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	<title>Featured Archivi &#8211; MondoDem</title>
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	<title>Featured Archivi &#8211; MondoDem</title>
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		<title>La radicalizzazione da Orlando a Lione: le tante storie di Samuel Byck</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Eugenio Dacrema]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 26 Jul 2016 16:08:09 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Esteri a confronto]]></category>
		<category><![CDATA[Featured]]></category>
		<category><![CDATA[Radicalizzazione]]></category>
		<category><![CDATA[Terrorismo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il 22 febbraio 1974 Samuel Byck guidava la sua vettura scalcinata verso l’aeroporto di Baltimora. Nato in una&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Il 22 febbraio 1974 Samuel Byck guidava la sua vettura scalcinata verso l’aeroporto di Baltimora.</strong> Nato in una famiglia modesta nel sud di Philadelphia, Samuel aveva lasciato la scuola giovanissimo per aiutare i genitori. Dopo essere cresciuto tra vari lavoretti e due anni di ferma nell’esercito, nel 1956 si era sposato e aveva avuto quattro figli. Ma nel 1972 la moglie lo lascia, portandosi via i bambini. Nei due anni successivi Samuel entra in profonda depressione, perde numerosi lavori e vede sfumare il progetto imprenditoriale nel quale aveva investito tutto a causa del rifiuto della Small Business Administration di accordargli il prestito necessario. Quel giorno Samuel guida verso l’aeroporto non per un volo d’affari o di piacere. Vuole dirottare un aereo e puntarlo contro la Casa Bianca: Samuel vuole uccidere il presidente Richard Nixon.</p>
<p><strong>Non ci riuscirà.</strong> Riuscirà solo ad arrivare a bordo del volo 523 diretto ad Atlanta ma verrà abbattuto dagli uomini della polizia, non prima però di togliere la vita a una guardia dell’aeroporto e a uno dei piloti. Trent’anni dopo la sua vicenda verrà ripresa da uno struggente film di Niels Mueller (“L’Assassinio di Richard Nixon”) in cui la sua parte verrà interpretata da Sean Penn.</p>
<p><strong>Perché una storia come quella di Samuel, a metà strada tra il folle, il tragico e il ridicolo, immersa in una atmosfera di soffocante malinconia, vale la pena di essere raccontata.</strong> Anche adesso, soprattutto ai nostri giorni dominati da crisi economiche, disoccupazione, guerre e bandiere nere. Soprattutto oggi le storie come quelle di Samuel Byck si ripetono ancora, sempre diverse e uguali a sé stesse. La stessa storia, uguale e diversa, si è ripetuta in Francia il dicembre scorso, quando Yassin Salhi, un impiegato di una compagnia di gas francese, ha decapitato il suo capo al termine di una storia professionale e personale di fallimenti e umiliazione. Questa volta però non ha detto di averlo fatto contro l’Europa, la Francia o il presidente Hollande. Ha detto di averlo fatto in nome dello Stato Islamico di Iraq e Siria e del suo Califfo Al-Baghdadi.</p>
<p><strong>La storia di Samuel si è ripetuta ancora poche settimane fa, nell’anonima stazione ferroviaria di uno sperduto villaggio nel cuore verde della Baviera.</strong> Questa volta è stato un disoccupato ventisettenne di Francoforte, di cui le autorità tedesche non hanno rilasciato le generalità (in un atto di rara correttezza umana e istituzionale per proteggerne i famigliari da probabili caccie alle streghe), che alle cinque del mattino ha aggredito con un pugnale gli assonnati passanti in attesa del treno uccidendone uno. Niente lunghe e solenni rivendicazioni in questo caso. Semplicemente i testimoni raccontano che poco prima di lanciarsi all’assalto il giovane abbia gridato “Allah Akhbar”.</p>
<p><strong>L’ultima replica della storia di Samuel, più tragica e sanguinosa come può accadere in un paese dove le armi automatiche si acquistano al supermercato, l’abbiamo vista pochi giorni fa, a migliaia di chilometri di distanza:</strong> a Orlando, Florida. Un uomo, proveniente da una famiglia di origine afghana molto conservatrice e omofoba, è entrato al Pulse, noto locale gay della città, massacrando 50 persone che si trovavano all’interno per una serata di musica latinoamericana. Omar Mateen era un omosessuale la cui sessualità era stata repressa dalle regole e dai pregiudizi impostigli dalla sua famiglia e da quel padre che, poche ore dopo la strage, ha rilasciato una dichiarazione in cui con un notevole esercizio retorico riusciva a condannare sia l’atto del figlio sia le sue vittime.</p>
<p><strong>La “Scalinata verso il Terrorismo”: L’abisso tra realtà e aspettative</strong></p>
<p><strong>Ci sono tanti modi di etichettare la strage di Orlando.</strong> C’è quella facile, ed elettoralmente proficua, dell’attacco a sfondo religioso. Ce n’è poi un’altra che vede nella strage del Pulse un tremendo rigurgito di omofobia, ancora così presente nella società americana.</p>
<p><strong>Ma questa strage è anche un’altra cosa</strong>. È l’espressione tragica e terribile di una dinamica umana che trascende la storia e la geografia, e che si ripete uguale a sé stessa a Baltimora come in Baviera. È la stessa dinamica dietro agli atti sanguinari di migliaia di individui in giro per il pianeta alla ricerca di un modo perché qualcuno nel mondo interpreti l’esplosione delle loro repressioni e disperazioni personali come un atto eroico. Come un atto in nome di un ideale più alto ed eterno che non la squallida vendetta contro un capo ufficio che ti ha umiliato per anni. Come un atto fatto con e in nome di molti altri, anche sconosciuti, membri del genere umano. Per non sentirsi soli e pazzi esecutori dell’epilogo miserabile delle proprie esistenze personali.</p>
<p><strong>Ma le storie di Samuel, Omar, Yassin, e dell’anonimo di Francoforte tra queste migliaia sono a loro modo speciali.</strong> Lo sono perché nella loro cruda e surreale semplicità sono in grado di mettere pienamente a nudo questa dinamica. Nel 2005 Fathali Moghaddam scrisse un paper accademico intitolato “The Staircase to Terrorism” (La Scalinata verso il Terrorismo). Il suo scopo era capire meglio come un individuo nel mezzo della sua vita abbandoni la propria visione del mondo per adottarne un’altra, più radicale, in grado in alcuni casi di portarlo a compiere atti di violenza. Lo psicologo iraniano della Georgetown University ipotizzò un processo progressivo, fatto di passaggi da uno stato di frustrazione che porta a perdere fede e attaccamento nella propria attuale visione del mondo a uno stato in cui ne adotta una nuova, in cui sente di riacquistare un posto di importanza nell’universo. Un posto eroico, che non lo veda più come un emarginato all’interno del proprio ambiente sociale, ma come un individuo padrone del proprio destino che agisce nel nome di una causa che coinvolge altri esseri umani che vedranno in lui un eroe. Tutto parte al “gradino zero”, il punto in cui l’individuo perde la rotta della propria esistenza, che va in una direzione contraria alle proprie aspettative. Ed è sulla dinamica delle aspettative e dei desideri indotti dalla società che lo circonda che si gioca gran parte di questo meccanismo. Non esistono soddisfazione o ricchezza assoluti, ma sempre relativi alla propria condizione individuale. Quella che appare una vita fortemente deludente a un membro delle classi medio-basse bianche americane che cerca riscossa nel sogno grottesco narrato da Trump può sembrare un paradiso inarrivabile a un contadino del Vietnam. Ma, al primo, degli immaginari del secondo – ammesso che ne venga mai a conoscenza – non importerà nulla. Quello che conta è la percezione dell’individuo, della propria condizione e di ciò a cui la società lo ha indotto a credere di essere destinato.</p>
<p><strong>Identità, categorie e autostima</strong></p>
<p><strong>Riflettendo sulle dinamiche profonde dell’identità, il sociologo britannico Richard Jenkins ha scritto “esiste qualcosa di ‘attivo’ nella parola identità che non può essere ignorato.</strong> L’identità non è semplicemente ‘data’. Deve essere sempre ristabilita”. Alla ricerca di questo significato fluido del concetto umano di identità, un altro sociologo inglese, Henri Tajfel, costruì un’intera teoria chiamata “teoria dell’identità sociale”. Secondo Tajfel, le persone dalla loro nascita alla loro morte cercano, formano e ricontrattano costantemente la propria identità interagendo con l’ambiente che li circonda, con i suoi simboli e, soprattutto, con gli altri esseri umani con cui entrano in contatto faccia a faccia o attraverso i moderni mezzi di comunicazione. L’identità diventa così un concetto estremamente fluido, continuamente condizionato dal contesto sociale, geografico e storico in cui queste interazioni avvengono. C’è qualcosa di estremamente rivoluzionario in questa affermazione. Perché essa fa diventare solide certezze, secolari realtà dell’esistenza umana come nazionalità, lingua o classe sociale, semplici incidenti della storia (e della geografia). Esse diventano solo qualcosa percepito come reale e rilevante dalle persone a causa di condizioni particolari che dominano la psicologia del loro gruppo sociale in un certo periodo. Oggi alcuni si sentono risolutamente italiani, ieri altri, o magari gli stessi, si sentivano risolutamente comunisti, categorizzandosi secondo l’appartenenza a una classe sociale che nella loro percezione trascendeva ogni confine politico o geografico. Altri ancora si categorizzano rispetto ad altri set di valori basati sulle più svariate classificazioni: la nazione, la classe sociale, il modo di vestirsi, o la passione irrefrenabile per Star Wars.</p>
<p><strong>In maniera analoga, molti anziani leader di quelli che oggi sono affermati partiti islamisti in giro per il Medio Oriente, in gioventù appartenevano alle formazioni laiche panarabiste che dominavano la scena politica mediorientale negli anni ’50 e ’60.</strong> Quando il nazionalismo (e non la religione) dominava e plasmava le identità di tanti giovani della regione. Molti di quelli che ieri si sentivano primariamente arabi, oggi si sentono primariamente musulmani. Secondo Tajfel, questa auto-categorizzazione che gli individui operano continuamente non è indipendente, bensì esiste sempre in funzione di un opposto, un “relevant group” che attraverso la sua esistenza permette all’individuo di demarcare con precisione i confini della propria categoria di appartenenza, di quello che è e che non è, e di definire così il proprio posto nel mondo. Per esistere, qualunque eroe positivo ha bisogno di un antagonista: che siano i politici corrotti, Bilderberg, il Grande Satana americano, Richard Nixon, o le persone omosessuali.</p>
<p><strong>Il posto che questo individuo percepisce di avere all’interno della propria categoria è fondamentale.</strong> Esso è il motore stesso della sua scelta e del suo agire, in uno scambio costante tra la soddisfazione delle proprie aspettative in cambio dell’adesione totale a quella visione del mondo. La maggior parte degli individui si sente parte di numerose “categorie” allo stesso momento. La contingenza storica e, soprattutto, la capacità di una categoria in un certo momento di conferire autostima all’individuo, di farlo sentire parte di un gruppo sociale vincente e destinato a prevalere, sono ciò che porta una certa categoria a essere percepita più fortemente dall’individuo. Essere milanisti ai tempi di Sacchi o Capello era assai più semplice rispetto a oggi. Gli abbonamenti allo stadio e le vendite di gadget si impennavano: tutti volevano mostrare e sentirsi parte di un gruppo considerato vincente e sulla cresta dell’onda. Esattamente il contrario di ciò che accade oggi.</p>
<p><strong>Il califfato e la radicalizzazione a costo zero</strong></p>
<p><strong>Ma cosa c’entrano i milanisti con la vicenda di Samuel Byck?</strong> Non hanno già abbastanza problemi?</p>
<p><strong>In effetti direttamente pochissimo,</strong> ma l’andamento del tifo per una squadra di calcio – del senso di “appartenenza” che essa ispira a seconda che vinca o meno – è una dinamica del tutto simile a quella che avviene nella mente di una persona che cerca disperatamente una nuova cornice in cui vedere le proprie azioni. Una squadra di calcio, così come l’appartenenza a un movimento ideologico, sono strumenti a disposizione dell’individuo per accrescere la propria percezione di occupare un posto di valore nel mondo: “Non sono più un cittadino privo di qualunque influenza sulle decisioni politiche del mio paese. Oggi posso votare online, scegliere alternative, far parte di un movimento che veicola la mia voce come gli altri rifiutavano di fare. Dove uno vale uno.” Prima di salire sulla sua macchina per dirigersi all’aeroporto, Samuel Byck aveva registrato numerose audiocassette che aveva spedito a diversi politici americani. Li accusava di essere i membri di una cupola organizzata votata alla corruzione e allo sfruttamento del popolo americano. Ricorda qualcosa?</p>
<p><strong>Ovviamente Samuel Byck rimase solo nella propria nuova complottista visione del mondo “fatta in casa”.</strong> In altri casi, quando una visione del mondo simile è più o meno istituzionalizzata all’interno di un gruppo organizzato che limita i possibili strumenti di azione dei propri membri, essa può essere in grado di escludere l’uso della violenza. Quasi sempre. Anche quando rifiutano esplicitamente la violenza, la logica dell’odio che di solito caratterizza il messaggio di formazioni sociali e politiche che predicano il “noi” contro di “loro”, il “popolo buono” contro i suoi perfidi e mefistofelici “nemici” sono naturalmente portate a seminare una tensione che può portare a scoppi di violenza isolati ma non necessariamente meno gravi. Ne sa qualcosa, per esempio, il Regno Unito, ancora sotto choc per l’omicidio della deputata laburista Jo Cox.</p>
<p><strong>Ma in generale un gruppo del genere appare inutile per un individuo che cerca una giustificazione epica ed eterna per sgozzare il proprio capoufficio.</strong> Molto più utile invece ricorrere a un altro simbolo, qualcosa di cui parlano tutti, qualcosa che dice in continuazione, accompagnandosi con video ogni giorno più truculenti, che la violenza nel loro nome è accettata e anzi incoraggiata. Che puoi essere un eroe del Califfato a costo zero: zero quote d’iscrizione, zero viaggi di addestramento, zero gavetta. L’eternità in cambio di una dichiarazione di fedeltà, anche al 911 un minuto prima di passare all’azione, e la libertà di sfogare finalmente le tue frustrazioni sapendo che c’è qualcuno, da qualche parte nel mondo, che non vedrà in te uno sfigato, come in fondo anche tu pensi di essere; ma un eroe.</p>
<p><strong>Un affare d’oro.</strong> Un affare allettante per sempre più persone in un’epoca in cui crisi economiche e crescenti ineguaglianze sociali aumentano costantemente il gap tra risultati e aspettative nelle vite di milioni di persone in giro per il mondo. Un’epoca in cui le tante storie di Samuel Byck ritornano ancora, in mille forme sempre uguali e sempre diverse, a ricordarci le radici profonde di questo male insieme banale e feroce. E le sue imprevedibili conseguenze.</p>
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		<title>Verso una strategia per la Libia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Tommaso Canetta]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 08 May 2016 16:10:40 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Grande Medio Oriente]]></category>
		<category><![CDATA[Featured]]></category>
		<category><![CDATA[Libia]]></category>
		<category><![CDATA[Stato Islamico]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Contributo di Arturo Varvelli (ISPI) La minaccia dello Stato Islamico Le risorse umane La Libia appare oggi sempre più&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Contributo di Arturo Varvelli (ISPI)</p>
<p><strong>La minaccia dello Stato Islamico</strong></p>
<p><em><strong>Le risorse umane</strong></em></p>
<p>La Libia appare oggi sempre più permeabile alla presenza di combattenti legati allo Stato Islamico (ISIS). Fonti affidabili reputano che ci siano complessivamente tra 5000 e 6000 miliziani Isis che operano in Libia (l’ONU a fine novembre dichiarava circa 3000-3500; il Dipartimento Stato USA a gennaio 5000; più recenti fonti di stampa attorno a 6000). Il nucleo principale di questa presenza si attesta nella città di Sirte, sulla costa mediterranea nella Libia centrale. Il contesto dell’ascesa di Isis a Sirte appare per certi versi simile a quello che lo aveva inizialmente favorito in Iraq, ossia l’esclusione di parte della popolazione da un processo di partecipazione politica. Non appare un caso che Sirte sia la città natale di Muammar Gheddafi, e territorio dove è presente la tribù Qaddafa. Dalla sua caduta, la tribù è stata emarginata e ostracizzata dal governo di Tripoli, accusata da altre milizie di connivenza con il passato regime e, in più di un’occasione, duramente colpita per questo motivo. Parte dei giovani della tribù e di seconde linee del regime (figure più defilate rispetto al caso iracheno), a cominciare dalla primavera 2015 hanno quindi sposato la causa dell’Isis, più per motivazioni politiche che ideologiche. Appare poi piuttosto certa e in costante aumento la presenza di stranieri, in particolare iracheni (tra i vertici) e tunisini.<br />
<em><strong>La presenza territoriale</strong></em></p>
<p>Il sedicente Stato islamico è presente nell’area di Sirte, dove pare controllare circa 180/200 chilometri di costa mediterranea. La debolezza delle forze locali che si oppongono a Isis, rischia di facilitare la conquista, più volte minacciata da parte del gruppo, delle infrastrutture petrolifere del Bacino della Sirte, che tra dicembre 2015 e febbraio 2016 sono state bersaglio di numerosi attacchi. L’eventuale caduta di queste aree, priverebbe lo Stato libico delle uniche entrate di cui dispone: i proventi del petrolio. In seconda battuta garantirebbe rendite consistenti al sedicente Stato Islamico, sebbene, data la posizione geografica, la vendita irregolare del greggio sia molto più complessa da operare rispetto a Siria e Iraq. La decisione di Isis di orientare il fronte operativo a est, garantirebbe al movimento un importante vantaggio strategico evitandogli, almeno per il momento, uno scontro diretto con le milizie di Misurata, tra le meglio attrezzate in Libia. L’Isis appare inoltre disporre di altre aree di controllo in tutto il paese, da Derna, dove aveva inizialmente stabilito una prima enclave alla fine del 2014, fino a Sabratha, dove un campo di addestramento è stato colpito di recente da un raid statunitense. Nelle ultime settimane, a seguito di una escalation degli scontri tra ISIS e le milizie limitrofe, vi è stata un’apparente mobilitazione di alcune forze (comprese quelle del Generale Khalifa Haftar) in vista di un possibile attacco alle zone sotto il controllo di ISIS. Le reali intenzioni sono da chiarire.<br />
<strong>Il quadro politico-strategico</strong></p>
<p>Il 17 dicembre scorso, nella cittadina marocchina di Skhirat, sotto l’egida dell’ONU e del nuovo inviato Martin Kobler, i rappresentanti di alcune fazioni hanno firmato un nuovo “Accordo Politico Libico” che prevede un governo di unità nazionale e la condivisione del potere tra il parlamento di Tobruk, espressione delle elezioni del giugno 2014, e quello di Tripoli, re-instaurato nel settembre dello stesso anno. L’accordo è stato ufficialmente adottato con la risoluzione Onu 2259, approvata il 23 dicembre 2015. La risoluzione obbliga gli stati membri a relazionarsi soltanto con il governo di unità nazionale scaturito dal processo di Skhirat mentre, al contempo, stabilisce che la comunità internazionale possa intervenire militarmente contro lo Stato Islamico solamente previa “richiesta del governo libico”. Faiez Serraj ha ricevuto l’incarico di guidare il governo, co-adiuvato da un Consiglio Presidenziale di 9 membri. A metà febbraio, Serraj ha presentato il proprio esecutivo composto da 18 nomi che è ora in attesa di approvazione da parte del parlamento di Tobruk, l’unico riconosciuto a livello internazionale. Il 13 febbraio il Consiglio di presidenza libico ha deciso di non attendere più il voto di fiducia del parlamento libico, e di auto-legittimarsi sulla base di un documento a favore del governo di unità nazionale firmato da 101 deputati del parlamento di Tobruk. Nell’ultimo mese il parlamento di Tobruk non è riuscito a raggiungere il numero legale (e votare l’approvazione del nuovo governo) a causa delle intimidazioni subite dai deputati favorevoli. La comunità internazionale e l’inviato speciale ONU Martin Kobler, hanno espresso pieno sostegno alla mossa del Consiglio di presidenza. Nella fase iniziale il nuovo governo di Serraj (GNA, General National Accord) ha operato dall’estero, in particolare da Tunisi, e non in Libia perché la capitale Tripoli, conquistata nell’estate del 2014, era – ed è ancora oggi in gran parte – sotto il controllo del General National Congress (GNC). Il 30 marzo il governo di Serraj è giunto a Tripoli via mare (l’aeroporto della capitale era stato fatto chiudere in precedenza pare proprio per evitare l’arrivo del governo unitario) e si è insediato nella base navale di Abu Sittah, a 3 km dal centro della città. Il governo/parlamento di Tripoli (GNC) sembra non essere più attivo. Serraj sembra aver consolidato la propria presenza nella capitale grazie al supporto di una parte delle milizie locali, tuttavia, permane il timore che il nuovo governo di unità nazionale sia percepito come una imposizione da parte della comunità internazionale, in particolare occidentale.<br />
<strong>Obiettivi politici</strong></p>
<p>Il presupposto fondamentale di ogni intervento armato è che sia chiaro l’obiettivo politico. Conseguentemente l’intervento deve essere valutato, nella sua opportunità e nelle modalità, in base a tale premessa che, sebbene appaia scontata, viene spesso dimenticata. Lo dimostra la scarsa chiarezza, in termini di obiettivi politici, che ha caratterizzato molti dei recenti interventi militari occidentali nei teatri mediorientali. Questa mancata chiarezza conduce a missioni a tempo indeterminato, la cui efficacia politica viene progressivamente erosa. Si pensi ancora al caso dell’Iraq o dell’Afghanistan.<br />
La finalità di un eventuale intervento in Libia, dovrebbe essere quella di contribuire al rafforzamento del governo unitario. Finora sono stati considerati requisiti necessari per una possibile azione militare straniera in Libia l’accordo tra fazioni libiche, la formazione del governo ed una successiva richiesta di intervento da parte dello stesso. Alcune recenti indiscrezioni, tuttavia, lasciano intendere che alcuni attori abbiano valutato l’opportunità di cambiare strategia, considerando l’ipotesi di avviare bombardamenti più massicci e interventi militari diretti contro l’Isis, anche senza una formale richiesta da parte di un legittimo governo libico. Il potenziale di rischio di una scelta in tal senso, come dimostrano numerose esperienze passate, compreso l’intervento NATO in Libia del 2011, è terribilmente alto.<br />
<strong>Presupposto per l’individuazione di un eventuale intervento</strong></p>
<p>Il presupposto analitico della scelta politica di un intervento, si fonda sul fatto che il contenimento e/o contrasto militare all’ISIS – condotto principalmente tramite bombardamenti aerei – non sia sufficiente. Questo appare piuttosto evidente in Siria e Iraq. Se, inoltre, si tiene presente come le cause profonde dell’ascesa dell’ISIS, e di altri gruppi islamico radicali in Medio Oriente e Africa, siano da rintracciarsi principalmente nello sfaldarsi delle entità statuali – con le definizioni politologiche di “Stati fragili”, “Stati falliti” o “Stati in via di fallimento” – emerge chiaramente come soltanto attraverso il contributo con politiche attive alla ricostruzione di questi Stati, e in questo caso dello Stato libico, sia possibile arginare la minaccia di contesto anarchico favorevole all’espansione dello Stato Islamico.<br />
Quando nel corso degli ultimi cinque anni si è più volte ripetuto che “ci si deve occupare della Libia”, certamente si immaginava qualcosa di più di un nuovo intervento armato.<br />
Si intendeva, in primis, accompagnare il tentativo libico di sviluppare un sistema politico partecipativo, per il quale nel 2012 andarono a votare più del 60% degli aventi diritto, pur non avendo una chiara idea di cosa comportasse un sistema di voto democratico, dopo oltre 40 anni di regime di Gheddafi. Si intendeva la necessità di favorire il processo di “nation bulding” e di “state building” in un paese dall’identità nazionale ancora fragile, che si era retto negli ultimi decenni unicamente sulla figura di un leader totalitario che aveva smantellato sistematicamente ogni istituzione in gradi di agire da contrappeso alla sua personale gestione del potere. Un potere che gli derivava principalmente dai proventi del petrolio. Un obiettivo politico chiaro insomma, seppur estremamente complesso e articolato.<br />
Eppure, nel calderone delle semplificazioni giornalistiche di questi giorni, è spesso implicita una corrispondenza pericolosa: non dare immediatamente avvio ad una spedizione militare, vorrebbe dire non avere un ruolo. Ergo, vorrebbe dire non occuparsi della Libia. In realtà occuparsi della Libia significa affrontare le difficoltà del Paese. E non sembra che con i bombardamenti aerei si possa porre rimedio alla fragilità delle istituzioni, ricomporre il quadro politico, e ridare fiducia ad una popolazione che nel 2014 ha fatto registrare un’affluenza al voto per le elezioni legislativa soltanto del 18%, dimostrando come in pochi mesi, gran parte di coloro che avevano creduto in un processo di partecipazione democratica avevano già perso ogni fiducia. Occorre dunque continuare il percorso di ricostruzione del Paese. Serve un nuovo “patto civile e sociale” che faccia da argine alla frammentazione, serve affrontare i nodi politici interni e internazionali.<br />
<strong>Nodi politici irrisolti e rischi di un intervento senza accordo politico tra le fazioni libiche</strong></p>
<p>Pertanto, la stabilizzazione di un governo unitario dovrebbe essere l’obiettivo prioritario e, come tale, va perseguito con tutti gli strumenti possibili dalla comunità internazionale e dall’Italia. I nodi che finora hanno impedito il successo del negoziato sono ancora da sciogliere, in particolare il ruolo che avrà il generale Haftar nel futuro della Libia e la perdurante ostilità all’accordo di buona parte delle milizie e delle forze politiche della Tripolitania, che fanno riferimento al presidente islamista del Parlamento di Tripoli, Nuri Abu Sahmein. È poi logico pensare che un intervento armato in un paese che faticosamente cerca di ricomporre il quadro politico possa definitivamente compromettere le residue speranze di pacificazione. È molto facile che un intervento esterno faciliti il compattamento dei gruppi islamisti attorno alla forza preponderante, il sedicente Stato islamico, offrendo ad esso una potente arma propagandistica ed aumentandone il potenziale bacino di reclutamento. Il panorama politico libico sembra ancora vittima degli interessi di parte contro gli interessi generali della nazione. Nell’ultimo mese il parlamento di Tobruk non è riuscito a raggiungere il numero legale (e votare l’approvazione del nuovo governo) a causa delle forti intimidazioni subite dai deputati favorevoli. Non è d’altra parte auspicabile per gli interessi italiani ed europei, che si creino le condizioni di operatività del nuovo governo di Serraj senza che vi sia una piena volontà politica delle amministrazioni Tobruk e Tripoli di aderirvi.<br />
Vi è da considerare che agli occhi dei libici un nuovo intervento esterno, anche nel caso che fosse un governo libico unitario a richiederlo, potrebbe svuotare definitivamente quest’ultimo di qualsiasi credibilità, facendolo apparire palesemente irrilevante o peggio un “fantoccio” dell’Occidente, causandone rapidamente il boicottaggio da parte di numerosi paesi arabi. È bene ricordare che l’obiettivo finale dovrebbe essere una reale stabilità della Libia, e questo può essere conseguito soltanto attraverso politiche di stabilizzazione di lungo periodo. Per questo è necessario guardare non solo al quadro libico, ma a quello internazionale. Per esempio, è auspicabile rassicurare l’Egitto e trovare un accordo, affinché il governo si liberi della carta Haftar, che rappresenta un impedimento troppo rilevante al processo di riconciliazione nazionale. Nonostante lo scorrere del tempo favorisca l’Isis, sono necessarie pazienza ed una visione politica lucida e di lungo periodo, non aggressività militare.<br />
<strong>Politiche di stabilizzazione</strong></p>
<p>In sintesi, la comunità internazionale, l’Europa e i principali attori coinvolti nella crisi libica (Italia, Stati Uniti, Francia, Gran Bretagna e Germania) dovrebbero:</p>
<ul>
<li>De-enfatizzare la questione della “legittimità” nelle dichiarazioni pubbliche e porre invece enfasi sulla partecipazione ai negoziati condotti dalle Nazioni Unite e sul comportamento degli attori sul terreno, in particolare l’aderenza al cessate il fuoco. Al contempo, è necessaria una decisa azione diplomatica per rafforzare il nuovo governo di Serraj e permettergli di prendere pieno possesso della capitale e dell’amministrazione reale del paese, attraverso consultazioni con le forze politiche libiche e le milizie, in particolare della Tripolitania. Continuare un processo di consultazione tra gli attori chiave del paese: partiti politici, rappresentanti locali delle municipalità, società civile, rappresentanti delle minoranze (tebu, tuareg, berberi) e delle tribù per quanto possibile (sulla traccia di quanto già iniziato a Skhirat). Il processo di legittimazione del nuovo governo deve avvenire in un costante processo di costruzione di consenso vero tra forze politiche e milizie.</li>
<li>Essere più espliciti nel confronto con gli attori regionali che contribuiscono ad alimentare ancora il conflitto fornendo armi o altro aiuto militare o politico – in particolare Ciad, Egitto, Qatar, Sudan, Turchia ed Emirati Arabi Uniti (EAU) – e incoraggiarli a premere i loro alleati libici a negoziare in buona fede alla ricerca di una soluzione politica. Gli attori regionali che tentano di sostenere i negoziati, in particolare Algeria e Tunisia, dovrebbero essere incoraggiati e sostenuti.</li>
<li>Elaborare strategie politiche e militari per combattere il terrorismo, in coordinamento con le forze politiche libiche di ogni area, astenendosi al contempo dal sostenere un intervento militare esterno per combattere l’ISIS, nonché facilitare in tal senso un coordinamento sul terreno delle forze vicine a Serraj e di quelle facenti capo a Haftar, anche come primo passo di appeasement politico.</li>
<li>Mantenere per ora l’embargo sulle armi delle Nazioni Unite, respingendo espressamente la sua revoca totale o parziale e rafforzarne invece l’attuazione, per quanto possibile.</li>
<li>Ampliare le sanzioni ONU e UE ad personam contro coloro che si oppongono al processo politico e al nuovo governo di unità nazionale sulla base di criteri trasparenti e oggettivi, in particolare contro chi si rende colpevole di incitamento o partecipazione a violenze.</li>
<li>Sostenere, anche militarmente laddove necessario, l’incolumità fisica dei nuovi rappresentanti politici, del governo e delle istituzioni economico-finanziarie, che devono essere messi in condizione di prendere decisioni senza le pressioni e le intimidazioni delle milizie.</li>
<li>Proteggere la neutralità e l’indipendenza delle istituzioni finanziarie e petrolifere: la Central Bank of Libya (CBL), la Società National Oil (NOC) e la Libyan Investment Authority (LIA); nonché garantire che queste gestiscano la ricchezza nazionale in modo da far fronte alle esigenze fondamentali dei cittadini e contribuire ad una soluzione politica negoziata.</li>
<li>Avviare programmi di disarmo, smobilitazione e reintegrazione per i miliziani che siano legati ad incentivi economici da parte del nuovo governo. Avviare reali programmi di integrazione di alcune milizie all’interno delle forze di polizia e dell’esercito. Terminare il pagamento indiscriminato ai miliziani subordinando tali pagamenti all’adesione dei programmi del nuovo governo.</li>
<li>Avviare un reale processo di “State-building / Institution building” con l’ausilio dell’ONU e della UE.</li>
<li>L’Italia si è dichiarata pronta a prendere il comando delle operazioni, ma è necessario che il compito di affrontare sul campo l’ISIS venga demandato alle forze libiche sostenute, addestrate e ‘consigliate’ da quelle internazionali sulla base del principio SFA (Security Forces Assistance): train, assist e advise in linea con quanto già avviene in altri teatri di guerra, dall’Afghanistan al Kurdistan.</li>
</ul>
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		<title>L’Egitto che non abbiamo voluto vedere</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 29 Mar 2016 16:14:23 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Grande Medio Oriente]]></category>
		<category><![CDATA[Egitto]]></category>
		<category><![CDATA[Featured]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>MondoDem Redazione “L’Egitto è un partner strategico” è il mantra che si ripete da un mese a questa&#8230;</p>
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<div class="_2cuy _3dgx _2vxa"></div>
<div class="_2cuy _3dgx _2vxa">“L’Egitto è un partner strategico” è il mantra che si ripete da un mese a questa parte, da quando la tragica scomparsa del giovane ricercatore Giulio Regeni ha fatto irruzione nella quotidianità del dibattito pubblico italiano. Non si è trattato però di una semplice scomparsa: Giulio è stato fatto scomparire, è stato torturato per giorni e ucciso, il suo corpo abbandonato in un fosso alla periferia della capitale egiziana, i responsabili ancora senza nome. Ma è difficile dubitare, al di là della diplomazia delle dichiarazioni ufficiali, del coinvolgimento delle forze di sicurezza egiziane. Ed è proprio da questo punto che la politica deve partire per una seria e fredda riflessione, al riparo dall’emotività e dall’orrore generato dalla vicenda nell’opinione pubblica. Perché la morte di Giulio Regeni è prima di tutto un segnale, tragico, di qualcosa che finora ci eravamo probabilmente rifiutati di vedere: la fragile ferocia del regime egiziano.</div>
<div class="_2cuy _3dgx _2vxa">Un regime che noi chiamiamo, a ragione, “partner strategico”, alla testa del paese più popoloso del Mediterraneo, ricco di risorse e potenzialità economiche di cui l’Italia è sempre stata, per ragioni storiche e geografiche, un partner fondamentale. Ma oggi quel regime è “partner strategico” anche nell’altra grande questione del nostro tempo: la lotta al terrorismo. Un regime dominato dall’esercito che ha ripreso il potere nel nome della stabilità dopo il lungo travaglio seguito alla caduta di Hosni Mubarak e l’ascesa al potere della Fratellanza Musulmana. Abbiamo lasciato fare, pensando che tutto sommato fosse la soluzione migliore dopo anni di instabilità. Ma il prezzo dell’accettazione acritica della restaurazione di una dittatura militare nel nome della “stabilità prima di tutto” è stato alto e ha comportato prima di tutto ignorare cosa quel “tutto” significasse, per gli egiziani in primis, ma anche per l’Europa e per l’Italia. Un paese, l’Egitto, in cui ogni sviluppo democratico, sociale ed economico è stato congelato in una “transizione” rimasta tale solo nella retorica, con una economia ritornata saldamente alle logiche clientelari dell’era Mubarak, le cui gravi lacune strutturali vengono coperte con lanci di megaprogetti molto più utili per la propaganda di regime che per la creazione di lavoro e crescita diffusa.</div>
<div class="_2cuy _3dgx _2vxa">L’Egitto è oggi un gigante dai piedi d’argilla, una realtà che in passato abbiamo voluto ignorare in nome di quel concetto, così apparentemente “realista” e “saggio”, della “stabilità prima di tutto”. La morte di Giulio Regeni deve almeno essere il punto di partenza per portare la politica a riflettere sul significato di quel “tutto” a cui la stabilità è stata finora anteposta e quanto quel “tutto” conti per la nostra sicurezza, per la nostra capacità di sviluppare relazioni economiche stabili e crescenti e per la difesa dei nostri stessi interessi nazionali.</div>
<div class="_2cuy _3dgx _2vxa">Deve portare la politica a riflettere davvero sul significato di “interesse nazionale” nella sua accezione più ampia e omnicompresiva, capace di andare finalmente ben oltre il breve termine e abbracciare orizzonti di lungo periodo. L’Italia non ha solo un interesse in un “partner strategico” stabile. Ha soprattutto l’interesse in un partner strategico in grado di sviluppare quegli strumenti economici, sociali e soprattutto democratici in grado di portare davvero beneficio agli egiziani, e con essi ai loro partner internazionali. Perché se prima ci illudevamo che la “stabilità prima di tutto” fosse almeno nel nostro interesse, anche se probabilmente non in quello del popolo egiziano, oggi, dopo la tragica vicenda di Giulio Regeni, è il momento di riconoscere che non solo non fa nemmeno il nostro interesse ma rischia di imprigionarci in un rapporto pericoloso.</div>
<div class="_2cuy _3dgx _2vxa">Ripensare al concetto di stabilità, e a che tipo di stabilità vorremmo per questo nostro alleato di primo piano è perciò necessario e urgente. L’Italia, ben lungi dall’essere la Cenerentola delle relazioni internazionali, la grande esclusa dal tavolo delle questioni e degli attori che contano, dispone di leve importanti per far valere la propria posizione. È per questo che occorre tenere aperto il canale diplomatico, associando alla pressione politica sulla richiesta di verità sulla morte di Giulio la ridiscussione di un certo modo di fare affari. È per questo che occorre mettere in discussione il business as usual, che occorre convincere il regime che le vere riforme che potrebbero consacrarlo come leader e potrebbero riconsegnare un Egitto più stabile in senso inclusivo, sono le riforme che permettono la redistribuzione della ricchezza dalle mani nelle quali è sempre rimasta – passando attraverso rivoluzioni e contro-rivoluzioni – alla popolazione egiziana; che è necessario favorire lo sviluppo della piccola e media impresa; che le iniezioni di liquidità provenienti dal Golfo sono semplice metadone che non risolve i problemi strutturali di un’economia drogata e stremata; che i diritti umani non sono un vezzo con cui possono permettersi di intrattenersi i paesi che non sono sottoposti a minacce alla propria sicurezza, ma che al contrario sono la pietra angolare di uno stato moderno che intenda porsi come bastione della stabilità in una regione dove violenza e abdicazione alla propria umanità sembrano purtroppo diventati all’ordine del giorno.</div>
<div class="_2cuy _3dgx _2vxa">
<p>Come mettere in pratica tutto ciò? Trovare la risposta a questa domanda, o perlomeno avviare una seria riflessione in merito, dovrebbe essere precisamente l’obiettivo del dibattito politico italiano. Al di là delle recriminazioni, della pressione, delle – legittime e giuste – richieste di verità, occorre domandarsi da che cosa è possibile ripartire, quali condizioni sia giusto introdurre, cosa si potrebbe fare per sostenere in maniera sostenibile i processi di transizione post-primavere arabe. Occorre prendere decisioni coraggiose, che partano dalla consapevolezza del fatto che, pur senza alcuna pretesa di superiorità, il nostro paese fa parte di una comunità di valori che riconosce diritti e giustizia come stelle polari dell’azione politica. Senza sconfinare nell’ingenuità e nell’idealismo, occorre riconoscere che è stata proprio l’affermazione di tali diritti, la volontà di mettere fine a guerre e violenze fratricide, a creare sul territorio europeo una sfera di stabilità, essa sì interpretabile in maniera inclusiva. Lo stesso pensiero deve guidarci oggi nel ripensare le relazioni con i nostri alleati: ripartiamo dalla vera natura del concetto di stabilità e non abdichiamo alla nostra natura; lo dobbiamo a Giulio, agli egiziani di oggi e alle generazioni future. Non è forse questa la missione più alta della politica?</p>
</div>
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