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	<title>Germania Archivi &#8211; MondoDem</title>
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	<description>Laboratorio di Politica Internazionale</description>
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	<title>Germania Archivi &#8211; MondoDem</title>
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		<title>Cosa davvero si dice in Germania sul 2% per la Difesa</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Michelangelo Freyrie]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 30 Aug 2023 18:00:09 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[2%]]></category>
		<category><![CDATA[Difesa]]></category>
		<category><![CDATA[Germania]]></category>
		<category><![CDATA[NATO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L’invasione russa dell’Ucraina ha portato molti governi e movimenti politici a riconsiderare le proprie posizioni, soprattutto per quel&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>L’invasione russa dell’Ucraina ha portato molti governi e movimenti politici a riconsiderare le proprie posizioni, soprattutto per quel che riguarda l’uso dello strumento militare. La Germania di Olaf Scholz è forse l’esempio più importante di questo cambio di prospettiva: dopo quasi un decennio di rinvii, scetticismo e polemiche Berlino si è finalmente impegnata ad adempiere alla cosiddetta regola del 2%. Fissata dai capi di stato e di governo dei Paesi Nato durante il summit del Galles nel 2014, il parametro impegna tutti gli stati membri dell’Alleanza Atlantica a spendere l’equivalente del 2% del proprio prodotto interno lordo in spese di Difesa.</p>



<p>Questo impegno politico è stato a lungo osteggiato da chi si oppone a un aumento delle spese militari. Fino al 2022, infatti, la maggior parte dei Paesi Nato non rispettava l’impegno assunto in sede internazionale. La guerra in Ucraina ha cambiato le cose: riconosciuta la concretezza della minaccia russa alla pace europea e la necessità di avere forze armate sufficientemente credibili da rendere qualsiasi aggressione militarmente impensabile, molti stati hanno deciso di portare le proprie spese militari all’obiettivo Nato.&nbsp; Fra essi c’è la Germania, che per motivi storici e politici (spiegati efficacemente <a href="https://www.google.com/url?sa=t&amp;rct=j&amp;q=&amp;esrc=s&amp;source=web&amp;cd=&amp;cad=rja&amp;uact=8&amp;ved=2ahUKEwj125TDrISBAxXRSfEDHYNIAIQQFnoECB0QAQ&amp;url=https%3A%2F%2Fwww.editorialedomani.it%2Fpolitica%2Fmondo%2Fgermania-scholz-esercito-tedesco-scenari-wv553tun&amp;usg=AOvVaw1hi5CXQKGm6uc6oGHBZoNP&amp;opi=89978449">qui</a> e <a href="https://www.mondodem.it/2009/">qui</a>) si era fino ad allora mostrata poco propensa a considerare la forza del proprio strumento militare (la <em>Bundeswehr</em>) come una questione prioritaria. La <em>Zeitenwende</em>, il “cambiamento epocale” causato dal ritorno della guerra in Europa, ha convinto perfino i socialdemocratici a cambiare atteggiamento – anche a causa di vent’anni di fallimentari trattative con Putin.</p>



<p>A più di un anno dallo scoppio della guerra, il cancelliere tedesco Scholz ha confermato l’impegno tedesco a raggiungere l’obiettivo 2%. Diversamente da quanto riportato in Italia, in una conferenza stampa a luglio Scholz ha detto che l’aumento strutturale delle spese militari rimane una <em>conditio sine qua non </em>della politica di difesa tedesca. Lo strumento per permettere ciò è principalmente il fondo speciale da 100 miliardi di euro (<em>Sondervermögen</em>), votato l’anno scorso dal parlamento per colmare le lacune capacitive della Bundeswehr. Dopo anni di sottofinanziamento le forze armate tedesche sono infatti prive di molti sistemi difensivi fondamentali per garantire la sicurezza della repubblica federale, da sistemi antiaerei a mezzi blindati funzionanti e perfino aerei da trasporto per rifornire le truppe schierate all’estero.&nbsp;</p>



<p>Ma la volontà tedesca di rispettare l’impegno del 2% è anche un buon caso studio delle difficili scelte politiche che ciò comporta. Il raggiungimento dell’obiettivo è infatti messo in dubbio dalla capacità (e la volontà) tedesca di mantenere un livello adeguato di spese militari anche dopo il 2025, quando il fondo da 100 miliardi sarà ormai esaurito. I tagli degli ultimi quindici anni sono infatti stati talmente pesanti che la Bundeswehr necessiterebbe di almeno 300 miliardi di euro per recuperare un livello accettabile di preparazione. Il ministro della Difesa Boris Pistorius ha addirittura suggerito che nei prossimi anni il 2% sarà verosimilmente solo un punto di partenza, e non un limite massimo di spesa. Il risultato di quattro legislature votate all’austerity è anche questa: l’urgenza della guerra richiederebbe immediatamente spese altissime e, soprattutto, un quadro pluriennale affidabile.</p>



<p>Questa dimensione temporale è la vera fonte di polemiche nel dibattito tedesco. Recuperare il terreno perduto richiederà tempo, e l’acquisizione di nuovi sistemi d’arma, il reclutamento di nuovi soldati, la ricostituzione degli stock di munizioni donati all’Ucraina e la creazione di una nuova divisione entro il 2025 sono tutte iniziative che hanno bisogno di un quadro finanziario chiaro nel medio termine. Ma la coalizione di governo, composta da socialdemocratici, liberali e verdi non è ancora riuscita a raggiungere un accordo su come garantire questa pluriennalità. La questione non è tanto nel merito, quanto nella forma. Questo è dovuto soprattutto all’ossessione liberale per il patto di stabilità: vista l’allergia verso la contrazione di nuovi debiti, è verosimile che i prossimi bilanci federali obbligheranno a fare scelte difficili riguardo la spesa pubblica.</p>



<p>I socialdemocratici temono che l’automatismo del 2% in Difesa possa aggirare il ruolo del Parlamento come istanza unica in cui vengono decise le spese federali annuali, e che vada a scapito di uscite nel sociale e in investimenti strutturali. È per questo che Scholz parla di “una media del 2%” su più anni: vuole mantenere sufficiente flessibilità impegnandosi a recuperare eventuali flessioni nel bilancio della Difesa nell’anno successivo.</p>



<p>Il tema di come finanziare le spese della Difesa accompagnerà il dibattito politico tedesco ed europeo per buona parte degli anni ‘20. È un’esigenza sostanzialmente accettata da tutto l’arco parlamentare e che richiederà una quadratura del cerchio: come si fa a mantenere un livello sufficiente di preparazione militare senza tagliare altre spese cruciali (come la transizione energetica, la digitalizzazione o il welfare)? Non è solo una questione di equità, ma anche di sicurezza e consenso. Uno stato che aumenta le spese militari ma taglia gli investimenti in ciò che permetterà alla propria società di prosperare nel ventunesimo secolo è più fragile e suscettibile ad aggressioni esterne. La coalizione di governo tedesca, che ha anche prodotto la prima strategia di sicurezza nazionale della storia tedesca, è ben consapevole della natura trasversale della sicurezza. Una cosa è però chiara: che ciò avvenga tramite più cooperazione europea, con una ridefinizione dei parametri di bilancio o con una razionalizzazione della spesa militare, il governo tedesco ha ormai legato la propria credibilità internazionale all’impegno del 2%.</p>
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		<title>Germania: tre modelli economici e il rebus dei negoziati di coalizione</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Michelangelo Freyrie]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 26 Jul 2021 18:16:51 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[COVID-19]]></category>
		<category><![CDATA[Germania]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>È molto probabile che gli esiti delle elezioni in Germania vengano decisi nelle ultime settimane di campagna, complici&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-drop-cap">È molto probabile che gli esiti delle elezioni in Germania vengano decisi nelle ultime settimane di campagna, complici le incertezze causate dall’aumento di infezioni e le vacanze estive. Ciò che è però chiaro fin da oggi è che la prossima coalizione di governo richiederà con ogni probabilità lunghe negoziazioni per vedere la luce, specialmente se si renderà necessario un accordo a tre. Già nel 2017 si era assistito a complesse contrattazioni fra CDU, Verdi e Liberali (FDP) nel tentativo di formare un governo alternativo alla grande coalizione fra cristianodemocratici e SDP. I liberali guidati da Christian Lindner ebbero vita molto difficile per aver rifiutato una possibile partecipazione di governo, e se non fosse stato per il soqquadro economico e le restrizioni delle libertà civili causate dal Covid, è interamente plausibile che il partito avrebbe perso parecchi consensi a questa nuova tornata.</p>



<p>Benché tutti i partiti abbiano un interesse a non rischiare l’irrilevanza politica a cui sono stati condannati i liberali a livello federale, è comunque difficile credere che la formazione del prossimo governo non sarà altrettanto combattuta. A settembre i tedeschi dovranno infatti scegliere molto più che il successore di Angela Merkel alla cancelleria. Il voto per questo o quel partito, così come le derivanti costellazioni di governo, andranno a delineare il consenso sul modello socioeconomico preferito dai cittadini nell’epoca post-pandemica, con un occhio di riguardo su crisi climatica e instabilità globale. Tutte le formazioni politiche hanno infatti proposto modelli nettamente diversi per superare lo status quo, enfatizzando aspetti diversi della transizione ecologica e della modernizzazione economica tedesca.</p>



<p>L’agenda di riforma più omnicomprensiva è indubbiamente quella dei Verdi. Complice una nomenclatura di partito pescata direttamente dagli ambienti accademici e dai ceti professionali, i Grüne hanno arricchito il loro programma con iniziative estremamente precise e volte a reindirizzare vigorosamente la direzione dello sviluppo economico tedesco. Il risoluto piano per completare la <em>Energiewende¸ </em>la transizione energetica, esclude qualsiasi compromesso o passo intermedio, esigendo una totale decarbonizzazione da qui al 2040. Unito a un ambizioso piano di investimenti e di redistribuzione volto a compensare le classi meno abbienti dei costi della transizione, il programma dei Verdi rappresenterebbe un importante cambio di passo per il sistema economico tedesco. Si parlerebbe di un passaggio da un’economia basata primariamente sull’export a una governance più attenta ai consumi interni, un passaggio fondamentale per sopperire alla levitazione dei costi industriali dovuti a carbon tax, elettrificazione e pesanti programmi di R&amp;D.</p>



<p>Un approccio simile è condiviso dai socialdemocratici, che a differenza dei Verdi sembrano più orientati a un modello di concertazione industriale, puntando all’interesse delle grandi industrie (specialmente automobilistiche) ad anticipare gli obiettivi governativi, come il divieto di produrre macchine a benzina, diesel o ibride dal 2030. Il vantaggio socialdemocratico è rappresentato dalle azioni del partito al governo, dove da qualche mese prova a dimostrare le proprie credenziali ambientali con feroci critiche al partner CDU. Un esempio è stato l’ammodernamento della legge sulle rinnovabili, creata agli inizi del 2001 e chiave della <em>Energiewende</em> tedesca. Analogamente, l’SPD cerca anche di sfruttare le proprie competenze in politica estera, intestando al ministro Scholz il successo delle negoziazioni su una tassazione minima globale e al ministro del lavoro Hubertus Heil la nuova <em>Lieferkettengesetz¸ </em>imponendo alle aziende tedesche di garantire un minimo di due diligence umanitaria ed ambientale lungo la propria catena del valore estera.</p>



<p>Il partito che ha più difficoltà nell’affermare una convincente agenda di cambiamento è la CDU/CSU. Ultimo partito ad aver presentato il programma, l’<em>Union</em> sconta la contraddizione di essere una formazione favorevole allo status quo ma con la reputazione da buona gestrice di crisi. Che la catastrofe climatica richieda cambiamenti radicali ha messo i due partiti in difficoltà, producendo un piano piuttosto scarno e spoglio di dati precisi. È da anni che i notabili del partito temono che i divieti proposti dai partiti progressisti possano danneggiare la competitività delle industrie tedesche all’estero, mentre gli investimenti espansivi proposti dai socialdemocratici non sono riconciliabili col rigore fiscale della <em>schwarze Null</em>. Il partito si oppone quindi a buona parte delle misure qua descritte, con l’eccezione di misure già previste dal governo (come un lento aumento del prezzo della CO2) e puntando sull’innovazione e lo sviluppo di tecnologie industriali meno inquinanti. Punto interessante è il ruolo che per i conservatori dovrebbe giocare l’idrogeno nella transizione ecologica tedesca. Accettando l’idrogeno blu (cioè prodotto tramite gas e petrolio) come una tecnologia-ponte verso un’ulteriore diminuzione delle emissioni, la CDU conta di poter muovere il paese verso la decarbonizzazione senza metterne in discussione l’architettura economica esistente.</p>



<p>Ed è proprio la diversità di queste visioni che renderà parecchio dolorosa la formazione di una nuova maggioranza. Le concessioni in ambito negoziale saranno difficilmente tollerate dalle basi dei partiti, dando forse un vantaggio a quei leader con una maggior capacità di sedare le rivolte nelle proprie stesse strutture (qualcosa che sembra attualmente mettere in difficoltà soprattutto la CDU). Resta da vedere quale risultato riusciranno a negoziare i tre principali partiti.</p>
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		<title>La seconda ricostruzione tedesca, tra mobilità ecologica e digitale</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Benedetta Albano]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 28 Apr 2021 14:03:05 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[Macroaree]]></category>
		<category><![CDATA[Germania]]></category>
		<category><![CDATA[recovery fund]]></category>
		<category><![CDATA[recovery plan]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Le conseguenze economiche e sociali del Covid-19 sono state percepite fortemente anche nella locomotiva d’Europa, nonostante le massicce&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-drop-cap">Le conseguenze economiche e sociali del Covid-19 sono state percepite fortemente anche nella locomotiva d’Europa, nonostante le massicce misure di supporto alle imprese e ai lavoratori messe in campo dal Governo di Berlino: si stima che la contrazione economica causata dalla pandemia sia stata del 5% nel 2020, con un aumento del deficit statale del 4.7%. Di fronte a uno scenario simile alla crisi finanziaria del 2009 (in cui il PIL aveva registrato un calo del 5.7%) la Germania ha messo in campo consistenti pacchetti di aiuti pubblici a partire da marzo 2020 per fronteggiare l’emergenza, lavorando sul doppio binario del sostegno alle imprese e ai lavoratori. Non sorprende infatti che i <strong>29 miliardi in sovvenzioni</strong> (il paese, infatti, non chiederà prestiti) che spettano alla Germania secondo il Next Generation EU facciano parte di un pacchetto di risorse autonome più grande, il c.d. <em>Der Wumms, </em>dall’ammontare di 130 miliardi. Varato a fine giugno 2020 dopo una lunga discussione fra i vertici federali, il suo obiettivo è dare una forte spinta all’economia e permettere alla Germania di uscire dalla crisi ed è esplicitamente citato nel piano di ripresa tedesco come ispiratore delle riforme che verranno attuate tramite i finanziamenti europei.</p>



<p>Volgendo uno sguardo più specifico al piano    di utilizzo dei fondi europei, il nome scelto è stato <strong><em><a href="https://www.bundesfinanzministerium.de/Content/ DE/Gesetzestexte/Gesetze_Gesetzesvorhaben/A bteilungen/Abteilung_E/2020-12-16-deutscher- aufbau-und-resilienzplan/1-" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Deutscher Aufbau- und Resilienz Plan</a></em></strong>, simile al nostro Piano di Nazionale di Ripresa e Resilienza, ed è stato approvato dal Parlamento tedesco l’11 dicembre 2020, all’interno della Legge di Bilancio nazionale del 2021.</p>



<p>Il modello di <em>governance </em>prescelto per l’implementazione dei programmi presentati non prevede l’istituzione di un ente ad hoc per la gestione dei fondi, i quali saranno sotto il controllo dei ministeri federali di competenza. Secondo le previsioni contenute nel documento, il 70% dei fondi verrà utilizzato negli anni 2021/22, mentre il restante 30% nell’anno 2023. Le misure previste sono fortemente legate ai processi del semestre europeo del 2019 e del 2020 e alle specifiche raccomandazioni che sono state fatte alla Germania: in particolare sui temi degli <strong>investimenti per la digitalizzazione, l’energia, la mobilità green e la pubblica amministrazione.</strong> La stesura del piano tedesco – predisposto tramite il coordinamento della Cancelleria Federale e del Ministero delle Finanze, e in seguito dei Ministeri e dei Gruppi Parlamentari &#8211; è stata poco pubblicizzata rispetto ad altre controparti europee, come ad esempio il nostro paese o la Francia: tuttavia non mancano le voci di dissenso nazionale, come ad esempio quella proveniente dal partito dei Verdi, che giudica il piano poco ambizioso e critica il fatto che la maggior parte di esso sia dedicato a progetti già in essere e scarsamente innovativi. Anche Bruxelles, secondo il quotidiano <em>Handelsblatt, </em>avanza critiche molto simili, in particolare considerando il ruolo trainante della Germania all’interno dell’Unione Europea e quindi la necessità che il paese presenti un piano che faccia da “modello” per gli altri Stati membri. Secondo l’Unione e alcuni economisti tedeschi, come ad esempio Lars Feld (l’attuale presidente del Consiglio tedesco di esperti economici), il piano non è sufficiente, occupandosi più di sovvenzioni che non delle riforme strutturali richieste, specialmente per quanto riguarda il sistema pensionistico tedesco e gli investimenti pubblici.</p>



<p>I <strong>sei punti chiave del piano tedesco</strong> sono i seguenti: (i) politica climatica e energetica, (ii) digitalizzazione dell’economia e incremento delle infrastrutture digitali, (iii) digitalizzazione della formazione, (iv) rafforzamento dell’inclusione sociale, (v) rafforzamento del sistema sanitario, (vi) rinnovamento della pubblica amministrazione. Il 42.7% dei fondi sono dedicati alle politiche climatiche, il 25.2% alla digitalizzazione, il 15.36% al sistema sanitario e il restante 16.6% alla partecipazione sociale e alla pubblicazione amministrazione.</p>



<p>Analizzando la macroarea della <strong>politica climatica</strong>, vi sono tre componenti specifiche: la prima è quella del perseguimento della decarbonizzazione, in particolare attraverso l’utilizzo di energie rinnovabili, con particolare riferimento all’Accordo di Parigi e all’obiettivo della neutralità climatica entro il 2050. Fondamentale per questo step sono gli investimenti legati all’idrogeno, specialmente per quanto riguarda la decarbonizzazione dell’industria, da supportare con programmi <em>ad hoc</em>. La seconda componente di questa sezione è la mobilità ecosostenibile, sostenuta attraverso l’esenzione fiscale dei veicoli elettrici e collegata a una riforma legislativa del settore, così come la promozione di sistema di guida alternativi anche per autobus pubblici e il trasporto ferroviario. La terza e ultima componente è dedicata ai progetti di ricostruzione e ristrutturazione <em>ecofriendly</em>, attraverso la quale verranno finanziati progetti edilizi innovativi che si caratterizzeranno per l’alta sostenibilità climatica e attuabili anche grazie alla partecipazione delle piccole e medie imprese.</p>



<p>Per quanto riguarda la <strong>digitalizzazione</strong>, divisa nelle due aree di digitalizzazione economica e della formazione, una grande parte è riservata alla politica sui dati, definiti come la materia prima del futuro: non solo nell’ottica di migliorare l’infrastruttura informatica a livello europeo, ma anche per proteggere i dati degli utenti tramite appositi sistemi          di anonimizzazione e depersonalizzazione, riprendendo uno dei temi cari alla Germania, la <em>privacy</em>. Oltre a favorire una maggiore informazione a livello accademico e sociale su questi temi, viene ripresa la volontà, in collaborazione con la Francia e già discussa di fronte  alla Commissione, di favorire lo sviluppo</p>



<p>tecnologico in Europa in settori in cui si trova indietro rispetto ad altri Paesi e più soggetta alla necessità di importazioni, specialmente nel campo delle comunicazioni e della microelettronica. Questo ben si lega al tema della digitalizzazione dell’economia, con programmi di investimento dedicati all’industria dei produttori di veicoli e alla digitalizazzione ferroviaria con il progetto “Digital Rail Germany”, che punta a sostituire gli interblocchi e i passaggi a livello esistenti con nuovi meccanismi all’avanguardia. La digitalizzazione della formazione è il secondo tema al centro di questa sezione del piano, influenzato dal periodo di <em>lockdown </em>e dalla chiusura delle scuole e dei centri di formazione: in particolare, è prevista un’iniziativa congiunta fra Governo federale e Stati che mira a formare la classe docente sul tema del digitale e della didattica telematica e a fornire loro la strumentazione necessaria per l’implementazione delle lezioni in formato digitale.</p>



<p>Le ultime tre sezioni del piano, dedicate rispettivamente ai temi dell’inclusione sociale, della sanità e della riforma della pubblica amministrazione, si caratterizzano per la volontà di ricostruire un sistema forte rispetto a futuri shock esterni. Dal punto di vista dell’<strong>inclusione sociale</strong>, sono previsti programmi di finanziamento per l’assistenza all’infanzia e di supporto alle famiglie, programmi di formazione specialmente all’interno del tessuto delle piccole e medie imprese per i giovani, la creazione di un portale digitale legato al sistema&nbsp; pensionistico per fornire informazioni ai cittadini sul loro status di previdenza individuale, denotando così la volontà di fornire assistenza ai cittadini a tutto tondo.</p>



<p>I fondi destinati alla <strong>sanità </strong>si focalizzano sul sistema ospedaliero con l’intento di rafforzarne le capacità sia dal punto di vista digitale che tecnico e favorire gli investimenti per i singoli ospedali; interessante è anche la misura prevista che promuove la ricerca accelerata di vaccini contro il Covid-19. L’ultimo punto del piano, dedicato al <strong>rinnovamento            della pubblica amministrazione</strong>, è incentrato sull’incentivare la digitalizzazione del settore pubblico quanto più possibile e la creazione </p>



<p>di un nuovo sistema di identità digitale, sempre nell’ottica di favorire una maggiore efficienza. All’interno delle riforme sulla pubblica amministrazione è anche previsto un nuovo intervento sul tema degli investimenti a livello locale, ad oggi un processo particolarmente macchinoso in Germania, che si desidera snellire e incentivare il più possibile.</p>



<p>In conclusione, il piano tedesco si&nbsp; caratterizza per un forte interesse ai nuovi sviluppi negli ambiti del green e del digitale. Un punto di forza è certamente la precisione con la quale vengono descritti determinati progetti che coinvolgono entrambe queste macroaree e che potrebbero essere da esempio per programmi analoghi nel nostro Paese, come ad esempio quelli riguardanti il sistema ferroviario nazionale. Il piano tedesco si presenta legato a riforme strutturali già avviate o quantomeno formulate sulla base delle necessità territoriali. Per quanto questo possa essere oggetto di legittima critica (la Commissione ha più volte sottolineato la necessità del carattere innovativo degli investimenti) emerge una profonda conoscenza della situazione attuale della Germania e indica il doppio binario della digitalizzazione e della mobilità sostenibile come portante per la riorganizzazione della società post pandemia, senza dimenticare il rinnovamento delle strutture sanitarie per fronteggiare crisi future. È chiaro quindi come la conoscenza del territorio e delle sue mancanze strutturali siano le chiavi per la formulazione di un piano efficiente e per tracciare la strada del futuro del proprio Paese.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/2423/">La seconda ricostruzione tedesca, tra mobilità ecologica e digitale</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
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		<title>Unità e responsabilità: il discorso di Angela Merkel al Parlamento Europeo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Benedetta Albano]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 08 Jul 2020 16:45:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[Germania]]></category>
		<category><![CDATA[Merkel]]></category>
		<category><![CDATA[UE]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La Cancelliera Federale Angela Merkel ha presentato oggi, l’08.07.20, il programma tedesco per la Presidenza del Consiglio di&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-drop-cap">La Cancelliera Federale Angela Merkel ha presentato oggi, l’08.07.20, il programma tedesco per la Presidenza del Consiglio di fronte al Parlamento Europeo. Un programma ambizioso che ha toccato i punti salienti per la ripresa dell’Unione Europea a seguito della pandemia causata dal Covid-19 e che ha illustrato l’approccio che la<a href="https://www.mondodem.it/regioni/europa/germania-europa/"> Germania </a>intende seguire in questi sei mesi.</p>



<p>Il discorso della Cancelliera si è focalizzato su cinque temi da mettere al centro del dibattito politico:</p>



<ol class="wp-block-list" type="1"><li>La ripresa economica dell’Unione Europea;</li><li>La necessità di rimettere al centro i diritti fondamentali e l’unità europea;</li><li>L’impegno per il clima;</li><li>La digitalizzazione e l’innovazione;</li><li>Il ruolo e la responsabilità dell’Unione Europea nel mondo.</li></ol>



<p>Sottolineando la storia che ha portato all’Unione Europea di oggi – una storia in cui i diritti fondamentali sono la bussola e il valore fondante che hanno guidato le trasformazioni del continente europeo, dalla Seconda Guerra Mondiale al crollo del Muro – per il presente è necessario ripensare la comunità europea come uno spazio più solidale e che metta al centro i bisogni dei cittadini non solo nella loro dimensione civile, ma anche sociale ed economica. Il tema dell’economia è stato uno dei più citati, sottolineando la necessità di cooperazione fra le varie economie dell’Eurozona in modo tale da poter affrontare la crisi che ci ha colpito e con il riferimento esplicito al piano di <em>Recovery </em>Fund, proposto congiuntamente alla Francia. L’invito all’unità e alla coesione è stato centrale in tutto il discorso e il <em>fil rouge </em>che ha legato una larga varietà di argomenti toccati dalla Cancelliera: non a caso lo slogan scelto per la Presidenza tedesca è “<em>gemeinsam schaffen wir das” </em>(insieme ce la facciamo), riaffermando la volontà della Germania di rendere l’Unione Europea più forte e più unita. Non sono mancati inoltre i richiami alle tematiche che erano già state indicate come primarie durante il discorso di insediamento della Presidenza Von der Leyen l’anno scorso: in particolare, per quanto riguarda gli investimenti nelle aree della digitalizzazione e dell’innovazione, e il rinnovo dell’impegno a livello europeo contro i cambiamenti climatici. In tema di politica estera, è stata ribadita la volontà europea di intraprendere dei negoziati con la Cina e la necessità di un approccio improntato alla solidarietà per quanto riguarda la materia dell’immigrazione e dello status dei rifugiati – sottolineando come l’Unione Europea debba essere un attore geopolitico responsabile e rilevante su scala globale.</p>



<p>La scelta di questi obiettivi apre una serie di nuovi scenari per lo sviluppo politico dell’Unione, soprattutto per quanto riguarda un maggiore impegno e responsabilità dei vari Stati Membri e delle istituzioni europee: la Cancelliera ha esplicitamente parlato della necessità di una maggiore integrazione europea e della costruzione di comunità il più coesa possibile. Per il nostro Paese, questa può essere una grande opportunità a livello politico: non solo per quanto riguarda i negoziati europei previsti per i prossimi mesi, ma anche per avere la possibilità di prendere parte allo sviluppo di una nuova politica europea comune che possa avere un impatto positivo sulle vite dei cittadini e che si focalizzi su quei bisogni e quelle disuguaglianze che questa pandemia (e la crisi economica collegata ad essa) hanno fatto emergere in maniera ancora più vistosa. L’Italia può quindi giocare un ruolo di primissimo piano nel plasmare un’idea di Europa vicina ai valori che hanno ispirato i padri fondatori dell’Unione e adattarli alle sfide di oggi.</p>



<p>La Cancelleria ha concluso il discorso citando la Nona Sinfonia di Beethoven e paragonando l’Europa alle note del grande compositore tedesco: così come la musica di Beethoven offre qualcosa di nuovo ad ogni ascolto, anche l’Europa ogni giorno può essere riscoperta in un modo nuovo, e con l’augurio che questo senso di coesione e fratellanza presente nella musica possa anche essere il punto di partenza per il nostro futuro di europei.</p>
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		<title>Germania: A occhi chiusi nel neutralismo?</title>
		<link>https://www.mondodem.it/2009/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Michelangelo Freyrie]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 16 May 2020 16:01:14 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[Lo stato della sinistra]]></category>
		<category><![CDATA[Germania]]></category>
		<category><![CDATA[NATO]]></category>
		<category><![CDATA[Nucleare]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Dal 1982, quando Helmut Schmidt venne sfiduciato dal suo stesso partito per aver approvato lo schieramento di missili&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-drop-cap">Dal 1982, quando Helmut Schmidt venne sfiduciato dal suo stesso partito per aver approvato lo schieramento di missili Pershing americani, l’SPD tedesco si dibatte fra pacifismo a oltranza e posizioni più moderate e realiste, sia riguardo gli interventi armati all’estero che riguardo il nucleare. La diatriba ha però assunto tutta una nuova dimensione. La politica di difesa tedesca, infatti, si è ormai trasformata in terreno di scontro fra l’ala più tradizionalmente euro-atlantica del partito e il nuovo corso, pseudo-corbynista, dei nuovi segretari Esken e Borjan.</p>



<p>Come è spesso il caso, i socialdemocratici manifestano platealmente movimenti tettonici che riguardano in realtà dinamiche interne a tutta la sinistra tedesca. In marzo, un <a href="https://www.zeit.de/politik/deutschland/2020-03/gruen-rot-rote-koalition-bundestagswahl-waehlerumfrage" target="_blank" rel="noreferrer noopener">sondaggio </a>aveva suggerito che, per la prima volta da anni, una coalizione verde-rossa-rossa (quindi fra ecologisti, socialdemocratici e sinistra radicale Linke) avrebbe potuto formare una maggioranza parlamentare. L’occasione sembra aver suscitato <a href="https://www.spiegel.de/politik/deutschland/linke-parteispitze-draengt-auf-rot-rot-gruen-a-038f894f-9730-4059-82d7-fd10f0fe8e33" target="_blank" rel="noreferrer noopener">sommovimenti </a>in seno ai tre partiti per accelerare una possibile convergenza di tutto il campo progressista.</p>



<p>A dire il vero, già durante le trattative per l’abortito governo CDU-Verdi-Liberali, gli ecologisti si erano mostrati molto concilianti su interventi militari e budget della difesa, una tendenza che si è solo rafforzata negli ultimi sei mesi. A suo modo, anche la Linke si era mossa, nominando a sorpresa il grande vecchio Gregor Gysi portavoce per la politica estera ed impedendo così l’elezione di candidati più smaccatamente sovranisti ed anti-atlantisti.</p>



<p>La trasformazione della politica di difesa socialdemocratica non sarà altrettanto indolore. Il dibattito sul merito, infatti, si accavalla alla resa dei conti fra la nuova segreteria di Esken e Borjan e il cosiddetto <em>Seeheimer Kreis</em>, la corrente di appartenenza di notabili quali il ministro Olaf Scholz, l’ex cancelliere Gerhard Schröder, l’ex candidato cancelliere Martin Schulz, il presidente della repubblica ed ex ministro degli esteri Frank Walter Steinmeier.</p>



<p>Che lo scontro fosse nell’aria si era capito a inizio anno, quando il portavoce per la difesa Fritz Felgentreu (un membro diciamo ‘non praticante’ del <em>Seeheimer</em>) presentò la <a href="https://www.swp-berlin.org/10.18449/2020A19/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">nuova proposta</a> SPD per la difesa europea, che prevedeva una piccola formazione militare a disposizione della Commissione, abbastanza autonoma per poter intervenire in focolai di crisi e idealmente un primo germe di un futuro esercito europeo. Il risultato fu qualche rilancio di agenzia, discussione fra i soliti noti, poi nulla. In molti sospettarono che l’iniziativa sia stata affossata dalla segreteria, generalmente poco entusiasta di qualsiasi cosa in mimetica, con o senza la bandierina a dodici stelle.</p>



<p>Poi è arrivato il caso Högl. La miccia che ha dato fuoco allo scontro è stata la scadenza del mandato di Hans-Peter Bartels, il <em>Wehrbeauftragter, </em>o plenipotenziario del Bundestag in materia di difesa: figura unica all’ordinamento tedesco, è il garante della supremazia del parlamento sulle forze armate, vigila affinché l’esercito promuova valori democratici e funge da ombudsman per le truppe. In tale ruolo, Bartels si era molto impegnato affinché la Bundeswehr godesse di un budget adeguato, indicando per di più l’integrazione europea come obiettivo morale e civico per l’esercito tedesco.  A lui è succeduta &nbsp;la giurista Eva Högl, scelta dalla nuova segreteria. Högl non ha alcuna esperienza nel campo né sembra nutrire alcun interesse per le questioni strategiche, preferendo concepire il proprio ruolo come semplice “avvocato dei soldati”.</p>



<p>La terza e più recente polemica interna alla SPD sulle questioni della difesa è ancora in corso e riguarda la condivisione nucleare. Come in Italia, la Luftwaffe ha la responsabilità di impiegare armi nucleari americane stanziate sul territorio tedesco in caso di <em>escalation</em> nucleare, una politica NATO osteggiata da molti socialdemocratici. La Repubblica Federale dovrebbe decidere a breve l’acquisto di aerei che vadano a sostituire i vecchi caccia Tornado,  gli unici nell’arsenale tedesco armabili con le bombe B-61 statunitensi. Cogliendo la palla al balzo, il segretario (assieme a molti altri) si è <a href="https://www.tagesschau.de/inland/nukleare-teilhabe-streit-101.html" target="_blank" rel="noreferrer noopener">opposto </a>fermamente alla possibilità che in Germania possano rimanere “armi disumane” operate da un presidente “imprevedibile”: il problema, secondo Borjans, sarebbe quindi l’America di Trump. La condivisione nucleare, tuttavia, è un elemento fondamentale per il rapporto transatlantico, e quindi ingombrante e difficile da rimuovere. Un suo ritiro susciterebbe, a dire dei suoi sostenitori, seri dubbi sulla volontà tedesca di farsi carico della difesa collettiva della NATO. &nbsp;</p>



<p>La polemica infuria, con grandi firme giornalistiche (ma anche il grande storico di rito schmidtiano Heinrich Winkler) che accusano il partito di rinunciare alla responsabilità di governo. Ciò che fa più impressione è forse quanto queste scelte, forse legittime se lette isolatamente, giungano al termine di un sistematico rifiuto di considerare qualsiasi alternativa, a partire dal rafforzamento della difesa europea. Per quanto diverse figure nel partito e nella fondazione FES cerchino un consenso europeo in materia di difesa, essi rischiano di perdere ogni tipo di copertura politica a Berlino. E anche se è difficile vedere malignità in quella che è una “semplice” resa dei conti interna, il vero rischio è che l’SPD scivoli per sbaglio in quella neutralità isolazionista che sembrava aver superato con Willy Brandt.&nbsp;</p>
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		<title>Germania, egemone d&#8217;emergenza</title>
		<link>https://www.mondodem.it/1922/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Michelangelo Freyrie]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 31 Mar 2020 17:11:13 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[Germania]]></category>
		<category><![CDATA[Merkel]]></category>
		<category><![CDATA[Unione Europea]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>E’ difficile percepire, nella leadership tedesca, alcuna ambizione al di là del semplice ritorno dall’attuale stato di emergenza&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-drop-cap">E’ difficile percepire, nella
leadership tedesca, alcuna ambizione al di là del semplice ritorno dall’attuale
stato di emergenza all’ordine europeo preesistente, già in cattiva salute. Le
resistenze alla mutualizzazione del debito (Eurobond), a redistribuzioni più
sistematiche di fondi fra Stati Membri, la percepita lentezza nel manifestare
solidarietà in grande stile verso l’Italia, rancori e sospetti (largamente
infondati) sul numero dei morti registrati: la Germania del 2020 sembra essere tutto
fuorché la guida di un continente pericolosamente sbandante. </p>



<p>La placidità, la calma e la stabilità hanno contraddistinto la Germania merkeliana, nel bene e nel male. Hanno permesso di aprire i confini all’ondata migratoria del 2015 a dispetto delle opposizioni interne alla CDU. E sonola radice della risposta atrofica alle grandi idee di Emmanuel Macron per il rilancio del progetto europeo. Scrivendo negli anni dell’altra Grande Crisi del 2008, Ulrich Beck commentava come Merkel, la CDU e per estensione la Germania utilizzassero l’esitazione come tattica di dominazione. Il conservatorismo tedesco può ricattare tramite il non-agire perché è fondamentale per l’esercizio del potere: così come non può esistere un governo senza il beneplacito della Konrad-Adenauer-Haus, nessuna soluzione europea può esistere senza la partecipazione della locomotiva d’Europa. Le capacità istituzionali tedesche, sia in termini di personale che di volontà politica, <a href="https://www.tandfonline.com/doi/full/10.1080/17487870.2018.1541410?af=R">non sono maggiori di quelli di altri stati membri</a>. <strong>Il potere tedesco si riduce quindi a una pura politica di veto</strong>, com’è dolorosamente evidente oggi. </p>



<p>La necessità di una maggiore “presa di
responsabilità nel mondo” è ormai diventato un irritante Leitmotiv della
politica estera tedesca. Evitare un collasso dell’economia continentale è
fondamentale per un’economia di export, cosi la preservazione delle catene
produttive industriali, che per motivi demografici corrispondono alle regioni
più duramente colpite dal COVID-19 (Grand Est francese, bacino del Reno,
Lombardia). È però indice di una <strong>dannosa
depoliticizzazione a opera dei democristiani quanto una leadership europea più
decisa gioverebbe all’interesse nazionale tedesco</strong>.</p>



<p>L’emissione di Eurobond, ad esempio, avrebbe importanti diramazioni strategiche per l’autonomia finanziaria europea. Sarebbe un passo ulteriore verso l’affermarsi dell’euro come <a href="https://www.imf.org/en/News/Articles/2019/10/21/SP091919-international-role-of-the-euro">valuta globale,</a> quindi autonoma ad esempio dalle politiche di Washington D.C., e dando un ruolo centrale a Francoforte nella difesa della nostra economia. Disinnescherebbe poi il pericoloso “doom loop” che regolarmente rischia di trasformare il default di banche detentrici di bond nazionali in potenziali crisi sistemiche. Un mercato finanziario europeo più sicuro e quindi diversificato è esattamente l’obiettivo a lungo termine di Berlino, come indicato dalla volontà di completare la cosiddetta unione bancaria. Solo queste misure garantirebbero abbastanza margine di manovra per la creazione di istituti abbastanza grandi da finanziare la transizione verso l’industria 4.0, l’economia green e soprattutto poter competere con la Cina. Maggiore liquidità supportata da debiti sicuri sarebbe poi la migliore alternativa ai tagli dei tassi d’interesse imposti dalla BCE per mantenere l’inflazione a livelli tollerabili, una politica estremamente nociva per i piccoli risparmiatori tedeschi. </p>



<p>D’altra parte, la difficoltà della
Banca Centrale a imporre la propria politica dipende anche dalla politica di
bassi salari portata avanti da Berlino, che persiste con molta più ostinazione
del limite agli investimenti pubblici. Non aver aggiustato i salari alla
crescente produttività e non aver agito sull’aumento degli affitti ha eroso il
reddito della classe media, tenendo bassi i livelli di consumo e quindi
limitando l’import – un fatto direttamente responsabile per il surplus commerciale
tedesco. Perseguire obiettivi a lungo termine a beneficio dell’economia del
continente andrebbe quindi di pari passo con una politica di giustizia
economica domestica, il che avrebbe dovuto spingere i progressisti a Berlino a
essere più intraprendenti. </p>



<p>È evidente che molte delle misure richieste, cosi come un indebolimento delle clausole di condizionalità per accedere ai fondi MES, si avvicinerebbero molto al sistema di sussidi per i paesi più deboli paventato da molti politici tedeschi.  È altresì vero che gestire un tale rilancio del progetto europeo richiederebbe un cambiamento politico rilevante, spostando il dialogo e controllo politico di tali meccanismi dall’esecutivo al livello parlamentare e regionale. Il coinvolgimento del Bundestag è fondamentale per motivi costituzionali: la cessione di parte della sovranità fiscale a istituzioni europee sarebbe difatti una linea rossa per la corte costituzionale federale, che nella sua storia ha dimostrato di giudicare troppo poco democratica la gestione di strumenti come il fondo salvastati. Ma anche il dato politico è ineluttabile: l’indebolimento del sistema partitico tedesco ha portato a una mutazione nel suo assetto istituzionale, rendendo la cancelleria un’entità sempre più potente e quindi distaccata dalle dinamiche del Bundestag. Il vero pericolo è che con la frammentazione dei partiti tedeschi, imprenditori politici spregiudicati come il liberale Lindner <a href="https://www.mondodem.it/covid-19/caos-calmo-nella-cdu/">o il candidato alla segreteria CDU Merz</a> possano mettere in difficoltà il governo mobilitando un’esigua minoranza di deputati. Gli effetti di queste manovre sul filo di lana si sono visti in Turingia, quando il conflitto fra correnti di partito e Berlino hanno quasi portato all’avvento di un governo tollerato dalla destra radicale. </p>



<p>La repubblica federale è
essenzialmente troppo forte per poter non ricoprire un ruolo di primo piano
nell’Unione, ma è anche troppo debole per poter imporre il proprio volere.
Conscia di ciò, la Germania ha potuto negoziare il proprio rientro nella
comunità europea, sia dopo la guerra che la caduta del muro, grazie a quella
che lo storico Andreas Rödder ha chiamato “salvaguardia del potere attraverso
la rinuncia di potere”. Un esempio? Da qualche mese si va affermando per i
corridoi di Berlino l’adozione di un cosiddetto “approccio di rete” nei
confronti della Russia, cioè l’elaborazione di un consenso a tre fra Francia,
Germania e Polonia che permetta di gestire il nostro scomodo vicino senza scavalcare
o irritare i paesi più sospettosi delle aperture tedesche a Mosca. Sarebbe
forse ora che lo stesso disegno sia adottato per la governance dell’Eurozona,
superando la semplice imposizione di veti e contribuendo allo sviluppo di idee
di riforma. La proposta di introduzione di un’assicurazione sui depositi
bancari dal ministro Scholz aveva proprio questa logica: servire l’Europa
sfuggendo alla trappola dell’immobilismo e ponendo le basi della discussione in
termini vantaggiosi per il paese. </p>



<p>Non sarà facile. Andrà compiuta in
pochi mesi una rivoluzione politica che sarebbe dovuta essere frutto di un percorso
decennale. Frammentazione politica, stagnazione e un susseguirsi di crisi hanno
accelerato il treno del declino europeo partito nel 2008. Ma come posto da Walter
Benjamin: “Può essere che le rivoluzioni siano l’atto
col quale l’umanità che viaggia sul treno tira il freno d’emergenza”. </p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/1922/">Germania, egemone d&#8217;emergenza</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
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		<title>Diritto alla salute e sistema sanitario in Italia e Germania: prospettive e confronti</title>
		<link>https://www.mondodem.it/1918/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Benedetta Albano]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 31 Mar 2020 14:50:11 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Covid-19]]></category>
		<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[COVID-19]]></category>
		<category><![CDATA[Germania]]></category>
		<category><![CDATA[Italia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L’emergenza sanitaria che sta attraversando l’Europa e il mondo sta spingendo i governi nazionali e le istituzioni sovranazionali&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-drop-cap">L’emergenza sanitaria che sta attraversando l’Europa e il mondo sta spingendo i governi nazionali e le istituzioni sovranazionali a riflettere sulle articolazioni del <strong>diritto alla salute</strong>, uno dei diritti sociali fondamentali spesso garantito a livello statale dai vari sistemi di <em>welfare state </em>messi in atto in Europa nella seconda metà del secolo scorso.</p>



<p>Parlare di diritto alla salute significa parlare di comunità: questo è emerso chiaramente negli ultimi giorni. In questo articolo vogliamo analizzare le diverse dimensioni del sistema sanitario e dei diritti a esso collegati in due Paesi dell’Unione, la Germania e l’Italia. La situazione eccezionale causata dalla diffusione del Covid-19 ha evidenziato le debolezze dei vari Paesi europei: nonostante ci si riferisca spesso all’Europa con l’espressione <em><strong>“il più grande spazio di diritti al mondo”</strong></em>, visti i vari sistemi di protezione dei diritti fondamentali presenti nelle Costituzionali nazionali e nelle carte dell’Unione Europea, i nostri sistemi sanitari e governativi si sono trovati in difficoltà a gestire e muoversi in una situazione mai vissuta prima.</p>



<h5 id="wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading-f5127628" class="wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading-f5127628"><span id="diritto-alla-salute-il-confronto-tra-le-due-costituzioni">Diritto alla salute: il confronto tra le due Costituzioni</span></h5>



<p>L’Italia e la Germania in questo caso si trovano ai due poli opposti nell’approccio al diritto alla salute, per quanto lo scopo finale a cui tendono sia lo stesso: garantire una più ampia copertura sanitaria possibile ai propri cittadini. La <strong>Costituzione italiana</strong> prevede infatti esplicitamente il diritto alla salute, all’articolo 32, definendolo come<em> fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività: </em>ciò trova la sua espressione nel Servizio Sanitario Nazionale (SSN), nato nella sua forma attuale dalla legge n. 833 del 1978 sotto proposta dell’allora Ministra della Sanità Tina Anselmi. Il sistema sanitario italiano è dunque pubblico, ha carattere universale e si ispira ai tre principi di universalità, uguaglianza ed equità. Viene finanziato attraverso la fiscalità generale dello Stato e, in ossequio al principio di sussidiarietà che prevede che sia l’ente inferiore a svolgere determinate funzioni quando ne sia in grado, si divide fra livello centrale e livello regionale. Le Regioni italiane hanno competenza esclusiva nell’organizzazione dei servizi sanitari a livello locale.</p>



<p>Nella <strong>Costituzione tedesca</strong> non c’è, invece, un esplicito riferimento al diritto alla salute e il servizio sanitario è subordinato alla sottoscrizione di un’assicurazione sanitaria, obbligatoria per tutti i cittadini. Tuttavia, il sistema tedesco basato sulle assicurazioni, che possono essere pubbliche (GKV) o private (PKV) è estremamente differente dal modello statunitense: infatti è ispirato al principio di solidarietà e lo Stato copre le categorie più a rischio, quali i disabili, i minori e tutti coloro i quali non possano pagare l’assicurazione. Lo Stato tedesco non è direttamente coinvolto nel servizio sanitario ma decide le politiche da perseguire e delega ai <a>Länder</a> la programmazione di investimenti e infrastrutture. I Länder a loro volta finanziano le “casse mutue”, che sono  associazioni non a scopo di lucro che si occupano di gestire le spese sanitarie e forniscono le assicurazioni pubbliche, sottoscritte dalla maggioranza dei cittadini tedeschi. </p>



<h5 id="wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading-593e3b71" class="wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading-593e3b71"><span id="le-spese-sanitarie-dei-due-paesi">Le spese sanitarie dei due Paesi</span></h5>



<p>Un dato importante è quello relativo alla spesa sanitaria pro capite, sia pubblica che privata: secondo i dati OCSE 2018, la Germania spende circa <strong>5.056 dollari l’anno</strong>, l’Italia <strong>2.545</strong>. Il trend viene anche confermato dalle stesse statistiche sul <strong>PIL</strong>, secondo le quali <strong>l’Italia destina l’8.8% di esso alla spesa sanitaria, la Germania il 9.5%</strong>. Il dato più eclatante che è stato spesso riportato recentemente è quello relativo ai posti letto in terapia intensiva: l’Italia, prima della costruzione dei nuovi reparti d’urgenza avvenuta in questi giorni, aveva circa 2.6 posti letto ogni 1000 abitanti, contro i 6 della Germania.</p>



<p>Le informazioni qui esposte non sono volte a esporre una presunta maggiore efficienza di un sistema basato sulle assicurazioni rispetto a un sistema di carattere universale: servono a indicare la forte necessità di tornare a parlare di spesa pubblica e di protezione dei diritti dei cittadini. La situazione emergenziale in cui ci troviamo ha evidenziato prepotentemente le necessità collettive e il bisogno di interventi strutturali volti a fornire ai cittadini garanzie effettive riguardo la protezione e l’esercizio dei loro diritti. Nelle parole di <strong>John Maynard Keynes</strong>, <em>“quando cambiano i fatti, io cambio idea”</em>: di fronte a ciò che stiamo assistendo in questi giorni, non è più possibile rimandare la messa in discussione di vari aspetti di politica economica e sociale per orientarsi verso un modello statale che sia espressione di solidarietà e metta al centro i diritti del cittadino. Il compito della politica, in queste difficili giornate, non può essere solo quello della gestione emergenziale, ma deve anche essere quello di immaginare nuove strade e fare in modo di tutelare la collettività in modo più ampio possibile. </p>
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			</item>
		<item>
		<title>Caos calmo nella CDU</title>
		<link>https://www.mondodem.it/1881/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Michelangelo Freyrie]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 21 Mar 2020 16:17:22 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Covid-19]]></category>
		<category><![CDATA[CDU]]></category>
		<category><![CDATA[Coronavirus]]></category>
		<category><![CDATA[Germania]]></category>
		<category><![CDATA[Merkel]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.mondodem.it/?p=1881</guid>

					<description><![CDATA[<p>Non esiste un momento giusto per essere colpiti da una pandemia. Detto questo, l’arrivo del Coviv-19 è stato&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/1881/">Caos calmo nella CDU</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-drop-cap">Non esiste un momento giusto per essere colpiti da una
pandemia. Detto questo, l’arrivo del Coviv-19 è stato particolarmente poco
propizio per l’Unione Cristiano democratica (CDU) di Angela Merkel. Il partito è
attraversato da mesi da convulsioni stile“fine dell’impero” che la cancelliera
aveva provato a scongiurare avviando un passaggio di consegne con il ministro
della difesa Annagret Kramp-Karrenbauer (AKK). </p>



<p>Poco o nulla rimane di quel tentativo. Le primarie del
2018 e un processo accolto con diffidenza in un sistema politico basato sul
consenso degli esponenti di partito nei <em>Länder &nbsp;</em>hanno liberato forze centrifughe opposte a
AKK e alla linea merkeliana da lei incarnata. Il pomo della discordia è l’atteggiamento
da adottare nei confronti dell’Alternative für Deutschland (AfD), il partito di
estrema destra: rincorrerli o condannarne ogni posizione? Ma molti conservatori
desiderano anche un cambiamento di leadership, una guida che non si limiti a <em>gestire</em> come fa Merkel, ma che indichi
la strada verso il futuro – prima che la CDU diventi una reliquia della vecchia
Germania ovest. </p>



<p>A febbraio era avvenuto il “colpo di mano” con cui la
destra del partito (coadiuvata dai liberali) era riuscita a far eleggere un
presidente della Turingia che non fosse di sinistra. La mossa aveva destato
particolarmente scalpore perché era avvenuta col consenso dell’AfD, violando le
linee guida poste da Berlino . AKK, indebolita da mesi di fronda interna e
logorata dal ruolo di ministro, aveva annunciato le proprie dimissioni. </p>



<p>Si era quindi deciso di tenere un congresso a fine aprile
per selezionare un successore. I candidati sono tre: </p>



<p><strong>Friedrich Merz</strong>, l’anti-Merkel per eccellenza e suo
avversario fin dai primi anni 2000. Dopo una lunga assenza dalla politica si
era ripresentato al congresso del 2018 come il candidato più critico nei
confronti della politica migratoria tollerante. Il milionario ex-banchiere è
considerato il candidato “delle imprese” ed è sostenuto dalla giovanile di
partito, cosi come da chi si oppone a ulteriori concessioni in materia
migratoria. </p>



<p><strong>Armin Laschet</strong>, presidente del ricco Nordrhein-Westfalen,
considerato da molti il favorito e il candidato “di continuità” rispetto all’era
Merkel. Incarna l’idea della CDU come partito anzitutto di governo, affidabile
e ragionevole in tempi di crisi. Il suo ruolo istituzionale era stato
particolarmente utile per rinforzare questa immagine. Corre in tandem con <a href="https://www.zeit.de/politik/deutschland/2020-02/armin-laschet-jens-spahn-cdu-vorsitz">Jens Spahn</a>, ministro
della salute e volto della nuova CDU (è gay, giovane e da ministro si è
lanciato in dure battaglie sulla donazione degli organi e l’assunzione di
infermieri). </p>



<p><strong>Norbert Röttgen</strong>, presidente della commissione esteri
al Bundestag e già ministro dell’ambiente, malamente esautorato da Merkel nel
2012 dopo una sconfitta elettorale. Dei tre candidati, Röttgen è quello che ha
saputo meno convincere nei sondaggi ma che più spinge per una maggiore presa di
responsabilità internazionale da parte della Germania.. </p>



<p>Il Coviv-19 ha, ovviamente, cambiato tutto. La
sospensione del congresso CDU presenta, in teroai, ai tre candidati l’occasione
di dimostrare la propria leadership. Merz e Röttgen, senza ruoli
nell’esecutivo, avranno molte difficoltà a mantenere l’attenzione mediatica su
di sé in questa crisi globale – <a href="https://www.sueddeutsche.de/politik/cdu-kramp-karrenbauer-merz-roettgen-1.4845657">attirandosi
anzi critiche</a> per aver continuato le rispettive campagne nonostante la
pandemia. Merz, in particolare, è venuto a trovarsi in una situazione complessa
– l’intransigenza sul pareggio di bilancio e l’ultraliberismo non sono particolarmente
popolari in momenti di crisi, senza contare che il 17 marzo lui stesso è risultato
positivo al Coviv-19. Laschet, invece, ha deciso di puntare il tutto sulla
propria abilità nel <a href="https://www.faz.net/aktuell/politik/inland/nrw-so-reagiert-armin-laschet-auf-das-coronavirus-16678517.html">gestire
l’epidemia in Westfalia</a>. Come presidente ha insistito affinché il governo
federale agisse in maniera più decisa fin dai primi focolai, coadiuvato dal
proprio <a href="https://www.businessinsider.de/politik/praesent-in-der-coronakrise-warum-die-cdu-und-besonders-ein-minister-in-den-umfragen-zulegen/">sempre più
popolare alleato</a> al ministero della salute.</p>



<p>Ma il vero colpo di scena sarebbe se questa corsa alla
competenza beneficiasse un quarto incomodo, il cui astro brilla con particolare
intensità nella costellazione di centro-destra: Markus Söder, leader della CSU
e presidente bavarese. In un certo senso, Söder rappresenterebbe il candidato
perfetto per la cancelleria. A differenza di Merkel, che anche in questa crisi
ha preferito mostrarsi <a href="https://www.spiegel.de/politik/deutschland/coronavirus-und-die-bundeskanzlerin-nach-merkel-rezept-a-5187f4ac-b632-4795-ac08-76c7326e3eaa?utm_source=dlvr.it&amp;utm_medium=twitter#ref=rss">pacata</a> &nbsp;piuttosto che combattiva,
ama coltivare l’immagine di decisore. Come faceva notare la <em>Frankfurter Allgemeine Zeitung </em>il 17
marzo, chiudere le frontiere tedesche è stato possibile solo perché la Baviera
aveva ristabilito la propria polizia di frontiera in barba alle critiche da
sinistra. Al di là di ciò, Söder sa alternare toni da statista e appelli più accorati
come la richiesta che i <a href="https://www.n-tv.de/politik/Soeder-Fussballer-sollen-auf-Geld-verzichten-article21646698.html">calciatori
rinuncino al proprio stipendio</a> per tenere a galla la Bundesliga durante la pandemia; salvaguardia
l’autonomia bavarese viaggiando a Mosca, ma rimane in linea con la politica di
sanzioni di Berlino. L’unico problema: nella storia ci sono stati solo due
candidati cancelliere della CSU, ed entrambi hanno fallito. L’appeal personale del
candidato faticherebbe a tradursi in un supporto federale. La stessa CSU,
partito dell’eccezionalismo bavarese, non è certamente popolare nel resto del
paese. Söder gode poi di un “dominio proprio del benevolo legame”, per citare
Heidegger, cioè ha potuto profilarsi a livello nazionale scegliendo dove e
quando porre veti al partito gemello. Può funzionare in prospettiva
pubblicitaria, ma è molto diverso dall’affanno di una campagna elettorale. E più
Söder si esporrà, più sarà soggetto ad un intenso scrutinio, pur non essendo
ufficialmente in corsa per la candidatura. </p>



<p>La CDU si è sempre inscenata come il partito del quieto
vivere e della pacatezza al governo. Ma con un sistema partitico allo sfascio,
un federalismo sotto pressione e l’Europa in preda a una pandemia, potremmo
presto assistere a un’evoluzione in seno ai democristiani renani. </p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/1881/">Caos calmo nella CDU</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
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		<title>Misure per la parità di genere: Germania e Italia a confronto</title>
		<link>https://www.mondodem.it/1830/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Benedetta Albano]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 14 Feb 2020 14:26:13 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Esteri a confronto]]></category>
		<category><![CDATA[Germania]]></category>
		<category><![CDATA[Italia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>“L’Italia non è un paese per donne”: così i giornali esordiscono frequentemente in articoli in cui si sottolinea&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/1830/">Misure per la parità di genere: Germania e Italia a confronto</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-drop-cap"> “L’Italia non è un paese per donne”: così i giornali esordiscono  frequentemente in articoli in cui si  sottolinea il grosso gap esistente in Italia fra le condizioni di donne e uomini. Spesso alla dicitura  “donne” vengono aggiunti altri termini per delineare situazioni più specifiche: “mamme”,  “lavoratrici”, “giovani”. I dati provenienti dal Gender Gap Report 2020 del World Economic Forum  sembrano confermare queste affermazioni: l’Italia si trova al 76esimo posto su 153 paesi analizzati,<br> con un divario del tasso di occupazione del 18,9% fra uomini e donne (il secondo peggiore in  Europa). La situazione peggiora quando si prendono in considerazione ulteriori dati, fra cui il ritorno al lavoro a seguito della maternità, il tasso di istruzione, la differenza salariale. Guardando<br> alla politica e al mondo dell’industria, le donne ricoprono poche posizioni di leadership o  manageriali e faticano a affermarsi dal punto di vista professionale.<br> Per invertire questa tendenza che impedisce al nostro paese di utilizzare le donne come risorse e portare avanti un modello di società più inclusiva servono forti riforme dal punto di vista legislativo. Naturalmente, è anche fondamentale agire a livello culturale, promuovendo iniziative  che possano portare ad un maggiore sviluppo e alla riflessione sulla condizione femminile: ma le riforme legislative sono la conditio sine qua non affinché questo accada.<br> In Germania, invece, c’è un aneddoto che viene spesso riproposto durante le tornate elettorali. Un bambino di sette anni durante un comizio si gira verso la madre e le chiede: “Mamma, ma un maschio può diventare Cancelliere?” L’aneddoto, scherzosamente riferendosi a quella che è la<br> Cancelliera più longeva della storia tedesca, porta ad evidenziare una realtà culturale che nel corso degli anni ha attuato una serie di riforme per permettere alle donne di avere più partecipazione alla società e al lavoro, compiendo passi verso quello che dovrebbe essere l’obiettivo di tutti: una<br> società più equa e a modello delle persone che la compongono. Non a caso, la Germania è un paese che spicca per la presenza di donne parlamentari e nel mondo della politica, sia a livello dei parlamenti federali che del parlamento nazionale.<br>Alcune delle scelte legislative della Germania negli ultimi anni potrebbero essere importate in Italia  per segnalare la volontà del nostro paese di investire sulle donne e aiutarle a realizzare il loro potenziale: di seguito ne citeremo alcune che hanno a che fare con diverse aree e tematiche che<br> spesso costituiscono fonte di ostacoli per le donne. </p>



<h5 id="maternita" class="wp-block-heading">Maternità</h5>



<p>Le misure a sostegno della maternità in Germania sono molteplici: il congedo parentale previsto per entrambi i genitori senza distinzione di genere e le indennità ad esso connesse, gli assegni famigliari per ogni figlio a carico, il posto garantito negli asili nido. La maternità in Germania non è vista come solamente a carico della donna, ma come un evento che<br> riguarda tutta la famiglia e che lo Stato sostiene con una varietà di leggi a livello dei singoli stati e a livello federale</p>



<h5 id="parita-salariale-e-occupazione" class="wp-block-heading">Parità salariale e occupazione</h5>



<p>Il tasso di occupazione femminile italiano è del 49%; quello tedesco del 72%. Per quanto  anche in Germania sussista la differenza salariale fra uomini e donne (secondo gli ultimi dati disponibili, si aggira fra il 17 e il 21%), nel 2018 la Germania ha varato una legge che obbliga le imprese con più di 500 dipendenti a fornire rapporti periodici sul trattamento salariale per controllare il progressivo adeguamento a uno standard di equità. Nel 2015 è stata anche approvata una legge per fare in modo che almeno il 30% delle posizioni nei consigli di amministrazione delle grande aziende sia assegnata a donne (simile, in meccanismo, alla legge italiana Golfo-Mosca, che tuttavia prevede il requisito di un quinto dei membri).<br></p>



<h5 id="politica-e-rappresentanza" class="wp-block-heading">Politica e rappresentanza</h5>



<p>In Germania, il 40% dei ministri è donna – l’alto tasso di partecipazione femminile alla politica è stato uno degli indici che ha permesso alla Germania di piazzarsi nei primi 10 posti del Gender Gap Report del 2020. La possibilità di partecipare alla politica da protagoniste ha un effetto a cascata e fa presagire una sempre più alta presenza delle donne<br> nel mondo della politica, che si ripercuote positivamente anche in altre aree, quali l’aumento del numero di donne che ottengono qualificazioni a livello universitario.<br>Attuare alcune di queste riforme, o perlomeno iniziare un dibattito politico sul tema, sarebbe un forte segnale verso le donne che in Italia non vengono valorizzate e spesso si trovano di fronte a scelte che non rendono giustizia alla loro dignità di cittadine: nel 2020, non è più accettabile che una parte consistente del Paese venga lasciata indietro.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/1830/">Misure per la parità di genere: Germania e Italia a confronto</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
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		<title>L&#8217;SPD e la politica estera: un pallido futuro</title>
		<link>https://www.mondodem.it/1760/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Michelangelo Freyrie]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 01 Dec 2019 10:37:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[Lo stato della sinistra]]></category>
		<category><![CDATA[Germania]]></category>
		<category><![CDATA[Macron]]></category>
		<category><![CDATA[Spd]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Le diatribe sulla porzione “social” di socialdemocrazia sono un evergreen di tutta la sinistra europea, ma lo sono&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/1760/">L&#8217;SPD e la politica estera: un pallido futuro</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<h6 id="wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading-dfec8895" class="wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading-dfec8895" style="color:#000000;font-style:normal;text-transform:none"><span id="allindomani-dellelezione-della-nuova-leadership-dellspd-sorgono-molti-dubbi-su-dove-la-politica-estera-tedesca-andra-nei-prossimi-mesi">All&#8217;indomani dell&#8217;elezione della nuova leadership dell&#8217;SPD sorgono molti dubbi su dove la politica estera tedesca andrà nei prossimi mesi. </span></h6>



<p class="has-drop-cap"> Le diatribe sulla porzione “social” di socialdemocrazia sono un evergreen di tutta la sinistra europea, ma lo sono in particolare per uno dei pochi partiti sopravvissuto a due cambi di secolo, due guerre mondiali, una dittatura totalitaria e tre costituzioni. Molti <em>Genossen </em>(il termine tedesco per “compagni” che nessuno spasmo ideologico ha saputo scardinare) commentano la possibilità che il partito abbandoni il governo di coalizione di Angela Merkel come un’occasione per rafforzare il proprio profilo politico, certo, ma anche come una rottura nei confronti di quella tradizione di responsabilità che può avere solo un partito più vecchio della repubblica federale stessa. </p>



<p>In questo clima
di incertezza il <a href="https://www.auswaertiges-amt.de/de/newsroom/maas-tiergarten-konferenz/2282660">discorso</a> del ministro degli esteri Heiko
Maas sulla politica estera socialdemocratica è forse il miglior indicatore di
cosa agiti Berlino in questo momento. Non poteva esserci miglior palco che la
Friedrich-Ebert-Stiftung, la grande fondazione di ricerca dell’SPD e intitolata
al primo presidente della Repubblica di Weimar. Pensava a lui Maas mentre
guardava la folla internazionale raccolta a pochi passi dal Tiergarten? Alla
dolorosa decisione allearsi con l’esercito guglielmino per reprimere le
insurrezioni comuniste pur di salvare la neonata repubblica dall’oblio?
Probabilmente no. L’imperativo di prendersi le proprie responsabilità oggi
agita l’SPD e la Germania in maniera molto differente, a partire dalle ultime
elezioni. La minaccia della Cina, l’imprevedibilità Trumpiana e lo sberleffo
russo nei confronti dell’ordine liberale basterebbero già a mettere qualsiasi
governo sotto pressione. </p>



<p>E poi c’è Macron. Le dichiarazioni sulla NATO, il veto sul processo di ammissione di Albania e Macedonia del Nord all’UE, le aperture a Mosca senza consultare gli alleati: tutto ciò sta mettendo a dura prova quel tandem franco-tedesco che molti speravano potesse essere ravvivato da un presidente energico e una Germania sempre più preoccupata dal declino delle istituzioni multilaterali. La think-tanker berlinese Claudia Major, nello stesso numero dell’Economist sulla “morte cerebrale” della NATO, ha osservato che “We constantly feel like the French want something from us, and that it is so annoying”. </p>



<p>Il discorso del 28 novembre è la summa delle politiche che Berlino ha la capacità di intraprendere, e proprio per questo si contraddistingue per un certo pragmatismo. Fin da subito, il ministro ha ribadito il commitment tedesco nei confronti dell’Europa dell’Est, mostrandosi più morbido sulle violazioni della rule of law rispetto ai toni perentori di Bruxelles. Anche il rifiuto esplicito di un’Europa a due velocità, lo spauracchio per molti paesi dell’Est spaventati dall’idea di diventare membri di serie B, può essere letto in questo modo. Meno incoraggiante è l’intenzione di spingere per degli standard lavorativi minimi paneuropei, osteggiati da molti perché a rischio di compromettere la competitività dei bassi salari a est dell’Oder. C’è anche da chiedersi come verrà percepita, nonostante la difesa a spada tratta della NATO, l’assenza di critiche degne di nota nei confronti della Russia, controbilanciata invece da critiche più insistenti alla Cina e agli Stati Uniti, considerati partner di rilievo soprattutto in Polonia e <a href="https://www.ecfr.eu/publications/summary/exploring_eu_coalitions_7230">Ungheria</a>.&nbsp;</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-style-large is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p> “La politica estera tedesca non può essere dirompente. Non può  trattarsi di una competizione fra idee, bensì la capacità di tenere le  cose assieme – l’UE, le Nazioni Uniti, i trattati internazionali”.&nbsp;  </p><cite>Heiko Maas</cite></blockquote>



<p>Il vero cavallo di battaglia di Maas è però “<a href="https://www.dw.com/en/germany-launches-alliance-for-multilateralism/a-50600084">l’alleanza dei multilateralisti</a>”, un insieme di paesi votati a salvare la cooperazione internazionale dal collasso. Rivendicando i primi successi nelle negoziazioni per limitare l’uso bellico dell’intelligenza artificiale, non sono mancati attacchi molto poco velati a Macron e delle sue dichiarazioni shock. “La politica estera tedesca non può essere dirompente [disruptiv]. Non può trattarsi di una competizione fra idee, bensì la capacità di tenere le cose assieme – l’UE, le Nazioni Uniti, i trattati internazionali”.&nbsp; </p>



<p>Questa enfasi
sulla costruzione di nuove capacità, sul dialogo e sulla cooperazione riflette
in fondo una combinazione di fattori differenti. C’è, certamente, la necessità
per un paese esportatore come la Germania di preoccuparsi della stabilità globale,
quindi di voler evitare di versare altra benzina sui numerosi fuochi che
divampano in giro per il mondo. Esiste indubbiamente anche la volontà di offrire
un paradigma internazionale alternativo a quello francese, non sempre
apprezzato nelle istituzioni comunitarie e in Europa orientale. Tuttavia,
bisogna anche ricordare che una leadership internazionale più decisa sarebbe in
ogni caso limitata dai giochi di potere all’interno dei partiti politici
federali. Solo il mese scorso Annegret Kramp-Karrenbauer, segretaria della CDU
e ministro della difesa, aveva proposto lo schieramento di una forza di
peacekeeping nel nord della Siria a protezione dei curdi. La mossa è stata
interpretata da alcuni come un tentativo di rafforzare il proprio profilo
securitario a discapito dei suoi rivali all’interno del partito.&nbsp; Che il ministero degli esteri non fosse stato
informato ha tuttavia causato parecchie perplessità, superate solo
dall’imbarazzo provocato dalla liquidazione dell’iniziativa da parte di Maas
durante un summit ad Ankara. </p>



<p>È difficile non
leggere nel dogma della moderazione come un tentativo di far di necessità virtù,
richiamandosi ai soliti miti della responsabilità socialdemocratica (parola
d’ordine <em>Ostpolitik</em>, d’obbligo nella
retorica politica tedesca). Se tuttavia allarghiamo lo sguardo a ciò che sta
succedendo altrove non possono che sorgere dubbi su quanto un approccio cosi limitato
possa essere utile. </p>



<p>La vittoria del
tandem di sinistra Esken/Walter-Borjans difficilmente attenuerà la lotta all’interno
al partito, anzi. L’ipotizzato rimpasto di governo, una rinegoziazione del
contratto di governo o addirittura il ritiro dei ministri potrebbero aumentare
le frizioni fra correnti anche su questioni di politica estera. È scontato che anche
nei rapporti con la CDU si intensifichi il fuoco incrociato fra ministri: nonostante
il successo dell’ultimo congresso, Kramp-Karrenbauer ancora rischia
ammutinamenti nel proprio partito. Anche qui, temi di politica estera e di
sicurezza spesso rappresentano scuse per regolamenti di conti interni, come è stato
il tentativo di alcuni membri del partito di scavalcare la posizione moderata
della segretaria sul coinvolgimento di Huawei nella rete 5G tedesca. </p>



<p>Per quanto la politicizzazione
di questi temi possa essere positiva in una società democratica, per ora in
Germania ciò sembra aver prodotto solo una leadership disunita e consumata da
conflitti interni. </p>



<p>Nel bene e nel
male, politici più radicali al di là della manica e dell’oceano hanno sfruttato
il malessere internazionale per lanciare spunti di riflessione su una politica
estera fondata sulla lotta alla <a href="https://foreignpolicy.com/2019/10/05/eu-us-fight-corruption-kleptocracy/">cleptocrazia</a> e <a href="https://labour.org.uk/press/jeremy-corbyn-speech-at-the-united-nations-geneva/">all’ingiustizia economica</a> globale. Ma
all’apertura di una conferenza incentrata su un modello diverso di politica
estera ci si sarebbe potuto legittimamente aspettare una visione più ambiziosa
che il tentativo di difendere lo status quo. Perché il cambiamento sia
inconciliabile con una politica responsabile, non è chiaro. </p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/1760/">L&#8217;SPD e la politica estera: un pallido futuro</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
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