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	<title>Clinton Archivi &#8211; MondoDem</title>
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	<description>Laboratorio di Politica Internazionale</description>
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	<title>Clinton Archivi &#8211; MondoDem</title>
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		<title>Il dilemma dei Democratici nell’era post Obama: come riconquistare il voto della middle-class?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 28 Nov 2016 13:58:55 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[USA e Americhe]]></category>
		<category><![CDATA[Clinton]]></category>
		<category><![CDATA[Democrats]]></category>
		<category><![CDATA[Elezioni USA]]></category>
		<category><![CDATA[Middle-class]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Di Sergio Gaudio* Mentre si andrà probabilmente al riconteggio dei voti in alcuni stati cardine negli USA, vale&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Di Sergio Gaudio*</em></p>
<p>Mentre si andrà probabilmente al riconteggio dei voti in alcuni stati cardine negli USA, vale la pena soffermarsi su un’analisi un po’ più chiara, adesso che i numeri e risultati elettorali delle presidenziali americane cominciano a stabilizzarsi.</p>
<p>Intanto, molti dei commenti che abbiamo visto il giorno dopo le elezioni erano probabilmente sbagliati, primi fra tutti quelli che davano una disaffezione delle classi più povere nei confronti dei democratici.</p>
<p>Partiamo da tre punti:  1) Clinton ha vinto il voto popolare, con oltre due milioni di preferenze in più, avvicinandosi probabilmente ai tre quando il conteggio sarà ultimato; 2) l’approvazione degli americani nei confronti di Obama è tra le più alte nella storia dei presidenti americani, dopo due mandati in carica e ben oltre il 50%; 3) il programma della Clinton è tra i più progressisti mai presentati dal partito democratico americano.</p>
<p>Riguardando poi i dati, compresa una recentissima analisi di Nate Silver, osserviamo che di certo non sono gli strati più poveri ad aver abbandonato i democratici quanto piuttosto, come si osservava da molte parti, quella parte di elettorato bianco con livelli di istruzione medio bassa.</p>
<p>Piuttosto, se una riflessione va fatta è che la classe media in genere non si è spostata dal voto a favore dei repubblicani, mantenendo le stesse percentuali verso i red ormai da diverse tornate elettorali.</p>
<p>Da questo punto di vista, non si può non ammettere un fallimento delle politiche di Obama che certamente ha ampliato la sfera dei diritti nella società americana, ma che non ha creato le condizioni per una crescita salariale tanto che il gap fra le classi più povere e quelle più ricche è aumentato in modo considerevole. A soffrirne soprattutto è stata la classe media, quella a cui durante le due campagne elettorali della sua presidenza lui si era rivolto.</p>
<p>C’è dunque una combinazione di elementi nel disagio che ha portato a questo voto, da un lato la paura di ricadere sotto la soglia della povertà che conduce a un isolazionismo anche sociale a cui, dall’altro, contribuisce una poca attenzione della politica che allarga i diritti per alcuni, ma che, per esempio, negli strati bianchi della popolazione non ha alcun effetto positivo.</p>
<p>Qui sta, dunque, il dilemma dei democratici americani nel dopo Obama, perché non c’è dubbio che quel voto dei bianchi vada riconquistato, specialmente nella rust belt. Tuttavia, i democrats devono mettere insieme i diritti e le istanze sociali su cui si sono spesi  con il sostegno per una visione larga nei confronti di accordi commerciali come il TPP, ad esempio, accordi ampiamente rigettati da quella parte dell’elettorato.</p>
<p>La questione non è banale soprattutto se vista in uno scenario internazionale in cui l’industria pesante di quelle zone degli USA deve competere su mercati in cui il costo del lavoro è largamente inferiore.</p>
<p>C’è poi per i democratici un problema di leadership: l’uscita di scena di Obama e la sconfitta elettorale acuiscono una mancanza già nota, ovvero quella di un suo successore. La Clinton difatti non appare ne’ in grado, ne’ intenzionata ad assumere un ruolo del genere, ne’ può esserlo Bernie Sanders, già per molti versi  poco ben visto dall’establishment dems.  Tuttavia, negli USA le elezioni sono sempre alle porte e la speranza è che il cambio nella demografia della società americana possa risollevare le sorti dei democratici, mentre i repubblicani, che, comunque, escono da queste elezioni estremamente deboli, non potranno per molto tempo ancora rimanere il partito dei bianchi.</p>
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<h5 id="sergio-gaudio-e-visiting-professor-a-embry-riddle-aeronautical-university-il-suo-campo-di-ricerca-e-quello-delle-onde-gravitazionali-nel-gruppo-delle-supernovae-di-ligo-e-inoltre-segretario-del-pd-n">Sergio Gaudio è visiting professor a Embry-Riddle Aeronautical University. Il suo campo di ricerca è quello delle onde gravitazionali nel gruppo delle Supernovae di LIGO. È inoltre segretario del PD negli USA,  consultore per la regione Calabria degli italiani all’estero e Direttore nel board di Fondazione Italia, organizzazione non profit per la promozione della lingua italiana.</h5>
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		<title>La lezione americana del populista Donald Trump</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Erik Burckhardt]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 11 Nov 2016 15:00:36 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Democrazia 2.0]]></category>
		<category><![CDATA[USA e Americhe]]></category>
		<category><![CDATA[Clinton]]></category>
		<category><![CDATA[Elezioni USA]]></category>
		<category><![CDATA[Populismo]]></category>
		<category><![CDATA[Trump]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La fotografia del voto americano è quella di qualche isola blu in un oceano rosso. È facile riconoscere,&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>La fotografia del voto americano è quella di qualche isola blu in un oceano rosso. È facile riconoscere, in alto a sinistra, l’azzurro di Seattle nel rosso dello Stato di Washington. Brillano le macchie blu di Chicago e di Minneapolis che sono bastate, da sole, ad assicurare la vittoria di Hillary Clinton negli Stati dell’Illinois e del Minnesota. Mentre non vale lo stesso per i punti blu di Detroit e di Milwaukee, sui quali hanno prevalso le distese rosse delle campagne del Michigan e del Wisconsin. Nel Nordest la striscia blu include, naturalmente, le metropoli di New York e Boston, e scende fino a Philadelphia, collegando tra di loro una serie di città come Charlotte e Atlanta.</p>
<p>Tale geografia e fenomenologia del voto americano non appare certamente una novità rispetto al passato. Tuttavia, questa volta sembrerebbe che la spaccatura dell’elettorato sia stata più profonda del solito. Mai come questa volta, le aree blu sono solo ed esclusivamente quelle più densamente popolate, le città. Negli USA ospitano il 62 per cento della popolazione, il che spiega anche perché Hillary Clinton abbia prevalso nel voto popolare, con quasi due milioni di voti in più del suo avversario, ma abbia perso le elezioni della nazione in cui i grandi agglomerati urbani rappresentano meno del 4 per cento della massa terrestre.</p>
<p>È nelle città che abitano, naturalmente, i grandi leader politici e i rappresentanti della società civile, del business e dello spettacolo, che mai come per le elezioni 2016 si sono spesi attivamente con video, dichiarazioni e interviste contro il diavolo Trump. Da Robert De Niro e George Clooney, fino a Beyoncé e Jennifer Lopez: il mondo delle celebrità ha  entusiasmato gli elettori di Hillary Clinton che animano i salotti di New York e i <em>red carpet</em> di Los Angeles, ma non sembra avere sortito effetto sulla popolazione anche un po’ invecchiata dei villaggi dell’Ohio. Gli editoriali del New York Times hanno consolidato l’opinione degli avventori dei caffè di Boston, ma non hanno convinto nessuno nei <em>country diner</em> del Michigan.</p>
<p>Nell’era della crisi economica e dell’instabilità globale, sembrerebbe che la classe media che vive nelle aree rurali guardi sempre meno ai politici di Washington come a delle guide a cui affidarsi. Gli intellettuali di New York muovono sempre meno le loro opinioni. E forse anche gli attori di Hollywood non ispirano più i loro sogni come una volta. Le riflessioni e le decisioni della classe media sono forse dettate da preoccupazioni più cogenti: il lavoro che manca, il reddito che diminuisce, il diverso che penetra nel perimetro delle abitudini e le minacce che tuonano da lontano.</p>
<p>Non che i progressisti americani dell’era Obama non abbiano cercato di governare la crisi. I risultati, specie in materia economica, sono stati notevoli, con la riduzione della disoccupazione dal 10 al 4 per cento in otto anni. Ma non tutti i problemi sono stati risolti, non tutte le minacce sono state sventate e di nuove se ne sono aggiunte. Negli Stati Uniti come nel Vecchio Mondo gli elettori della classe media esigono risposte. Non si accontentano più di un’avvincente quanto generica esaltazione dei valori progressisti. E per quanto sincere esse siano, non si fidano più delle promesse di un establishment che lavora per un orizzonte più roseo.</p>
<p>Difficile pensare che gli elettori abbiano potuto onestamente dubitare dell’impegno sociale e della competenza politica di Hillary Clinton, ma queste sono parse ai più delle virtù distanti dalle loro esigenze concrete; il lusso di una classe sociale cittadina e privilegiata. Diverso il pragmatismo populista di Donald Trump, che richiamando i sentimenti più comuni è apparso vicino e convincente.</p>
<p>Dopo la speranza di Obama, l’esasperazione di Donald Trump. Questi i sentimenti che hanno guidato la matita nelle cabine elettorali americane. Un processo non sorprendente all’analisi del commentatore europeo, che appena quattro mesi fa ha vissuto lo shock di Brexit e che osserva con preoccupazione il vento populista che soffia dall’Est Europa e che osserva cicloni diffusi in ogni Paese del Vecchio Continente, compreso il nostro.</p>
<p>Nel 1930, José Ortega y Gasset pubblicò “La ribellione delle masse” scrivendo della rivoluzione bolscevica e dell’ascesa del fascismo in un contesto in cui un senso di smarrimento popolare accompagnava l’Europa all’indomani del 1914-18. Una ribellione contro le élites non solo economiche, ma anche politiche e intellettuali, che condannò il continente e il mondo intero alla catastrofe della seconda guerra mondiale.</p>
<p>Non si vuole qui esagerare i rischi dell’imminente amministrazione Trump. Il sistema istituzionale americano è dotato dei necessari <em>checks and balances</em> per equilibrare, nei prossimi quattro anni, gli eventuali effetti nefasti di un Presidente che si è pubblicamente vantato dell’imprevedibilità delle sue azioni. E molto dipenderà anche dal comportamento e dal livello di responsabilità che assumerà il Partito Repubblicano che controlla il Congresso americano.</p>
<p>Quanto ai Democratici americani e più generalmente ai progressisti di ambo le sponde dell’Atlantico, ieri è stato loro recapitato un messaggio importante. Occorre quindi del tempo per analizzarne scrupolosamente il contenuto e per sviluppare un’adeguata risposta.</p>
<p>Essa dovrà essere fondata su una più effettiva capacità di ascolto, volta a raccogliere le esigenze imminenti e concrete di un elettorato, quello della classe media o almeno di una grande parte di essa, senza il quale è impossibile vincere le elezioni negli Stati Uniti quanto in ogni altro Paese. Inutile disegnare con passione un futuro fatto di valori quali l’eguaglianza, il pluralismo, l’inclusione sociale, la pace e l’internazionalismo, se non si è altrettanto preparati nel dare risposte concrete a chi denuncia un presente di degrado economico, di regresso sociale o comunque di aspettative frustrate.</p>
<p>Con l’ascolto, all’abilità di convincere dobbiamo accompagnare la capacità di farci convincere. Non basta costruire un futuro più prospero, occorre anche offrire garanzie per il presente, con misure immediate per migliorare la condizione sociale e l’aspettativa dei cittadini e degli elettori.</p>
<p>I populisti riescono in tale operazione costruendo artificialmente figure nemiche, siano esse gli immigrati insidiosi, i politici corrotti, le banche truffatrici, le religioni malevoli, o i popoli inferiori. Promettono poi di neutralizzarle, di risolvere così ogni male e restituire il benessere perduto. Una retorica pericolosa, della cui dannosità la storia è testimone.</p>
<p>E se, almeno nell’immediato, la demonizzazione del populismo non si è mai rivelata efficace, un antidoto è tuttavia necessario e corrisponde alla precisa responsabilità che incombe oggi sul ceto politico. Una via potrebbe essere quella di rimettere i diritti, in particolare quelli fondamentali e quelli sociali, al centro dei programmi e del dibattito. Non si tratta di recuperare una visione del mondo e della politica ormai datata. L’evoluzione delle società e del mercato del lavoro sono una realtà, e le regole per il suo funzionamento hanno bisogno di essere aggiornate.</p>
<p>Si tratta, invece, di rimettere le persone, gli individui e i loro diritti, al centro del discorso politico. Altrimenti, gli elettori continueranno ad avere l’impressione che la sinistra si stia occupando del mondo e del futuro, magari anche dei più deboli e dei popoli oppressi; insomma di tutto, ma mai di loro.</p>
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		<title>Il fenomeno Trump e il Weltschmerz d’America</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Annalisa Perteghella]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 01 Nov 2016 15:08:52 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[USA e Americhe]]></category>
		<category><![CDATA[America]]></category>
		<category><![CDATA[Clinton]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Otto anni fa di questi tempi ci preparavamo all’appuntamento con la storia. Nel novembre 2008 l’America impaurita dalla&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Otto anni fa di questi tempi ci preparavamo all’appuntamento con la storia. Nel novembre 2008 l’America impaurita dalla crisi economica e tramortita dalle difficoltà della guerra al terrorismo su scala globale, si preparava a eleggere non solo il suo primo presidente afroamericano ma anche e soprattutto il candidato del “change”, dell&#8217;”yes we can”, un avvocato idealista e convinto, per il quale l’impegno politico rappresentava il principale strumento attraverso il quale agire per il bene comune. Un eroe giovane e bello, investito del gravoso compito di esorcizzare le paure di un’America ripiegata su se stessa, di ricondurre a unità il corpo di una nazione fortemente divisa al proprio interno e lacerata da conflitti sociali profondi. Otto anni fa gli slogan “hope”, “change”, “yes we can” si imponevano sul “Country First” del rivale John McCain, e non solo perché a pronunciarli era un candidato infinitamente più carismatico, ma anche e soprattutto perché ad accoglierli vi era una nazione disposta a credere che il domani potesse essere effettivamente migliore, perché ai comizi vi era tanta di quell’energia nell’aria che avrebbero potuto far esplodere fuochi d’artificio per autocombustione.</p>
<p>Otto anni dopo, siamo alle prese con le battute finali di una campagna il cui sentimento prevalente sembra essere la stanchezza: cittadini, osservatori e analisti sembrano concordi nel desiderare che questa lunga maratona giunga finalmente a conclusione. Gli occhi non brillano più, semmai si volgono rassegnatamente verso il basso oppure si stringono nella tipica espressione di chi implora: “Basta”.</p>
<p>Che cosa è successo? Esiste una parola tedesca, densa di significato come solo le parole tedesche sanno essere: <em>Weltschmerz</em>, una sorta di dolore cosmico che porta a essere tristi per tutto quello che non va nel mondo, e che nel suo significato originario si manifesta come una piccola fitta al cuore derivante dalla mancata rispondenza tra le proprie aspettative e il modo in cui va il mondo. Più intimo della disillusione, il <em>Weltschmerz</em> si insinua negli antri più reconditi del nostro essere, spegnendoci da dentro. Uscendo dal contesto del romanticismo europeo all’interno del quale il termine è stato coniato, <em>Weltschmerz</em> è qualcosa di molto simile a ciò che in altre discipline e con altri linguaggi viene chiamato “deprivazione relativa”.</p>
<p>Non è un caso che Donald Trump abbia costruito il proprio successo elettorale facendo appello alle istanze della white working class, quella che più di tutte è uscita sconfitta dalle turbolenze economiche di questi anni. Michigan, Ohio, Alabama, Mississippi: se si sovrappongono sulla cartina le aree che più hanno risentito della crisi – quell’America rurale nella quale non si è compiuta la transizione dall’economia manifatturiera all’economia dei servizi – e quelle che votano per Trump, emerge una chiara identificazione. La stessa white working class che, secondo una recente analisi pubblicata da Brookings, si distingue per una scarsissima fiducia nel futuro.</p>
<p>Il dato realmente preoccupante – e foriero di conseguenze di non poco conto sul futuro – non è però che Trump abbia “regalato un sogno” ai nuovi disillusi; bensì che abbia utilizzato il loro malcontento per costruire un’ideologia nichilista (la risposta più semplice al senso di dolore cosmico è la negazione del senso). In questi mesi Trump ha scoperchiato il vaso di Pandora dell’America peggiore – la retorica dei muri e delle barriere, della paura e dell’odio verso il diverso, delle donne come oggetto a propria disposizione – dimenticando che soffiare sul fuoco del risentimento può far scoppiare incendi che finiscono per bruciare il nostro stesso edificio.</p>
<p>E non può sfuggire il parallelismo con quanto in atto in questo momento storico nel nostro continente: un’Europa che non riesce a realizzare il proprio potenziale di spazio comune di integrazione e progresso finisce per essere ostaggio di movimenti radicali ed estremisti, che forniscono risposte semplici e rassicuranti al profondo malessere di intere fasce di popolazione che sperimentano un profondo senso di disillusione verso le istituzioni partitiche tradizionali.</p>
<p>Che fare dunque? L’anno che verrà, in America come in Europa, si configura come un anno zero, in cui la parola chiave, nonché la risposta a ideologie nichiliste e distruttive, deve essere “costruire”. È necessario tornare all’idea weberiana della politica come <em>Beruf</em>, che è professione ma è anche vocazione. Restituire dignità alla complessità, dimostrando come competenza e serietà funzionino meglio delle risposte semplici, non rinunciando però a parlare al cuore di chi si sente deluso e intimorito, finanche arrabbiato. È necessario restituire un senso di fiducia nel domani a cittadini sempre più spaventati dal futuro o disorientati dal presente. Per farlo però sono necessarie leadership forti e salde. Guardiamo dunque con attenzione all’esito elettorale americano, e da lì ripartiamo. Se i sondaggi sembrano restituire la probabile vittoria di Hillary Clinton, rimangono però molte incognite sulla conformazione di Camera e Senato, e dunque sulla possibilità di dare reale esecuzione all’agenda democratica. In Europa, i diversi appuntamenti elettorali del prossimo anno rappresentano un banco di prova, una sfida che non si può perdere.</p>
<p>“Ci troviamo oggi alle soglie di una nuova frontiera, la frontiera degli anni Sessanta. Non è una frontiera che assicuri promesse, ma soltanto sfide, ricca di sconosciute occasioni, ma anche di pericoli, di incompiute speranze e di minacce”, così diceva John Fitzgerald Kennedy alla convention democratica del 1960. Oggi, quarantasei anni dopo, la frontiera “delle speranze incompiute e dei sogni” è ancora lì, e chiede di essere valicata.</p>
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		<title>Clinton-Trump: i sondaggi, gli stati in bilico e la battaglia per il Congresso</title>
		<link>https://www.mondodem.it/165/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 01 Nov 2016 15:06:58 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[USA e Americhe]]></category>
		<category><![CDATA[Clinton]]></category>
		<category><![CDATA[Elezioni USA]]></category>
		<category><![CDATA[Sondaggi]]></category>
		<category><![CDATA[Trump]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Di A.L.P. Quando manca poco più di una settimana all’Election Day che porterà duecento milioni di americani alle&#8230;</p>
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<div class="entry-content">
<p><em>Di A.L.P.</em></p>
<p>Quando manca poco più di una settimana all’Election Day che porterà duecento milioni di americani alle urne, sulla campagna si abbatte l’ennesimo colpo di scena. Il capo dell’FBI, James Comey, ha comunicato al Congresso di aver appreso dell’esistenza di altre e-mail di Hillary Clinton che sembrano pertinenti all’indagine già condotta (e chiusa) nei mesi scorsi. Le e-mail sarebbero state scoperte nel corso di un’altra indagine, quella che ha al centro Anthony Weiner, brillante promessa del Partito democratico poi caduto in disgrazia, nonché ex marito (da questo agosto) di Huma Abedin, numero 2 della campagna di Clinton e probabile sua futura Chief of Staff. L’ipotesi di Comey, ancora tutta da verificare, è che mail di Clinton contenenti informazioni sensibili siano transitate sui computer di casa Abedin-Weiner, con potenziali implicazioni per la sicurezza nazionale.</p>
<p>Facendo un passo indietro, lo scandalo relativo alle e-mail ha origine nel fatto che Clinton, durante il suo mandato da Segretario di stato, anziché usare il server del Dipartimento aveva fatto uso di un server privato, come del resto consentito dalla legge. Di fronte alla richiesta del governo di consegnare le proprie e-mail per l’archiviazione, Clinton aveva consegnato le e-mail relative alla propria attività di Segretario di stato, cancellando invece quelle private. A seguito di ciò, l’FBI aveva aperto un’indagine per appurare che l’utilizzo di una casella di posta privata non avesse creato problemi alla sicurezza nazionale, né celasse un tentativo da parte di Clinton di nascondere qualcosa. L’indagine si era poi conclusa con la dichiarazione che non vi era stato alcun intento criminale da parte di Clinton e con la raccomandazione da parte di Comey al Dipartimento di Giustizia di non intraprendere azioni contro la candidata democratica.</p>
<p>La decisione di Comey di riaprire l’indagine non è di per sè inusuale: semmai poco ortodossa è stata la decisione di comunicare la cosa al Congresso. L’FBI infatti, per suo stesso mandato, non è tenuta ad aggiornare opinione pubblica e Congresso sulle indagini in corso. Tanto più, verrebbe da aggiungere, perché ci troviamo nelle fasi salienti di un momento politico molto delicato per la nazione, e perché ciò che è nelle mani dell’FBI per ora è quasi nulla: le email “sembrano” pertinenti,  a oggi l’agenzia non sa descrivere la rilevanza dei materiali rinvenuti, né quanto tempo sarà necessario per esaminarlo. Con ogni probabilità il risultato dell’indagine arriverà ben dopo l’8 novembre, ma intanto l’ennesima, pesante ombra del sospetto, è stata gettata sulla candidata democratica.</p>
<p>Tralasciando il fatto che, grazie a una rivelazione molto incerta, le dinamiche perverse dei media e della contemporaneità fanno sì che le prime pagine Usa e lo stesso dibattito pubblico sembrino aver accantonato l’accusa a Trump di sexual assault – accuse per le quali esistono invece video e prove ben più consistenti –, occorre fare una riflessione sulla potenziale portata di questo ennesimo caso.</p>
<p>Per tutto il mese di ottobre, a partire dai giorni successivi al primo dibattito (tenutosi lo scorso 25 settembre), i sondaggi hanno restituito un chiaro trend positivo per Clinton, negativo per Trump, tanto che il divario tra i due era giunto ad attestarsi a 5-7 punti percentuali (RCP National Average). A partire dal 28 ottobre, giorno delle rivelazioni di Comey, il margine tra i due ha cominciato a restringersi. Tenendo conto del fatto che occorre qualche giorno perché i sondaggi assorbano gli effetti degli eventi, osserviamo che tra il 31 ottobre e l’1 novembre il margine si restringe ulteriormente, fino ad arrivare a 3,1 punti percentuali di differenza. In particolare, notiamo che non sono tanto i consensi di Clinton a calare quanto quelli di Trump a salire: a partire dal 29 ottobre il candidato repubblicano guadagna poco meno di un punto percentuale al giorno.</p>
<p>Questa “sorpresa di ottobre” sarà letale per Clinton? Non è detto. È già successo in passato che eventi inaspettati accadessero nell’ultimo mese di campagna (da cui l’espressione ormai di uso comune di “sorpresa di ottobre”), ma raramente essi da soli hanno determinato l’esito dell’elezione. Ricordiamo l’annuncio, il 31 ottobre 1968, del presidente Johnson di fermare i bombardamenti sul Vietnam e dare avvio a colloqui di pace: la settimana precedente l’annuncio il rivale Nixon era in vantaggio di 3 punti percentuali, la successiva il vantaggio si era ridotto a un punto; l’elezione  venne comunque vinta dal rivale. O ancora, in tempi più vicini a noi, il crollo del mercato azionario nella settimana del 6 ottobre 2008. Prima dell’evento, Obama era in vantaggio sul rivale McCain per 6 punti percentuali, divenuti 8 la settimana successiva: l’elezione si concluse con un +7 per Obama. Nel 2012, il 29 ottobre, fu la volta dell’uragano Sandy, che si abbattè sulla costa orientale del paese: il vantaggio percentuale di Obama su Romney (+1) rimase invariato prima e dopo l’evento, mentre l’elezione si concluse con un +4 per Obama.</p>
<p>Anche la statistica sembra mitigare l’allarme di una possibile rimonta di Trump: il sito FiveThirtyEight, che elabora un complesso modello statistico al fine di predire il risultato elettorale, assegna comunque a Clinton il 75,2% delle probabilità di vittoria, contro il 24,8% di Trump. La stessa aritmetica elettorale per ora è dalla parte di Clinton: se l’obiettivo di ciascun candidato è ottenere la maggioranza (270) dei 538 voti elettorali in palio, Clinton sembra avere al momento 263 voti contro i 164 di Trump. Dei 111 voti in palio nei toss-up states, i sondaggi ne assegnano 42 a Clinton, che arriverebbe dunque a quota 305, e 69 a Trump, che si fermerebbe a quota 233. In alcuni dei toss-up states però il vantaggio di Clinton è molto stretto (in Arizona, che assegna 11 voti, è di +0,6%). Questo è vero però anche per Trump: la Florida, che assegna 29 voti, quest’anno sembra essere più in bilico degli altri anni, e il vantaggio di un punto percentuale a favore di Trump potrebbe ridursi e anzi ribaltarsi a favore di Clinton, che a questo punto realizzerebbe un’impresa storica. Di fronte a questi dati, le possibilità di vittoria per Trump si riconducono a due scenari: il candidato repubblicano dovrebbe vincere in Iowa e Ohio (dove del resto è in vantaggio) e strappare ai democratici Michigan e Wisconsin, che però i sondaggi al momento assegnano saldamente a Clinton; oppure, potrebbe concentrare i propri sforzi in Pennsylvania e New Hampshire, anch’essi al momento più tendenti verso il partito Democratico.</p>
<p>Ma il prossimo 8 novembre non si vota solamente per la Casa Bianca: in palio ci sono anche i 435 seggi della Camera dei rappresentanti e un terzo dei seggi del Senato (34 seggi su 100). Dal 2014 entrambi i rami del Congresso sono controllati dai Repubblicani (la Camera dal 2010), situazione che ha ristretto non di poco il margine di azione di Obama, che si è visto dunque costretto a fare ricorso perlopiù a ordini esecutivi per avanzare la propria agenda. Le speranze democratiche di ottenere il controllo della Camera passano per la riconferma dei 188 seggi al momento detenuti e la contemporanea conquista di 30 seggi in questo momento in mano ai repubblicani: solo così si potrebbe ribaltare l’attuale situazione che vede i democratici detenere, appunto, 188 seggi, e i repubblicani 247, 29 più dei 218 necessari per avere la maggioranza. Al di là dell’effetto positivo che un voto per Hillary Clinton a livello nazionale può avere per i candidati democratici alle elezioni legislative, le probabilità che essi strappino ai repubblicani il controllo della Camera sono in realtà alquanto basse: gerrymandering (la pratica di ridisegnare i collegi elettorali in modo strumentale) e sistema elettorale maggioritario uninominale sembrano favorire i repubblicani.</p>
<p>Più aperta la corsa al Senato, che avviene con un sistema maggioritario semplice (ogni elettore vota per un candidato e viene eletto il candidato che ottiene la maggioranza relativa dei voti): non penalizzati dal gerrymandering, qui i Democratici potrebbero effettivamente capitalizzare sullo scarso consenso raccolto da Trump tra gli stessi elettori repubblicani, che quindi non si presenterebbero alle urne favorendo così i candidati democratici. Da rilevare però che, soprattutto nell’ultimo mese, si è assistito in campo repubblicano a una vera e propria corsa al rinnegamento di Trump, dettato probabilmente più dall’esigenza di salvaguardare il proprio seggio in Congresso che non da convinzioni etico-morali. Anche in questo caso, dunque, gli scenari sono quantomai aperti. Partendo da una situazione attuale di 54 seggi controllati da Repubblicani e 44 da Democratici (2 sono indipendenti, che però votano con i Democratici), e considerando che dei 34 seggi in palio quest’anno, 24 sono occupati da Repubblicani e 10 da Democratici, questi ultimi potrebbero ottenere la maggioranza solamente confermando i 10 seggi attualmente detenuti e strappandone almeno 4 ai Repubblicani. Di questi 4, 2 (Illinois e Wisconsin) sono conteggiabili in quota democratica; i due mancanti andranno conquistati tra i seggi con senatore repubblicano uscente che sono in bilico secondo i sondaggi (Indiana, Pennsylvania, North Carolina, New Hampshire, Missouri).</p>
<p>Occhi puntati sulle singole mappe nazionali, dunque, perché dal risultato di Camera e Senato passa anche la futura governabilità del paese: una presidenza Clinton con un Congresso compatto e ostile – e, se così sarà, vi è da scommettere che sarà <em>fortemente</em> ostile, tanto che alcuni osservatori ipotizzano futuri tentativi di impeachment – diminuisce notevolmente le possibilità che la storica democrazia americana riesca a riconciliare le proprie diverse anime e fare pace con se stessa. Al contrario, un quadro politico sempre più polarizzato potrebbe diminuire notevolmente non solo la capacità di azione sul fronte interno ma anche la postura politica internazionale, in un momento in cui invece il mare burrascoso della politica internazionale necessita di leadership salde al proprio timone.</p>
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		<title>La campagna elettorale americana sotto la lente del Fact-Checking</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 31 Oct 2016 15:19:31 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[USA e Americhe]]></category>
		<category><![CDATA[Clinton]]></category>
		<category><![CDATA[Elezioni USA]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[[youtube https://www.youtube.com/watch?v=ksqP0YLYrHg]
<p>Durante l&#8217;ultima campagna elettorale americana si è parlato spesso delle molte bugie di Donald Trump e delle reticenze di Hillary Clinton. Molti hanno visto analogie con le narrative spesso discordanti dalla realtà fattuale che attraversano le arene politiche anche di molti stati europei, a cominciare dal Regno Unito della Brexit.</p>
<p>Abbiamo chiesto quindi a <a href="http://www.poynter.org/author/alexios/">Alexios Mantzarlis</a>, fondatore di <a href="https://pagellapolitica.it/">Pagella Politica</a> e leader dell&#8217;International Fact-Checking Network di <a href="http://www.poynter.org/">Poynter</a>, un commento sulle principali &#8220;panzane&#8221; emerse durante la campagna elettorale statunitense e sul ruolo (e il successo) del fact-checking nell&#8217;informare l&#8217;opinione pubblica.</p>
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