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	<title>Elezioni europee 2019 Archivi &#8211; MondoDem</title>
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	<description>Laboratorio di Politica Internazionale</description>
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	<title>Elezioni europee 2019 Archivi &#8211; MondoDem</title>
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		<title>Nomine Ue: primo test di legislatura per la democrazia europea</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Nicoletta Pirozzi]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 04 Jul 2019 12:04:41 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Elezioni europee 2019]]></category>
		<category><![CDATA[Europa]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il Parlamento europeo ha appena eletto David Sassoli, membro del Partito Democratico e del gruppo dei Socialisti e&#8230;</p>
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<hr class="wp-block-separator"/>



<p> </p>



<p><strong>Il Parlamento europeo ha appena eletto David Sassoli</strong>, membro del Partito Democratico e del gruppo dei Socialisti e Democratici, alla carica di nuovo <strong>presidente del Parlamento europeo</strong>. La plenaria di Strasburgo si è espressa con 345 voti a favore di Sassoli, mentre il candidato del Gruppo dei Conservatori e Riformisti Jan Zahradil ha ottenuto 160 voti e la verde Ska Keller 119. L’elezione di Sassoli restituisce all’Italia una delle cariche apicali dell’Unione europea, dopo la Presidenza del conservatore Antonio Tajani di Forza Italia appena conclusa. Il Parlamento potrebbe anche rimettere in discussione l’accordo appena concluso dai Capi di Stato e di governo, che ha portato alla proposta della Ministra della difesa tedesca conservatrice <strong>Ursula von der Leyen a capo della Commissione europea</strong>, alla nomina della francese <strong>Christine Lagarde</strong>, attualmente al vertice del Fondo Monetario Internazionale, come <strong>candidata alla guida della Banca Centrale Europea (BCE)</strong>, all’elezione del liberale belga <strong>Charles Michel a Presidente del Consiglio europeo</strong> e dell’Eurosummit, e alla nomina del socialista spagnolo <strong>Josep Borrell come candidato alla carica di Alto Rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza</strong> e Vice Presidente della Commissione europea.</p>



<p>Chi sono i vincitori e i vinti del valzer di nomine per la prossima leadership europea? S<strong>icuramente tra i vincitori dobbiamo annoverare il Presidente francese Emmanuel Macron, deus ex machina del patto</strong>, che conquista il tassello della BCE e piazza un leader amico alla presidenza del Consiglio europeo. <strong>Rinsalda anche l’asse con la Germania</strong>, confermando il motore franco-tedesco alla guida dell’Europa, anche se indebolito dalle crisi interne dei due governi. Le difficoltà di Angela Merkel sono parse evidenti sia quando il Partito Popolare Europeo si è espresso contro il cosiddetto <strong>“compromesso di Osaka”</strong> raggiunto a margine del G20, che avrebbe visto il socialista Frans Timmermans alla guida della Commissione europea, sia quando la Cancelliera ha dovuto astenersi nella votazione del 2 luglio a causa dell’opposizione interna alla coalizione di governo da parte dell’alleato SPD. Al binomio di testa si unisce ora anche la Spagna, associata alle negoziazioni fin dall’inizio.</p>



<p><strong>I primi tra gli sconfitti sono i paesi di Visegrad</strong>, che si sono opposti al patto tra i grandi e in particolare alla presidenza di Timmermans, considerato ostile anche per la battaglia a tutela dello stato di diritto condotta durante la sua vicepresidenza alla Commissione europea nella passata legislatura. Questi paesi non ottengono nessun tassello della leadership europea. <strong>La stessa fine rischiava di farla l’Italia, che si è schierata con il blocco di Visegrad contro l’accordo franco-tedesco,</strong> apparentemente in contraddizione con i suoi stessi interessi strategici. Una Commissione europea guidata da Timmermans sarebbe stata senz’altro più in linea con le priorità italiane in materia di flessibilità sui conti pubblici e solidarietà nella gestione della questione migratoria.<strong> L’elezione di David Sassoli al Parlamento europeo restituisce all’Italia un posto al sole, nonostante il posizionamento diplomatico fallimentare nei negoziati da parte del governo. </strong>All’Italia potrebbe spettare anche un posto di vicepresidenza alla Commissione, ma il portafoglio è ancora incerto.</p>



<p><strong>I negoziati hanno anche spazzato via la procedura dello Spitzenkandidat</strong>, inaugurata soltanto alle precedenti elezioni del 2014 con l’obiettivo di accorciare le distanze tra i cittadini e le istituzioni e di stabilire un collegamento più diretto tra il voto espresso dagli elettori e l’agenda politica europea attraverso la selezione del candidato alla presidenza della Commissione da parte delle famiglie politiche europee già in fase di campagna elettorale. Manfred Weber, candidato dei popolari, sembra essere destinato alla magra consolazione di succedere a Sassoli alla guida del Parlamento europeo nella tradizionale staffetta tra socialdemocratici e conservatori tra due anni e mezzo. Il condizionale è d’obbligo perché spetterà al Parlamento europeo convalidare l’accordo siglato dagli esecutivi sul Presidente della Commissione a metà luglio, e non si escludono sorprese che potrebbero rimettere in discussione l’intero pacchetto di nomine. Serpeggia un grande malumore tra i socialisti e democratici, in particolare nella SPD, e tra i Verdi, e le indicazioni di voto potrebbero essere disattese. Inoltre, il Parlamento europeo potrebbe voler rivendicare un ruolo per contrastare lo spostamento dell’asse politico verso il Consiglio europeo e per riaffermare i suoi poteri in materia di nomina del collegio del commissari.</p>



<p><strong>Dalle votazioni per la presidenza e dalle anticipazioni di voto per il Presidente della Commissione è già emersa tuttavia una spaccatura tra le forze politiche che comporranno la maggioranza pro-europea: socialisti e democratici, popolari, liberali e verdi. </strong>Questo non fa ben sperare sulla possibilità dei diversi gruppi di convergere su un’agenda comune per la riforma dell’Unione, chiaramente chiesta dai cittadini alle urne lo scorso maggio per la prossima legislatura. E in effetti <strong>esistono importanti differenze tra le posizioni politiche di questi partiti in materie come la governance economica, la gestione delle migrazioni e il cambiamento climatico che rendono particolarmente difficile un accordo su un’agenda ambiziosa di cambiamento.</strong> Tale cambiamento non sarà poi sicuramente favorito dalla rigorista conservatrice von der Leyen alla Commissione. Potrebbe essere questo il rischio più grave e un potenziale assist alle forze euroscettiche e populiste di destra per un rafforzamento alle prossime elezioni.</p>



<p><strong>Il destino dell’Unione dunque non è ancora compiuto, ma la legislatura è iniziata in salita.</strong> Occorre considerare gli elementi di fragilità mostrati dal sistema politico europeo e porvi rimedio per ristabilire un rapporto fiduciario e rilanciare un nuovo patto con i cittadini.</p>



<p></p>



<p></p>



<p></p>
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		<title>Il paradosso laburista alle elezioni europee</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Larissa Brunner]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 21 May 2019 12:04:30 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Elezioni europee 2019]]></category>
		<category><![CDATA[elezioni europee]]></category>
		<category><![CDATA[Labour]]></category>
		<category><![CDATA[UK]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Le elezioni del Parlamento europeo, che nel Regno Unito si terranno il 23 maggio, prospettano profondi sconvolgimenti nel&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Le elezioni del Parlamento europeo, che nel Regno Unito si terranno il 23 maggio, prospettano profondi sconvolgimenti nel sistema partitico britannico. In un sondaggio di <a href="https://yougov.co.uk/topics/politics/articles-reports/2019/05/17/labour-and-tories-lose-majority-support-brexit-pro">YouGov</a> effettuato tra il 12 e il 16 maggio, il Brexit Party di Nigel Farage si è imposto come favorito assoluto con il 35%, seguito dai Liberal-democratici pro-<em>Remain</em> dati al 16%. Il Partito Laburista, principale partito d’opposizione, si posiziona al terzo posto con il 15% e i verdi pro-<em>Remain</em> sono quarti con il 10%, poco più avanti dei Conservatori che si attestano al 9%. Il nuovo partito anti-Brexit Change UK raccoglie solo il 5%, mentre UKIP con il 3% vede spostarsi gran parte dei suoi elettori verso il Brexit Party di Farage. <a href="http://www.europarl.europa.eu/elections2014-results/en/country-results-uk-2014.html">Risultati</a> molto diversi rispetto alle elezioni del 2014, quando UKIP vinse con il 27,66%, seguito dal Partito Laburista al 24,74% e dai Conservatori al 23,31%.&nbsp;</p>
<p>Per i Conservatori e i Laburisti &#8211; che insieme detengono 559 su 650 dei seggi nella Camera dei Comuni &#8211; sarebbe un vero disastro. Tuttavia, un tale insuccesso non sarebbe totalmente inaspettato, specialmente per il Partito Laburista. Dietro la sua probabile battuta d’arresto si cela un paradosso a tre facce.</p>
<p><strong>1. La Brexit di Schroedinger: </strong>La prima faccia del paradosso riguarda la posizione dei Laburisti sulla Brexit. Nel tentativo di attrarre simultaneamente i pro-<em>Remain</em> senza perdere i suoi elettori nelle circoscrizioni favorevoli al <em>Leave</em>, il partito ha perseguito una strategia ambigua. Le contraddizioni che ne conseguono sono particolarmente visibili nella posizione del Labour riguardo la stessa Brexit e la possibilità di un secondo referendum.</p>
<p><strong>La posizione ufficiale del Partito Laburista, sostenuta dal leader Jeremy Corbyn &#8211; euroscettico di vecchia data &#8211; è quella di rispettare il risultato del referendum del 2016.</strong> Tuttavia, altre figure di spicco del Partito Laburista hanno rilasciato dichiarazioni contraddittore, volte apparentemente a rassicurare e attrarre il favore dei <em>Remainer</em>. Per esempio, il 12 Maggio il vice-leader Tom Watsan ha <a href="https://www.theguardian.com/politics/2019/may/13/labour-remain-reform-eu-tom-watson">affermato</a> che il Labour è ancora un partito favorevole al <em>Remain </em>e a riformare l’Unione europea. Il candidato alle elezioni del Parlamento europeo, l’ex Ministro dei Trasporti Andrea Adonis, il 19 maggio ha pubblicato un <a href="https://twitter.com/Andrew_Adonis/status/1130031778264231937">tweet</a> dove sosteneva che “solo il Labour può fermare la Brexit”.</p>
<p><strong>Le opinioni dei laburisti sulla possibilità di convocare un secondo referendum sono ugualmente divergenti.</strong> Sebbene alcuni parlamentari laburisti, come il Ministro ombra per la Brexit Keir Starmer, si siano più volte dimostrati favorevoli ad un secondo voto, Corbyn ha accettato questa possibilità a malincuore e dopo molte pressioni. La posizione ufficiale del partito laburista è delineata nel suo <a href="https://labour.org.uk/manifesto/transforming-britain-and-europe/">manifesto</a> per le elezioni europee: “Se non potremo ottenere un accordo in linea con il nostro piano alternativo [che include l’adesione permanente all’Unione doganale e un allineamento al Mercato Unico], o le elezioni politiche, il Labour sosterrà l’opzione di un nuovo voto”. Difficilmente si può esprimere meno entusiasmo senza escludere apertamente un nuovo referendum.</p>
<p>Gli appelli lanciati dagli esponenti laburisti filoeuropei per un secondo referendum possono dare un’impressione diversa. In un <a href="https://www.independent.co.uk/voices/brexit-european-elections-2019-parliament-labour-party-referendum-eu-a8918146.html">editoriale</a> pubblicato dal The Independent il 17 maggio, la candidata alle elezioni europee, Eloise Todd, ha affermato che “solo il nostro partito può unire il paese per indire un nuovo referendum”. In maniera simile, il 19 maggio Adonis ha <a href="https://twitter.com/Andrew_Adonis/status/1130121188565504005">twittato</a> “l’unico partito che può ottenere un voto popolare è il Labour”.</p>
<p><strong>Le posizioni sono discordanti anche sulle possibili opzioni che un secondo referendum dovrebbe includere. </strong>A febbraio, Corbyn <a href="https://www.theguardian.com/politics/live/2019/apr/30/brexit-latest-news-labour-nec-tory-mps-wont-accept-cross-party-compromise-involving-customs-union-says-hunt-live-news?page=with:block-5cc86cbb8f08c89bd906b51c#block-5cc86cbb8f08c89bd906b51c">dichiarava</a> che il Labour “sosterrà un voto popolare per evitare la rovinosa Brexit dei Conservatori o un disastroso no-deal”. Avendo promesso di rispettare la volontà di lasciare l’Unione europea, non è chiaro che tipo di opzioni dovrebbero essere presenti sulle schede elettorali, in quanto ogni accordo sulla Brexit dovrà per forza di cose essere basato sulla “rovinosa Brexit dei Conservatori”. Per l’Unione europea, infatti, l’accordo sul recesso è fondamentale e non negoziabile. Solo la dichiarazione politica può essere ampliata e resa più specifica, cosa che può essere fatta in ogni caso durante il periodo transitorio in quanto il documento non è vincolante. E intanto, figure di spicco del partito come Starmer e il Ministro-ombra agli esteri Emily Thornberry <a href="https://www.independent.co.uk/news/uk/politics/labour-brexit-final-say-jeremy-corbyn-shadow-cabinet-a8911771.html">sostengono</a> che le schede elettorali per un possibile nuovo referendum debbano contenere la possibilità di votare per il <em>Remain</em>.</p>
<p>Questi esempi mostrano che il partito laburista propone visioni divergenti sulla Brexit nella speranza che gli elettori si accostino alla posizione che preferiscono ignorando le contraddizioni di fondo del partito. I sostenitori della Brexit fanno riferimento a Corbyn, mentre i pro-<em>Remain</em> guardano a Adonis e Starmer. La vaghezza della linea politica del partito facilita questa impostazione. D’altro canto, la linea della coerenza scelta dai singoli esponenti del partito permette loro di chiarire le loro posizioni personali con facilità quando sono messi alle strette. Ma la vera sfida per i laburisti resta quella di difendere la posizione della <em>leadership</em> del partito nel suo complesso nonostante le loro preferenze o affermazioni personali.</p>
<p>Questa strategia è però rischiosa e sembra aver raggiunto il proprio limite.</p>
<p><strong>2. Un’opposizione incapace di fare goal a porta vuota: </strong>La seconda faccia del paradosso si riferisce alla posizione del Labour nel sistema partitico. Qualsiasi altro partito di opposizione sarebbe stato capace di approfittare del caos che aleggia nel governo dei Conservatori e che caratterizza il processo della Brexit. Tuttavia, il Labour non è riuscito a trarne vantaggio. Le ragioni sono diverse: (1) la posizione ambigua di Corbyn sulla Brexit; (2) l’apparente disinteresse del leader laburista riguardo l’uscita del Regno Unito dall’Unione europea che, sebbene sia la questione più importante degli ultimi decenni, secondo Corbyn verrà presto superata e sostituita da altri questioni legate ai progetti della sinistra; (3) una mancanza di conoscenza del processo della Brexit, resasi evidente quando <a href="https://www.theguardian.com/commentisfree/2018/dec/06/jeremy-corbyn-general-election-brexit-labour-theresa-may">Corbyn</a> ha sostenuto che “una nuova e completa Unione doganale con l’Unione europea […] eviterebbe che alcune zone del Regno Unito vengano assoggettate a sistemi legali differenti”. Ma la sola Unione doganale non rimuoverebbe la necessità di un <em>backstop</em> al confine con l’Irlanda in quanto i controlli di conformità alle norme UE saranno comunque necessari.</p>
<p>Questi fattori hanno reso più difficile un’azione del Labour volta ad obbligare il Governo a rendere conto sulla Brexit e di approfittare della sua debolezza e dei suoi passi falsi.</p>
<p><strong>3. Elezioni importanti, o quasi: </strong>La terza faccia del paradosso riguarda il valore attribuito alle elezioni europee nel Regno Unito. A causa dell’estensione fino al 31 ottobre del processo previsto dall’articolo 50, il Regno Unito deve partecipare alle elezioni anche se resta pronto a lasciare l’Unione europea.</p>
<p>Simbolicamente, le elezioni per rinnovare il Parlamento europeo rappresentano la tornata elettorale più importante per il Regno Unito, ma da un punto di vista pratico non hanno molto senso.</p>
<p>Avranno un impatto minimo in quanto gli europarlamentari britannici perderanno il proprio seggio una volta che il Regno Unito lascerà l’Unione europea. Allo stesso tempo, le elezioni sono estremamente importanti in quanto rileveranno l’opinione dell’elettorato e, per alcuni, sono da considerare come una replica del referendum del 2016. Il risultato potrebbe avere degli effetti anche sulla Brexit. Se il <em>Brexit Party </em>otterrà più seggi degli altri, come sembra probabile, il posizionamento verso la Brexit del Partito Conservatore e di alcune parti del Labour potrebbe irrigidirsi. Ciò potrebbe far aumentare la probabilità che un <em>Brexiteer</em> come Boris Johnson possa essere eletto nuovo leader dei Conservatori e che il Regno Unito esca dall’Unione europea senza accordo.</p>
<p>Le elezioni europee meritano attenzione anche perché sono le uniche elezioni che si svolgono con un sistema proporzionale, e pertanto sono le uniche consultazioni in cui piccoli o nuovi partiti poco strutturati non sono necessariamente svantaggiati.</p>
<p>Se la frammentazione delle intenzioni di voto indicate nel sondaggio di YouGov potrebbe essere semplicemente un riflesso del fatto che l’elettorato tende a votare diversamente a seconda del sistema di voto, non si può escludere che sia in corso un riallineamento del sistema partitico britannico. A seconda di quale sarà il risultato della Brexit, nelle future elezioni i voti potranno spostarsi verso piccoli partiti con una chiara posizione sulla Brexit. Nel caso di no-deal, i Liberal-democratici filoeuropei potrebbero rinascere. Se il governo conservatore revocasse l’articolo 50, per evitare il no-deal o come risultato di un secondo referendum, il consenso per il Brexit Party potrebbe aumentare esponenzialmente.</p>
<p>Le tre facce del paradosso che il Labour sta vivendo &#8211; la sua visione ambigua della Brexit, la sua posizione nel sistema partitico e il valore attribuito alle elezioni &#8211; possono essere d’aiuto per spiegare il suo probabile calo alle elezioni europee. Sebbene il risultato negativo non avrà effetti immediati, dal punto di vista simbolico ci saranno delle ripercussioni riguardo le prospettive di lungo periodo di un partito che non vuole assumere una chiara posizione sulla più importante questione della politica britannica degli ultimi decenni.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h2 id="labours-european-elections-paradox"><strong>Labour’s European elections paradox</strong></h2>
<p><em>&nbsp;</em></p>
<p>The European Parliament (EP) elections to be held across the United Kingdom on May 23 are promising major upheaval in the party landscape. In a <a href="https://yougov.co.uk/topics/politics/articles-reports/2019/05/17/labour-and-tories-lose-majority-support-brexit-pro">YouGov poll</a> on EP voting intentions carried out on May 12-16, Nigel Farage’s Brexit Party emerged as clear frontrunner with 35%, followed by the pro-Remain Liberal Democrats with 16%. Labour, the main opposition party, came third with 15% and the pro-Remain Greens fourth with 10%, just ahead of the governing Conservatives with only 9%. The newly established anti-Brexit Change UK party attracted only 5% while UKIP was at 3%, having apparently seen the bulk of its supporters move with Farage to his Brexit Party. As a comparison, in the <a href="http://www.europarl.europa.eu/elections2014-results/en/country-results-uk-2014.html">2014 EP elections</a> UKIP won 27.66%, followed by Labour with 24.74% and the Conservatives with 23.31%.</p>
<p>For the Conservatives and Labour – which together hold 559 out of 650 seats in the House of Commons – the predicted results would be a disaster. However, they would not be entirely unexpected, especially in Labour’s case. Behind its likely setback lies a paradox that can be broken down into three parts.</p>
<p><strong>Schroedinger’s Brexit</strong></p>
<p>The first part of the paradox relates to Labour’s position on Brexit. Trying to simultaneously appeal to Remain voters while not alienating its supporters in Leave-voting constituencies, the party has pursued strategic ambiguity. The resulting contradictions are particularly apparent in Labour’s position on Brexit itself and on the possibility of a second referendum.</p>
<p>Labour’s official position, embraced by leader Jeremy Corbyn – a longtime sceptic of the EU – is that it respects the result of the 2016 referendum, which decided that the United Kingdom would leave the EU. However, other senior Labour figures have issued contradictory claims, apparently designed to reassure and attract Remainers. For example, deputy leader Tom Watson <a href="https://www.theguardian.com/politics/2019/may/13/labour-remain-reform-eu-tom-watson">said</a> on May 12 that Labour was still a “remain and reform party”. MEP candidate and former Transport Secretary Andrew Adonis <a href="https://twitter.com/Andrew_Adonis/status/1130031778264231937">tweeted</a> on May 19 that “only Labour can stop Brexit”.</p>
<p>Positions within Labour on a second referendum are similarly diverse. While individual Labour MPs such as shadow Brexit Secretary Keir Starmer have long been calling for another vote, Corbyn accepted the possibility only reluctantly, and under great pressure. Labour’s official position is outlined in its <a href="https://labour.org.uk/manifesto/transforming-britain-and-europe/">manifesto</a> for the EP elections: “if we can’t get agreement along the lines of our alternative plan [involving permanent customs union membership and close single market alignment], or a general election, Labour backs the option of a public vote.” It is hardly possible to be less enthusiastic without rejecting a referendum outright.</p>
<p>Meanwhile, calls by pro-EU Labour figures for a referendum could give a different impression. In an <a href="https://www.independent.co.uk/voices/brexit-european-elections-2019-parliament-labour-party-referendum-eu-a8918146.html">op-ed</a> published by The Independent on May 17, Labour MEP candidate Eloise Todd argued that “only our party can unite the country behind a new referendum”. Similarly, Adonis <a href="https://twitter.com/Andrew_Adonis/status/1130121188565504005">tweeted</a> on May 19 that “the only party that can deliver a People’s Vote is Labour”.</p>
<p>There is also little agreement on what options a second referendum should include. In February, Corbyn <a href="https://www.theguardian.com/politics/live/2019/apr/30/brexit-latest-news-labour-nec-tory-mps-wont-accept-cross-party-compromise-involving-customs-union-says-hunt-live-news?page=with:block-5cc86cbb8f08c89bd906b51c#block-5cc86cbb8f08c89bd906b51c">said</a> Labour “will back a public vote in order to prevent a damaging Tory Brexit or a disastrous no deal outcome”. Given that he is also committed to respecting the result of the referendum and thus leaving the EU, this raises the question of what the options on the ballot paper should be, especially since any Brexit deal has to be based on the “damaging Tory Brexit”. The withdrawal agreement is essential and non-negotiable from the EU’s perspective and only the political declaration could be expanded and made more specific, something which can be done in any case during the transition period as the document is not legally binding. Meanwhile, senior Labour figures such as Starmer and shadow Foreign Secretary Emily Thornberry <a href="https://www.independent.co.uk/news/uk/politics/labour-brexit-final-say-jeremy-corbyn-shadow-cabinet-a8911771.html">argue</a> that in any referendum the ballot paper should give an option to remain.</p>
<p>These examples illustrate that Labour is essentially taking contradictory positions at the same time, in the apparent hope that potential supporters will pick and choose whatever position they like best while ignoring those that contradict it. Pro-Brexit supporters can look to Corbyn, while pro-Remain voters can rally behind Adonis and Starmer. The vague official party policy facilitates this. The coherent positions of individual party figures means they can clarify their personal stances relatively easily when put on the spot. Their challenge lies in defending the position of the party leadership as a whole vis-a-vis their own personal preferences and assertions.</p>
<p>This strategy was always a risky one and now appears to be reaching its limits.</p>
<p><strong>An open goal, and an opposition unable to score</strong></p>
<p>The second part of the paradox is Labour’s position in the party system. Any major opposition party should have been able to benefit from the disarray of the Conservative government and the state of the Brexit process. However, Labour has failed to capitalise on it.</p>
<p>There are several reasons for this:</p>
<ul>
<li>Labour’s ambiguous position on Brexit;</li>
<li>Corbyn’s apparent disinterest in Brexit – undeniably the greatest political issue in a generation, but one which he seems to mistakenly believe will soon be superseded by other, traditional left-wing issues; and</li>
<li>a lack of knowledge about the Brexit process, evident for example in <a href="https://www.theguardian.com/commentisfree/2018/dec/06/jeremy-corbyn-general-election-brexit-labour-theresa-may">Corbyn’s claim</a> that “a new, comprehensive customs union with the EU […] would remove the threat of different parts of the UK being subject to separate regulations” – customs union membership alone would in fact not remove the need for the Irish backstop as regulatory checks would still be needed.</li>
</ul>
<p>These factors have made it difficult for Labour to hold the government to account over Brexit and benefit from its weaknesses and missteps.</p>
<p><strong>Elections that matter, and don’t</strong></p>
<p>The third element of the paradox is the status of the EP elections in the United Kingdom. Due to the extension of the Article 50 process until October 31, the United Kingdom has to participate even though it remains set to leave the EU.</p>
<p>This creates a paradox – symbolically, these EP elections are arguably the most important the UK has ever held but from a practical point of view, they are meaningless.</p>
<p>They will have little direct impact as MEPs will lose their seats once the United Kingdom leaves the EU. At the same time, they matter tremendously in that they indicate voter sentiment and are seen by some as a rerun of the 2016 referendum. The outcome could impact the Brexit process. If the Brexit Party wins more seats than any other party, as is likely, attitudes towards Brexit within the Conservative Party and possibly parts of Labour could harden. This could increase the likelihood of a Brexiteer such as Boris Johnson being elected new leader of the Conservatives and the United Kingdom crashing out of the EU with no deal.</p>
<p>The EP elections also deserve attention because they are the only national elections in the United Kingdom that take place under a proportional representation rather than first-past-the-post voting system, and are thus the only national elections in which small or new parties with limited infrastructure are not necessarily at a disadvantage.</p>
<p>While the fragmented voting intentions indicated in the YouGov poll could simply be a reflection of the fact that people tend to vote differently in different elections based on the system under which the elections take place, they could also point to a broader realignment of the UK party system. Depending on the outcome of Brexit, voter support in other elections could also shift towards smaller parties with a clear stance on Brexit. In the case of a catastrophic no deal Brexit, the pro-EU Liberal Democrats could see a revival. If the Conservative government revoked Article 50, for example to avert a no deal outcome or after a second referendum, support for the Brexit Party could surge.</p>
<p><strong>Conclusion</strong></p>
<p>The three elements of the paradox Labour is facing – its ambiguous stand on Brexit, its position in the party landscape and the status of the EP elections – may help explain its likely setback in the EP elections. While it may not matter much at an immediate, practical level it does matter symbolically, and it will raise questions about the long-term prospects of a party that is unwilling to take a clear stand on the most important issue facing the UK in decades.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>*&nbsp;<strong>Larissa Brunner</strong>&nbsp;è Policy Analyst all&#8217;European Policy Centre (EPC) e si occupa principalmente di Brexit. Precedentemente, Larissa ha lavorato come Western Europe Analyst per Oxford Analytica. È titolare di un BA in Economia e Management dell&#8217;Università di Oxfod e di una doppia laurea&nbsp;in Relazioni europee e internazionali&nbsp;presso Sciences Po Paris e la Fundan University di Shangai.&nbsp;</p>
<p><strong>Larissa Brunner</strong>&nbsp;is a Policy Analyst at the European Policy Centre (EPC), working primarily on Brexit.&nbsp;Before joining the EPC, Larissa worked as Western Europe Analyst for Oxford Analytica in the United Kingdom. She holds a BA in Economics and Management from the University of Oxford and a Double Master’s degree in European and International Relations from Sciences Po, Paris, and Fudan University, Shanghai.</p>
<p><b>&#8220;Banksy does Brexit&#8221;, (detail) photo credits Dunk on Flickr.</b></p>
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		<title>La SPD verso il minimo storico alle Europee</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Erik Haase]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 17 May 2019 11:18:59 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Elezioni europee 2019]]></category>
		<category><![CDATA[elezioni europee]]></category>
		<category><![CDATA[Germania]]></category>
		<category><![CDATA[Spd]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>“Uniamoci per un’Europa forte e solidale”. Questo è lo slogan del partito più longevo del panorama politico tedesco&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p><strong>“Uniamoci per un’Europa forte e solidale”. </strong>Questo è lo slogan del partito più longevo del panorama politico tedesco per le elezioni europee. Eppure, se si guardano gli ultimi sondaggi, i sostenitori del Partito Socialdemocratico tedesco (SPD) sono sempre di meno. <strong>Il partito è infatti dato al 15%, risultato che &#8211; se confermato &#8211;&nbsp; comporterebbe una caduta del 13% rispetto alle elezioni europee del 2014. </strong>Aumentano quindi gli interrogativi sullo stato di salute della SPD, che negli ultimi anni sembra essersi aggravato inesorabilmente.</p>
<p>Forse è anche il caso di chiedersi se il partito di Willy Brandt e Helmut Schmidt sia diventato superfluo. È sicuramente un’affermazione esagerata, ma occorre riconoscere che <strong>i dieci anni di Grande Coalizione con l’avversario tradizionale, la CDU di Angela Merkel, hanno lasciato ferite profonde che rimettono in discussione gli obiettivi progressisti e sociali del partito</strong>. Le politiche di matrice liberista dell’ultimo cancelliere della SPD, Gerard Schröder, e gli anni passati al governo con la CDU, in qualità di partner minore, avrebbero dovuto spingere i Socialdemocratici all’opposizione per organizzare un nuovo progetto politico e ristabilire la propria credibilità.</p>
<p>Occorre anche chiedersi se la SPD abbia un buon programma per le europee. Da quanto emerge dai sondaggi, i tedeschi non sono pienamente convinti. Dopo la Presidenza del Parlamento europeo di Martin Schulz, la SPD è sicuramente considerata dai tedeschi come il partito più favorevole ad un’Unione europea più forte e più sociale. Eppure, i tedeschi sembrano non reagire alle proposte messe sul tavolo dai Socialdemocratici, a cominciare dal <strong>salario minimo europeo calcolato individualmente paese per paese</strong>. Seppur in linea con le proposte degli omologhi europei della SPD, questa misura non sembra far breccia nell’elettorato tedesco. Lo stesso vale per le misure proposte per<strong> contrastare il dumping sociale,</strong> che non toccano le corde dei tedeschi in quanto volte a cambiare le politiche degli altri Stati membri e non quelle interne. Forse questo è un sintomo della difficoltà dei partiti riformisti, e non solo, di allargare il dibattito interno ad un più ampio dibattito europeo?</p>
<p>Le altre proposte riguardano soprattutto <strong>una maggiore giustizia fiscale di fronte alle multinazionali digitali come Facebook e Google e, non da ultimo, la protezione del clima. </strong>Entrambi temi cruciali per i tedeschi. Tuttavia, la proposta politica della SPD pecca a volte d’incoerenza. L’azione contro l’evasione fiscale del vice-Cancelliere Ministro delle Finanze, il socialdemocratico <strong>Olaf Scholz</strong>, sembra poco incisiva, forse perché si vogliono evitare ripercussioni negative sulle grandi compagnie tedesche esportatrici, a cominciare dall’industria dell’automobile duramente colpita dal <em>Dieselgate</em>. Forse è proprio la mancanza di credibilità il vero tallone d’Achille della SPD. Contrariamente alle rivendicazioni della Ministra federale dell’Ecologia, sempre in quota SPD, sono stati i ministri conservatori dell’Economia e dei Trasporti, con il sostegno della Cancelliera Merkel, a decidere di adottare le sanzioni contro i produttori di automobili e di risarcire i proprietari di vetture troppo inquinanti. Nell’opinione pubblica si è quindi rafforzata <strong>l’immagine di una Socialdemocrazia “ecologica, ma non troppo” che accondiscende agli interessi dell’industria sindacalizzata. </strong></p>
<p><strong>Alla mancanza di credibilità si aggiunge una carenza di competenze</strong>. Questa constatazione riguarda meno i candidati delle liste della SPD per le elezioni del 26 maggio, molto spesso sconosciuti, come nel caso degli altri paesi membri, eccezion fatta per i capilista. La Presidente della SPD <strong>Andrea Nahles</strong> non eccelle per carisma, capacità retoriche e strategia politica. Secondo molti rappresenta l’immobilismo che ha caratterizzato la SPD nell’ultimo decennio, ed è simbolo di un “sì, ma…” poco convincente. Un progetto politico volto a mantenere lo status quo può convincere la fascia di età più avanzata dell’elettorato &#8211; che rappresenta il nucleo centrale dei sostenitori del partito &#8211; ma non guadagnerà il consenso delle fasce più giovani che rivendicano un cambiamento radicale del nostro modello di sviluppo a favore di politiche più sostenibili.</p>
<p>Certo, la Socialdemocrazia tedesca soffre anche della crescita dei nuovi movimenti di estrema-destra. Come sta avvenendo negli altri paesi europei, i movimenti nazionalisti e razzisti, come <strong><em>Alternative für Deutschland (</em>AfD)</strong> &#8211; alleata della Lega di Matteo Salvini &#8211; sono in forte crescita, minacciando di far scendere la SPD in quarta posizione alle elezioni europee.</p>
<p><strong>Tuttavia, nel campo progressista tedesco qualcosa si muove.</strong> Da una parte, la sinistra radicale rappresentata da <strong><em>Die Linke</em></strong><em>, </em>data all’8% nei sondaggi, può trarre vantaggio dalla debolezza della SPD. Ma la sfida più importante all’interno della sinistra tedesca si giocherà sulle tematiche ambientali. In una situazione in cui il cambiamento climatico e i rischi per la biodiversità sono direttamente percepibili dai cittadini, <strong>l’avanzata dei </strong><strong><em>Verdi </em></strong><strong>tedeschi pone sicuramente una nuova sfida all’interno del campo progressista tedesco e può ridefinire i rapporti con la SPD.</strong> Il partito ecologista<strong> ha allargato il suo bacino elettorale attestandosi in seconda posizione, dietro la CDU, con circa il 20% delle intenzioni di voto</strong>. Un risultato senza precedenti nella lunga storia del partito di Joschka Fischer e Daniel Cohn-Bendit e che ha le sue basi nell’elettorato dei giovani e dei progressisti liberali. Sul piano europeo, se si aggiungono i deputati verdi austriaci (10% nei sondaggi) e i pochi altri eletti negli altri paesi, si può facilmente constatare che <strong>il nuovo gruppo parlamentare Verdi/Alleanza Libera Europea sarà per metà germanofono</strong>.</p>
<p>Un altro aspetto da non sottovalutare nell’analisi del voto delle europee in Germania e del possibile risultato negativo della SPD è quello <strong>di un sistema elettorale che limita la logica del cosiddetto voto utile</strong>. A differenza delle elezioni federali dove i partiti devono superare la soglia del 5% per accedere al Bundestag, per le elezioni europee non esiste questo tipo sbarramento. Considerato che la Germania dispone di 96 seggi sui 751 disponibili al Parlamento europeo, per qualsiasi partito basterebbe raggiungere lo 0,8% per inviare un proprio delegato a Strasburgo. Ciò potrebbe spiegare perché il 9% degli elettori sia disposto a votare i cosiddetti partitini (il partito per la protezione degli animali, il partito dei pirati e i neo-nazisti).</p>
<p>Comunque vada, la SPD sarà costretta ad affrontare una questione vitale che riguarda non solo la sopravvivenza della Socialdemocrazia in Germania ma anche il rafforzamento del modello sociale europeo. Come rispondere alla difficoltà di rendere compatibili il mantenimento di un’economia basata sull’export con la necessità di assicurare un sistema di sicurezza sociale adeguato? Come rendere più eco-sostenibile il nostro modello economico senza danneggiare la classe media e produttrice?<strong> Per rispondere a queste domande la SPD deve proporre una nuova visione di società, individuando nuove convergenze e alleanze per unire le forze progressiste, in Germania e in Europa.</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>*</em><em><strong>Erik Haase</strong> è uno specialista delle relazioni franco-tedesche. Attualmente è Presidente della sezione SPD del Luisenstadt (Berlin Mitte) e lavora come consulente per lo sviluppo regionale nel campo del digitale e della mobilità. Dopo gli studi svolti all’ENA, ha coordinato la delegazione tedesca presso la Conferenza franco-tedesco-svizzera del Reno superiore. Ama l’Italia. </em></p>
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		<title>Polonia: la “Primavera” sta arrivando, una nuova speranza per spezzare il duopolio PiS /PO ?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alexia Fafara]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 14 May 2019 12:15:15 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Elezioni europee 2019]]></category>
		<category><![CDATA[elezioni europee]]></category>
		<category><![CDATA[PIS]]></category>
		<category><![CDATA[Polonia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>“Politica” è senza dubbio la parola dell’anno in Polonia. Con due votazioni previste nel 2019 &#8211; le elezioni&#8230;</p>
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<p>“<strong>Politica</strong>” è senza dubbio la parola dell’anno in Polonia. Con due votazioni previste nel 2019 &#8211; le elezioni europee a maggio e le politiche in autunno &#8211; l’agenda politica del paese suscita un considerevole interesse nell’opinione pubblica, sia sulla stampa nazionale sia nelle conversazioni giornaliere dei cittadini polacchi. Dopo un avvio a rallentatore della campagna, ritardato dall’attacco lanciato dal partito di governo alla comunità LGBT polacca &#8211; un momento… non è un inizio prevedibile per la campagna di <em>Diritto e Giustizia</em>? &#8211; i partiti si sono finalmente concentrati sulla competizione per le elezioni europee. <strong>Quali sono quindi i progetti proposti al popolo polacco, che rimane uno dei più eurofili nell’Unione europea</strong><a href="#_ftn1" name="_ftnref1"><strong><sup>[1]</sup></strong></a><strong>? </strong>Tra strategie già conosciute e la creazione di un nuovo partito, ecco qualche elemento chiave per capire come le elezioni europee possono rappresentare un’occasione per rompere il duopolio PiS/PO che governa il Paese dal 2005.</p>
<p><strong>“Educazione sessuale di sinistra: uno stupro dell’innocenza”</strong>: questo era un titolo del settimanale <em>Gazeta Polska</em><a href="#_ftn2" name="_ftnref2"><sup>[2]</sup></a> alla fine di marzo. Nel giornale, si può leggere che presto nelle scuole di Varsavia “verranno organizzati incontri con travestiti; ai bambini dagli 1 ai 3 anni verrà insegnata la masturbazione illimitata; il sesso di gruppo e le pratiche sadomaso verranno insegnate ai ragazzini di 7 anni”, e che questo è il modo in cui si fa educazione sessuale nei paesi dell’Europa occidentale. Nella stessa settimana, praticamente tutte le copertine dei periodici polacchi erano dedicate alla comunità LGBT. Com’è potuto succedere? A febbraio 2019, il sindaco di Varsavia, Rafał Trzaskowski di <em>Piattaforma Civica</em> aveva deciso di firmare la “dichiarazione LGBT”, un documento volto a combattere le discriminazioni contro le minoranze sessuali e a garantire un’adeguata educazione sessuale nelle scuole. Una manna dal cielo per il partito di governo <em>Diritto e Giustizia </em>che non ha perso tempo per lanciare accuse simili a quelle apparse su <em>Gazeta Polska</em>. Scioccante? Sì, ma non sorprendente considerando che <em>Diritto e Giustizia</em> è solito costruire la sua narrativa individuando di volta in volta un<strong> nemico unico della nazione</strong>. <strong>Quest’anno il nemico è la comunità LGBT, nel 2015 la minoranza presa di mira era quella dei migranti.</strong> L’unica novità è quella di aver dirottato gli attacchi da un nemico esterno a un nemico interno, sebbene il leader del partito di governo, <strong>Jarosław Kaczyński, abbia dichiarato che la comunità LGBT polacca non esiste e che “le persone LGBT e i gender sono importati in Polonia e rappresentano una minaccia per l’identità polacca”</strong><a href="#_ftn3" name="_ftnref3"><strong><sup>[3]</sup></strong></a><strong>. </strong></p>
<p>Anche quando si parla di Europa, l’ex Primo Ministro punta alla divisione affermando che non è giusto che il detersivo in polvere tedesco sia di migliore qualità di quello venduto in Polonia<a href="#_ftn4" name="_ftnref4"><sup>[4]</sup></a> e che questo è un motivo per lottare contro le diseguaglianze tra i paesi europei. Se l’esempio è strano, il rancore insito alla strategia politica del partito di governo sembra proprio un <em>déjà vu</em>… Ciò è ben visibile anche nella narrativa promossa dal Primo Ministro, Mateusz Morawiecki, che in un editoriale su Politico ha affermato che le risposte di Bruxelles alla crisi hanno puntato “a centralizzare il potere, dimenticare la democrazia, la trasparenza e la responsabilità, ignorando la sovranità nazionale”.</p>
<p>Se finora <em>Piattaforma Civica</em>, si è confrontata in solitaria con <em>Diritto e Giustizia</em>, quest’anno il partito liberale di centro-destra ha deciso di guidare una <strong><em>Coalizione europea</em></strong> che comprende quattro altri partiti appartenenti al centro-destra (<em>Partito Popolare Polacco</em>), al centro (<em>Modern</em>) e al centro-sinistra (<em>Alleanza della Sinistra Democratica; Verdi</em>). Se questa strategia non sembra assurda dal punto di vista dei numeri &#8211; secondo gli ultimi sondaggi, la <em>Coalizione</em> è distanziata da Diritto e Giustizia di solo un punto &#8211; dal punto di vista dei contenuti, è lecito dubitare dell’efficacia di questo raggruppamento. Infatti, se da una parte la <em>Coalizione europea</em> mobilita gli sforzi comuni per contrastare il partito di governo, dall’altra resta da capire in che modo i partiti che la compongono possano realizzare una visione comune, date le diverse sensibilità politiche e le differenze riguardo il futuro dell’Europa.</p>
<p>Costruire una narrativa esclusivamente negativa anziché proporre un progetto positivo è rischioso. Sebbene la <em>Coalizione</em> dia l’illusione di discontinuità con il duopolio PiS/PO, al governo dal 2005, è inevitabile notare che la leadership appartiene a <em>Piattaforma Civica</em>… Inoltre, le ultime dichiarazioni del suo leader, <strong>Grzegorz Schetyna, </strong>riguardo la possibilità di una “Polexit”<a href="#_ftn5" name="_ftnref5"><sup>[5]</sup></a> quale risultato delle politiche di <em>Diritto e Giustizia</em>, sembrano confermare lo status quo che vede <em>Diritto e Giustizia </em>e <em>Piattaforma Civica</em> confrontarsi costantemente, anche sui temi europei. Tutto ciò è un po’ deludente e poco chiaro agli occhi dei polacchi, ormai spettatori di lotte interne che hanno poco a che fare con le elezioni europee…</p>
<p>La vera speranza per rompere lo status quo della politica polacca e ridefinire il posizionamento dei rappresentanti polacchi al Parlamento europeo, anche in un’ottica transnazionale è incarnata dal nuovo partito <strong><em>Wiosna, “Primavera”</em></strong><em>. </em>Guidato da <strong>Robert Biedroń, </strong>ex sindaco di Słupsk<a href="#_ftn6" name="_ftnref6"><sup>[6]</sup></a>, il movimento progressista osa sfidare i valori conservatori impostisi in Polonia sin dalla fine del Comunismo. <strong>Apertamente a favore del diritto all’aborto e di una chiara separazione tra Stato e Chiesa, specialmente a livello finanziario, <em>Wiosna</em> vuole rompere con lo stereotipo di un’identità nazionale esclusivamente legata al Cattolicesimo e al conservatorismo e configura una Polonia tollerante e aperta, capace di adattarsi agli standard europei senza perdere la sua unicità. </strong>Perché potrebbe funzionare? La forza del nuovo partito è probabilmente la consapevolezza che combattere solo su temi sociali non sarà sufficiente. Ecco perché il programma di <em>Wiosna </em>contiene proposte molto concrete come <strong>il progressivo abbandono del carbone entro il 2035, la volontà di costruire 10 milioni di alloggi nell’intera Unione europea e la possibilità per ogni cittadino europeo under 26 di utilizzare gratuitamente i mezzi di trasporto via terra in tutti gli Stati membri</strong>. Dato in terza posizione negli ultimi sondaggi, <em>Wiosna</em> vuole confermare la sua crescente importanza nel paesaggio politico polacco, come dimostrato dalla proposta di Robert Biedroń di organizzare un “dibattito dei leader” sulle elezioni europee e il futuro della Polonia con Jarosław Kaczyński e Grzegorz Schetyna il 3 maggio scorso. Un dibattito che non ha avuto luogo a causa del rifiuto del PiS e di <em>Diritto e Giustizia</em>. Tuttavia, questo rifiuto può rappresentare una vittoria per <em>Wiosna </em>in quanto i due leader del centro-destra si sono dimostrati preoccupati riguardo il rischio di esporsi ad un confronto pubblico. In altre parole, <em>Wiosna</em> vuole lanciare un messaggio a favore di quel cambiamento spesso auspicato dai polacchi. Ciò sarà visibile nelle schede elettorali o rimarrà una richiesta velleitaria? Lo sapremo il 26 maggio.</p>
<p> </p>
<h1 id="poland-spring-is-coming-a-new-hope-to-break-the-pis1-po2-duopoly" data-tadv-p="keep"><strong>Poland: ‘Spring’ is coming, a new hope to break the PiS</strong><a href="#_ftn1" name="_ftnref1"><strong><sup>[1]</sup></strong></a><strong>/PO</strong><a href="#_ftn2" name="_ftnref2"><strong><sup>[2]</sup></strong></a><strong> duopoly? </strong></h1>
<p> “<strong>Politics</strong>” is undeniably the word of the year in Poland. <strong>With two ballots planned in 2019 – the European elections in May and the parliamentary voting taking place in Autumn – the political agenda of the country triggers a considerable public interest</strong>, whether it is in the national press or in the daily conversations of the Polish citizens. After a slow beginning of the campaign that has been delayed by the ruling party who decided to cause controversy about the place of the LGBT community in Poland – oh wait… wasn’t it actually a predictable beginning of campaign coming from <em>Law and Justice</em> ? – the parties could finally focus to debate on European stakes. What are the political projects submitted to the Polish population that stays one of the most Europhiles among the member states<a href="#_ftn3" name="_ftnref3"><sup>[3]</sup></a>? Between already well-known strategies and the creation of a brand-new party, here are some key elements to understand how the European elections are being promoted in Poland and to what extent they could embody a window of opportunity to break the PiS/PO duopoly ruling the country since 2005.</p>
<p> “<strong>Leftist sex education: a rape on innocence</strong>”: this was the title of the conservative weekly magazine <em>Gazeta Polska</em><a href="#_ftn4" name="_ftnref4"><em><sup><strong>[4]</strong></sup></em></a> at the end of March. Inside, you could read that, soon, in the schools of Warsaw, “meetings with transvestites will be organised, unlimited masturbation will be taught to children aged from 1 to 3 years old, that children aged 7 years old will be taught about sex practised in a group, but also about sado-maso practices” and that this is how sexual education is being held in Western European countries. On the same week, practically all the weekly magazines had their cover page about the <strong>LGBT community</strong>. How come? In February 2019, the mayor of Warsaw, Rafał Trzaskowski – politically belonging to the <em>Civic Platform</em> – decided to sign the “LGBT declaration”, a document written with the will to struggle against discrimination towards sexual minorities and to guarantee a proper sex education in schools. A godsend for the ruling party who launched false accusations similar to the ones written in Gazeta Polska. Shocking? Yes, but not surprising considering that <em>Law and Justice</em> is used to build its narrative on a common <strong>enemy of the nation</strong>. This year it is the LGBT community, in 2015, the group mainly targeted was the migrants. The only novelty is probably the fact that they moved from an attack towards an external enemy to an internal enemy, although Polish LGBT community does not exist according to the leader of the ruling party, <strong>Jarosław Kaczyński</strong>, who declared on April 24<sup>th</sup> during a meeting that “LGBT and gender are imported in Poland and are a threat to the Polish identity”<a href="#_ftn5" name="_ftnref5"><sup>[5]</sup></a>. Even when talking about European stakes, the former Prime Minister plays on division asserting that it is not fair that German washing powder has a better quality than the Polish one<a href="#_ftn6" name="_ftnref6"><sup>[6]</sup></a> and that this is a reason to fight against inequality in the European Union. If the example is strange, <strong>the bitterness of the political strategy chosen by the leading party definitely feels like <em>déjà vu</em></strong>… Something that is also visible in the narrative of the current Prime Minister, Mateusz Morawiecki, who wrote on Politico that Brussels’ answers to crises have been “to centralize power, forget about democracy, transparency and accountability, and disregard national sovereignty”.</p>
<p>Usually facing the conservative <em>Law and Justice</em> party by itself, the liberal – but still centre-right – <strong><em>Civic Platform</em></strong> decided to take the lead of a <strong><em>European coalition</em></strong> this year, including four other parties belonging to the centre-right (<em>Polish People’s Party</em>), the centre (<em>Modern</em>) and the centre-left (Democratic Left Alliance; The Greens). If the strategy does not seem absurd in quantitative terms – according to the last poll, the coalition is slightly behind <em>Law and Justice</em> with only 1% difference in favour of the ruling party – one can doubt of the effectiveness of this gathering in qualitative terms. In fact, mobilising common efforts to counter the ruling party is one thing, but to what extent can these parties concretely implement common ideas when they come from different political sensitivities, having initially different visions on the way the European project should be drawn? <strong>Building a narrative exclusively negatively</strong> – that is to say by opposition to the majority – rather than on a positive project is risky and although the coalition can give the illusion that it breaks the idea of the duopoly PiS/PO ruling so far for fifteen years, one must notice that its leadership is still held by the <em>Civic Platform</em>&#8230; Besides, the last declarations of its leader, <strong>Grzegorz Schetyna</strong>, regarding a potential ‘Polexit’<a href="#_ftn7" name="_ftnref7"><sup>[7]</sup></a> resulting from the way <em>Law and Justice </em>ruled for the last years in Poland, seem to confirm this status quo with the confrontation between the two parties being constantly mentioned even when it comes to European topics. A bit disappointing and a bit confusing for the Poles that are spectators of these constant domestic fights that have little to do with the European elections…</p>
<p><strong>The real surprise and hope</strong> for breaking the status quo in Polish politics as well as in the way Polish politicians sent to the European Parliament will deal with transnational stakes is embodied by <strong>the brand-new party <em>Wiosna</em>, literally meaning “Spring”</strong>. Led by <strong>Robert Biedroń</strong>, the former mayor of Słupsk<a href="#_ftn8" name="_ftnref8"><sup>[8]</sup></a>, the <strong>progressist movement dares to challenge the conservative principles implemented in Poland since the fall of communism.</strong> In fact, by being openly in favour <strong>of the right of abortion, but also for the clear separation between the State and the Church, especially financially, <em>Spring</em> breaks the stereotype of a national identity being exclusively linked to Catholicism and conservatism and depicts a tolerant and open-minded Poland able to adapt to the European standards without loosing its uniqueness.</strong>   Why could it work? The strength of the new party is probably its awareness that fighting solely on the ground of societal topics will not be enough. This is why its programme covers very concrete and pragmatic suggestions such as: <strong>the progressive ending of the coal era by 2035, the will to build 10 million accommodations in the European Union and to allow every European citizen until 26 years old to benefit from free land transport in all the member states.</strong> Already third national party according to the last polls related to voting intention, <em>Spring </em>is willing to confirm this strong emerging position on the Polish political landscape as it was illustrated by the proposition of Robert Biedroń to organise a “debate of leaders” with Jarosław Kaczyński and Grzegorz Schetyna on May 3<sup>rd</sup>, to talk about the European elections and the future of Poland. A debate that eventually did not happen because of the refusal of the PiS and PO leaders to take part in it. Still, this is a victory for the new party because the two centre-right leaders appeared as being afraid of being confronted. In other words, <em>Spring </em>conveys a message of change, a wish often claimed by Poles. Will it be visible on the ballot papers or will it stay a rhetoric request? We will have the answer on May 26<sup>th</sup>.</p>
<p> </p>
<p> </p>
<p> </p>
<p><a href="#_ftnref1" name="_ftn1"></a></p>
<p> </p>
<p><strong><em>*Alexia Fafara</em></strong><em> si è laureata al Centro di Studi europei di Cracovia e a Sciences Po Strasburgo dove ha studiato Politiche europee e Public Affairs. Attualmente sta frequentando il Collegio d’Europa di Natolin (Varsavia). È simpatizzante del partito Wiosna.</em></p>
<p><em>Alexia Fafara is graduated from the Centre for European Studies of Cracow and from the Institute of Political studies of Strasbourg where she studied European policies and Public affairs. She is now a postgraduate student at the College of Europe of Natolin (Warsaw). She is a sympathiser of the Wiosna party.</em></p>
<p> </p>
<p> </p>
<p><a href="#_ftnref1" name="_ftn1"><sup>[1]</sup></a>  Parlameter 2018 <a href="http://www.europarl.europa.eu/at-your-service/en/be-heard/eurobarometer/parlemeter-2018-taking-up-the-challenge">http://www.europarl.europa.eu/at-your-service/en/be-heard/eurobarometer/parlemeter-2018-taking-up-the-challenge</a></p>
<p><a href="#_ftnref2" name="_ftn2"><sup>[2]</sup></a> Gazeta Polska n°12, 20/03/2019</p>
<p><a href="#_ftnref3" name="_ftn3"><sup>[3]</sup></a> Wpolityce <a href="https://wpolityce.pl/polityka/443928-imponujacy-wyklad-prezesa-pispolska-musi-byc-wyspa-wolnosci">https://wpolityce.pl/polityka/443928-imponujacy-wyklad-prezesa-pispolska-musi-byc-wyspa-wolnosci</a></p>
<p><a href="#_ftnref4" name="_ftn4"><sup>[4]</sup></a> Tokfm <a href="http://www.tokfm.pl/Tokfm/7,103087,24706291,proszki-do-prania-w-sluzbie-walki-o-rownosc-w-ue-jaroslaw-kaczynski.html">http://www.tokfm.pl/Tokfm/7,103087,24706291,proszki-do-prania-w-sluzbie-walki-o-rownosc-w-ue-jaroslaw-kaczynski.html</a></p>
<p><a href="#_ftnref5" name="_ftn5"><sup>[5]</sup></a> <a href="http://wiadomosci.gazeta.pl/wiadomosci/7,114884,24706040,konwencja-regionalna-koalicji-europejskiej-w-poznaniu-schetyna.html?fbclid=IwAR39n4cKK4LV5zodpKdcExOSc3IuK0s_M67tJQ1viOFDM1wD64Vm2agtvk0">http://wiadomosci.gazeta.pl/wiadomosci/7,114884,24706040,konwencja-regionalna-koalicji-europejskiej-w-poznaniu-schetyna.html?fbclid=IwAR39n4cKK4LV5zodpKdcExOSc3IuK0s_M67tJQ1viOFDM1wD64Vm2agtvk0</a></p>
<p><a href="#_ftnref6" name="_ftn6"><sup>[6]</sup></a> Città di circa 90.000 abitanti situata al nord del paese</p>
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		<title>Una Spagna europeista e progressista</title>
		<link>https://www.mondodem.it/1386/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Steven Forti]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 07 May 2019 09:00:20 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Elezioni europee 2019]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La Spagna andrà al voto il prossimo 26 maggio con due particolarità rispetto ad altri paesi europei. Innanzitutto,&#8230;</p>
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<p><strong>La Spagna andrà al voto il prossimo 26 maggio con due particolarità rispetto ad altri paesi europei</strong>. Innanzitutto, si sono appena celebrate le elezioni politiche vinte dal Partido Socialista Obrero Español (PSOE): <strong>il paese iberico si trova, dunque, in campagna elettorale dall’inizio di aprile e il mese di maggio sarà segnato dalle trattative per la formazione di un nuovo esecutivo. In secondo luogo, insieme alle europee si voterà anche in tutti i comuni e in 12 regioni su 17</strong>: la tornata del 26 maggio sarà dunque, a tutti gli effetti, il secondo round delle politiche del 28 aprile e i risultati peseranno molto in vista della formazione del governo a Madrid. Ciò suggerisce anche che, da un lato, il dibattito sarà tutto, o quasi, in chiave nazionale e, dall&#8217;altra, che la partecipazione elettorale sarà probabilmente più alta rispetto alle europee del 2014 (43,8%).</p>



<p><strong>Il campo progressista si presenta in buona forma comparato con i paesi vicini, escluso il Portogallo. </strong>Il PSOE, uscito da una profonda crisi iniziata alla fine dell’epoca Zapatero, ha vinto le elezioni di fine aprile con il 28,7% dei voti, staccando il Partido Popular (PP) che è crollato al 16,7%, perdendo la metà dei consensi in soli tre anni. <strong>Il leader socialista Pedro Sánchez si manterrà dunque sicuramente nel palazzo della Moncloa</strong>, bisognerà solo capire con che formula: se con un esecutivo di minoranza a geometria variabile, un governo di sinistra insieme a Unidas Podemos (UP) appoggiato da diverse formazioni regionaliste, o, ipotesi meno plausibile attualmente, un governo di centro con Ciudadanos, partito liberale membro dell’ALDE e alleato di Macron in Europa, ma che ha virato negli ultimi tempi sempre più a destra, contendendo l’egemonia dello spazio conservatore al PP. </p>



<p>Grazie al successo del 28 aprile, il partito socialista può ambire a bissare il successo anche alle europee e alle amministrative. I sondaggi danno alla formazione guidata da Pedro Sánchez 18-19 eurodeputati sui 54 che toccheranno alla Spagna. <strong>La delegazione del PSOE potrebbe dunque essere la più numerosa all’interno del PSE e non è escluso che il suo capolista, Josep Borrell, ex presidente dell’Europarlamento (2004-2007) e attuale ministro degli Esteri, possa essere uno dei nuovi commissari europei.</strong> I socialisti spagnoli vorranno giocare un ruolo da protagonisti in Europa, sfruttando la leadership giovane e mediatica di Sánchez al governo della nazione in un contesto segnato dalla Brexit e dall’allontanamento italiano da Bruxelles. Madrid, insomma, peserà di più che in passato a livello comunitario – il settennato di Mariano Rajoy si è distinto per una Spagna quasi invisibile a livello internazionale – e lo farà su posizioni progressiste ed europeiste.</p>



<p>Non si deve dimenticare poi che il voto spagnolo è stato una ventata di freschezza per la socialdemocrazia europea e ha dato anche indicazioni chiare su cosa dovrebbero fare i partiti socialisti per frenare la propria crisi. <strong>È indubbio che la vittoria di Sánchez sia dovuta a una grande mobilitazione della Spagna progressista contro l’ipotesi di un governo di destra e, soprattutto, il pericolo dell’estrema destra di Vox</strong> (l’affluenza è cresciuta del 6% rispetto al 2016). <strong>Ma sul risultato ha pesato anche la svolta a sinistra del PSOE, dimostrata nella breve esperienza di governo dell’ultimo anno, dopo che Sánchez, nel giugno scorso, ha vinto, per la prima volta nella storia del paese iberico, la mozione di sfiducia a un Rajoy affossato dagli scandali di corruzione del suo partito. </strong>Il leader socialista, il cui esecutivo era appoggiato da Podemos e dai nazionalisti baschi e catalani, ha dimostrato di voler archiviare la stagione del blairismo e delle larghe intese, puntando sull’aumento della spesa sociale, del salario minimo e degli aiuti ai disoccupati, oltre che su una sanità pubblica e universale. Madrid ha guardato a Lisbona, per dirla in soldoni. Vedremo se sarà così anche nella nuova tappa. Un altro dei messaggi dati dal voto spagnolo, in controtendenza, rispetto a quanto avviene in Europa, è che l’asse sinistra-destra, che molti vorrebbero mandare in soffitta, è più vivo che mai: il paese è uscito spaccato a metà da queste elezioni con i partiti di sinistra di ambito nazionale che sommano il 43% dei voti – se aggiungiamo le forze progressiste di ambito regionale si arriva al 48,7% – e quelli di destra che si fermano al 42,8%.</p>



<p>P<strong>er quanto riguarda invece Unidas Podemos, le recenti elezioni spagnole hanno segnato un arretramento del partito di Pablo Iglesias, passato dal 21% di tre anni fa al 14,3%. </strong>La coalizione della sinistra iberica, comunque, si mantiene come una formazione ben situata a sinistra dei socialisti, soprattutto se comparata con altri contesti nazionali del Vecchio Continente. Secondo i sondaggi, il 26 maggio UP otterrebbe 8-10 eurodeputati, quando nel 2014 Podemos, che fu la sorpresa di quel voto, ne aveva eletti 5 e Izquierda Unida, che ora si presenta in coalizione con la formazione di Iglesias, 6. Il gruppo capitanato dalla filosofa del diritto María Eugenia Rodríguez Palop sarà in ogni caso uno dei più numerosi all’interno del GUE/NGL. All’interno di UP vi sono sia posizioni eurocritiche – gli euroscettici sono ultraminoritari – sia posizioni apertamente europeiste: la linea del partito, e ribadita in più occasioni dallo stesso Iglesias, è chiaramente quella della difesa di una maggiore democratizzazione delle istituzioni comunitarie, lontana anni luce da certa sinistra che lancia proclami per l’uscita dall’Euro e dall’Unione europea. Niente a che vedere, per intendersi, con Aufstehen, la piattaforma creata da Sahara Wagenknecht all’interno della tedesca Die Linke, o La France Insoumise di Jean-Luc Mélenchon, per quanto con quest’ultima Iglesias mantenga buoni rapporti. Ma in <strong>Spagna</strong>, d’altro canto, <strong>paese che è rimasto fortemente eurofilo anche dopo la profonda crisi dell’ultimo decennio, l’unica formazione dichiaratamente euroscettica è l’estrema destra di Vox</strong> – che con il 10,3% ha fatto il suo ingresso nelle Cortes di Madrid in queste elezioni politiche – a cui i sondaggi danno tra 5-7 eurodeputati che si siederanno o nel gruppo dei Conservatori e Riformisti con i polacchi di Diritto e Giustizia o insieme a Salvini e Le Pen.</p>



<p><strong>Infine, parlando del campo progressista, non si può non menzionare la coalizione Ahora Repúblicas, formata da partiti nazionalisti di sinistra di ambito regionale</strong> (Esquerra Republicana de Catalunya, i baschi di Bildu, Bloco Nacionalista Galego). Con capolista il dirigente di ERC Oriol Junqueras, in carcere preventivo e sotto processo a Madrid per la dichiarazione di indipendenza in Catalogna nell’autunno del 2017, <strong>Ahora Repúblicas porterà a Bruxelles 2 o 3 deputati </strong>(nel 2014 ne ottennero due). Nelle recenti elezioni politiche, sia Bildu sia ERC hanno quasi raddoppiato i loro voti. Un chiaro segnale di mobilitazione del voto contro la destra centralista. Detto en passant, al di là dei risultati elettorali, sul futuro della Spagna, e ovviamente sul nuovo governo socialista che vedrà la luce non prima delle europee, peserà molto la crisi catalana e la possibilità di trovare una via di dialogo, difesa da Sánchez, per uscire da un impasse che dura ormai da troppo tempo. Difficilmente riuscirà ad eleggere qualcuno invece la coalizione regionalista Compromiso por Europa, guidata dai valenzani di Compromís (al governo della regione insieme al PSOE), che cinque anni fa portarono a Bruxelles un deputato. </p>



<p>Per le sinistre, dunque, in Spagna le cose dovrebbero andare discretamente. Per quanto le incognite siano molte e la campagna per le amministrative peserà sul risultato delle europee, a partire dal livello di partecipazione, <strong>il campo progressista dovrebbe eleggere come minimo lo stesso numero di deputati delle destre </strong>(PP, Ciudadanos e Vox). Bisognerà comunque vedere se i socialisti saranno favoriti dal successo del 28 aprile, se l’elettorato di destra dopo la vittoria di Sánchez risponderà con una maggiore mobilitazione e, soprattutto, se la Spagna progressista andrà a votare o rimarrà in casa. <strong>Ciò che è chiaro, in ogni caso, è che la destra sovranista in Spagna sarà assolutamente minoritaria, rappresentata solamente da Vox. E questa è, senza ombra di dubbio, un’ottima notizia. </strong></p>



<p></p>



<p>*Professore di Storia Contemporanea presso l’Universitat Autònoma de Barcelona e ricercatore presso l’Instituto de Historia Contemporanea dell’Universidade Nova de Lisboa</p>
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		<title>Nella Svezia Socialdemocratica, i Socialdemocratici sono sempre di meno</title>
		<link>https://www.mondodem.it/1360/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Sophia Bengtsson]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Apr 2019 09:35:03 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Elezioni europee 2019]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>In Svezia, le elezioni europee si svolgeranno in un clima di malcontento politico e sfiducia popolare causato dalle&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p><strong>In Svezia, le elezioni europee si svolgeranno in un clima di malcontento politico e sfiducia popolare causato dalle lunghe ed estenuanti consultazioni per formare un governo, terminate all’inizio di quest’anno.</strong> Le nostre più recenti elezioni politiche hanno superato ogni record in termini di complessità e lunghezza del processo di formazione del nuovo governo, e in pratica tutti i partiti politici ne sono usciti insoddisfatti. </p>



<p>Eppure, si potrebbe affermare che i vincitori relativi
sono i partiti della coalizione rosso-verde (Socialdemocratici + Verdi) che
rappresentano il nucleo centrale del nostro nuovo governo. O almeno lo sono i
Socialdemocratici, che sono riusciti a restare al potere dopo 4 mesi di braccio
di ferro. Il Partito dei Verdi, a sua volta, ha sofferto per i quattro anni
precedent, passati al governo con i Socialdemocratici, e nelle elezioni del
2018 è riuscito a malapena a superare la soglia di sbarramento necessaria per
entrare in Parlamento (4%). E questo nonostante le politiche ambientali siano
una delle più importanti priorità degli elettori e del dibattito publico. </p>



<p>Tuttavia, nel governo in carica, <strong>la coalizione rosso-verde ha dovuto ottenere l’approvazione dei due partiti social-liberali</strong> (il Partito di Centro e I Liberali, considerati di “sinistra” dai partiti di destra) <strong>per restare al potere. Per avere questa benedizione, la coalizione ha dovuto accettare un ambizioso programma politico di 73 punti, ricco di proposte di matrice liberale.</strong> Come già detto, nessuno è contento, e sulla scena nazionale, gli ex partner di coalizione sono impegnati a litigare tra loro per ottenere una vendetta o per guadagnare l’approvazione dell’elettorato. Non è questo il miglior terreno nel quale coltivare una campagna elettorale positiva per le elezioni europee. </p>



<p>In Svezia, i Socialdemocratici sono stati al potere (spesso da soli) per 44 anni consecutivi nel XX secolo, perdendo solo nel 1976. Sono stati una forza dominante della politica svedese moderna. <strong>Per i Socialdemocratici, i risultati delle elezioni politiche dello scorso anno sono stati i peggiori in 40 anni, scendendo appena oltre il 28%. E sulla scia dell’accordo di coalizione e del programma di 73 punti, un piccolo gruppo di progressisti ha costituito una corrente di sinistra interna al partito. Essi sostengono che il partito non stia facendo abbastanza per affrontare la sfida delle crescenti disuguaglianze. Il gruppo</strong>, che ha scelto di chiamarsi i <em>Riformisti</em>, <strong>chiede al governo di aumentare il debito pubblico, di alzare le pensioni per i bassi redditi e di istituire le 35 ore.</strong> </p>



<p><strong>È innegabile che il Partito Socialdemocratico si sia spostato verso il centro negli ultimi 10 anni.</strong> Specialmente nell’ultimo biennio durante il quale il partito di estrema destra <em>Democratici Svedesi</em> (<em>Sverigedemokraterna</em>) ha costantemente guadagnato consenso, strappando un largo numero di elettori ai Socialdemocratici. Di conseguenza, <strong>il partito ha cercato di essere più severo sull’immigrazione, dando più enfasi all’ordine pubblico, a scapito delle proprie tematiche tradizionali come la lotta alle disuguaglianze. </strong></p>



<p>E sembra si stia aprendo un nuovo spazio a sinistra. <strong>Recentemente, Il Partito della Sinistra (</strong><em><strong>Vänsterpartiet</strong></em><strong>)</strong> &#8211; l’ex partito Comunista &#8211; considerato solitamente come una frangia estrema delle politica svedese &#8211; <strong>ha fatto un balzo nei sondaggi.</strong> Gli ultimi rilevamenti per le elezioni europee danno il Partito della Sinistra al 10%, percentuale che gli permetterebbe di più che raddoppiare i suoi seggi al Parlamento europeo. </p>



<p>La sinistra svedese, e più specificamente, i
Socialdemocratici hanno un lungo e stretto rapporto con i sindacati. La
Confederazione sindacale svedese (<em>LO</em>), versa ogni anno 6 milioni di SEK
(circa 600 000 euro) di contributi al Partito Socialdemocratico per assicurarsi
un governo sensibile ai suoi interessi. Per le elezioni europee, <em>LO</em> ha
piazzato uno dei suoi nelle liste elettorali del Partito Socialdemocratico. Ma
non tutti i membri del sindacato gradiscono che le loro quote associative
vengano intascate da un partito politico. Storicamente i sindacalisti sono
stati più o meno tutti membri o sostenitori dei Socialdemocratici: ma più di
recente, molti (24%) si identificano come sostenitori dell’estrema destra dei <em>Democratici
Svedesi</em>, che si posizionano all’estremo opposto della scena politica
svedese. Ciò lascia molte questioni aperte circa la perdurante cooperazione tra
i sindacati e i Socialdemocratici. </p>



<p>Con una svolta un po’ ironica, <strong>il principale messaggio della campagna dei Socialdemocratici per le elezioni europee è combattere l’estremismo di destra. Per i Socialdemocratici svedesi è complicato fare campagna sulle tematiche che i loro omologhi europei stanno portando avanti, e l’esempio principale è costituito dalla questione di un’Europa più sociale.</strong> Il Primo ministro Stefan Löfven era fiero dello stratagemma usato per ospitare un summit europeo a Gothenburg, nel 2017, sebbene fosse l’Estonia a detenere la Presidenza di turno dell’Unione europea. Sul palco, alla fine dell’incontro, Löfven e Jean Claude Juncker hanno presentato con compiacimento la dichiarazione sul Pilastro dei Diritti Sociali concordata da tutti i Capi di Stato. Ma soltanto pochi mesi dopo, non appena la Commissione Europea ha cominciato a proporre provvedimenti in materia sociale, il governo svedese ha espresso sin da subito la sua opposizione. Il modello del mercato del lavoro svedese prevede parti sociali completamente indipendenti e un limitato coinvolgimento della politica. Temi come il salario minimo, le ispezioni sul lavoro e le condizioni dei lavoratori sono negoziati regolarmente tra la Confederazione delle Imprese e la Confederazione dei sindacati. I Socialdemocratici si sono improvvisamente resi conto che avevano aperto un vaso di Pandora. <strong>A fronte del rischio di una legislazione europea che vada a minare il funzionamento del nostro “modello Svedese”, il pilastro dei diritti sociali è diventato un tema caldo nel dibattito in vista delle elezioni europee. La maggior parte degli altri partiti fanno a gara per mostrare la più forte opposizione alla possibilità di conferire all’Unione europea i poteri necessari per regolare il mercato del lavoro svedese. I sindacati e i datori di lavoro concordano. Ciò pone i Socialdemocratici in una posizione di debolezza. </strong></p>



<p>Infine, resta da valutare quale sarà lo stato della sinistra svedese all’indomani delle elezioni europee. In un paese così influenzato dalla Socialdemocrazia, sia culturalmente che politicamente, nessun partito può vantarsi di avere un dominio esclusivo sulle varie tematiche. <em>L’elettorato svedese si è mostrato abbastanza volatile</em> (il 40% ha cambiato partito nell’ultima tornata elettorale) <strong>e i partiti di sinistra faticano a mantenere una propria linea ideologica in un paesaggio politico in continuo mutamento. </strong></p>
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		<title>Dal de profundis della gauche alla Renaissance europea. La Francia di Macron: tra crisi sociale interna e ambizioni continentali</title>
		<link>https://www.mondodem.it/1349/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Bernardo Tarantino]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 22 Apr 2019 12:45:49 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Elezioni europee 2019]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Intraprendere un’analisi sullo stato della sinistra francese in vista delle prossime elezioni europee è un’operazione complessa, faticosa, quasi&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/1349/">Dal de profundis della gauche alla Renaissance europea. La Francia di Macron: tra crisi sociale interna e ambizioni continentali</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Intraprendere un’analisi sullo stato della sinistra francese in vista delle prossime <a href="https://www.mondodem.it/op-ed/nasce-losservatorio-delle-elezioni-europee-2019/">elezioni europee</a> è un’operazione complessa, faticosa, quasi autolesionista. <strong>È legittimo anche chiedersi</strong>, con buona pace dei fautori delle post-ideologie, <strong>se sia ancora attuale parlare di sinistra in una fase politica segnata dal </strong><em><strong>clivage</strong></em><strong> che intercorre tra il progressismo proteiforme di Emmanuel Macron e il nazionalismo euroscettico di Marine Le Pen</strong>. In una campagna elettorale segnata dalla crisi dei <em><strong>gilets jaunes</strong></em> e dal disastroso <strong>incendio di Notre-Dame</strong>, <strong>la sinistra di governo, incarnata fino a due anni fa dall’ormai moribondo </strong><em><strong>Parti socialiste</strong></em><strong>, si presenta divisa e schiacciata tra l’involuzione massimalista ed anti-europeista di Mélenchon, leader di </strong><em><strong>la France Insoumise</strong></em><strong>, e la tentazione centrista rappresentata da </strong><em><strong>La République en Marche</strong></em><strong>. </strong></p>



<p>Il tentativo di federare la sinistra non-mélenchoniste, sotto il cappello della transizione ecologica, portato avanti dall’affascinante quanto distante capolista del PS e <em>Place Publique</em>, <strong>Raphaël Glucksmann</strong>, si sta rivelando vano. I <strong>verdi francesi</strong> rivendicano la loro autonomia puntando ad un “protezionismo verde” e al superamento della tradizionale contrapposizione destra-sinistra. <em><strong>Generation.s</strong>,</em> movimento fondato dall’ex candidato alle presidenziali del PS Bénoît Hamon, si&nbsp; è ormai distanziato dal Partito Socialista europeo per sposare il “new deal européen” proposto da Yaris Varoufakis. Il fronte “<em>vert-rose-rouge</em>” è lontano dal ricomporsi e sembra ormai condannato all’irrilevanza e all’isolamento nel concerto del socialismo europeo.</p>



<p>Eppure, <strong>l’analisi dello stato di salute del campo progressista d’Oltralpe non può limitarsi alla disamina della crisi identitaria della sinistra</strong>. <strong>L’elezione di Emmanuel Macron all’Eliseo nel 2017, oltre a sancire la nascita del nuovo bipolarismo tra </strong><em><strong>En Marche</strong></em><strong> e </strong><em><strong>Rassemblement National</strong></em> (ex <em>Front National</em>), <strong>ha innovato fortemente il fronte progressista allargandone i tradizionali confini politici. </strong>Paladino di un pragmatismo riformista, nei primi due anni di mandato, il giovane presidente ha attuato un programma volto a liberare l’economia francese da lacci e lacciuoli che ne bloccano produttività e crescita. Le tante riforme portate a termine e i tanti progetti ancora da realizzare hanno permesso di rafforzare l’immagine all’estero della Francia dopo l’immobilismo che ha caratterizzato la presidenza Hollande. </p>



<p>Eppure, lo stato di grazia del Presidente francese è scemato prima del previsto. Il misterioso <em>affaire</em> Benala e le dimissioni del ministro ecologista Hulot e del fedelissimo Collomb hanno mostrato le prime crepe nell’esecutivo francese. Ma <strong>la vera prova del nove per il quinquennio di Macron consiste nel trovare soluzioni per rispondere alla crisi sociale che attanaglia la Francia profonda. Le rivendicazioni dei gilet gialli, troppo spesso degenerate in deprecabili violenze, sembrano confermare la fine del </strong><em><strong>clivage </strong></em><strong>tradizionale destra-sinistra e disegnano un nuovo antagonismo nel quale le variabili del benessere soggettivo o della fiducia nei confronti delle istituzioni giocano un ruolo centrale finora sottostimato.</strong> </p>



<p>A fronte della crisi dei <em>gilets jaunes</em> e in vista di una campagna elettorale cruciale per il futuro dell’Europa, <strong>il presidente francese sta strutturando la sua azione interna ed europea in due iniziative parallele ma convergenti in un unico messaggio: partecipazione e protezione.</strong> <strong>Sul piano interno</strong>, a seguito del <em><strong>grand débat national</strong> </em>lanciato a dicembre per raccogliere le istanze presentate dai cittadini, <strong>Macron proporrà alcune misure volte a placare il malcontento e rilanciare la sua presidenza.</strong> <strong>Sul versante economico, il Presidente francese intende ridurre le tasse del ceto medio e aprirà una discussione sull’Imposta di solidarietà sulla fortuna (ISF),</strong> <strong>la cui parziale abolizione ha alimentato la rabbia dei ceti meno agiati. Grande spazio sarà dato alle riforme istituzionali.</strong> <strong>Oltre alla riduzione del numero dei parlamentari e all&#8217;alleggerimento delle condizioni per convocare un referendum propositivo,</strong> <strong>Macron propone di chiudere l’</strong><em><strong>École Nationale d’Administration</strong></em>, cedendo a quella percezione distorta che considera la scuola frequentata da generazioni di alti funzionari e da ben quattro Presidenti della Repubblica &#8211; tra cui lo stesso Macron &#8211; la sede dei privilegi e dell’arroganza delle élite. </p>



<p><strong>Sul piano europeo, invece, l’inquilino dell’Eliseo si è rivolto a tutti i cittadini europei attraverso una lettera dove invoca una “</strong><em><strong>Renaissance européenne</strong></em><strong>”. </strong>Sulla scia del discorso della Sorbona e in continuità con i recenti scontri tra la Francia e il governo italiano,<strong> l’appello rivolto agli europei mira a strutturare l’avvenire dello spazio politico europeo inscrivendolo nella bipolarizzazione tra “</strong><em><strong>l’Europe qui protège</strong></em><strong>” e il fallimento del ripiegamento nazionalista, di cui lo stallo della Brexit è emblema.</strong> Autoproclamandosi messaggero della nuova polarizzazione della politica europea, il presidente francese non si limita a scagliarsi contro gli euronazionalismi, ma indirizza la sua invettiva contro “<em>la trappola dello status quo</em>” e i “<em>sonnambuli dell’Europa rammollita</em>”. L’obiettivo è quello di presentarsi come leader di un campo progressista foriero di una nuova idea di Europa. Un’Europa che protegge. </p>



<p>Esaminando le proposte elencate nella lettera, appare chiaro però l’intento di voltare pagina rispetto al discorso della Sorbona. Finita l’epoca dell’appassionato appello pro-europeo, il Presidente francese propone ai cittadini europei un programma più ristretto, forse più praticabile, ma non privo di punti controversi. Le proposte dovrebbero concretizzarsi in una Conferenza per l’Europa da riunire entro la fine del 2019 alla quale parteciperebbero non solo i governi e le istituzioni di Bruxelles, ma anche i cittadini europei. <strong>Lo spirito delle proposte contenute nella lettera fa emergere un disegno che predilige il metodo intergovernativo al metodo comunitario e non esclude la costruzione di un’Europa che avanza a ritmi diversi. Un approccio sicuramente più pragmatico e realista che però porta il presidente a non affrontare il capitolo della riforma dell’Unione economica e monetaria. </strong>Sorprende, inoltre, il mancato riferimento alla coppia franco-tedesca, la cui centralità era stata ribadita a gennaio con la firma del trattato di Aix-la-Chapelle. </p>



<p><strong>Per Macron, il Rinascimento europeo deve articolarsi attorno tre temi: la libertà, la protezione, il progresso</strong>. <strong>Su di essi si sviluppa il più ampio concetto di sovranità europea. Ed è sicuramente questo il messaggio politico più forte e ambizioso promosso nel suo programma. </strong>La <em>Renaissance </em>europea passa innanzitutto da un rafforzamento della protezione contro le minacce esterne all’Europa. A tal fine, la lettera configura una <strong>revisione di Schengen</strong> articolata sul controllo rigoroso delle frontiere e sulla solidarietà raggiungibile attraverso regole comuni in materia d’asilo e accoglienza. Se Macron evoca la <strong>costituzione di una polizia comune delle frontiere e di un ufficio europeo dell’asilo</strong>, progetti tra l’altro già intrapresi, la novità è quella di posizionarli &#8211; a riprova di un intento intergovernativo &#8211; sotto il controllo di un Consiglio europeo di sicurezza interna, i cui contorni giuridici restano incerti. </p>



<p><strong>Sempre in tema di sovranità e protezione, Macron mette sul tavolo europeo un trattato di difesa e sicurezza che definisca gli obblighi reciproci per aumentare la spesa militare</strong>, rendere operativa la clausola di difesa reciproca e istituire un Consiglio di sicurezza europeo al quale sarebbe associato il Regno Unito. Inoltre, l’iniziativa di costituire una difesa europea, non sarebbe più, come indicato nell’iniziativa della Sorbona, “<em>complementare alla NATO</em>” ma semplicemente “<em>in collegamento</em>” con l’alleanza atlantica. Un modo per marcare la distanza dagli Stati Uniti di Donald Trump che spinge alcuni osservatori a rilevare nella posizione di Macron una reminiscenza delle reticenze di De Gaulle nei confronti dell’alleanza atlantica durante la Guerra Fredda. </p>



<p>La promessa di una maggiore protezione verso l’esterno trova conferma nella denuncia delle pratiche commerciali che attentano agli interessi strategici europei. Su questo punto, <strong>Macron auspica una rimodulazione dei principi della concorrenza nell’intento di non ostacolare la creazione di campioni europei</strong>, come accaduto nel caso della mancata fusione Alstom-Siemens.&nbsp; Sempre in materia di concorrenza, se da una parte viene preconizzata la creazione di una supervisione europea per le grandi piattaforme tecnologiche, dall’altra la lettera non affronta l’argomento cruciale della web-tax europea. Infine, <strong>in materia di democrazia, il presidente francese propone la creazione di un’Agenzia europea per la protezione delle democrazie, concepita per difendere i processi elettorali da cyber-attacchi e manipolazioni, e di vietare il finanziamento dei partiti europei da parte di potenze straniere. </strong>Ogni riferimento alla Russia è puramente casuale. Resta da capire in che modo l’Agenzia europea per la protezione delle democrazie potrà coordinarsi con l’OSCE, senza creare doppioni. </p>



<p><strong>La declinazione sociale e ambientale dell’</strong><em><strong>Europe qui protège</strong></em><strong> è meno innovativa.</strong> Chi, a sinistra, si aspettava proposte rivoluzionare deve accontentarsi di un capitolo sociale per i lavoratori europei destinato a garantire la stessa remunerazione sullo stesso luogo di lavoro, principio già sancito&nbsp; dalla riforma del lavoro distaccato del 2017. <strong>Macron rispolvera, inoltre, l’idea di elaborare un salario minimo europeo adattato ad ogni paese membro e discusso collettivamente ogni anno.</strong> Per quanto interessante, la proposta di una retribuzione minima garantita a livello europeo sembra di difficile attuazione e si è subito scontrata con l’opposizione espressa dalla Presidente della CDU Annegret Kramp-Karrenbauer. Infine, <strong>lo slogan “</strong><em><strong>Make our Planet great again</strong></em><strong>” viene declinato in salsa europea con l’ambizione “zero carbonio” entro il 2050, il dimezzamento dei pesticidi entro il 2025 e la creazione di una Banca europea del clima che si aggiunge alle già numerose nuove istituzioni e agenzie proposte nella lettera</strong>, non tenendo tra l’altro conto che la BEI è già il principale erogatore multilaterale di finanziamenti per il clima al mondo. </p>



<p>Resta da esaminare il collocamento politico dell’iniziativa di Macron nella prossima legislatura. Ad oggi, <em>la République en Marche</em>, in rimonta nei sondaggi, <strong>dovrebbe conquistare 22 seggi al Parlamento europeo e ambisce, attraverso una probabile alleanza con ALDE, ad occupare una posizione centrale nella costituzione della nuova maggioranza parlamentare. </strong>L’obiettivo di rinnovare il paesaggio politico europeo, come avvenuto in Francia nel 2017, sembra tuttavia lontano. Le tradizionali famiglie politiche europee, PPE e S&amp;D, sono in calo ma nelle urne, salvo sorprese, si attesteranno rispettivamente al primo e al secondo posto. La nomina della nuova Commissione europea e del suo Presidente saranno cruciali per valutare gli equilibri politici usciti dalle urne e la delegazione parlamentare di <em>En Marche</em> non mancherà di far sentire tutto il proprio peso politico. </p>



<p>In questo senso, <strong>il programma </strong><em><strong>Renaissance</strong></em><strong> è certamente uno strumento che Macron intende usare per imporsi come leader di un campo progressista allargato, al quale le forze di sinistra devono guardare nell’ottica di un comune intento di rinnovamento dell’Unione europea. </strong>La mobilitazione per un’Europa che protegge è in effetti, l’unico contributo più o meno concreto a un vero cambiamento culturale dello spazio politico europeo. Certo, non ci si può esimere dall&#8217;osservare che il messaggio politico a sostegno di una sovranità europea sembra costituire uno strumento per raggiungere un altro obiettivo del presidente francese, ovvero ottenere un posto nel concerto delle grandi potenze. Se da una parte, Macron non si risparmia nel diffondere appelli per un cambiamento dell’Europa, il suo protagonismo sembra essere il sintomo dell’antica visione francese dell’Europa quale moltiplicatore geopolitico della propria <em>grandeur</em>. </p>



<p>Infine, <strong>è doveroso chiedersi se l’Europa che protegge sia sufficiente a rilanciare il progetto europeo o se sia invece necessario affiancarla ad un’Europa che investe in istruzione, formazione, innovazione tecnologica con l’obiettivo di favorire quel Rinascimento industriale necessario per competere con giganti asiatici e nord-americani.</strong> <strong>Il progressismo, per sua stessa definizione, non può limitarsi alla protezione, ma deve saper promuovere le capacità dei cittadini europei coinvolgendoli in un progetto chiaro di sviluppo in cui tutti possano beneficiare dei frutti di una globalizzazione governata e di una transizione tecnologica a servizio dell’uomo.</strong></p>



<p>*In qualità di allievo dell&#8217;École Nationale d&#8217;Administration, ha prestato servizio alla Rappresentanza permanente della Francia presso l&#8217;Unione europea e nel gabinetto del Prefetto del Lot-et-Garonne. A Expo Milano 2015, ha coordinato le attività internazionali ed istituzionali del Commissariato Generale dell&#8217;Esposizione. Laureato nel 2010 in Scienze Politiche, si è specializzato in Comunicazione delle istituzioni pubbliche presso il CELSA &#8211; Paris Sorbonne.&nbsp;&nbsp; </p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/1349/">Dal de profundis della gauche alla Renaissance europea. La Francia di Macron: tra crisi sociale interna e ambizioni continentali</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
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		<title>Nasce l’Osservatorio delle elezioni europee 2019</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 22 Apr 2019 12:03:46 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Elezioni europee 2019]]></category>
		<category><![CDATA[Europa]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Le elezioni europee del 2019 rappresentano un appuntamento cruciale per le forze di sinistra, progressiste, europeiste. Nelle ultime&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/1340/">Nasce l’Osservatorio delle elezioni europee 2019</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Le elezioni europee del 2019 rappresentano un
appuntamento cruciale per le forze di sinistra, progressiste, europeiste. Nelle
ultime tornate elettorali, i partiti di sinistra hanno subito gravi sconfitte,
vedendo messa in discussione la loro capacità di poter rappresentare il
crescente disagio e gli interessi del proprio elettorato. Le cause della crisi
del riformismo europeo risiedono principalmente nell’incapacità di creare un
disegno politico forte, unitario e coerente in cui l’elettorato di sinistra possa
identificarsi. </p>



<p>A fronte di questa prospettiva, un giro d’orizzonte
sullo stato di salute del riformismo di sinistra in Europa si rende necessario.
In questo quadro, l’<strong>Osservatorio delle elezioni europee</strong> di MondoDem
condurrà una serie di analisi prodotte da osservatori attenti ed esperti al
fine di monitorare le campagne elettorali in quegli Stati membri in cui il
futuro del riformismo, della sinistra e dell’Europa è al centro del dibattito politico.
</p>



<p>Oltre ad esaminare il contesto politico nazionale e il posizionamento degli Stati membri rispetto al progetto europeo, MondoDem ha analizzato i programmi e le iniziative di rinnovamento dei principali partiti riformisti e di sinistra in vista delle elezioni europee. Autorevoli osservatori ed esperti hanno sviluppato analisi e commenti sullo status, sui programmi politici e sulle possibili alleanze dei partiti riformisti di sinistra in <strong>Francia, Germania, Polonia, Regno Unito, Spagna, e Svezia</strong>. </p>



<p>Il quadro che ne è emerso rivela luci ed ombre sullo stato di salute dei partiti riformisti europei e un profondo mutamento del fronte progressista in numerosi casi analizzati. In Francia, come ci spiega <strong>Bernardo Tarantino</strong>, <em>En Marche</em> porta avanti un’esperienza importante di innovazione, ma che va approfondita e possibilmente avvicinata al riformismo di sinistra (nell’ottica di una grande “<a href="https://rep.repubblica.it/pwa/generale/2019/05/11/news/europee_asse_anti_sovranista_pd_macron-226043041/">Alleanza da Tsipras a Macron”</a>), mentre Macron affronta i nodi interni dell’opposizione alle sue scelte di governo. In Germania, come rivela l’analisi di <strong>Erik Haase</strong>, la sinistra e la SPD in profonda crisi si trovano a dover rispondere ad una nuova sfida che arriva dai Verdi e che intercetta un più ampio dibattito europeo sulle politiche ambientali. Il riformismo sembra messo all’angolo dai nazionalismi in alcuni casi, ad esempio in Polonia e in generale nei paesi di Visegrad, dove si intravedono però le avvisaglie di un cambiamento, che <strong>Alexia Fafara</strong> individua nel rinnovamento promosso da Wiosna. In altri casi, il ruolo riformista delle forze progressiste è imbrigliato dall’immobilismo istituzionale europeo e dal modello nazionale, come accade nella Svezia descritta da <strong>Sophia Bengtsson</strong>, dove i Socialdemocratici sono divisi tra la promozione di un’Europa più sociale e la necessità di proteggere il welfare nazionale. Nella Gran Bretagna descritta da <strong>Larissa Brunner</strong>, il Labour sembra ostaggio della sua stessa incapacità di elaborare una proposta coerente alla crisi della Brexit e a trovare una sua collocazione nel nuovo sistema partitico britannico. Non mancano tuttavia esempi positivi di riformismo di sinistra, da quello della Spagna europeista e progressista esaminata da <strong>Steven Forti</strong> al Portogallo.</p>



<p>Emerge la necessità di un consolidamento del campo
progressista europeo attraverso il rilancio di un programma coerente e avanzato
in particolare sui temi sociali, dalla giustizia fiscale al salario minimo
europeo, dei diritti, ambientali. I risultati delle elezioni europee
determineranno le alleanze nell’ambito delle quali i socialisti e democratici
dovranno negoziare i diversi punti in agenda, e la posizione relativa delle
forze progressiste rispetto alle altre famiglie politiche pro-europee –
conservatori, liberali, verdi – e quelle nazionaliste ed euroscettiche. </p>



<p>Come sempre, MondoDem accompagnerà gli sviluppi
politici ed istituzionali europei dei prossimi mesi con nuove analisi e
approfondimenti! </p>



<p><em>Nicoletta Pirozzi</em>, Presidente MondoDem</p>



<p> <em>Bernardo Tarantino</em>, Responsabile dell’Osservatorio delle elezioni europee</p>



<p>Buona lettura!</p>



<p><br><br></p>



<div class="wp-block-media-text alignwide" style="grid-template-columns:30% auto"><figure class="wp-block-media-text__media"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="1024" height="629" src="https://www.mondodem.it/wp-content/uploads/2019/05/Brexit-Banksy-1-1024x629.jpg" alt="Elezioni europee 2019" class="wp-image-1448" srcset="https://www.mondodem.it/wp-content/uploads/2019/05/Brexit-Banksy-1-1024x629.jpg 1024w, https://www.mondodem.it/wp-content/uploads/2019/05/Brexit-Banksy-1-300x184.jpg 300w, https://www.mondodem.it/wp-content/uploads/2019/05/Brexit-Banksy-1-768x472.jpg 768w, https://www.mondodem.it/wp-content/uploads/2019/05/Brexit-Banksy-1.jpg 1155w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure><div class="wp-block-media-text__content">
<p style="font-size:14px"><strong><a href="https://www.mondodem.it/elezioni-europee-2019/il-paradosso-laburista-alle-elezioni-europee/">Il paradosso laburista alle elezioni europee</a></strong> &#8211; <em>&nbsp;Larissa Brunner </em></p>
</div></div>



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<div class="wp-block-media-text alignwide" style="grid-template-columns:30% auto"><figure class="wp-block-media-text__media"><img decoding="async" width="940" height="788" src="https://www.mondodem.it/wp-content/uploads/2019/05/SPD-1.png" alt="" class="wp-image-1415" srcset="https://www.mondodem.it/wp-content/uploads/2019/05/SPD-1.png 940w, https://www.mondodem.it/wp-content/uploads/2019/05/SPD-1-300x251.png 300w, https://www.mondodem.it/wp-content/uploads/2019/05/SPD-1-768x644.png 768w" sizes="(max-width: 940px) 100vw, 940px" /></figure><div class="wp-block-media-text__content">
<p style="font-size:14px"><strong><a href="https://www.mondodem.it/elezioni-europee-2019/la-spd-verso-il-minimo-storico-alle-europee/">La SPD verso il minimo storico alle Europee</a></strong> &#8211; Erik Haase</p>
</div></div>



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<div class="wp-block-media-text alignwide" style="grid-template-columns:33% auto"><figure class="wp-block-media-text__media"><img decoding="async" width="1024" height="646" src="https://www.mondodem.it/wp-content/uploads/2019/05/articolo-Polonia-MondoDem-Spring-is-coming-2-1024x646.jpg" alt="" class="wp-image-1405" srcset="https://www.mondodem.it/wp-content/uploads/2019/05/articolo-Polonia-MondoDem-Spring-is-coming-2-1024x646.jpg 1024w, https://www.mondodem.it/wp-content/uploads/2019/05/articolo-Polonia-MondoDem-Spring-is-coming-2-300x189.jpg 300w, https://www.mondodem.it/wp-content/uploads/2019/05/articolo-Polonia-MondoDem-Spring-is-coming-2-768x484.jpg 768w, https://www.mondodem.it/wp-content/uploads/2019/05/articolo-Polonia-MondoDem-Spring-is-coming-2.jpg 1800w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure><div class="wp-block-media-text__content">
<p style="font-size:14px"><strong><a href="https://www.mondodem.it/elezioni-europee-2019/polonia-la-primavera-sta-arrivando-una-nuova-speranza-per-spezzare-il-duopolio-pis-po/">Polonia: la &#8220;Primavera&#8221; sta arrivando, una nuova speranza per spezzare il duopolio PiS/PO?</a></strong> &#8211; <em>Alexia Fafara</em></p>
</div></div>



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<div class="wp-block-media-text alignwide" style="grid-template-columns:33% auto"><figure class="wp-block-media-text__media"><img loading="lazy" decoding="async" width="643" height="362" src="https://www.mondodem.it/wp-content/uploads/2019/05/Pedro-Sanchez-primarias-PSOE-Internacional_EDIIMA20170522_0010_19.jpg" alt="" class="wp-image-1387" srcset="https://www.mondodem.it/wp-content/uploads/2019/05/Pedro-Sanchez-primarias-PSOE-Internacional_EDIIMA20170522_0010_19.jpg 643w, https://www.mondodem.it/wp-content/uploads/2019/05/Pedro-Sanchez-primarias-PSOE-Internacional_EDIIMA20170522_0010_19-300x169.jpg 300w, https://www.mondodem.it/wp-content/uploads/2019/05/Pedro-Sanchez-primarias-PSOE-Internacional_EDIIMA20170522_0010_19-640x360.jpg 640w, https://www.mondodem.it/wp-content/uploads/2019/05/Pedro-Sanchez-primarias-PSOE-Internacional_EDIIMA20170522_0010_19-320x180.jpg 320w" sizes="auto, (max-width: 643px) 100vw, 643px" /></figure><div class="wp-block-media-text__content">
<p><a href="https://www.mondodem.it/elezioni-europee-2019/una-spagna-europeista-e-progressista/"><strong>Una Spagna europeista e progressista</strong></a> &#8211; <em>Steven Forti</em></p>



<p></p>
</div></div>



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<div class="wp-block-media-text alignwide" style="grid-template-columns:33% auto"><figure class="wp-block-media-text__media"><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="1006" src="https://www.mondodem.it/wp-content/uploads/2019/04/3902337790_9830cec3e4_o-2-1024x1006.jpg" alt="" class="wp-image-1376" srcset="https://www.mondodem.it/wp-content/uploads/2019/04/3902337790_9830cec3e4_o-2-1024x1006.jpg 1024w, https://www.mondodem.it/wp-content/uploads/2019/04/3902337790_9830cec3e4_o-2-300x295.jpg 300w, https://www.mondodem.it/wp-content/uploads/2019/04/3902337790_9830cec3e4_o-2-768x755.jpg 768w, https://www.mondodem.it/wp-content/uploads/2019/04/3902337790_9830cec3e4_o-2-83x83.jpg 83w, https://www.mondodem.it/wp-content/uploads/2019/04/3902337790_9830cec3e4_o-2-55x55.jpg 55w, https://www.mondodem.it/wp-content/uploads/2019/04/3902337790_9830cec3e4_o-2.jpg 1447w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure><div class="wp-block-media-text__content">
<p><strong><a href="https://www.mondodem.it/elezioni-europee-2019/nella-svezia-socialdemocratica-i-socialdemocratici-sono-sempre-di-meno/">Nella Svezia Socialdemocratica, i Socialdemocratici sono sempre di meno &#8211;</a></strong> <em>Sophia Bengtsson</em></p>
</div></div>



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<div class="wp-block-media-text alignwide" style="grid-template-columns:35% auto"><figure class="wp-block-media-text__media"><img decoding="async" src="https://www.mondodem.it/wp-content/uploads/2019/04/image3.jpeg" alt="" class="wp-image-1350"/></figure><div class="wp-block-media-text__content">
<p><a href="https://www.mondodem.it/elezioni-europee-2019/dal-de-profundis-della-gauche-alla-renaissance-europea-la-francia-di-macron-tra-crisi-sociale-interna-e-ambizioni-continentali/"><strong>Dal de profundis della gauche alla Renaissance europea. La Francia di Macron: tra crisi scoiale interna e ambizioni continentali</strong></a><strong> </strong>&#8211; <em>Bernardo Tarantino</em></p>
</div></div>



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<p>Per la versione pdf, scarica qui&nbsp;</p>



<div class="wp-block-file"><a href="https://www.mondodem.it/wp-content/uploads/2019/05/MondoDem-Osservatorio-Elezioni-Europee-FINAL.pdf">MondoDem-Osservatorio-Elezioni-Europee-FINAL</a><a href="https://www.mondodem.it/wp-content/uploads/2019/05/MondoDem-Osservatorio-Elezioni-Europee-FINAL.pdf" class="wp-block-file__button" download>Download</a></div>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/1340/">Nasce l’Osservatorio delle elezioni europee 2019</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
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