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	<title>Globalizzazione Archivi &#8211; MondoDem</title>
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	<title>Globalizzazione Archivi &#8211; MondoDem</title>
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		<title>Per un nuovo modello di sviluppo: il sogno di Adriano Olivetti</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 05 Dec 2018 22:39:52 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[L'Italia nel mondo]]></category>
		<category><![CDATA[Commercio internazionale]]></category>
		<category><![CDATA[Globalizzazione]]></category>
		<category><![CDATA[Protezionismo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Di Fabrizio Macrì* Il rinnovato dinamismo dell’Italia sui mercati internazionali testimoniato dai dati indicati da Umberto Marengo e&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Di Fabrizio Macrì*</em></p>
<p>Il rinnovato dinamismo dell’Italia sui mercati internazionali testimoniato dai dati indicati da Umberto Marengo e Chiara Giribaudo, è solo una piccola parte del processo di impetuosa crescita che si potrebbe innescare se la nostra economia fosse ancora più aperta. Non si può ignorare, infatti, che l’incidenza strutturale del valore dell’export totale sul PIL (che in Italia è al 29%) fa di noi il fanalino di coda tra le maggiori economie europee di simili dimensioni: in Germania lo stesso rapporto è al  46%, in Spagna al 33% ed in Francia al 30%. Questi numeri ci dimostrano quindi che la vocazione esportatrice dell’Italia non si è ancora dispiegata a pieno e che ancora grande potrebbe essere il suo sviluppo ed il suo impatto.</p>
<p><strong>Le contraddizioni della globalizzazione e la sfida del protezionismo</strong></p>
<p><strong> </strong>Tuttavia, in Italia come in quasi tutti i paesi occidentali, le politiche pubbliche sembrano essere sempre meno orientate all’apertura economica. Al contrario, assistiamo ad una stretta protezionista destinata ad avere effetti recessivi sia sull’export degli stessi paesi protezionisti che sul tasso di crescita complessivo della domanda globale. Perché questa spirale autolesionista? Ebbene, la crescente apertura dei mercati ha avuto un impatto positivo sull’export, ma ha altresì innescato, specie nei paesi avanzati come l’Italia, delle tensioni sociali legate a due ordini di problemi:</p>
<p>&nbsp;</p>
<ol>
<li>l’introduzione di nuove forme di diseguaglianza anche all’interno delle stesse categorie sociali, generando una forte polarizzazione tra imprenditori capaci di adattarsi al nuovo contesto competitivo grazie ad investimenti in tecnologia, forza lavoro, logistica e marketing e imprenditori legati più al mercato interno che non hanno visto arrivare l’ondata competitiva e sono rimasti specializzati in settori maggiormente esposti alla concorrenza dei paesi a basso costo della manodopera . Una diseguaglianza che si è riflessa anche sui lavoratori che sono stati formati o hanno sviluppato le necessarie competenze economiche e tecnologiche e coloro che hanno invece mantenuto un profilo e delle competenze non più richieste dal nuovo mercato globale;</li>
</ol>
<p>&nbsp;</p>
<ol start="2">
<li>il forte sviluppo dei Paesi emergenti in particolare nel Sud Est asiatico, non accompagnato da reciprocità nel commercio internazionale e nei flussi d’investimento, ha accentuato lo shock competitivo su alcuni settori e categorie di lavoratori nei Paesi avanzati.</li>
</ol>
<p>La linea di demarcazione quindi tra classi sociali si è spostata ed è diventata trasversale; come ci ha spiegato bene Massimo Ungaro in apertura a questo dossier, possiamo affermare che <strong>non esiste più, o esiste sempre meno, un conflitto tra chi possiede le imprese e chi vi lavora, mentre si è acceso il conflitto tra imprese e lavoratori competitivi in grado di stare sul mercato globale cogliendone le grandi opportunità e chi invece ne è stato tagliato fuori</strong>, subendo un processo di impoverimento graduale che giustamente ci si rifiuta di accettare.</p>
<p><strong>Competitività e solidarietà sociale sono compatibili</strong></p>
<p><strong> </strong>Quei paesi avanzati che meglio hanno saputo ingrandire l’area dei settori vincenti e ridurre l’area dei settori perdenti sono quelli che stanno vincendo la sfida della globalizzazione (Germania, Paesi Scandinavi, Olanda, Canada). Il welfare danese e olandese ad esempio ci viene ben descritto nell’articolo di Igor Guardiancich. La ricetta insomma per sfidare le mutate condizioni sembra essere quella di coniugare in modo equilibrato la competitività con politiche di inclusione nel sistema di chi non ce la fa o è in ritardo. Politiche dunque tese il più possibile ad <strong>allargare l’area che può beneficiare dei vantaggi della globalizzazione e a limitare l’assistenza a quella parte, che deve diventare minoritaria, di imprese e lavoratori che ne vengono esclusi</strong>. Questa impostazione è chiaramente non compatibile con una visione protezionistica dell’economia o nostalgica di una presenza massiccia dello Stato nella gestione dell’impresa. Tuttavia, specie per l’Italia, significa concentrare le risorse disponibili su quei settori industriali a maggiore potenziale di crescita sui mercati internazionali, favorendo qui investimenti ed assunzioni e l’allargamento della platea delle imprese in grado di esportare regolarmente (in Italia ad oggi solo il 25% del totale a fronte del 45% in Germania); rendere eccellenti i servizi turistici, migliorando formazione ed infrastrutture funzionali a questo obiettivo e semplificare nettamente il rapporto tra impresa e Pubblica Amministrazione per favorire non solo l’avvio di attività locali, ma anche l’attrazione di attività imprenditoriali dall’estero. <strong>Più veloce e strutturale sarà la strada intrapresa in questa direzione e minore sarà il peso della spesa necessaria</strong> (e doverosa, oltre che utile al sostegno della domanda aggregata) destinata a sostenere i redditi di chi rimane fuori dal processo di crescita indotto dalla globalizzazione.</p>
<p><strong>Capire le ragioni del protezionismo e del sovranismo</strong></p>
<p><strong> </strong>Una visione pragmatica di quanto sta avvenendo nel mondo e dei rapporti di forza tra economie che si vanno delineando, in cui l’Italia (specie in un contesto di graduale indebolimento dell’UE sulla scena mondiale) non è certo favorita, ci obbliga ad una riflessione più ampia che metta in discussione anche l’impostazione dogmaticamente « aperturista » che le classi dirigenti occidentali hanno seguito dagli anni ’90 in poi. È vero infatti che il sistema di libero accesso delle merci e degli investimenti tra i Paesi del mondo funziona solo se le condizioni di partenza, anche se non identiche, sono per lo meno simili. Questo significa che i Paesi in via di sviluppo non possono sperare di accedere ai nostri mercati in mancanza di regolamenti a tutela dell’ambiente, dei lavoratori e ancora peggio in condizioni di mancanza di reciprocità, come è regolarmente avvenuto negli ultimi anni a vantaggio della Cina e a svantaggio degli Stati Uniti. <strong>Reagire con sdegno alle politiche protezionistiche di alcuni governi, limitandosi ad elencarne gli effetti recessivi e l’inefficacia non è quindi sufficiente.</strong> Il rifiuto del protezionismo e della chiusura deve passare attraverso il riconoscimento del sentimento di paura dei ceti svantaggiati, ai quali si deve essere capaci di offrire <strong>un antidoto alternativo e più efficace delle politiche sovraniste</strong>. Occorre quindi affrontare alla radice gli squilibri del sistema economico globalizzato, tra i quali si annovera certamente la mancanza di condizioni di reciprocità con alcuni giganti il cui status di economia in via di sviluppo, a dire il vero, può riferirsi forse alla distribuzione della ricchezza interna alle loro società, ma certamente non alla posizione che essi occupano nel mercato globale.</p>
<p><strong>Un nuovo modello di sviluppo è possibile? Il sogno di Adriano Olivetti</strong></p>
<p><strong> </strong>Accanto ai rischi sociali, con il contributo di Luca Bergamaschi non abbiamo mancato di richiamare i rischi di insostenibiltà ambientale dell’attuale sistema economico. Ecco perché, se il primo nucleo di politiche da adottare deve tendere alla capacità dell’Italia di sopravvivere e continuare a muoversi nel contesto globalizzazione, esso deve necessariamente dispiegarsi a livello europeo, e nei consessi internazionali di cui facciamo parte, a favore di un sistema economico che incentivi attività a basso impatto ambientale ed un consumo ragionevole delle risorse naturali. <strong>La transizione ecologica, lungi dall’essere soltanto un modo per limitare i danni dell’attuale sistema economico, dovrebbe configurarsi come uno strumento per individuare nuovi strumenti e nuove opportunità di sviluppo, centrate sull’uomo e fondate sull’idea di convivenza tra gli uomini.</strong> Forse Adriano Olivetti, che fu un esponente del capitalismo italiano più illuminato, può suggerirci i contorni di questa nuova visione con una frase da lui pronunciata negli anni ’50.</p>
<p><em>“Può l’industria darsi dei fini? Si trovano questi semplicemente nell’indice dei profitti? Non vi è al di là del ritmo apparente, qualcosa di più affascinante, una destinazione, una vocazione anche nella vita di una fabbrica? C’è un fine nella nostra azione di tutti i giorni a Ivrea come a Pozzuoli… il fine è la realizzazione di un’impresa di tipo nuovo al di là del socialismo e del capitalismo…la nostra Società crede nei valori spirituali nei valori della scienza, dell’arte, della cultura, crede infine che gli ideali di giustizia non possano essere estraniati dalle contese ancora ineliminate tra capitale e lavoro. Crede soprattutto nell’uomo, nella sua fiamma divina, nella sua possibilità di elevazione e di riscatto”.</em></p>
<p><strong> </strong></p>
<p>*MondoDem</p>
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		<title>Il welfare come elemento di competitività: contro il familismo, il modello del Nord-Europa</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 05 Dec 2018 22:34:40 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[L'Italia nel mondo]]></category>
		<category><![CDATA[Commercio internazionale]]></category>
		<category><![CDATA[Globalizzazione]]></category>
		<category><![CDATA[welfare]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Di Igor Guardiancich In un famoso articolo del 1996, il politologo Maurizio Ferrera classificò l’Italia come facente parte&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/1271/">Il welfare come elemento di competitività: contro il familismo, il modello del Nord-Europa</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Di Igor Guardiancich</em></p>
<p>In un famoso articolo del 1996, il politologo Maurizio Ferrera classificò l’Italia come facente parte di un regime di welfare ‘mediterraneo’ o ‘sudeuropeo’. Una delle caratteristiche cardine di tale regime è la sussidiarietà, in base alla quale, lo Stato – al contrario di quanto avviene nei regimi ‘nordici’ o ‘socialdemocratici’ – interviene a tutela dei bisogni sociali solo quando la capacità previdenziale della società e in primis della famiglia è esaurita. Pertanto, il benessere della famiglia è stato in gran parte concepito come una responsabilità privata e prevalentemente femminile. <strong>Questo ‘familismo implicito’ nel regime mediterraneo ha fatto sì che gli aiuti statali, soprattutto l’offerta di servizi in natura, quali l’assistenza all’infanzia e la cura di anziani e/o disabili, siano deboli e sottosviluppati, contribuendo in maniera fondamentale alle disparità di genere.</strong></p>
<p><strong> </strong>Come scrive il sociologo Egidio Riva, negli ultimi decenni del secolo scorso, svariate pressioni hanno aumentato la salienza del problema della conciliazione tra tempi di vita e tempi di lavoro. La necessità di affrontare i ‘nuovi rischi sociali’, derivanti dall&#8217;aumento della partecipazione delle donne alla forza lavoro, la preoccupazione per i cambiamenti demografici, l’istituzionalizzazione del dibattito sulle pari opportunità ed un crescente consenso riguardo al rafforzamento dell’assistenza all’infanzia hanno fatto sì che il dibattito politico si occupasse della questione femminile. Questa nuova agenda politica è stata decisamente influenzata dall&#8221;Unione europea, che, a partire dagli anni ’90, ha contribuito allo sviluppo di politiche sociali specifiche. Tuttavia, dopo quasi tre decenni e svariati tentativi di riforma, il nocciolo delle politiche in tema di conciliazione famiglia-lavoro non è sostanzialmente cambiato. Gli indicatori di <em>policy outcome</em> non potrebbero essere più espliciti. Nonostante un progressivo miglioramento, il numero di bambini sotto i 3 anni che non ottengono un posto in un’istituzione per l’infanzia è del 65.6% [1]. Nonostante il dato sia equiparabile alla media europea (67.1% nel 2016), esso risulta molto elevato se raffrontato con i paesi Scandinavi, con la Francia, l’Olanda o il Belgio, i quali investono di più in un <strong>armonioso bilanciamento degli impegni lavorativi e familiari</strong>.</p>
<p>Andiamo ad analizzare i casi paradigmatici della Danimarca e dell’Olanda. Il paese Scandinavo è rappresentante indiscusso di un equilibrio di assistenza all’infanzia <em>full-time</em>. Nel 2016, solo il 30% dei bambini Danesi sotto in 3 anni non fruivano di una forma istituzionalizzata di <em>childcare</em>. Del restante 70%, quasi 9 infanti su 10 frequentavano un asilo o una <em>crèche</em> per più di 30 ore settimanali. Ciò fa sì che <strong>le mamme abbiano la possibilità di dedicarsi esse stesse ad un lavoro a tempo pieno</strong>. I Paesi Bassi invece sono rappresentativi di un equilibrio di assistenza all’infanzia <em>part-time</em>. Infatti, secondo l’Eurostat, il 47.6% dei bambini sotto i 3 anni nel 2016 partecipavano ad istituzioni prescolastiche che offrivano i loro servizi per una durata da 1 alle 29 ore settimanali, e solo il 5.4% a istituzioni che si prendevano cura dei bimbi per più di 30 ore a settimana. Tale equilibrio si riflette specularmente nel numero di donne che hanno un impiego part-time, ovvero ben il 62.8% del totale.</p>
<p>Questa maggiore attenzione al duplice ruolo delle donne in quanto lavoratrici e madri ha un impatto considerevole sulla società. Al netto delle differenze, i due paesi del nord Europa innescano <strong>un circolo virtuoso tra occupazione femminile nel privato e nel pubblico, disponibilità di posti in istituzioni per l’assistenza all’infanzia e natalità</strong>. In entrambi i casi, la lavoratrice-madre può rientrare nel mercato del lavoro (a tempo pieno o meno) pochi mesi dopo il parto, evitando pertanto l’obsolescenza delle proprie competenze. Le tasse (elevate in ambedue i paesi) pagate dalle lavoratrici vengono reinvestite in asili e nidi, aumentando ulteriormente il tasso di occupazione, prevalentemente femminile, attraverso il pubblico impiego (o attraverso sussidi pubblici a istituzioni private). Si tratta, come è facilmente intuibile, di una situazione <em>win-win</em>: <strong>l’assistenza ai figli viene ‘defamilializzata’, contribuendo ad un innalzamento della natalità</strong>. Non è un caso, infatti, che il tasso totale di fertilità nei paesi Scandinavi (Danimarca, Norvegia e Svezia) fosse di 1,78 figli per donna nel 2016, quello della Francia, primatista europea, di 1,92 figli, e quello dell’Italia di soli 1,34 figli per donna durante il medesimo anno. Al contempo, i due paesi staccano l’Italia di 20 punti percentuali per quel che riguarda l’occupazione femminile: nel 2017, il 73.7% delle donne danesi ed il 72.8% delle donne olandesi erano occupate contro il 52.5% delle italiane.</p>
<p>Possiamo pertanto affermare che l’Italia si trovi in un vero e proprio circolo vizioso tra bassa natalità, ridotta occupazione femminile e insufficiente investimento nei servizi per l’infanzia. A questo bisogna aggiungere che <strong>le famiglie italiane, per far fronte alle carenze istituzionali, si avvalgono spesso di servizi offerti privatamente da badanti e baby-sitter</strong>: un equilibrio basato, in parte, sui migranti e, in parte, sul lavoro irregolare, viste le deduzioni irrisorie di tali servizi dall’imponibile.</p>
<p>Ovviamente i modelli danese e olandese non possono essere semplicemente replicati nel contesto italiano, in assenza di una preparazione certosina ad un passaggio progressivo dall’elargizione di denaro ai genitori all’offerta di servizi per l’infanzia. Tra i possibili interventi si possono auspicare <strong>un aumento della copertura degli asili nido, sgravi per le famiglie sia per le rette dei nidi e sia per l’impiego di badanti e baby-sitter, per non parlare del maggior coinvolgimento dei padri attraverso un utilizzo sistematico del congedo di paternità</strong>. Solo allora si potrà pensare all’implementazione di un sistema autosufficiente, con possibili benefici per la competitività dell’Italia sulla scena globale.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>*Ricercatore Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="#_ftnref1" name="_ftn1">[1]</a> Tutti i dati citati nell’articolo provengono dalle banche dati Eurostat, che assicurano la comparabilità a livello europeo. I dati Istat potrebbero pertanto deviare dalle statistiche qui riportate. Ad esempio, il numero di bambini che hanno accesso agli asili nido in Italia è, secondo l’Istat, notevolmente più basso.</p>
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		<title>Proteggere l’ambiente senza protezionismo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Bergamaschi]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 05 Dec 2018 22:30:43 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[L'Italia nel mondo]]></category>
		<category><![CDATA[#ambiente]]></category>
		<category><![CDATA[Commercio internazionale]]></category>
		<category><![CDATA[Globalizzazione]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La sfida ambientale, e in particolare la lotta ai cambiamenti climatici, è una delle sfide principali del nostro&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>La sfida ambientale, e in particolare la lotta ai cambiamenti climatici, è una delle sfide principali del nostro secolo. <strong>“Esistenziale”</strong> perché senza stabilizzare l’incremento della temperatura globale, idealmente entro 1,5 gradi come indicato dall’ultimo rapporto della comunità scientifica internazionale dell’IPCC, non sarà possibile garantire la disponibilità delle risorse – in primis acqua, cibo ed energia – e salvaguardare la salute umana e degli ecosistemi. Di conseguenza i cambiamenti climatici minacciano direttamente la sicurezza e la prosperità di tutte le nazioni, mettendo già ora in serio pericolo l’esistenza stessa delle comunità più vulnerabili, come le piccole isole del Pacifico e le comunità rurali del Sahel.</p>
<p><strong>La trasformazione ecologica deve diventare un imperativo interesse nazionale </strong>a maggior ragione perché ci troviamo in una regione geografica particolarmente esposta al surriscaldamento globale e ai suoi rischi. Il bacino del Mediterraneo si riscalda infatti più velocemente della media globale, oggi più caldo di 1,4 gradi rispetto all’incremento medio globale di circa 1 grado rispetto all’era pre-industriale. L’incremento delle temperature sta aumentando la frequenza e l’intensità, e dunque i danni, di eventi metereologici estremi che hanno già spezzato le vite di molti.</p>
<p>Nessun paese da solo può affrontare la sfida dei cambiamenti climatici. Mai come oggi abbiamo bisogno della cooperazione internazionale e di regole multilaterali condivise. L’Accordo internazionale sul clima è stato raggiunto a Parigi nel 2015 e <strong>ora si tratta di passare dalla costruzione di un regime internazionale condiviso alla sua implementazione.</strong> La comunità scientifica ci avverte che le azioni e gli impegni intraprese finora non sono sufficienti a stabilizzare il riscaldamento globale entro la soglia più sicura di 1,5 gradi, che rischia di essere raggiunta già nel 2030. Occorre dunque una trasformazione tempestiva e senza precedenti. Ad oggi siamo in rotta per raggiungere 3 gradi di riscaldamento medio globale entro fine secolo, una soglia che non garantirebbe la convivenza pacifica dei popoli.</p>
<p><strong>La sfida è proporre un modello di politica riformista alternativa ai nuovi nazionalismi in grado di offrire protezione senza protezionismo.</strong> Richiudersi in sé stessi in un mondo interconnesso, senza di fatto più confini, con la speranza di mantenere il controllo sul proprio destino è un’illusione pericolosa perché le trasformazioni in atto sono ingestibili senza la cooperazione internazionale. L’orizzonte più prossimo per la protezione degli interessi italiani nel mondo è necessariamente quello europeo. Rafforzare riformando il progetto europeo alla luce delle nuove sfide è la via più sicura ed efficace per gestire il cambiamento in modo ordinato ed equo e per incidere in modo profondo sugli affari globali (l’esatto contrario del modello della Brexit).</p>
<p><strong><em> </em></strong><strong>Abbiamo allora bisogno di un’Europa forte che si impegni a</strong> <strong>riformare il commercio internazionale per mantenere la fiducia nei mercati aperti</strong> <strong>e l’abilità di raggiungere gli obiettivi climatici. </strong>Il commercio internazionale rimane lo strumento principale che ci connette con l’economia globale e fondamentale per raggiungere gli obiettivi di mitigazione e adattamento al cambiamento climatico. Perché senza mercati aperti sarà molto difficile generare economie di scala che permettano di abbattere i costi delle tecnologie pulite e garantirne così la piena e tempestiva diffusione e adozione globale. Inoltre, l’aggravarsi degli impatti climatici significa che sempre più paesi, soprattutto quelli della sponda sud del Mediterraneo e della fascia del Sahel, dipenderanno dall’importazioni di cereali e cibo per soddisfare la loro sicurezza alimentare.</p>
<p>Siamo consapevoli che gli accordi commerciali esistenti non sono perfetti ma spesso causano effetti indesiderati e non sono stati concepiti e discussi in modi inclusivo e trasparenti. Occorre includere azioni che permettono di ottenere un’economia internazionale più giusta e competitiva, come per esempio terminare i paradisi fiscali e contrastare la concentrazione di potere in mano a pochi oligarchi che impedisce l’innovazione o la riduzione dei prezzi per i consumatori. <strong>Riformare l’economia globale prendendosi cura dell’ambiente e delle persone significa iscrivere negli accordi commerciali condizioni per cui vengano rispettati gli impegni stabiliti dall’Accordo di Parigi sul clima e i diritti dei lavoratori.</strong> L’applicazione di queste condizioni deve essere garantita da organismi multilaterali indipendenti, come l’Organizzazione internazionale del lavoro per quanto riguarda il rispetto dei diritti dei lavoratori. Per garantire la protezione sociale questi accordi devono essere accompagnati da pacchetti di solide misure domestiche per rafforzare i salari e la produttività e per consentire che le industrie e le comunità più vulnerabili, come l’industria tradizionale dell’auto a combustione o le comunità rurali, abbiano accesso a processi di formazione e nuovi investimenti per rilanciare l’economia locale invece di essere spinte fuori dal mercato. Le nuove tecnologie devono diventare una fonte di creazione di valore e opportunità invece di presentarsi contro le persone.</p>
<p>Tutto ciò è possibile a patto che la transizione ecologica non diventi un obiettivo fine a sé stesso, ma un’opportunità per uno sviluppo economico sostenibile e giusto.</p>
<p><strong><em> </em></strong>La trasformazione dell’economia globale deve essere quindi accompagnata da una <strong>seria riforma della finanza pubblica e privata che devono tornare a servire l’economia e le persone e realizzare uno sviluppo pienamente sostenibile</strong>. Per permettere lo spostamento efficace di capitali da investimenti in combustibili fossili e compagnie non virtuose verso investimenti puliti è necessario che la rendicontazione non finanziaria – ossia la comunicazione di informazioni su sostenibilità ambientale, sostenibilità sociale, catena di fornitura, gestione delle diversità e gestione dei rischi – diventi obbligatoria. Solo fornendo le informazioni in modo trasparente sull’effettiva esposizione ai rischi climatici e sociali sarà possibile orientare le decisioni degli investitori privati, come fondi pensione, assicurazioni e banche d’investimento, verso attività non inquinanti e socialmente sostenibili.</p>
<p>Occorrerà inoltre disincentivare l’utilizzo dei combustibili fossili attraverso misure fiscali che ne interrompano definitivamente il sostegno pubblico e allo stesso tempo tassino le emissioni inquinanti. Per evitare che si trasformino in misure inique, i proventi di questa tassazione dovranno essere reinvestiti a beneficio delle famiglie più vulnerabili, per esempio per la riqualificazione energetica delle abitazioni delle oltre 9 milioni di persone che in Italia, soprattutto al Sud, soffrono di povertà energetica non riuscendo a riscaldare adeguatamente le loro case. <strong>L’efficienza energetica è un mezzo fondamentale per abbattere i consumi, i costi e le emissioni, offrendo al contempo elevati vantaggi per le attività produttive e la geopolitica.</strong> Riducendo infatti i consumi di gas per il riscaldamento si ridurranno anche i bisogni di importazioni di gas e di nuove infrastrutture, come gasdotti e rigassificatori, e dunque la dipendenza da (e il finanziamento di) regimi autoritari e corrotti.</p>
<p><strong> </strong><strong>La questione fondamentale connessa alle infrastrutture non è se costruire o no, ma cosa costruire e come.</strong> Le infrastrutture sono vitali per l&#8217;economia e la sicurezza delle persone, le quali dipenderanno in maniera sempre maggiore dalla capacità di resistere ai cambiamenti climatici. Questo è uno dei messaggi fondamentali del rapporto IPCC sugli 1,5 gradi. Rimanere entro la soglia di 1,5 gradi significa che ogni nuova infrastruttura non può più prescindere dalle emissioni che genererà e da standard di resilienza tali da resistere agli impatti dei cambiamenti climatici che diventeranno sempre più violenti. Questi criteri devono essere utilizzati nelle valutazioni che precederanno la costruzione di nuove infrastrutture e l’investimento di ingente capitale politico ed economico. Ciò vale soprattutto per nuove infrastrutture fossili, incluso il gasdotto TAP. Il rapporto IPCC indica con chiarezza che non c’è più spazio per nuovo gas fossile se vogliamo limitare l’incremento della temperatura a livelli più sicuri e gestibili possibili. La combustione di gas deve infatti scendere a livello mondiale del 25% entro il 2030 e del 74% entro il 2050 rispetto al 2010. Se fino ad ora abbiamo considerato il gas come “combustibile ponte” per la transizione energetica, la comunità scientifica suggerisce che siamo arrivati alla fine di quel ponte.</p>
<p>La transizione ecologica offre dunque un modello radicalmente e pragmaticamente diverso di pensare il commercio, l’economia, la finanza e le infrastrutture. Le trasformazioni necessarie a <strong>rendere le nostre città più sane, più pulite, più efficienti e intelligenti non possono però prescindere dal garantire adeguate protezioni sociali</strong> e alternative alle comunità affette in negativo dal cambiamento.</p>
<p>*Ricercatore Istituto Affari Internazionali</p>
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		<title>Il lavoro interrotto del PD per mettere in sicurezza l’Italia nella globalizzazione</title>
		<link>https://www.mondodem.it/1265/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 05 Dec 2018 22:26:41 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[L'Italia nel mondo]]></category>
		<category><![CDATA[Commercio internazionale]]></category>
		<category><![CDATA[Globalizzazione]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Di Chiara Gribaudo Il ruolo dell’export è stato determinante durante la crisi e negli anni della crescita per&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Di Chiara Gribaudo</em></p>
<p>Il ruolo dell’export è stato determinante durante la crisi e negli anni della crescita per far ripartire l’Italia. Nel 2017, ultimo anno dei governi PD, l’export è cresciuto del 7,4% toccando il record storico di 450 miliardi e la bilancia commerciale italiana, al netto degli energetici, era positiva per 47,5 miliardi di euro. <strong>Il nostro DNA di paese trasformatore</strong>, grazie anche a politiche industriali innovative e ad un grande sforzo per l’internazionalizzazione delle imprese, ha tenuto accesi i motori dell’economia, in particolare della manifattura, ed è salito di giri sfruttando meglio di molti altri settori la positiva congiuntura globale che vediamo invece contrarsi nella seconda metà del 2018, complici le tensioni geopolitiche, le tensioni protezionistiche, l’ascesa di partiti sovranisti nel contesto europeo.</p>
<p><strong>Ogni spinta alla chiusura delle frontiere commerciali è una spinta verso la disoccupazione</strong> e l’impoverimento del tessuto produttivo. L’eccezionale dato del nostro manifatturiero da poco rilasciato da ISTAT, che segna nel triennio 2014-2017 una crescita del 10%, seconda solo alla Germania e davanti a Francia e Regno Unito, non sarebbe stato conseguibile se non fosse per la presenza delle nostre imprese nelle catene del valore globali e continentali. In un Paese il cui PIL dipende per un terzo dalle esportazioni, non è più rimandabile il tema di come vogliamo mantenere le nostre posizioni in queste catene e, semmai, di come vogliamo scalare la catena per passare da essere un Paese prevalentemente <em>supplier </em>a un Paese più decisamente <em>seller, </em>la posizione di maggior vantaggio e minor rischio dell’economia globalizzata. Per intenderci, la posizione della Germania.</p>
<p>Questa era la ragione ed il grande obiettivo strategico di riposizionamento geo-economico del Paese per cui  i governi del Partito Democratico hanno intrapreso questa strada attraverso la creazione di legami commerciali sempre più forti con la Cina e altre realtà ormai sviluppate, ma anche e soprattutto attraverso <strong>l’introduzione del piano Industria 4.0</strong>. Superammortamento e iperammortamento su specifici beni strumentali ad alta innovazione tecnologica servivano ad accompagnare e stimolare le nostre imprese verso la digitalizzazione, l’automazione, l’utilizzo dei big data. Questi incentivi hanno avuto fin da subito grande successo fra le grandi imprese, dimostrando al contempo due debolezze: la difficoltà di essere utilizzate fra le PMI e la generalizzata mancanza di competenze che consentissero di adoperare con profitto le “macchine” acquistate grazie agli incentivi.</p>
<p>Questo ci introduce ad un&#8217;altra sfida della globalizzazione che riguarda le competenze e lo <em>skill mismatch</em> che è ormai un problema centrale nel nostro mercato del lavoro. A fronte della <strong>disoccupazione che con grandi sforzi avevamo ricondotto sotto il 10%,</strong> vanificati dal governo gialloverde in meno di 3 mes<strong>i</strong>, gli industriali segnalano di aver bisogno, da qui al 2022, di circa mezzo milione di tecnici specializzati che non riusciranno a trovare. Al tempo spesso, l’Italia riesce, unica fra i maggiori partner europei, ad avere un forte saldo negativo rispetto alle migrazioni di personale impegnato in ricerca e sviluppo dovute anche all’arretratezza del nostro sistema universitario. I cambiamenti che il mondo del lavoro affronterà nei prossimi anni impongono un cambio di paradigma nelle politiche di orientamento, <em>job placement</em> e <em>life long learning</em> che i governi del PD hanno soltanto iniziato, e che devono assolutamente essere portato avanti.</p>
<p>Se è vero che <strong>entro il 2025 ben 75 milioni di mansioni umane saranno sostituibili dalle macchine e dagli algoritmi, ma 133 milioni di nuove mansioni potrebbero rendersi necessarie</strong>, mantenere e migliorare la nostra posizione nelle catene globali del valore significa prendere atto di questa realtà e farsi carico oggi di questo tema epocale. Il <em>Jobs act</em> lo affrontava con la riforma delle politiche attive del lavoro, che però non è mai arrivata fino in fondo. La creazione dell’ANPAL per il coordinamento delle politiche regionali e l’istituzione degli assegni di ricollocamento si sono arenati sul fallimento del referendum costituzionale. Il programma Garanzia giovani ha creato un primo modello condiviso di intervento, che ha però bisogno di essere rivisto e aggiornato. L’alternanza scuola/lavoro è stata un progresso indispensabile per avvicinare istruzione e imprese, ma necessita di un grande investimento in orientamento e nella costruzione di rapporti veri e genuini fra scuole e aziende, per garantire esperienze di qualità e non la sostituzione di forza lavoro. Lo stesso vale per i tirocini e l’orientamento al lavoro degli studenti universitari.</p>
<p>I dati di fine 2018 ci dicono che l’economia globale rallenta, l’industria tedesca frena e l’industria italiana ne subisce immediatamente i contraccolpi, determinando nel terzo trimestre del 2018 <strong>una decrescita del PIL dello 0,1% per la prima volta dal 2014</strong>. Fino a quando non saremo in grado di spostarci sul piano più alto della catena del valore, sarà sempre così. Continuare a dipingere un Paese chiuso, che dice no ad ogni infrastruttura transfrontaliera, che rifiuta le opportunità del commercio internazionale, non farà altro che peggiorare la situazione. Il reddito di cittadinanza rischia di essere non solo uno spreco immane di risorse pubbliche, ma un’incredibile occasione persa. Il governo M5S – Lega non si sta preoccupando in alcun modo di come riformare davvero i centri dell’impiego: tutta l’attenzione è spostata sul sussidio, sulla sua entità, erogazione, durata. Non sui servizi. 9 miliardi per questo, 6-7 miliardi per una riforma delle pensioni che spegne il futuro dei nostri giovani. Quelle risorse si potrebbero impiegare, oltre che in una vera lotta alla povertà, nel potenziamento degli ITS, nel raddoppio dei finanziamenti per università e ricerca, nella prosecuzione del piano industria 4.0.</p>
<p>Le priorità? Chiedere regole condivise almeno in ambito europeo per <strong>contrastare il dumping sociale e salariale e puntare su un grande piano per la transizione tecnologica ed ecologica. Il nostro sistema di welfare deve, inoltre, dotarsi di un vero e proprio pilastro, accanto a sanità, previdenza e istruzione, per la riqualificazione dei lavoratori lungo tutto l’arco della vita</strong>. Il diritto alla formazione, infatti, è l’unico che può garantire un reddito stabile e una condizione di vita dignitosa fino all’età del pensionamento, accompagnato dalla creazione di un ammortizzatore sociale universale di carattere europeo. Idee da rendere centrali nel programma dei progressisti per l’appuntamento continentale del 2019. Così sfideremo le destre populiste e neoliberiste.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>*Deputata Partito Democratico</p>
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		<title>Dazi? Meglio il rispetto dei trattati commerciali</title>
		<link>https://www.mondodem.it/1042/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 06 Apr 2018 15:08:33 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[#dazi]]></category>
		<category><![CDATA[Commercio]]></category>
		<category><![CDATA[Globalizzazione]]></category>
		<category><![CDATA[Trump]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Di Fabrizio Macrì &#160;  L’introduzione dei dazi L’amministrazione Trump ha annunciato l’introduzione di limiti tariffari all’importazione negli Stati&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Di Fabrizio Macrì</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em> </em><em>L’introduzione dei dazi</em></p>
<p>L’amministrazione Trump ha annunciato l’introduzione di limiti tariffari all’importazione negli Stati Uniti di acciaio e alluminio: i dazi ammontano rispettivamente al 25% nel settore dell’acciaio ed al 10% nel settore dell’alluminio.</p>
<p>La misura corrisponde ad una promessa elettorale fatta dal Presidente durante la vittoriosa campagna elettorale ai lavoratori americani dei settori industriali coinvolti che da anni soffrono la concorrenza dei paesi che producono a basso costo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Le cause</em></p>
<p>I dazi si propongono di limitare la concorrenza soprattutto cinese che avendo costruito negli ultimi anni una grande sovrapproduzione di acciaio e alluminio, ha generato un eccesso di offerta e quindi un calo generalizzato dei prezzi che colpisce soprattutto l’industria di base dei paesi ad alto costo del lavoro quale Nord America ed Europa occidentale. La Cina è il primo fornitore mondiale di acciaio con il 49% della produzione.</p>
<p>I dazi per ora esentano le importazioni dall’Area NAFTA ma colpiscono l’Europa, tra i maggiori fornitori mondiali del mercato americano.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Il paradosso americano</em></p>
<p>A ben guardare i danni generati dall’introduzione di questi dazi per l’economia americana rischiano di essere maggiori dei benefici attesi per 2 ragioni fondamentali:</p>
<ul>
<li>Il rischio di reciprocità laddove gli altri grandi mercati di destinazione delle merci americane decidano a loro volta di introdurre dei dazi che colpiranno l’export americano con un effetto recessivo sul PIL USA;</li>
<li>i settori protetti dai dazi rappresentano appena lo 0,5% del PIL americano e lo 0,7% dell’occupazione complessiva (87.000 persone), mentre gli altri settori industriali dell’economia USA che fanno uso di acciaio ed alluminio e che soffriranno di un aumento dei costi dovuto alla chiusura del mercato USA a forniture estere, sono molto più rilevanti sia in termini di ricchezza prodotta che di posti di lavoro generati. Uno dei settori più colpiti potrebbe essere l’automotive americano: lo stesso gruppo FCA che ha negli States il 60% della sua produzione si stima che avrà una riduzione dei suoi utili nell’ordine del 3,5% in conseguenza dell’introduzione dei dazi.</li>
</ul>
<p><em>Conseguenze sulle altre maggiori economie</em></p>
<p>Se dunque è vero che l’introduzione dei dazi potrebbe non avere l’effetto benefico sperato sull’economia americana, è anche probabile che non sia neanche l’opzione più efficace per colpire la Cina, che a detta di Trump, è il principale obiettivo della misura protezionistica.</p>
<p>La Cina infatti, nonostante per effetto della sua sovrapproduzione, sia il maggiore responsabile del calo dei prezzi in questi due settori, vende in USA circa 800.000 tonnellate di acciaio (appena l’1,4% del suo export mondiale di circa  72,4 Milioni), poca cosa rispetto ai 5 Milioni esportati in USA dall’Unione Europea di cui 500.000 tonnellate dall’Italia.</p>
<p>È prevedibile quindi una riduzione quantitativa di circa un milione di tonnellate dell’export europeo di acciaio e di 100.000 tonnellate dall’Italia (che si traduce in circa un miliardo di Dollari in meno in valore per il nostro export in USA). Una misura strabica quindi che concepita per colpire la CIna finisce per danneggiare gli alleati europei tra cui in modo significativo il nostro Paese.</p>
<p>Il rischio che queste misure protezionistiche possano danneggiare la crescita prodigiosa negli ultimi anni delle nostre esportazioni sul mercato americano è alto, soprattutto se queste misure si estenderanno anche ad altri settori come l’automotive e l’agroalimentare, in cui l’Italia eccelle sul mercato americano. L’Italia nel 2017 è diventato l’ottavo paese esportatore negli USA, superando la Francia ed ha aumentato il volume del proprio export nel Paese del 137% dal 2009 al 2017.</p>
<p><em> </em></p>
<p><em>Concorrenza sleale </em></p>
<p>La radice del problema è la concorrenza sleale.</p>
<p>Il processo di apertura dei mercati promosso dagli USA a partire dagli anni ’90 ha consentito a molti paesi in via di sviluppo di crescere e uscire da condizioni di povertà assoluta, tuttavia le disparità di reddito, di regimi politici più o meno liberali e di quadri normativi sociali ed ambientali hanno messo in difficoltà i sistemi produttivi dei paesi più ricchi ed avanzati.</p>
<p>La Cina, oggetto delle attenzioni dell’amministrazione Trump, è l’esempio più lampante se non altro per via del suo peso economico, di come la concorrenza sleale si manifesti sui mercati internazionali. In Cina lo Stato gioca un doppio ruolo di regolatore e competitor attraverso la diffusa partecipazione dello stesso alla governance di imprese che attraverso sussidi pubblici competono a prezzi stracciati, con effetti distorsivi e di dumping sui mercati dei paesi più sviluppati come gli USA.</p>
<p>Effetti distorsivi hanno anche, da un lato l’imposizione dei cinesi sugli investitori industriali esteri dell’obbligo di trasferimento in Cina della proprietà intellettuale e dall’altro l’assenza di normative stringenti come nei paesi socialmente più sviluppati in tema di tutela dell’ambiente e dei diritti dei lavoratori.</p>
<p>La corsa all’apertura dei mercati ha prevalso insomma sull’esigenza di imporre a tutti il rispetto delle regole in primis del WTO, ispirate al principio della reciprocità.</p>
<p>L’esposizione delle economie dei paesi più ricchi ed avanzati alla concorrenza dei paesi industriali emergenti in queste condizioni di asimmetria, ha fortemente colpito i settori a più basso valore aggiunto la cui competitività è prevalentemente basata sul prezzo e non sugli innesti di tecnologia e know-how come nei settori ad alto valore aggiunto.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Winners, losers e politiche economiche nella globalizzazione</em></p>
<p>Qui sta la causa della forte polarizzazione tra «winners» e «losers» della globalizzazione che si è manifestata in molti paesi occidentali, tra cui anche l’Italia e che ha creato un’ondata di malcontento tra le classi sociali di quanti (imprenditori, lavoratori e disoccupati) non hanno potuto cogliere le opportunità di crescita offerte dalla globalizzazione, ma al contrario ne sono stati danneggiati.</p>
<p>La rappresentanza politica di questo malcontento si esprime ora sulla scena internazionale attraverso le misure protezionistiche di Trump che, oltre ad avere un effetto macroeconomico paradossale, danneggiando settori ben più importanti sotto il profilo occupazionale dell’economia americana rispetto a quelli che si vuole proteggere, rischiano anche di innescare un circolo vizioso di reciproche restrizioni agli scambi commerciali tra paesi che avrebbero un effetto recessivo sull’economia globale.</p>
<p>Più efficace sarebbe, oltre all’adozione di misure sociali e di politica economica interna tese a diminuire la polarizzazione tra settori competitivi e settori esclusi dalla globalizzazione, una politica commerciale internazionale tesa a ristabilire la “sovranità” dei trattati internazionali obbligando i paesi contraenti al rispetto de loro principi fondanti e limitandone al massimo le violazioni. Mentre quindi appare legittima l’irritazione degli USA e degli strati sociali più deboli dei paesi occidentali per le conseguenze sociali della concorrenza sleale a livello globale, appare per ora poco efficace e miope la scelta di politica economica che ne consegue: l’imposizione dei dazi.</p>
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		<title>Comprendere per costruire un nuovo paradigma riformista</title>
		<link>https://www.mondodem.it/529/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Giovanni Matteo Centore]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 06 Apr 2017 13:58:12 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Lo stato della sinistra]]></category>
		<category><![CDATA[#riformismo]]></category>
		<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[Globalizzazione]]></category>
		<category><![CDATA[Populismo]]></category>
		<category><![CDATA[Sinistra]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La fase storica che stiamo vivendo è quella che segna la frattura più profonda con le speranze ed&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>La fase storica che stiamo vivendo è quella che segna la frattura più profonda con le speranze ed i sogni generati dall&#8217;avvento del nuovo secolo.</p>
<p>Per la mia generazione, cresciuta dentro lo spirito di libertà dell’<strong>Ottantanove</strong>, si tratta di ripensarsi completamente.</p>
<p>Siamo chiamati alla responsabilità di capire, indagare le cause dei mutamenti travolgenti che stanno caratterizzando il nostro tempo e di cogliere la portata degli effetti.</p>
<p>Siamo di fronte a quella che il filosofo della politica Biagio De Giovanni ha definito la prima “<strong><em>crisi politica</em></strong>” della <strong>globalizzazione</strong>, capace di introdurre forti elementi di divisione in un mondo che il processo globale doveva unire, oltre ogni conflitto, tensione o guerra.</p>
<p>Dopo la caduta del Muro, la cultura riformista ha pensato, illudendosi, di aver vinto la partita. Che l’espansione del libero mercato avrebbe condotto alla piena affermazione della democrazia e ad un più diffuso grado di crescita sociale.</p>
<p>Processi vissuti come ineluttabili ed irreversibili e quindi da accompagnare o al più da correggere, ma non già da governare. L’arretramento della politica ha slegato il fenomeno economico dai destini delle persone. A processi economici globali non è corrisposto un processo di governance politica sovranazionale e forme di controllo democratico di dimensioni comparabili.</p>
<p>Questo ha preparato il terreno ai nazionalismi che si sono posti come missione quella di dimostrare che tali processi non sono dati acquisiti, ma scelte e come tali revocabili.</p>
<p>La società aperta, la globalizzazione dell’economia, l’integrazione europea, il fenomeno migratorio sono oggi i principali terreni nei quali sono coltivati i semi di un nuovo <strong>sovranismo</strong> che si pone come alternativa praticabile.</p>
<p>Pare del tutto evidente come la risposta delle forze riformiste non possa consistere in una meccanica riproposizione di paradigmi culturali ed identitari di cui esse si sono alimentate nel secondo dopoguerra. I due principali strumenti di cui la sinistra europea si è servita per perseguire i propri ideali di libertà e giustizia sociale hanno esaurito da tempo le proprie forze: lo <strong>stato-nazione</strong> ed il <strong>welfare state</strong> erano l’uno propedeutico all’altro, oggi la crisi dell’uno è conseguenza di quella dell’altro.</p>
<p>I limiti di tale schema sono apparsi ancora più chiari in Europa dopo il <strong>Trattato di Maastricht</strong> e l’adozione della moneta unica. La politica monetaria si centralizzava a livello comunitario e veniva sottratta alla disponibilità degli Stati membri, mentre la politica economica e fiscale restava in capo a questi ultimi. Il risultato è stato il rafforzamento delle politiche di austerity imposte, in sede intergovernativa, dai Paesi con il maggiore peso, come la Germania. Ed un’interpretazione restrittiva del Patto di stabilità e di crescita in piena recessione.</p>
<p>Anche il Quantitative Easing, il piano varato dalla <strong>BCE</strong> nel 2015, grazie alla lungimiranza del Presidente Mario Draghi, per promuovere una politica monetaria espansiva e contrastare la deflazione, ha sortito effetti più limitati sull’economia europea, proprio perché non accompagnato da un forte coordinamento delle politiche economiche e fiscali, soprattutto in materia di crescita e di occupazione.</p>
<p>Con il tempo, gli effetti della crisi economica ha allargato la forbice delle disuguaglianze e le sacche di povertà. Ad avvertirne il peso non sono state solo le fasce tradizionalmente più deboli, ma anche il ceto medio. Da questo punto di vista, l’ormai famoso grafico dell’elefante di <strong>Milanovic</strong> ci dimostra come nel ventennio 1988-2008, è la classe media occidentale ad aver subito il maggior impoverimento relativo e quindi ad essere stata la più esposta, negli anni successivi, alla crisi.</p>
<p>La crisi ci ha spiazzato, inutile nasconderlo. Essa però può rappresentare anche una straordinaria opportunità, per fare i conti con il nuovo secolo e le rivoluzioni che lo caratterizzano.</p>
<p>La<strong> rivoluzione digitale</strong>, ad esempio, ha determinato condizioni di abbondanza e di disuguaglianza al tempo stesso. Come ci spiega Enrico Moretti in “<em>La nuova geografia del lavoro</em>”, negli Stati Uniti, l’innovazione ha prodotto nuovi e buoni posti di lavoro, che però si sono concentrati laddove c’erano già condizioni avanzate di benessere e di istruzione. Contestualmente, i centri urbani che presentavano condizioni di partenza peggiori, nel campo dei servizi, dei saperi etc., non hanno saputo reagire alla crisi dell’industria tradizionale, creando un ecosistema adeguato ad attrarre investimenti nell’industria innovativa. Anzi, essi hanno registrato una significativa mobilità in uscita, che per lo più ha riguardato i ceti più giovani ed istruiti, che ha causato svuotamento e desertificazione.</p>
<p>Questo perché un processo non è virtuoso in sé. I suoi buoni esiti dipendono da come il processo è governato, dalla qualità delle politiche pubbliche che lo accompagnano.</p>
<p>Ci attende quindi una fase di severo impegno, rigorosa analisi e profonda comprensione cui dovranno seguire “<strong><em>politiche</em></strong>” e “<strong><em>politica</em></strong>”, soluzioni concrete e mirate dentro una cornice valoriale all’altezza dei mutamenti in atto.</p>
<p>E’ un percorso di ricerca teso alla costruzione di quel luogo inedito in cui far incontrare i valori di eguaglianza e di libertà con le trasformazioni che stanno cambiando le nostre vite. E’ una sfida affascinante e complessa paragonabile all’organizzazione del capitalismo nel “<em>secolo socialdemocratico</em>”, per usare una felice espressione del grande sociologo Ralf Dahrendorf . Una sfida in campo aperto alle forze nazionaliste e populiste, che rifugga dalla tentazione di un’adesione acritica alla globalizzazione e che, invece, ne colga le opportunità ed i limiti.</p>
<p>Il che significa elaborare politiche capaci di tenere insieme più libertà e più protezione. Costruire un riformismo del <strong>merito</strong> e del <strong>bisogno</strong>, delle <strong>opportunità</strong> e del <strong>contrasto alle disuguaglianze</strong>. Che sappia proporre un modello di libero scambio legato a stringenti regole di tutela degli standard sociali.</p>
<p>Per dirla con l’economista Irene Tinagli: «<em>perché dobbiamo attendere che le vittime della globalizzazione siano a terra, per “vederle” e cercare di intervenire? Dobbiamo impostare “a monte” la nostra politica, mutare la sua stessa natura, per far sì che essa agisca “prima” – in senso temporale e in senso qualitativo – che le persone cadano vittime del processo di innovazione.</em>»</p>
<p>Se questo è il terreno della sfida per le forze riformiste e progressiste, la dimensione della loro iniziativa non può che essere quella europea ed indirizzarsi verso due priorità: una più forte <strong>legittimazione democratica</strong> dei processi istituzionali ed una più netta e coerente distinzione delle <strong>sfere di sovranità</strong> tra Unione e Stati membri.</p>
<p>I due obiettivi dovrebbero essere perseguiti di pari passo, quanta più sovranità si “cede” all’<strong>Unione</strong>, tanto più potere di controllo va conferito ai cittadini. Non è più pensabile che la difesa comune, le politiche di accoglienza, la politica fiscale possano restare negli angusti perimetri statali, ma, allo stesso tempo, decisioni che incidono sulla vita dei singoli cittadini non possono essere sottratti alla formazione dell’indirizzo popolare.</p>
<p>Personalmente, credo che dentro questa opera ci sia lo spazio per far nascere e crescere una proposta riformista coraggiosa ed ambiziosa, in grado di collocarsi compiutamente nelle linee di confronto che si aggiungono a quelle ancora attuali di destra e sinistra.</p>
<p>La Brexit, la nuova Amministrazione americana, il ritorno prepotente della Russia da un lato, le vicende elettorali olandesi, francesi e tedesche dall’altro, stanno ridisegnando i termini del dibattito pubblico.</p>
<p>Sta alla lungimiranza ed alla intelligenza di classi dirigenti, ispirate da un <strong>pensiero nuovo</strong>, condizionarne ed orientarne gli sviluppi. Ciò nella consapevolezza che non bastano politiche giuste se esse non sono avvertite come tali dai cittadini. Un tempo, lo avremmo definito un <strong>riformismo</strong> di “<em>popolo</em>”.</p>
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		<title>E’ giusto dire populismo?</title>
		<link>https://www.mondodem.it/77/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 06 Feb 2017 12:38:45 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politologia]]></category>
		<category><![CDATA[Comunicazione]]></category>
		<category><![CDATA[Globalizzazione]]></category>
		<category><![CDATA[Internet]]></category>
		<category><![CDATA[Populismo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Di Mario Rodriguez* Che utilità abbiamo a usare il termine populismo? A cosa ci serve? Per comprendere, per&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Di <strong>Mario Rodriguez</strong>*</p>
<p>Che utilità abbiamo a usare il termine <strong>populismo</strong>? A cosa ci serve? Per comprendere, per adattarci al tempo che viviamo, per elaborare e mettere in pratica misure di contrasto, certo. Ma la domanda da porsi è se l’uso di un termine dalla carica simbolica così forte, ci aiuti a definire i fenomeni di cui stiamo facendo esperienza? Populismo è una parola nata quando non ne esistevano altre ancora più essenziali a identificare il nostro tempo: disintermediazione, <strong>globalizzazione</strong>, mediatizzazione, interdipendenze, per citarne alcune.</p>
<p>Uno dei saggi ateniesi Misone consigliava, secoli fa, di indagare le parole a partire dalle cose, non le cose a partire dalle parole. Ecco allora un paradosso: non possiamo che usare parole vecchie per descrivere fenomeni nuovi. Viviamo e, per affrontare i problemi, dobbiamo definirli. La definizione è infatti essenziale per arrivare alla sua soluzione, per mettere in atto comportamenti adeguati agli obiettivi che si perseguono. Per di più i fenomeni sociali non sono problemi matematici. La complessità sociale è più complessa di quella matematica. Le soluzioni possibili sono molte di più. Ciò nonostante abbiamo bisogno di definire i problemi e trovare parole o metafore che ci aiutino a prendere le misure, a mettere in campo comportamenti appropriati.</p>
<p>Successe così anche con il <strong>fascismo</strong> che peraltro fu un termine usato dai protagonisti stessi e non una definizione data dagli osservatori. Ci vollero anni per definire il fenomeno in modo che fosse possibile la convergenza dei comportamenti degli <strong>antifascisti</strong>. Nel ‘29 fu difficile per i comunisti italiani convincere i sovietici e gli altri aderenti alla III Internazionale che in Italia accomunare Matteotti e Mussolini usando il termine “socialfascismo” non era solo difficile ma controproducente. E solo dopo la metà degli anni ‘30 si adottò una definizione del fascismo che permise di lavorare per un fronte antifascista più ampio che comprendesse anche i socialisti e socialdemocratici. Si badi bene che la definizione del fascismo ebbe una utilità pratica indiscutibile ma oggi non è più usata (condivisa). Anche allora era insufficiente, approssimativa ma era migliore della precedente ed ebbe conseguenze pratiche apprezzabili.</p>
<p>Anche allora gli schemi interpretativi avevano forzato la comprensione della realtà. Si era partiti dalle parole, dai concetti, e non dalla realtà. Non dobbiamo fare lo stesso errore oggi con populismo. Dobbiamo partire dalla descrizione dei fenomeni cercando il più possibile di non farci condizionare (almeno essendone consapevoli) dagli schemi interpretativi che non possono che condizionare la nostra analisi.</p>
<p>“Al lupo, al lupo”.</p>
<p>Temo che l’uso del termine populismo sia una sorta di “al lupo al lupo!” Accade qualcosa che non ci aspettavamo e che ci preoccupa e lanciamo un allarme. Sembra un allarme che funziona perché molti hanno paura del lupo. I nostri bambini (la nostra comunità, il nostro popolo) sono stati educati con l’idea che il lupo è cattivo. Si pensa che se gridiamo “al lupo, al lupo”, i pigri, i distratti si mobiliteranno, ci capiranno, ci voteranno. Così continuiamo a considerare i coinvolti dal fenomeno con paternalismo e aristocraticismo e ci ostiniamo a non riconoscerli come portatori di visioni diverse non solo da rispettare ma da comprendere.</p>
<p>Ma il problema è che gli “altri” non vedono il lupo, anzi a qualcuno il lupo piace pure. Gli piace il selvaggio, il naturale, non importa che non abbiano pecore o galline da difendere, loro vivono in città. Il lupo è quello dei cartoon o del Wwf! Però è il loro modo di vivere le cose. Quando sentono “al lupo, al lupo” pensano che non sia un problema per loro e che lo si faccia solo in modo strumentale.</p>
<p>Allora bisogna ripartire dalle “cose stesse”, dai fenomeni che viviamo e che cataloghiamo tra le cause del populismo e quindi tra i problemi da risolvere. Cerchiamo di usare con parsimonia la parola populismo, vediamo se ce ne sono altre più connotative per spiegare cosa avviene. Anche perché populismo, come detto, è parola vecchia e usarla per descrivere fenomeni nuovi non aiuta a comprendere i fenomeni stessi.</p>
<p>Allora quali fenomeni stiamo vivendo?</p>
<p>In primo luogo credo sia necessario descrivere bene come si comportano coloro che definiamo “populisti”, che biografie hanno, come si comportato, che decisioni assumono, come vivono. Che tipi di lupi sono? Mangiano davvero le galline?</p>
<p>Dobbiamo mettere bene in evidenza perché per noi i populisti sono un pericolo per la <strong>democrazia</strong>. Non possiamo dare per scontato che l’uso del termine generi senso e consenso.</p>
<p>Io direi che il populismo attuale rappresenta prima di tutto la fase nuova di un contrasto antico che nasce con la cosiddetta democrazia dei moderni (non è un caso che la Casaleggio Srl scomodi Rousseau). Non un’eccezione ma il ritorno di un conflitto connaturato alla democrazia, il rapporto con il <em>demos</em> appunto. Dice Müller “Il populismo non è né la parte autentica della moderna politica democratica, né un tipo di patologia causata da cittadini irrazionali. È l’ombra permanente della <strong>politica</strong> rappresentativa.”</p>
<p>È il riapparire di persone che “parlano” in nome delle persone in carne e ossa e che criticano le élite. Ma non tutte le critiche alle élite sono populismo. E non tutti i populisti sono contro il principio della rappresentanza politica; molti insistono sul fatto che soltanto loro sono i rappresentanti legittimi, i veri interpreti della gente, delle persone comuni”. Qui sta il nocciolo duro della loro “illiberalità” la negazione del <strong>pluralismo</strong>.</p>
<p>Poi dobbiamo capire e mettere bene a fuoco perché questo fenomeno è riapparso negli anni recenti valorizzando soprattutto le differenze e le peculiarità del nostro tempo.</p>
<p>Tra questi io richiamerei brevemente: le conseguenze della quarta rivoluzione tecnologica; la diffusione di nuovi modi di vivere e lavorare; nuovi livelli di <em>education</em> e di informazione; la mondializzazione dell’economia e i processi di globalizzazione; il consolidamento delle interdipendenze; l’affermazione della multipolarità negli equilibri geo politici; la secolarizzazione; la crisi dei sistemi gerarchici che ancora reggevano alla fine della seconda guerra mondiale; la crisi dei sistemi di autorità connessi alla gerarchia; l’avvento della società individualizzata di massa. E quindi il crescente conflitto tra principio di competenza e principio di rappresentanza, appunto tra élite e popolo. Tutto questo porta all’accrescimento delle difficoltà di funzionamento delle società democratiche peraltro già avviatesi. E quindi alle decrescenti performance dei sistemi politici in un contesto non solo di crisi economica ma di ridefinizione degli equilibri su base mondiale.</p>
<p>Le persone vivono un disagio caratterizzato dalla fine della certezza del miglioramento delle loro condizioni di vita che aveva caratterizzato tutta la seconda metà del 900 e che era iniziata con lo slancio fondamentale della pace e della ricostruzione post bellica.</p>
<p>Il ritorno (non nascita perché non è un fenomeno nuovo) della sfiducia per le élite è strettamente legato al fatto semplice ma concreto che “le cose non vanno”. Il consenso ai partiti di massa della seconda metà del novecento può essere considerato certo adesione a forme culturali (religioni civili) ma era fortemente ancorato al fatto che le cose funzionavano, la vita quotidiana migliorava per tutti (chi più e chi meno, ovviamente).</p>
<p>Allora la contrapposizione al populismo parte dal rimettere in moto le istituzioni, il loro funzionamento, per poter arrivare alla soluzione (parziale e provvisoria, certo) dei problemi della vita quotidiana. Le persone credo chiedano di essere governate bene, di essere messe in condizione di vivere nel modo migliore auspicabile. In generale le persone (tranne un piccola ma significativa parte che va coinvolta) non credo chiedano di essere rappresentate o meglio credo che per loro essere rappresentate significhi vedere le proprie preoccupazioni prese in considerazione se non risolte del tutto. E si mobilitano soprattutto quando le cose non vanno! Per questo credo che il tema del funzionamento delle istituzioni democratiche e delle politiche pubbliche sia essenziale. Non credo che sia utile soffermarsi su un dibattito sulle credenze ma credo sia meglio concentrarsi sugli effetti pratici delle credenze sulla vita delle persone.</p>
<p>Una democrazia che funziona oggi significa però essere consapevoli che governare comporta anche governare le opinioni che i governati hanno dei governanti. Perché la nostra non è solo la società mediatizzata ma è la società dell’auto-<strong>comunicazione</strong> di massa.</p>
<p>Come costruiamo quindi democrazie “funzionanti”? Come ci occupiamo di <strong><em>governance</em></strong> e non solo di <em>government</em>? Abbiamo inventato due parole diverse perché abbiamo bisogno di mettere in luce due aspetti diversi del funzionamento delle istituzioni. Il governo formale e il governo concreto reale, quello che succede davvero.</p>
<p>Il contrasto al populismo si fa quindi in primo luogo comprendendone le cause o meglio comprendendo le ragioni di coloro che lo fanno vivere e secondariamente mettendo in atto politiche concrete che entrando nella vita quotidiana delle persone inducano un cambiamento nelle percezioni diffuse.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>*Mario Rodriguez è docente di Comunicazione Pubblica presso l’Università degli Studi di Milano e fondatore della MR &amp; Associati. Tra le altre opere, è autore, con Nicolò Addario, del libro “Comunicare la Politica, Consenso e Dissenso nell’Era di Internet”</em></p>
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		<title>Notizie False e Guerra Ibrida</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Davide Corazzini]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 15 Jan 2017 10:12:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Democrazia 2.0]]></category>
		<category><![CDATA[Cybersecurity]]></category>
		<category><![CDATA[Fakenews]]></category>
		<category><![CDATA[Globalizzazione]]></category>
		<category><![CDATA[Internet]]></category>
		<category><![CDATA[NATO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La diffusione di internet su scala globale ha permesso di aumentare in maniera talmente sensibile la quantità e&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>La diffusione di internet su scala globale ha permesso di aumentare in maniera talmente sensibile la quantità e la qualità delle <strong>informazioni</strong> da risultare rivoluzionaria in quasi tutti i settori della vita umana, dalla politica all’economia.</p>
<p>Se l’economia è uno dei settori che ha risentito maggiormente dell’avvento della società dell’informazione, anche il settore della difesa ne è stato profondamente influenzato. Nato in ambienti <strong>militari</strong> come mezzo di comunicazione in caso di emergenza, internet è entrato in maniera organica nella dottrina militare statunitense già negli anni ’90 con la cosiddetta “Revolution in Military Affairs”, che ha teorizzato e sistematizzato l’informatizzazione dello strumento militare, ormai net-centrico nella fase di raccolta ed elaborazione dei dati sensibili, nonché razionale e discrezionale nell’attività di “targeting”.</p>
<p>Fatta questa premessa, non possiamo non notare come in campo strategico il contesto attuale sia comunque caratterizzato da un’enorme sproporzione tecnologica e dottrinale tra i paesi <strong>NATO</strong> (e in particolare gli Stati Uniti) e quelli che possono essere considerati i loro principali avversari di portata strategica, cioè Russia e Cina. Infatti, al netto delle politiche di ammodernamento attualmente in corso a Mosca e a Pechino, nonché della capacità di esprimere una volontà politica tale da sostenere un intervento militare prolungato di tipo convenzionale, il divario tra Occidente ed Oriente rimane talmente grande da poter essere efficacemente colmato solamente attraverso modalità di ingaggio non convenzionali, che si esplichino spesso in maniera preventiva e su una moltitudine di piani, da quello militare a quello politico, passando per la dimensione <strong>informatica</strong> e comunicativa.</p>
<p>È pertanto in questo quadro di riferimento che andrebbe inserito e interpretato, almeno da un punto di vista puramente strategico, l’attuale dibattito sugli effetti politici di quelle che vengono ritenute, da più fonti, vere e proprie campagne di <strong>disinformazione</strong> sul <strong>web</strong> e che tanto sembrano preoccupare le cancellerie occidentali, specialmente dopo il per certi versi sorprendente risultato delle recentissime elezioni presidenziali negli Stati Uniti.</p>
<p>Infatti secondo numerosi osservatori, per altro trasversali allo spettro politico, tale risultato non sarebbe stato possibile se prima non fosse stato preceduto da quella che viene considerata una vera e propria campagna di disinformazione, non solo montata ad arte dal candidato poi risultato vincitore, ma apparentemente alimentata da una serie di rivelazioni che sarebbero state addirittura estratte grazie all’operato di ambienti informatici clandestini vicini ai servizi segreti russi. Queste informazioni, dal grado di effettiva sensibilità oggettivamente molto variabile, ma comunque politicamente imbarazzanti, sarebbero state messe successivamente a disposizione dei media attraverso portali online solamente in apparenza neutri, al fine di creare un clima ostile all’affermazione del candidato inizialmente dato per vincente e maggiormente suscettibile di continuare quel progetto economico e politico che – bene o male – va avanti dalla fine della guerra fredda e che, di fatto, è spesso risultato ostile agli interessi di un Paese come la Russia.</p>
<p>Ovviamente, l’apparente capacità russa di creare e diffondere contenuti dal grande potenziale virale, sia offline che online, sarebbe ben poca cosa se non facesse leva su una debolezza intrinseca dell’Occidente di oggi, sempre più impoverito da una <strong>globalizzazione</strong> economica che ha spostato in Asia il proprio centro di gravità e sempre più impaurito di fronte ad un fenomeno migratorio visto come incontrollato e incontrollabile. È quindi in questo scenario di profonda inquietudine che agisce la narrativa cosiddetta “populista”, la quale, servendosi anche degli strumenti tipici della “<strong>disinformatia</strong>”, mira a orientare il dibattito pubblico e a offrire una realtà delle cose il più aderente possibile a quello che viene ritenuto essere l’idem sentire dell’<strong>opinione pubblica</strong>, in opposizione a quella che, a torto o ragione, viene ormai percepita come una élite colta, ricca e cosmopolita, ormai distaccata dalla realtà.</p>
<p>Il tema della disinformazione appare tra l’altro strettamente legato a quello della sicurezza informatica ed entrambe le questioni, alla luce degli ultimi accadimenti, risultano peraltro estremamente attuali. Se è vero, come sembra, che l’apparentemente stato confusionale delle nostre opinioni pubbliche può essere imputato anche a cause non strettamente oggettive, ma frutto di una manipolazione artatamente condotta dall’esterno, risulta allora di primaria importanza poter difendere i propri assetti politici ed economici dall’azione malevola di agenti ostili ai nostri interessi.</p>
<p>Poiché ormai la dimensione <strong>cyber</strong> costituisce a tutti gli effetti la “quinta dimensione” dei moderni conflitti armati (dopo terra, mare, aria e spazio), i principali Paesi del mondo stanno dedicando sempre più risorse, sia umane che economiche, a uno sviluppo tecnologico e dottrinario che consenta di incrementare le proprie capacità di attacco e difesa in ambiente informatico.</p>
<p>Di fronte all’evenienza che paesi stranieri dalle agende politiche potenzialmente confliggenti con le nostre possano, di fatto influenza in maniera determinante l’esito delle prossime tornate elettorali europee, diventa quindi di particolare attualità l’esigenza di razionalizzare e modernizzare l’impianto di <strong>cybersecurity</strong> del nostro paese, ovviamente in linea con le migliori pratiche dei nostri alleati, attuando possibilmente, a livello nazionale, quella centralizzazione delle attività di coordinamento e controllo che da più parti viene auspicata come necessaria a garantire la sicurezza e la competitività del nostro sistema politico ed economico nazionale, specialmente in una fase storica che sta vedendo la rapida affermazione dell’interconnessione totale tra gli oggetti del vivere quotidiano (<strong>IoT – Internet of Things</strong>).</p>
<p>Tutto ciò pone ovviamente degli interrogativi in particolare a un paese come il nostro, peraltro perennemente in bilico tra una solida e incrollabile fede nell’alleanza euro-atlantica e la necessità di differenziare le proprie relazioni politiche ed economiche, spesso guardando a est, per compensare un quadro continentale e/o atlantico non sempre particolarmente benevolo.</p>
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		<title>Populismo: Definizione, Origini e Sviluppo</title>
		<link>https://www.mondodem.it/99/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Eugenio Dacrema]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 14 Dec 2016 13:36:35 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Democrazia 2.0]]></category>
		<category><![CDATA[Democrazia]]></category>
		<category><![CDATA[Globalizzazione]]></category>
		<category><![CDATA[Populismo]]></category>
		<category><![CDATA[Taskforce]]></category>
		<category><![CDATA[Unione Europea]]></category>
		<category><![CDATA[USA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Introduzione Il seguente documento intende offrire un sunto del dibattito relativo al fenomeno populista e alla sua relazione&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Introduzione</strong></p>
<p>Il seguente documento intende offrire un sunto del dibattito relativo al fenomeno populista e alla sua relazione con la globalizzazione e la governance internazionale. Esso mira a chiarire, precisare e fissare alcuni elementi relativi al populismo emersi in questi mesi sui media e all’interno del dibattito politico. La prima parte si occupa di restituire una definizione di “<strong>populismo</strong>” in accordo con la letteratura corrente sul fenomeno. La seconda analizza invece gli elementi che ne hanno determinato le origini e lo sviluppo all’interno delle democrazie liberali occidentali, con una attenzione particolare per l’<strong>Unione Europea</strong> e l’<strong>Italia</strong>.</p>
<p><strong>Definizione</strong></p>
<p>In questa sede si è scelto di utilizzare la definizione di populismo formulata da <strong>Takis S. Pappas</strong> (2014; per una overview sul populismo europeo si veda anche Kriesi &amp; Pappas 2015), uno dei principali studiosi dell’emergere del populismo moderno in Europa. L’autore fornisce una definizione dicotomica che compara il populismo emergente all’interno delle democrazie occidentali con il liberalismo che le ha caratterizzate per gran parte della loro storia. Pappas giunge così a definire il populismo come “Democrazia illiberale” contrapposta appunto alla “Democrazia liberale”. Sono tre le caratteristiche principali che distinguono la prima dalla seconda:</p>
<ul>
<li><em>Multiple cleavages VS Single cleavage</em>: Mentre in una <strong>democrazia</strong> liberale è riconosciuta e legittimata la presenza di diverse linee di divisione all’interno della società (economiche, etniche, religiose, ecc.) che possono talvolta sovrapporsi e influenzarsi a vicenda, il movimento populista ne riconosce e legittima una sola, relativamente statica e permeata da caratteristiche etico-morali: il popolo (buono) contrapposto all’establishment (cattivo).</li>
<li><em>Overlapping consensus VS Adversarial politics</em>: A causa del riconoscimento di multiple, sovrapponibili e flessibili linee di divisione identitaria all’interno della popolazione la democrazia liberale tende a promuovere la ricerca del consenso e del compromesso tra forze politiche e sociali diverse. Al contrario, il movimento populista tende a non accettare come legittima la ricerca di consenso e legittimazione al di fuori del movimento stesso, vista come un cedimento all’establishment (unico altro gruppo sociale riconosciuto oltre al popolo) e quindi al “nemico”.</li>
<li><em>Constitutionalism VS Majoritarianism</em>: Mentre le forze che agiscono all’interno della cornice di una democrazia liberale tendono a riconoscere i limiti e i contrappesi previsti dalle regole imposte dalla legge e soprattutto dalla Costituzione, il partito populista tende a vedere questi elementi come illegittime restrizioni alla volontà popolare. Ciò discende direttamente dall’interpretazione secondo la quale l’elettore del partito populista è l’unico vero rappresentante del “popolo” (buono) la cui volontà deve essere rispettata. Essendo coloro che non aderiscono al partito populista parte dell’establishment (cattivo) o comunque ad esso affiliati, essi non hanno diritto alle garanzie attribuite alla minoranza incluse nelle costituzioni liberali.</li>
</ul>
<p><strong>Origine e sviluppo</strong></p>
<p>Il crescere del populismo in Occidente è stato numerose volte collegato al crescere della <strong>globalizzazione</strong>. L’analisi è di per sé corretta ma spesso articolata in modo troppo semplicistico. Nella maggioranza dei casi troviamo infatti un discorso che attinge molto alla retorica novecentesca della <em>working class</em> e che tende a riportare il tutto a una questione di lotta di classe vecchio stampo tra padroni del capitale e proletari – nella versione moderna “<em>working class</em>” o “piccola classe media” – i cui salari e posti di lavoro sono costantemente diminuiti a causa della competizione dei prodotti e della forza lavoro esteri e della finanziarizzazione dell’economia. Secondo tale approccio abbiamo quindi a che fare con strati sociali impoveriti, caratterizzati dall’appartenenza alle classi più svantaggiate e meno istruite. Queste sarebbero state a lungo ignorate dalle <strong>élite</strong>, che hanno dato priorità ai propri interessi e ai propri affari su scala globale.</p>
<p>Per quanto certamente questa spiegazione catturi una parte del problema, essa va significativamente precisata e completata. Precisata prima di tutto perché, come <strong>Brexit</strong> e <strong>elezioni americane</strong> hanno dimostrato, la maggior parte degli elettori populisti non appartiene alle classi sociali più svantaggiate. Soprattutto in America e nel Regno Unito queste ultime sono infatti composte da minoranze, solitamente escluse dalle grandi narrazioni populiste e soggette spesso ad altri tipi di auto-narrazione che si esprimono in forme di <em>collective-action</em> alternative, in alcuni casi anche fuori dalla legalità (identitarismo etnico-religioso più o meno radicalizzato, o organizzazioni criminali a controllo territoriale). La grande maggioranza che però continua a identificarsi col sistema tende a scegliere ancora partiti <em>mainstream</em>, visti come gli unici in grado di tutelarla di fronte al crescente razzismo populista.</p>
<p>Il populismo <a href="http://fivethirtyeight.com/features/education-not-income-predicted-who-would-vote-for-trump/">trae quindi gran parte del proprio consenso nelle classi medie</a>: piccola borghesia, media borghesia ma, e questo è importante sottolinearlo, anche alta borghesia. Questo perché le trasformazioni socioeconomiche causate dall’innovazione tecnologica e dall’apertura del commercio e della finanza hanno trasformato profondamente il vecchio “<em>divide</em>” lavoro-capitale nel nuovo vincenti-perdenti della globalizzazione (Kriesi et al. 2006). Molti tendono a sovrapporre erroneamente i due concetti. Al contrario, le due linee di demarcazione tratteggiano due tipi di agglomerati sociali assai diversi. Nel caso del lavoro-capitale di stampo industriale-novecentesco si era di fronte a classi sociali ben delineate, caratterizzate da simile tenore di vita, simili salari, simili luoghi di aggregazione e così via. Il nuovo <em>divide</em> unisce invece strati sociali molto diversi nella stessa categoria. All’interno dei perdenti abbiamo infatti sia l’operaio della fabbrica delocalizzata, sia il piccolo esercente messo fuori mercato dalla catena commerciale estera; abbiamo il giovane istruito e precario, come abbiamo l’imprenditore abbiente ma incapace di reggere la competizione sul mercato internazionale.</p>
<p>La profonda trasversalità della classe dei perdenti della globalizzazione ha due fondamentali conseguenze. In primo luogo rende assai difficile la loro rappresentanza politica: un giovane laureato precario ha interesse nel ricevere maggiori tutele e salari, mentre l’imprenditore in difficoltà ha l’esigenza di mantenere, quando non aumentare, la precarizzazione e l’abbattimento del costo del lavoro per poter tenere aperta l’azienda. Entrambi non rientrano nel vecchio schema lavoro-capitale. Da una parte il giovane precario compie lavori sotto-mansionati ma comunque prevalentemente nel terzo settore, caratterizzato da grande ricambio e mobilità che impediscono di fatto il coagularsi di azioni collettive significative da parte dei dipendenti. La precarizzazione rende infatti il posto di lavoro anche più intercambiabile agli occhi del lavoratore che, dovendo scegliere tra intraprendere difficili azioni collettive per la stabilizzazione e il rafforzamento di una posizione lavorativa spesso demansionata e cercarne un’altra, preferisce la seconda opzione. L’imprenditore, da parte sua, non rientra più nella classica categorizzazione del proprietario dei mezzi di produzione in grado di estrarre consistente plus-valore. Spesso le piccole-medie imprese che caratterizzano il 90% del panorama imprenditoriale italiano sono incapaci di quel salto di produttività che farebbe effettivamente aumentare i propri margini. Oggi, spesso, la ricerca ossessiva di abbattimento dei costi dei salari non è motivata dalla ricerca di maggiori margini di profitto ma da un affannoso adattamento alla competizione con paesi caratterizzati da una forza lavoro assai meno retribuita. Non potendo, per ragioni dimensionali tipiche del panorama imprenditoriale italiano, aumentare la competitività tramite <strong>economia</strong> di scala e attività di ricerca e sviluppo.</p>
<p>Questo rende il classico “<em>frame</em>” (cornice di lettura della realtà) del conflitto lavoro-capitale meno “<em>resonant</em>”, termine che in sociologia definisce un concetto capace di essere percepito come adatto a spiegare la realtà in cui l’individuo si trova (per una overview vedere Benford and Snow 2000). Ciò causa uno scarso appeal delle classiche narrazioni di sinistra fra la popolazione a ogni livello: i soggetti di solito fanno fatica a ritrovarvisi e ciò ha impedito all’opposizione a sinistra del Partito Democratico di raccogliere i frutti del crescente malcontento verso il governo Renzi. Questo ci porta direttamente alla seconda conseguenza del nuovo “<em>divide</em>”: piuttosto che trovare responsabilità l’uno nell’altro, questi soggetti diversi come il precario e l’imprenditore in difficoltà tenderanno a percepirsi come vittime dello stesso processo, ovvero la globalizzazione, e degli stessi soggetti, ovvero coloro che la promuovono e la proteggono. Troveranno, quindi, un ruolo assai più convincente (e “<em>resonant</em>”) nella classica narrativa populista dell’élite VS <strong>popolo</strong>, che ha la straordinaria capacità di appiattire le enormi differenze sociali interne al concetto di popolo e di unirlo all’interno dello stesso “in-group” opposto a un “out-group” in rapporto verticale, ovvero le élite.</p>
<p>Tutto questo ci porta direttamente al secondo fondamentale elemento, spesso ignorato dalle classiche spiegazioni che si danno al fenomeno populista. L’aumentare della globalizzazione e dell’interdipendenza ha infatti portato anche al crescere costante del cosiddetto “vincolo esterno” degli esecutivi nazionali (Mair 2009). Il “vincolo esterno” consiste in tutti quegli accordi che lo stato ha firmato per garantire il funzionamento dell’attuale ordinamento economico internazionale. In un mercato finanziario aperto, per esempio, un grosso vincolo esterno è rappresentato dalla necessità degli stati di preservare l’equilibrio dei propri conti pubblici in modo da non causare emorragia di capitali esteri (e domestici). Per gli stati europei tale vincolo esterno è stato anche parzialmente istituzionalizzato nell’ambito dell’Unione Europea.</p>
<p>Il vincolo esterno, cresciuto negli anni, ha progressivamente diminuito lo spazio di manovra degli esecutivi nazionali e, col tempo, anche i programmi politici “realistici” dei cosiddetti “partiti di governo”. Chiunque governi, o voglia governare, nell’ambito dell’attuale ordine economico si trova di fatto ad avere opzioni limitate nel campo delle proposte economiche, rendendo le divisioni programmatiche tra i partiti “<em>mainstream</em>” sempre meno distinguibili, un limite che i partiti populisti sfruttano al meglio.</p>
<p>Come notato da Dani Rodrik (2012), l’incapacità di trasformare il vincolo esterno in una fonte di opportunità e di legittimazione è dovuta soprattutto al fatto che gli strumenti di <strong>governance</strong> <strong>internazionale</strong> che lo sostengono si sono rivelati troppo farraginosi e rigidi, nonché poco responsivi a problemi localizzati. Questo è dovuto soprattutto all’incapacità di democratizzare questi strumenti uscendo dalla logica della democrazia come strumento esclusivo dello stato-nazione. Una incapacità che ha caratterizzato perfino l’unica organizzazione internazionale che sembrava essere in grado di poter compiere il salto da un metodo intergovernativo a un metodo più genuinamente democratico: l’Unione Europea.</p>
<p>Rodrik sottolinea come le uniche vie d’uscita da tale situazione siano due: da una parte la riduzione dell’esposizione all’economia e alla politica internazionali e un ritorno alla dimensione dello stato-nazione caratterizzato da una apertura controllata e condizionata e un conseguente aumento della sovranità esercitabile da un esecutivo nazionale. Oppure, dall’altra, un allargamento dei metodi democratici al di fuori dell’ambito nazionale, riformando, soprattutto per quanto riguarda l’Europa, gli organismi dell’Unione Europea in senso democratico. A problemi causati da fenomeni globali possono rispondere solo istituzioni globali, le quali possono essere davvero responsive e percepite come legittime solo se trasformate in senso democratico. Un tale processo è probabilmente impossibile nel breve-medio periodo a livello globale, ma potrebbe esserlo a livello europeo. E può essere ottenuto solo dando una nuova percezione di legittimazione democratica che travalichi il confine nazionale.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Bibliografia </strong></p>
<p>Benford R.D., Snow D.A., <em>Framing Processes and Social Movements: An Overview and Assessment</em>, Annual Review of Sociology, Vol. 26, pp. 611-639</p>
<p>Kriesi H., Grande E., Lachat R., Dolezal M., Bornschier S., Frey T. (2006), <em>Globalization and the Trasformation of the National Political Space: Six European countries compared</em>, PACTE, Working Paper n.1</p>
<p>Kriesi H., Pappas T.S. (2015), <em>European Populism in the Shadow of the Great Recession</em>, ECPR</p>
<p>Mair P. (2009), <em>Representative versus Responsible Government</em>, Max Planck Institute for the Study of Societies, MPIfG Working Paper 09/8</p>
<p>Pappas T.S. (2014), <em>Populist Democracies: Post-Authoritarian Greece and Post-Communist Hungary</em>, Government and Opposition, Vol. 49, No. 1, pp 1-23</p>
<p>Rodrik D. (2012), <em>The Globalization Paradox: Democracy and the Future of the World Economy</em>, W. W. Norton &amp; Company</p>
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		<title>Tunisia2020: Luci e ombre di uno sviluppo incentrato sui capitali stranieri</title>
		<link>https://www.mondodem.it/105/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Clara Capelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 12 Dec 2016 13:45:30 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Grande Medio Oriente]]></category>
		<category><![CDATA[Cooperazione]]></category>
		<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[Globalizzazione]]></category>
		<category><![CDATA[Sviluppo]]></category>
		<category><![CDATA[Tunisia2020]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La Tunisia ancora fatica a elaborare risposte efficaci e coerenti ai problemi socio-economici generati da scellerate politiche autoritarie&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/105/">Tunisia2020: Luci e ombre di uno sviluppo incentrato sui capitali stranieri</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>La <strong>Tunisia</strong> ancora fatica a elaborare risposte efficaci e coerenti ai problemi socio-economici generati da scellerate politiche autoritarie e clientelistiche del regime di <strong>Ben Ali</strong> e dalla cattiva gestione delle dinamiche globalizzanti. Un <em>fil rouge</em> che accumuna i diversi governi che si sono succeduti dopo l’insurrezione del 2011 che ha messo fine all’autocrazia di Ben Ali, in sintonia con le agende dei <em>donors</em> internazionali, è l’attrazione di investimenti esteri come priorità per avviare il motore dello sviluppo.</p>
<p>Nel quadro di questa strategia, il 29 e il 30 novembre ha avuto luogo a Tunisi la conferenza internazionale <em><strong>Tunisia 2020</strong> – Road to Inclusion Sustainability and Efficiency</em>. Obiettivo di questo evento era raccogliere quante più risorse possibili per finanziare un ambizioso piano piano di sviluppo quinquennale di 141 progetti pubblici, privati e in partenariato pubblico-privato per un valore complessivo compreso tra i 50 e i 60 miliardi di euro.</p>
<p>Ispirata alla conferenza egiziana di <strong>Sharm el-Sheikh</strong> del marzo 2015, <em>Tunisia 2020</em> ha coinvolto circa 1.500 partecipanti e ottenuto impegni per circa 14 miliardi di euro. Si tratta tuttavia di un risultato al di sotto del prefissato obiettivo di 20-25 miliardi di euro e che si basa in buona sostanza sulle promesse di attori internazionali – Unione europea, Banca europea per gli investimenti (BEI), Banca europea per la Ricostruzione e lo Sviluppo (BERS) o l’Arab Fund for Economic and Social Development – o governativi – Qatar e Kuwait in testa, seguiti da Francia, Italia (360 milioni di euro tra doni e prestiti su 4 anni), Svizzera, Canada e Germania.</p>
<p>Inoltre, di questi 14 miliardi, una buona parte è in forma di prestiti a medio-lungo termine, cosa che andrà ulteriormente a gravare sulla condizione di crescente indebitamento estero della Tunisia. Dall’altra parte, il ruolo degli <strong>investitori</strong> privati nel dispiegamento di fondi per i progetti di sviluppo in Tunisia è stato di fatto assai limitato.</p>
<p>Gli obiettivi indicati nel piano quinquennale e buona parte dei progetti presentati durante la conferenza indicano una presa di coscienza di quali siano le priorità di sviluppo economico per la Tunisia, dalla riperequazione delle disparità regionali a un avanzamento del Paese verso attività a più alto valore aggiunto lungo le filiere di produzione mondiali. Tuttavia per una piccola economia come la Tunisia, povera di importanti e abbondanti risorse naturali, attirare investitori stranieri facendo leva sul fatto di essere l’”<em>unica democrazia del mondo arabo</em>” difficilmente risulterà una strategia vincente, indipendentemente dalla qualità dei progetti.</p>
<p>Più plausibile è che, in linea con le politiche adottate nel Paese da metà degli anni Settanta, i principali fattori attrattivi continuino a essere agevolazioni fiscali e basso costo della manodopera, con conseguente allocazione dei capitali internazionali in attività di delocalizzazione per produzioni a basso valore aggiunto, non certo verso i progetti di <em>Tunisia 2020</em>.</p>
<p>Per tale ragione è fondamentale che, anche a livello di <strong>cooperazione internazionale</strong>, si affermi la consapevolezza che le politiche a promozione degli investimenti debbano essere elaborate con maggiore cura, con una più dettagliata analisi dei settori prioritari e dei relativi incentivi da dispiegare, oltre che più circostanziate considerazioni sulle implicazioni sociali, da considerarsi altrettanto prioritarie e non ancillari all’accumulazione di capitale.</p>
<p>L’Italia, presente a <em>Tunisia 2020</em> con una delegazione di imprenditori guidati dal sottosegretario agli Esteri Benedetto Della Vedova e dal direttore dell’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo Laura Frigenti, non può astenersi da tali riflessioni se intende farsi promotore attivo di un più inclusivo sviluppo in Tunisia.</p>
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