style="font-size: 13.0pt; font-family: 'Times New Roman','serif';">di Gabriele Suffia*</span></p>
<p><strong>Per affrontare il tema della cybersecurity occorre fin dall’inizio ricordare che la sicurezza informatica non è un prodotto ma un processo</strong><a href="#_ftn1" name="_ftnref1">[1]</a>. Solo così si potrà comprendere come, per raggiungere un livello adeguato di sicurezza, sarà necessario adottare delle normative e delle policy (<em>approccio olistico alla cybersecurity</em>), e non fare affidamento ad una soluzione tecnica che pure sarebbe pensata per portare sicurezza.</p>
<p><strong>Le normative europee in campo di cybersecurity sono state di recente oggetto di intervento</strong> da parte della <u>Network and Information Security Directive</u> (<strong>Direttiva NIS)</strong>, adottata dal Parlamento Europeo il 6 luglio 2016 e che è entrata in vigore ad agosto dello scorso anno, e dal <u>General Data Protection Regulation</u> (<strong>GDPR</strong> &#8211; Regolamento UE 2016/679) con cui la Commissione Europea intende rafforzare e unificare dal 2018 la protezione dei dati personali entro i confini dell’Unione. Un’analisi sommaria delle normative europee è ad oggi ancora prematura da svolgere, dal momento che gli Stati Europei sono ancora chiamati a lavorare nei prossimi mesi per dotarsi delle “strutture organizzative minime” previste dalle due normative (es. Documento di Strategia nazionale e privacy officer, su tutti). Ciò porterà ad un automatico allineamento delle normative nazionali in Europa per quanto riguarda la sicurezza informatica e ad avere procedure di tutela dei dati personali il più possibile dialoganti tra loro. Si vuole perseguire il duplice scopo di:</p>
<ul>
<li>assicurare un livello di tutela minima (in realtà molto elevato);</li>
<li>consentire una maggior interazione tra le diverse realtà statuali intra-UE e anche nelle relazioni extra-UE, dal momento che tutte le imprese straniere che vorranno interagire con il sistema UE ne dovranno rispettare la (uniforme) normativa.</li>
</ul>
<p><strong>Uno dei punti critici che la dottrina sottolinea è il fatto che il livello di protezione che gli Stati europei sono chiamati</strong> ad assicurare nella cybersecurity e nella protezione dei dati personali è “lo stato dell’arte”. Si tratta senza dubbio di un obiettivo ambizioso, ma la portata del problema cybersecurity è tale che non può che essere affrontato con la massima priorità e con un approccio finalmente collaborativo tra tutte le istituzioni e i soggetti che compongono l’Unione europea, tali sono la varietà degli attori internazionali (pubblici e privati) e l’ampiezza delle possibili minacce alla sicurezza di dati, persone e imprese.</p>
<p><strong>Nello scenario attuale permangono ancora significative differenze con gli Stati Uniti.</strong> Si tratta di differenze strutturali che si esplicano in standard di protezioni più bassi per il versante americano, ma sono anche sistemiche, come nel caso della incomprensibile difficoltà a comprendere quali siano le norme interne, i regolamenti e le competenze delle molteplici Agenzie statunitensi (16) che hanno in qualche modo a che fare con la cybersecurity<a href="#_ftn2" name="_ftnref2">[2]</a>.</p>
<p><strong>Queste differenze, negli ultimi anni, stanno assumendo il peso di vere e proprie divergenze di vedute sul problema della cybersecurity.</strong> Manca, ad oggi, un serio tentativo di conciliazione che porti verso un concreto bilanciamento degli interessi in gioco, e questo perché ancora oggi gli USA mantengono uno straordinario primato tecnologico per quanto riguarda tutto ciò che ruota intorno alle reti di comunicazione globali che non intendono condividere con altri competitors economici (come la stessa UE), sia perché una grossa parte di questo primato è dovuto al peso specifico delle grandi multinazionali dell’IT che sono in larga parte <em>Us-based</em>. A partire dal caso Snowden è diventato evidente come la concentrazione di questi dati in poche mani private, unito alle capacità di intervento del Governo USA, esponga i dati sensibili dei cittadini e delle imprese europee a pericoli di spionaggio elettronico per i più diversi fini.</p>
<p><strong>Le priorità di USA e UE sono difformi,</strong> così come difformi sono le percezioni delle alleanze a livello globale e dei problemi da risolvere con la massima priorità<a href="#_ftn3" name="_ftnref3">[3]</a>, e soltanto gli sviluppi dell’Amministrazione Trump potranno dire se queste divergenze si aggraveranno o troveranno una composizione. In un’ottica di sicurezza informatica è senz’altro fondamentale che le normative interne all’Unione europea vadano verso una maggior convergenza tra loro, in quanto solo in questo modo si potrà fare massa critica nei confronti degli Stati Uniti e bilanciare la loro ingerenza, rappresentando anche un riferimento credibile per tutti coloro che, al momento, stanno cercando anch’essi di ridurre la propria dipendenza dal controllo infrastrutturale statunitense (per citare a titolo di esempio, Brasile, Cina, Canada).</p>
<p><strong>Non da ultimo, le complessive normative europee che sono state messe in campo negli ultimi mesi</strong> in tema di cybersecurity sono state disegnate anche per rispondere al problema della perdita di posti di lavoro che l’uso crescente della tecnologia per le attività produttive comporta. A fronte di posti di lavoro che si perdono man mano che avanza il processo di tecnologizzazione delle aziende, nuovi se ne creano attraverso lo strumento della politica legislativa (in questo caso europea). Si tratta di numeri non risolutivi, ma la direzione è senz’altro positiva tenuto conto che sono posti di lavoro ad elevata professionalizzazione e specializzazione (es. privacy officer), che costituiscono soltanto la prima di una serie di professioni legate alla crescita del mondo digitale connesso con la realtà che alcuni chiamano «mondo ibrido», altri «interrealtà»<a href="#_ftn4" name="_ftnref4">[4]</a>.</p>
<p><strong>Governare il processo inarrestabile dell’«interrealtà» costituisce uno dei principali compiti del legislatore del futuro,</strong> che non avrà (necessariamente) le competenze tecniche per prendere parte a questi fenomeni, ma che dovrà comunque prendersi lo spazio per regolarli. Sarà chiamato a farlo sempre più in sinergia con il mondo dell’economia e in un contesto in cui sarà fondamentale importante disporre di informazioni precise e il più possibile riservate<a href="#_ftn5" name="_ftnref5">[5]</a>, sia in campo pubblico che in campo privato (si pensi alla protezione del know-how industriale, che rappresenta il 1° target degli attacchi informatici verso i Paesi occidentali).</p>
<p><strong>In tutto questo la cybersecurity riveste un ruolo fondamentale,</strong> dal momento che il mondo dell’«interrealtà» verso cui stiamo andando dovrà innanzitutto avere requisiti di sicurezza tali da essere percepito come affidabile e positivo, pena una riduzione delle connessioni tra persone e Stati e il formarsi di nuovi “muri”, anche solo percepiti e rappresentati.</p>
<p><a href="#_ftnref1" name="_ftn1">[1]</a>Cfr. Cyber Crime Conference 2017 organizzata da Tecna Editore, Roma 11 aprile 2017</p>
<p><a href="#_ftnref2" name="_ftn2">[2]</a>Cfr. Stefano Mele, “I principi strategici delle politiche di cybersecurity”, disponibile sul sito: <a href="https://www.sicurezzanazionale.gov.it/sisr.nsf/approfondimenti/principi-strategici-delle-politiche-di-cyber-security.html">https://www.sicurezzanazionale.gov.it/sisr.nsf/approfondimenti/principi-strategici-delle-politiche-di-cyber-security.html</a> (link consultato in data 12/06/17).</p>
<p><a href="#_ftnref3" name="_ftn3">[3]</a>Si pensi, ad titolo d’esempio, al caso del Medio Oriente, rapporti con la Russia, fino ad arrivare al clima e alla COP21.</p>
<p><a href="#_ftnref4" name="_ftn4">[4]</a>Cfr. Giuseppe Riva, <em>“Interrealtà: reti fisiche e digitali e post-verità”</em>, il Mulino 02/2017.</p>
<p><a href="#_ftnref5" name="_ftn5">[5]</a>La riforma degli apparati di informazione e sicurezza della Repubblica, varata nel 2007, va in questa direzione di avvicinare il sistema italiano al modello di un moderno sistema di “intelligence democratica”, vicina ai riferimenti europei (in primo luogo il modello non-ministeriale britannico), senza perdere le caratteristiche positive proprie dell’esperienza italiana.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>* Gabriele Suffia è praticante avvocato attualmente iscritto al master di Geopolitica e sicurezza globale dell’Università La Sapienza di Roma, è cultore della materia presso la cattedra di Informatica giuridica dell’Università degli Studi di Milano e socio fondatore del Circolo ACLI Geopolitico a Milano.</p>
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		<title>Il flop dei MacronLeaks e la bolla delle Fake News</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Eugenio Dacrema]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 10 May 2017 06:35:21 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Democrazia 2.0]]></category>
		<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[Osservatori]]></category>
		<category><![CDATA[Cybersecurity]]></category>
		<category><![CDATA[Francia]]></category>
		<category><![CDATA[Macron]]></category>
		<category><![CDATA[MacronLeaks]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il 6 maggio, 41 ore prima dell’apertura dei seggi per il ballottaggio delle elezioni presidenziali francesi, circa 9&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Il 6 maggio, 41 ore prima dell’apertura dei seggi per il ballottaggio delle elezioni presidenziali francesi, circa 9 gigabyte di mail e documenti sottratti dai computer dei membri dello staff di Emmanuel Macron sono stati resi pubblici online da una serie di account twitter legati all’estrema destra americana e ripresi da siti come 4chan e Wikileaks. Neanche un centinaio di ore più tardi Macron è diventato il 25° presidente della Repubblica Francese con oltre il 66 percento dei voti; addirittura 3% in più di quelli pronosticati dagli ultimi sondaggi disponibili.</p>
<p>Questa esperienza francese ci ha insegnato due cose: la prima è che piani coordinati e pianificati per influenzare le tornate elettorali delle democrazie occidentali esistono, e sono riconducibili con buona sicurezza agli ambienti dell’estrema destra americana ed europea e probabilmente perfino al governo russo. La seconda è che non funzionano. O, quantomeno, funzionano poco. E se quindi oggi Marine Le Pen può dire di avere ottenuto un terzo dei voti dei francesi forse le ragioni sono altre.</p>
<p>Quest’ultima affermazione può sembrare ardita, forse azzardata, e in parte lo è. Ma cerchiamo di analizzarla meglio. Prima di tutto è necessario dire che l’esistenza di una rete di siti internet di dubbia origine e proprietà a cui è legata una altrettanto dubbia rete di account social (soprattutto twitter) che ne spargono i contenuti è <a href="https://medium.com/hci-design-at-uw/information-wars-a-window-into-the-alternative-media-ecosystem-a1347f32fd8f">conclamata ormai da tempo</a>. Una fitta rete composta da centinaia di siti web in diverse lingue che si ispirano tutti allo stesso tipo di teorie cospirative, che attingono alle stesse fonti e che spesso si linkano a vicenda gli articoli è difficilmente casuale. Se poi aggiungiamo la presenza di gruppi di utenti reali e centinaia di bot che in modo coordinato fanno girare e amplificano nello stesso periodo di tempo le stesse informazioni, slogan e articoli la presenza di una organizzazione reale e “senziente” appare piuttosto certa. Appare evidente ormai anche <a href="https://www.theguardian.com/technology/2017/may/07/the-great-british-brexit-robbery-hijacked-democracy?CMP=share_btn_fb">il ruolo avuto da compagnie di comunicazione come Cambridge Analytica sia nella campagna in favore della Brexit, sia in quella per l’elezione di Donald Trump</a>. Infine, sia gli hack avvenuti a danno di singoli candidati come Hillary Clinton e Emmanuel Macron sia quelli che hanno colpito agenzie governative americane come il recente Vault 7 hanno in comune almeno due elementi: l’enorme mole di informazioni rese pubbliche nello stesso momento e la conseguente impossibilità di verificarle in tempi rapidi. Questi elementi però hanno uno scopo preciso: da una parte sfruttare la “fretta” giornalistica di pubblicare una notizia, e pubblicarla prima di chiunque altro. <a href="https://www.nytimes.com/2017/03/09/opinion/the-truth-about-the-wikileaks-cia-cache.html?_r=0">La necessità di verifica si scontra perciò con l’alto livello di competitività e la sempre maggiore necessità di immediatezza presenti nell’industria giornalistica</a>. Dall’altra parte questi elementi sfruttano la crescente “gossipizzazione” dell’industria mediatica, come <a href="https://www.buzzfeed.com/zeyneptufekci/dear-france-you-just-got-hacked-dont-make-the-same-mistakes?utm_term=.gkeXl789a5#.eankq5LDZj">spiegato bene in questo pezzo</a>.</p>
<p>C’è però una differenza abbastanza chiara che emerge dalla vicenda dell’hack avvenuto a danno dello staff di Emmanuel Macron che si può riassumere in una parola: sfacciataggine. In passato tempistiche e modalità degli hack che colpivano un candidato o un governo erano almeno all’apparenza casuali, solo remotamente legati a certe vicende elettorali. La Clinton non fu colpita dalla pubblicazione delle sue mail private a ridosso dell’elezione presidenziale ma molto prima, durante le primarie, mentre Vault 7 è stato pubblicato addirittura dopo l’elezione di Trump. Ovviamente già allora si riscontrarono elementi comuni: in primis, il fatto che si vada a colpire solo un candidato e non gli altri, e spesso il fatto che se ne sia parlato molto in anticipo rispetto all’appuntamento elettorale ha favorito la ripetizione massiccia di rivelazioni più o meno esatte (come quelle sulle famose mail della Clinton), elemento che certamente <a href="https://papers.ssrn.com/sol3/papers.cfm?abstract_id=2958246">ha un ruolo nel solidificare alcune convinzioni</a>.</p>
<p>Nel caso del #MacronLeaks, però, tempistiche e modalità sono risultate talmente ovvie da essere forse controproducenti. 9 giga di informazioni relative alla campagna di un solo candidato – <a href="https://twitter.com/broderick/status/860417948539920385">già peraltro nel mirino di altre notizie false negli ultimi mesi</a> – rilasciate a poche ore dall’inizio del periodo di silenzio elettorale imposto dalla legge francese durante il quale Macron e il suo staff non avrebbero potuto difendersi a mezzo stampa. Una mole di informazioni inverificabili all’interno delle quali avrebbe potuto essere stati aggiunti documenti più o meno contraffatti le cui dimensioni chiaramente <a href="https://www.nytimes.com/2017/03/09/opinion/the-truth-about-the-wikileaks-cia-cache.html?_r=0">miravano a sfruttare le caratteristiche sopradescritte dell’industria mediatica</a>. In passato gli hack avevano avuto come obiettivo principale “dichiarato” quello dell’assoluta trasparenza, mentre il messaggio politico rimaneva solo implicito, per quanto chiaro, a favore di questo o quel candidato. Nel caso del MacronLeaks questo equilibrio è cambiato: il messaggio principale era uno solo, e senza veli particolari: “Domani non votate Macron, votate Le Pen”.</p>
<p>Ed è forse questa “sfacciataggine” che ha reso il messaggio più debole, unita al rifiuto dei media francesi di cadere nella dinamica in cui invece erano sempre caduti i media americani, <a href="https://medium.com/dfrlab/macronleaks-campaign-hits-resistance-4fa490e4ae55">favorendo una “contro-reazione” che ha infine portato l’intera vicenda a esaurirsi, almeno per ora, solamente in rete</a>. C’è chi specula anche sul fatto che questa volta lo staff di Macron fosse <a href="https://hackernoon.com/analyzing-a-counter-intelligence-cyber-operation-how-macron-just-changed-cyber-security-forever-22553abb038b">preparato all’eventualità dopo l’esperienza di Hillary Clinton, e avesse attuato innovative contromisure</a>. Ma forse l’elemento di cui più bisogna tenere conto è il fatto che questa volta non si trattava, come nel caso delle elezioni americane o del referendum sulla Brexit, di una corsa giocata intorno a una distanza di 2-3 punti percentuali. Specialmente dopo l’ultimo dibattito Macron aveva oltre 20 punti di distacco su Marine Le Pen e proprio per questo il MacronLeaks è apparso a molti più un tentativo disperato più che una sofisticata azione di cyber warfare.</p>
<p>Questa vicenda, e le sue differenze col passato, servono forse a darci soprattutto l’idea del fenomeno delle cosiddette “fake-news” in politica e della reale dimensione del problema. Come ha ammesso anche Carole Cadwalladr, autrice dell’inchiesta sul <a href="https://www.theguardian.com/technology/2017/may/07/the-great-british-brexit-robbery-hijacked-democracy?CMP=share_btn_fb">ruolo avuto da Cambridge Analytica nella campagna per la Brexit</a>, perfino le più sofisticate tecniche di condizionamento dell’opinione hanno effetto solo su un numero relativamente ristretto di elettori, commisurabile, nel caso della Gran Bretagna, in qualche centinaio di migliaia. Un nulla quando hai 20 punti di vantaggio ma certamente potenzialmente determinanti quando la partita di gioca su meno di un milione di indecisi. Ma è proprio questo il punto: se l’uscita dall’Unione Europea o l’elezione di un presidente come Donald Trump sono arrivati a doversi giocare sul filo delle centinaia di migliaia di voti forse il problema va ben oltre le fake news e i condizionamenti esterni, ma ha a che fare con fattori molto più strutturali a un sistema giunto a sentirsi sull’orlo dell’abisso ormai a ogni tornata elettorale.</p>
<p>Insomma, parlare di fake-news e condizionamenti esterni è giusto, perché il problema esiste e non farlo vuol dire mettere la testa sotto la sabbia. Ma forse imbrigliare internet in leggi e regolamenti che ne limitano la libertà di utilizzo in nome delle fake-news è altrettanto irresponsabile. Così come lo è pensare che tutti i mali delle democrazie occidentali siano appuntabili a qualche decina di bot su Twitter.</p>
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		<title>PODCAST Il Deep Web oltre leggende e allarmismi: intervista a Gabriele Baratto</title>
		<link>https://www.mondodem.it/543/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Eugenio Dacrema]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 10 Apr 2017 10:13:07 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Democrazia 2.0]]></category>
		<category><![CDATA[Osservatori]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Negli ultimi anni il termine “Deep Web” è entrato nel vocabolario di chi parla di internet, dei suoi&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/543/">PODCAST Il Deep Web oltre leggende e allarmismi: intervista a Gabriele Baratto</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Negli ultimi anni il termine <strong>“Deep Web”</strong> è entrato nel vocabolario di chi parla di internet, dei suoi sviluppi, e soprattutto dei suoi rischi. Il nome è certamente evocativo, e richiama immagini di attività e traffici sommersi e difficili da scovare. In effetti per molto tempo il Deep Web è stato considerato come la grande chimera di tutti i criminali del mondo, un universo dove nessuno è raggiungibile, rintracciabile e identificabile e dove ogni traffico e ogni scambio diventano possibili e impunibili. Ma è proprio così? E soprattutto, cos’è davvero il Deep Web al di là di metafore e misteri?</p>
<p>Ne abbiamo parlato con Gabriele Baratto di <a href="http://www.ecrime.unitn.it/">eCrime</a>, il gruppo di ricerca criminologico dell’Università di Trento e una delle unità più all’avanguardia su questo tema in Italia.</p>
<p><iframe title="Intervista Gabriele Baratto - DeepWeb - 7 Aprile 2017 by MondoDem" width="1200" height="400" scrolling="no" frameborder="no" src="https://w.soundcloud.com/player/?visual=true&#038;url=https%3A%2F%2Fapi.soundcloud.com%2Ftracks%2F316691447&#038;show_artwork=true&#038;maxheight=1000&#038;maxwidth=1200"></iframe></p>
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		<title>Oltre il circo della paura, l&#8217;inesorabile declino del terrorismo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Eugenio Dacrema]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 24 Mar 2017 15:08:03 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Democrazia 2.0]]></category>
		<category><![CDATA[Osservatori]]></category>
		<category><![CDATA[Al-Qaeda]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Un avvenimento come quello di Londra del 22 marzo è la scintilla perfetta per la riattivazione di tutte&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/517/">Oltre il circo della paura, l&#8217;inesorabile declino del terrorismo</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Un avvenimento come quello di Londra del 22 marzo è la scintilla perfetta per la riattivazione di tutte quelle dinamiche così ben rodate che in tutto il mondo, ma soprattutto in Italia, caratterizzano il circo mediatico della tragedia. Toni da fine del mondo, interviste strappalacrime, discussioni interminabili sul ruolo dell’Islam – c’entra? non c’entra? Ovviamente no. I musulmani sono 1 miliardo e se fossero tutti terroristi saremmo già tutti morti e fine della storia. È davvero necessario parlarne ogni volta? – e ovviamente tutto ciò che serve per rendere quella che è una oggettiva tragedia ma di limitate dimensioni un fatto epocale tale da occupare il prime-time dei principali palinsesti per giorni. Il motivo, ancora una volta, è molto semplice ed è stato ripetuto un milione di volte come la storia dei musulmani che non sono terroristi: il giornalismo è un settore economico in crisi e per sopravvivere deve generare lettori, ascoltatori e click. Per riuscirci la paura funziona, così come funzionano la facile rabbia e l’altrettanto facile commozione. Benissimo, fin qui nulla di nuovo.</p>
<p>Quel che invece di nuovo c’è se si analizza l’accaduto – o gli “accaduti”, ovvero la collezione di piccoli attacchi che hanno colpito l’Europa nell’ultimo anno e mezzo – è che stiamo assistendo a una traiettoria di evidente declino della capacità del terrorismo internazionale di colpire l’Occidente. Questo avviene per diversi motivi, a cominciare dalla stretta che convenzioni e trattati internazionali sul controllo dei flussi finanziari hanno imposto sui movimenti di capitale sospetti oppure i sempre più fitti controlli che riguardano l’entrata di armi ed esplosivi non autorizzati. Fatto salvo l’attentato di Parigi del 13 novembre 2015, gli strumenti utilizzati negli attentati in Europa degli ultimi cinque anni sono state pistole, fucili, coltelli e mezzi di locomozione. Spesso uno di questi per ogni attentato. Non c’è male quando si pensa agli aerei del 2001 e agli esplosivi del 2004 a Madrid e del 2007 a Londra. La pura e semplice verità è che il 22 marzo nel Regno Unito – e probabilmente anche solo a Londra – sono morte molte più persone schiacciate da una macchina di un automobilista distratto (o ubriaco) che non dal SUV dell’attentatore di Westminster. Questo ovviamente difficilmente è arrivato nelle cronache giornalistiche fatta salva qualche rara eccezione come <a href="http://www.linkiesta.it/it/article/2017/03/23/il-terrorismo-continuera-a-colpire-ma-stiamo-vincendo-noi/33646/">l’ottimo editoriale di Francesco Cancellato su Linkiesta</a>. Meno soldi, meno vittime, meno preparazione caratterizzano le azioni delle organizzazioni terroristiche oggigiorno almeno in Occidente che appaiono, in una parola, più deboli.</p>
<p>Ma c’è un altro elemento di ottimismo che va oltre la declinante capacità pratica delle organizzazioni terroristiche e che sfugge perfino a Cancellato: la sempre minore capacità da parte di queste ultime di influenzare la politica. Ancora una volta, se pensiamo ai decenni passati la differenza impressiona: George Bush costruì sulle macerie delle Torri Gemelle due rielezioni e l’attuazione di una intera dottrina politica. La strage di Madrid del 2004 decise nell’arco di 12 ore l’esito delle elezioni politiche spagnole. Solo in Francia dopo il 13 novembre si è assistito a un cambiamento politico significativo con l’introduzione dello stato d’emergenza e l’intervento dell’aviazione militare francese sullo scenario siriano. Ma in questo caso c’è da chiedersi quanto questo sia dovuto all’effetto assoluto degli attentati e non a una estrema debolezza della presidenza di Francois Hollande, la più debole della storia repubblicana. Altrove troviamo invece un partito populista tedesco – l’AfD – che dopo le vette di metà 2016 continua in un declino che appare inesorabile nonostante la lunga catena di attentati che ha colpito il paese fino all’inizio di quest’anno. Anche in Francia dopo il ripetersi di altri gravi episodi come quello di Nizza l’effetto aggiuntivo dei nuovi attacchi sulle prospettive delle forze nazionaliste di Marie Le Pen sembra essere nullo; la Le Pen è stata addirittura superata nei più recenti sondaggi dall’europeista Emmanuel Macron contro tutte le aspettative. E ben poco dobbiamo aspettarci dagli effetti di questo attacco londinese. Oggi la vera battaglia politica nel Regno Unito si gioca sui tempi e le modalità della Brexit e gli effetti – questi sì catastrofici – che potrebbe avere perfino sull’unità del Regno viste le crescenti voglie indipendentiste scozzesi.</p>
<p>E’ forse questa la vera grande sconfitta del terrorismo internazionale. Non è il non riuscire più a uccidere e distruggere, quantomeno in grandi numeri. Ma non riuscire nemmeno più a contare, a lasciare un segno nelle coscienze e nelle paure popolari che porti a risultati tangibili sul piano politico. E questo non vuol dire naturalmente che la politica in Occidente sia diventata immune da questi pericoli. Vuol dire piuttosto che il declino della politica in Occidente a cui stiamo assistendo è tutto endogeno, causato dalla crisi irreversibile di un benessere economico basato su condizioni geopolitiche che non esistono più. A dimostrazione, ancora una volta, che nonostante tutti gli attentati del mondo l’ultima parola ce l’ha sempre <em>the economy, stupid</em>. Con buona pace di Al-Baghdadi.</p>
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