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	<title>Brexit Archivi &#8211; MondoDem</title>
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	<description>Laboratorio di Politica Internazionale</description>
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	<title>Brexit Archivi &#8211; MondoDem</title>
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		<title>Brexit, qual è l’impatto sul Parlamento Europeo? Conversazione con Brando Benifei</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Leonardo De Agostini]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 27 Jun 2020 12:12:41 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[Osservatorio Brexit]]></category>
		<category><![CDATA[Brexit]]></category>
		<category><![CDATA[Unione Europea]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Dopo l’uscita del Regno Unito dall’UE, il 31 gennaio di quest’anno molti si sono interrogati su cosa sarebbe&#8230;</p>
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<p class="has-drop-cap">Dopo l’uscita del Regno Unito dall’UE, il 31 gennaio di quest’anno molti si sono interrogati su cosa sarebbe cambiato per ‘<em>noi’</em>, chi nell’Unione ci è rimasto. L’uscita formale di Londra dall’architettura europea solleva in effetti molti interrogativi istituzionali e di governabilità – anche alla luce del fatto che la trattativa tra Bruxelles e Londra è stata rallentata dalla crisi Coronavirus. Questo contributo offre un’analisi dei cambiamenti nella composizione del Parlamento Europeo e delle possibili implicazioni, delle quali abbiamo discusso con Brando Benifei, capo delegazione PD al Parlamento europeo.</p>



<p>Con la formalizzazione della <a href="https://www.mondodem.it/analisi-in-pillole/osservatorio-brexit-speciale-focus-coronavirus/">Brexit</a>, il Parlamento Europeo ha perso i 73 deputati britannici, in una seduta ricca di emozioni durante la quale il campo progressista si è stretto sotto lo slogan “Always United” mentre i deputati del Brexit Party festeggiavano il loro ultimo giorno a Bruxelles.</p>



<p>Nonostante gli eurodeputati britannici uscenti siano 73, il numero totale dei parlamentari per questa legislatura cala di ‘sole’ 46 unità, passando da 751 a 705 seggi, mentre i restanti 27 sono stati redistribuiti fra gli altri paesi membri, dando priorità a Stati sottorappresentati rispetto alla popolazione. Geograficamente ne hanno giovato i paesi del ‘sud’, Francia, Spagna e Italia, che hanno ottenuto quasi la metà dei nuovi seggi, +5 per le prime due e +3 per noi. Sicuramente questi tre paesi condividono una visione economica che potrà essere rafforzata dal cambio di composizione del Parlamento (come si è visto recentemente nelle proposte economiche per la crisi Covid-19).</p>



<p>L’analisi di come il cambio di composizione impatti sui gruppi politici ci permette di valutare possibili modifiche negli attuali rapporti di forza tra i partiti nel Parlamento europeo. Secondo uno studio della London School of Economics, i gruppi che risentiranno maggiormente dalla perdita di deputati saranno i Verdi ed i liberali di Renew Europe (ex-ALDE, rinnovatosi con l’approdo alle elezioni 2019 della pattuglia di Macron), mentre chi ci guadagnerà di più saranno il Partito Popolare Europeo (PPE) e gli euroscettici di Identità e Democrazia (ID), gruppo contenente la Lega, i neofascisti tedeschi di AfD ed il Rassemblement National di Marine Le Pen.</p>



<p>Nello specifico, il ritiro dei britannici permette ad ID di sorpassare i Verdi come quarto gruppo per grandezza, guadagnando così più tempo di parola alle plenarie e maggiori possibilità di incidere sulle -e nelle- commissioni parlamentari. Nonostante sia quindi molto improbabile che queste modifiche portino ad un’alterazione della stabile maggioranza europeista -composta de PPE, S&amp;D e Renew Europe- su dossier di primaria importanza quali politica industriale e climatica, in situazioni di stallo gli euroscettici potrebbero avere maggiore rilevanza, nonostante il “cordone sanitario” che storicamente li isola in parlamento. Inoltre, la fuoriuscita dei britannici avvantaggerà la commissione presieduta da Von Der Leyen, che con la scomparsa della delegazione del Brexit Party vedrà il suo consenso complessivo aumentare, attestandosi a circa il 65% dell’emiciclo.</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="alignleft size-large"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="1024" height="472" src="https://www.mondodem.it/wp-content/uploads/2020/06/brexit-1024x472.png" alt="Immagine che contiene computer

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<p><strong><em>On. Benifei, come è stato vedere l’uscita dei compagni del Labour Party dal PE? Politicamente cosa vuol dire per i S&amp;D e per il campo progressista?</em></strong></p>



<p><em>È stato un momento difficile anche emotivamente, si tratta di esponenti di un partito che negli ultimi decenni ha avuto una parte importante nell’integrare il Regno Unito all’interno del contesto europeo, con forte vocazione europeista. E all’interno del Labour Party gli eurodeputati erano l’avanguardia più combattiva per una “meaningful participation” dell’UK all’ UE, anche con un grande lavoro di proposte concrete. Sul tema della tutela dei lavoratori ad esempio hanno fatto grandi progressi, resi possibili dalla partecipazione all’Unione e dall’accettazione della sua legislazione.</em></p>



<p><strong><em>Secondo lei la maggiore rappresentanza di Stati del sud (Fra, Ita, Spa) potrebbe favorire politiche economiche più “coraggiose” e meno legate all’austerity, ad esempio in questa situazione di post Covid-19?</em></strong></p>



<p><em>Non credo che questo aspetto sia così determinante: nella rappresentanza britannica avevamo oltre al Labour, i Verdi, e lo Scottish National Party, forze che non hanno mai aderito ad una visione ultra liberista e per l’austerity. Credo che invece si possa parlare di un rafforzamento nei gruppi politici di una posizione pro approfondimento dell’integrazione europea, europeista, più che riguardo la visione economica.</em></p>



<p><strong><em>Passando ai gruppi politici: con una perdita di peso dei liberali, i Verdi potrebbero più spesso far parte della maggioranza spostando a sinistra l’asse politico del PE. È ipotizzabile un’agenda più progressista?</em></strong></p>



<p><em>Si, in parte. Con Brexit i Verdi hanno perso i rappresentanti britannici: sono così un gruppo che si è ristretto ma che non vuole essere fuori dai giochi. Ora cercheranno di trovare accordi, e soprattutto&nbsp; nell’ala liberale macroniana, (gruppo sempre più consistente e non formato dai soli MEP di En Marche, ndr) trovano molte sponde. Questa loro collaborazione, anche con noi di S&amp;D, apre sicuramente uno spiraglio per proposte più progressiste.</em></p>



<p><strong><em>Mentre i Socialisti perdono i deputati laburisti, i Popolari non solo non subiscono perdite, ma guadagnano 5 seggi (i Tory britannici facevano parte dell’ECR) aumentando il distacco su S&amp;D: questo secondo lei modificherà l’attività legislativa?</em></strong></p>



<p><em>Non credo che sia un cambiamento significativo, il gruppo dei Socialisti e Democratici non ha perso il suo peso percentuale anche se il PPE lo ha, di poco, aumentato. Va detto però che all’interno della destra invece l’ECR ha perso terreno a scapito di forze più radicali. Nei rapporti fra S&amp;D, PPE e Liberali però credo che non si siano modificati pesantemente gli equilibri.</em></p>



<p><strong><em>Secondo lei quindi il gruppo S&amp;D manterrà la sua centralità ed influenza nell’attività legislativa del PE? Quanto pesano la coesione interna ed i rapporti con i partner?</em></strong></p>



<p><em>In questo parlamento una maggioranza prettamente progressista non c’è, bisogna sempre trovare un accordo con forze moderate o liberali di centro-destra sui diversi temi. Lo sforzo che facciamo come S&amp;D è cercare di essere il baricentro di un possibile accordo: con i Verdi, i Liberali Centristi e la parte europeista della GUE (Sinistra Unitaria Europea) per poi rapportare questo equilibrio al PPE e alle sue “correnti” più di sinistra (una fra tutte i cristiano democratici belgi, ndr). Cercando di arrivare più uniti possibile come progressisti al tavolo con il PPE.</em></p>



<p><strong><em>Passando agli euroscettici Identity and Democracy (ID) essi superano i Verdi come quarto gruppo per dimensione: ci sono dei rischi reali che possano uscire dal ‘cordone sanitario’ che storicamente li isola? O sono ipotizzabili alleanze a destra su certi temi o ancora un maggiore peso in situazioni di stallo?</em></strong></p>



<p><em>Rimangono completamente isolati. Possono pesare solamente, come prima d&#8217;altronde, solo quando in plenaria c’è una divisione molto forte e maggioranze risicate. Nell’ipotesi che il PPE sia da solo contro tutti, allora potrebbero verificarsi occasionalmente maggioranze di destra, ma sono limitate all’aula. Nelle commissioni parlamentari non hanno un vero margine per incidere nel processo legislativo, rimangono sempre esclusi.</em></p>



<p><strong><em>Per concludere, come valuta dal suo punto di vista l’atteggiamento sia dell’UE che dell’UK sulle trattative per Brexit? Vede attualmente un maggiore rischio di ‘no deal’, legato magari a ragioni di politica interna?</em></strong></p>



<p><em>La mia impressione è che il rischio ‘no deal’ esista ancora. Se non ci sarà l’estensione del periodo di transizione (<u><a href="https://www.mondodem.it/osservatori/osservatorio-brexit/effetto-brexit/">al momento difficile per ragioni interne al Regno Unito</a></u>, ndr) ritengo assai improbabile che si possa arrivare ad un accordo. È una contraddizione legata agli equilibri interni del partito conservatore che prima o poi arriverà ad una conclusione: non è detto che questa posizione, oggi molto rigida, rimanga tale.</em></p>



<p><em>Il PE è scettico sul fatto che si troverà una soluzione in breve tempo, stiamo lavorando alle proposte sull’accordo commerciale ma c’è la forte volontà politica di far sentire la propria voce, senza farsi spaventare da un possibile ‘no deal’, negoziando veramente. Nonostante il ‘no deal’ faccia paura il PE esprime una delle posizioni più rigide dentro il sistema istituzionale.</em></p>
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		<title>“Effetto Brexit”</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Leonardo De Agostini]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 24 May 2020 16:32:22 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Osservatorio Brexit]]></category>
		<category><![CDATA[Brexit]]></category>
		<category><![CDATA[Gran Bretagna]]></category>
		<category><![CDATA[Unione Europea]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Osservatorio sulle conseguenze e sviluppi dell’uscita del Regno Unito dall’UE Dopo più di quattro anni il momento fatidico&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/2025/">“Effetto Brexit”</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<h3 id="osservatorio-sulle-conseguenze-e-sviluppi-delluscita-del-regno-unito-dallue" class="wp-block-heading">Osservatorio sulle conseguenze e sviluppi dell’uscita del Regno Unito dall’UE</h3>



<p class="has-drop-cap">Dopo più di quattro anni il momento fatidico è arrivato: il 31 gennaio 2020 il Regno Unito ha lasciato l’Unione Europea. Ai primi di marzo hanno avuto inizio i negoziati fra le parti. Ma quali effetti ha avuto sinora il fenomeno Brexit, cosa ci aspetta e quali saranno le conseguenze, in particolare per chi è rimasto nell’Unione?</p>



<p>Il 2020 si preannuncia come un anno di <em>negoziato</em>. Grazie al <em>Withdrawal agreement</em> (in vigore dal 1° febbraio) continueranno a valere anche per Londra le norme Europee fino al 31 dicembre. In questo periodo di transizione nasce “Effetto Brexit”: un Osservatorio che si occupa dell’impatto del fenomeno Brexit su diversi aspetti della vita pubblica e politica dell’Italia, dell’UE e dei suoi cittadini. Attraverso articoli, commenti ed analisi tematiche proporremo una valutazione spassionata e approfondita degli effetti già valutabili della Brexit e cercheremo di delineare i futuri sviluppi che emergeranno dal negoziato iniziato a marzo 2020.</p>



<p>L’osservatorio analizzerà l’impatto dell’uscita del Regno Unito dalla UE su diversi aspetti della vita comunitaria, dalla libera circolazione dei cittadini alla difesa: cosa ne sarà del progetto Erasmus e della mobilità fra UK ed UE? Che cosa significherà, per la difesa dell’Europa, la mancanza della deterrenza nucleare detenuta dal Regno Unito? Quali effetti sulle maggioranze e sulla rappresentanza nel Parlamento Europeo? E quale sarà il futuro del campo progressista d’oltremanica?</p>



<p>Questa serie di articoli ed analisi non è, naturalmente, esaustiva o definitiva: mira semplicemente a mettere a disposizione dei nostri associati e lettori degli spunti di riflessione per future discussioni ed approfondimenti sugli impatti del fenomeno Brexit, da una prospettiva progressista ed europeista.</p>



<p>L’osservatorio &#8211; a cura di Benedetta Albano e Leonardo De Agostini &#8211; seguirà quindi gli sviluppi che si susseguiranno durante questi mesi di negoziati, perché se il risultato del referendum ci ha colto alla sprovvista, ora è il momento di vedere cosa possiamo imparare e cosa dovremmo tenere a mente, per sapere dove stiamo andando e quale sarà il futuro delle relazioni fra Unione Europea e Regno Unito.</p>



<p>&nbsp;<em>“Fog on the channel, the continent is isolated”</em> recitava la satira britannica: ma ora è proprio Londra a rischiare di rimanere, non solo geograficamente, isolata…</p>
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		<title>Osservatorio Brexit, Speciale: Focus Coronavirus</title>
		<link>https://www.mondodem.it/2000/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Leonardo De Agostini]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 11 May 2020 11:28:40 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Analisi in Pillole]]></category>
		<category><![CDATA[Covid-19]]></category>
		<category><![CDATA[Osservatori]]></category>
		<category><![CDATA[Brexit]]></category>
		<category><![CDATA[Coronavirus]]></category>
		<category><![CDATA[COVID-19]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Questa breve analisi si concentra sull’impatto dell’emergenza Covid-19 sui negoziati in corso fra UE e Regno Unito per&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/2000/">Osservatorio Brexit, Speciale: Focus Coronavirus</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-drop-cap">Questa breve analisi si concentra <strong>sull’impatto dell’emergenza Covid-19 sui negoziati in corso fra UE e Regno Unito</strong> per stabilire i dettagli della futura relazione post Brexit. Nonostante l’iniziale volontà di entrambe le parti di procedere con i negoziati anche durante l’epidemia, pare ormai evidente che le condizioni necessarie per un lavoro <em>business as usual</em> siano venute meno. Quali sono le possibili ripercussioni di questa interruzione? Londra potrebbe cambiare atteggiamento dopo l’aver affrontato un’emergenza globale di tale portata con un piede fuori dall’architettura UE? Si rafforza il rischio <em>no deal</em>?</p>



<h5 id="wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading-fb5ca552" class="wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading-fb5ca552"><span id="i-vari-round-dei-negoziati">I vari round dei negoziati</span></h5>



<p>Il primo round di negoziati, a marzo, si era chiuso con le dichiarazioni del capo negoziatore UE Michel Barnier secondo cui erano emerse <em><strong>“serie divergenze”</strong></em> con le controparti britanniche. Da allora sono passate diverse settimane senza progressi, data l’ovvia priorità dell’elaborazione di contromisure da attuare per l’emergenza sanitaria. Inoltre, come riportato da <a href="https://www.politico.eu/article/eu-trade-chief-uk-preparing-to-blame-coronavirus-for-brexit-fallout/">Politico.eu</a>, i primi tentativi di negoziati in videoconferenza sono stati rallentati sia dai dubbi di diversi negoziatori, secondo i quali tale modalità di dialogo si sarebbe rivelata lenta e controproducente, sia da preoccupazioni relative alla sicurezza delle comunicazioni.</p>



<p>Così, il secondo e terzo round di negoziati nei quali si sarebbe discussa la futura relazione fra l’Unione ed il Regno Unito sono stati cancellati dopo lo scoppio della pandemia: successivamente i due principali attori, Michel Barnier ed il capo negoziatore britannico David Frost, hanno dichiarato di aver avuto sintomi riconducibili al virus covid-19. Solo nell’ultima settimana di aprile è stato possibile riprendere i colloqui, articolatisi in più di <strong>40 sessioni in videoconferenza da parte di 10 team di negoziatori</strong>. </p>



<p>Ora un’altra importante scadenza è al centro dall’attenzione: <strong>il 30 giugno è infatti il termine entro il quale Londra dovrebbe notificare la sua eventuale volontà di richiedere un’estensione del periodo di transizione</strong>, il cui termine è attualmente fissato al 31 dicembre 2020. Nonostante i molti pareri contrari degli stessi esperti britannici, Downing Street, come ripetuto più volte da Frost, <em>“non desidera estendere il periodo di transizione, in quanto il lavoro può essere completato entro la fine dell’anno”</em>, anche in piena crisi coronavirus. Il rifiuto di Boris Johnson nel richiedere un’estensione – che protrarrebbe il periodo nel quale al Regno Unito si applicano le norme comunitarie senza che esso goda di rappresentanza nelle istituzioni – potrebbe risultare in un maggior rischio di <em>no deal</em>, nonostante la stipula di un accordo rimanga lo scenario più probabile.</p>



<h5 id="wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading-9791cace" class="wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading-9791cace"><span id="la-fase-di-impasse-tra-accuse-e-giustificazioni">La fase di impasse tra accuse e giustificazioni</span></h5>



<p>Siamo quindi ora in una fase di impasse, con entrambe le parti che si accusano vicendevolmente di ritardare i negoziati. Secondo Barnier il governo britannico starebbe <em>“facendo scorrere il tempo rallentando le discussioni più importanti”</em>, mentre ci si attende un appello di Boris Johnson alla presidente della Commissione europea Ursula Von Der Leyen con l’obbiettivo di coinvolgere maggiormente i leader europei nel negoziato, nella speranza che un approccio <em>top level</em> sblocchi la situazione.</p>



<p>Mentre comunità di cittadini e lavoratori europei residenti nel Regno Unito denunciano <strong>un mancato o difficile accesso agli strumenti di relief economico</strong>, sulla base di ostacoli burocratici legati allo ‘stato di residenza’, rischiando di vedere così violati i loro diritti, pare sempre più ovvio che – nelle parole di un diplomatico di Bruxelles &#8211; <em>“questo approccio da scommettitori non porterà ad un accordo commerciale”</em>. La stessa fonte diplomatica, in riferimento alla possibilità ventilata da parte di Bruxelles di estendere il periodo di transizione di uno o due anni, ha affermato che <em>“il continente è travolto dal virus quanto la Gran Bretagna, quindi non scommetterei sul fatto che i leader abbiano troppo tempo per soddisfare i capricci di Londra […] l’accordo con UK è necessario, ma non così urgente”</em>.</p>



<h5 id="wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading-a39e2f42" class="wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading-a39e2f42"><span id="cosa-spinge-ad-applicare-una-brexit-no-deal">Cosa spinge ad applicare una Brexit no deal?</span></h5>



<p>Sorge quindi spontaneo chiedersi cosa spinga il governo di Londra ad opporsi così ostinatamente ad una estensione del periodo di transizione. La risposta risiederebbe nella <strong>politica interna</strong>, in seno al paese ma anche al partito conservatore. Secondo il parere di due ricercatori del Federal Trust (think tank sul federalismo specializzato nelle relazioni tra Regno Unito e Unione europea), negli ultimi 4 anni il partito conservatore si sarebbe trasformato in una semplice associazione nella campagna pro-Brexit, subordinando alla causa tutte le altre attività.</p>



<p>La nuova leadership quindi, realmente o solo opportunisticamente euroscettica e consapevole del piccolo margine che ha consentito la vittoria del 2016, avrebbe tutta la volontà di chiudere il prima possibile il processo Brexit, anche con un <em>no deal</em>. La prospettiva di un’estensione dei negoziati di uno o due anni obbligherebbe la leadership del partito a confrontarsi con condizioni politiche nuove ed avverse, secondo gli analisti: <em>“una conclusione di Brexit rapida e ostile potrebbe essere la loro migliore garanzia che i cittadini britannici non cambino opinione sulla questione europea al risveglio dalla pandemia”</em>. </p>



<p>Meglio ancora se fosse possibile incolpare Bruxelles per l’interruzione dei negoziati e mascherare il collasso dell’economia tra gli effetti del virus. <em>“L’opinione pubblica post-Covid in UK sarà più rispettosa degli esperti (della scienza, dei fatti -ndr) e dei migranti di quanto era cinque anni fa”</em> continuano gli esperti del Federal Trust, accusando aspetti fondamentali della campagna per il <em>leave</em> del 2016, fondata su <em>“disonestà intellettuale e manipolazione propagandistica […] dove l’arma preferita erano vuoti slogan e i fatti non contavano”</em>. In sostanza, concludono, <em><strong>“oggi la Brexit è il partito conservatore, ed il partito conservatore è la Brexit”</strong></em>.</p>



<p>Inoltre, Johnson è stato eletto con una campagna fondata sullo slogan <em>“get Brexit done”</em>: forse l’unica promessa nella campagna pro-Brexit realmente realizzabile, ma sicuramente una magra consolazione per i cittadini che rischiano di affrontare la difficile situazione economica prevista per dicembre 2020.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/2000/">Osservatorio Brexit, Speciale: Focus Coronavirus</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
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		<title>Lo sforzo del PD all’opposizione per l&#8217;intera sinistra europea</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Lia Quartapelle]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 06 Apr 2018 14:13:59 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Lo stato della sinistra]]></category>
		<category><![CDATA[Osservatori]]></category>
		<category><![CDATA[Brexit]]></category>
		<category><![CDATA[Democrazia]]></category>
		<category><![CDATA[Elezioni 2018]]></category>
		<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[Italia]]></category>
		<category><![CDATA[Sinistra]]></category>
		<category><![CDATA[Unione Europea]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>di Lia Quartapelle Le elezioni italiane del 4 marzo 2018 sono state le ultime in ordine di tempo&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/1037/">Lo sforzo del PD all’opposizione per l&#8217;intera sinistra europea</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>di Lia Quartapelle</em></p>
<p>Le elezioni italiane del 4 marzo 2018 sono state le ultime in ordine di tempo a chiudere <strong>il grande ciclo di consultazioni politiche europee</strong>, iniziato a giugno del 2016 con il voto sulla Brexit, proseguite con le elezioni in Spagna, Olanda, Francia, Germania, Austria. Sono state tutte elezioni nelle quali il fattore dell’integrazione europea ha giocato un ruolo: in ciascuna di queste tornate le forze politiche si sono confrontate sui temi dell’apertura e della chiusura, sull’efficacia dell’europeismo o al contrario sui meriti del nazionalismo.</p>
<p>Il risultato elettorale italiano ha punti in comune con alcune di esse.</p>
<p>Anche in Italia, le forze che appartengono alle famiglie tradizionali della politica europea (i popolari e i socialisti) hanno perso consenso, proprio a favore di <strong>partiti anti-sistema</strong>, di forze che sanno esprimere in modo più efficace con metodi nuovi (soprattutto utilizzando i social media) la richiesta di cambiamento espressa dai cittadini.  Come in Spagna di fronte a Ciudadanos e Podemos, come in Francia di fronte a En Marche! alla France Insoumise e al Front National, i partiti tradizionali si trovano in una crisi di orizzonte: come continuare a difendere il sistema liberale, di economia capitalista, nel quale viviamo di fronte a nuovi bisogni e nuove sfide. Si tratta di un compito difficile, che interroga in particolare le varie formazioni della sinistra. E il <strong>salto in avanti compiuto dieci anni fa dalla sinistra italiana con la fondazione del PD</strong> non è stato abbastanza per porre il nostro partito al riparo da questa crisi di senso e missione che attanaglia le forze progressiste occidentali e che rischia di portare a un punto di  non ritorno forze come il PS francese o il PVdA olandese o il PSOE spagnolo.</p>
<p>Anche in Italia, come in Germania, le forze di governo hanno perso punti, soprattutto per la valutazione che è stata data dall’elettorato della <strong>questione immigrazione</strong>. In Germania CDU-CSU e SPD perdono complessivamente più di 14 punti, in Italia il PD ne perde quasi 8 mentre l’alleato di governo NCD non si presenta neanche alle elezioni.</p>
<p>Infine, anche in Italia, come in Austria e in Olanda assistiamo a una<strong> radicalizzazione della destra</strong>: la destra moderata di Forza Italia cede quasi 8 punti all’opzione più decisa della Lega di Salvini e diventa stampella e mortalmente insidiata da una forza razzista, anti-UE, filo-russa, sovranista.</p>
<p>Come in Spagna, in Olanda e in Germania anche in Italia si prospetta un periodo di mesi per riuscire a formare un nuovo governo perché l’affermarsi di opzioni populiste sta rendendo più<strong> complicato il definirsi di un accordo politico</strong>.</p>
<p>La differenza tra le altre elezioni europee e il risultato italiano è che tutte le tendenze più drammatiche delle elezioni degli altri paesi europei si sono manifestate in Italia allo stesso tempo. Unite con un sistema istituzionale che non permette di premiare le opzioni più moderate, come avviene con il secondo turno in Francia, con l’indebolirsi della destra moderata a causa del ripresentarsi di Silvio Berlusconi e con una azione di governo che non è riuscita a rispondere agli <strong>effetti della crisi economica che in Italia sono stati più feroci</strong> che in molti altri paesi dell’Ue,  hanno determinato la vittoria delle forze antisistema.</p>
<p>E così, il ciclo delle elezioni europee apertosi con la Brexit, si chiude con la <strong>vittoria delle forze sovraniste in Italia</strong>.</p>
<p>E’ da questo dato di fatto che <strong>dovrà ripartire lo sforzo del PD all’opposizione</strong>. All’interno della crisi delle forze progressiste europee dovremo trovare una strada che sappia coniugare cambiamento, fiducia nel futuro, opportunità, diritti e sviluppo. In Italia, a noi starà anche il compito di contrastare le derive di forze sovraniste, protezioniste, filo-russe e anti-europeiste che rischiano di essere al governo del nostro paese. La Brexit è stata una occasione per ripensare radicalmente l’integrazione europea. Il percorso che il PD intraprenderà per uscire da questa crisi può diventare analogamente <strong>un momento di svolta per l&#8217;intera sinistra Europea</strong>. Non cogliere questa è occasione è davvero troppo rischioso.</p>
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		<title>Disuguaglianza e Populismo: Quanto ha contato la disuguaglianza dei redditi nel voto sulla Brexit?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 28 Jul 2017 22:49:13 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[Lo stato della sinistra]]></category>
		<category><![CDATA[Macroaree]]></category>
		<category><![CDATA[Osservatori]]></category>
		<category><![CDATA[Brexit]]></category>
		<category><![CDATA[Disuguaglianza]]></category>
		<category><![CDATA[Gran Bretagna]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Questo studio costituisce la seconda puntata della serie &#8220;Disuguaglianza e Populismo&#8221; (qui la prima puntata su disuguaglianza ed&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Questo studio costituisce la seconda puntata della serie &#8220;Disuguaglianza e Populismo&#8221; (<a href="https://www.mondodem.it/policy-brief/disuguaglianza-e-populismo-quanto-ha-contato-la-disuguaglianza-dei-redditi-nella-vittoria-di-donald-trump/">qui</a> la prima puntata su disuguaglianza ed elezioni americane) a cura del <a href="http://tortugaecon.eu/">think tank Tortuga</a>. Il ciclo si propone di analizzare la relazione tra variazioni negli indici di disuguaglianza a livello territoriale negli ultimi anni e l’andamento del voto per i partiti populisti. Una terza puntata si occuperà delle elezioni francesi del 2017. </em></p>
<p>_____________________________________________________________</p>
<p>Il 23 giugno 2016 il popolo inglese ha votato per uscire dall’Unione Europea. In questi giorni, un anno dopo, sono iniziati ufficialmente i negoziati tra Commissione e Regno Unito, in un clima di grande incertezza politica oltremanica. La scommessa della premier May di chiamare alle elezioni anticipate per rafforzare la sua maggioranza non ha pagato: i Conservatori hanno infatti perso 12 seggi rispetto ai 330 su cui potevano contare in precedenza, indebolendo la propria maggioranza e il potere contrattuale con cui negoziare con Bruxelles. A riprova di ciò, l’annuncio della May sulla tutela dei cittadini comunitari residenti in Gran Bretagna è stata velocemente definita “vaga e inadeguata” da molti leader europei.</p>
<p>Tutto ciò si inserisce in un quadro economico <a href="http://www.politico.eu/article/a-year-after-brexit-in-figures-eu-referendum-immigration-inflation-united-kingdom-emigration/">tutt’altro che roseo</a>, che sarebbe presuntuoso definire prevedibile, ma di cui alcuni aspetti erano pronosticabili, e presenti nella campagna a favore del <em>Remain</em>. È dunque necessario cercare di comprendere quali fattori, al di là delle ragioni economiche, abbiano giocato un ruolo chiave nel convincere il popolo inglese a credere nelle promesse dell’UKIP e decidere di abbandonare l’Unione Europea.</p>
<p>In questa serie di studi (il precedente sull’<a href="https://www.mondodem.it/policy-brief/disuguaglianza-e-populismo-quanto-ha-contato-la-disuguaglianza-dei-redditi-nella-vittoria-di-donald-trump/">elezione di Trump</a>) ci concentriamo sulla crescita della disuguaglianza economica negli ultimi anni e ne analizziamo l’impatto sull’emergere dei voti di protesta che hanno caratterizzato il clima politico del 2016.</p>
<p><strong>Contributi sulla vittoria del <em>Leave</em></strong></p>
<p>Numerosi studi hanno analizzato le determinanti del voto del referendum inglese, trovando risultati spesso molto diversi. Alcuni evidenziano l’importanza dei livelli di istruzione, dei principali indicatori economici e di fattori demografici come ad esempio l’età degli elettori (come <a href="http://voxeu.org/article/fundamental-factors-behind-brexit-vote">Becker e coautori</a>). Altri invece enfatizzano il ruolo delle attitudini personali. Ad esempio, <a href="http://blogs.lse.ac.uk/politicsandpolicy/personal-values-brexit-vote/">c’è chi argomenta</a> che le opinioni sull’immigrazione, sulla pena di morte e altre caratteristiche della personalità siano più importanti di molti fattori economici nello spiegare le diverse percentuali del <em>Remain </em>nelle diverse località del Regno Unito.</p>
<p>Questi studi tuttavia mostrano solamente delle pure correlazioni, le quali, benché possano suggerire la presenza di rapporti di causa-effetto, non ne forniscono alcuna prova. Al contrario, uno studio di <a href="http://voxeu.org/article/globalisation-and-brexit">due professori della Bocconi </a>mostra una più probabile relazione causale tra la globalizzazione e un aumento dei voti a favore del <em>Leave</em>, sfruttando il fatto che diverse contee fossero state esposte in misura differente alla concorrenza delle importazioni cinesi. Le conclusioni suggeriscono quindi che gli effetti redistributivi derivanti dalla globalizzazione abbiano giocato un ruolo chiave nell’influenzare il voto.</p>
<p><strong>La nostra analisi: il ruolo delle disuguaglianze</strong></p>
<p>Alla luce di questa letteratura, ci siamo chiesti se la disuguaglianza di reddito possa spiegare efficacemente i risultati di Brexit. Ci siamo concentrati sugli anni successivi alla crisi, ossia dal 2008 al 2015, anno precedente al referendum, focalizzandoci su Inghilterra, Galles e Scozia. Abbiamo suddiviso queste regioni in 168 distretti, e per ciascun distretto abbiamo acquisito alcuni dati socio-economici dall’<a href="https://www.ons.gov.uk/"><em>Office for National Statistics</em></a> del Regno Unito. Tale suddivisione geografica rappresenta una buona soluzione per ottenere un dataset con più osservazioni al fine di portare avanti delle analisi statistiche, al costo, però, di rendere alcuni indici inutilizzabili per via del livello di dettaglio eccessivo (ad esempio l’indice di <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Coefficiente_di_Gini">Gini</a>, la cui stima richiede popolazioni più numerose).</p>
<p>A questo punto abbiamo impiegato una regressione lineare in cui la variabile dipendente è la percentuale di voti per il <em>Leave </em>nel referendum del 23 giugno 2016. La variabile esplicativa principale è invece un indice della disuguaglianza di reddito, costituito dalla differenza tra il reddito medio e il reddito mediano a livello di distretto, presa in variazione tra l’anno 2008 e il 2015. Se infatti il reddito mediano cattura il punto centrale nella distribuzione dei redditi individuali, il reddito medio è influenzato dai valori estremi della distribuzione. Questo significa che ad un aumento della concentrazione di ricchezza nelle fasce più alte, corrisponderà un aumento della media maggiore che della mediana. Utilizzare la variazione della differenza tra queste misure tra il 2008 e il 2015 ci permette di capire se la distribuzione si sia fatta più sbilanciata a favore dei redditi alti (in caso di variazione positiva) o di quelli bassi (in caso di variazione negativa).</p>
<p>Se la percentuale di voti a favore del <em>Leave </em>è positivamente correlata con questo indice, significa che nei distretti dove la distribuzione dei redditi si è fatta meno equilibrata si è riscontrato un appoggio maggiore alla proposta di uscire dall’Unione Europea rispetto agli altri distretti. Infine, abbiamo aggiunto alla regressione alcune variabili di controllo, tra cui il tasso di disoccupazione, la composizione della popolazione per età e il peso dei tagli fiscali annuali sui redditi dei lavoratori a livello di distretto, oltre alle caratteristiche fisse delle macro regioni cui appartengono i distretti (es. Scozia o West Midlands).</p>
<p>La nostra analisi suggerisce che i voti espressi per l’opzione <em>Leave</em> siano stati più numerosi nei distretti dove la distanza tra reddito medio e reddito mediano è cresciuta maggiormente, <em>ceteris paribus</em>. <a href="https://www.dropbox.com/s/yzmsp1ugzwi11cm/risultati_regressione_brexit.txt?dl=0">Nello specifico</a>, una sterlina aggiuntiva nella variazione della differenza tra reddito medio e mediano causa l’aumento di 1,7 punti percentuali a favore del <em>Leave</em>.</p>
<p>Occorre tuttavia sottolineare come il coefficiente ottenuto in questa regressione non sia particolarmente robusto a livello statistico. L’inclusione di altre variabili di controllo porta il coefficiente a variare o addirittura a perdere di significatività. Questo può essere dovuto a diversi fattori. Il primo è la qualità dei dati sulla disuguaglianza. Infatti, diversamente dall’analisi degli effetti della disuguaglianza sull’elezione di Trump, non è stato possibile fare affidamento sull’indice di Gini, che misura in maniera più fine le disuguaglianze di reddito. Inoltre, alcune delle variabili di controllo “spiegano” i risultati del referendum in modo più preciso rispetto al nostro indice di disuguaglianza. Ad esempio, due variabili correlate con la quantità di voti per il <em>Leave </em>in modo piuttosto robusto sono quelle relative al numero di individui con più di 65 anni di età e all’importanza del settore manifatturiero, a livello di distretto.</p>
<p>Come abbiamo già ricordato, esistono <a href="http://time.com/4381878/brexit-generation-gap-older-younger-voters/">vari studi</a> che hanno puntato alla presenza di un <em>age divide </em>nel referendum per Brexit. <a href="http://www.independent.co.uk/news/uk/politics/brexit-why-did-old-people-vote-leave-young-voters-remain-eu-referendum-a7103996.html">Una survey condotta</a> dal quotidiano inglese <em>Independent </em>sulle ragioni del voto a favore di Brexit può aiutare a gettare luce sulla questione. Tra le altre cose, l’indagine ha infatti mostrato che gli elettori più anziani sono in genere più sensibili alla tematica dell’identità culturale e della sovranità. Questo si declina sia nel sentirsi Gallesi, Scozzesi o anche Inglesi piuttosto che Britannici, sia nel ritenere che questioni come la gestione dell’immigrazione o la sostenibilità del <em>welfare state </em>siano più facilmente affrontabili dal di fuori dell’Unione Europea. D’altro canto, simili tendenze si riscontrano assai più raramente tra gli elettori più giovani.</p>
<p>Per quanto riguarda il ruolo del settore manifatturiero invece, il coefficiente positivo e significativo di questa variabile sembra dar credito all’ipotesi che trova le ragioni fondanti della vittoria del <em>Leave </em>negli effetti dell’accresciuta competizione globale che il settore manifatturiero ha affrontato negli ultimi anni. Le merci a buon mercato provenienti dai paesi in via di sviluppo, specialmente dalla Cina, hanno infatti portato molte imprese manifatturiere del mondo Occidentale a soccombere o ad attraversare periodi di maggiori difficoltà, nel già difficile momento della Grande Recessione. Il Regno Unito non è un’eccezione: quelle comunità in cui il settore manifatturiero ha maggiore importanza possono aver dunque avvertito più disagi che vantaggi dal processo di globalizzazione, manifestando il loro desiderio per un maggior protezionismo attraverso il voto per il <em>Leave</em>.</p>
<p><strong>Per concludere</strong></p>
<p>In definitiva, la nostra analisi suggerisce una possibile relazione tra disuguaglianza di reddito e vittoria del <em>Leave </em>in occasione del referendum per Brexit, ma i risultati vanno interpretati con prudenza. Per la natura del voto, infatti, le ragioni che possono aver spinto gli elettori a optare per il <em>Leave </em>sono molteplici e variegate, passando dalle cause economiche o la paura per l’immigrazione, dall’avversione per l’establishment fino alla diffidenza nei confronti dell’Unione Europea.</p>
<p>Più nel profondo, poi, il desiderio di riguadagnare una “sovranità” nazionale, attraverso la rottura con l’Unione Europea, può essere sintomo di un diverso, ma più complesso e indefinito disagio che il mondo contemporaneo causa nell’individuo. Questo scaturisce dal senso di impotenza che deriva dalla coscienza di far parte di un sistema politico multipolare, caotico e privo di una chiara leadership. Forse è proprio questo diffuso disagio che ha spinto gli elettori inglesi a decretare il divorzio dal vecchio continente, secondo delle modalità che tuttavia, per ora, rimangono tanto indefinite quanto le ragioni che hanno spinto a intraprendere questa strada.</p>
<p><em>*Tortuga è un think-tank di studenti di Economia sparsi tra Milano, Berlino, Amsterdam, Francoforte e gli Stati Uniti. Nasce nel 2015 e conta attualmente 25 membri. Scrive articoli di economia, politica ed attualità, ed offre alle Istituzioni un supporto professionale ad attività di ricerca o di policy-making.</em><br />
<em><a href="http://tortugaecon.eu/">http://tortugaecon.eu</a> – tortugaecon@gmail.com</em></p>
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		<title>Oltre il circo della paura, l&#8217;inesorabile declino del terrorismo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Eugenio Dacrema]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 24 Mar 2017 15:08:03 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Democrazia 2.0]]></category>
		<category><![CDATA[Osservatori]]></category>
		<category><![CDATA[Al-Qaeda]]></category>
		<category><![CDATA[Attentato]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Un avvenimento come quello di Londra del 22 marzo è la scintilla perfetta per la riattivazione di tutte&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Un avvenimento come quello di Londra del 22 marzo è la scintilla perfetta per la riattivazione di tutte quelle dinamiche così ben rodate che in tutto il mondo, ma soprattutto in Italia, caratterizzano il circo mediatico della tragedia. Toni da fine del mondo, interviste strappalacrime, discussioni interminabili sul ruolo dell’Islam – c’entra? non c’entra? Ovviamente no. I musulmani sono 1 miliardo e se fossero tutti terroristi saremmo già tutti morti e fine della storia. È davvero necessario parlarne ogni volta? – e ovviamente tutto ciò che serve per rendere quella che è una oggettiva tragedia ma di limitate dimensioni un fatto epocale tale da occupare il prime-time dei principali palinsesti per giorni. Il motivo, ancora una volta, è molto semplice ed è stato ripetuto un milione di volte come la storia dei musulmani che non sono terroristi: il giornalismo è un settore economico in crisi e per sopravvivere deve generare lettori, ascoltatori e click. Per riuscirci la paura funziona, così come funzionano la facile rabbia e l’altrettanto facile commozione. Benissimo, fin qui nulla di nuovo.</p>
<p>Quel che invece di nuovo c’è se si analizza l’accaduto – o gli “accaduti”, ovvero la collezione di piccoli attacchi che hanno colpito l’Europa nell’ultimo anno e mezzo – è che stiamo assistendo a una traiettoria di evidente declino della capacità del terrorismo internazionale di colpire l’Occidente. Questo avviene per diversi motivi, a cominciare dalla stretta che convenzioni e trattati internazionali sul controllo dei flussi finanziari hanno imposto sui movimenti di capitale sospetti oppure i sempre più fitti controlli che riguardano l’entrata di armi ed esplosivi non autorizzati. Fatto salvo l’attentato di Parigi del 13 novembre 2015, gli strumenti utilizzati negli attentati in Europa degli ultimi cinque anni sono state pistole, fucili, coltelli e mezzi di locomozione. Spesso uno di questi per ogni attentato. Non c’è male quando si pensa agli aerei del 2001 e agli esplosivi del 2004 a Madrid e del 2007 a Londra. La pura e semplice verità è che il 22 marzo nel Regno Unito – e probabilmente anche solo a Londra – sono morte molte più persone schiacciate da una macchina di un automobilista distratto (o ubriaco) che non dal SUV dell’attentatore di Westminster. Questo ovviamente difficilmente è arrivato nelle cronache giornalistiche fatta salva qualche rara eccezione come <a href="http://www.linkiesta.it/it/article/2017/03/23/il-terrorismo-continuera-a-colpire-ma-stiamo-vincendo-noi/33646/">l’ottimo editoriale di Francesco Cancellato su Linkiesta</a>. Meno soldi, meno vittime, meno preparazione caratterizzano le azioni delle organizzazioni terroristiche oggigiorno almeno in Occidente che appaiono, in una parola, più deboli.</p>
<p>Ma c’è un altro elemento di ottimismo che va oltre la declinante capacità pratica delle organizzazioni terroristiche e che sfugge perfino a Cancellato: la sempre minore capacità da parte di queste ultime di influenzare la politica. Ancora una volta, se pensiamo ai decenni passati la differenza impressiona: George Bush costruì sulle macerie delle Torri Gemelle due rielezioni e l’attuazione di una intera dottrina politica. La strage di Madrid del 2004 decise nell’arco di 12 ore l’esito delle elezioni politiche spagnole. Solo in Francia dopo il 13 novembre si è assistito a un cambiamento politico significativo con l’introduzione dello stato d’emergenza e l’intervento dell’aviazione militare francese sullo scenario siriano. Ma in questo caso c’è da chiedersi quanto questo sia dovuto all’effetto assoluto degli attentati e non a una estrema debolezza della presidenza di Francois Hollande, la più debole della storia repubblicana. Altrove troviamo invece un partito populista tedesco – l’AfD – che dopo le vette di metà 2016 continua in un declino che appare inesorabile nonostante la lunga catena di attentati che ha colpito il paese fino all’inizio di quest’anno. Anche in Francia dopo il ripetersi di altri gravi episodi come quello di Nizza l’effetto aggiuntivo dei nuovi attacchi sulle prospettive delle forze nazionaliste di Marie Le Pen sembra essere nullo; la Le Pen è stata addirittura superata nei più recenti sondaggi dall’europeista Emmanuel Macron contro tutte le aspettative. E ben poco dobbiamo aspettarci dagli effetti di questo attacco londinese. Oggi la vera battaglia politica nel Regno Unito si gioca sui tempi e le modalità della Brexit e gli effetti – questi sì catastrofici – che potrebbe avere perfino sull’unità del Regno viste le crescenti voglie indipendentiste scozzesi.</p>
<p>E’ forse questa la vera grande sconfitta del terrorismo internazionale. Non è il non riuscire più a uccidere e distruggere, quantomeno in grandi numeri. Ma non riuscire nemmeno più a contare, a lasciare un segno nelle coscienze e nelle paure popolari che porti a risultati tangibili sul piano politico. E questo non vuol dire naturalmente che la politica in Occidente sia diventata immune da questi pericoli. Vuol dire piuttosto che il declino della politica in Occidente a cui stiamo assistendo è tutto endogeno, causato dalla crisi irreversibile di un benessere economico basato su condizioni geopolitiche che non esistono più. A dimostrazione, ancora una volta, che nonostante tutti gli attentati del mondo l’ultima parola ce l’ha sempre <em>the economy, stupid</em>. Con buona pace di Al-Baghdadi.</p>
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		<title>Tra professione e vocazione, oltre la politica della rabbia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Annalisa Perteghella]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 16 Dec 2016 13:27:07 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Democrazia 2.0]]></category>
		<category><![CDATA[Brexit]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Populismo]]></category>
		<category><![CDATA[Referendum]]></category>
		<category><![CDATA[Taskforce]]></category>
		<category><![CDATA[Trump]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Un anno vissuto pericolosamente. Questo 2016 che si avvicina alla conclusione è stato denso di avvenimenti, molti dei&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Un anno vissuto pericolosamente. Questo 2016 che si avvicina alla conclusione è stato denso di avvenimenti, molti dei quali appuntamenti elettorali, che hanno colto di sorpresa, quando non gettato nello sconforto, analisti e commentatori. Molta della sorpresa è stata dovuta al fatto che, di fronte alle grandi domande della contemporaneità, a uscire dalle urne è stata spesso una risposta non corrispondente a quella che in molti ritenevano essere l’opzione più razionale, quella che meglio permetteva di soddisfare il bene comune. L’affermazione del “Leave” nel referendum britannico sulla <strong>Brexit</strong>, la vittoria di <strong>Donald Trump</strong> nelle elezioni presidenziali americane, l’imporsi del “no” nel <strong>referendum costituzionale</strong> in Italia, hanno non solo colto di sorpresa gli osservatori, ma anche dato avvio a periodi di profonda incertezza, aprendo profonde crepe in alcuni pilastri che contribuivano a tenere in ordine il nostro mondo. A completare il quadro, sullo sfondo ma non troppo, la contemporanea avanzata di movimenti ascrivibili all’ampia categoria del <strong>populismo</strong>, sicuramente guidati da abili demagoghi, che hanno saputo intercettare il malcontento di ampie fasce della popolazione e parallelamente attribuirne tutta la responsabilità a precisi gruppi politici o istituzioni: l’<strong>Unione europea</strong> nel caso della Brexit, “l’establishment” e la candidata sua diretta espressione negli Stati Uniti, la squadra di governo in Italia.</p>
<p>Benché ciascuno di questi sommovimenti tellurici sia attribuibile a fattori radicati nei singoli contesti nazionali, sembra esistere una tendenza di fondo che unisce in maniera trasversale quanto accaduto negli appuntamenti elettorali di quest’anno, ma anche quanto rischia di accadere in quelli del 2017 in democrazie liberali considerate solide e mature. È la tendenza, già accennata, da parte di presunti capipopolo a incolpare precisi soggetti politici e/o istituzionali per tutte le grievances, ergendosi al contempo a restauratori di un supposto benessere e vindici di una altrettanto supposta grandezza originaria, tutta contenuta all’interno dei confini nazionali. La diffidenza verso la classe politica, che spesso diviene vero e proprio odio sociale, è una tendenza che chiama in causa l’antico dibattito che ha per oggetto il rapporto tra élites di governo e democrazia.</p>
<p>Platone, ne La Repubblica, affida il governo dello Stato ideale a una classe di re-filosofi (árchontes), gli unici che posseggono le necessarie doti di saggezza e razionalità atte a governare la polis e garantirle il soddisfacimento dei criteri di giustizia perfetta. La classe di governo emerge dunque da una selezione tra i migliori. Se nel pensiero classico la riflessione sui governanti è una riflessione che sfocia nella forma politica dell’aristocrazia (i migliori per nascita) o nel suo concetto degenerato di oligarchia (il governo di pochi, scelti in base al censo), è nel passaggio alla democrazia moderna che la classe di governo diventa espressione della collettività. Non essendo però possibile un governo del popolo vero e proprio, è necessario creare l’artificio della rappresentanza: il popolo delega il potere e la responsabilità di governo a propri rappresentanti. La <strong>classe</strong> <strong>politica</strong> è dunque diseguale e superiore rispetto al popolo, ma questa superiorità e questa disuguaglianza sono meramente funzionali.</p>
<p>Ripercorrendo il dibattito sul rapporto tra élites di governo e democrazia, è impossibile non fare menzione della teoria politica dell’elitismo, che ha negli italiani Gaetano Mosca e Vilfredo Pareto i suoi padri fondatori. Nella sua formulazione originaria, l’elitismo difficilmente si combina con la teoria democratica classica: nella dicotomia élites-masse la forma di governo democratica difficilmente può esistere perché l’incapacità da parte delle masse di organizzarsi e determinarsi lascia l’incombenza del governo nelle mani dell’élite, consapevole, coesa e cospirante, secondo il criterio delle tre C introdotto da Mosca per identificare la classe politica. È solo con l’evoluzione del pensiero politico elitista verso una forma di “elitismo democratico” che avviene la riconciliazione tra teoria delle élites e democrazia. Aprendo la classe politica al popolo, e dunque a un ricambio e a una circolazione “dal basso all’alto”, è possibile la convivenza virtuosa tra popolo ed élites.</p>
<p>Una convivenza virtuosa che in qualche modo sembra essersi interrotta.</p>
<p>Nella trasformazione del linguaggio che fa eco alla trasformazione della società, quella che la scienza politica definisce “élite” è diventato oggi un referente utilizzato ormai quasi esclusivamente nella sua accezione negativa, come sinonimo di “casta”: un gruppo ristretto di privilegiati trincerati in un fortino costituito da rendite inamovibili. Con buona pace del significato originario di élite, dal latino eligere, scelta dei migliori.</p>
<p>È, la rivolta contro le élite, la rivolta contro i politici di professione. Ma che cos’è la politica come professione? È per forza di cose sinonimo di “casta”?</p>
<p>Nel gennaio 1919 Max Weber tiene una conferenza dal titolo Politik als Beruf, tradotta in italiano come La politica come professione. Per Weber, che si trova a vivere nella Germania protestante di fine ‘800-inizio ‘900, l’utilizzo del termine polisemico Beruf non è casuale: per l’uomo, il raggiungimento della grazia passa attraverso la piena realizzazione del compito che Dio ha dato lui. La professione, intesa come mestiere, è al contempo vocazione, vale a dire il talento che un Dio onnipotente e sovrano ha seminato in ciascuno dei suoi figli. Afferma Weber: “Tre qualità possono dirsi sommamente decisive per l’uomo politico: passione, senso di responsabilità, lungimiranza. Passione nel senso di Sachlichkeit: dedizione appassionata a una “causa” (Sache), al dio o al diavolo che la dirige. […] Essa non crea l’uomo politico se non mettendolo al servizio di una “causa” e quindi facendo della responsabilità, nei confronti appunto di questa causa, la guida determinante dell’azione”. È una definizione nella quale è già implicito il concetto, sempre weberiano, di “etica della responsabilità”: l’invito per il singolo a “coniugare fini, mezzi e conseguenze dell’agire”, in modo da rispondere “alla mancanza di senso, all’irrazionalità etica del mondo”. Afferma ancora Weber: “È certo del tutto esatto, e confermato da ogni esperienza storica, che non si realizzerebbe ciò che è possibile se nel mondo non si aspirasse sempre all’impossibile”.</p>
<p>Nell’idea di politica come professione, dunque, è implicita una dimensione etica e valoriale che scompare del tutto nelle offese odierne verso i “politicanti di professione” (da notare, sempre nell’ottica della trasformazione del linguaggio, la modifica in senso peggiorativo del termine, utilizzando le varianti offerte dalla lingua italiana per togliere valore a un termine neutro come “politico”).</p>
<p>Lo svilimento, quando non il degradamento, della dimensione valoriale è presente anche in un fenomeno parallelo che, insieme alla lotta contro “l’<strong>establishment</strong>”, trova spazio nella odierna retorica populista: la delegittimazione della cultura e del sapere, che non sembrano essere più né requisiti da richiedere ai governanti, né elementi fondamentali del dibattito pubblico. Ma, e ciò è ancora più pericoloso, la delegittimazione di cultura e competenza non è mera rinuncia: è vera e propria rivincita e sdoganamento del loro contrario, l’ignoranza e l’opinionismo.</p>
<p>Una manifestazione di tale fenomeno si è vista nelle invettive contro gli esperti che nelle settimane precedenti al referendum sulla Brexit cercavano di indicare le implicazioni oggettive – negative – della eventuale vittoria del “Leave”. Si vede poi all’opera quotidianamente nella delegittimazione di giornalisti e studiosi, il cui contributo al dibattito pubblico viene avvelenato con insulti e sommerso dal parallelo dilagare di notizie false e volutamente provocatorie, e di alcuni tra gli stessi politici, le cui dichiarazioni su questioni oggettive sono spesso oggetto di commenti e insulti che non vengono rivolti al contenuto della dichiarazione bensì alla persona. Nel caso delle donne, poi, il qualunquismo si sposa con il sessismo, in un velenoso e pericoloso mescolarsi di piani.</p>
<p>Ricollegando questi elementi alle riflessioni sopra accennate sulle élite e sulla qualità dei governanti, è da registrare una tendenza pericolosa per la salute della democrazia: senza entrare nei meandri della cosiddetta post-verità, categoria forse più affascinante che reale, è giusto riflettere sul fatto che non solo siamo in presenza di un numero crescente di persone che non sa distinguere una notizia vera da una falsa, ma è anche in aumento il numero di persone che legittima la mancanza di conoscenza, a tratti la vera e propria ignoranza, nella classe di governo. In altre parole, non si chiede più ai propri governanti di disporre di competenze e conoscenze specifiche e necessarie per lo svolgimento delle loro funzioni: si chiude un occhio, anzi due, di fronte a errori e palesi manifestazioni di ignoranza, mettendo in cima alle priorità non già un sufficiente livello di competenza ma caratteristiche quali onestà, rettitudine e, appunto, capacità di ergersi a capipolo e vendicatori di ingiustizie.</p>
<p>È indubbio che tali caratteristiche siano <em>necessarie</em> all’arte del buon governo, ma è giusto domandarsi se esse siano anche <em>sufficienti</em>: una democrazia si basa sulla possibilità per i cittadini di valutare se l’operato dei loro rappresentanti è rispondente o meno al potere di cui essi sono stati investiti. Ma quando il dibattito pubblico è “drogato” da notizie false, quando un ampio segmento degli elettori non è in grado di distinguere cosa è vero da cosa non lo è, non conosce i più elementari meccanismi del funzionamento del governo (gli inglesi non conoscono l’Ue, gli italiani inveiscono contro “l’ennesimo governo non eletto dal popolo”) che ne è della salute del sistema?</p>
<p>L’anti-politica, nel senso di rifiuto delle élites, cade in questo modo nell’anti-intellettualismo, il rifiuto della cultura: per Isaac Asimov “un tarlo nutrito dall’idea sbagliata che democrazia significhi che la nostra ignoranza valga quanto l’altrui conoscenza”. Il risultato è che se un politico mente, inavvertitamente o deliberatamente, non dà più scandalo. Se qualcuno lo fa notare, viene tacciato di snobismo o di “elitarismo” (un’altra trasformazione in senso dispregiativo di “elitismo”). Da una parte un numero crescente di persone non ha gli strumenti per smascherare la bugia o la falsità delle sue affermazioni, dall’altra, anche una volta poste di fronte allo smascheramento, c’è sempre un buon numero di persone pronte a difenderne la genuinità e a ribadire che non è quello l’importante. Non è mera sfiducia negli esperti, è vera e propria rivincita dell’ignoranza.</p>
<p>In poche parole, quando parte dell’élite abdica al suo ruolo di “migliori” e diventa anzi l’aizzatore di una nuova “mediocrazia”, l’asticella della qualità del sistema nel suo complesso precipita sempre più in basso.</p>
<p>Da dove ripartire? La risposta, per quanto non esaustiva, può sembrare banale: urge insistere sull’istruzione, urge ribadire il valore fondamentale dello studio e della ricerca dell’oggettività a ogni stadio della vita e in ogni professione. Oltre il ciclo delle scuole dell’obbligo, occorre riabilitare il valore dell’indagine, dello studio, del silenzio indagatore, della ricerca di risposte, finanche del dubbio come primo motore, insieme alla “meraviglia”, della conoscenza. Ciò dovrebbe avvenire “dall’alto e dal basso”, tanto nelle scuole, sui giornali,  tra le organizzazioni della società civile quanto nelle sedi istituzionali e governative. Occorre insegnare in primo luogo che le competenze sono fondamentali per esercitare l’arte della “politica di professione”, e che quest’ultima non è un esercizio parassitario bensì un compito nobile. La guerra contro gli slogan si vince solo riabilitando la complessità e ribaltando l’equivalenza per cui cultura è uguale a snobismo e a presunzione di superiorità. Occorre, al contrario, una grande umiltà per riconoscere di non avere tutte le risposte, di non essere in grado di fornire ai cittadini risposte semplici e univoche.</p>
<p>L’alternativa è quella del lasciare che gli eventi facciano il loro corso e sperare nel potere dimostrativo dell’esempio: negli <strong>Stati Uniti</strong> il rifiuto della candidata della competenza, identificata come candidata dell’establishment, ha consegnato il paese nelle mani di un altro tipo di élite, quella che persegue i propri interessi; nel Regno Unito il voto “di pancia” della Brexit condannerà nei prossimi anni il paese a una diminuita quanto immeritata rilevanza; in Italia rischia di andare al potere una nuova “banda degli onesti” che crede, tra le altre cose, che i vaccini siano dannosi per la salute. Quando questo scenario si sarà realizzato, quando il quadro sarà completo, non saranno necessario gli esperti per capire che forse abbiamo sbagliato qualcosa, che competenza non è sinonimo di saccenza, che “politica come professione” non è sinonimo di “casta” bensì di “vocazione”.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/93/">Tra professione e vocazione, oltre la politica della rabbia</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
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		<title>Camminare con il popolo per combattere il populismo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 13 Dec 2016 13:40:41 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Democrazia 2.0]]></category>
		<category><![CDATA[Brexit]]></category>
		<category><![CDATA[Italia]]></category>
		<category><![CDATA[Populismo]]></category>
		<category><![CDATA[Referendum]]></category>
		<category><![CDATA[Taskforce]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Di Giovanni Faleg* Il populismo, come osserva Eugenio Dacrema nella sua analisi “Populismo: Definizione, Origini e Sviluppo”, si&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Di <strong>Giovanni Faleg</strong>*</em></p>
<p>Il populismo, come osserva <a href="https://www.mondodem.it/author/eugenio-dacrema/">Eugenio Dacrema</a> nella sua analisi “<strong>Populismo</strong>: Definizione, Origini e Sviluppo”, si sta imponendo con forza nelle democrazie occidentali, influendo su decisioni storiche quali l’uscita del Regno Unito dall’<strong>Unione Europea</strong> o la vittoria di <strong>Donald Trump</strong> alle elezioni presidenziali americane del 2016. Anche il trionfo del NO al <strong>referendum costituzionale</strong> in Italia e’ legato a un generale rafforzamento dei movimenti populisti, sebbene con caratteristiche specifiche del nostro sistema politico.</p>
<p>Di fronte all’affermarsi di questo fenomeno, i grandi partiti democratici in <strong>Europa</strong> mostrano segni di sofferenza. In particolare, le forme partito tradizionali non sembrano piu’ in grado di dare risposte soddisfacenti per rimediare ai fattori scatenanti del populismo, e di conseguenza appaiono particolarmente vulnerabili a effetti quali il disincanto democratico, deficit di rappresentanza, disimpegno dei cittadini dalle responsabilità civiche, risentimento e frustrazione nei confronti delle élites, opposizione alle soluzioni offerte dalle istituzioni e dagli esperti, rabbia nei confronti della diversità’.</p>
<p>In Italia, come altrove, il <strong>Partito Democratico</strong> ha incontrato crescenti difficoltà nel costruire un rapporto di fiducia con i cittadini, nel capire le esigenze di quelle persone che i politologi definiscono “dimenticate”, quelle stesse persone che cadono facilmente preda della retorica populista. L’incapacità di arginare la deriva populista, specialmente in alcune aree del paese, rende la democrazia fragile, incerta ed esposta a vari tipi di minacce. Tali minacce mettono a rischio non solo l’interesse nazionale, ma anche gli interessi dei singoli cittadini.</p>
<p>La <a href="http://www.partitodemocraticousa.it/washingtondc/?page_id=365"><strong>task force anti-populismo</strong></a> e’ un’iniziativa lanciata dal Circolo PD di <strong>Washington</strong>. Questa iniziativa, che ad oggi riunisce numerosi circoli italiani, europei e americani, ha come duplice obiettivo di elaborare nuove strategie per contrastare il populismo, evitando il formarsi di sue “roccaforti” sul territorio; e di rafforzare il PD riportandolo a più stretto contatto con la gente nei luoghi in cui legame si è allentato, facendo leva sul grande potenziale dei circoli.</p>
<p>Per raggiungere tali obiettivi, riteniamo fondamentali tre pilastri: 1) la digitalizzazione dell’azione politica, ad esempio costruendo forum online per la co-elaborazione di proposte politiche e la discussione dell’agenda del partito, oppure utilizzando in modo strategico i social media per combattere la “post-verità”; 2) nuove forme di coinvolgimento e partecipazione sul territorio, ad esempio attraverso la creazione di comunità di quartiere per discutere nel dettaglio i servizi richiesti dai cittadini, garantendo un rapporto stretto e di fiducia con la popolazione, ascoltanto e, ove possibile, trovando soluzioni ai loro problemi; 3) la diffusione del principio dell’opengov (amministrazione aperta), volto a rendere trasparenti e partecipati processi decisionali, alla portata di tutti.</p>
<p>La <strong>task force</strong> elaborerà dieci proposte concrete e attuabili per migliorare la capacita’ del PD di agire sul territorio, dal punto di vista del metodo, delle procedure e della comunicazione. Vorremmo un PD che si trasformi in un grande movimento democratico, coinvolgendo gli elettori, ricostruendo un rapporto di fiducia tra i cittadini e i loro rappresentanti in parlamento, nella segreteria del partito, nei circoli. Le proposte verranno inserite in un rapporto e presentate entro gennaio 2017.</p>
<p>Se le forze populiste dovessero vincere, non possiamo permetterci di guardarci indietro fra vent’anni e chiederci se abbiamo fatto il possibile per combatterle. E’ questa la missione più nobile e giusta per il Partito Democratico in un momento storico complesso, una missione alla quale un grande partito non si può sottrarre.</p>
<h4 id="segretario-pd-washington-e-coordinatore-della-task-force-anti-populismo-twitter-giofaleg"><em>Segretario PD Washington e Coordinatore della Task Force Anti-Populismo. Twitter: @gioFALEG</em></h4>
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		<title>La risposta ai populismi è una sinistra europea che riscopra le proprie radici ideali</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Tommaso Canetta]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 26 Nov 2016 14:18:58 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Democrazia 2.0]]></category>
		<category><![CDATA[Lo stato della sinistra]]></category>
		<category><![CDATA[Brexit]]></category>
		<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[Populismo]]></category>
		<category><![CDATA[Sinistra]]></category>
		<category><![CDATA[Trump]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La marea crescente dei populismi in Occidente, dopo la Brexit e dopo la vittoria di Trump negli Usa,&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>La marea crescente dei populismi in Occidente, dopo la Brexit e dopo la vittoria di Trump negli Usa, sembra inarrestabile. La narrazione del centrosinistra e del centrodestra viene sempre più percepita come una timida conservazione dell’esistente e, pur fondandosi magari su parole d’ordine razionali e di buon senso, non può competere con la propaganda incendiaria di chi, spesso mentendo, semplificando ed esagerando, prefigura mutamenti rivoluzionari del sistema, tanto più seducenti per l’opinione pubblica quanto più forte mordono la crisi economica e le paure da essa generate.</p>
<p>A questo sonno della ragione è possibile reagire. Da sinistra, in particolare, è fondamentale riscoprire il valore dell’internazionalismo come prospettiva per i popoli, prima ancora che per gli Stati europei, ed è su un rinnovato concetto di “nazionalismo europeo” che si dovrebbero incentrare i programmi e la narrazione delle forze socialiste.</p>
<p>Non si tratta solo di una, pur nobile, tensione ideale, per cui ogni europeo dovrebbe essere fiero di appartenere alla civiltà più straordinaria mai apparsa sul pianeta, il punto di caduta di una storia cominciata con gli antichi Greci e l’Impero Romano e a noi arrivata attraverso momenti esaltanti ma anche terribili da cui – si spera – dovremmo aver tratto lezioni non dimenticabili.  Si tratta anche di una prospettiva economica e politica concreta. La sinistra europea deve tornare a far sperare i cittadini in un futuro migliore, in un progresso della condizione umana, e ha anche la fortuna – a differenza dei movimenti populisti – di avere una ricetta razionale e efficace iscritta nel proprio Dna da proporre: l’unione dei popoli europei in un’unica entità politica ed economica.</p>
<p>Un vero Stato europeo sarebbe in grado di competere con le altre potenze mondiali, ottenendo economie di scala inimmaginabili. Superando le diffidenze tipiche di un’Unione di Stati diversi, sarebbe possibile – in momenti di crisi come quello attuale – dare sostegno reale all’economia, all’occupazione, alla crescita. Qualcosa di decisamente più visibile, percepibile e determinante rispetto a quello che la Ue ha potuto fare finora. Sarebbe possibile gestire poi l’immigrazione in modo intelligente, senza che nessun popolo debba sopportare un carico eccessivo. Gli interessi europei sarebbero difesi e tutelati da una diplomazia europea e da un esercito europeo. A fronte di eventuali chiusure che venissero dagli Stati Uniti, dalla Russia o da altri Paesi, l’Europa avrebbe i mezzi per rendere credibile la minaccia di una reazione speculare e opposta. Si potrebbe anche avere un sistema pensionistico comune, che consenta a tanti nostri anziani di andare in pensione lasciando finalmente spazio alle forze giovani nel mercato.</p>
<p>E’ proprio questo il secondo pilastro su cui si dovrebbe fondare la reazione del centrosinistra all’avanzata dei populismi in Occidente: una gestione intelligente del conflitto generazionale. I successi dei movimenti anti-sistema si fondano da un lato sul voto delle fasce più anziane della popolazione, spaventate dai mutamenti del mondo circostante, dall’altro sulla mancata reazione delle fasce più giovani che, pur essendo quelle che più hanno da perdere in simili situazioni, rispondono all’appello in modo parziale e non sufficiente. Il centrosinistra deve rassicurare gli anziani, promettendo loro la sicurezza che cercano nell’orizzonte ideale di un sistema unico europeo, ma deve anche mobilitare i più giovani. Per mobilitarli, di nuovo, è fondamentale rinnovare l’idealismo, in particolare il nazionalismo europeo e la prospettiva di crescita economica che l’abbattimento di tutte le barriere esistenti tra i popoli europei saprebbe generare.</p>
<p>Non si possono biasimare gli elettori che finora hanno creduto ai populisti perché gli promettevano un futuro migliore, ingannandoli sulla possibilità di tornare indietro nel tempo. Né si possono biasimare quelli che si sono astenuti, immuni alle bugie dei populisti ma nemmeno coinvolti dalle altre forze politiche. Le alternative proposte erano quasi certamente più razionali e realistiche, ma del tutto prive di speranza e afflato ideale.</p>
<p>Per evitare che la catastrofe si abbatta sull’Europa – la morte dell’Unione europea per mano di Marine Le Pen o simili è oramai una prospettiva concreta – è il momento di scommettere tutto su una riscossa ideale dell’europeismo. Ma mentre si crea l’Europa (e serve tempo) non si può fare come si è fatto finora, trascurando di creare gli europei. Il programma Erasmus va benissimo, ma è uno strumento elitario. Per creare davvero un popolo europeo si deve cominciare a sognare un sistema di scuole pubbliche europee, con ore di lezione comuni a classi di diversi Paesi in una lingua comune (o con traduzione simultanea per i più piccoli). Si deve immaginare una leva europea e un servizio civile europeo di un anno. Si devono immaginare canali televisivi pubblici comuni a tutti i Paesi che facciano informazione su un’agenda europea. E via dicendo. Sono proposte che richiederebbero in ogni caso anni per essere implementate? Vero, ma per iniziare a parlarne ai cittadini, per dare loro un ideale in cui sperare, basterebbe invece pochissimo.</p>
<p>Con questo non si vuole ovviamente dire che le identità nazionali debbano andare perdute. Anzi, il contrario. Tanto più sono orgoglioso e consapevole della mia identità, tanto più sarò felice di condividerla e farla conoscere agli altri, sperando magari di ricevere in cambio lo stesso trattamento. Ma ai populisti e nazionalisti che invocano un ritorno al passato, alle monete nazionali, alle politiche economiche senza regole (le stesse che hanno “fregato” l’attuale generazione dei 30enni, e che le ricette populiste vorrebbero scaricare sulle spalle della prossima generazione), alla chiusura, il centrosinistra non può più opporre solo la razionalità del “perché tutto quel che proponete è sbagliato” (lo è), ma deve saper opporre anche la straordinaria forza della speranza. Quella di un popolo europeo di centinaia di milioni di persone, con la prima economia del pianeta, capace di creare crescita ed equità sociale, di difendere i propri interessi e – se mai l’aria intorno a noi nel mondo si facesse cattiva – capace di proteggere fino all’estremo i propri cittadini.</p>
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		<title>Soft o Hard Brexit: il Regno Unito tra globalizzazione e sovranità</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Clara Capelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 12 Oct 2016 15:55:17 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[Brexit]]></category>
		<category><![CDATA[Globalizzazione]]></category>
		<category><![CDATA[Sovranità]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>A poco più di tre mesi dal referendum che ha sancito la vittoria della Brexit, molta confusione continua&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>A poco più di tre mesi dal referendum che ha sancito la vittoria della Brexit, molta confusione continua a imperare nel Regno Unito. Le modalità con cui avverrà il distacco dell’Inghilterra dall’Unione Europea (UE) rimangono infatti ancora molto vaghe, svelando con prepotenza una grande contraddizione del nostro tempo: navigare in solitaria le turbolente acque della globalizzazione non rende pienamente sovrani, né consente di meglio proteggere le categorie sociali che sono state maggiormente emarginate dalla globalizzazione stessa.</p>
<p>La premier Tory, Theresa May ha annunciato il 2 ottobre che l’Articolo 50 del Trattato sull’UE – quello che prevede il recesso volontario e unilaterale di uno dei paesi membri – sarà invocato alla fine di marzo 2017. L’obiettivo è di concludere le negoziazioni con Bruxelles entro marzo 2019 e prima delle prossime elezioni legislative previste per il 2020.</p>
<p>La classe politica del Regno Unito non ha tuttavia ancora preso delle precise posizioni sulla struttura su cui si costruirà la Brexit. Nel frattempo, fra questa incertezza generale, il 7 ottobre la sterlina britannica si è significativamente deprezzata sui mercati internazionali, cosa che in molti esperti – a cominciare dal noto opinionista del <em>Financial Times</em> Martin Wolf<a href="https://mondodem.wordpress.com/2016/10/12/soft-o-hard-brexit-il-regno-unito-tra-globalizzazione-e-sovranita/#_ftn1" name="_ftnref1">[1]</a> – hanno interpretato come un evidente segno di scetticismo circa la chiarezza degli obiettivi del governo May e di sfiducia per il futuro dell’economia inglese.</p>
<p>Da una parte, l’esito del referendum del 23 giugno 2016 ha palesato un diffuso e acuto malcontento nei confronti della libera circolazione degli individui e dei flussi migratori di cui il Paese è stato protagonista negli ultimi decenni. Sia Theresa May sia il Labour Party devono fare i conti con la questioni migratorie per contenere l’escalation populista e garantirsi il consenso di quanti ritengono che rifugiati e immigrati economici extra- e intra-europei siano la causa prima del peggioramento delle loro condizioni sociali.</p>
<p>Dall’altra parte, il pieno controllo sui flussi migratori si potrebbe ottenere soltanto attraverso uno scenario di <em>hard Brexit</em>, in cui l’uscita dalla UE comporterebbe l’abbandono delle istituzioni europee ma anche del mercato unico, con tutti i benefici in termini di rapporti preferenziali e assenza di barriere tariffarie e non. Un aspetto non trascurabile per un’economia in cui il 53% delle importazioni proviene da Paesi UE e il 44% delle esportazioni è diretto verso gli stessi.</p>
<p>L’uscita dal mercato unico potrebbe con grande probabilità aumentare i costi dei prodotti importati (come conseguenza della reintroduzione di dazi e del deprezzamento della sterlina rispetto all’euro) – prodotti per cui un’economia marcatamente deindustrializzata come quella britannica (fatta eccezione per alcuni settori d’eccellenza e high-tech) è largamente dipendente.</p>
<p>Il deprezzamento della sterlina difficilmente riuscirebbe a compensare questo scossone sul lato delle importazioni. Le esportazioni britanniche sono largamente basate su servizi (circa il 35% dell’export dei servizi è diretto verso la EU) e, più precisamente, su servizi di tipo finanziario (un terzo dei servizi finanziari esportati).  Tuttavia sono proprio i servizi – in particolare quelli connessi alle <em>big companies</em> internazionali – e la finanza ad avere espresso maggiore preoccupazione per gli esiti delle negoziazioni della Brexit, precisando che la loro presenza nel Regno Unito è legata a doppio filo ai vantaggi economici che derivano dall’appartenenza del Paese al mercato unico. Il considerevole deprezzamento della sterlina degli ultimi giorni – il valore più basso dal 1985 – non ha dunque aperto una finestra di opportunità per l’export britannico, ma ha piuttosto portato alla luce le debolezze dell’economia del Regno Unito, soprattutto la sua dipendenza dalle importazioni estere e dai capitali stranieri. Una dipendenza che rischia di acuirsi qualora lo scenario <em>hard Brexit</em> prevalga, come la reazione dei mercati degli ultimi giorni pare proprio suggerire. Inutile dire che a farne le spese della crisi che si profila all’orizzonte saranno indubbiamente le categorie più fragili e emarginate del tessuto sociale britannico, in buona sostanza coloro che hanno votato a favore della Brexit per il contenimento dei flussi migratori e dei fenomeni legati alla globalizzazione.</p>
<p>La classe politica inglese si trova dunque di fronte al paradosso che in molti hanno voluto ignorare durante la campagna referendaria. In un mondo globalizzato – a cominciare dalla libera circolazione dei capitali – l’uscita dalla UE non restituisce sovranità, bensì il contrario. Nel tentativo di assecondare le pulsioni xenofobe che si sono coagulate sul voto per la Brexit non si è debitamente considerato che questa avrebbe privato il Regno Unito di una serie di condizioni economiche preferenziali, difficilmente rinegoziabili nel breve periodo (come ben illustrato da un articolo dell’Economist<a href="https://mondodem.wordpress.com/2016/10/12/soft-o-hard-brexit-il-regno-unito-tra-globalizzazione-e-sovranita/#_ftn2" name="_ftnref2">[2]</a>), esponendo l’economia britannica a dinamiche che andranno a svantaggio dei più emarginati e dei salari medio-bassi (elemento spesso sottovalutato dai sostenitori della “Brexit da sinistra”, la cosiddetta <em>Leftix</em>).</p>
<p>Considerate le condizioni attuali, è fondamentale orientarsi verso uno scenario di <em>soft Brexit</em>, negoziando con chiarezza strategica uno status che continui a garantire la presenza del Regno Unito nel mercato unico senza timore di accettare concessioni legate alla mobilità intra-europea – come avviene per esempio nel caso di Norvegia e Svizzera – o ad altre, rilevanti, questioni.</p>
<p>La risposta al voto referendario non passa per una rincorsa a tensioni populiste a fini elettorali, bensì a una precisa (ri-)presa di coscienza dell’importanza che la globalizzazione si deve governare bene, ma ciò può avvenire solo rigettando l’illusione che da soli si è sovrani, perché la piena sovranità dei cittadini europei è possibile solo all’interno di un progetto politico condiviso.</p>
<h6 id="1-https-www-ft-com-content-939c7ed0-8e32-11e6-a72e-b428cb934b78"><a href="https://mondodem.wordpress.com/2016/10/12/soft-o-hard-brexit-il-regno-unito-tra-globalizzazione-e-sovranita/#_ftnref1" name="_ftn1">[1]</a> <a href="https://www.ft.com/content/939c7ed0-8e32-11e6-a72e-b428cb934b78" rel="nofollow">https://www.ft.com/content/939c7ed0-8e32-11e6-a72e-b428cb934b78</a></h6>
<h6 id="2-http-www-economist-com-news-britain-21708264-theresa-may-fires-starting-gun-what-looks-likely-be-hard-brexit-taking-britain-out"><a href="https://mondodem.wordpress.com/2016/10/12/soft-o-hard-brexit-il-regno-unito-tra-globalizzazione-e-sovranita/#_ftnref2" name="_ftn2">[2]</a> <a href="http://www.economist.com/news/britain/21708264-theresa-may-fires-starting-gun-what-looks-likely-be-hard-brexit-taking-britain-out" rel="nofollow">http://www.economist.com/news/britain/21708264-theresa-may-fires-starting-gun-what-looks-likely-be-hard-brexit-taking-britain-out</a></h6>
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